Installare WordPress, evitare lo stress e altre porcheriole

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Beh, il 2021 inizia sotto i migliori augurii (o auspicii, fate un po’ voi!).

E’ uscito oggi in e-book il libro scritto a quattro mani con Marialuisa Basile “Installare WordPress, ed evitare lo stress”. Mi fa piacere farne partecipi i lettori del blog, perché sono quelle piccole soddisfazioncine che durano un giorno, ma che ti permettono di guardare il prossimo dall’alto in basso, e, magari, sparargli anche due o tre raudi fischioni avanzati ai piedi.

Si tratta solo di una versione beta, lo devo ancora rivedere (mi sono stati segnalati dall’implacabile Essebì degli errori che non dovrebbero proprio starci), ma intanto è disponibile su Amazon la versione Kindle. La versione e-pub sarà disponibile a giorni, se non a ore, sugli store più importanti (Mondadori, Feltrinelli, IBS, libreriauniversitaria.it, Hoepli e svariati altri). Amazon ha deciso (bontà sua) di applicarvi uno sconticino. Insomma, approfittatene, così io divento ricco.

Novità di rilievo anche sul fronte del mio vecchio racconto lungo (o romanzetto brevissimo, anche qui fate un po’ voi) “Nunc et in hora mortis nostrae”, di cui è uscita la versione audiolibro, che se avete Audible vi incoraggio a scaricare qui:

https://www.audible.it/pd/Nunc-et-in-hora-mortis-nostrae-Audiolibri/B08GQ5VFXK

Alla chetichella, oltre alla versione Kindle, è uscita anche la versione e-pub, per i puristi e i pignolini. La trovate a uno dei seguenti link:

https://www.mondadoristore.it/Nunc-et-in-hora-mortis-nostrae-Valerio-Di-Stefano/eai979122031131/

https://www.ibs.it/nunc-et-in-hora-mortis-ebook-valerio-di-stefano/e/9791220311311

https://www.lafeltrinelli.it/ebook/valerio-stefano/nunc-et-hora-mortis-nostrae/9791220311311

Quella cartacea, per chi ama sniffare l’inchiostro, è sempre disponibile su:
https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42831/nunc-et-in-hora-mortis-nostrae/

Ma c’è di più. Stamattina il prode Franco Probi (o Caciagli Edo, ora non rammento) mi ha omaggiato della versione radiofonica tratta dall’audiolettura del racconto, e ne ha fatto materiale da trasmettere nella sua “Nuova Radio” (che potrete ascoltare in streaming spippolando sull’iconcina qui a fianco, sulla colonna a destra del blog). Anche qui vi do il link:

      https://www.valeriodistefano.com/nunc.mp3

Come sempre, la versione PDF e l’audiolettura del libro saranno sempre libere e gratuite su classicistranieri.com alla voce
http://www.classicistranieri.com/audioletture/

Sì, maramaldi che altro non siete, potete scaricare il tutto anche gratis, senza pagare una lira. Ma se ci tenete ad aiutarmi scaricatevi Audible (il primo mese di ascolto è gratis, che volete di più??) o compratevi una edizione a pagamento.

E a proposito di Audible, giusto per dovere di completezza, e anche per tirarmela un altro pochino, eccovi i link alle audioletture d’autore messe in linea in questo periodo. Ma badate bene che ho intenzione di fare sul serio e ne ho già pronte un’altra ventina:

Vamba: Il giornalino di Gian Burrasca
https://www.audible.it/pd/Il-giornalino-di-Gian-Burrasca-Audiolibri/8831692143

Pirandello: La giara
https://www.audible.it/pd/La-giara-Audiolibri/8831691171

Collodi: Pinocchio
https://www.audible.it/pd/Pinocchio-Audiolibri/883169183X

Verga: Storia di una capinera
https://www.audible.it/pd/Storia-di-una-capinera-Audiolibri/8831691686

De Amicis: Cuore
https://www.audible.it/pd/Cuore-Audiolibri/883169216X

Stecchetti: Postuma
https://www.audible.it/pd/Postuma-Audiolibri/883169281X

WhatsApp: quasi niente di nuovo sotto il sole

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Qualcuno di voi (ma non tutti) avrà ricevuto un avviso da WhatsApp che mette in guardia sul fatto che a partire dal mese di febbraio 2021 gli utenti saranno tenuti a condividere con Facebook delle informazioni personali. Tutti hanno gridato all’attentato alla privacy. Non è così, perché la misura vale esclusivamente al di fuori della regione europea (che comprende anche la Svizzera), mentre per tutti i cittadini cell’Unione, nell’uso di whatsApp non cambierà nulla. Quindi, a meno che non abbiate contatti con territori posti al di fuori dell’UE, dovreste essere a posto. Nel senso che WhatsApp continuerà a scambiare con Facebook dati come a chi scrivete (!), quanti messaggi al giorno scrivete, quali sono i vostri contatti, quanto dura una telefonata, una videochiamata, continuerà a prendere i numeri di telefono che avete salvato in rubrica, e, soprattutto, comunicherà a Facebook i dati per la vostra profilazione pubblicitaria.

Niente di nuovo sotto il sole, dunque. WhatsApp appartiene a Facebook, se voi volete WhatsApp lo tenete a questo prezzo, e il prezzo siete voi, le vostre abitudini telefoniche e di chat. E’ gratis, d’accordo, ma perché i soldi li fanno in un altro modo. E quando lo installate firmate un contratto preciso (che, sicuramente, nella foga e nell’orgasmo di averlo, non avete nemmeno letto), autorizzando WhatsApp (cioè Facebook) a operare con i dati in vostro possesso (possesso che da quel momento passa a loro). C’è un prezzo da pagare per tutto, il gratuito in rete quasi non esiste.

Mi fanno tiepidamente sorridere quelli che dicono “Io Facebook non ce l’ho, non sono sui social, io ripugno queste modalità comunicative!” E poi hanno WhatsApp. Intendiamoci, i contenuti dei messaggi sono e rimangono criptati in modalità end-to-end, WhatsApp non guarda quello che vi scrivete con l’amante o con l’amichetto, o quali fotografie o filmati vi scambiate. Ma tutto il resto rimane in piedi. Volete una alternativa? Usate Telegram, ammesso e non concesso che un cospicuo numero dei vostri contatti lo abbia installato a sua volta. Se no state così, ma consapevoli di quello che rischiate. E, soprattutto, felicemente affiliati alla logica ciucciadati dei colossi di Zuckerberg. Io ve l’ho detto, poi fate un gocciolino cosa vi pare.

Ma ‘ndo’ vai se il tuo drone non ce l’hai?

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Paolo Attivissimo, negli ultimi giorni, ha lanciato ai suoi estenuati lettori un quiz: sei in una zona senza copertura cellulare. Hai un telefonino e un drone. Cosa fai?

Eh, guardate che sono interrogativi sui quali uno non dormirebbe la notte, cose che farebbero piangere anche un uomo grande. Perché, si sa, chi è che quando va in giro e rischia di trovarsi in una zona senza copertura cellulare non si porta dietro un DRONE? Se non hai un drone non sei nessuno, almeno evita di recarti in zone impervie o comunque non raggiunte dal segnale del tuo gestore di telefonia mobile, pazienza se ti tratta di una galleria sull’autostrada, dove se non hai segnale il drone puoi cacciartelo dove credi meglio. E, oltretutto “non ha un’autonomia sufficiente a raggiungere un luogo abitato”. Insomma, la sfiga delle sfighe.

No, dico, ma si può?? L’amletico interrogativo è nato nella mente fertile e produttiva del Nostro, a seguito dell’esperienza di un gruppo di viaggiatori escursionisti, in Australia rimasto bloccato in un’area isolata. Se la sono cavata, ma i soccorritori hanno loro raccomandato di portarsi un “localizzatore satellitare d’emergenza”, che non si sa mai.

Ma se non avete un drone, statev’ alla cas’!!

Tunecore.com e il contratto coi manager di Ludwig van Beethoven

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Da un po’ di tempo, come sapete, mi occupo di editoria digitale. Sono passato dagli e-book di Amazon agli audiolibri di Audible (sempre Amazon!) e da un paio di giorni mi è venuto il pallino di pubblicare musica classica DI PUBBLICO DOMINIO (sia chiaro! Libera da copyright, tanto negli Stati Uniti come in Italia). Per rimpinguare un po’ le già misere tasche mie e dei miei siti (o sitarelli). Amazon Music non permette la pubblicazione diretta di brani musicali (come succede, per esempio, con gli e-book), ma bisogna rivolgersi a una sorta di editore esterno che faccia da intermediario. Esattamente come succede per gli audiolibri di Audible. Ne ho provati due o tre, tutti stranieri, e ho deciso di scegliere Tunecore.com. Mal me ne incolse.

Ho proposto loro di pubblicare una registrazione del 1945 (quindi, lo ripeto fino alla nausea, di pubblico dominio) della Settima Sinfonia di Ludwig van Beethoven.

Mi hanno risposto “dobbiamo essere sicuri che tu detenga il 100% dei diritti di distribuzione di questo contenuto.” Ma certo che li detengo, è di dominio pubblico! Chiunque li detiene e può pubblicare quel contenuto dove meglio crede, gratuitamente o a pagamento. E io lo faccio a pagamento, se a Lorsignori non dispiace. Di più, mi preannunciano che potrebbero addebitarmi 300 dollari per spese legali, traendoli dalla mia carta di credito (di cui, fortunatamente, non ho fornito loro gli estremi, e nel frattempo ho revocato tutti i pgamenti automatici a loro favore da PayPal, fossi scemo!) cioè per sottoporre ai loro avvocati una questione che appare chiara, limpida, cristallina

Ho risposto a mia volta facendo valere le mie ragioni. Ne ho ricavato una replica sibillina firmata da un certo Jim, che mi chiede: “potresti inviare un contratto firmato col manager dell’artista che mostri che avete accettato di includere l’artista”Ludwig van Beethoven”nella tua musica”

Ludwig van Beethoven è morto nel 1827!! Le sue opere sono (lo ripeto di nuovo) in pubblico dominio, non ha più nessun manager, visto che qualunque soggetto giuridico (una persona fisica, un editore, una casa discografica) può ripubblicarne l’opera. Un “manager” per Beethoven. Ma stiamo scherzando?? Temo che il braccio di ferro che sto tenendo con Tunecore.com si risolverà, comunque, a mio sfavore. Ma è una battaglia che vale la pena di essere combattuta fino in fondo. Vi terrò aggiornati, e comunque vada sarà un successone.

 

AGGIORNAMENTO DELLE ORE 13.00: Ricevo questa risposta da Tunecore.com:

Ciao Valerio,

grazie per averci scritto. Purtroppo abbiamo deciso di non rilasciare i contenuti e di proteggere le nostre politiche di revisione e le nostre pratiche di revisione, non comunichiamo i motivi per cui le pubblicazioni vengono bloccate.

Ho contrassegnato la tua pubblicazione per la rimozione e sto accreditando i fondi sul tuo metodo di pagamento originale. I rimborsi possono richiedere 3-5 giorni lavorativi per essere visualizzati sul tuo account PayPal.

Come volevasi e dovevasi dimostrare.

I conti non tornano. Conte tornerà

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L’interesse politico di due indagati (Matteo Renzi e Mariaelena Boschi) per finanziamento illecito ai partiti ha prevalso sulla ragion di stato, e Renzi ha ritirato due ministre e un sottosegretario dall’esecutivo dando luce così alla crisi di governo più delicata della storia della Repubblica.

Intendiamoci, i governi sono sempre crollati, ma la situazione sanitaria è tale che una crisi di governo appere/apparrebbe quanto meno inopportuna.

E intendiamoci ancora, se non ci fosse stato Renzi a dare la spallata, con una mossa che nella notazione scacchistica sarebbe stata contrassegnata da minimo due punti interrogativi, questo governo avrebbe dovuto andarsene ugualmente. Per l’inadeguatezza e l’incertezza delle scelte con cui ha affrontato la pandemia (di che colore siamo oggi? Mah…), per i ritardi con cui queste scelte sono state poste in essere, per l’incertezza e il caos in cui ha gettato la scuola pubblica, per il solo puntiglio di un ministro, cui ha fatto da sponda il Presidente del Consiglio, per i ritardi abissali con cui ha “ristorato” (ma de che??) i piccoli imprenditori costretti alla canna del gas, per la gestione dei ministeri di Di Maio, Buonafede e Azzolina, per le mancate iniziative che dovrebbero affrontare la carenza di vaccini (possibile affidarsi solo alla Pfizer?) e via enumerando.

Un governo che avrebbe dovuto andarsene a casa da tempo. Il punto è che ci ha messo lo zampino Renzi, che ha preso un’iniziativa che gli costerà, oltre a un bel po’ di voti, la responsabilità personale di aver gettato il paese dal caos alla più totale incertezza. Non si sa ancora cosa possa succedere martedì prossimo al Senato (la fiducia al governo alla Camera dei Deputati è scontata), il nuovo gruppo di contiani langue e stenta a predene quota 161, i “responsabili” dell’UDC hanno già detto che staranno col centro-destra, è tutto una deludente questua di voti che potrebbero non arrivare. Ma Conte si salverà comunque. Non aspetterà nemmeno l’esito della votazione, si recherà dritto dritto al Quirinale dopo le dichiarazioni di voto e rassegnerà le dimissioni per poi ottenere un reincarico per la formazione di un governo Conte-ter.

Cosa auspico? Un governo di solidarietà nazionale a guida Marta Cartabria, già Presidente della Corte Costituzionale, ecco cosa auspico. Ma i tempi sono assolutamente immaturi (una donna, la prima nella storia italiana, alla guida di un governo? Ma dove si è mai visto?), e non ci saranno prese di posizione chiare su questo tema.

Prepariamoci alla settimana politicamente più disastrosa degli ultimi tempi. Qaunto meno sappiamo chi ne è responsabile.

I primi 20 anni dell’ineffabile Wikipedia

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Wikipedia compie venti, tondi, ed inutili anni.

Tutti a festeggiarla, celebrarla, lodarla, neanche fosse una sacra reliquia. Wikipedia è lì, col suo carico di arroganza e di potere. L’arroganza di chi concentra su se stesso il delicatissimo ruolo di revisore dei contenuti, e decide il bello e il cattivo tempo su quanto immettono in linea i wikipediani, e il potere di chi è sempre in testa alle ricerche di Google, diventando così il quinto sito più visitato al mondo.

Sono molti i giornali italiani che dedicano almeno un articolo al glorioso evento. Ci permettiamo il diritto di essere una voce fuori dal coro delle “alabanzas” che provengono dalla carta stampata e dal web.

Tra le molte e sperticate (e, in un certo qual modo, ingiustificate) lodi all’enciclopedia più caotica del mondo, figura un articolo di Marino Sinibaldi, direttore di Rai Radio Tre, su “Internazionale”. Ho sempre avuto molta stima di Sinibaldi, fa un lavoro egregio e rende un servizio insostituibile all’informazione pubblica e alla diffusione della cultura in Italia, ma stavolta ho qualcosa da dire su quello che scrive.

Dice Sinibaldi:

“(…) perché la usiamo? Ma qui la risposta può essere più semplice: è gratuita, amichevole, accessibile e comunque è sempre in cima alla pagina che ci appare se cerchiamo notizie su Lyndon B. Johnson o sulla battaglia di Teutoburgo (anzi, come corregge pedantemente Wikipedia, battaglia della foresta di Teutoburgo).”

Ci sarebbe da dire che anche la Treccani è gratuita, almeno nella sua versione web. Perché, dunque, si preferisce Wikipedia, che dice di se stessa di non poter dare garnzie sulla validità dei contenuti, a un’altra enciclopedia italiana che, invece, sulla validità dei contenuti, avrebbe molto da insegnare? Semplice, perché è meglio indicizzata (grazie ad un sistema certosino e perverso di rimandi interni, e al fatto che le voci vengono costantemente riviste e modificate) e perché la gente è maledettamente pigra. Ci sono utenti che pensano che Google sia un browser, quindi affidano le loro ricerche alla pagina più consultata nel web, guardano i primi elementi che ne escono fuori (e tra i primi elementi c’è sempre Wikipedia), e lì cliccano. Non si tratta, cioè, di un merito di Wikipedia. Si tratta, per lo più, di sfruttare l’ignoranza di chi naviga in modalità incerta sul web e si affida più volentieri ai motori di ricerca piuttosto che alla barra degli indirizzi del proprio browser preferito. Google è avido non solo di nuovi contenuti, ma anche e soprattutto di contenuti modificati, aggiunti, corretti. Cosa significa che Wikipedia è “accessibile”? Vuol dire forse che le altre enciclopedie più tradizionali non lo sarebbero?? E perfino quell’aggettivo “amichevole” mi suona male.

Wikipedia è tutt’altro che “amichevole”. E’, al contrario, presuntuosa e di parte. La “parte” di cui sopra, ovviamente, sono le regole che fissa perché gli utenti possano accedere a casa loro.

Nel 1996 decisi di dare il mio modesto e insignificante contributo a Wikipedia, correggendo la data di pubblicazione di un’opera dell’autore oggetto della mia tesi di laurea. Sapevo benissimo che quell’opera era stata pubblicata un anno dopo la data indicata da Wikipedia, era il mio oggetto di studi. Ho quindi modificato la voce, correggendola. Dopo due ore uno studentello liceale di letteratura spagnola, brufoloso e supponente mi scrive dicendomi che io non avevo dato giustificativi sufficienti per la mia variazione, we sì, insomma, ci vuole la bibliografia, e, nel dubbio, siccome era uno scemo, che oltretutto si firmava anche con uno pseudonimo, ha ripristinato la versione precedente (sbagliata). Bravo, così si fa!

E’ facile fare un’enciclopedia da più di un milione di voci. In primo luogo basta ritenere enciclopedico quello che enciclopedico non è (“Wanna Marchi”, per esempio), e poi basta gonfiare i contenuti fino all’inverosimile: se, per esempio, un’enciclopedia tradizionale dedicherebbe soltanto una voce ai Beatles, magari con tanto di discografia, Wikipedia ne crea a decine. Una dedicata ai Betles, altre quattro dedicate a ciascun componente, un’altra per ogni disco pubblicato, e un’altra ancora per ogni traccia contenuta su ogni disco pubblicato, magari di poche righe. Basta che “Beatles” rimandi a George Harrison, Ringo Starr, Paul McCartney e John Lennon. Poi ci saranno diversi rimandi del dipo “Discografia con i Beatles” per ciascuno di questi quattro interpreti, successivamente ciascuna voce della discografia sarà collegata a un album, e di quell’album verranno recensite le singole canzoni, tutto grazie ai volontarissimi. E’ come se una massaia che ha fatto troppo arrosto e se lo vede avanzato, lo riscaldi in giorno dopo, e, se ne avanza ancora, ci faccia il suo bel vitel tonné, che, se avanza ancora, tornerà buono per fare le polpette. Wikipedia non butta via niente.

E quindi, in questi giorni, ci ritroviamo a festeggiare questo poderoso popo’ di informazioni inesatte, equivoche, non certificate, al limite del gossip (Wikipedia è peggio del casellario giudiziale). Ce lo dobbiamo tenere così e non è una bella cosa, no, no davvero.

Amazon Kindle blocca la mia edizione elettronica di “1984” di George Orwell

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Apprendo in questi minuti che Amazon Kindle ha BLOCCATO la mia edizione elettronica di “1984” di George Orwell in lingua originale.

E’ un atto gravissimo perché l’opera di George Orwell è entrata in pubblico dominio il 1 gennaio di quest’anno. Quindi, da allora, nell’Unione Europea è possibile pubblicarlo da parte di chiunque sia in forma gratuita che a pagamento (come stavo cercando, biecamente ma legittimamente) di fare io. Sì, ci faccio i soldi e alla fine del mese mi ci ripago l’abbonamento a Scài, va bene?

Invece niente, “BLOCCATO”. Per il momento non ho ricevuto neanche una riga di spiegazioni o, meglio, di richiesta di spiegazioni (perché immagino che le vorranno, e l’unica spiegazione che do e che posso dare è che ho cercato di pubblicare quell’opera perché ero legittimato a farlo). Ho inviato una vibrata e indignata protesta allo staff di KPD (la branca di Amazon che si occupa della pubblicazione degli e-book) e non mancherò di tenervi informati su questa circostanza, magari aggiornando questo post,

Intanto, su classicistranieri.com, “1984” continua ad essere libero e gratuito. Ah bene!

George Orwell – 1984 – Nineteen eighty-four – PDF – Download gratis

Livorno: Addio a Riccardo Cioni e a Solange

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Se è vero come è vero che Livorno è una città povera, in questi due giorni si è ulteriormente immiserita, essendo venuti a mancare due dei suoi esponenti della cultura più autenticamente popolare e popolana.

Livorno è sempre stata molto ingrata con i suoi “artisti”, si dice. Piero Ciampi, Giorgio Caproni, Dedo Modigliani, Pietro Mascagni, Giovanni Fattori e via enumerando. Non è una vera e propria ingratitudine. Livorno, semplicemente, dei figli che se ne vanno altrove a cercare fortuna, non sa di che farsene. Li lascia liberi, aspettando, come una madre che di figliòli ne ha parecchi, che prima o poi ritornino, magari a bere un ponce a vela o a strafogarsi con i soliti due etti e mezzo di torta.

Tanto, come la giri la giri, a Livorno ci ritorni sempre.

Loro, Riccardo Cioni e Solange, morti a poche ore l’uno dall’altro, a Livorno, invece, ci sono sempre stati.

Riccardo Cioni era un famossimo disc-jockey, noto certamente in tutta Italia per la sua attività di intrattenitore nelle discoteche. Si faceva chiamare “DJ Full-Time” ed era vero, perché indubbiamente Disc-Jockey lo era fino in fondo e a tutto tondo. Mi ricordo che ai tempi d’oro andavano molto di moda le sue storiche cassette, che si trovavano copiose al Mercatino Americano, in versione rigorosamente piratata. Avere l’ultima cassetta del Cioni non significava solo essere al passo con i tempi, ma conquistare un vero e proprio status symbol. Me lo ricordo ancora, a casa sua, con duemila aggeggi elettronici, tra mixer, sintonizzatori, piastre di registrazioni, piatti della Pioneer con le puntime scalfite dai primi timidi tentativi di “skretching”. Io lavoravo in una radio privata della provincia. Oddìo, “lavoravo” è un parolone, diciamo che perdevo allegramente il mio tempo facendo qualcosa di purtuttavia creativo e utile per qualcuno. Insomma, andammo da lui e gli chiedemmo un jingle, sì, insomma, via, un piccolo stacco musicale da poter mettere in onda tra un disco e l’altro. E allora il Cioni si siede al microfono, scartabella velocemente tra i suoi dischi, e ne tira fuori il doppio album live di Peter Frampton, lo mette, ci parla sopra, fa due prove e poi stacca il pulsante della pausa della piastra. Aveva un senso straordinario e irripetibile per calcolare l'”entrata” dei brani. Cioè, non la calcolava proprio, i brani li sapeva a memoria, contava le battute e il lavoro di mixaggio o di registrazione saltava fuori in tempi record. Per chi non lo sapesse, un pezzo “entra” quando l’interprete comincia a cantare. In radio si può parlare sul sottofondo musicale, ma quando il brano “entra”, bisogna stare zitti. Quindi il “gioco” è quello di fare un discorso completo e concluso e lasciare all’ultimo momento l’onda all’interpretex. E in questo Riccardo Cioni era assolutamente inarrivabile, al grido discotecaro e grossolano di “Majala com’entra… majala com’entraaaa!!!” tutti in pista a ballare. Era bravissimo anche ad improvvisare delle piccole filastrocche livornesi a ritmo di musica dance. Sul tempo di un brano il cui nome non voglio e non so ricordarmi, il cui ritmo faceva pressappoco così: “Parapà- Pappàppa-ppààààra” (un ottonario con gli accenti in 3a, 5a e 7a, praticamente) era capace di cantarci sopra un improbabile “Te lo vai a piglià’ ner cuuuuuuulo!” come se fosse la cosa più normale (e, per certi versi, lo era) di questo mondo. Riccardo Cioni era il migliore di tutti noi che lo invidiavamo per la sua abilità e per il suo successo. Ma era bravo davvero, e c’era poco da mordere. Quel giorno ritornammo alla radio da casa del Cioni tutti felici perché ci eravamo portati dietro qualcosa di lui.

Solange invece era un istrionico personaggio della Livorno degli anni ’70, il primo, che io ricordi, a dichiarare pubblicamente, più con l’atteggiamento che con le parole, di essere un omosessuale. Solange non era solo il suo nome d’arte, o un nome con cui Paolo (così si chiamava, Paolo) voleva essere chiamato e identificato, era una sorta di secondo battesimo, un’imposizione laica di un appellativo che non lo avrebbe abbandonato per tutta la vita. E nemmeno Livorno lo ha abbandonato, un ave’ paura, quando c’era di che dileggiarlo la città non si tirava certo indietro. “E devi esse’ amìo di Solange!”, si diceva a qualcuno quando lo si voleva tacciare da gay (me lo fa cortesemente notare la Essebì). Solange, coi suoi trucchi istrionici, i capelli sempre “mesciàti”, era diventato inconsapevolmente l’oggetto delle discussioni di Livorno, quella stessa Livorno che manda i figli nel mondo, perché è del mondo che sono figli, Livorno tanto decantata per la tolleranza e la pacifica convivenza delle razze e delle tnie che la abitano (ci sono greci ortodossi, protestanti olandesi, inglesi, valdesi, metodisti, ebrei) non ha saputo proteggere un suo figlio che, al contrario, non l’ha mai abbandonata (viveva a Collesalvetti) e l’ha sempre trattata con i guanti bianchi. Adesso Livorno dovrebbe chiedere almeno mille volte scusa a Solange per averlo gravato del marchio dell’infamia e della diversità. Perché per essere bravo era bravo, Paolo, sempre gentile con tutti, mai una parola fuori posto. Le colazioni insieme al Bar Liceo non si contano (sì, io ero “amìo di Solange”, o allora??), pagava quasi sempre lui, e quando offrivi tu ti ringraziava con una fre un po’ ampolloso e cerimonioso, ma che rivelava una bontà d’animo incredibile. Poi “sfondò”. O, meglio, come si dice a Livorno, “svoltò”, con le sue apparizioni in televisione che dovettero essergli valse come rivincita su una città così ostile. Livorno era diventata un piccolo mondo per Solange, mentre la TV lo avrebbe lanciato in questi spettacoli dozzinali per famiglie, in cui lui, Paolo, avrebbe fatto il sensitivo, facoltà che lui diceva aver ereditato dal nonno. Si occupava di futurologia e di oroscopi. Non faceva nulla di male, lo chiamavano e lui andava, ammorbidendo la greve pesantezza delle trasmissioni in questione, con la sua gentilezza e il suo savoir-faire. Una parola per tutti. In fondo di che cosa ha bisogno la gente? Di qualcuno che la imbocchi sulla strada dell’ottimismo, che le “tolga” il malocchio, che non è una stregoneria, ma una semplice paura. Lo hanno trovato a Collesalvetti, in casa sua, morto da non so quanto. “Cause naturali”, dice il referto medico. Come naturali erano cause che lo hanno portato a camminare con aria divincolata lungo le strade di una Livorno che ormai non riconosco più nemmeno io. E allora addio Solange!

Ne avrò da raccontare a mia figlia, un giorno, di questi personaggi! Per ora, intanto, li ho raccontati a voi.

Scuola: si rientra l’11 gennaio alle superiori. La montagna ha partorito un topolino

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E’ ormai deciso. Salvo decisioni regionali contrarie (come quelle del Veneto, della Puglia e della Calabria), le scuole superiori rientreranno in presenza al 50% dall’11 gennaio, e non dal 7, come precedentemente stabilito. E cosa cambia? Assolutamente nulla. Rientrare l’11 gennaio significa non avere a disposizione i dati di contagio conseguenti all’allentamento governativo previsto per le festività natalizie, significa buttare gli alunni allo sbaraglio, mettere in crisi i dirigenti scolastici, gettare il paese nell’incertezza sulla scuola come luogo veramente ed effettivamente “sicuro” (ma “sicuro” rispetto a cosa?), significa soprattutto non aggiungere nessun valore “aggiunto” (Tschoko di parole) al rientro previsto inizialmente per il 7. Insomma, non cambia nulla. Eppure in consiglio dei ministri e nella conferenza Stato-Regioni la discussione avrebbe potuto definirsi quanto meno “animata”, anche se non si vede proprio a che pro.

Fatto sta che un assembramento di 10 persone al ristorante è proibito, mentre un assembramento di 30 alunni di una classe in uno spazio angusto e inadeguato, senza un adeguato impianto di ricambio d’aria (ci sono le finestre, lo so) costituisce un evento senza rischi. Ma a chi vogliono darla a bere? La montagna ha partorito un topolino, davanti alla necessità di chiudere le scuole e davanti al rischio, da più parti evocato, di una “terza ondata” (ma l’ondata non è mai finita), e del pericolo che costituisce la riapertura delle scuole per la diffusione del contagio. Ci hanno dato solo un contentino, non è una misura che “risolve” il problema. PD, sindacati, regioni non hanno quasi fatto obiezioni (tranne le realtà territoriali citate), tutti accettano una realtà inaccettabile e irreale.

Siamo all’emergenza totale. Ma non illudiamoci, sarà una carneficina.

Le “Abissine” del pastificio la Molisana

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La gente muore per strada e noi italiani ci scanniamo per le “Abissine” rigate del pastificio “La Molisana”, reo di aver messo in commercio un nuovo (nuovo??) formato di pasta con un nome decisamente coloniale, e con una campagna di marketing forse questo sì, imprudente, rivolta a rieccheggiare il nostro passato pastaiolo di mussoliniana memoria. Si è fatto un “caso” per la pasta, ma vi rendete conto?? E’ pur vero che esiste ancora la divisione in fazioni tra chi preferische le penne rigate e chi le vuole rigidamente lisce (io faccio parte dei sostenitori del “liscio”, ché liscio è lo zito, e tanto fa), c’è chi preferische gli spaghetti grossi a quelli sottili, chi detesta i bucatini e chi li adora (sempre io), chi detesta il fusillo perché “non sa di niente”, chi lo adora perché nella spirale “si insinua meglio il sugo”. Ma che politici di chiara fama, e tutta l’opinione pubblica si sia intestardita a denunciare sospetti di ritorno delle ideologie e della retorica di regime proprio non lo capisco. Per un formato di pasta? Ma abbiamo o non abbiamo cose più serie di cui occuparci? Che, tra l’altro, a me la pasta “La Molisana” piace moltissimo, la compro regolarmente e la mangio con gran foga, ingrassando come un maiale e mettendo su panza.

Una cara persona mi raccontava tempo fa di un suo conoscente, in difficoltà economica, ma dotato di una grandissima dignità personale, che le diceva “…e poi alla domenica in famiglia si mangia la pasta Barilla!” C’è un misto di tenerezza e di commozione nel leggere e nel sentire una frase del genere. Gente che può permettersi la pasta Barilla solo alla domenica, cancella d’un colpo la polemica sterile su quella che è solo una campagna di marketing sbagliata e maldestra. Campagna e polemica che hanno fatto sì che “la Molisana” abbia ritirato la pubblicità evocatrice, chiesto scusa ai consumatori e rinominato il formato incriminato con una denominazione più generica e “innocente”.

Much ado about nothing!

Pubblico dominio: quel pasticciaccio brutto di “Ciak”

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A me da piccino “Ciak”, la rivista di cinema, piacicchiava.

Andavo in cerca delle schede cinematografiche che la pubblicazione regalava ogni mese, sotto forma di cartoncini spessi, ciascuno con la locandina di un film, e con la trama e varie informazioni aggiuntive sul cast e sul regista, scritte sul retro. Con un po’ di tempo e pazienza potevi farti un piccolo Mereghetti a tuo personale uso e consumo.

Mi fa piacere apprendere che “Ciak” esista ancora. Ma in un articolo pubblicato ieri (“Le opere libere da diritti dal 1° gennaio. E che si possono usare gratis” a firma di Alessandro De Simone) la consusione regna sovrana. Si riprende l’annoso tema della giornata del pubblico dominio, festeggiata in tutto il mondo il primo gennaio, quella che sigilla l’elenco degli autori e delle opere che ognuno può ripubblicare, gratuitamente o a pagamento, senza dover corrispondere (più) alcun diritto economico o rendere conto agli eredi, senza incorrere nei reati previsti e puniti dagli artt. 171 e seguenti della legge sul diritto d’autore.

Andiamo a vedere cosa scrive De Simone a proposito delle opere letterarie:

“La notizia è che Il grande Gatsby, il capolavoro di Francis Scott Fitzgerald, è adesso libero.”

Sono dieci anni esatti che l’opera di Francis Scott Fitzgerald è in pubblico dominio (naturalmente in lingua originale): essendo l’autore deceduto nel 1940, l’opera omnia (non solo il capolavoro “Il grande Gatsby”) dello scrittore statunitense è entrata in pubblico dominio dal 1 gennaio 2011. Quindi dov’è la notizia?? Sono 10 anni che lo redistribuisco su classicistranieri.com e nessuno (giustamente!) mi ha mai detto nulla.

Altra “notizia” riguarda “Mrs. Dalloway” di Virginia Woolf. Non è in pubblico dominio da oggi (sto sempre parlando dell’edizione in lingua originale inglese, naturalmente), ma dal 1 gennaio 2012, essendo la Woolf morta (suicida) nel 1941.

L’autore dell’articolo cita anche “Il velo dipinto” di William Somerset Maugham come opera di pubblico dominio. Niente di più falso. Somerset Maugham è deceduto nel 1965, e occorre attendere ancora il primo gennaio dell’anno solare successivo al compimento del 70° anniversario dalla sua morte.

Stesso discorso per “Manhattan Transfer” di John Dos Passos (morto nel 1970), “Il segreto di Chimneys” di Agatha Christie (morta nel 1976) e “Foglie secche” di Aldous Huxley (è morto nel 1963!)

Quindi col cavolo che in Italia queste opere possono essere riprodotte o utilizzate per trasposizioni (anche cinematografiche).

Diverso discorso per la citata opera “Il Processo” di Franz Kafka (l’autore fa riferimento, opportunamente, all’edizione originale in tedesco): è in pubblico dominio dal 1 gennaio 1995 (Kafka è morto nel 1924).

Da dove nasce l’equivoco? Dal fatto che queste opere sono di pubblico dominio, sì, ma negli Stati Uniti, dove vige una legislazione che riguarda soprattutto la data di prima pubblicazione. In Italia è ancora reato copiare, diffondere, trasporre, utilizzare in qualsiasi modo Huxley, Somerset Maugham e Agatha Christie. Per la verità il giornalista un accenno alla legislazione americana lo fa, ma il tono generale dell’articolo indurrebbe a una eccessiva disinvoltura nell’utilizzo dei diritti di questi autori.

Come sempre, niente di nuovo sotto il sole. Vedi giudizio human come spess’erra?

Liber Liber: la durata “ragionevole” dei diritti d’autore potrebbe essere fissata in DUE anni

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Il primo gennaio di ogni anno è la giornata internazionale del pubblico dominio. Bella ricorrenza, ma io, che, pure, di pubblico dominio dovrei occuparmi con maggiore solerzia, lascio sempre trascorrere qualche giorno prima di rifletterci.

Ogni primo gennaio che Dio mette in terra, si compiono i settant’anni dalla fine dell’anno solare dalla morte di autori letterari e non, le cui opere cadono, appunto, in pubblico dominio, e possono essere pubblicate da chiunque, sia a pagamento che gratuitamente. Quest’anno è la volta di un gigante della letteratura italiana come Cesare Pavese. Solo per fare un esempio.

Per fortuna che Liber Liber mi richiama al mio dovere, e pubblica un articoletto (non firmato, chi sarà l’autore) per ricordare, a suo modo, la lieta ricorrenza. Per carità, tutto legittimo, ci mancherebbe anche altro. Solo che c’è un piccolo dettaglio da discutere.

In un passo della nota si legge:

“Ai grandi editori non piace il pubblico dominio perché a loro non piace la concorrenza, così inducono i politici a dilatare sempre di più la durata del copyright (siamo arrivati a 70 anni dopo la morte dell’autore in Europa e a 99 anni negli USA, quando una durata ragionevole non supererebbe i 2 anni).”

Ho letto bene? 2 anni soltanto affinché le opere di un autore entrino in pubblico dominio? E’ questo quello che auspica veramente Liber Liber per la durata massima dei diritti d’autore in Italia e in Europa? Ma stiamo scherzando?? Vorrebbe dire che gli eredi di un autore potrebbero usufruire per SOLI due anni del diritto di sfruttamento economico delle opere del loro congiunto, ormai andato nel mondo dei più. 2 anni di diritti d’autore non sono nemmeno una pensioncina di reversibilità, una pensione sociale, la pensione delle casalinghe. Ora ci scherzo, ma pensiamo alla situazione degli eredi di un genio come Emilio Salgari, morto suicida e sfruttato dagli editori fino alla fine. Ha lasciato la famiglia nella povertà. Come avrebbero fatto a tirarsi su queste povere creature della moglie e dei figli di Salgari se non ci fosse stata (nel 1941, in piena guerra, e quindi con grande distanza dalla data di morte dello scrittore) una legge che stabilisce il massimo della durata dei diritti d’autore (allora erano 50 anni)?

Il diritto d’autore è una cosa seria su cui non me la sentirei di improvvisare o azzardare qualsiasi ipotesi. Ci sono artisti che hanno raggiunto la notorietà solo dopo la morte, magari avvenuta in completa povertà ed indigenza (come quella di Riccardo Bacchelli), ci sono di mezzo casi umani che non possono essere contemplati se non da una legge che conservi i diritti per un tempo più ampio. 70 anni va bene, e se mi adeguo io può adeguarsi anche Liber Liber.

Didattica a distanza e riapertura delle scuole

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Mancano quattro giorni al 7 gennaio, la data fissata dal MIUR per il rientro in presenza al 50% nelle scuole superiori e in tutte le altre scuole di ogni ordine e grado.

La situazione è catastrofica. Ieri il rapporto tra tamponi effettuati e casi positivi riscontrati è schizzato al 17,6%, abbiamo solo lo 0,07% della popolazione vaccinata, e l’indice Rt non accenna a calare sotto l’1%. Brutto quadro in cui la riapertura delle scuole si andrebbe a inserire come una vera e propria carneficina.

Nel Lazio rientra già nel novero delle possibilità uno slittamento all’11 gennaio (cioè quando non avremo ancora i dati relativi al Capodanno e alle feste clandestine con assembramenti selvaggi), i sindacati invocano il test per tutto il personale della scuola e per gli studenti, con la richiesta di ALMENO due settimane di rinvio. Troppo poco. Pero algo es algo, dicono gli spagnoli.

Le vaccinazioni vanno avanti lentamente. Troppo lentamente. Di questo passo non ce la faremo mai. Il ministro Azzolina ostenta sicurezza, ma da quello che scrive oggi Lucio Ficara su “Tecnica della Scuola”, in caso di una più che probabile crisi di governo, la poltrona del Ministero dell’Istruzione sarebbe una delle prime a zompare.

Riaprire le scuole il sette gennaio sarebbe esattamente come aprire le porte al virus e moltiplicare in modo esponenziale le occasioni di contagio. La Didattica a Distanza ha certamente aiutato a prevenire contatti, rischi, assembramenti. Come dice, e con ragione, la mia amica Professoressa Cecilia Fontanella, instancabile attivista pro-DAD, la Didattica a Distanza costituisce il primo vaccino pre-vaccino. Prima la salute e l’incolumità di tutti. Ma da questo orecchio il MIUR, con la sponda della Presidenza del Consiglio, sembra non sentirci. Eppure la questione è stata sollevata dalla totalità dei sindacati generali e di categoria, nonché da alcune forze della maggioranza di governo.

E’ chiaro che riaprire le scuole il sette gennaio costituirebbe l’esito vincente di un braccio di ferro politico prepotente, non certo la soluzione di un problema visto alla luce dei dati epidemiologici e dell’ascolto doveroso che si deve agli uomini di scienza e a chi ne sa molto, ma molto più di chi ci governa.

Speriamo in bene. Ma prepariamoci al peggio.

Il “pacco sorpresa” di Nannucci

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C’erano una volta quelli che compravano i dischi (i 33 giri, sì, insomma, gli LP) da Nannucci a Bologna.

Per noi che vivevamo in provincia, e che i negozi di dischi più forniti erano a 30 km., in città, comprare da Nannucci era una vera manna. Soprattutto perché eravamo assetati di (buona) musica, ma sempre privi di quattrini. Certo, i più facoltosi compravano bootleg e dischi di importazione da Carù, altro storico store che vendeva per corrispondenza (non c’era Amazon, allora), ma per noi proletari Nannucci era il massimo.

Ogni volta che arrivava il nuovo catalogo di Nannucci, era come se ti si aprisse un mondo sfavillante, pieno di occasioni e di offerte speciali che cominciavano da 1900 lire, che erano poche anche allora. Mi ricordo sempre che a quel prezzo c’era giusto “La cantata dei pastori” della Nuova Compagnia di Canto Popolare, titolo che mi accaparrai in una ordinazione, diventando orgoglioso proprietario della versione autentica di “Tu scendi dalle stelle”, che altro non era che una canzone tradizionale napoletana intitolata “Quanno nascette ninno”, nell’interpretazione incomparabile di Peppe Barra.

Ma se osavi due lire in più, c’era sempre qualcosa di purtuttavia accattivante. Ri cordo di aver comprato a 3900 lire (una bazzecola confronto al valore dell’opera) un meraviglioso “Novella” dei Renaissance, che conservo ancora. A tutt’oggi “The Captive Heart” mi mette i brividi.

Insomma, c’era una vasta scelta. E poi, se volevi, c’erano anche i titoli a prezzo intero. Non so come facesse Nannucci a fare quei prezzi. O ne avevano molte copie, o non li vendevano, oppure erano copie si serie B perché presentavano una stellina bucata sulla copertina, un taglietto laterale, tutta roba che a malfatica si vedeva e che, per noi che volevamo il disco in vinile da posare sul piatto, non costituiva certo un impedimento.

Una delle trovate più geniali che la mente di Nannucci abbia partorito è stata sicuramente quella del PACCO SORPRESA. Con 9900 lire (una diecimila, insomma, appena appena la benzina per andare di qui a lì), spese di spedizione incluse, ricevevi ben 10 LP a loro insindacabile scelta. Non era previsto il diritto di recesso, allora, e quello che ti toccava ti puppavi. Io e Bico (l’amico di sempre) facemmo queto ragionamento: se anche c’è un solo titolo valido, ce lo siamo ripagati. Mettemmo 500 lire per uno, e le 100 lire che vanzavano le sputtanammo ai videogiochi, in attesa che arrivasse la corposa spedizione.

Ci trovammo dentro un LP di poesie lette e declamate da Gino Cervi, tra cui l’olimpica “Salve, Piemonte!” di Giosuè Carducci (l’antesignano dell’audiobook!) e uno Zecchino d’Oro del 1972, ma ben tenuto e come nuovo di trinca. Il resto sinceramente non me lo ricordo, doveva essere della disco music, e nemmeno di eccellente qualità. Ma fummo molto felici di non aver sperperato poi tutti questi denari al vento.

A Nannucci telefonai una decina di anni fa, e mi feci mandare l’opera completa di Bach a un prezzo da stracciarolo (ultima copia rimasta). Poi più nulla. Voglio dire, Nannucci, dopo una breve presenza sul web, ha chiuso. Niente più cataloghi semestrali e niente più pacchi sorpresa. Forse doveva andare così. Forse no. Ma eccomi qui a rendere omaggio a quello storico fornitore che mi ha regalato (o venduto a prezzi convenienti) quasi tutti i miei dischi. E addio pacco sorpresa!

Te piace ‘o presepe?

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Ora, io pregiudialmente non ho nulla contro i remake, i sequel, le cover, i film tratti da romanzi e i romanzi tratti da film (una volta esistevano anche quelli!).

Ma ci sono delle cose sacre che non mi devono assolutamente toccare. Come, per esempio, la trilogia di “Amici miei” di Monicelli-Loy (da cui è stato tratto un film ambientato nel ‘400, di gusto quanto meno discutibile), come la trilogia (anche se il terzo lo piglio di tacco) de “Il Padrino”, i due “Brancaleone” con Vittorio Gassmann e poco altro. Ecco, lì non ammetto niente.

Tra questo poco “altro” figura “Natale in casa Cupiello”, il capolavoro forse più famoso di Eduardo De Filippo. Lo conosco a memoria e sono il felice proprietario di un DVD edizione extra lusso che riporta l’edizione televisiva del ’78 (con una Pupella Maggio e una Lina Sastri da urlo!), quella del ’62 in bianco e nero (meno incisiva, forse, ma ugualmente storica) e quella radiofonica del ’58.

Io “Natale in casa Cupiello” lo conosco a memoria (come tutte le altre opere citate), potrei dire tranquillamente quale personaggio dice che cosa e in quale atto del Capolavoro, chi risponde, cosa risponde e perfino con quale stato d’animo.

E ieri sera è andata in onda in prima visione RAI una revisione della commedia in versione filmica. Opera legittima ma altrettanto legittimamente criticabile. Sarà stato bravo Sergio Castellitto a reinventarsi il personaggio di Don Luca, a farlo perfino fumare mentre va a comprare i pastori a San Biagio dei Librai, gli sceneggiatori saranno stati abili ad adattare un testo scritto per il teatro alle esigenze di una trasposizione cinematografica, sarà stata una “novità”, per la carità di Dio, non lo voglio minimamente mettere in dubbio. Ma “Natale in casa Cupiello” no. A me le interpretazioni di Eduardo non me le tocca nessuno. Quando Don Luca si sveglia, prende il caffé (che “fète ‘e scarrafone”), si alza traballante dal letto, finge di recitare le preghiere, traballa, ripete per tre volte la battuta “Questo Natale si è presentato come comanda Iddio!” e chiede alla moglie Concetta se fuori fa freddo. E’ un testo sacro, che non va toccato. Lasciateci Tommasino (Nennillo), coi suoi lampi di genio (da “Nun me piace ‘o presepe!” alla lettera scritta alla madre e fatta trovare sotto al piatto in cui dice “Ho deciso, mi voglio cambiare!”), lasciateci Ninuccia (“Mammà’ chelli s’accìdeno!) interpretata da quello splendore che è Lina Sastri, lasciateci Zio Pasqualino (che non poteva trovare “le scarpe sue” perché Nennillo se le era rivendute), il cornuto Nicolino e, perfino, l’amante di Ninuccia, Vittorio Elia (“Nun te vo’ ‘bbene muglièreta!”). Lasciateci la meraviglia di Don Luca davanti al giocattolino del presepe (“lo faccio per me… ci voglio scherzare io”) di fronte alla sbrigativa Donna Concetta (quella che “aveva a nasecre co’ ‘o cazone”) che gli dice “Io nun capisco che ‘o fai affà’ ‘stu presepe. Tempo sprecato, denari che se ne vanno, venisse almeno bene…”). Lasciateci l’originale di Nennillo che ripete fino all’ossessione “Nun me piace ‘o presepe”. Il pubblico non è ancora pronto per veder rappresentato un canovaccio diverso da quello fissato nel testo lucido e senza sbavature delle Cantate dei giorni pari e dei giorni dispari. Abbiamo ancora nelle orecchie l’arte di Eduardo che biascica parole senza senso nel letto in cui giace malato raccontando “‘o fatto ‘e faggiòle”, e quando alla fine perde lo sguardo lontano lontano, in presepe magnifico e immaginario. Perché è bello, ‘o presepe!

Tra cento anni, forse, ci sarà ancora chi rappresenterà “Natale in casa Cupiello” in modo diverso, discostandosi (ma quanto, poi?) dall’opera originale e dal suo mirabile creatore, ma adesso no, ce vo’ tiempo ancora. Ha da passà’ ‘a nuttata.

Del bello dell’ascoltare gli audiolibri su Audible e altri incidenti

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Il mondo degli audiolibri e delle audioletture è veramente straordinario.

L’ho scoperto da poco, almeno dal punto di vista stettamente commerciale, perché sono anni che i libri letti (e perfino scritti) da me circolano gratuitamente su classicistranieri.com.

Ora sono in vendita anche su Audible, che è un’iniziativa interessantissima. Ci sono solo 9 miei titoli, ma presto (spero) ne saranno inseriti un’altra ventina, comprese le mie le mie lezioni-conferenze all’Università della Terza Età. Insomma, si guadagnicchia, via.

L’audiolettore medio è un po’ paragonabile al melomane che va a teatro con lo spartito e bacchetta il direttore d’orchestra per un fa diesis cannato o i cantanti per un’interpretazione particolarmente infelice. C’è una concorrenza spietata tra lettori ed editori (soprattutto di alcune opere di pubblico dominio), ognuno interpreta un’opera a suo modo e il pubblico vota con un minimo di una stella e un massimo di 5 stelle (“5 stelle” è il vertice più politico delle audioletture) l’interpretazione e il contenuto dell’opera. E c’è gente veramente senza pietà. Per un nonnulla, per una cosa minima (e quando dico “minima” intendo proprio dire di entità trascurabile), sono pronti a stroncarti su due piedi e far scivolare, con un commento negativo, il tuo lavoro alle ultime posizioni della pagina, in modo che nessuno o pochissimi vadano a scaricarla. E bravi, così si fa.

Per fortuna, a parte qualche eccezione, le mie interpretazioni piacciono abbastanza, la gente è gentile con me, anche troppo.

C’è un signore che è stato entusiasta del mio “Pinocchio” di Collodi. Mi ha dato 5 stelle (voto davanti al quale m’inchino, ma mi gratto anche amabilmente i coglioni) e ha commentato così:

Ecco, avrei preferito mille, diecimila volte, ricevere una sola stella e senza commento, che cinque stelle di gradimento con quell’orribile aggettivo “toshano” con l’h aspirata, perché si sa che noi toscani ci mangiano tutte le c, e allora non c’è niente di peggio di una persona che voglia fare il piacione e il compagnuccio di merende, quello che ti dà una pacca sulla spalla, e prova a sposare la parlata, fiorentina o labronica che sia, per farti piacere. Invece deve sapere questo curioso signore che in Toscana “toshano” si dice “toscano”, come in italiano, esattamente come si di “vado a ccasa” (con la /k/ doppia) e non “vado a hasa”. E’ una regola fonetica che si chiama raddoppiamento fonosintattico, sicché vi dovete mettere l’animo in pace. /tos’kano/ si dice, e senza nessuna eccezione.

Per cui, anch’io mi sono iscritto a Audible e sto scaricando un po’ di robetta molto buona. Tra l’altro il fatto che ci sia qualcuno che legge per me, mi rende molto felice (oltre, naturalmente, ai quattrini che vengono dagli ascolti dei miei audiolibri -più ascoltate e più io guadagno, sappiatelo!-). Sono pigro e soffro di presbiopia, sicché la sera invece di sforzarmi gli occhi, mi metto le cuffiette e mi lascioa addormentare dalla lettura di qualcuno. Primo libro ascoltato per intero “Per legge superiore” di Giorgio Fontana (questo ragazzino scrive maledettamente bene!), e successivamente ho attaccato “Accabadora” di Michela Murgia, letto dalla stessa autrice. Una scoperta, per fortuna.

Perché non è detto che un audiolibro, siccome è letto dallo stesso autore debba per forza essere anche piacevole ad ascoltarsi, a volte è proprio una gran rottura. Michela Murgia rende molto bene il suo bellissimo romanzo. ma Gianrico Carofiglio che legge il suo “Testimone inconsapevole” è veramente una gran pena finirlo di ascoltare. Sarebbe stato meglio che fosse stato letto da qualche attore professionista. Sì, d’accordo, l’autore dà il tono e l’interpretazione secondo le sue intenzioni narrative ed è, in un certo senso, una operazione filologica. Ma non è detto che abbia una voce gradevole e che non legga in modo assolutamente noioso (come in passato hanno imputato a me).

Insomma, mi sono iscritto ad Audible e ne sono contento, più che soddisfatto. Costa solo una decina di eurini al mese, e un Oscar Mondadori costa su per giù quella cifra, solo che non avete 60.000 titoli a disposizione e nessuno che li legga per voi. Insomma, ve lo consiglio, oltretutto il primo mese è gratis. Quindi fatemi questo favore, così io divento ricco. O magari fate diventare ricco qualun altro, che ne so? Fatto sta che è e resta una bellissima esperienza. Forse.

Il regalo di Natale di classicistranieri.com

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In occasione delle prossime festività, assieme alla deliziosa vignetta del Maestro Federico Maria Sardelli qui raffigurata, classicistranieri.com, oltre ad augurare ai suoi utenti ogni bene e un 2021 ricco di soddisfazioni, ha pensato di regalarvi 101 audiolibri tratti da Librivox.org. Si tratta di un vero e proprio maremagnum di registrazioni da scaricare a vostro bell’agio e da ascoltare (auspicabilmente) durante queste feste di clausura. Vi posto di seguito i link al materiale, rinnovandomi il mio più sincero augurio di serenità.

Valerio Di Stefano per classicistranieri.com

About – Le Nez d’un notaire
Alarcon – Capitan Veneno
Alighieri – Divina commedia
Alighieri – Rime
Allais – A se tordre
Anonimo – Lazarillo de Tormes
Apollinaire – Alcools
Balzac – La Fille aux yeux d’or
Balzac – Le Pere Goriot
Barrili – Galatea
Barrili – L’undecimo comandamento
Barrili – Ritratto del diavolo
Baudelaire – Les Fleurs du mal
Becquer – Desde mi celda
Blasco Ibanez – Canas y barro
Blasco Ibanez – La Barraca
Cabeza de Vaca – Naufragios
Calderon de la Barca – La vida es sueno
Campana – Canti orfici
Carducci – Odi barbare
Carroll – Alice nel paese delle meraviglie
Castro – El caballero de las botas azules
Cervantes – Don Quijote de la Mancha
Cervantes – Persiles y Sigismunda
Clarin – La Regenta
Collodi – Pinocchio
Corneille – Le Cid
Dario – Abrojos
Daudet – Lettres de mon moulin
Daudet – Tartarin de Tarascon
De Amicis – Cuore
De Amicis – Ricordi di Parigi
Deledda – Canne al vento
Delgado – Angelina
Di Giacomo – Mattinate napoletane
Dumas – Le Comte de Monte-Cristo
Espinel – Marcos de Obregon
Flaubert – Dictionnaire des idees recues
Flaubert – Madame Bovary
Flaubert – Salammbo
Foscolo – Ultime lettere di Jacopo Ortis
Galilei – Dialogo sui massimi sistemi
Garcia Lorca – Impresiones y paisajes
Ghislanzoni – La contessa di Karolystria
Goldoni – La Locandiera
Gozzano – Colloqui
La Fayette – La Princesse de Monpensier
Leopardi – Canti
Machado – Paginas escogidas
Mannrique – Coplas
Manzoni – Inni Sacri
Maupassant – Le Horla
Maupassant – Les Contes de la becasse
Moliere – Les Precieuses ridicules
Pardo Bazan – Cuentos de amor
Pardo Bazan – Insolacion
Pardo Bazan – Los Pazos de Ulloa
Pardo Bazan – Morrina
Pascoli – Myricae
Perez Galdos – Bailen
Perez Galdos – Cadiz
Perez Galdos – El 19 de marzo
Perez Galdos – Estafeta Romantica
Perez Galdos – La batalla de Arapiles
Perez Galdos – Trafalgar
Pirandello – Candelora
Pirandello – Dal naso al cielo
Pirandello – Donna Mimma
Pirandello – Il fu Mattia Pascal
Pirandello – Il vecchio dio
Pirandello – Il viaggio
Pirandello – In silenzio
Pirandello – La Giara
Pirandello – La mosca
Pirandello – La rallegrata
Pirandello – La vita nuda
Pirandello – L’uomo solo
Pirandello – Scialle nero
Pirandello – Tutt’e tre
Reina-Valera – Genesis
Salgari – Le meraviglie del duemila
Sand – La Mare au diable
Sand – Legendes rustique
Speroni – Dialogo delle lingue
Straparola – Piacevoli notti
Teresa de Jesus – Libro de la vida
Unamuno – Abel Sanchez
Unamuno – Niebla
Unamuno – Rimas de dentro
Valera – Juanita la larga
Valle Inclan – Sonata de estio
Valle Inclan – Sonata de otono
Vega – Fuente Ovejuna
Verga – I Malavoglia
Verga – Mastro Don Gesualdo
Verga – Vagabondaggio
Verga – Vita dei campi
Verlaine – Fetes galantes
Verne – Cinq semaines en ballon
Verne – Les Enfants du Capitaine Grant
Verne – Les Forceurs de Blocus
Voltaire – Candide
Zola – J’accuse