La morte del commissario Montalbano

Andrea Camilleri in una foto di Marco Tambara pubblicata dall’edizione inglese di Wikipedia

Montalbano sautò due a due i gradini della porta del Commissariato di Vigàta. Era arraggiato nìvuro. Adelina, non si sapi per quali scanosciuto motivo, a matino non era arrivinuta a farci il café, e lui si era arrisbigliato con un nirbuso che gli faceva girare i cabasisi.

Montalbano trasì e s’addiresse direttamenti verso il gabbiotto di Catarella.

“Catarella…. Cataré…!! Chiossà unni minchia si è stracatafuttuto. Catarella….”

“Ah, dottori dottori… ah dottori dottori… ah dottori dottori….”

Quando Catarella diceva per più di due volte “Ah dottori dottori…” erano duluri assà’. Quando apparve a Montalbano gli arrissimbiò sudatizzo e malatazzo, come se gli fosse andata in facci ‘na sicchiata d’acqua gelida.

“Che è successo Catarella??”

“Ah, dottori dottori…” (ed erano quattro) “…una disgrazia disgraziata! Una catastrofi inimmaginifica, una malasorti! Il dottori Augiello fu Domenico detto Mimì…”

“Che gli succediu”?

“Morì… cioè, morse!”

Montalbano arriflittì un momento e apprezzò la preziosa sintesi di stampo alfieriano del suo sottoposto.

“Cataré’, ma che minchia stai dicendo… ma se aieri assìra se ne stava spaparanzato tra le vrazza d’una bella fimmina… vuoi dire forse che Beba lo ha accoltellato per vinditta?”

“Nònsi dottori, forsi la signora Beba due curtiddrate ce le avrebbe date volentieri di buon grado a quel fimminaro, ma ammatino stava accuricato nel suo letto e non s’arrisbigliò…”

“Il dottori Augiello fu Domenico detto Mimì…”

“Be’?”

“Mischineddro… Morì. In una parola morse.”

“Ma è una cosa tremenda… chiamami subito Fazio!”

“Impossibbili dottori. Il dottori Fazio non attrovasi in loco imperocché anche lui, mischineddro, morse. Cioè murìu…”

“Cataré’, ma che è successo, è uno dei miei soliti sogni che mi tormentano??”

“Nossignuri, dottori, è la rialtà riali e concreta. Un’ecatombi mai vista nè sintuta!!”

Va bene, senti, chiamami Livia al tilèfono.

“Io non ce lo chiamo il signori Allivia”.

“Cataré’, ma ti sei rimminchionito tutto d’un colpo? Chiamami Livia a Boccadasse.”

“Ah, dici la so’ zita? Non arrisulta possibbili in quanto anch’ella defunse e attròvasi morta cadavere putrescente. Ah, dottori, dottori…”

Montalbano sinni stitti quàlichi minuto assittato su una seggia a riflettere se fosse tutto vero o se fosse invece lui e non Catarella ad essersi rimminchionito.

“Catarella, ma tu stai bene, almeno??”

“Tanticchia, dottori. Ma a sera sarò defunto macari iu. E pure vossia. ‘Ccà non c’è più nuddru, dottori. Il dottori Pasquano, Galluzzo, Adelina, la signura Ingrid, bonànima… non potrà manciari nemmeno da Enzo, che attròvasi allittato in punto di addiventare macari iddru catàfero sticchito.”

Ma che era, la rubrica dei necrologi di Televigàta? Montalbano s’arricordò per un momento di “Pinocchio”, quando il burattino va alla casa della Fata dai capelli turchini, e trova tutti morti. Ma non era cascione di fare troppi riferimenti littirari.

Gli vinni una fitta gelida al vrazzo mancino, come un principio di sintòmo.

“Egli è -riprese Catarella come avrebbe detto lo stesso Collodi- che il Maestro e Dottori e Profissori Andrea Camilleri, detto Nené, nato a Vigàta il 6 settembri 1925…”

“Catarella, non ti mettere a fare l’ufficiale d’anagrafe come il compianto Fazio, vieni al busìllisi!!”

“Egli in quanto lui, dottori, ha smesso di sognare a tutti quanti noiàutri. E noiàutri, in quanto frutto della so’ criazione, che sarebbi la fantasia stessa di lui medesimo, non esistiamo più! E io sono rimasto assùlo a guardare il commissariato in attesa che addivenisse vossia pirsonalmente di pirsona.”

Montalbano gli asciugò una lacrima furtiva.

Poi niscì. Sentiva il bisogno di fàrisi la solita passiata molo molo, ma tanto a casa non avrebbi attruvato nenti da manciari nè per il jorno nè per la sira. Tanto valiva arricarsi al vicino ufficio postali, dove Montalbano si fece dare un modulo per un tiligramma. Scrisse con grafia tremolante: “All’editore Sellerio – Palermo”. Pensò tanticchia e poi vergò sulla carta poche righe: “Si è compiuta la vita del Maestro Camilleri. Sono morto. Con deferenza, Salvo Montalbano”.

Pruì il modulo alla impiegata. Pagò con gli ultimi spiccioli rimastigli in tasca e si allontanò a passi sempre più incerti verso la casa di Marinella dove qualcuno lo vitti trasire, ma nuddru lo vitti nèsciri nelle ore successive.”

“Aveva un che di precursore”, dissi l’editore Sellerio, archiviando definitivamente il telegramma che gli avevano consegnato.

La dura realtà del “caciucco”

Sono tempi veramente duri se la più prestigiosa rivista di cucina che abbiamo in Italia (“La cucina italiana”) nella sua versione on line titola “Caciucco” per “cacciucco”, ma è successo anche questo e credo che me ne andrò a piangere in un angolino per tutta la prossima settimana.

Il senso della Francia per Francesca Peirotti

Le autorità francesi (o allora? Oggi ce l’ho con la Francia, si vede) hanno recentemente conferito a Carola Rackete una medaglia per aver “salvato i migranti”. Lodevole. Ma si dà il caso che sia la stessa Francia che ha condannato a sei mesi di reclusione Francesca Peirotti (la Carola italiana) per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per aver introdotto otto clandestini in territorio d’Oltralpe, alla frontiera di Ventimiglia. Si è sempre tremendamente munifici a casa degli altri.

(fonte: Annalisa Chirico -eh sì- via Twitter)

Il senso della Francia per l’omeopatia

La Francia ha deciso saggiamente di sospendere i rimborsi per l’acquisto di prodotti omeopatici a partire dal 2021. L’Autorità per la salute (HAS) ha infatti stabilito che questi preparati abbiano una “efficacia insufficiente”, per cui la percentuale del rimborso dovuto passerà inizialmente dall’attuale 30% al 15% per arrivare a zero agli inizi del 2021.

In Italia, per fortuna, siamo in leggera controtendenza e nessun rimborso è dovuto a chi sceglie di curarsi con l’omeopatia. Un po’ perché $oldi non ce ne sono, un po’ perché non è possibile rimborsare alcunché a chi decide di curarsi con acqua e zucchero pagati a peso d’oro. L’omeopatia dovrebbe sparire dai circuiti farmaceutici in cui, pure, si vendono caramelline e zuccherini di svariata natura, ma almeno il cliente finale sa di che cosa si tratta. L’omeopatia si spaccia per “medicina”, ovvero come un preparato in grado di risolvere o, semplicemente, curare una determinata sintomatologia. Si basa sul famoso “effetto placebo” e non ha nessuna efficacia scientificamente provata conclamata. Si può, dunque, vendere il nulla (a Napoli vendono scatole vuote con la scritta “Aria di Napoli” e non ci trovo nulla di male). Ma non nelle farmacie, per favore. Nelle farmacie si va perché si sta male veramente e si ha bisogno di una buona dose di chimica che funzioni (e senza dubbio i farmaci tradizionali funzionano più e meglio di quelli omeopatici).

Dunque un applauso ai nostri cugini d’Oltralpe (che tuttavia finora hanno impiegato una consistente quantità dei denari che fanno parte della sanità pubblica per rimborsare un terzo delle spese sostenute dai cittadini in preparati omeopatici -per favore, chiamiamoli con il loro nome, non “farmaci”, non “rimedi”, ma “preparati”-), e se non state bene non esitatead andare dal medico e ingoiare le pillole che vi prescrive. Nell’acqua succussa fino a 200 e più volte non ci sono dinamizzzazioni. Semplicemente non c’è nulla.

(fonte della notizia: “Presa Diretta” via Facebook)

M49: ora vi càa l’orso!

(immagine tratta dalla versione inglese di Wikipedia)

E tutti gli dànno la caccia. Lui invece ce l’ha fatta a buggerare i suoi carcerieri, a oltrepassare una rete elettrificata alta 4 metri, a uscirne indenne e a vagare libero e apparentemente indisturbato per i dintorni. E’ l’orso M49. Perché nessuno ha ancora pensato di dargli un nome. Che so, “Papillon”, tanto per ricordare un personaggio di fantasia che della destrezza nel crimine aveva fatto un segno che lo contraddistingueva. Sarebbe stato quanto meno più carino. Invece nulla. L’orso non si trova e sono tutti giàcendo fare una figura di melma a chi era incaricato della sua custodia. Il quale, incazzato, adesso se lo avvista lo ammazza. Ma hanno già cominciato ad ammazzarlo negandogli il nome, chiamandolo con la sigla di un microchip, come un asteroide, o un pezzo di ricambio di una lavatrice. Triste fine per un orso. Fine peggiore per i politici che lo hanno amministrato. lì con i fucili puntati per farlo secco alla prima marachella compiuta perché, si sa, un animale in libertà è pericoloso (non dicono “noi non siamo riusciti a proteggerlo e a proteggere la comunità”, no, dicono “è pericoloso”), di una pericolosità conclamata, per cui va ucciso, sterminato, cancellato dalla faccia della Terra, ha osato raggiungere la sua libertà sfidando le altissime protezioni ad altissima tecnologia altissimamente predisposte perché non rompesse i coglioni. E invece c’è riuscito. Facendo fare una figura di melma a chi era incaricato della sua custodia. Il quale, incazzato, adesso se lo avvista lo ammazza. Ma hanno già cominciato ad ammazzarlo negandogli il nome, chiamandolo con la sigla di un microchip, come un asteroide, o un pezzo di ricambio di una lavatrice. Triste fine per un orso. Fine peggiore per i politici che lo hanno amministrato.

Paola Taverna: “Oggi ho preso il mio ultimo 30 a Sociologia dei fenomeni politici”

Sulla Luna? Sì, ci siamo andati. Ma ora anche basta.

Quando avevo 5 anni, una notte, mia madre, con la delicatezza che la contraddistingueva, mi svegliò dal mio sonno ignaro di quello che stesse succedendo al di fuori del mio candido lettino e mi offrì una goccia di spumante. L’uomo era arrivato sulla Luna e aveva cominciato a muovere i suoi primi passi sul suolo del nostro satellite.
Evviva! Da quel momento lì capii due cose. La prima era che lo spumante è buono. La seconda è che eravamo andati sulla Luna e che su questo non c’era alcun dubbio. Due verità incontrovertibili che non ho mai messo in dubbio in vita mia.

Non mi sono mai interessato di roba spaziale. L’unica volta che l’ho fatto è stato per comunicare che una “intervista” all’astronauta Samantha Cristoforetti è stata contraddetta dalla stessa interessata e ci ho guadagnato una querela e una iscrizione nel registro degli indagati. Per il resto astronauti, razzi, missili, circuiti di mille valvole, stelle, satelliti, meteoriti, assenza di gravità, libri di cibernetica, insalate di matematica mi hanno sempre annoiato e ho sempre avuto una grande e sincera ammirazione verso chi perde il suo tempo a discuterne.

Ma mi ha colpito questa notizia: un blogger del Fatto Quotidiano on line, tale Ivo Mej, ha pubblicato recentemente un articolo dal titolo “Insomma, sulla Luna ci siamo stati o no?” in cui premete chiaramente e senza ombra di dubbi che “la mia personale opinione è che no, sulla Luna non si saremmo mai potuti andare con la tecnologia degli anni 60, tant’è vero che non riusciamo ad andarci neanche oggi.
Una personale opinione, dunque. Ivo Mej alle prove sull’allunaggio non ci crede. Punto. Non è compito nostro stabilire se sia un bene o se sia un male, è una sua personalissima opinione, come quelle che appaiono in centinaia e centinaia di blog. Lui, al contrario di me e di tanti altri, non ci crede. E lo scrive, lo dice. Fa nomi, cognomi, cita circostanze. Dà un sostegno alle sue tesi. Tesi che, ripeto, ognuno è libero di condividere o non condividere.

Fa nomi, dicevo Ivo Mej. Uno è quello del “solito Paolo Attivissimo, di nome e di fatto nel tentare di intorbidire le acque della vicenda lunare.” E qui sta la sua piramidale “colpa”, quello che non doveva fare. Perché, si sa, a debunkare i debunker, poi, se ne pagano le conseguenze. E infatti il “solito” Paolo Attivissimo, che vanta dalla sua la pubblicazione di un libro intitolato “Luna? Sì, ci siamo andati“, distribuito gratuitamente -non si sa se per disinteressse delle case editrici o espresssa volontà dell’autore-, ha scritto un articolo sul suo blog dove per prima cosa fornisce l’indirizzo web a una copia dell’articolo di Mej salvata su archive.org, definendola “una copia permanente che potete consultare senza regalare clic, visibilità e incassi alle testate che diffondono baggianate irresponsabilmente.
Poi passa a definire “tesi complottiste”, “baggianate”, “fandonie” e financo “supercazzole” (lui che sta attento alle virgole, alle traduzioni discutibili da e verso l’inglese, dovrebbe sapere che si dice “supercàzzore” e non “supercàzzole”, nei commenti del suo blog glielo hanno anche fatto notare con tanto di citazione da Wikipedia -la Bibbia dei suoi adepti-, ma lui fa spallucce) gli elementi che Mej porta a sostegno delle proprie tesi.

Ma fin qui, gli si potrebbe riconoscere quel minimo di eleganza che sta nel replicare all’avversario senza minimamente far riferimento a quel virgolettato che lo riguarda. Poi, a un certo punto dell’articolo, inspiegabilmente, spunta fuori Peter Gomez, il direttore del Fatto Quotidiano On Line. La sua colpa? Quella di aver ospitato delle opinioni. Che come tali si sono presentate e tali restano. A leggere quello che scrive Attivissimo non ci si capisce niente, per cui vi riporto gli estremi della discussione:

Scrive Attivissimo su Twitter: “Chiedo a @petergomezblog se intende rettificare le falsità scritte da @ivomej a proposito degli allunaggi sul @fattoquotidiano.
Qualcuno gli risponde: “E perché? Mica è un giornalista,
Replica indefesso il Superlativo: “Scrive su una testata giornalistica. Esiste l’obbligo di rettifica, in capo al direttore responsabile. Come da regole dell’ODG.
E allora è qui che subentra Peter Gomez: “No è un blog ospitato. Non condivido l’opinione, ma è innocua. Se negasse l’AIDS o l’Olocausto non sarebbe stata ospitata. Ma se uno dice io non credo all’allunaggio è libero di farlo. Altrimenti chi è ateo dovrebbe pretendere rettifiche da a chi parla di Dio o di miracoli.

Non fa una piega. Peter Gomez sarà pur padrone di ospitare sulla sua piattaforma digitale opinioni di chi crede o non crede all’allunaggio. Ma è qui che Attivissimo si inalbera: “Mej non si è limitato a dire “non credo”. Ha fatto accuse precise. Ha scritto balle conclamate (l’obiettivo di Kubrick). Insinua che gli astronauti italiani siano allocchi, visto che loro dicono che sulla Luna ci siamo andati. Difendi anche questo?” “Per non parlare di questa insinuazione nei miei confronti: ” il solito Paolo Attivissimo, di nome e di fatto nel tentare di intorbidire le acque della vicenda lunare.” Difendi anche queste diffamazioni?” “Questo non solo è diffamatorio, ma è anche falso nei fatti, visto che ho scritto un intero libro per chiarire come andarono le cose.”

Insomma, secondo Paolo Attivissimo scrivere di lui che tanta di “intorbidire le acque della vicenda lunare” è diffamazione, mentre se lui chiama “baggianate”, “supercàzzole”, “fandonie” le tesi altrui questa è sacrosanta verità. Ha scritto un libriccino in cui ha “chiarito” (con tanto di sottolineato) come sono andate le cose, e allora che cosa poteva mai fare Peter Gomez? Peter Gomez, che è un gentiluomo, gli ha fatto una proposta: “Paolo il problema è che è sfuggita la critica nei tuoi confronti e non doveva accadere. Domani se credi ti intervisteremo volentieri. In blog che dice di avere un’opinione controcorrente non c’è verifica perché la premessa è chiara: il blogger dice è una mia opinione contraria.” Gli offre, cioè, un’intervista (mossa che Attivissimo stesso definiste “astuta”, attenzione, non “generosa”, “riparatrice”, “comprensibile”, ma “astuta”, cioè “acuta, accorta, avveduta, dritta, furba, (pop.) ganza, ingegnosa, sagace, scaltra, smaliziata, sottile”, secondo quanto riportato dal Vocabolario Treccani dei sinonimi e contrari. Ma Attivissimo controreplica indignato: “Mi stai proponendo seriamente di regalarti clic pubblicitari con il mio lavoro? Geniale, a modo suo, ma anche piuttosto triste. Grazie, ma non mi interessa essere intervistato. Non sono io l’oggetto del contendere e non mi interessa apparire. Pubblica semmai i fatti, che puoi chiedere a qualunque esperto, e rettifica le fandonie. E capiamoci: quelle non sono “opinioni”. Sono accuse.” E qui Attivissimo sbaglia clamorosamente il tiro in una porta vuota: potrebbe correggere nel merito le opinioni di Mej (o le “accuse”, se a lui piace di più), pubblicare le sue controdeduzioni sullo stesso mezzo in cui sono state pubblicate le “accuse” medesime, ristabilire l’ordine delle cose. Ma basta saper attendere e il giorno dopo aver fatto il gran rifiuto a Gomez, Attivissimo rilascia (successivamente a Mej) una intervista a Radio Capital, che ha un sito web, che ha dedicato alla sua presenza come ospite una pagina sul proprio sito web, che riceve, evidentemente, dei clic da parte di chi volesse acquisire ulteriori informazioni o riascoltare il podcast. Sono andato a cercarla, e su Capital.it ho trovato pubblicità alla Jeep e all’Esta-Thè. Proprio nel riquadro che offriva l’audio con l’intervista a Paolo Attivissimo che, questa volta, non sembra lagnarsi troppo del fatto che l’emittente sfrutti il suo nome e le sue conoscenze per avere dei clic, pubblicitari o meno che siano. “Non mi interessa apparire.” Beh, Attivissimo segnala 86,284,099 di visualizzazioni del suo blog al momento in cui sto scrivendo questo articolo, il suo account Twitter conta 409.000 Followers (ma sono solo 1331 quelli su Instagram), è conduttore di una rubrica radiofonica su un canale dell’emittente svizzera, autore di libri (più o meno gratuiti), giornalista (almeno lui si definisce così) e viene a dirci che non gli interessa apparire? Per carità, liberissimo, lo dica pure. Semplicemente ci prendiamo la libertà di non credergli. Infatti è andato a battibeccare con Mej su Radio Capital. Forse non gli interessava apparire sul Fatto Quotidiano. Posizione anche queste rispettabile, se solo avesse avuto la bontà di dircelo.

E la storia vòlge al suo epilogo, ormai. Fabrizio Bocchino, direttore INAF-Osservatorio Astronomico di Palermo, scrive una lettera “aperta” (ma non ho il permesso di ripubblicarla, quindi mi limiterò a poche e significative citazioni) al Fatto Quotidiano, nella persona dello stesso Peter Gomez e all’ordine dei giornalisti in cui, dopo aver stigmatizzato un tweet del Direttore (“La gravità delle Sue affermazioni è di gran lunga superiore alle farneticazioni del giornalista Mej, il cui blog contenente l’articolo in questione è ospitato fra le pagine del Suo quotidiano, sulle quali non mi dilungo non valendone la pena.“) passa a una (a mio giudizio pericolosa) equiparazione (“Lei conclude paragonando l’allunaggio ad un atto di fede, al quale ognuno di noi è libero di credere o non credere, così facendo delegittimando con un tratto di penna anni e anni di studi di ingegneria, di astronomia, di meccanica portati avanti con dedizione da scienziati di tantissime discipline (…)”) e finisce per deferire il giornalista (Peter Gomez, si badi bene, non l’autore dell’articolo del blog) all’Ordine dei Giornalisti (“Per questa ragione, io credo che ci siano gli estremi per deferirLa all’Ordine dei Giornalisti, alla quale io invio questa mia email come segnalazione da semplice cittadino (…)“).

Mazziato dunque a dovere, Gomez dovrà rispondere di aver pubblicato delle opinioni. E’ il triste destino di chi si trova a scontrarsi coi tanti paoliattivissimi della rete.

OK, Carola!

Foto tratta da: www.globalist.it

“Ok! Ca-ro-la!” Era una vecchissima e dimenticata gag (ma più che una gag è stata un tormentone) dei Brutos, ammesso che io mi ricordi bene.

Ma serve a poco. Carola Rackete è una donna straordinaria che, consapevole delle conseguenze di quello che stava per fare, lo ha fatto. E’ riuscita a far attraccare al porto di Lampedusa la Sea Watch nonostante i divieti della Guardia di Finanza e a far cominciare lo sbarco degli immigrati che sulla nave stavano arrivando a condizioni di vita che ormai non potevano più nemmeno essere definite tali. Perché il senso di umanità prevale, o dovrebbe prevalere sempre sulle leggi nazionali. Se per salvare la vita a una persona dovessi commettere un reato non avrei nessun problema a commetterlo. E Carola Rackete, sulla sua nave e sotto la sua responsabilità, di vite umane da salvare ne aveva una quarantina.

Carola Rackete è stata dapprima iscritta nel registro degli indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, e successivamente arrestata (e posta ai domiciliari, come se questa fose una consolazione) per resistenza o violenza a nave da guerra. Ora, io di queste cose ne capisco poco, ma cosa vuol dire tutto questo, che a una nave di una ONG che entrava (sia pure suppostamente violando una legge dello stato) è stata opposta l’azione di una nave DA GUERRA?? Cioè, la violazione di una norma penale in tempo di pace può essere considerata un atto di guerra e quindi contrastata con gli stessi mezzi?? Ma l’Italia non era quella che ripudiava la guerra come misura di risoluzione delle controversie internazionali? Cioè, questa ha a bordo della sua caffettiera una quarantina di disgraziati senz’acqua che rischiano di buttarsi a mare dalla disperazione e noi le andiamo incontro con una nave da GUERRA??

“Le ragioni umanitarie non possono giustificare atti di inammissibile violenza nei confronti di chi, in divisa, lavora in mare per la sicurezza di tutti”, ha affermato il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio. Ma allora io non solo non ci capisco più nulla, ma credo che a questo punto neanche le parole abbiano più un senso, perché ammesso che quella della Rackete sia stata una azione di inaudita violenza nei confronti dei solerti militari che lavorano per mantenere e garantire la sicurezza alla comunità degli italiani che vivono a Lampedusa, allora io non riesco più a qualificare l’azione di chi lascia al largo delle nostre coste una nave con un carico umano giunto ormai allo stremo delle forze, negando il permesso di attraccare sulle nostre coste nonostante svariati paesi dell’Unione si siano già offerti per farsi carico dell’accoglienza delle persone da sbarcare.

Navi da guerra, dunque. Accuse su cui, quanto meno, è possibile procedere con la cutela del dubbio. E nel dubbio vogliamo Carola Rackete libera. Subito.

Il blog resti così com’è

Senza essere perdonati, liberati dalle conseguenze di ciò che abbiamo fatto, la nostra capacità di agire sarebbe per così dire confinata a un singolo gesto da cui non potremmo mai riprenderci; rimarremmo per sempre vittime delle sue conseguenze, come l’apprendista stregone che non aveva la formula magica per rompere l’incantesimo

H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 2005, p. 175

  • E’ bene che il blog resti così com’è. Nessun aggiornamento per un periodo di tempo indeterminato. Nessuna modifica, nessuna cancellazione o aggiunta. Sì, è successo qualcosa. Ma non posso parlarvene, ora e qui. Lo farò se e quando mi sarà possibile. Ci sono tanti argomenti sui quali vorrei e potrei darvi il mio parere. O sui quali, più semplicemente, vorrei parlare. Ma è bene che tutto resti com’è per poter andare avanti quando e come sarà. Con questa riflessione gattopardesca mi congedo per un (bel) po’ di tempo, nella speranza che sia sempre più breve il trascorrere dei giorni che ci separano da un nuovo post.

Licenza di uccidere

E così il Presidente della Repubblica ha firmato, sia pure con una noticina a margine indirizzata alle Camere, la legge sulla cosiddetta legittima difesa. Non poteva certo non firmarla, a meno che non presentasse una manifesta incostituzionalità (ma non è detto che l’incostituzionalità non sia non manifesta, che abbia, cioè, bisogno del vaglio della Consulta), ma gli effetti di questa legge rischiano di essere devastanti. Il primo concetto da sgangherare è quello secondo cui la difesa è SEMPRE legittima. Col cavolo. Se un ladro mi scardina la finestra non posso sparargli ad altezza d’uomo solo perché mi trovo in uno stato di “grave turbamento” dal suo gesto. Che cavolo di turbamento può suscitare la forzatura di un infisso? Certo, c’è sempre la paura, la volontà di difendere la “roba” (Giovanni Verga al confronto diventa una barrocciata di bucce di cocomero), ciò che è nostro dal pericolo dell’extracomunitario un po’ mariuolo che viene in casa nostra e ci scassina due maniglie. Ma non è che si può ammazzare, sparare, e, comunque, restare impuniti solo perché si ha paura. E’ stata eliminata, con questa legge, quella proporzionalità tra offesa e difesa che faceva delle norme precedenti un faro della nostra legislazione. E che dire dell’altro concetto giuridico preso a schiaffatoni da questa legge prepotente ed autoritaria, quello per cui si legittima la difesa personale, dando licenza al cittadino a farsi giustizia per conto proprio, mentre la giustizia, l’ordine pubblico, il ripristino del senso di proporzionalità tra il danno e la pena spettano esclusivamente allo stato. Il cittadino, se vuole ammazzare un suo simile, ancorché ladro, ne dovrebbe pagare le dovute conseguenze. “Legittima difesa”, dunque, non può esistere sempre e comunque, è un concetto che fa della vendetta sommaria una legittimazione ad esistere e non una legittimazione a desistere. Al pubblico ministero che ti interroga durante le indagini (perché se qualcuno va all’altro mondo, delle indagini ci devono essere per forza) puoi sempre dire che eri in stato di grave turbamento, perché magari dormivi nella tua botteguccia con la paura che venissero i négher a portarti via il valesente, i schèi, a danneggiare la tua figura di onesto negoziante e commerciante con la pistola (con la pistola sì, ma regolarmente detenuta, sia ben chiaro) pronto a sparare al primo che si avvicina alla tua proprietà, per il bene tuo, della società (è sempre buona cosa togliere una similante feccia dalla faccia della terra, nevvero?), della tua famiglia e della tua impunità. Un governicchio fatto soprattutto da incapaci, quando va bene, ha legittimato questi modelli e ne sta legittimando molti altri, portandoci via quel briciolo di democrazia e legalità che ancora ci era rimasto, facendoci credere che sia normale ciò che, invece, normale non è. Ma sì, ammazzate, ammazzate pure.

E ricordate che…

…una Pasqua senza Silvia Romano e con la prospettiva della chiusura di Radio Radicale NON è una buona Pasqua.

Ho detto.

Buona Pasqua

Il sessantotto secondo Ratzinger

Quando il papa emerito Joseph Ratzinger, alias Benedetto XVI, fece il gran rifiuto, so ripropose di vivere il resto della sua vita in obbedienza al suo successore e in preghiera. Lodevole intento. Solo che giorni fa deve essersi accorto di essere ancora felicemente e augustamente papante e ha pubblicato, per una rivista culturale tedesca, uno scritto corposissimo -segno evidente e tangibile della vivacità della sua attività intellettuale e della sua già citata papanza- in cui, in estremi $oldoni, identifica l’origine del dramma della pedofilia nella Chiesa con la decadenza morale del sessantotto. Ora, è chiaro a chiunque che i casi di “particolare attenzione” sessuale su minori da parte di sacerdoti e ministri di culto sono vecchi come il mondo e che non ci siamo svegliati una mattina del sessantotto per ritrovarci con tutta una serie di indegnità morali riprovevoli e schifose. C’è chi è pronto a testimoniare di aver subito vuolenze fisiche, psichiche e spirituali anche negli anni che vanno dal primissimo dopoguerra al boom economico, quando queste attenzioni morbose sui minori da parte di qualche pretaccio laido e privo di morale venivano considerate all’ordine del giorno e perfettamente “normali”. Si faceva ma non se ne parlava, in un clima di cupa e dolorosa omertà. Se qualche prete veniva pizzicato con le mani nelle mutandine di un bambino, il massimo che gli potesse capitare era essere confinato in qualche paesino di montagna dove poteva continuare a svolgere indisturbato le sue azioni schifose. Il sessantotto, buon per lui, non c’entra proprio un accidente di niente. Anzi, se c’è un merito di quell’anno formidabile è stato proprio quello di dare vita alla liberazione dai tabù sessuali. Finalmente di sesso si poteva parlare. Magari uno non ne parlava esattamente nella propria famiglia di origine (si era pur sempre nella sempiterna prima repubblica cristianuccia e bigottella) ma magari con i compagni (anche in senso politico), con gli amici, con chi si aveva intorno e a portata di mano, tanta era la sete di conoscenza e la voglia di sapere e sperimentare. Di sesso, dunque, e di tutte le sue sfaccettature e brutture si poteva finalmente parlare, discutere, confrontarsi. E denunciare. Per cui se qualcosa ha fatto il sessantotto è stato proprio il dare la possibilità a tutti di far venir fuori gli scandali, di far scoppiare i sozzi bubboni sottesi alla facciata perbenista e ipocrita della Chiesa, di affermare la propria identità come esseri sessuati e con una rinnovata padronanza di sé. Il sessantotto, tra i meriti che ha -e ne ha indubbiamente più d’uno- è stato il più grosso momento di autoanalisi collettiva che la storia recente ricordi. Non ci venga a raccontare bùbbole il Papa Emerito e cerchiamo di rimettere le cose al loro posto, ché a far degli errori storici si commettono delle gravi storture alla realtà e questo non è bello. In Australia, Stati Uniti, Irlanda, la pedofilia della Chiesa continua e assume punti di assoluta e completa rilevanza, e lì non c’è stato nessun sessantotto, fenomeno tipicamente europeo e segnatamente italo-francese. La Chiesa, attraverso la voce del suo rappresentante intellettualmente più significativo, ha perso una occasione magistrale per fare un mea culpa secolare ed evitare di dare la responsabilità ai soliti ammuffiti comunisti e/o comunismi. Peccato. Peccato davvero (in senso polisemico, si intende).

La pietà e la passione

Nel segno della croce

E va bene, è il simbolo della cristianità europea, va bene anche che si sia raccolto in poche ore oltre un miliardo per la sua ricistruzione, va bene che il gallo che era alla sommità della guglia e che conteneva delle preziosissime reliquie si sia carbonizzato e addio Carmela, va bene perfino che la gente si ricordi del romanzo di Victor Hugo, del gobbo Quasimodo e di quella gran figa di Esmeralda, mi sta perfino bene che a qualcuno venga istintivamente in mente (non bisognerebbe combinare avverbi e sostantivi in rima baciata!) Riccardo Cocciante, ma che sia più importante l’incendio di Notre Dame di Parigi rispetto a quello di una favela in Brasile, magari unica e umile abitazione di una famiglia povera in canna, o che valga di più una pietra gotica di una cattedrale della vita di un povero disgraziato che scappa dal suo martoriato paese attraverso la Libia (bella situazioncina anche lì, sì…) e muore come uno stronzo attraversando un tratto di mare assassino, ecco a questo non ci credo. Quindi smettetela con la retorica di Je suis Notre Dame ché non ci fate una bella figura. Intanto perché nessuno vi ha dato fuoco, e poi perché i templi sono fatti per essere distrutti, non per sopravvivere al tempo. L’arte e la religiosità sono cose nobilissime ma Parigi val bene una messa all’aperto e quel che si distrugge si ricostruirà. Non sarà più lo stesso?? Pazienza, si può fare a meno di una simbologia forte se si ha il valore delle cose. Ormai il rogo della pur splendida Notre Dame non dovrebbe più stupire nessuno e le prime pagine dei giornali sono lì per ben altre tragedie. Resettiamo.

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