E’ uscito Aristotele al classico. Nooooo, e ora?

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E va beh, come seconda prova dell’esame di Stato è “uscito” (che poi a me questa moda di usare il verbo “uscire” in questo contesto mica piace tanto) un brano di Aristotele al classico.

E tutti a dire “Eh, ma Aristotele è uscito solo 3 volte in 40 anni”, applicando a una prova d’esame quell’atteggiamento deterministico e cabalistico che è tipico dei giocatori incalliti del Lotto (“il 14 non è uscito sulla ruota di Firenze da 120 settimane…”) o degli scommettitori degli eventi calcistici (“la Juventus non perde sul campo dell’Albinoleffe da 98 anni…” -e te credo!-). Poi si è detto che “la traduzione era difficile”. Può darsi. Ma è pur sempre un esame di Stato, su qualcosa andranno pure testate le capacità di questi candidati. E poi? Poi “Aristotele era inatteso”. E va beh, ma allora che cosa vi aspettavate, un compito per la costruzione di un ponteggio per un’opera di ingegneria idraulica? E’ il liceo classico, vivaddio, e Aristotele, come la metti la metti, è pur sempre Aristotele. Cioè materia per licei classici, appunto. Dice “Ma era noioso!” E certo, lo sanno tutti che leggere Aristotele corrisponde, spesso, all’equivalente di una pedata nei coglioni, ma non è mica detto che nella difficile arte del tradurre si debba sempre e per forza divertirsi!

Per cui Aristotele va bene, no? Ecco, direi proprio di sì (e zitti!)

O povero Salvini/è legato alle catene/queste son pene/per farlo morir…

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Il ritornello che ho messo come titolo di questo post è un vecchissimo girotondo (crudele come girotondo, lo ammetto) di quando ero bambino e andavo all’asilo. Si cantava all’indirizzo di quello che, nel giro, pagava pegno. Un po’ per commiserazione e un po’ per consolarlo.

Povero Salvini, dunque, che un giorno sì e uno no deve inventarsene una sempre più grossa per poter restare a galla e far sì che i social e la stampa periodica parlino di lui (come non importa, ovviamente): prima il rifiuto di quei 600 e passa disgraziati della Aquarius, poi il censimento dei ROM, oggi la storia della rivalutazione dell’opportunità di concedere ancora o meno la scorta a Roberto Saviano. Guardate che è una bella fatica, sapete? Perché poi la gente ti critica e alle critiche devi riuscire a far fronte al meglio, magari mandando bacini qua e là (come fa su Twitter) e dispensando sorrisoni innocenti come quello che fa solo il bene degli italiani.

Povero Salvini, vuole rivedere la scorta a Saviano e nessuno lo capisce. Il mondo è popolato di brutti cattivi comunisti che pensano perfino che a un cittadino sia necessario dare una scorta a prescindere dalla sua collocazione politica, dal suo pensiero ideologico e dalla sua simpatia personale o meno (e ammettiamo tranquillamente, assieme a Salvini, che Saviano è una persona antipatica, ma non è revocando la sua scorta che lo si renderà più apprezzabile ai nostri occhi, o che sopporteremo meglio le sue esternazioni).

Io non so quanti dei miei soldi devoluti allo Stato sotto forma di tasse vadano a coprire le spese per la protezione di Saviano. So solo che mi fa piacere pagarli perché poi Saviano lo voglio poter contestare di persona o sul mio blog. A me la gente serve viva. Dei morti cosa me ne faccio?

Ma lasciatelo stare, Salvini, poverino. Lavora per noi e si preoccupa di quel che è giusto. Queste son pene.

Paola Regeni in sciopero della fame tra l’indifferenza generale

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E’ assolutamente scandaloso che l’iniziativa di Paola Regeni, la madre di Giulio, il ricercatore friulano barbaramente trucidato in Egitto, di entrare in sciopero della fame per protestare contro l’arresto di Amal Fathy, sia caduta nella più bieca indifferenza generale.

Dopo che era stata annunciata, e dopo che aveva raccolto un generale plauso, le agenzie di stampa e i siti web dei quotidiani nazionali hanno smesso di occuparsene, preferendo, evidentemente, i curricula vitae un po’ gonfiatini del Presidente del Consiglio incaricato Conte, che sembravano costituire la notizia del giorno in quel preciso momento in cui tutta l’informazione sembrava virata sugli stessi argomenti.

Uno sciopero della fame è una cosa seria e grave. E’ una delle pochissime forme di protesta veramente efficaci che io conosca. Pacifica, nonviolenta, ma nello stesso tempo ferma e determinata. Il soggetto che lo mette in atto è senziente, vivente e nello stesso tempo morente un po’ per giorno davanti all’ingiustizia.

E’ c’è bisogno di donne così in Italia. E proprio perché c’è bisogno di donne così che non ne parla nessuno. Ha avuto più risalto sui giornali la notizia dell’esclusione di Eleonora Brigliadori da Pechino Express per le esternazioni sul cancro della Toffa che questo sciopero della fame per la solidarietà e la verità che, da quello che ho sentito, si può fare a staffetta e potrebbe coinvolgere, quindi, più di una coscienza civile.

Con la morte della madre di Ilaria Alpi, che se n’è andata senza la verità sull’omicidio della figlia, l’unica madre coraggio rimasta ancora a lottare (e chissà quanta verità le verrà ancora negata!) è la mamma di Giulio Regeni.

Per favore, facciamo qualcosa affinché la sua protesta e il valore della sua lotta quotidiani non vadano sprecati.

Federico Maria Sardelli bannato per un mese da Facebook

(cliccare sull'immagine per ingrandirla)

(cliccare sull’immagine per ingrandirla)

L’altro ieri mi è giunta una notizia che mi ha fatto rimanere un po’ stercofatto o “cacino” per dirla alla livornese. Non è nulla di che. Il Poeta direbbe che “non vale due colonne su un giornale”, ma forse è proprio per questo che la ospito.

Federico Maria Sardelli è stato bannato per un mese da Facebook per via di un contenuto non consono (non si sa bene perché) alla politica di Zuckerbndfg.

Ecco, si riassume il tutto in poche e desolate parole. Il “contenuto” di cui parlo è quello di cui all’immagine che accompagna queste brevi noticine, una sorta di “meme” (parola bruttissima che i Facebookari usano a chilate ogni giorno) e che ha come massimo dell’offensività, se proprio si va a vedere fino in fondo, il termine “babbei”. Sono solo opinioni critiche. Forti? E sia, la critica non guarda mai alla forza con cui sferra il colpo, la critica è tale proprio perché travalica il senso dei fatti. Sono opinioni (e chiunque cliccando sull’immagine per ingrandirla può leggerle a suo bell’agio) di una persona che può permettersi questo ed altro, essendo Federico Maria Sardelli, oltre che un caro ex compagno di scuola (e, conseguentemente, compagno di una vita), un direttore d’orchestra, compositore, disegnatore, vignettista, fine umorista, esperto dell’opera di Vivaldi, filologo musicale, pittore, romanziere. E uno che è tutte queste cose insieme, le sue opinioni politiche può permettersi di dirle su Facebook, fuori da Facebook, in Italia e all’estero.

Ma attenzione, non sono solo l’autorità e l’autorevolezza di qualcuno a renderlo degno di rappresentare il suo pensiero su un mostro informatico come Facebook, quello possono farlo tutti, magari con un séguito minore, ma certamente a buon diritto. Quello che rende l’opera di Sardelli degna di stare dappertutto (e, quindi, anche su Facebook) è il fatto che non contiene assolutamente nessun tipo di linguaggio sconveniente o che travalichi quella che i giuristi chiamerebbero la “continenza”. Insomma, non c’è nulla di male in quello che ha scritto Sardelli, e secondo me su Facebook, dove, peraltro, siamo abituati a ben altre manifestazioni del pensiero e a opere di diffamazione e distruzione sistematica di questo o di quel soggetto, quelle parole e quelle immagini ci potevano stare. Ma Facebook non ragiona come noi. Anzi, probabilmente affida a qualche algoritmo della malora l’analisi complessa di quello che linguisticamente non può essere etichettato né etichettabile e poi tanto qualcuno ne farà le spese. E’ un assurdo macinino che non ha ragioni comprensibili e che, come i “vaghi de caffè” di un famoso sonetto del Belli, ogni tanto trascina a fondo qualche chicco per ridurlo in polvere. Non una polvere fisica, beninteso, ma una polvere destinata a costituire un silenzio forzato e inspiegato (nonché inspiegabile) a chi deve subire una punizione per una supposta stronzata che sa di non aver commesso (e che, in quanto “supposta” possono cacciarsi dove credono meglio).

A Federico Maria Sardelli solo tanta solidarietà e un pizzico di presa per il culo: o cosa pensavi che fosse, Facebook, l’Utopia di Tommaso Moro? Ovvia, giù, un te la piglià’ che fra un mese ce l’arracconti.

Ma Bassani chi?

Un fotogramma dal film "Il giardino dei Finzi-Contini" di Vittorio De Sica

Un fotogramma dal film “Il giardino dei Finzi-Contini” di Vittorio De Sica

E così stamattina è “uscito” Giorgio Bassani alla “Maturità”. Le domande che ci si pongono in questi casi, tanto per cambiare, sono sempre le stesse: “Chi era ‘sto Bassani?” “Cosa pensava?” “Cosa ha scritto?” “Quando è vissuto?” Per rispondere a qualcuna di queste non ci sono problemi, ci sono i cenni biobibliografici sulla traccia dell’analisi del testo (giusto quel minimo per orientarsi), ma quelle a cui non ci sono risposte sono le domande rimaste inespresse: “Oddio, mo’ chi è questo?”, “La prof. non l’ha spiegato, e ora come faccio??”, “Ma io mi aspettavo Baricco, com’è che non è uscito?”

Bassani, dunque, si insinua nella scia di almeno altri due suoi illustri predecessori, Claudio Magris e Giorgio Caproni, “usciti” negli anni scorsi, almeno nelle possibili reazioni degli alunni.

Premesso, dunque, che a spiegare Bassani (o Caproni, o Magris, o Baricco -ammesso che possa e debba essere spiegato-) non ci si arriva mai, e che chi arriva agli anni ’60 della nostra letteratura (anni in cui uscì “Il giardino dei Finzi-Contini”, il romanzo da cui è stata tratta l’analisi del testo di oggi), o è uno stakanovista, o è un sadico che gode mostruosamente a torturare i propri alunni, oppure è uno mostruosamente bravo (chapeau!), bisogna o bisognerebbe che gli alunni avessero prima di tutto un testo più semplice da analizzare e non ritrovarsi, come è stato il caso di questa mattina, con un termine come “longanimità” nella seconda riga, che, voglio dire, è una bòtta nei coglioni per chiunque, e poi tutti gli strumenti per poter analizzare un brano senza ricorrere a tutte quelle nozioni che si dovrebbero avere, come la vita, le altre opere, i riferimenti interni all’opera stessa, la psicologia dei personaggi, la data di pubblicazione, il movimento culturale a cui appartiene l’autore, come si rapporta l’autore con gli altri scrittori del suo tempo, se si è rifatto a qualcuno o ha tratto un’opera originale, e via di questo passo. Insomma, per farla breve, quella che viene chiamata la “contestualizzazione”. Può un frammento di un’opera vivere di vita propria nella cultura di un ragazzo senza questi elementi? La mia risposta è “No, semplicemente non può”, soprattutto se si richiede una “interpretazione complessiva” del brano con riferimento ad altre opere letterarie conosciute dal candidato.

E quindi un ragazzo che si sente disorientato davanti a un estratto del per nulla noioso Giorgio Bassani non ha che una reazione sana e comprensibile. Era difficile? Sì, era stramaledettamente difficile, perché Bassani è difficile, oltre che palloso (talmente palloso che il film di De Sica è assai migliore del libro da cui è tratto), e l’analisi del testo è materia seria e delicata. Ma queste son solo considerazioni, e ormai la giornata è finita.

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Filippo Nogarin ha perso il privilegio di essere livornese

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Filippo Nogarin, sindaco di Livorno, nei giorni scorsi ha perso un bene più che prezioso, la livornesità. Quella che io chiamo, con un latinismo neologistico, la “labronitas”. Ed è quanto di peggio posssa accadere a un livornese o, si veda il caso, a chi Livorno rappresenta con la sua carica elettiva.

Livorno è città di accoglienza da sempre. Non finirò mai di dirlo, a Livorno abbiamo i Valdesi, gli ortodossi, gli ebrei, la comunità olandese, quella inglese, e non so quanti altri rivoli, fiumi, ruscelli di culture diverse che convivono pacificamente nella stessa città, a suon di cacciucco, cinqueccinque e ponci. A Livorno siamo fatti così (o, meglio, lo eravamo fin quando io Livorno la frequentavo più da vicino, adessso, magari, le cose saranno un po’ cambiate anche lì) e quindi un Sindaco che pubblica un post su Facebook in cui scrive che il Porto della città è aperto ad accogliere la nave Aquarius col suo carico di miseria e povertà, e che questa disponibilità all’accoglienza è già stata comunicata al Ministro dei Trasporti e al Presidente della Camera, quel Sindaco, dicevo, non fa altro che compiere, con un gesto di apertura, la volontà di tutti i livornesi. Ed è lui stesso parte della sua città, perché davanti a uno scempio del genere, un livornese non potrebbe fare altro che spalancare le porte e il cuore a chi soffre, e a chi dice che i livornesi per la loro generosità ti metterebbero la casa in capo, con questo gesto rilanciano al raddoppio e in capo ti ci mettono la città intera.

Poi è successo qualcosa. Qualcosa che non sa più di ospitalità e apertura nei confronti di chi ha bisogno, ma che ha il sapore, piuttosto, di opportunismo politico e di fetide alleanze con i partiti più fascistoidi, xenofobi e razzisti del panorama parlamentare: quel post su Facebook è stato eliminato (per fortuna c’è sempre chi ha la buona, anzi, buonissima abitudine di farne uno screenshot). Perché? Perché non era compatibile con la linea generale del governo e in particolare con le trovate del Ministro degli Interni, quindi si torna indietro, non si fa più, tutto cancellato, annullato. Niente più solidarietà, niente più accoglienza, niente più porto aperto, niente più assistenza umana e materiale verso chi ha bisogno. Si torna indietro e ci si libera, così, di quella “labronitas” tanto cara, ma che in casi come questo può costituire un fardello gravissimo da portare.

E i livornesi?? Mah, ai livornesi fondamentalmente gl’importa una sega se il sindaco fa i pastrocchi su Facebook. Quello che duole, e duole molto, è l’opportunità persa di sentirsi ancora città, comunità, unità profonda di culture e spiritualità diverse. Per buttarglielo nel culo ai governanti e a chi li ha votati. E’ per questo che Nogarin dovrebbe solo dare le dimissioni da sindaco di una città che è altro da come si comporta, ma chissà se questo sarà compatibile con i diktat del governo.

Nuovi sottosegretari crescono: Carlo Sibilia

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Tra i nuovi sottosegretari che hanno giurato a Palazzo Chigi c’è anche Carlo Sibilia, che nel 2014 scrisse che lo sbarco sulla Luna è stato una farsa. Il tweet è ancora regolarmente disponibile in rete e ve ne offro uno screenshot recente. Insomma, secondo Sibilia, sulla Luna non ci saremmo mai andati.

Serena Riformato, una giornalista di Repubblica, lo ha definito in un suo articolo “Complottista immaginifico e maestro nell’arte del tweet incauto”. Sibilia è famoso per aver proposto il matrimonio tra specie diverse “purché consenzienti” (immagino sia desiderio di tutti sposarsi con il proprio canarino, o con un ippopotamo, o con un orang-utan, il problema è strappare loro il consenso) e per aver paragonato la vaccinazione obbligatoria prevista dal decreto Lorenzin a un TSO.

Ha il ricorso facile alla querela per diffamazione. Tra i destinatari dei suoi atti giudiziari ci sono Matteo Renzi (non so che esito abbia avuto questo ricorso), Elvira Santaniello (archiviata), Enrico Mentana (in corso), Ettore Ferrini (archiviata).

Adesso è sottosegretario al Ministero dell’Interno. O metteteci un po’ un toppino!

Maurizio Santangelo sottosegretario del cambiamento

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Maurizio Santangelo, senatore del Movimento 5 Stelle, nel dicembre 2015 ebbe a scrivere (e poi a rimuovere) su Twitter, che con “un po” (testuale, senza apostrofo) di impegno in più, l’Etna risolverebbe tanti problemi dell’Italia.

Oggi il senatore Santangelo è stato indicato tra i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio con delega ai rapporti con il Parlamento (alcune fonti su Internet riferiscono che la delega sia all’editoria, io mi baso su quanto dichiarato dall’interessato).

E’ il cambiamento che avanza, bellezze…

La bella persona di Federica Angeli

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Io fino a due ore fa questa donna non sapevo nemmeno che esistesse, figuriamoci chi fosse.

Lo so, sono un infingardo.

Poi su Twitter ho letto una notizia che la riguarda. E cioè che con quella di oggi fanno 105 procedimenti contro di lei per diffamazione vinti. Cioè, io per UN caso di presunta diffamazione mi sono letteralmente disperato per un anno e mezzo rovinandomi la vita e rovinandola a chi mi stava intorno, e questa ragazza del ’75, giornalista dal cuore puro, ne ha affrontate ben 105. E senza perderne nemmeno una (che, voglio dire, nella diffamazione ci è inciampato perfino Marco Travaglio). Che non è chiaro se siano esattamente 105 cause, 105 udienze, 105 processi, quanti siano andati in sentenza definitiva passata in giudicato, quanti in sede civile e quanti in sede penale, ma 105 è sempre un numero altissimo, superiore alla capacità di sopportazione di ogni essere umano.

Fa inchieste di cronaca nera e giudiziaria. Si è occupata delle relazioni tra la criminalità organizzata di Ostia e la pubblica amministrazione, e dal 17 luglio 2013 vive sotto scorta per essere stata minacciata di morte (alla sede del Fatto Quotidiano le è stata perfino recapitata una busta con una pallottola dentro). Dalle sue inchieste e dalle sue denunce sono scaturiti processi e operazioni di polizia giudiziaria.

Come minimo dovevo comprare un paio di suoi libri. Sono andato su Amazon e ho ordinato un vecchio titolo venduto ancora a poco più di 8 euro (avete mai trovato un libro di carta di normale distribuzione a meno di 9 o 10 euro? Io no). Si tratta di “Rose al veleno”, scritto insieme a Emilio Radice. Poi ho ordinato anche “A mano disarmata”, uscito quest’anno, ma su Amazon non lo avevano disponibile (son due volte che mi dànno buca!) e me lo fanno spedire da Hoepli. Facciano un po’ come gli pare, basta che arrivi e presto.

Perché una persona come Federica Angeli è una di quelle che vale la pena di essere incontrata. Ovunque.

Keep calm and love Aquarius

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In Italia c’è ancora chi si siede sul divano a guardare in televisione, su Sky, le notizie di RaiNews24 o del TgCom sulla situazione dei 629 disgraziati della nave Aquarius (dimenticando che sono canali che si vedono gratuitamente anche sul digitale terrestre, ma volete mettere? Pagarli fa più figo…).

Poi si alza, si infila una polo, un paio di pantaloni mediamente decenti, e va a votare Lega alle elezioni comunali.

Intanto la Spagna offre Valencia come città aperta all’accoglienza e il nuovo governo si è immediatamente dichiarato disponibile. No, tanto per dire che razza di trave c’è nelle mutande degli spagnoli e che pagliuzza risieda in quelle degli italiani.

Marco Travaglio e la scomparsa del fatto

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La notizia è un po’ datata, ma, come vi dico sempre io, questo non è un blog di informazione, in cui la tempestività è il primo requisito utile ed indispensabile, ma di opinione, e le opinioni si possono esprimere sempre e quando ci pare.

Ciò premesso, Marco Travaglio stavolta l’ha fatta proprio fuori dal vaso. Il 1 giugno scorso, in un editoriale che si intitola(va) “Meglio o meno peggio?” scriveva a proposito dell’appena nato governo Conte:

“Tutto se ne può dire, fuorché che sia peggiore di quelli degli ultimi 15 anni. Non c’è neppure un ministro inquisito o condannato, ed è la prima volta dal 1994.”

Ora, che questo governo non sia peggiore di quelli degli ultimi 15 anni è e resta una opinione di Marco Travaglio, legittima anche se non condivisa e condivisibile (difatti io non la condivido); ma il fatto che non ci sia neppure un inquisito o un condannato al suo interno è una notizia palesemente falsa. Io non sono un blogger di professione, non sono nemmeno un debunker di stato di quelli assoldati dalla Boldrini quando era Presidente della Camera, quindi non spetta a me corredare e confermare quanto sto dicendo. In fondo per essere debunker servono solo saper leggere e un accesso a Google, per cui potrete consultare la situazione giudiziaria dei neo-ministri in carica semplicemente cercandovela da soli o consultando Wikipedia, che è il più grande casellario giudiziale disponibile in rete, impietoso coi nemici e comprensivo con i simpaticoni.

Vedrete, giocando anche voi un pochino agli Attivissimi e ai Puentes de noàrtri, che quello che scrive Marco Travaglio non è affatto vero. E c’è da chiedersi perché e come Marco Travaglio cada in questo svarione, lui che è sempre attento al centesimale dell’affermazione giornalisticamente pura. Se la situazione delle condanne e delle pendenze penali degli interessati l’ho trovata io poteva benissimo conoscerla anche lui ed evitare di scrivere quella che è una solenne inesattezza (non è vero quel che ha scritto, ma è vero esattamente il contrario).

Questa è esattamente quella che Travaglio considera, in suo bellissimo libro (purtroppo assai poco reperibile) intitolato “La scomparsa dei fatti” come l’omissione del fatto per far trionfare l’opinione. Come se fosse l’opinione e non il fatto a contare e ad essere centrale nella dinamica dell’informazione.

Travaglio stavolta l’ha proprio cannata di brutto. E speriamo che si tratti solo di un caso grave ma isolato. Non vorrei dover assistere alla scoparsa dei fatti, quella vera, per l’esaltazione di questo governo che non ha assolutamente nulla di esaltante.

La Tecnica della Scuola copia da Wikipedia la biografia di Vincenzo Spadafora (M5S)

Oggi ho deciso di spezzare una lancia a favore di Wikipedia. Strano ma vero.

Dimostrare che qualcuno ha copiato da Wikipedia è fin troppo facile. Il web è pieno di pagine che riportano brani, frammenti, frasi, e voci intere tratte dall’enciclopedia libera più eclettica e singolare del mondo. Più difficile è andare a vedere da dove ha copiato Wikipedia (perché non è possibile che ogni voce sia il frutto di un contributo originale da parte degli utenti).

Fatta questa premessa, oggi ho deciso di giocare sul facile. Proprio ieri ho consultato il sito La Tecnica della Scuola (qui) che ha pubblicato un articolo intitolato “A capo del MIUR potrebbe finire il pentastellato Vincenzo Spadafora”. Nulla di male, è solo l’approfondimento di una ipotesi (infatti nel titolo si usa il condizionale). L’articolo riporta una sorta di biografia dell’aspirante ministro a cinque stelle, che riporta luogo di nascita, curriculum, titolo di studi, titolo di una pubblicazione e quant’altro. Ecco lo screenshot del brano citato:

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Dove sta l’inghippo? Semplice. Sta nel fatto che quel brano che ho evidenziato dal sito de La Tecnica della Scuola è stato ripreso pari pari da Wikipedia, senza citare la fonte e con una operazione di copia-incolla tratta dalla sezione “Biografia” della voce (piuttosto smilza, a dire il vero) dedicata a Vincenzo Spadafora. Ecco lo screenshot tratto da Wikipedia:

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Allora, la perfetta rispondenza dei due brani è dimostrata. Di ulteriore c’è da chiedersi se siano buon giornalismo e buona informazione quelli che attingono a piene mani da articoli e voci scritti da altri “appiccicando” brani e facendo di quelli che appaiono come articoli originali dei collages improponibili, ma, soprattutto, tanto facilmente sgamabili. Perché la cosa buffa di tutto questo, è che chi copia da Wikipedia lo fa tranquillamente e alla luce del sole. Io credo che copiare da Wikipedia sia una bruttissima abitudine, soprattutto per la scarsissima affidabilità della risorsa. Quindi personalmente preferisco non farlo. Ma se proprio uno vuole e deve farlo, obtorto collo, e perché proprio non resiste alla succulenta tentazione, allora che lo faccia alle condizioni imposte da Wikipedia. Solitamente è facile, basta citare, basta dire da dove è stato tratto quel brano, riportare un link, non avere scopi di lucro o di commercio sul contenuto veicolato, insomma, nulla di che. E’ giusto che sia così perché i contenuti di Wikipedia, buoni o cattivi che siano, sono di proprietà di Wikipedia ed è lei che decide che cosa gli altri possano farci o non possano farci.

Così si va avanti, con contenuti sempre più reduplicati e ridiffusi, a scapito di quelli originali. Un’informazione che potrebbe essere usata come un semplice “dato” e rielaborata in un contenuto successivo viene riportata tale e quale. La funzione di una enciclopedia (anche di una enciclopedia sgangherata e approssimativa come Wikipedia) è quella di fornire informazioni che costituiscono gli “ingredienti” per qualsiasi successiva rielaborazione, non dei contenuti precotti da riportare tali e quali in qualunque ulteriore ricetta culinario-giornalistica.

Ma è il giornalismo di oggi, bellezze, e che vi vada bene o no funziona così.

 

Per Rai Radio 2 Freddie Mercury è un artista con l’apostrofo

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In un Tweet di Rai Radio 2 Freddie Mercury è diventato “un’artista unico” con tanto di apostrofo. Lui che aveva un’estensione vocale inimmaginabile se lo poteva ben permettere, il servizio pubblico della Radio di Stato un po’ meno (Mama, didn’t mean to make you cry!)

Ora basta con questi post di errori diffusi, parliamo di altro.

L'”innoqua” Wikipedia

(screenshot da it.wikipedia.org)

(screenshot da it.wikipedia.org)

Mi ci sono messo di buzzo buono e ho cominciato a spulciare Wikipedia alla ricerca di svarioni, errori di ortografia, sintassi, grammatica, morfologia, logica e quant’altro faccia spettacolo. A dire il vero non ho intenzione di rompervi le scatole più di tanto con queste cose (mi sono un po’ stufato di scrivere su questi argomenti che alla lunga vengono a noja in primo luogo a chi scrive e per traslato a chi legge), però questa ve la racconto: alla voce riguardante la cucina siracusana (cui si deve il massimo rispetto, anche ortografico, evidentemente) si legge:

lo squalo palombo, che è innoquo per l’uomo, detto pisci palummu in dialetto siracusano

e devo dire che “innoquo” con la q da Wikipedia proprio non me lo aspettavo. Però c’è. Qui sotto la voce intera (errore compreso) così come rilasciata oggi dall’enciclopedia libera più malandata che ci sia:

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