Il blog resti così com’è

Senza essere perdonati, liberati dalle conseguenze di ciò che abbiamo fatto, la nostra capacità di agire sarebbe per così dire confinata a un singolo gesto da cui non potremmo mai riprenderci; rimarremmo per sempre vittime delle sue conseguenze, come l’apprendista stregone che non aveva la formula magica per rompere l’incantesimo

H. Arendt, Vita activa. La condizione umana, Bompiani, Milano, 2005, p. 175

  • E’ bene che il blog resti così com’è. Nessun aggiornamento per un periodo di tempo indeterminato. Nessuna modifica, nessuna cancellazione o aggiunta. Sì, è successo qualcosa. Ma non posso parlarvene, ora e qui. Lo farò se e quando mi sarà possibile. Ci sono tanti argomenti sui quali vorrei e potrei darvi il mio parere. O sui quali, più semplicemente, vorrei parlare. Ma è bene che tutto resti com’è per poter andare avanti quando e come sarà. Con questa riflessione gattopardesca mi congedo per un (bel) po’ di tempo, nella speranza che sia sempre più breve il trascorrere dei giorni che ci separano da un nuovo post.

Licenza di uccidere

E così il Presidente della Repubblica ha firmato, sia pure con una noticina a margine indirizzata alle Camere, la legge sulla cosiddetta legittima difesa. Non poteva certo non firmarla, a meno che non presentasse una manifesta incostituzionalità (ma non è detto che l’incostituzionalità non sia non manifesta, che abbia, cioè, bisogno del vaglio della Consulta), ma gli effetti di questa legge rischiano di essere devastanti. Il primo concetto da sgangherare è quello secondo cui la difesa è SEMPRE legittima. Col cavolo. Se un ladro mi scardina la finestra non posso sparargli ad altezza d’uomo solo perché mi trovo in uno stato di “grave turbamento” dal suo gesto. Che cavolo di turbamento può suscitare la forzatura di un infisso? Certo, c’è sempre la paura, la volontà di difendere la “roba” (Giovanni Verga al confronto diventa una barrocciata di bucce di cocomero), ciò che è nostro dal pericolo dell’extracomunitario un po’ mariuolo che viene in casa nostra e ci scassina due maniglie. Ma non è che si può ammazzare, sparare, e, comunque, restare impuniti solo perché si ha paura. E’ stata eliminata, con questa legge, quella proporzionalità tra offesa e difesa che faceva delle norme precedenti un faro della nostra legislazione. E che dire dell’altro concetto giuridico preso a schiaffatoni da questa legge prepotente ed autoritaria, quello per cui si legittima la difesa personale, dando licenza al cittadino a farsi giustizia per conto proprio, mentre la giustizia, l’ordine pubblico, il ripristino del senso di proporzionalità tra il danno e la pena spettano esclusivamente allo stato. Il cittadino, se vuole ammazzare un suo simile, ancorché ladro, ne dovrebbe pagare le dovute conseguenze. “Legittima difesa”, dunque, non può esistere sempre e comunque, è un concetto che fa della vendetta sommaria una legittimazione ad esistere e non una legittimazione a desistere. Al pubblico ministero che ti interroga durante le indagini (perché se qualcuno va all’altro mondo, delle indagini ci devono essere per forza) puoi sempre dire che eri in stato di grave turbamento, perché magari dormivi nella tua botteguccia con la paura che venissero i négher a portarti via il valesente, i schèi, a danneggiare la tua figura di onesto negoziante e commerciante con la pistola (con la pistola sì, ma regolarmente detenuta, sia ben chiaro) pronto a sparare al primo che si avvicina alla tua proprietà, per il bene tuo, della società (è sempre buona cosa togliere una similante feccia dalla faccia della terra, nevvero?), della tua famiglia e della tua impunità. Un governicchio fatto soprattutto da incapaci, quando va bene, ha legittimato questi modelli e ne sta legittimando molti altri, portandoci via quel briciolo di democrazia e legalità che ancora ci era rimasto, facendoci credere che sia normale ciò che, invece, normale non è. Ma sì, ammazzate, ammazzate pure.

E ricordate che…

…una Pasqua senza Silvia Romano e con la prospettiva della chiusura di Radio Radicale NON è una buona Pasqua.

Ho detto.

Buona Pasqua

Il sessantotto secondo Ratzinger

Quando il papa emerito Joseph Ratzinger, alias Benedetto XVI, fece il gran rifiuto, so ripropose di vivere il resto della sua vita in obbedienza al suo successore e in preghiera. Lodevole intento. Solo che giorni fa deve essersi accorto di essere ancora felicemente e augustamente papante e ha pubblicato, per una rivista culturale tedesca, uno scritto corposissimo -segno evidente e tangibile della vivacità della sua attività intellettuale e della sua già citata papanza- in cui, in estremi $oldoni, identifica l’origine del dramma della pedofilia nella Chiesa con la decadenza morale del sessantotto. Ora, è chiaro a chiunque che i casi di “particolare attenzione” sessuale su minori da parte di sacerdoti e ministri di culto sono vecchi come il mondo e che non ci siamo svegliati una mattina del sessantotto per ritrovarci con tutta una serie di indegnità morali riprovevoli e schifose. C’è chi è pronto a testimoniare di aver subito vuolenze fisiche, psichiche e spirituali anche negli anni che vanno dal primissimo dopoguerra al boom economico, quando queste attenzioni morbose sui minori da parte di qualche pretaccio laido e privo di morale venivano considerate all’ordine del giorno e perfettamente “normali”. Si faceva ma non se ne parlava, in un clima di cupa e dolorosa omertà. Se qualche prete veniva pizzicato con le mani nelle mutandine di un bambino, il massimo che gli potesse capitare era essere confinato in qualche paesino di montagna dove poteva continuare a svolgere indisturbato le sue azioni schifose. Il sessantotto, buon per lui, non c’entra proprio un accidente di niente. Anzi, se c’è un merito di quell’anno formidabile è stato proprio quello di dare vita alla liberazione dai tabù sessuali. Finalmente di sesso si poteva parlare. Magari uno non ne parlava esattamente nella propria famiglia di origine (si era pur sempre nella sempiterna prima repubblica cristianuccia e bigottella) ma magari con i compagni (anche in senso politico), con gli amici, con chi si aveva intorno e a portata di mano, tanta era la sete di conoscenza e la voglia di sapere e sperimentare. Di sesso, dunque, e di tutte le sue sfaccettature e brutture si poteva finalmente parlare, discutere, confrontarsi. E denunciare. Per cui se qualcosa ha fatto il sessantotto è stato proprio il dare la possibilità a tutti di far venir fuori gli scandali, di far scoppiare i sozzi bubboni sottesi alla facciata perbenista e ipocrita della Chiesa, di affermare la propria identità come esseri sessuati e con una rinnovata padronanza di sé. Il sessantotto, tra i meriti che ha -e ne ha indubbiamente più d’uno- è stato il più grosso momento di autoanalisi collettiva che la storia recente ricordi. Non ci venga a raccontare bùbbole il Papa Emerito e cerchiamo di rimettere le cose al loro posto, ché a far degli errori storici si commettono delle gravi storture alla realtà e questo non è bello. In Australia, Stati Uniti, Irlanda, la pedofilia della Chiesa continua e assume punti di assoluta e completa rilevanza, e lì non c’è stato nessun sessantotto, fenomeno tipicamente europeo e segnatamente italo-francese. La Chiesa, attraverso la voce del suo rappresentante intellettualmente più significativo, ha perso una occasione magistrale per fare un mea culpa secolare ed evitare di dare la responsabilità ai soliti ammuffiti comunisti e/o comunismi. Peccato. Peccato davvero (in senso polisemico, si intende).

La pietà e la passione

Nel segno della croce

E va bene, è il simbolo della cristianità europea, va bene anche che si sia raccolto in poche ore oltre un miliardo per la sua ricistruzione, va bene che il gallo che era alla sommità della guglia e che conteneva delle preziosissime reliquie si sia carbonizzato e addio Carmela, va bene perfino che la gente si ricordi del romanzo di Victor Hugo, del gobbo Quasimodo e di quella gran figa di Esmeralda, mi sta perfino bene che a qualcuno venga istintivamente in mente (non bisognerebbe combinare avverbi e sostantivi in rima baciata!) Riccardo Cocciante, ma che sia più importante l’incendio di Notre Dame di Parigi rispetto a quello di una favela in Brasile, magari unica e umile abitazione di una famiglia povera in canna, o che valga di più una pietra gotica di una cattedrale della vita di un povero disgraziato che scappa dal suo martoriato paese attraverso la Libia (bella situazioncina anche lì, sì…) e muore come uno stronzo attraversando un tratto di mare assassino, ecco a questo non ci credo. Quindi smettetela con la retorica di Je suis Notre Dame ché non ci fate una bella figura. Intanto perché nessuno vi ha dato fuoco, e poi perché i templi sono fatti per essere distrutti, non per sopravvivere al tempo. L’arte e la religiosità sono cose nobilissime ma Parigi val bene una messa all’aperto e quel che si distrugge si ricostruirà. Non sarà più lo stesso?? Pazienza, si può fare a meno di una simbologia forte se si ha il valore delle cose. Ormai il rogo della pur splendida Notre Dame non dovrebbe più stupire nessuno e le prime pagine dei giornali sono lì per ben altre tragedie. Resettiamo.

Radicali liberi

Io, da bravo radicale sui generis fin da quando votavo il partito di Pannella (che allora era un signor partito) ascoltavo, in modalità un po’ radical chic e in leggera controtendenza la rassegna stampa di Radio Tre, con gli interventi degli ascoltatori. Non ho mai seguito Stampa e regime di Radio Radicale perché la voce di Massimo Boldrin non mi piaceva e perché mi dava fastidio quello sfrusciar di fogli di giornale con quelle pause lunghe un chilometro che si sentivano a ogni pie’ sospinto nella trasmissione. Ma queste erano le mie scelte. Massimo Bordin era, certamente, molto più di questo. Era un esempio di liberalità e di libertà di analisi assoluta e se n’è andato in punta di piedi, per non disturbare i suoi ascoltatori, dopo 40 anni di rassegna stampa mattutina che sono ben più di una militanza politica, sono delle medaglie al valore. Bordin per molti era la voce del mattino che ti leggeva i giornali mentre andavi al lavoro in macchina. Era l’amico, il fratello, il familiare. Era come lo avvertivi perché era in un certo qual modo “tuo”. Era un qualcuno che ti apparteneva, come solo gli appassionati del mezzo radiofonico sanno sentire i nomi e i cognomi di persone che non hanno mai visto in volto. Massimo Bordin se n’è andato senza sapere come e di che morte morirà la sua Radio Radicale che per lui ha trasmesso il Requiem di Mozart senza sapere, o forse sapendolo fin troppo bene, che il vero destinatario di quell’opera immortale è proprio l’emittente, che ha saputo fare, unica tra le uniche, servizio pubblico con la raccolta di fondi pubblici e contributi dello stato alla pluralità di informazione. È stata la beffa più grande per lui e per tutti i radicali italiani. Morire così, con la rosa nel pugno e centinaia di ascoltatori a tributargli il proprio affetto, dev’essere stata una consolazione per lui. Ma c’è chi alla radio non l’ascolterà più, e questa è una grande e incolmabile mancanza per tutti.

La complicata vicenda giudiziaria di Mimmo Lucano

Foto e citazioni del testo tratte da www.wikipedia.org

Io non ce l’ho con Mimmo Lucano, il sindaco di Riace indagato dal 2017, anche se qualcuno, nell’ottobre scorso, lo aveva biecamente sottinteso e azzardato.

Ho solo avuto parole di (dura) critica verso tutto quel mondo della sinistra radical-chic, hashtagara che all’indomani del suo arresto è andata riempiendo i social network di #arrestatecitutti, come se fossero stati bruscolini.

Ho solo detto: lasciamo che la giustizia faccia il proprio corso e vediamo. E il proprio corso la giustizia lo sta facendo, da quella operazione del 2 ottobre 2018 che lo ha posto agli “arresti domiciliari con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti”.

Il 16 ottobre il tribunale della libertà gli revoca gli arresti domiciliari ma gli impone di non risiedere a Riace, divieto che verrà revocato dalla Cassazione il 26 febbraio 2019.

L’11 aprile 2019 viene rinviato a giudizio (nonostante la Cassazione stessa abbia demolito molti degli indizi a suo carico) “per abuso d’ufficio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.” Il giorno dopo (guarda caso, a volte si dice che la giustizia ad orologeria non esiste!) riceve una ulteriore informazione di garanzia “per truffa e falso in relazione alla gestione dei migranti a Riace”.

Sono segnali decisamente preoccupanti che vanno bene al di là dell'”arrestateci tutti”, della solidarietà facilona e massmediologica degli inviti alla trasmissione di Fazio. Intendiamoci, sia chiaro che per me (e per la legge) Mimmo Lucano è innocente fino a condanna definitiva passata in giudicato (e non c’è stato ancora neanche uno straccio di processo di primo grado), però tra rinvio a giudizio e nuovo avviso di garanzia, non lo vedo tanto bene. Certo, potrà addurre tutte le motivazioni a suo discapito in un giudizio davanti a un giudice terzo, però intanto la Procura sta vincendo per 2-0 (e la difesa qualche cosa deve pure averla detta, se non altro nell’udienza filtro per il rinvio a giudizio).

Bisogna andarci cauti, con queste cose, maledettamente cauti, santa Maria, se no si rischia veramente di andare al di là dei dati di fatto per far vincere le emozioni e le commozioni. Poi se Lucano riuscirà (come mi auguro) a farsi assolvere in tutti e due i procedimenti, sarò il primo a complimentarmi con lui pubblicamente e a esserne felice (l’iter giudiziario, mper chi ci capita in mezzo, è un calvario). Ma la gente comincia già a lasciarlo solo.

Assange arrestato e trascinato a viva forza fuori dall’ambasciata dell’Ecuador

Frame tratto da un filmato trasmesso da Ruptly

Certo che vedere Julian Assange trascinato a forza dagli agenti londinesi fuori dall’ambasciata dell’Ecuador e con le manette ai polsi “fa brutto”, come si dice da queste parti.

Il suo arresto, conseguente alla decisione dell’Ecuador di revocargli l’asilo, rappresenta senza dubbio una violazione dei diritti individuali e una abnormità cosmica. Assange è prima di tutto un giornalista. E come giornalista ha reso pubbliche centinaia e centinaia di documentazioni riguardanti le responsabilità degli Stati Uniti (che, nel frattempo, adesso ne chiedono l’estradizione bramosi di vendetta) e i crimini di guerra in Iraq. A questo materiale hanno attinto anche i giornalisti italiani per le loro denunce sulla carta stampata e sul web, e sono gli stessi giornalisti che oggi gli dànno addosso come se fosse uno dei delinquenti più pericolosi della Terra (ricordo che la causa intentatagli dallo stato svedese per violenza sessuale è stata nel frattempo archiviata). Assange è un uomo che ha agito solo nel nome della libertà di informazione, non è il Robin Hood della rete né un paladino senza macchia e senza paura, per riprendere le parole di Vittorio Parsi su Avvenire (uno dei principali giornali dell’opposizione), è un giornalista responsabile solo di aver mostrato la verità, e si sa che, come diceva Orwell, in un mondo guidato da versioni ufficiali di Stato, mostrare la verità è un atto incredibilmente rivoluzionario. Estradarlo negli stati Uniti rappresenterebbe un precedente pericolosissimo, perché significherebbe che qualunque giornalista abbia pubblicato notizie vere e/o verificabili (come affermano i legali di Assange) potrebbe essere arrestato o fermato. E’ per questo che è necessario opporsi con tutte le forze alla sua estradizione, e il primo ad opporsi dovrebbe essere proprio lo stato britannico che lo ha arrestato per un illecito che in Italia farebbe ridere.

E’ urgente che Julian Assange torni di nuovo libero di dedicarsi alle sue attività che tanto bene hanno fatto al mondo dell’informazione e che hanno gettato una luce di speranza sull’informatica e sulla telematica di domani.

Copyright: sì, ma tu che ne pensi??

Devo proprio ammettere che quando vi ci mettete siete più noiosi e pedanti di un granchio nelle mutande (era “un riccio”, ma il granchio mi sembrava più efficace). Ho scritto giorni fa una piccola riflessione sul tema del copyright e sull’emanazione della direttiva relativa da parte del parlamento europeo. Tuttavia, recentemente, una cara lettrice, che noi chiameremo per brevità Melchiorri Marusca nei Baneschi, mi ha chiesto “Sì, ma di tutta questa roba, tu cosa ne pensi??” E allora eccomi, a mio mal grado, a rispondere e a tornare sul pruriginoso argomento.

Premetto che di quello che penso io non gliene può fregare niente a nessuno, ma ho come l’impressione che si stia parlando di un gigantesco baraccone, di un ambaradan di dimensioni ciclopiche, che alla fine non sortirà che pochi e relativi effetti pratici e che andrà a colpire le multinazionali del Web e i colossi di argilla a cui queste nuove normative sono rivolte. Wikipedia può dormire sonni tranquilli, i suoi interessi sono salvaguardati, potranno continuare a chiedere soldi, fare oscuramenti estemporanei, restare nel web così come sono, e dire che non faranno mai uso di pubblicità, come se gliene fregasse qualcosa a qualcuno.

Intanto chiariamo una cosa: il fatto che tra un paio di anni questa normativa sarà recepita da tutti i paesi dell’Unione con leggi anche sostanzialmente diverse l’una dall’altra non può essere considerato un ostacolo ma una ricchezza. Per quanto riguarda l’Italia sappiamo come la pensa il Governo, che è stato contrario a questo provvedimento ritenendolo (legittimamente, ma sono sacrosanti cavoli suoi) dannoso per gli equilibri del web. Quindi è possibile che in sede di ricezione nazionale la legge possa venire modificata e maggiormente articolata. Sempre se questo governicchio riuscirà a stare ancora al potere quando se ne riparlerà in modo compiuto.

L’ articolo 15 (ex articolo 11) introduce una sorta di tassa sulle citazioni da parte degli editori e dei raccoglitori di contenuti (come Google News, per intenderci, che è la prima entità destinata a scomparire) che ripubblicano pari pari articoli giornalistici o loro parti coperte da diritto d’autore senza corrispondere alcunché agli autori. Saranno fatti salvi gli estratti “brevi” (ma la direttiva non dice “brevi” quanto).

L’articolo 17 (già articolo 13) stabilisce che sono esentate dal pagamento del diritto d’autore le citazioni, le recensioni, le parodie, i pastiche satirici, i meme (parola orribile per determinare cose orribili) e quant’altro. Regola inutile e sovrabbondante perché nella legge sul diritto d’autore italiana è fatto già salvo l’uso della citazione a scopo di critica o di discussione. Quindi il problema non si pone. Ma quello che l’articolo 17 stabilisce è che un sito che permette l’immissione di contenuti da parte degli utenti (come YouTube, per esempio) debba controllare se contributi video, testuali o audio violino o meno la legge sul diritto d’autore. Se c’è una violazione deve bloccarli. E qui c’è da riflettere. Lo stesso YouTube che ha miriadi e miriadi di filmati relativi a canzoni, brani musicali, opere, film in versione integrale, dovrebbe oscurare una serie impressionante di contenuti che la gente ha messo lì a suo bell’agio, senza pagare né multe, né diritti, né conseguenze. E se volete proprio conoscere la mia opinione in merito, sarebbe anche l’ora di finirla.

Il feto di plastica delle famiglie “tradizionali”

E’ dai tempi di Giulietta e Romeo, ovvero dei Capuleti e dei Montecchi che a Verona succedono dei casini inenarrabili quando si parla di famiglie.

Ora, io sono per natura una persona che crede nello stato di diritto e nella libertà di opinione, di pensiero e di parola, per cui se c’è qualcuno che ha a cuore di manifestare un pensiero purtuttavia aberrante come quello che gli omosessuali, se non si pentono (ma di che?), sono destinati all’inferno è libero di manifestarlo, purché se ne stia rinchiuso nelle quattro mura del Congresso sulla Famiglia cosiddetta “tradizionale” (non esiste una famiglia “tradizionale”, casomai esiste una famiglia di tipo “naturale”, con tutte le implicazioni che questo termine comporta) e non rompa i coglioni. Anzi, a gente che la pensa così io non darei nemmeno tanta eco sui giornali, in internet, alla radio o alla televisione.

Ma quando si arriva, come si è arrivati, a distribuire riproduzioni in plastica di un feto di 11 settimane come gadget siamo a livelli di pura idiosincrasia e di perdita di ogni rispetto, primo fra tutti il rispetto del senso del macabro che, pure, l’opinione pubblica conserva immacolato (o almeno dovrebbe). Ma voglio dire, se ci tieni tanto alla famiglia intesa come padre e madre, regolarmente sposati e possibilmente in chiesa, se pensi davvero che il cancro venga più spesso alle persone non sposate (sempre in chiesa, naturalmente), se credi che la procreazione sia il fine primo e ultimo dell’unione matrimoniale e della famiglia in genere, non vai a dare un feto di plastica come gadget. Se è proprio un gadget puoi dare un rosario di plastica, un crocefissino di legno, un portachiavi, un’agendina, un calendarietto, un libriccino, ma un feto, Dio mio, cosa cazzo c’entra un feto riprodotto in pura plastica con la famiglia? Vuoi farmi credere che l’aborto è un crimine?? No, non lo è. Ma è un dramma, per chi lo sceglie o per chi lo subisce (e tante, troppe donne continuano a subirlo nel silenzio asettico delle sale ospedaliere). «Hai tra le mani la riproduzione di un bambino alla decima settimana di gravidanza – si legge sul biglietto -. Gli abbiamo dato un nome, Michele: per la legge italiana sull’aborto si può terminare la vita del bambino entro la 13esima settimana di gestazione ma anche oltre. Quindi Michele può essere ucciso. Michele rappresenta tutti i piccoli nel grembo materno che non possono ancora far sentire la loro voce, aiutaci a salvare Michele!» .

E no, la famiglia non è questo. La famiglia è il luogo dove si concentrano gli affetti, e la 194, perdìo, non si tocca. Finirà anche questo congresso e questi signori continueranno a parlare nell’oscurità dell’oscurantismo e in quella della generale indifferenza dell’opinione pubblica, svegliata solo da iniziative aberranti come questa. Nessuno vuole impedire a lorsignori di dire quello che vogliono. Vogliamo solo prenderci il diritto di abbassare a zero il volume quando pretenderanno di incantarci ancora con le loro sirene.

Giulia Sarti, vittima di revenge porn, non vota l’emendamento dell’opposizione che la tutela

Quando si dice obbedire alle logiche di partito non si dice mai abbastanza: Giulietta Sarti, vittima di revenge porn, minacciata più volte e da più parti di diffusione di video e immagini intime di cui è protagonista da parte di soggetti il più possibile variegati e malintenzionati, ha deciso di non votare a favore dell’emendamento dell’opposizione su una materia che la riguarda così da vicino e in modo così cogente (come parlo ammodino, quando mi ci metto!) L’unico motivo per cui può non averlo fatto è molto semplice: si trattava di un dispositivo proposto proprio dale opposizioni, e la maggioranza gialloverde uno smacco del genere non se lo può permettere, proprio no. Per cui tutti barricati dietro al respingimento della norma e dietro alle direttive dei capetti del Movimento.

Resta, tuttavia, quello che ha scritto la Sarti su Facebook: “Ringrazio tutti coloro che in questi giorni hanno espresso reale e sincera vicinanza nei miei riguardi.  A tal proposito, in virtù di quel che ho passato, io così come molte altre donnepurtroppo, ci tengo a sottolineare che il caso in questione, cosiddetto Revenge porn, discusso in queste ore nell’ambito del Codice Rosso, non può certo risolversi attraverso l’approvazione di un mero emendamento” “la materia è talmente delicata da richiedere un ampio dibattito non solo parlamentare, bensì giuridico-sociale, volto dapprima a coinvolgere esperti, vittime, famiglie, analisti, giuristi e tutte le varie articolazioni dello Stato competenti come la Polizia postale e delle comunicazioni. È un tema importantissimo, una sua seria regolamentazione non può rischiare di nascere monca”.

Un’occasione sprecata, una explicatio non petita. Nausea.


Copyright: e ora che succede??

Allora è successo, il Parlamento Europeo ha approvato la riforma del copyright. Cosa succederà adesso? Non lo sa nessuno. Nonostante il fatto che ci sia stata una grande mobilitazione dei media sull’argomento e che ne stiano parlando con abbondanza di interventi radio, TV e giornali, nessuno ci ha ancora capito nulla (e, conseguentemente, non lo ha fatto capire agli altri). Non ci ho capito nulla nemmeno io, ma forse non c’è proprio niente da capire. So solo che per essere effettiva la direttiva sul copyright dovrà essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale, e che dopo due anni gli stati membri dovranno recepirla, ognuno nel proprio ordinamento giuridico. Quindi in Italia (Paese contrario alla normativa) potrebbero trascorrere circa tre anni prima di sapere qualcosa di più chiaro, ovvero su come in quali modalità lo stato italiano intenda recepire per il proprio territorio la direttiva europea. Cosa cambierà per questo blog? Nulla. Proprio nulla. Per classicistranieri.com? Poco, anzi, pochissimo, continuerà tranquillamente ad esistere, magari con qualche scossa di assestamento. C’è un atteggiamento di generale panico su quello che queste modifiche al copyright (che sembrano epocali solo perché parlano di “equo compenso”) possono portare nel mondo del Web, l’oscuramento recente di quelli di Wikipedia ne è una testimonianza tangibile. Aspettiamo che la legge entri in vigore in Italia. Poi prendiamo due o tre respiri, recitiamo un om per rilassarci, leggiamola e applichiamola ai nostri siti. Non è un tirare a campare, non è un rimandare a domani un pericolo che si è preannunciato oggi, non è l’italico “in tre anni nasce un gobbo e va diritto”. E’ buon senso, non si può essere contrari ad una legge se questa legge ancora non c’è (fermo restando che in Italia una legge sul Copyright esiste dal 1941 -cioè, mentre l’Italia era in guerra hanno trovato il tempo e il modo di proteggere il diritto d’autore- e che chi è interessato, nel frattempo è pienamente e legittimamente tutelato). C’è solo da aspettare. Ha da passà’ ‘a nuttata.

Arrestata la donna che ha avuto un figlio da una relazione con un minore. Avviso di garanzia per il marito.

Ma sì, parliamo un po’ di cose torbide, ogni tanto, gossip puro, pettegolezzo, robetta scabrosina, sussurri di cronaca pruriginosa, o pissipissi bubi bubi, o cosa mi dice signora mia, eh, sì proprio così, cara Lei, l’ho sentito dal parrucchiere ieri, e, quindi, se l’ho sentito dal parrucchiere deve essere per forza vero. La notizia è che la signora di Prato, improvvisatasi professoressa per delle ripetizioni di inglese, che ha avuto un figlio da un minore di quattordici anni, dopo il test del DNA che toglie ogni dubbio sulla paternità del bambino (che sarebbe effettivamente del minore, quindi bambino anche lui), è stata posta agli arresti domiciliari. E il guaio è che sui social network si sta armando una spedizione di difesa nei confronti della donna che viene “assolta” solo in quanto madre. Se è una madre non deve assolutamente essere toccata, dicono in tanti, anche se non se ne vede il perché. Una madre può aver commesso il crimine più esecrando e intollerabile sotto il profilo morale, ma il fatto che sia una madre, agli occhi dell’opinione pubblica (meglio se di un bambino così piccolo come quello nato dalla sua relazione con lo studente minorenne) ne alleggerisce la posizione. Una madre può fare tutto. Il suo status genitoriale la giustifica. Anche commettere un reato come quello di violenza sessuale su un minore. E questo è sinceramente fuori dal mondo. Dice “Ma c’era bisogno di arrestarla??” E certo che ce n’era bisogno. L’ipotesi di reato è grave, la procura ravvisa il pericolo di alterazione delle prove e addirittura di reiterazione del reato (cioè, la donna potrebbe avere altri rapporti sessuali con minori), cosa si aspettava la gente che potesse succedere, che le dicessero “Brava”? “Ci scusi del disturbo??” “Se vuole le porto la spesa di sopra??” “Ma no, si figuri se una donna adulta non può avere rapporti sessuali con chi vuole…”??

E’ stato notificato anche un avviso di garanzia al marito per ‘alterazione di stato’, un reato che si applica a chi altera lo stato civile di un neonato. Io non so cosa sia questa roba, allora sono andato a vederlo sul Codice Penale. C’è scritto all’articolo 567 che: “Si applica la reclusione [da cinque a quindici anni] a chiunque, nella formazione di un atto di nascita, altera lo stato civile di un neonato, mediante false certificazioni, false attestazioni o altre falsità.”.

Che dire? Come al solito si difendano. In tutte le sedi possibili, prima tra tutte quella del Tribunale della Libertà. Mi pare una difesa un po’ dura, ma il diritto a replicare e a difendersi è sacrosanto per tutti. Così come la presunzione di innocenza. Ma nessuno dica che una mamma, per il solo fatto di essere una mamma, sia fuori dalla legge e non debba assumersi responsabilità così pesanti. E possibilmente ora parliamo di altro.

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