La Tecnica della Scuola copia da Wikipedia la biografia di Vincenzo Spadafora (M5S)

Oggi ho deciso di spezzare una lancia a favore di Wikipedia. Strano ma vero.

Dimostrare che qualcuno ha copiato da Wikipedia è fin troppo facile. Il web è pieno di pagine che riportano brani, frammenti, frasi, e voci intere tratte dall’enciclopedia libera più eclettica e singolare del mondo. Più difficile è andare a vedere da dove ha copiato Wikipedia (perché non è possibile che ogni voce sia il frutto di un contributo originale da parte degli utenti).

Fatta questa premessa, oggi ho deciso di giocare sul facile. Proprio ieri ho consultato il sito La Tecnica della Scuola (qui) che ha pubblicato un articolo intitolato “A capo del MIUR potrebbe finire il pentastellato Vincenzo Spadafora”. Nulla di male, è solo l’approfondimento di una ipotesi (infatti nel titolo si usa il condizionale). L’articolo riporta una sorta di biografia dell’aspirante ministro a cinque stelle, che riporta luogo di nascita, curriculum, titolo di studi, titolo di una pubblicazione e quant’altro. Ecco lo screenshot del brano citato:

spadaforatecnica

Dove sta l’inghippo? Semplice. Sta nel fatto che quel brano che ho evidenziato dal sito de La Tecnica della Scuola è stato ripreso pari pari da Wikipedia, senza citare la fonte e con una operazione di copia-incolla tratta dalla sezione “Biografia” della voce (piuttosto smilza, a dire il vero) dedicata a Vincenzo Spadafora. Ecco lo screenshot tratto da Wikipedia:

spadaforawiki

Allora, la perfetta rispondenza dei due brani è dimostrata. Di ulteriore c’è da chiedersi se siano buon giornalismo e buona informazione quelli che attingono a piene mani da articoli e voci scritti da altri “appiccicando” brani e facendo di quelli che appaiono come articoli originali dei collages improponibili, ma, soprattutto, tanto facilmente sgamabili. Perché la cosa buffa di tutto questo, è che chi copia da Wikipedia lo fa tranquillamente e alla luce del sole. Io credo che copiare da Wikipedia sia una bruttissima abitudine, soprattutto per la scarsissima affidabilità della risorsa. Quindi personalmente preferisco non farlo. Ma se proprio uno vuole e deve farlo, obtorto collo, e perché proprio non resiste alla succulenta tentazione, allora che lo faccia alle condizioni imposte da Wikipedia. Solitamente è facile, basta citare, basta dire da dove è stato tratto quel brano, riportare un link, non avere scopi di lucro o di commercio sul contenuto veicolato, insomma, nulla di che. E’ giusto che sia così perché i contenuti di Wikipedia, buoni o cattivi che siano, sono di proprietà di Wikipedia ed è lei che decide che cosa gli altri possano farci o non possano farci.

Così si va avanti, con contenuti sempre più reduplicati e ridiffusi, a scapito di quelli originali. Un’informazione che potrebbe essere usata come un semplice “dato” e rielaborata in un contenuto successivo viene riportata tale e quale. La funzione di una enciclopedia (anche di una enciclopedia sgangherata e approssimativa come Wikipedia) è quella di fornire informazioni che costituiscono gli “ingredienti” per qualsiasi successiva rielaborazione, non dei contenuti precotti da riportare tali e quali in qualunque ulteriore ricetta culinario-giornalistica.

Ma è il giornalismo di oggi, bellezze, e che vi vada bene o no funziona così.

 

Per Rai Radio 2 Freddie Mercury è un artista con l’apostrofo

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In un Tweet di Rai Radio 2 Freddie Mercury è diventato “un’artista unico” con tanto di apostrofo. Lui che aveva un’estensione vocale inimmaginabile se lo poteva ben permettere, il servizio pubblico della Radio di Stato un po’ meno (Mama, didn’t mean to make you cry!)

Ora basta con questi post di errori diffusi, parliamo di altro.

L'”innoqua” Wikipedia

(screenshot da it.wikipedia.org)

(screenshot da it.wikipedia.org)

Mi ci sono messo di buzzo buono e ho cominciato a spulciare Wikipedia alla ricerca di svarioni, errori di ortografia, sintassi, grammatica, morfologia, logica e quant’altro faccia spettacolo. A dire il vero non ho intenzione di rompervi le scatole più di tanto con queste cose (mi sono un po’ stufato di scrivere su questi argomenti che alla lunga vengono a noja in primo luogo a chi scrive e per traslato a chi legge), però questa ve la racconto: alla voce riguardante la cucina siracusana (cui si deve il massimo rispetto, anche ortografico, evidentemente) si legge:

lo squalo palombo, che è innoquo per l’uomo, detto pisci palummu in dialetto siracusano

e devo dire che “innoquo” con la q da Wikipedia proprio non me lo aspettavo. Però c’è. Qui sotto la voce intera (errore compreso) così come rilasciata oggi dall’enciclopedia libera più malandata che ci sia:

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Un altro “un’altro” su Wikinews

unaltro

I Wiki*.* (Wikipedia e i suoi cosiddetti “progetti fratelli”)sono indubbiamente molto efficaci per far fronte alle idiosincrasie di tanti suoi utenti: hai voglia di sfoggiare tutto il tuo sapere? Vai su Wikipedia e ti sentirai anche tu autore di un pezzo di cultura condivisa; hai voglia di giocare al piccolo curatore editoriale? Wikisource te de dà la possibilità; hai velleità da professorone? Ti iscrivi a Wikiversità e il gioco è fatto. Tutto libero, tutto gratis, tutto a portata di mano, tutto orrendamente fasullo.
E chi è che non ha mai sognato di fare il giornalista almeno una volta nella sua vita? Niente paura, c’è un rimedio anche per quello. Si chiama Wikinews ed è una specie di Wikipedia delle notizie. C’è tutto, non manca nulla, la pagina principale, il bar (chissà mai se serviranno una Coca-Cola come si deve), il portale della comunità, il link per fare una donazione (si sa che senza lìlleri non si làllera), il link alla pagina in altre lingue. Manca una cosa sola, ma è un dettaglio trascurabile: le notizie.
Sono andato, così per curiosità, a vedere quali fossero le ultime notizie pubblicate alla data di oggi: ce n’è uno dell’11 maggio sugli autobus vecchi, tutto il resto sono cronache della giornata di serie A e di serie B. Nessuno che parli del governo che Bibì e Bibò hanno in animo di assemblare (sembra in effetti un PC che ha più problemi di conflitti che altro), nessuno che riferisca sugli incidenti sul lavoro dell’Ilva, sul rinvio a giudizio nell’ambito del processo Ruby Ter di Berlusconi, ma nemmeno sulla sua riabilitazione e così via elencando gli ultimi fatti della settimana. Ecco l’elenco delle ultime pubblicazioni:

wikinews

Ogni tanto si legge qualcosa. Ma è veramente una sofferenza guardare questo progetto languire e non essere che un vorrei-ma-non-posso della Wikiconoscenza on line. E quando si legge qualcosa ecco che appaiono di nuovo gli sfondoni. E’ dal 4 dicembre 2007 che è on line un articolo intitolato “Guantanamo: nuove rivelazioni sul manuale operativo militare di Delta Camp” che contiene la versione “un’altro” con l’apostrofo al posto di “un altro” scritto correttamente. Cioè, dal dicembre 2007 i volontarissimi del progetto non si sono nemmeno resi conto di un errore madornale di ortografia (del resto la voce non viene più modificata dal 25 agosto 2010), e non c’è stato nessuno che abbia avuto un po’ di pietà nei confronti del lettore finale e abbia deciso di correggerla. Ingrati.

Non resta che archiviare anche questa versione PDF a perenne memoria y que otros se jacten de las paginas que han escrito.

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Wikipedia, “un’incidente” e “un’altro ragazzo”

Scrivere “un’altro” con l’apostrofo è uno degli errori più frequenti che si facciano in italiano quando si è dinnanzi a una tastiera. E’ praticamente impossibile non trovarlo in un corpus più o meno esteso di pagine web, perché quella di mettere un apostrofo tra “un” e “altro” è una tentazione troppo grande e ci cascano più o meno tutti. Ci casca anche Wikipedia, nella pagina dedicata a Love by Chance (serie televisiva), quando mette a testo

accorre subito in soccorso un’altro ragazzo

Non è il solo errore di Wikipedia in questa parte di “trama” della serie televisiva. Vi si trova anche un delizioso: “un’incidente” nel passo che recita:

Quando Pete, un ragazzo popolare tra le ragazze ma segretamente gay e ricattato dal suo ex ragazzo, incorre in un’incidente stradale

E’ questo il rispetto che i compilatori di Wikipedia e i suoi revisori riservano ai lettori esterni. E’ questa l’affidabilità che molti wikipediani vantano per la propria improponibile creatura. Sciatteria diffusa e pressapochismo spicciolo a profusione. Non resta che ricavare la versione PDF della paginaccia mal scritta e consegnare ai posteri l’ignobile porcata.

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David Puente e il “caso” Bencivelli

Questo articolo -un po’ lunghetto, per la verità- viene pubblicato volutamente SENZA materiale iconografico. Leggendolo con pazienza e un pochino di attenzione vi renderete conto del perché.

Ritengo che il caso del procedimento penale che ha portato alla vittoria della giornalista Silvia Bencivelli per episodi di diffamazione, dopo cinque anni di iter giudiziario, non sia stato doverosamente e compiutamente riportato e trattato come si dovrebbe (e come avrebbe meritato) dai cosiddetti “debunker di stato” (definizione felice proveniente, purtroppo, da ambienti poco altrettanto “felici” dal punto di vista delle verità scientifiche delle tesi che portano avanti).

E’ stato un procedimento importante, perché ha visto vincere una donna, una brava giornalista, una persona che non ha portato la causa alle vette delle più alte risonanze del web (come avrebbe potuto, se lo avesse voluto, e come sarebbe stato anche suo preciso diritto) ma lo ha mantenuto all’interno delle aule giudiziarie fino al pronunciamento favorevole in primo grado con la condanna a otto mesi di reclusione dell’imputato. Ha comportato molta sofferenza da parte della persona offesa e tutti questi elementi certamente meritavano di essere analizzati con maggiore dovizia di particolari.

Sui blog di Paolo Attivissimo e David Puente non è apparso assolutamente nulla. Nessuna analisi dei fatti, non uno scritto che riportasse solidarietà alla Bencivelli (eppure ce n’era tanto, ma tanto bisogno!), nessuna “cronaca” dell’andamento del processo, nessun cenno alla sentenza finale. Arringhe difensive e requisitorie dei PM, manco a parlarne. Eppure, per precedenti condanne allo stesso imputato, Paolo Attivissimo aveva trionfeggiato, mentre per David Puente, la lotta contro l’imputato è diventata ormai un vessillo da portare con onore, quasi una questione di tipo personale. Sul suo blog è apparso, questo sì, un articolo intitolato “XY accusa Silvia Bencivelli tagliando un video a piacere“. Ma della notizia non c’è traccia.

Ho provato a far presente tutto questo a David Puente (visto che, come è noto, Paolo Attivissimo mi ha bannato dal suo account Twitter che, comunque, riesco a leggere ugualmente) ma mi ha risposto con due link per farmi notare che non era vero quello che dicevo, e cioè che lui e il Superlativo non avessero scritto nemmeno una riga sul caso (e il “neppure una riga” non era da prendersi in senso letterale, è chiaro, ma per il debunker medio la parola scritta è ferma, immodificabile e priva di possibilità di interpretazione, come la Bibbia per i Testimoni di Geova e hai voglia te a insistere su questo punto), ma che c’erano, addirittura, ascoltate bene, udite udite, due tweet. Sissignori, due interventi su Twitter, nientemeno. Tutto lì. Sofferenza, coraggio, tenacia, la paura di vivere l’incubo della persecuzione ogni volta che si apre il proprio profilo Facebook o la propria casella di posta elettronica, valgono due commentini di 240 caratteri al massimo, uno dei quali (quello di Paolo Attivissimo) con il link all’articolo di Repubblica (giornale nel mirino di *.issimo per sovrabbondanza di notizie suppostamente farlocche e errori di ortografia) in cui la Bencivelli racconta la sua storia. Della serie “se volete saperne di più andate a guardare questo”. E’ un po’ la logica perdente e supponente con cui i linuxari ti dicevano “Read the Fucked Manual!” quando avevi bisogno di un aiuto (e Dio sa di quanto aiuto si può aver bisogno avendo a che fare con Linux!). Risultato: con 240 caratteri non scrivi nulla, neanche un messaggio di solidarietà (un messaggio di solidarietà che abbia un senso compiuto e che tenga presente tutti gli aspetti della vicenda, perché per scrivere “Evviva evviva!!” 240 caratteri bastano e come). Ovvio che c’è stato un apprezzabile batter di manine da parte degli adepti degli stessi “debunker”, ma tutto è finito lì, in una mestizia e in una tristezza senza precedenti: c’era chi aveva pagato un prezzo altissimo (in denaro e risorse emotive personali) per vedere condannato il proprio diffamatore, che si era impegnato come non mai per veder riconosciute le proprie ragioni e il pubblico dei 240caratteristi era lì a dare bella mostra di sé, neanche l’avvocato della Bencivelli lo avessero pagato loro.

Ed ho avuto l’impressione (ma, appunto, si tratta di una sensazione personale) che i debunker e i debunker-fan più incalliti fossero contenti più per la condanna dell’imputato che per la vittoria della Bencivelli. Che uno potrebbe anche chiedermi “che differenza c’è?” Molta, ve lo assicuro.

Poi è successa una cosa particolare. Dopo la sentenza, su una pagina Facebook è apparsa una foto che ritrae la Bencivelli in una posa imbarazzante, ma indubbiamente involontaria. La foto era corredata da un estratto testuale da un articolo de “La Valigia Blu”. David Puente ne ha dato notizia con un altro tweet (neanche a voler ipotizzare una soluzione diversa!) che riporta la foto in questione “ritoccata” e “censurata” nella parte più delicata. Un pensiero gentile, non c’è che dire, ma che non ha fatto altro che riverberare un contenuto (poco importa se privato della sua parte più “sensibile”) che avrebbe potuto (e forse anche dovuto) essere lasciato abbandonato al proprio destino, lì nell’ambiente in cui era stata postata. Perché il diritto all’oblio in rete esiste, deve e può essere garantito. Non è vero che (come afferma ad esempio lo stesso Paolo Attivissimo) Internet conserva tutto, mantiene tutto, non perdona niente. Se non si possono cancellare i contenuti si può almeno fare in modo che quei contenuti siano dimenticati, che perdano di interesse e di attualità. E in genere lo si fa ignorandoli. Invece David Puente non solo ha ripubblicato l’immagine fotoscioppata, ma ha addirittura fornito il link alla risorsa originale dove la fotografia veniva pubblicata integralmente. Col risultato di facilitare un numero indefinito di clic a quella pagina, quelli di chi, incuriosito, è andato a ravanare nel torbido pur di rendersi conto di che cosa si trattasse. Magari per poi chiudere il collegamento pochi secondi più tardi, schifato. Ma, disgraziatamente, non abbiamo ancora nessun accrocchio info-telematico che permetta di registrare il gradimento del lettore finale.

Avrebbe potuto fare diversamente David Puente? Sì, certo. Avrebbe, per esempio, potuto evitare questa eco di clic di “ritorno” sul sito originale limitandosi a descrivere i fatti. E poi avrebbe potuto porsi una domanda: quella foto della Bencivelli è vera o è falsa? E’ lui il debunker. E’ lui che smonta notizie, prove, commenti, fotografie, filmati. Non credo che gli sia così difficile debunkare un fotoritocco. Ma il punto è un altro, ossia che riportare su Twitter che qualcuno ha pubblicato una foto della giornalista non è una notizia. E’ esattamente poco più che riportare il link a un articolo di giornale o a un evento in particolare su Facebook (o su Twitter, si veda il caso), è solo fare pubblicità e amplificare quello che non è. Non c’è nessuna informazione né nell’evento in sé, né nel riverberarlo a tutti i costi ai propri lettori. Qual è, dunque, il valore aggiunto in termini di conoscenza delle cose? Ve lo dico io, non c’è niente, è un gesto sterile, che non porta a nulla se non all’autoreferenzialità. Altra cosa sarebbe stato intervenire dicendo che: “Tizio ha pubblicato la tale foto nella tale pagina, ma quella foto è falsa perché etc… etc…“.

Una cosa è certa: chi ha pubblicato quella foto voleva colpire direttamente la giornalista, “rea” di aver vinto una causa per diffamazione e di aver portato il suo presunto diffamatore nelle sedi opportune che le hanno dato ragione. La segnalazione di David Puente non porta nessun sollievo al peso di questa azione, anzi, lo aggrava dandole visibilità e solo visibilità. Avrebbe pututo, David Puente (ma non lo ha fatto), esprimere la propria indignazione per una azione certamente vigliacca e codarda, ma sa benissimo che l’indignazione non basta, che bisogna agire soprattutto se si è e si vuole rimanere un “debunker di stato”.

E tutto questo costa molto più di un tweet.

L’INVALSI e la battaglia di “Anzio”

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“Cleopatra e Antonio vengono sconfitti da Ottaviano nella battaglia di Anzio.”

(di Azio, Invalsi, di Azio)

Silvio Berlusconi riabilitato e candidabile

Così, un Tribunale ha stabilito che Silvio Berlusconi è riabilitato. E, più precisamente, è stato il Tribunale di Sorveglianza di Milano che ha cancellato gli effetti della condanna dell’agosto 2013, tra cui l’interdizione dall’eleggibilità alla Camera e al Senato determinata dall’applicazione della legge Severino e che sarebbe dovuta durare sei anni (quindi fino al 2019). E c’è solo da immaginarsi che cosa succederà adesso se il governo che si sta per varare con il bacio mefitico tra M5S e Lega non dovesse andare in porto: il nostro eroe piangerà e sbraiterà perché vorrà che si vada di nuovo alle urne per vedere finalmente ripristinato il suo diritto a fare il Premier di una coalizione malridotta come l’armata Brancaleone e a ripresentarsi, ripulito di tutto punto da una sentenza che gli dà di nuovo il diritto al virgineo candore di un tempo, all’appuntamento con gli italiani. C’è solo di che sperare che la Procura della Repubblica interponga il ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale, anche perché se no non si spiegherebbe come una persona che è stata altrove (ma sempre in sede giudicante) definita un “delinquente naturale”, possa ambire all’elezione in Parlamento, esattamente come se fosse un giovanottino di primo pelo, incensurato e con il tremore in corpo al primo varcare la soglia di Montecitorio. Fiducia nella giustizia sì, ma oggi c’è chi, come me, accusa un fastidioso e persistente mal di stomaco.

Michela Murgia scambia un verbo per una congiunzione

Michela “Kelledda” Murgia è una scrittrice eccellente e teologa raffinata. Confesso di essermi letteralmente scompisciato dalle risate leggendo “Il mondo deve sapere” (per le edizioni ISBN che fanno libri molto belli, dàtemi retta, se lo trovate su Amazon compratelo!) e di avere amato moltissimo il suo superbo “Accabadora”. Ho affrontato con dedizione il suo “Ave Mary” di cui confesso di non aver capito un accidente. La seguo su Twitter e mi piace leggere i suoi articoli sulla stampa nazionale. Insomma, la Murgia è una di quelle persone di cui l’Italia dovrebbe andare orgogliosa se avesse più a cuore i suoi artisti.

Però anche lei è caduta nelle maglie dell’errore banale ma sostanziale, iniziando questo tweet con una “e” maiuscola accentata al posto della “e” maiuscola semplice, sostituendo una congiunzione (anche se non si dovrebbero iniziare i discorsi con “e…”, mi diceva la mia maestra delle elementari, la Quaglierini, Dio l’abbia in gloria) con un verbo. Probabilmente si tratta di un errore generato dall’uso un po’ troppo disinvolto della tastiera dello smartphone, considerato che la “e” maiuscola è accentata e che il carattere corrispondente è facilmente raggiungibile in quell’ambiente di scrittura, mentre non è direttamente digitabile sulla tastiera del PC domestico. E’ un errore che probabilmente dipende dal sostrato della lingua sarda, di cui la Murgia è figlia giustamente orgogliosa, che non distingue le vocali aperte da quelle chiuse.

Nulla di che, dunque. Solo che è bello correggere Michela Murgia su queste piccole cose.

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L’INVALSI e il questionario personale per la scuola elementare

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Questa è una domanda che fa parte del questionario personale per le scuole elementari (età del bacino di utenza dai 6 ai 10-11 anni) fornito (anzi, “soministrato”, come si usa dire oggi con una perifrasi medica) dall’INVALSI. A bambini di quell’età si chiede di dare un parere di verificabilità di questi eventi e/o condizioni: “Raggiungerò il titolo di studio che voglio”, “Avrò sempre abbastanza soldi per vivere” (questa è VERAMENTE agghiacciante), “Nella vita riuscirò a fare ciò che desidero”, “Riuscirò a comprare le cose che voglio” (del resto, voglio dire, se non fosse così uno che ci starebbe a fare al mondo?), “Troverò un buon lavoro”.

E’ la “buona scuola”. Sono le riflessioni a cui vengono portati i nostri bambini. Sono i “valori” veicolati da questi contenitori. Sono cose che fanno venire i brividi, se uno pensa che sono vere e che sono state proposte sul serio. Stiamo perdendo il senso dell’orientamento. O forse vogliamo solo far credere l’impossibile, e cioè che i nostri alunni bambini di oggi saranno degli adulti senza problemi lavorativi, senza grattacapi economici e con un titolo di studio a portata di mano. Invece probabilmente non avranno nemmeno una pensione adeguata.

Noi possiamo e dobbiamo rispettare le prove INVALSI e il loro valore di valutazione, ma pretendiamo, almeno, che gli utenti finali dell’istruzione vengano rispettati per primi non fornendo quesiti di questo genere che non nobilitano nessuno.

Gentiloni scambia Melville per Oscar Wilde

Delizioso svarione del Presidente del Consiglio a “Che tempo che fa”, domenica scorsa.

Nel citare “Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street”, Gentiloni ne ha attribuito la paternità letteraria a Oscar Wilde (che era irlandese), mentre è universalmente noto che l’opera è stata scritta da Hermann Melville (che era statunitense).

“Poco male” – direte voi – “sbagliano tutti” ed è proprio vero, tutti sbagliano e tutti sbagliamo: ma non tutti siamo il Capo del Governo. L’esercizio della retorica è proprio della politica, è un’arte raffinata e delicata, non si può metterne in pericolo il risultato finale con una citazione sbagliata. E infatti una volta profuso lo svarione governativo, su Twitter è stato tutto un rincorresrsi di tam tam della serie “Avete sentito?” “Sì, ha detto proprio così, ha citato Oscar Wilde” “Noooo, ma davvero? Ma che figura!” e poi via a cavalcare l’onda della notizia.

Io, come sempre, arrivo con leggero ritardo e in leggera controtendenza, ma queste cose disturbano il mio senso estetico e mi dànno parecchia ma parecchia noja. Tra l’altro gli errori letterari paiono essere quelli su cui maggiormente scivolano i nostri massimi rappresentanti: prima di quello di Gentiloni c’era stato Renzi che aveva attribuito a Borges una poesia che non era di Borges. E si va avanti così, con faciloneria e sciatteria diffuse. E, soprattutto, con silenzio. Permettete allora che qualcuno che si arrabbi ci sia.

Per David Puente Pietro Pacciani è il mostro di Firenze

(screenshot da www.davidpuente.it/blog/)

(screenshot da www.davidpuente.it/blog/)

David Puente è un “blogger”, “laureato in Scienze e Tecnologie Multimediali presso l’Università degli Studi di Udine”, “esperto informatico” e “debunker”. Questo, almeno, quello che si ricava dalle prime sommarie informazioni che si ricevono quando si digita la stringa “David Puente” nel motore di ricerca di Google.

Fa parte del quadriumvirato di persone che facevano da consulenti a Laura Boldrini, quando era ancora Presidente della Camera, per lo smascheramento delle cosiddette “bufale”, o “fake news” che dir si voglia. Oggi, come gli altri tre suoi compagni di viaggio, vive una visibilità istituzionale decisamente più modesta ed isolata.

Quello del “debunker” è un mestiere che va molto di moda. Si tratta di ridare verità a quelle notizie che verità non hanno e ristabilire un principio di realtà dei fatti ch3e altrimenti sfuggirebbe al lettore più disattento, oppure più semplicemente più sprovveduto. Lodevole iniziativa. Per essere un debunker affidabile bisogna essere prima di tutto autorevoli. Non basta, cioè, che quello che si scrive a confutazione di una tesi o di una ipotesi sia vero in sé, bisogna anche essere delle persone credibili, perché se si prende il vizietto, come è già successo, di andare a fare le pulci ai giornali nazionali con maggiore e più ampia diffusione perfino sugli errori di ortografia, poi non ci si può permettere il lusso di sbagliare un verbo in francese dichiarando al contempo un titolo di studio come quello del “diploma in lingue”. E’ già successo e succederà di nuovo. Questo blog è qui anche per segnalarlo (ma non solo).

Ebbene, David Puente, nel suo blog, come vedete nello screenshot, ha “sbugiardato” la paternità di un intervento su Facebook a nome di tal “Matteo Salvini”, che a corredo del suo testo, in cui parla del valore degli anziani nella società italiana attuale, ha messo una foto di Pietro Pacciani, segnalandolo, o dando per scontato che la gente lo valutasse come un umile e innocuo vecchietto, di cui poter andare orgogliosi nelle feste comandate, con cui bere un bicchier di vino o condividere il piacere di una partita a briscola. Puente chiarisce dunque che quel post non proviene da Matteo Salvini quello vero, ma da un account omonimo che non ha il bollino blu (ormai su Facebook ci trattano come le banane Chiquita) e che ha un numero di “like” decisamente basso per trattarsi di un personaggio così popolare.
Solo che nel dirlo, si lascia scappare quanto seque:

Da un bel po’ vedo condiviso lo screenshot di questo post Facebook dove Matteo Salvini avrebbe condiviso la foto di Pacciani (il mostro di Firenze) con evidente apprezzamento:

Dunque, secondo Puente, Pietro Pacciani sarebbe il mostro di Firenze.
Ora, c’è un problema. Non esiste nessuna sentenza definitiva passata in giudicato che stabilisca la responsabilità penale di Pacciani in ordine ai reati che gli sono stati contestati.
Il processo di primo grado finì con una condanna, quello di appello con una assoluzione, poi ci fu il giudizio di Cassazione che rimandò il tutto a un secondo processo di appello da celebrarsi in presenza di alcune testimonianze non acquisite nel procedimento precedente. Ma quel secondo giudizio di appello (che avrebbe dovuto essere confermato, se mai, da un altro secondo e definitivo giudizio di Cassazione) non si celebrò mai per il semplice fatto che Pacciani morì. La morte del presunto “reo” estingue il reato, quindi la colpevolezza di Pacciani resta ancora avvolta nel limbo. Secondo la nostra Costituzione ognuno è innocente fino a sentenza definitiva; la sentenza definitiva non c’è e quindi non si può dire che Pacciani sia il mostro di Firenze. Puente lo dice e pazienza, si assumerà la sua brava responsabilità.

Ma al di là di questo, chi debunka i debunker? (Non guardate me!)

Simona del liceo classico “Garibaldi” di Napoli: il primo fiore di maggio sbocciato

“Non è una festa qualsiasi; l’alternanza [l’alternanza scuola-lavoro ndt] nel giorno della festa del lavoro sarebbe stata inopportuna. Non vogliamo far passare il messaggio che ce l’abbiamo con l’ente o con la scuola ma con l’istituzione dell’alternanza. Per noi queste ore sono una grandissima perdita di tempo: io ho scelto un liceo perché voglio studiare greco e latino, voglio studiare non lavorare. Vogliamo mettere in primo piano il nostro sapere perché sia utile domani al nostro lavoro”.

“Avremmo preferito fare vacanza o andare con i nostri genitori e invece verremo sfruttati e verremo mandati a fare le guide senza essere pagati”

“Andremo a fare la guida. I nostri professori hanno dovuto trovare degli escamotage per farci fare la pausa pranzo e farci uscire ad un orario decente. Le condizioni dei mezzi di trasporto sono devastanti e le persone che devono recarsi dalla provincia al centro della città sono molto svantaggiate”.

Brava Simona! 9 ore di applausi.

Le conquiste del primo maggio per poter cantare al concertone “Mi sono rotto il cazzo di Luca Cordero e della Casellati”

(screeenshot da "il Fatto Quotidiano")

(screeenshot da “il Fatto Quotidiano”)

Poi ci sono quelli che al concertone del primo maggio (kermesse che ogni anno mi dà il voltastomaco) scrivono e cantano “mi sono rotto il cazzo di Luca Cordero, della Casellati…” trasformando le storiche conquiste dei lavoratori nel diritto a cantare quattro turpiloqui in croce, e per fortuna che si chiamano anche “Stato Sociale” questi che cantano, perché se no non si sapeva più dove andare a parare. Si saranno beccati fior di applausi da un pubblico che magari non sapeva nemmeno chi fossero la Casellati e Luca Cordero, e, soprattutto, cos’abbiano fatto per essere così invisi ai giovinotti che stavano sul palco. Si fa così, ormai, il valore della critica sociale e politica è stato frantumato da qualche canzonetta e qualche rapper di passaggio, tutto per un applauso in più, tutto per approvare una ghigliottina musicale che non ha senso (e non certo perché Montezemolo e la Casellati non siano personaggi degni di critica, sia ben chiaro).

Glielo darei io un po’ di blog anche a loro! E a festeggiare il primo maggio in campagna con prosciutto e baccelli, altro che birre scolate in una piazza stipatissima a pigliare i pidocchi!

Le conquiste della cultura gay: non festeggiare la festa del papà e della mamma all’asilo nido

festamamma

Anni, lustri, decenni di lotte per i diritti degli omosessuali.

Dalla derubricazione dell’omosessualità dal rango di malattia a quello di semplice condizione, al matrimonio tra persone dello stesso sesso in svariati stati europei (in Italia no perché è peccato e poi noi siamo in leggera controtendenza), dalla paura di farsi vedere in pubblico per non offendere il comune senso del pudore all’orgoglio ritrovato di mostrarsi gay davanti a tutti, sia in maniera sobria ed elegante, con il proprio compagno o la propria compagna, sia in maniera più briosa e istrionica nelle riunioni “a fiume” del gay pride, con vestiti sgargianti e lustrini, dall’impossibilità di dare amore a una creatura adottandola al diritto di essere genitori (sempre negli altri stati perché noi, si sa, siamo in leggera controtendenza).

Tutta questa fatica, tuatta questa rivoluzione culturale, questo sacrificio, questa consapevolezza per cosa? Per essere liberi, all’asilo nido “Il chicco di grano” al quartiere Ardeatino di Roma, di bloccare i festeggiamenti della festa del papà e della mamma e di convertirle in un più sobrio “laboratorio aperto alle famiglie”. Laboratorio su che cosa non è ancora dato di saperlo. Ma perché, poi, dev’essere degradante festeggiare il papà o la mamma, fermo restando che si tratta di feste commerciali (soprattutto quella della mamma, quella del papà si salva in corner perché è San Giuseppe che qualcosa con la religione cattolica ci deve comunque avere a che fare) per dei bambini dell’asilo nido? Hanno due papà, bene, vorrà dire che il 19 marzo festeggeranno il doppio. Hanno due mamme?? Vorrà dire che a maggio faranno due volte dei pensierini per le loro genitrici e va da sé che non è un male. Come non è un male avere un padre e una madre, e allora, perbacco, si sta tutti insieme a giocare, a ridere, a scherzare, a festeggiare i compleanni, a fare le festicciole di Natale, i filmati da dare ai genitori (io queste cose le so perché mia figlia va all’asilo nido), ma il “laboratorio” proprio non si affronta. Non è evitando la realtà che si arriva ad educare un bambino. Mamma e papà esistono, magari non li hanno i figli degli omosessuali, ma i figli degli etero sì, e allora che cultura del piffero creo se evito ai miei figli (di chiunque siano) una realtà evidente??

Non lo sappiamo, e probabilmente non lo sapremo mai. Sono solo bambini. Armati della privazione della realtà e disarmati nell’età più delicata del loro sviluppo.