Tutti i “qual’è” di Wikipedia

Quanto tempo sarà che non vi parlo più di Wikipedia? Eh, parecchio!

Oggi mi è venuto in mente di cercare sull’enciclopedia più sgangherata del mondo quante volte e in quali pagine ricorra l’espressione “qual’è”, con tanto di apostrofo (che, notoriamente, non ci va).

Ho cliccato su “cerca” e mi si è aperto il mondo. Guardiamo il caso più divertente:


Nella pagina dedicata al cognome “Russo” (origini, diffusione etc…), tra le note è riportato un articolo di Emanuela Mastrocinque, “Qual è l’origine del cognome Russo?”, pubblicato su un sito web. Nel trascriverne il titolo il wikipediano medio si è lasciato sfuggire un “Qual’è”, che ancora campeggia a bella vista nella pagina.

Uno può sempre dire: “Ma magari era sbagliata la dicitura della fonte citata da Wikipedia”. Macché, invece era giusta. Eccola:

Intellettuali d’oggi, wikipediani di domani.

E come sempre a corredo del tutto, ecco la pagina originale di Wikipedia in PDF

https://www.valeriodistefano.com/wp-content/uploads/2019/01/Russo_cognome.pdf

Chi vuole l’omeopatia se la paghi

A Firenze è stato istituito il primo ambulatorio ospedaliero di omeopatia per donne in gravidanza.

Non ho mai avuto nulla contro le persone che decidono di curarsi con l’omeopatia. Molte volte sono persone che non riescono a risolvere le loro piccole o grandi patologie con la medicina tradizionale e provano qualunque cosa pur di star meglio. Bisogna avere rispetto della sofferenza altrui, quale che sia, e per qualunque motivo si manifesti.

Quello di cui, invece, non ho rispetto, è l’omeopatia in sé. Un metodo di cura che non è altro (nella stragrande maggioranza dei casi) che acqua e zucchero (e in quanto tale male non fa, possono assumerla anche i diabetici, viste le dosi infinitesimali di zucchero presente nelle “palline” intrise di acqua). Le quantità di principio attivo presenti in un preparato omeopatico (cominciamo a chiamare le cose con il loro nome: “preparato” e non “farmaco”, né tanto meno “rimedio”) sono solitamente diluite a livello tale da non lasciare più traccia di sé nel prodotto finale. Prodotti preparati con diverse sostanze di partenza, dopo una certa diluzione non sono più distinguibili l’uno dall’altro, tanta e tale è l’infinitesimalità delle tracce di principio attivo che vi si possono rinvenire.

Ma non devo stare qui a spiegarvi come (non) funziona l’omeopatia. Voglio soltanto dire che chiunque decida, per motivi insindacabilmente suoi, di curarsi con un approccio medico “alternativo” (o “complementare”, come si usa definirlo oggi), dovrebbe farmi il favore di pagarselo di tasca propria. Sono ben felice di pagare il servizio sanitario nazionale con le mie tasse. Ma che si offra medicina vera. Non c’è nulla di male nel pagarsi acqua e zucchero a costi incredibilmente spropositati, ma che sia coi propri soldi, non con quelli della collettività. E le visite omeopatiche, quelle che durano un’ora e mezza, e ti chiedono di tutto, perfino come ti puzzano i piedi (è successo a me), se uno proprio se le vuol far fare, chiama il proprio omeopata di fiducia, se lo paga ed è a posto con tutti. Non ci deve arrivare tramite un CUP, anche se, come in questo caso, il servizio è dedicato a un insieme ristretto di pazienti (le donne in gravidanza), ma con patologie molto delicate da affrontare.

Bisogna rassegnarsi (e io lo faccio ben volentieri): per il momento non sussiste nessuna evidenza dell’efficacia dell’omeopatia, e io voglio che i miei soldi pubblici vadano a guarire qualcuno, non a illuderlo o a rappresentare un inutile effetto placebo che non serve a nessuno, men che meno al malato.

Un ambulatorio di medicina omeopatica disponibile in SSN rappresenta una sconfitta per tutta la collettività e un passo indietro per la scienza. Ovvìa…

Ancora su Cesare Battisti, sui lettori pignolini del blog e sul video del ministro della giustizia Bonafede

Ho sempre sostenuto di avere dei lettori pignolini, ma le lettrici, se Dio vuole, sono anche peggio.

Una signora, che evidentemente legge in maniera approfondita quello che scrivo, mi fa notare che negli anni 09-10, a proposito del caso Battisti e sulle problematiche della sua estradizione, non ero così duro e perentorio come oggi, ma più “possibilista” (utilizza proprio questa parola, “possibilista”) sulla eventualità di uno stato di libertà per il terrorista. Ma io non sono né per Battisti né per la Francia o il Brasile. Io sono, e sono sempre stato, per lo stato di diritto. Cesare Battisti è un terrorista omicida riconosciuto colpevole da sentenze definitive passate in giudicato. Come tale deve scontare la sua pena. Senza se e senza ma. Per fortuna o abilità è riuscito a eludere la sorveglianza italiana e a farsi dare l’asilo politico in Francia prima e in Brasile poi. Che sono paesi con una democrazia consolidata e che si fondano, a loro volta, sullo stato di diritto. E che hanno avuto le loro ragioni a negare l’estradizione di Battisti in Italia. Queste ragioni possono essere discutibili e discusse, ma sono altrettanto legittime delle richieste dello Stato italiano. Battisti è rimasto latitante per 38 anni. Non credo che in questo periodo chiunque volesse fare un bliz e arrestarlo in casa sua non abbia avuto la possibilità di farlo. Ma ci sono delle vittime, perbacco, di cui Battisti è responsabile. Ci sono delle parti lese, gente rimasta sulla sedia a rotelle o che ha perso un caro familiare. Stare dalla parte di Cesare Battisti sempre e comunque è una presa di posizione destinata a fallire. Per questo ho pubblicato l’elenco dei primi 1500 firmatari dell’appello di Carmilla on Line del 2004, perché bisogna sapere e ricordare da che parte si è schierata certa “intellighenzia” (italianizzato) e come si siano mossi certi guru di una sedicente sinistra che ormai, in quel caso, non aveva più nulla da dire a nessuno. Prendiamo Vauro, per esempio. Giorni fa ha dichiarato al Fatto Quotidiano:

“Mi assumo tutta la responsabilità politica e morale della mia firma sotto l’appello per Cesare Battisti del 2004”
“in realtà fu una persona, della quale non farò il nome, ad apporla per me, dando per scontata una mia adesione. Avrei dovuto ritirarla al tempo e non lo feci per colpevole superficialità e malinteso senso di amicizia. Non l’ho fatto nemmeno successivamente, quando scoppiarono le polemiche, perché un ritiro tardivo mi appariva e mi appare come un atto ipocrita volto a scaricare le responsabilità personali di cui sopra”.

Quando lo hanno messo di fronte a Torregiani a “Quarta Repubblica”, davanti a Nicola Porro ha dichiarato:


“Non ho detto che è stata una grande superficialità ma una colpevole superficialità. Mi ritengo responsabilmente colpevole di quella responsabilità che ha portato a far sì che la mia firma fosse sotto quell’appello”
E, rivolgendosi a Torregiani : “Visto che c’è Torregiani in studio, se la cosa non lo offende, vorrei anche scusarmi se quella mia firma può aver turbato una sensibilità già messa a dura prova”.

E allora, di che cosa stiamo parlando? Sempre di qualcuno che sul web firma al nostro posto (ricordate che anche Roberto Saviano confessò candidamente di non sapere per quali oscure strade del web fosse arrivato a mettere quella firma poi provvidenzialmente -per lui- ritirata?) e a nostra insaputa. Sempre di un “Avrei dovuto”, ma mai di un “devo”. E’ sempre un arrivarci per contrarietà, come direbbe il poeta, non si sceglie mai in tempo.

E visto che sono a favore di uno stato di diritto, bisogna che vomiti tutto il mio disgusto per il video di Bonafede circolato sul web negli ultimi giorni, in cui si mostra l’arresto di Battisti, ormai ridotto a una larva innocua, come se fosse uno spettacolino da baraccone. Come se oltre alla privazione della libertà un detenuto debba pagare anche con il prezzo della pubblica gogna le sue azioni, come se una realtà non esistesse se non viene immediatamente condivisa sui social network, da un ministro della giustizia e uno dell’interno con le divise di un corpo dello stato, quando avrebbero dovuto essere lì almeno in giacca e cravatta, anzi, non avrebbero nemmeno dovuto essere lì a mettere a repentaglio l’identificazione di un poliziotto addetto alla sicurezza di Battisti. E’ questo esercizio morboso della curiosità, questa continua sollecitazione del prurito dell’opinione pubblica a mettere il naso negli anfratti più nascosti e patologici di un vissuto che non rende giustizia a uno stato di diritto. Perché devo vedere un detenuto in manette mentre gli prendono le impronte digitali? Non potrebbe essere allontanato dal pubblico ludibrio, una volta messo nelle condizioni di non nuocere?? Queste azioni gratuite sono figlie di una ignoranza dilagante e diffusa, che nulla ha a che vedere con le certezze di uno stato di diritto. E’ una azione cinica e grottesca e bene farà la Camera Penale di Roma a presentare un esposto nei confronti del ministro Bonafede. Vogliamo la vita del diritto, non l’autopromozione gratuita a tutti i costi. Ecco come la penso.

Stupide cretinerie e deficienze imbecilli

Certo che bisogna veramente essere dei cretini patentati e aver studiato su Facebook per realizzare dei “meme” (parola orrenda che viene usata ad ogni pie’ sospinto sui social media, dove circola di tutto e di più, soprattutto per quanto riguarda l’uso di un linguaggio arbitrario che fa rabbrividire e scendere i gomiti all’altezza dei coglioni) di questo genere. Quindi, qui i casi sono due, o chi l’ha realizzato e diffuso (“condividendolo”, come si usa dire, usando una bella parola per una brutta cosa) è veramente un cretino che ha creduto per un momento che Cesare Battisti, il terrorista arrestato due giorni fa in Bolivia, fosse la stessa persona di quel Cesare Battisti, patriota, giornalista, geografo, politico socialista e irredentista italiano, come recita la Benemerita, oppure chiunque sia stato a diffondere queste bestialità antistoriche lo ha fatto sapendo che si trattava di una evidente forzatura della realtà, e allora non è un cretino ma un imbecille di primissima categoria. Fare della propaganda politica (oltretutto su un partito come il PD che è già morto per conto suo) su queste cose è fuori dal mondo, non è una cazzata falsa, è una cazzata vera, senza contare che non è affatto vero che è stato il governo Conte ad arrestare Cesare Battisti, ma la polizia boliviana (un paio di esponenti del Governo Conte hanno, tutt’al più, fatto le belle statuine all’aeroporto di Ciampino, per attendere l’arrivo del pluriomicida, indossando le divise delle forze dell’ordine alla prima occasione disponibile). Sono i social network, bellezze, non ci sarebbe da stupirsi di nulla, e allora mi spiegate perché io mi ci incazzo ancora? Su, via, ditemelo…

Matteo Camiciottoli e Roberto Calderoli (Lega) condannati per diffamazione

Nei giorni scorsi sono arrivati a sentenza di primo grado due processi per diffamazione di cui ho parlato altrove nel blog, quello a Matteo Camiciottoli, condannato a 20.000 euro di multa (pena sospesa a patto di risarcire 20.000 euro alla Boldrini, più cento euro per ciascuna delle associazioni costituitesi in giudizio entro un mese) per aver commentato sui social gli stupri avvenuti in spiaggia a Rimini nell’estate 2017 (aveva scritto che gli arrestati «dovevano essere mandati ai domiciliari a casa della Boldrini, magari le mettono il sorriso»). Oltre a questo è stato condannato a pagare le spese legali delle parti costituitesi civilmente (3.500 euro per la Boldrini, 1.980 euro per ognuna delle cinque associazioni) . Il Tribunale di Bergamo, inoltre, ha condannato a un anno e sei mesi Roberto Calderoli, per aver dato dell'”orango” al ministro Kyenge ( “Amo gli animali, orsi e lupi com’è noto, ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di orango” ). I fatti sono del luglio 2013, e Calderoli è stato indagato poco dopo. La sua condotta fu stigmatizzata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, del Presidente del Consiglio Enrico Letta, dei Presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Pietro Grasso, dell’ONU, del Vaticano e perfino di Famiglia Cristiana, che ormai è diventato il primo giornale dell’opposizione.
 Il 6 novembre 2013 la Procura della Repubblica di Bergamo ha chiesto il giudizio immediato nei confronti di Calderoli, «giustificata l’evidenza della prova». Nel 2015, la giunta per le immunità del Senato ha bocciato la relazione del senatore Crimì, dichiarando che l’espressione rivolta all’allora ministro per l’integrazione era l’espressione di un libero pensiero tutelata dal primo comma dell’articolo 68 della Costituzione. Successivamente la Corte Costituzionale ha accolto il ricorso del tribunale di Bergamo e dichiarato nulla la delibera di insindacabilità del Senato. Il processo è andato avanti ed è arrivato, dunque, alla condanna di due giorni fa.

Ora, come sempre, per carità, si tratta di condanne in primo grado e, finché non c’è una sentenza definitiva passata in giudicato Calderoli e Camiciottoli sono innocenti. Però intanto 2-0 e palla al centro.

Ecco chi ha firmato l’appello per la liberazione di Cesare Battisti (prime 1500 firme)

Ho trovato sulla pagina https://www.carmillaonline.com/archives/1500_firmatari.html l’elenco degli intellettuali e dei cittadini che nel 2004 firmarono per la liberazione di Cesare Battisti dopo l’arresto in Francia, in attesa di estradizione. Si tratta di poco più di 1500 firme raccolte in sei giorni. Quidi seguito i primi firmatari. Chi lo desiderasse può anche scaricare il seguente file .RTF:

https://www.valeriodistefano.com/wp-content/uploads/2019/01/cesarebattisti.rtf

Valerio Evangelisti scrittore

Serge Quadruppani scrittore

Wu Ming scrittori

Vauro disegnatore

Giuseppe Genna scrittore

Lello Voce poeta

Nanni Balestrini scrittore e critico

Antonio Moresco scrittore

Luigi Bernardi scrittore ed editore

Marco Philopat scrittore ed editore

Tiziano Scarpa scrittore

Giorgio Agamben docente universitario, filosofo, scrittore

Davide Ferrario regista

Ivano Ferrari poeta

Guido Chiesa regista

Florence Thinard scrittrice – Francia

Pascal Dessaint scrittore – Francia

Dominique Manotti scrittrice – Francia

Loredana Lipperini giornalista

Gilles Perrault scrittore – Francia

Carla Benedetti docente universitaria, critica letteraria

Stefano Tassinari scrittore

Massimo Carlotto scrittore

Laura Grimaldi scrittrice e traduttrice

Pino Cacucci scrittore

Michele Monina scrittore

Jean-Marie Laclavetine scrittore – Francia

Sergio Baratto traduttore

Nilo-Manuel Casares Rivas critico d’arte

Enzo Fileno Carabba scrittore

Sbancor banchiere – scrittore

Mauro Trotta giornalista e critico letterario

Jun Fujita Hirose critico cinematografico

Paolo Cento deputato Verdi

Mauro Bulgarelli deputato Verdi

Edizioni DeriveApprodi

Giovanni Russo Spena deputato PRC

Graziella Mascia deputata PRC

Topolin Edizioni

Jorge Vacca editore

Massimiliano Governi scrittore

Christian Raimo scrittore

Sandrone Dazieri scrittore

Hervé Delouche editore – Francia

Claude Mesplède saggista – Francia

Jean-Hugues Oppel scrittore – Francia

Sante Notarnicola poeta

Francis Mizio scrittore – Francia

Enrico Remmert scrittore

Danilo Arona saggista, scrittore

Maurice Rajfus scrittore, Observatoire des libertés publiques

Giorgio Tinelli ricercatore universitario

Francesco Mattioli disegnatore

Marco Melotti saggista

Doug Headline scrittore, editore, regista – Parigi

Sophie Bajard editrice – Parigi

Weiner Marchesini saggista

Gianfranco Manfredi scrittore, musicista, critico

Hobo Rosati webmaster

Roberto Vignoli editore

Andrea Erra

Simone P. Barillari scrittore

Gian Marco Mazzocchi

Sergio Rossi editor

Daniela Bandini giornalista

Cesare Castaldo

Matteo Bastetti

Claudio Tulli di Materiali resistenti

Laura Grazioli pubblicitaria

Tiziano Borrelli

Jari Lanzoni informatico

Gian Paolo Serino critico letterario

Tiziano Cardetti redattore

Fabrizio Demontis

Cosimo Polisena

Monica Mazzitelli scrittrice e membro Inciquid

Federico Alessandro Amico

Alessandro Bertante scrittore e giornalista

Rossano Astremo scrittore

Francesca Masera

Stefano Mano libreria SpazioPiù

Salvatore Ditaranto webmaster

Loredana Simonetti operaia

Roberto Caselli

Matteo Marchetti

Alex Cremonesi del gruppo La Crus

Girolamo de Michele scrittore

Massimiliano Di Giorgio giornalista

Ugo Tassinari giornalista e saggista

Luca Mazzocco marketing manager

Ilaria Carretta

Gabriella Fuschini scrittrice

Giovanni Secondulfo ingegnere

Carlo Mor

Armando As Chianese giornalista

Stefano Lanticina

R. Benassi

Paolo Casarini educatore professionale

Maria D’Amico giornalista

Michele De Pirro

Maximiliano “Strelnik” Bianchi blogger

Stefano Pasquini artista

Stefania Carrara

Giorgio Gianotto

Emiliano Mattioli

Annalisa Rosso

Andrea Pompei

Claudio Giacchino

Andrea Di Pietro

Pietro Izzo

Alberto Raviola psicologo

Giacomo Mason

Federico Tassi

Emiliano Viti consigliere comunale Genzano (Rm)

Maria Teresa Carbone

Cinzia Bonatti

Mauro Smocovich scrittore

Paola Tavella

Nico Maccentelli redattore

Maurizio Casetta

Mélanie Fazi scrittrice

Federica Cangini

Massimiliano Pittana IT manager

Silvia Elisa Costa di typesetter.splinder.it

Redazione di Altremappe www.altremappe.org

Claudio Paolantoni

Giuliano Santoro

Giorgio Locatelli imprenditore

Andrea Dell’Amico systems administrator

Alfredo Simone giornalista

Umberto Morbiducci ricercatore

Paolo Fanti

Robin Benatti traduttore

Luca Conti traduttore e critico musicale

Fabio Lanza giornalista a New York

Marina Collaci giornalista

Antonio Federico

Elisabetta Michielin

Silvia Samory

Marco Arrigoni

Barbara Cerboni consulente IT

Riccardo Capone

Maria Rosa Saporito

Mario Martelli

Giovanni Favero ricercatore Università di Venezia

Roberto Laghi redazione http://www.radioactivity.be

Giulio Airoldi

Eric Vial prof. Storia Contemporanea – Univ. Grenoble

Paola Roccuzzo

Beppe Sebaste

Claudio D’Aguanno

Filippo Casaccia

Redazione www.pensamentus.it

Michele Citoni giornalista e videomaker

Francesco Masala

Giuseppe Fonte Basso

Jessica Rossi

Francesca Pompili

Marianne Boutrit

Elisa Veronesi lettrice

Andrea Petrucci

Mario Giacometto

Nico Gallo giornalista

Paolo Cappelletto designer e musicista

Davide Vitullo

Alfonso Rago giornalista

Santi Spadaro

Alessandro Beretta giornalista

Elena Bianchi

Alessio Davide

Gianluca Favaron lettore

Luana Vacchi

Stefano Calori blogger

Bruno Pepino consulente

François Joly scrittore – France

Pierre Bondil traduttore – France

Nicola Folletti folle.org – mediattivista

Valentina Ferrara

Firouzeh Mohajer

Giuseppe Panella docente universitario

Daniela Lanticina

Tommaso Didimo

Carlo Canepa Sportello Precariato – RdB Genova

Aldo Cardino Coordinamento Nazionale RdB – CUB

Ottavio Mazzucco

Luca Galli

Gabriele Spadacci

Vittorio Catani scrittore

Roberto Carcano giornalista

Claudio Torroni informatico

Fabio Frosini Università Urbino

Stefano Cavazzoni

Alessandro Perone Pacifico

Claudio Bonavera

Pietro Lasalvia

Lorenzo Cassata salgalaluna.clarence.com

Massimiliano Clemente komix.it

Stefano De Ponti

Valerio Guizzardi Esecutivo Fed. Verdi Bologna

Antonio Amorosi Presidente Fed. Verdi Bologna

Redazione rivista Frame Bologna

Diego Santalucia

Dario Troso

Valeria Valentini lettrice

Paola Ripi lettrice

Ophélie Beshay libraia

Hany Beshay cuoco

Delphine Cingal docente universitario – Parigi

Laetitia Hamot studente

Frédéric WITTA attore

Jacqueline WITTA attrice

Michele Witta libraia

John Vignola giornalista e critico

Marco Fubini

Stefano Tamburrini bibliotecario

Manila Benedetto giornalista – www.pproserpina.net

Sergio Golinelli

Nicolò Arban

Alex Foti editor Università Bocconi Editore/Egea

Francesco Russo

La Scimmia Edizioni

Giulia Di Donato

Alessandro Vicenzi

Christian Dufour docente – Francia

Gaetano Vergara www.aitanblog.splinder.it

Giulio “Grandenud” Bufo

Emiliano Di Marco Operatore Progetto RE.S.P.I.R.A. (Rete Servizi per i Richiedenti Asilo) con l’Assopace Napoli

Alessandro Besselva Averame giornalista musicale

Emmanuelle Urien scrittrice

Alberto Sarcinelli

Giorgio Binello

Gabriele Battaglia

Francesca Valentini

Julien Vedrenne editore

Paolo Chiocchetti redattore

Alain Le Flohic organizzatore del festival Noir sur la ville de Lamballe

Olaf Grabienski Università di Amburgo

Thierry Loew e tutta l’Associazione Pas Sérial s’Abstenir

Roberto Guenter Melle giornalista – www.melle.at

Iside Baldini

Christian Brütsch Università di Zurigo

Cherchez le wi-fi

Certo che deve volercene di stomaco per sentirsi un tutt’uno con i ministri della repubblica che sono andati all’aeroporto di Ciampino a ricevere l’arrivo di un terrorista e pluriergastolano, senza tuttavia avere nessun merito sia nelle operazioni di cattura sia in quelle che ne hanno permesso una estradizione lampo.

Ma c’era chi festeggiava il rientro di quella che ormai è solo la salma di un latitante ultratrentennale che entra in galera oggi per uscirne, probabilmente, quando sarà morto, che si è fatto beccare grazie a un wi-fi. Festeggiava perché “NOI” siamo riusciti a catturarlo, “noi” e non altri, non i governi di destra né quelli di sinistra, ma il governo gialloverde, con il ministro dell’interno in prima linea a brindare, “noi” che siamo i migliori, i più bravi, “noi” che abbiamo dimostrato che il celodurismo alla lunga (ma molto alla lunga) paga, “noi” che abbiamo realizzato un patto scellerato, “noi”, inutilmente convinti che gli ignoranti e i fascisti siano sempre e comunque gli altri.

Gli altri che Battisti lo hanno perfino difeso. Intellettuali del calibro di Gabriel Garcia Marquez (eh, sì, c’è cascato anche lui!), Bernard Henry-Lévy, e l’onnipresente Daniel Pennac, quello che dice che se gli studenti non leggono la colpa è degli insegnanti. E poi gli italiani che firmarono l’appello di Carmilla on Line per la revisione del processo a Battisti, come se non abbia avuto tutto il diritto a difendersi, pur se contumace. Tra di loro Vauro, Loredana Lipperini (quella che presenta, con vocina suadente e ammiccante “Fahrenheit” su Radio Tre), Tiziano Scarpa, MAssimo Carlotto (si sa, tra condannati…), Valerio Evangelisti, il collettivo Wu Ming, Pino Cacucci e Carla Benedetti. Tra i firmatari, ricordo anche un giovanissimo e semisconosciuto Roberto Saviano, che a seguito di quel gesto scrisse: «Mi segnalano la mia firma in un appello per Battisti, finita lì per chissà quali strade del Web e alla fine di chissà quali discussioni di quel periodo. Qualcuno mi mostra quel testo, lo leggo, vedo la mia firma e dico: non so abbastanza di questa vicenda. Chiedo quindi a Carmilla di togliere il mio nome, per rispetto a tutte le vittime»
Evidentemente, dunque, qualcuno deve aver firmato quell’appello a sua insaputa, ma Saviano è riuscito appena in tempo a sfangarla in parte (a Livorno si direbbe “col rumore l’hai rimediata, ma col puzzo no!”).

Restano comunque “loro”, a vegliare su di noi. E noi dovremmo anche essergliene grati, mentre tanti mafiosi latitano indisturbati senza che nessuno metta loro le mani addosso e mentre l’intelligenza del paese firma per la revisione del processo a un terrorista, pluriergastolano, criminale, riconosciuto colpevole da sentenze definitive passate in giudicato e che si è sottratto per 30 anni all’esecuzione della pena (complici i governi compiacenti di Francia e Brasile). Il paese è questo, muto ormai per la sofferenza della gente veramente intelligente e onesta che non si vuole far rappresentare da questi personaggi politici o della cultura.

Beppe Grillo firma assieme a Matteo Renzi, Enrico Mentana e Mina Welby il manifesto per la scienza di Roberto Burioni contro la pseudomedicina

“Oggi è successa una cosa molto importanteBeppe Grillo e Matteo Renzi hanno sottoscritto (insieme a molti altri), un patto a difesa della scienza(Roberto Burioni)

“Ho ricevuto il presente appello dal Professor Guido Silvestri.  Non conosco il Professor Roberto Burioni.(Beppe Grillo)

“Ci si può dividere su tutto, ma una base comune deve esserci. La scienza deve fare parte di questa base”
“Perché non ascoltare la scienza significa non solo oscurantismo e superstizione, ma anche dolore, sofferenza e morte di esseri umani”
“Ha detto Albert Einstein che la ‘scienza, al confronto con la realtà, è primitiva e infantile. Eppure è la cosa più preziosa che abbiamo’” (Roberto Burioni)

Beppe Grillo e Mina Welby. Paladini l’uno del dubbio, l’altra della libera scelta e dell’autodeterminazione dell’uomo sulla scienza hanno firmato, alla stessa stregua di un Matteo Renzi qualsiasi, il documento del Dottor Burioni per la scienza e contro la pseudoscienza. Non li tratto da “traditori”, come hanno fatto in molti, firmino ciò che vogliono, ma non si meraviglino se poi la gente si allontana da loro. Non sono mai stato un antivaccinista, ma sentire un paladino dei vaccini come Burioni liquidare un caso doloroso di malasanità correlata alla somministrazione di un vaccino con le parole “La sicurezza dei vaccini non la stabiliscono i tribunali”, rafforza il mio scetticismo e voglio essere lasciato libero di dubitare di lorsignori e di scegliere se vaccinarmi o meno. Beppe Grillo, in particolare, afferma con gentile e puerile candore di non conoscere il Dottor Burioni e di avere firmato un appello per interposta persona. Ma come si può? Ma non poteva farsi almeno una ricerca su Google?? Non c’è uno straccio di voce su Burioni su Wikipedia? Poteva almeno cominciare da quella. Dio mio che desolazione. Grillo e la Welby come Mentana e Matteo Renzi. E’ semplicemente scioccante. Più che un patto trasversale sembra un inciucio informe e pericoloso. E’ da questo che la scienza deve essere difesa. Burioni l’ha aperta alla firma di tutti e i soliti rapaci ci hanno messo lo zampino. Se ne renderà conto, un giorno. Ma noi non ci saremo.

Il senso di Liber Liber per la “concorrenza”

Anch’io ho letto il messaggio di Capodanno agli italiani pubblicato da Liber Liber sulla giornata del pubblico dominio.

Mi ha colpito, in particolare, un passaggio che mi fa piacere riportare:

“Ecco, una parola importante: “concorrenza“. Se vogliamo una cultura più libera, più accessibile, di qualità migliore, abbiamo bisogno della concorrenza. Abbiamo bisogno del pubblico dominio.”

Ora, io sono notoriamente un ignorante. Ma ho anche un brutto vizio, quello di verificare l’ovvio, lo scontato, il banale. Che cosa vuol dire “concorrenza”? Io non lo so, andiamo a vederlo sul dizionario Treccani, che dice:

“In commercio, nell’industria e sim., gara fra i diversi produttori o fra i commercianti per produrre e vendere in maggior quantità, e i mezzi a cui fanno ricorso per raggiungere lo scopo” (…)

Ecco il punto. “Concorrenza” sarà anche una parola importante, ma ha un’accezione commerciale. E’ una “gara” per produrre e vendere “in maggiori quantità”.

Ogni volta che mi sono sentito domandare come mai il mio classicistranieri.com faccia concorrenza a liberliber.it ho sempre risposto che classicistranieri.com non fa concorrenza a nessuno. Proprio perché non ragiona in una logica commerciale e non ritiene la parola “concorrenza” una parola importante per sé e per i valori del pubblico dominio.

classicistranieri.com non vende gadget, non ha uno shop, non vende i libri e le risorse che redistribuisce neanche in alternativa alla distribuzione gratuita, che è e resta l’unica modalità valida per veicolare i contenuti, classicistranieri.com non ospita pubblicità nelle sue pagine, è interamente autofinanziata, non è una associazione che riunisce soci a pagamento o gratuitamente, non ha l’obbligo di pagare alcuna tassa, non è formalmente costituita davanti a un notaio, è solamente l’iniziativa di un privato (io) che ha avuto dei contenuti gratuitamente e che gratuitamente li redistribiuisce. Unica eccezione le donazioni di chi passa e vuole lasciare qualcosa per la crescita della risorsa. Non c’è nessuna “gara”, dunque. classicistranieri.com non ha l’ambizione di essere migliore o peggiore di qualcuno, ma di non essere COME quel qualcuno, di avere una identità propria e di offrire dei contenuti con una etica diversa. Se qualcuno condivide i nostri primcipii etici può scaricarsi un testo di quelli redistribuiti, se invece non li condivide può sempre andare a prenderselo dove crede meglio. Anche pagarlo su Liber Liber, se lo crede opportuno.
Un modo di dire piuttosto diffuso nella lingua italiana è “La concorrenza è l’anima del commercio” (la riporta lo stessso vocabolario Treccani), ma solo chi pensa in termini commerciali può considerare la parola “concorrenza” come una parola importante, o pensare che chi fa la stessa cosa possa avere velleità di (con)correre a gara.
Ho sempre pensato a classicistranieri.com come a qualcuno che all’entrata di una chiesa o di un luogo pubblico, distribuisca gratuitamente libri elettronici e materiale di pubblico dominio, o pubblicato secondo una licenza CC a chi lo vuole o ne è interessato. Punto e basta. Il concetto di “concorrenza” lo lasciamo volentieri agli altri.

Che, poi, sono gli stessi che in una querela contro di me, hanno chiesto e mai ottenuto che venisse sequestrato l’intero blog che state leggendo. E il cerchio si chiude.

Io non capisco la gente che non ci piacciono i generici

Ecco, ve ne sarete accorti tutti che quando si va in farmacia con la ricettina bella pronta e firmata in mano la prima cosa che la farmacista (generalmente giovane e carina, con lo sguardo inconsapevole) ci chiede è: “Le do l’originale o preferisce il generico?” E tutti, soprattutto i vecchietti, normalmente rispondono: “No, no, niente generici, io voglio l’originale!” La sciacquetta carina e gentile prova a ribattere: “Guardi che con l’originale paga tot euro di ticket, mentre con il generico non paga nulla”. E il vecchietto di turno la massacra: “Non me ne importa nulla, mi dia l’originale, il generico non lo voglio.” Oppure, se quella di turno è una vecchietta, guarderà la bambinella con occhio di superiorità e dirà: “Mi dia quello che c’è scritto sulla ricetta”. E sulla ricetta generalmente è sempre indicata la specialità medicinale griffata.

Il motivo di tanta diffidenza non è che il generico sia un farmaco di serie B, un po’ come la cola del discount rispetto alla Coca-Cola e alla Pepsi ufficiali, no, il punto è che per noi il generico è inefficace e in un certo senso, non fa lo stesso effetto. Ma se è lo stesso principio attivo! Magari possono cambiare gli eccipienti, ma quello che del farmaco fa effetto è la stessa esatta identica molecola del farmaco di marca.

Ricordo il caso di mia nonna, l’Angiolina buonanima (di cui non vi parlo da anni, ormai). Per dormire meglio la notte e contrastare l’ansia che la opprimeva le avevano prescritto delle compresse di diazepam. L’effetto fu deleterio. Mia nonna la notte si agitava moltissimo e praticamente ballava sul letto. Riconsultato il medico, la tranquillizzò e le prescrisse lo stesso dosaggio di diazepam, sotto forma di gocce al gusto di limone (quindi molto gradevoli al palato). Il farmaco (che non era esattamente un generico, ma una specialità medicinale con un altro nome) fece effetto e mia nonna stava da Dio. Aveva preso esattamente la stessa cosa.

Una molecola è una molecola. Non ha nessun marchio se non quello del “copyright” che dopo 20 anni dal deposito scade. E’ per questo che esistono i generici. Che costano meno e sono ugualmente efficaci.

Siamo fatti di chimica, e una molecola è una molecola, sia che me la produca l’azienda di grido che ci ha messo il brevetto, sia che la produca chi immette sul mercato solo farmaci generici, e allora perché non approfittarne? Perché siamo malfidati, ecco perché. Pensiamo sempre che ci sia qualcuno pronto a fregarci con qualche intruglietto, che se costa meno deve anche valere di meno, quindi in quanto a efficacia lascerà probabilmente a desiderare.

Siamo figli delle stelle e pronipoti di sua maestà il denaro.

I “numeri” del 2018 di classicistranieri.com

…e a proposito di classicistranieri.com, nel 2018 sono stati cliccati 2.789.519 files e 4.481.221 pagine.

Roberto Burioni: “La sicurezza dei vaccini non la stabiliscono i tribunali”

Giorni fa ho pubblicato un post sul caso di una donna di Pescara che si è bvista risarcire dalla ASL di appartenenza 150.000 euro e un vitalizio di 800 euro mensili per aver contratto la sindrome di Guillain Barré dopo una vaccinazione.

Mi chiedevo, scrivendo quelle poche righe (e ormai di righe ne scrivo davvero poche) che cosa ne avrebbe detto il Dottor Burioni. Se fosse rimasto zitto per rispetto della paziente, se avesse esternato che gli dispiace, se avesse ammesso che sì, in qualche caso i vaccini NON sono sicuri e che bisogna stare attenti nelle somministrazioni, se avesse detto che comunque sia e comunque vada ha sempre ragione lui, se si fosse stracciato le vesti, insomma, una qualche reazione, quale che fosse.

La reazione non ha tardato ad arrivare. L’ho letta su Twitter dove Burioni ha risposto al post di un lettore che riportava la notizia con tanto di riproduzione delle pagine de “il Centro” che io ho solo cercato maldestramente di fotografare. E la reazione è… (sospiro di attesa):

LA SICUREZZA DEI VACCINI NON LA STABILISCONO I TRIBUNALI

Qui siamo al mondo alla rovescia, al teatro dell’assurdo. Qui Ionesco e Beckett impallidirebbero, si tratta di una reazione che lascia sbigottiti, stupefatti. Ma certo, perbacco, che la sicurezza dei vaccini non la stabiliscono i tribunali, ma i tribunali devono ricostruire i fatti, accertare le responsabilità e, nel caso, condannare i colpevoli al carcere, alle multe o al risarcimento dei danni. E in questo caso il fatto è che la signora ha contratto la sindrome di Guillain Barré dopo una vaccinazione (ho scritto “dopo”, non ho scritto “in seguito a”) e che la ASL ha delle responsabilità tali che non ha neanche interposto appello, accettando così che andasse in giudicato la sentenza di primo grado, Ma di che cosa stiamo parlando? Solo perché in un caso un tribunale ha sentenziato tutto questo quello che dice il tribunale è carta straccia solo perché non spetta ai tribunali stabilire se i vaccini sono sicuri o no? Ma a cosa deve ricorrere un cittadino per avere ragione delle sue doglianze, alla scienza medica che gli dice “Non dica cazzate, i vaccini sono sicuri!”??

Siamo ridotti così. Come se i tribunali non avessero consulenti medici specializzati per stabilire i nessi di causa ed effetto che sottendono alle cause che devono dirimere. Siamo arrivati all’apice di ogni umano paradosso.

Io qui l’ho detto e qui lo ripeto: bisognerebbe dirlo a quella povera donna che la dicurezza dei vaccini non la stabiliscono i tribunali, ammesso di avere il coraggio e la mancanza di rispetto di farlo, poi FORSE (ma FORSE) qualche idea preconcetta comincerà a sgretolarsi.

Pronta la multa per il vicesindaco di Trieste: per gettare le coperte di un clochard nell’immondizia aveva sbagliato cassonetto.

Ah bene. Ora sì!

Con “Rosignano nel cuore” per Claudio Marabotti sindaco

Se fossi ancora residente nel comune di Rosignano Marittimo e fossi chiamato a votare per le prossime comunali voterei certamente per Claudio Marabotti, della lista civica “Rosignano nel cuore”. Non ce la farà a conquistare lo scranno di primo cittadino, questo è certo. Claudio è una persona troppo al di fuori delle logiche partitiche per ricevere quello che si dice un autentico plebiscito. Ma proprio per questo lo voterei, perché lo conosco da decenni (eh, sì, ormai saranno sì e no una quarantina d’anni), so come lavora, è un medico coscenzioso e molto attento, ha a cuore il suo territorio, ha sputtanato svariate manfrine locali con interventi sui principali quotidiani e periodici locali in alcune occasioni e ora se la tira abbestia sui social network perché è stato intervistato da due giornaliste carine delle stampa francese.

In breve, ha il physique du role (scusate, non trovo la o con il circonflesso e non ho voglia di consultare la tabella dei codici ASCII) per diventare qualcuno, e io voglio proprio che lo diventi. Per cui, visto che non posso votarlo io, votatelo almeno voi (ma guarda te cosa mi tocca fa’…)

Facebook mi scrive che io sono “importante” per loro. E a me vengono i brividi.

Ogni tanto Facebook mi scrive: “Valerio, sei importante per noi…”

Generalmente avviene quando mi propongono di ripubblicare dei contenuti (ditesto o fotografici) di quanlche anno fa.

E, cazzo, io ho paura. Perché prima di tutto essere “importanti” per qualcuno è una bella responsabilità. E poi perché non è vero un accidente. Io non sono importante per Facebook. Casomai lo saranno i miei dati, i miei contatti, il mio numero di telefono, il mio indirizzo e.mail, tutto quello che gli serve per propormi la pubblicità che leggo ogni volta che mi collego.

Dicono anche che per loro sono importanti i miei ricordi. Ma dopo un anno i miei ricordi non me li “ricordo” più nemmeno io. Magari li ho rimossi, magari non me ne frega più niente. Magari quello che pensavo un anno o due anni fa non corrisponde più a quello che penso oggi. Perché me lo ricordano? Ditemi chi sono e non mi dite chi ero.

E che Facebook si dimentichi di me, ogni tanto. Mi farà solo bene.