Mala giustizia

Siamo arrivati alla frutta. Se il 1 gennaio 2020 entrerà in vigore la disposizione secondo cui una volta emessa la sentenza di primo grado in un procedimento penale scatta sine die il blocco della prescrizione, non ci saranno più garanzie di uno stato di diritto per il cittadino che, colpevole o innocente che sia, si ritrova a dover subire un processo. I procedimenti d’appello e di cassazione potrebbero intervenire con ritardi clamorosi e il sistema della giustizia potrebbe ritrovarsi di fatto paralizzato nella confortevole certezza di avere a disposizione tutto il tempo necessario per processare un cittadino. Che, nel frattempo che aspetta che qualcuno sblocchi il suo fascicolo, potrebbe vedersi negate alcune possibilità fondamentali: lavoro, accesso a concorsi pubblici, accesso a gare d’appalto e chi più ne ha più ne metta.

La durata ragionevole del processo è un principio costituzionale irrinunciabile, fermo restando il fatto che dove interviene la prescrizione del reato si verifica un vero e proprio vulnus dello stato che dichiara la sua incapacità a perseguire un crimine.

Ma non si può stare sulla graticola a tempo indeterminato. Ognuno ha il diritto di sapere quanto durerà il proprio processo e quali sono le prospettive temporali dell’azione penale contro di lui. Se queste prospettive temporali vengono superate, l’imputato ha diritto alla prescrizione, che, tra l’altro, può accettare (dichiarandosi in un certo qual modo colpevole) o rifiutare (chiedendo, quindi, di proseguire il processo e di essere assolto nel merito).

C’è solo da sperare che il 1 gennaio 2020 non entri in vigore un bel niente, perché le prospettive, viste da qui, fanno paura.

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L’omeopatia e le discussioni sul suo contributo al Sistema Sanitario Nazionale

Medici di chiarissima fama ed autorevolezza dichiarano che l’omeopatia non funziona. Siti web molto più autorevoli di questo scrivono chiaramente che nei preparati (chiamiamoli con il loro nome, “preparati” e non “farmaci”) omeopatici ci sono solo acqua e zucchero. La chimica ha dimostrato che la teoria su cui si basavano le concezioni hahnemanniane sul funzionamento dell’omeopatia erano completamente errate, che il simile non cura il simile, che non esiste alcun flusso vitale, che le sostanze non si potenziano nella diluzione e nella succussione, che le malattie non si curano somministrando qualcosa che produca gli stessi effetti sintomatologici, anzi, che quei sintomi vanno studiati per conoscerne la causa e, quindi, trovare il giusto rimedio. Nei preparati omeopatici non c’è assolutamente nulla. Quindi, se siamo di fronte ad un approccio medico completamente sbagliato, il meglio che ci potrà accadere è che non succeda assolutamente nulla, mentre, chiaramente, la nostra patologia potrà sempre peggiorare. Ma chi si cura con l’omeopatia non fa del male a nessuno, tutt’al più fa danno a se stesso e al suo portafoglio, visto il costo estremamente elevato dei globuli intrisi di soluzioni in cui sono disciolti principi attivi in quantitativi acquosi di proporzioni oceaniche.
Però intanto in provincia di Pesaro è morto un bambino di sette anni per un’otite curata con il solo uso dell’omeopatia (i genitori sono stati condannati a tre mesi di reclusione ciascuno, il giudizio per il medico è iniziato a settembre). A Bari è morto un altro bambino, stavolta di polmonite, sempre “curato” da un omeopata irresponsabile.

Davati a tutti questi fatti, che non sono minimamente in discussione, la senatrice Virginia La Mura del Movimento 5 Stelle ha promosso un incontro al Senato della Repubblica sul tema “L’omeopatia quale opportunità di crescita per il SSN. Il punto di vista medico e politico.” I relatori? La presidente dell’A.P.O. (Associazione Pazienti Omeopatici) Italia, un medico omeopata presidente della fondazione Negro, il Presidente di Omeoimprese, un omeopata pediatra, vicepresidente della SIOMI, un omeopata endocrinologo, un ematologo omeopata, vicepresidente FIAMO. Non c’è neanche un medico tradizionale, un chimico, qualcuno che possa portare una voce dissenziente e spiegare le cose per come stanno. Il tutto verrà chiuso dal senatore Sileri, sempre del gruppo Movimento 5 stelle, viceministro della Salute.

Con la benedizione di una delle due forze politiche della maggioranza, dunque, si discuterà sull’opportunità di far entrare l’omeopatia nel Servizio Sanitario Nazionale e di quali vantaggi questo possa comportare. In Francia, per esempio, l’omeopatia sta uscendo dai binari della sanità nazionale, e gli importi rimborsati dal servizio corrispondono al 15% delle cifre sborsate dai cittadini per curarsi con gli zuccherini. In breve, i cugini d’oltralpe se ne stanno liberando. In Italia (dove, come diceva il Beppe Grillo dei tempi migliori, siamo in leggera controtendenza) stiamo discutendo se farla rientrare tra gli approcci medici riconosciuti e, quindi, pagati e rimborsati in tutto o in parte con i soldi dei cittadini. Io non voglio pagare la sanità nazionale perché legittimi l’acqua e zucchero come metodo di cura. Chi vuole curarsi con l’omeopatia, se proprio ci tiene, lo faccia con i propri mezzi, io voglio dare antibiotici gratis a chi ne ha bisogno, farmaci generici gratis a chi non si può permettere quelli di marca (che, tanto, voglio dire, funzionano lo stesso), vaccini gratuiti non solo per i bambini del mio paese, ma anche per quelli dei paesi più sfortunati. Non voglio che i miei soldi vadano ad associazioni e onlus per combattere questa o quella malattia, voglio che vadano allo Stato e che lo Stato si occupi del bene supremo della salute di chi ha bisogno, chiunque egli sia. E vorrei sapere con quali soldi vengono organizzati questi convegni, a cosa servono e quali sono le conclusioni che vengono tirate dai vari interventi. Bisogna stare attenti. Ma molto attenti.

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La bomba nel processo penale

prescrizione

L’emendamento al decreto sicurezza che blocca la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, qualunque sia la sentenza emessa è un vero e proprio mostro giuridico e meriterebbe di essere cancellata dalla faccia della terra, oltre che dalle carte dei sonnacchiosi senatori che non potranno neanche parlarne, perché tanto il Governicchio porrà la questione di fiducia.

Con questo istituto si svilisce prima di tutto un istituto che esiste ed esisteva nel nostro stato di diritto: lo Stato rinuncia a pretendere di risolvere un procedimento quando sia passato un certo lasso di tempo. La prescrizione è una espressione del diritto all’oblio. Dopo un po’ ci si dimentica di un fatto, si rinuncia ad esercitare l’azione penale perché un poveraccio (o un malandrino) non può essere giudicato anni e anni dopo per quello che ha fatto anni e anni prima. E’ probabile che si parli di un’altra persona (in senso stretto), di qualcuno che non si riconosce più e che non ha più nulla a che fare con il reato che ha commesso (ammesso e non concesso che lo abbia veramente commesso). E allora la questione si chiude.

Stoppando i tempi di prescrizione sine die si ledono i diritti di difesa (che può puntare anche sull’eccessiva durata del processo) e si va contro alla prescrizione costituzionale per cui un procedimento penale o civile deve avere una durata ragionevole, perché una volta ottenuta una sentenza di primo grado praticamente moriranno tutti i giudizi di grado superiore (qual è quel Pubblico Ministero o quell’avvocato difensore che in presenza di una sentenza sfavorevole avrà l’ardire di presentare appello in secondo grado o in Cassazione se sa che la prescrizione è sospesa?? A quel punto nessuno dei due avrà più fretta, e in caso di condanna il difensore avrà tutto l’interesse di mantenere così le cose per evitare che il suo cliente vada in galera, e la sentenza resta nel limbo).

E’ una bomba all’interno del processo penale che potrebbe avere effetti di deflagrazione anche molto gravi. Non si sa che cosa voglia fare di preciso questo governo, ma vi assicuro che non è assolutamente niente di buono.

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Alfie è morto

Alfie è morto, po’ero grillo, e questa è l’unica notizia che conta in questa vicenda dagli aspetti marcatamente britannici e squallidi (e non è detto che i due aggettivi debbano essere per forza sinonimi, ma vi lascio la libera interpretazione di quello che ho scritto).

Non metterò la solita sfilza di foto del bambino, che pure abbondano in rete, alla faccia della privacy e dell’oscuramento dell’espressione del viso per impedirne la riconoscibilità, per attirare visitatori e far leva così sulla pietà spicciola di poche persone.

Quello che colpisce è che in Europa (sia pure l’Europa del Brexit, le appartenenze geografiche non dipendono da un referendum, sia chiaro) si possa ancora morire per una miserevole ragion di Stato, che nell’emettere una sentenza, decreta di fatto la fine delle funzioni biologiche di una persona, e che non esista, in quei luoghi, nessuna possibilità di far valere il diritto alla libertà di cura, valido in Italia per ogni cittadino, esercitato dai genitori in caso di individui di minore età.

Lo so che muoiono tanti bambini nel mondo. Di fame, di guerra, di malattie. E lo so che Alfie è un bambino che i soliti cinici vorrebbero definire “fortunato” perché ha avuto dalla sua l’attenzione dei media e l’opinione pubblica di svariati paesi, almeno finché è vissuto, mentre degli altri non parla nessuno. Ma si dà il caso che qui a morire non sia stata solo la cara persona di Alfie, ma la vita del diritto e il diritto alla vita, là dove il diritto è solo ed esclusivamente generatore di morte e si trasforma inevitabilmente in bigottismo di Stato.

E non mi fate parlare oltre, chè oggi mi girano a volano.

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Oggi Charlie Charplin è morto. Anzi, no, è nato!

charplin

Dopo l’apostrofo di troppo della Boldrini, mi è capitato di aguzzare la vista (come recitava una rubrica de La Settimana Enigmistica) navigando in rete (ma in particolare su Twitter) e sono giunto a una serie di strafalcioni ed errori tra i più svariati, di cui vi darò conto, magari uno alla volta.

Il primo lo fa Radio 2 RAI sul suo profilo Twitter. Oggi è l’anniversario della nascita di Charlie Charplin, ma per loro il 16 aprile 1889 è la data della sua morte (avvenuta in realtà il 25 dicembre 1977).

Ora, per carità, anche qui non è che ci sia da stracciarsi le vesti e strapparsi i capelli dalla vergogna, per carità, può succedere a tutti un momento di “fosforescenza”, ma un conto è se questo errore lo faccio io, che non ho una redazione che si occupa di queste cose, che sono solo un lettore (o un ascoltatore, si veda il caso) e che, soprattutto non sono un servizio pubblico, un conto è se lo fa la radio di stato, che dovrebbe dare informazioni corrette anche quando si tratta di interventi occasionali, come quello su Charplin.

Avanti un altro!

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Liceo Virgilio di Roma: ha ragione il Dirigente Scolastico

virgilio

Il Liceo Virgilio di Roma è il migliore tra i licei nel raggio di 30 km. da Roma, secondo una graduatoria pubblicata dalla Fondazione Agnelli.

Beh, a qualcuno questo primato doveva pur toccare e siamo contenti che le caratteristiche di merito di questa Istituzione scolastica siano state ben evidenziate, anche se non mancano i mugugni sul fatto che sia stata proprio la Fondazione Agnelli (per intenderci, non esattamente la Associazione Montessori-Milani) a conferire l’agognato galardone. Pazienza, non si può piacere a tutti.

Più volte, e soprattutto di recente, il Liceo Classico Virgilio di Roma è stato “attenzionato” (brutto termine per non dire che è stato messo sotto tiro) dai media, per fatti, non ben meglio identificati (dai media, perché gli inquirenti li hanno identificati benissimo) relativi all’occupazione dell’istituto, allo spaccio di droga, alla bomba carta, all’alcol, al biglietto d’ingresso a 5 euro, allo Xanax e perfino alla presunta diffusione di un presunto filmino presuntamente hard con protagonisti due presunti studenti che facevano del presunto sesso in un’aula dell’istituto previamente okkupato con due k. Uso massicciamente l’aggettivo “presunto” perché l’esistenza di questo filmino non è stata minimanete confermata (ma neanche sufficientemente smentita) e voglio dare una chance al dubbio che si tratti di un falso. Dare una chance non vuol dire esserne convinto, ma fare del blogging onesto.

Ora, i fatti ipotizzati sono estremamente gravi. Non nascondiamoci dietro un dito. E i casi sono due: o sono veri o sono falsi. Non può esistere un limbo in cui accovacciarsi per coccolare la proprie minime responsabilità e sentirsi ridimensionati nel ruolo in un contesto (quello scolastico) in cui i protagonisti sono la Dirigenza, i Professori, gli studenti, i genitori, le famiglie. Esistono dei presunti comportamenti che potrebbero costituire ipotesi di reato. Su queste deve indagare la magistratura. Se i reati non ci sono, ma si tratta evidentemente di comportamenti poco consoni al decoro e alla vita scolastici, allora che si prendano i provvedimenti del regolamento. E’ un ragionamento estremamente semplice pur nella sua crudeltà.

E qualcosa c’è. Non lo dico io, lo dicono le inchieste. Una del 2016, quando furono piazzate all’interno dell’istituto telecamere che evidenziarono dazioni di stupefacenti tra ragazzini che la marjuana se la nascondeva nelle mutande e baby-pusher che cedono hashish. In quell’occasione furono individuati quattro maggiorenni e quattro minorenni. Per i maggiorenni fu chiesto l’arresto ma il GIP Elisabetta Pierazzi, nel negarlo, disse:

Nei due mesi di riprese sono stati effettivamente registrati numerosi episodi di cessione di stupefacenti avvenuti all’interno della scuola e ciò costituisce un fenomeno allarmante sotto il profilo educativo e sociale

Poi sottolineò:

nessun tipo di struttura o di organizzazione, neppure embrionale è stato evidenziato

Che vuol dire? Vuol dire che non c’è una vera e propria associazione a delinquere con finalità di spaccio di stupefacenti, che non esiste una rete organizzata e capillare di persone che cedono droga, ma esiste comunque un fenomeno di dazione che crea allarme e deve esere affrontato. E, comunque, la procura ha deciso in ogni modo di chiedere il processo per i quattro maggiorenni. E vorrei anche vedere che non fosse così. E questo accadeva nel 2016. Dunque un problema c’è, degli episodi ci sono, ci sono delle indagini, c’è la dichiarazione di un GIP. Non è fuffa, non è montaggio mediatico, non è voglia di dare addosso a dei poveri ragazzini che hanno il solo handicap di essere disorientati in questa società brutta e cattiva che non ha altro da fare che gettare loro discredito. Sono fatti. E i fatti non si discutono. Sono lì, magari ad indicarci il nostro fallimento. Lo dice la Dirigente Scolastica dell’Istituto quando afferma che:

E’ una situazione troppo seria e grave che da qualche anno è ‘attenzionata’ dai carabinieri, dalla Digos e anche dalla magistratura. Ci sono indagini e processi in corso

Ma questo nesssuno pare vederlo. Anzi, da parte di alcuni Docenti della scuola è uscito un documento che ha dell’incredibile e che è stato riportato recentemente, tra gli altri, da “Orizzonte Scuola” e che recita, tra l’altro:

(…) preso atto della campagna di stampa in corso, condannano fermamente l’esposizione mediatica lesiva a cui è stata sottoposta la scuola

Non si capisce perché, se il Liceo Virgilio viene premiato con il posto d’onore nella classifica dei migliori licei classici a 30 km. da Roma e la stampa ne parla tutto questo vada bene, mentre se quattro dei loro alunni vengono indagati (o “attenzionati”, come si dovrebbe dire) dalla magistratura questo non debba o non possa essere riportato. Si diceva che un fatto è un fatto ed è bene che l’opinione pubblica ne venga informata. Ed è indubbio che qualcosa è successo, in ossequio a quella situazione “troppo seria e grave” di cui parlava la Dirigente.

Gli insegnanti inoltre:

“Non si riconoscono nell’immagine della propria scuola che viene proposta, che mette in cattiva luce tanto la componente studentesca quanto quella dei docenti, deformando la realtà e facendo apparire il Liceo come un luogo ai margini della legalità.”

Alt! Qui c’è solo da dire che esistono dei comportamenti che non solo sono stati messi in ipotesi dall’informazione e dalla pubblica opinione, ma che sono stati anche documentati da prove filmiche rilevate dalla polizia competente. E la responsabilità dei singoli comportamente è personale. Nessuno pensa che il Liceo Virgilio sia ai margini della legalità, perché nel Liceo Virgilio ci saranno certamente dei ragazzi che rappresentano un’eccellenza e che meritano di essere valorizzati, ma i “numerosi esempi” di cessione di stupefacenti di cui parla la GIP Elisabetta Pierazzi che facciamo, ce li siamo inventati?

Proseguono gli insegnanti:

La realtà quotidiana è ben diversa: gli studenti vivono la scuola come luogo di formazione e di crescita culturale e civile interagendo in un clima di confronto, dialogo e dialettica costruttiva.

Sì, e i regali sotto l’albero li porta Babbo Natale!

Ma come si fa a vivere in un clima costruttivo in un ambiente in cui la magistratura “attenziona” gli studenti, in cui i filmati rimbalzano sui siti dei quotidiani on line (quello della Polizia era sul sito di Repubblica), in cui l’occupazione è momento per richiedere il pagamento di un balzello da offrire alla preside come risarcimento danni (“[…] ma io non accetto soldi sporchi, ottenuti con la vendita di alcol [nel party a pagamento organizzato durante l’occupazione, ndr]: e su questo non posso essere smentita visto che, all’epoca dei fatti, hanno persino esposto un prezziario di ciò che veniva venduto.” ha dichiarato la Dirigente Scolastica), dove si danneggiato il sistema di allarme e antincendio, le serrature, dove si vende lo Xanax (che tra l’altro è reperibile per pochi centesimi in una banale farmacia), fumogeni, deflagrazioni di bombe carta, rave party, alcool e droga a gogò. Ma come si può studiare così? Altro che “clima di confronto, dialogo e dialettica costruttiva“!

Gli insegnanti inoltre:

Ritengono rassicurante la nota del 20 novembre 2017 della Questura di Roma, che afferma: “Non sono emersi elementi che facciano pensare a traffico di droga né, tantomeno, atteggiamenti violenti ed intimidatori da parte degli studenti.”

Questa nota della Questura non è rassicurante per niente, anche perché nel loro comunicato, la parte dei docenti del Liceo che ha firmato (o l’estensore del testo, si veda il caso) ha riportato solo la una parte della nota stessa. Basta cercare su Google e si scopre che il documento della Questura di Roma include anche quanto segue:

Non si può trascurare tuttavia come sia presente, secondo quanto riferito, una serie di problematiche che devono investire, in prima battuta la funzione educativa della scuola e, solo in un secondo livello, la funzione di Polizia. Allo scopo sono stati già suggeriti alcuni correttivi a carattere strutturale, di tipo educativo, mentre poprio il dialogo con questi ultimi infatti aveva consentito, poco meno di un mese fa, la liberazione, senza alcun utilizzo della forza pubblica, del liceo Virgilio, a circa 48 ore dalla richiesta di sgombero della dirigenza scolastica.

La polizia, dunque, ritiene che non sia necessario il suo intervento (deciderà la magistratura, successivamente, se questo intervento sia effettivamente necessario o meno) ma pesano come un macigno (altro che le rassicurazioni dei docenti!) le parole circa le “problematiche” emerse durante la sua attività. Vuol dire che il bubbone è scoppiato, e che il pus è in primo luogo di natura educativa, e l’educazione in una scuola è a carico del corpo Docente, dov’è questa nota rassicurante, quando si tratta di un campanello d’allarme grosso come una casa (la polizia, in soldoni, dice che alcuni problemi ci sono e riguardano la scuola)?

Pare che questa immagine edulcorata dei fatti sia destinata a fallire sotto la determinazione della Dirigente Scolastica, che in tutto questo marasma è stata lasciata sola (in preda anche a genitori che hanno affermato che se i ragazzi hanno fatto uso di stupefacenti è segno che lì la roba è buona)a cercare di far valere lo stato di diritto in un ambiente che sembra averlo perduto:

E’ mio dovere di preside continuare a lavorare per il bene della scuola senza cedere a pressioni e meno che mai a richieste di ritrattazioni da parte di certi studenti e certi genitori. Sto difendendo la legalità dell’istruzione pubblica.

Dirigere il Virgilio è molto problematico. Io difendo sempre la libertà di esprimersi, ma questi ragazzi sono ben pilotati e sanno mistificare bene. Se qualche studente li critica, vanno a dire in giro che è psicolabile… Hanno cercato di farmi capire chi comandava davvero e io una risposta ce l’ho: lo Stato che rappresento.

Ha ragione lei, non ci sono dubbi. In una Casamicciola di opinioni e commenti avere il senso dell’istituzione è sicuramente controcorrente. E questa preside controcorrente che ci riporta all’essenza cruda dei fatti ci piace.

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Storia breve della Graziella sull’Autostrada e del poliziotto che finì sospeso

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Sulla Torino-Bardonecchia un extracomunitario è stato fermato mentre stava procedendo in bicicletta. Il poliziotto che lo ha fermato lo ha ripreso in un filmato della durata di 51 secondi in cui si sentono, tra le altre, queste parole che riporto così come le ho trovate sul sito della agenzia ANSA (toh, poi dite che non vi dico le fonti di quello che scrivo!): “Risorse della Boldrini, ecco come finirà l’Italia: tutti su una Graziella in autostrada a comandare” “Voi che amate la Boldrini, voi che avete voluto questa gente di m… in Italia. Goditi questo panorama. Voi e tutta la Caserma: guardate qui. Un tipo che pedala sulla Graziella pensando che sia una strada normale, con le cuffiette in testa. Fosse arrivato un camion e gli avesse suonato, manco se ne sarebbe accorto. Condividete signori, condividete”. Lo hanno più che giustamente sospeso dal servizio. Nonostante questo sulle pagine dei quotidiani nazionali, sui forum, su Facebook, Twitter e quant’altro, che hanno riportato, rimbalzandola, la notizia ci sono opinioni, commenti e tweet di tenore sentitamente opposto. Cioè, per i lettori, il poliziotto non solo avrebbe fatto bene a dire quello che ha detto e fare quello che ha fatto (incluso l’insulto a un’alta carica dello Stato) ma che avrebbe dovuto meritare addirittura un encomio.

La notizia ormai è vecchia, ma i commenti restano sempre lì a dimostrare che gli hashtag #iostocon… sono in agguato, e che noi siamo un popolo in cui la normalità si è ormai definitivamente persa. Voglio dire, che un poliziotto che invece di reprimere un comportamento illecito e pericoloso, come quello di andare in bicicletta in autostrada, gioca a fare Spielberg creando un video per la diffusione a una serie indeterminata di soggetti, in cui getta discredito sulle più alte cariche dello Stato (dimostrando di non saper distinguere tra la carica in sé e la persona che quella carica ricopre), poi è normale che venga sospeso. Ma me lo aspetto che venga sospeso. Perché la normalità è questa. Se ti permetti queste uscite mentre sei in servizio, a svolgere una funzione per la quale sei pagato coi soldini di tutti il minimo che possa pioverti addosso è una bella lavata di capo dai superiori. E non c’entra niente la libertà di opinione che sarebbe andata a sparire. Quella ce l’hai sempre e comunque, il web è pieno di dipendenti pubblici che hanno il loro blog, la loro chat list, la loro pagina Facebook e il loro account Twitter. Ma un’offesa è un’offesa, e questa fiumana di gente che batte le manine perché le piace stare dalla parte di chi fa le spalle larghe pare non l’abbia nemmeno tenuto in considerazione. Ma davvero che cosa pensava la gente, che gli regalassero una medaglia al valore?

Il web è diventato questa tragica desolazione, lo sfogatoio di gente che non sapendo di non aver ragione non sa più dove andare a dire ciò che pensa, “tanto sul web si può”, “tanto in rete è tutto permesso”, “tanto siamo su Facebook, mica nessuno mi farà qualcosa”, “ma no, dài non succede niente”.

E’ vero, non succede niente. Finché non succede qualcosa.

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E vogl’essere chi vogl’io, ascite fora d’a casa mia!

Ci son momenti in cui uno non ne può più e dice basta.

A me è successo così, con una mail un po’ più pesantuccia delle tante altre ricevute. Me la mandava una  OnLus. Non ve ne dico il nome tanto non ve ne importa niente e le cose importanti sono ben altre (vivaddìo, un po’ di benaltrismo spicciolo me lo consento anch’io ogni tanto).

Mi dicevano che loro hanno in corso una iniziativa (e va beh, sono in tanti a farne di  iniziative…) soprattutto in collaborazione con un gioco da ricevitoria.

Mi è salito il sangue alla testa. Ma come, collaborate con un gioco di cui è concessionario lo stato, e per cui la gente si dissangua e ci si rovina la vita e venite a occupare la mia  casellina di posta elettronica con 170 Kb. di presentazioni, inviti, e soprattutto dati  postali, bancari o numeri di telefono della solidarietà a cui mandare un SMS “comodamente seduto nella mia poltrona”??

Io non voglio stare comodamente seduto nella mia poltrona. Io non voglio più che queste  organizzazioni grandi e piccole mi scrivano un’e-mail o mi mandino la loro propaganda cartacea del piffero. Se sono interessato alla loro causa li cercherò io, se no se ne stiano lontane.

Tra poco (cioè non troppo poco) sarà Natale e cominceranno a tempestarmi fraticelli, suorine, poverelli, mense caritatevoli, dovrò ricordarmi dei canguri dell’Australia, delle bambine abbandonate nello Zambia, delle vaccinazioni, dell’abbandono degli animali trattati a calci in culo, di mandare un obolo a quelli che dipingono con l’orecchio, a quelli che  suonano il pianoforte con i piedi, alle ragazze sordomute e al fondo di solidarietà “Dona anche tu un catetere a Valerio Di Stefano”.

No, non ci sto più, mi dispiace. Indurisco il cuore e gli faccio un mazzo così. Non mi  lascio più intenerire dalla faccia degli attori in televisione che sponsorizzano questa o  quella associazione. Non ne posso più delle stesse associazioni che mettono sullo spot televisivo gli stessi bambini che dicono di volere aiutare. Sono come quelli che li usano, o usano i cuccioli di cane, per impietosire i passanti, né più né meno.

Ci deve pensare lo Stato a questi bisogni. E se non ci pensa e crea questo vortice di denaro tra cinque per mille, otto per mille e donazioni volontarie vuol dire che qualcosa non funziona a monte.

Quindi io mi armo di firma digitale, di PEC ma soprattutto di rabbia e indignazione.

Voglio sapere dove e da chi hanno ricevuto i miei dati. E se non me lo dicono li segnalo al Garante della Privacy. Perché non è che se il frate è indovino io sono stupido!

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Ma l’amore non basta!

No, l’amore non basta.

Non è sufficiente il bene per assorbire il dolore. La gente muore e il dolore resta, caparbio, a darci contezza di sé.

No, non basta la vergogna.

La vergogna ci fa rendere conto della nostra miserabile essenza, ma dura il tempo di un rossore di gòte e di una lacrima, poi passa e noi ricominciamo, dapprima incerti, poi sempre più gonfi di sicumera, a vivere nell’ipocrita condizione di chi si dà pace, mentre gli altri giacciono, morti.

No, non basta la solidarietà.

La solidarietà si dà ai vivi, a chi c’è ancora. A chi può sentire ancora il profumo di lacca del parrucchiere dato poche ore prima di un volo di Stato, mentre si bacia il nulla dicendo “Condoglianze, caro/a!” in un incrociarsi di visi.

No, non basta la preghiera.

La preghiera è valida per chi crede, ma lo Stato è fatto anche di chi non crede, e nell’emergenza non ci si può permettere il lusso di tenere fuori qualcuno.

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Piazza della Loggia: Tutti assolti – Se non è stato nessuno, nessuno è Stato

Non si può assistere impassibili all’assoluzione degli imputati per la Strage di Piazza della Loggia a Brescia al quarto processo d’appello e dire che la giustizia, sia che la sentenza ci stia bene, sia che ci stia male, ha fatto il suo corso.

Gli imputati sono stati assolti, e c’è da aspettare il giudizio di Cassazione (che potrebbe rimandare a sua volta gli atti ai giudici d’appello per un nuovo processo, e sarebbe il quinto). Questo tecnicamente è ineccepibile.

Come è anche tecnicamente ineccepibile che oltre un milione di pagine dedicate al faldone dell’accusa non sono state sufficienti per individuare i colpevoli. Dopo 38 anni.

Vengono in mente le frasi che si dicono (sia da imputati che da parti lese) quando iniziano i procedimenti penali. “Abbiamo fiducia nella Giustizia”. Tutti armati di sorriso fino ai denti e tutti fiduciosi nell’operato di chi dovrebbe cercare a tutti i costi la verità, prima ancora di un colpevole qualsiasi.

Se il processo di appello ha sciolto quella formula dubitativa che era stata espressa in primo grado possiamo dire tranquillamente che c’è stato troppo che non è andato nel lavoro dell’accusa se dopo 38 anni sulla strage di Brescia è stata fatta sì Giustizia, ma non è stata data nessuna verità. L’unica verità è che Pino Rauti, Carlo Maria Maggi, Delfo Zorzi, Maurizio Tramonte e il generale dei carabinieri Francesco Delfino sono stati assolti.

Chi siano mandanti ed esecutori di una delle pagine più vergognose della nostra storia è ancora un mistero.

Che non spetta più agli storici o all’opinione pubblica certificare sugli altari della dura lex sed lex. Quella è una storia, logicamente e necessariamente di parte.

La verità spetta allo Stato. E se non è stato nessuno, nessuno è Stato!

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Roma citta’ aperta



E’ stato abbondantemente detto che:

– i "black block" [1] hanno agito con la chiara intenzione di mandare all’aria una manifestazione di protesta partita con scopi pacifici;
– gli "incappucciati" [1] avevano l’intenzione di infiltrarsi tra i manifestanti per colpire e colpire duro;
– questi "delinquenti" [1] non cercavano altro che lo scontro con i carabinieri e le forze dell’ordine;
– gli "anarco-insorrezionalisti" [1] responsabili dei disordini avevano come obiettivo il sovvertimento dell’ordine stabilito;
– questi "senza-dio" [1] hanno voluto distruggere perfino una statua della Madonna;
– i "teppisti" [1] che hanno agito con inaudita ferocia avevano un piano preordinato per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dai temi portanti della manifestazione

Sì. Loro hanno voluto fare tutto questo. E ci sono riusciti perfettamente.

Ci sono riusciti grazie a uno stato che:

non ha saputo garantire la libera espressione del pensiero di migliaia e migliaia di manifestanti, lasciati in balia degli atti di poche decine di individui;
non ha protetto le forze dell’ordine mandate allo sbaraglio in numero e con mezzi inadeguati a rischiare la vita;
non ha protetto i cittadini che non manifestavano e che avevano l’unico torto di aver lasciato una macchina parcheggiata sulla pubblica via;
non ha protetto l’esercizio della libertà di culto per quanti credono, per propria libera scelta, anche se francamente, a livello di mera opinione personale, una statuina rotta, ancorché della Madonna, mi sembra il minore dei mali.

[1] …perché quando si tratta di mettersi d’accordo sui nomi da dare alle cose i giornalisti sono sempre i primi a farsi avanti e a inventarne di nuovi.

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Diana Blefari Melazzi: in morte di una brigatista e in agonia dello Stato

C’è qualcosa di inquietante nello Stato se lo Stato abdica alla sua funzione costituzionalmente stabilita, di esercitare la certezza della pena e tendere alla rieducazione del reo.

Se una brigatista si impicca in carcere, dopo aver dato evidenti segni di squilibrio e di instabilità psicologica al limite della compatibilità carceraria, tanto da far ritenere necessario un trattamento sanitario obbligatorio.

Diana Blefari Melazzi si è tolta la vita dopo la conferma all’ergastolo stabilita dalla Corte di Cassazione. E c’è da chiedersi allora come mai non è stata protetta la sua incolumità personale e perché, soprattutto, non è stato protetto il diritto dello stato di esercitare l’erogazione della pena.

Una donna che avrebbe dovuto essere sorvegliata a vista, un esempio attraverso il quale lo stato avrebbe potuto dimostrare che "ergastolo" è una pena edittale, l’occasione di poter restituire alla società una persona nuova.

Il detenuto, ultimamente, fa più comodo da morto che da vivo. Soprattutto se sta per iniziare a collaborare.

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