Uso del cellulare in classe: l’insegnante non ha il potere di “sequestrare” il telefono all’alunno

Una professoressa ha scritto al sito web orizzontescuola.it. Le è successa una cosa curiosa. All’inizio della lezione stava raccogliendo in classe i cellulari degli alunni invitandoli a depositarli in uno scatolone. Mentre sta per tornare al suo posto inciampa, o comunque sia, lo scatolone va a finire contro lo spigolo della cattedra. Risultato finale: un cellulare si rompe (non si sa bene se si sia rotto solo il vetro di protezione o tutto lo schermo) per una riparazione e un danno di 140 euro. La scuola non rimborsa in assicurazione quanto pagato dalla famiglia che invia la fattura direttamente alla docente ritenendola responsabile in tutto e per tutto.

La redazione di orizzontescuola.it risponde che:

a) la circolare numero 30 del 15 marzo 2017 il MIUR ha vietato l’uso dei cellulari in classe;
b) questo però non autorizza il professore a ritirare (“sequestrare”) gli apparecchi, in quanto il pubblico ufficiale non è minimamente legittimato a farlo;
c) si possono (questo sì) punire gli alunni che fanno un uso improprio dei cellulari con note di classe, espulsioni dalle lezioni e quant’altro;
d) “Lo stesso Miur rende noto che le circolari scolastiche, anche se prevedono il sequestro del cellulare in caso di utilizzo in classe, non sono fonte di legge ma solo atti ministeriali,e possono andare in contrasto con le norme giuridiche esistenti.” (1)

Quindi, il cellulare è un bene personale dell’alunno, e come tale non può essere ritirato dall’insegnante. Punto. Qui finisce una diàtriba immensa che vede gli insegnanti e le scuole soccombere davanti a una realtà ingestibile e caotica. Hanno ragione gli alunni. Non c’è altro da dire. Solo da subire.

(1) da: https://www.orizzontescuola.it/cellulare-ritirato-e-rotto-linsegnante-deve-pagare-la-riparazione/

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Il Manifesto

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Appaiono così, come funghetti gàrruli che spuntanto nel tiepido solicello novembrino (solicello?) sui muri di una scuola.

Dalla sera alla mattina sono lì, segno evidente che qualcuno ce li incolla di straforo perché non hanno neanche il timbro del pagamento della tassa sulle pubbliche affissioni. Sono manifesti. Manifesti firmati dai gruppi più svariati che inneggiano alla patria, all’eroismo, all’ardore, al sacrificio, alla giovinezza, alla valorizzazione di eventi storici determinati (e BEN determinati), alla forza, ai tuoni, ai fulmini, alle saette, allo Sturm und Drang (intesto in senso letterale e non come movimento letterario, sia ben inteso!), alla forza, all’Italia, quella con la I maiuscola, una realtà da difendere sempre, non si sa bene poi da quale pericolo esterno.

Qualcuno, evidentemente mosso a pietà, li rimuove, il Comune dice che ci può fare poco o nulla perché “tanto li riattaccano”. Sui muri di una scuola, dove passano i ragazzi. Molti di loro sono minorenni che non capiscono, non vedono, o se vedono non afferrano, guardano impietriti ed increduli e poi tirano a dritto, infognandosi sempre più nei loro cellulari. Ma intanto il messaggio del disvalore è stato dato. In spregio all’istituzione scolastica che dovrebbe insegnare il pluralimo delle civiltà, la tolleranza, il vero significato di festività e ricorrenze come il 4 novembre (una volta festa nazionale, oggi giornata lavorativa, fine di una guerra che ha provocato milioni di morti, feriti, menomati), e perché no, a gioire di una bella giornata di sole anziché celarsi al buio di ideologie e stilemi triti e ritriti, spiegare lo Sturm und Drang quello VERO, e che nell’italietta con la minuscola di cui tutti siamo servi inutili c’è posto per tutti e che non è vero che prima gli italiani, no, casomai prima chi ha bisogno, e che diamine.

Se ho paura? Ma certo!

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“Se gli studenti non leggono la colpa è dei docenti”, parola di Daniel Pennac

SCreenshot tratto da tecnicadellascuola.it
Screenshot tratto da tecnicadellascuola.it

Gli studenti non leggono, e questo si sa da anni. L’altro giorno ci si è messo anche lo scrittore Daniel Pennac a caricare da undici il peso di questa tragica situazione asserendo che se si verifica una circostanza del genere la colpa è senz’altro degli insegnanti. Ora a me Daniel Pennac non piace né punto né poco, né come persone né come scrittore. Credo di esssere padrone di assumere una posizione del genere e di poterla esprimere. Mi ha stupito soprattutto la faciloneria con cui un intellettuale molto seguito ed apprezzato (dagli altri) come Pennac sia caduto nella classica trappola per cui se le cose vanno bene il merito è senz’altro degli alunni, mengtre se le cose vanno male la colpa è, sempre senz’altro, inevitabilmente degli insegnanti.

La scuola è, purtroppo o per fortuna non lo sapremo mai, un ingranaggio fondamentale, ma pur sempre un ingranaggio della società, per cui se la ruota non gira è probabilmente perché altre rotelle (come quelle della famiglia, per esempio) si sono fermate. Come si fa a pretendere che un ragazzo adolescente legga se i genitori in casa non hanno nemmeno un libro? O se inculcano al pargolo (che magari vorrebbe leggere) l’idea che i libri non servono a niente, che deve sbrigarsi a prendere questo pezzo di carta e andare a lavorare nell’azienda del padre che c’è tanto bisogno? Perché cose di questo genere se ne vedono e se ne sentono tutti i giorni. Avete mai avuto a che fare con alunni che nonostante le elementari e le medie arrivano alle superiori e non sanno leggere un testo ad alta voce, sbagliando la punteggiatura, l’intonazione e stravolgendo completamente il senso di quello che stanno leggendo riducendo il testo a una semplice e banale successione di suoni e parole senza un costrutto logico?

Se Pennac avesse pensato a questo, prima di sparare sentenze definitive passate in giudicato, forse oggi non saremmo qui a parlarne e Pennac non avrebbe tutta questa popolarità sui siti web di informazione scolastica e sui quotidiani on line. Ma cosa non si farebbe per un minimo di notorietà in più??

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L’INVALSI e il questionario personale per la scuola elementare

invalsi

Questa è una domanda che fa parte del questionario personale per le scuole elementari (età del bacino di utenza dai 6 ai 10-11 anni) fornito (anzi, “soministrato”, come si usa dire oggi con una perifrasi medica) dall’INVALSI. A bambini di quell’età si chiede di dare un parere di verificabilità di questi eventi e/o condizioni: “Raggiungerò il titolo di studio che voglio”, “Avrò sempre abbastanza soldi per vivere” (questa è VERAMENTE agghiacciante), “Nella vita riuscirò a fare ciò che desidero”, “Riuscirò a comprare le cose che voglio” (del resto, voglio dire, se non fosse così uno che ci starebbe a fare al mondo?), “Troverò un buon lavoro”.

E’ la “buona scuola”. Sono le riflessioni a cui vengono portati i nostri bambini. Sono i “valori” veicolati da questi contenitori. Sono cose che fanno venire i brividi, se uno pensa che sono vere e che sono state proposte sul serio. Stiamo perdendo il senso dell’orientamento. O forse vogliamo solo far credere l’impossibile, e cioè che i nostri alunni bambini di oggi saranno degli adulti senza problemi lavorativi, senza grattacapi economici e con un titolo di studio a portata di mano. Invece probabilmente non avranno nemmeno una pensione adeguata.

Noi possiamo e dobbiamo rispettare le prove INVALSI e il loro valore di valutazione, ma pretendiamo, almeno, che gli utenti finali dell’istruzione vengano rispettati per primi non fornendo quesiti di questo genere che non nobilitano nessuno.

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La scuola violenta

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– A Giulianova un alunno accoltella al volto un coetaneo;
– ad Avola in Sicilia un professore aggredito a calci e pugni da madre e padre di un alunno per un rimprovero;
– a Foggia prof aggredito dal padre di uno studente
– in provincia di Treviso professore spintonato e raggiunto da un paio di ceffoni è stato perfino oggetto di un provvedimento disciplinare da parte della dirigente scolastica;
– a Santa Maria a Vico 16enne accoltella la prof in aula per un’interrogazione;
– a Caserta un 17enne sfregia la professoressa con un coltello e viene fermato per lesioni gravi;
– a Sondrio una professoressa ha sgridato un alunno perché usava il cellulare. E’ stata aggredita e ferita con il lancio di un oggetto.
– a Succivo una maestra forse incinta è stata sbattuta contro il muro dalla madre di una alunna di scuola primaria;
– in Abruzzo un ragazzo di 13 anni tira un pugno a un compagno e gli compromette definitivamente la milza;

è la scuola di oggi, bellezze. Ed è solo la punta dell’iceberg. Che piaccia o non piaccia siamo arrivati a questo. E’ la “buona scuola”, quella che è (secondo me neanche tanto) consapevole di avere delle condizioni di partenza disastrose insiste nel non voler vedere e far passare comportamenti indecenti perché tanto non succede nulla almeno finché non succede nulla. E’ la scuola che vive se stessa come in una sorta di apnea ogni santo giorno che il Padreterno mette in terra. Si va a insegnare, o si mandano i propri figli con la speranza che non succeda mai niente. E, peggio ancora, che se succede qualcosa, almeno succeda agli altri. Perché la scuola diventa violenta quando si insiste a guardare nel proprio orticello e non si pensa mai agli altri, al collega che arriva all’ultimo minuto perché ha i guai in casa e appena giunto sul lavoro deve per forza sgravarseli di dosso e far finta di niente, ché ci sono le giovani generazioni da allevare e tirar su. La violenza più inaudita tra insegnanti è l’indifferenza reciproca. Il collega o la collega a fianco potrebbe soffrire le pene inenarrabili dell’inferno, fisicamente e psichicamente, è lì accanto a te, ti separa un solo alito da lui/lei, ma la lontananza sai è come il vento, dunque tira vento di tramontana, giusto per tenere quella distanza di sicurezza che ti permette ancora di farti un po’ di cazzi tuoi. Poi suona la prima campanella. Al contrario delle altre della giornata non si verifica quel fuggi-fuggi generale (verso la classe successiva o verso l’agognata uscita, si veda il caso), ma una l-e-n-t-a e i-n-d-i-f-f-e-r-e-n-t-e andatura lungo i corridoi, ché lo sanno tutti ma non se lo ricorda nessuno che bisogna essere in classe cinque minuti prima dell’inizio delle lezioni, ma ci si spalma ovunque a chiacchierare e a far finta di non aver sentito (“E’ suonata? Di già?? Ma come, non l’ho sentita… Oddio, è meglio che vada… Adesso raccolgo le mie cose… Oh, che sbadata, ho dimenticato la trousse al bar, vado a prenderla, così mi bevo anche un secondo caffè già che ci sono e poi vado in classe.”). Poi comincia tutto. E gli alunni fanno quello che devono fare, cioè gli alunni. Entrano tirando lo zaino sul banco, non ti salutano nemmeno, fanno finta di avere sonno così ti possono strappare il permesso di andarsi a prendere una dose di Coca-cola (caffeina) alla macchinetta e bighellonarci quella mezz’ora abbondante in modo da urtare i tuoi nervi (“Scusi, prof., sono andato anche in bagno già che c’ero!”), così che tu chiedi a un altro alunno della classe “Per favore, mi vai a cercare il tuo compagno?” e quello sparisce a sua volta, andando a finire dall’altra parte dell’istituto dove il suo compagno non può trovarsi, ma non si sa mai, c’è sempre una prima volta. Ti fanno perdere tempo per fare la maledetta “lista”. La “lista” è l’elenco dei panini e delle stuzzicherie da consegnare alla bidella che poi la consegna al bar. Passa di mano in mano con la lentezza di un bradipo. Qualcuno tira fuori le monete e si mette a spicciolare tintinnandole ritmicamente sul banco (e i tuoi nervi lievitano come un panettone industriale sotto Natale). Poi c’è sempre chi se ne dimentica (“Prof, posso andare a prendere il panino? Non ho fatto la lista!” e tu lo ammazzeresti) e una ragazza che ti guarda con gli occhi da gattina presa a calci e ti chiede  di andare in bagno mostrandoti il pacchetto dei fazzolettini di carta e picchiandoci sopra con le dita disposte a V di “Vittoria”, che ti chiedi cosa cavolo vincono andando in bagno, ma non hai tempo per darti una risposta perché la prima ora è già finita, tu sei riuscito afare sì e no 10 minuti di lezione e ti eri preparato un’ora intera, lettura, traduzione, commento linguistico, comprensione, elaborazione di un testo scritto ed esci frustrato da questi ragazzi che non hanno fatto nulla di male, ma che, soprattutto, non hanno fatto nulla in assoluto. Che poi uno dice “andrà meglio all’ora successiva”, macché, ti accolgono in classe sditeggiando sui loro cellulari come ossessi. Il cellulare non è un accessorio, nossignori, è una parte di loro stessi, provatevi a toglierglielo e siete finiti, come minimo il giorno dopo arriva il padre e ve ne chiede conto. E, naturalmente, vi mena. E voi zitti perché non si può reagire, ne va del buon nome della scuola, ché una scuola violenta non si è mai sentita, ma allora quella dei genitori che pigliano a calci i docenti che cos’è? Risposta: “la buona scuola”. E vai di luoghi comuni come se piovesse. Quindi loro il cellulare lo usano, sissignore, e tutto quello che puoi fare è dire “Potresti spegnere e mettere via?” Loro vi rispondono biascicando chewing-gum: “Sissì, adesso… un momento solo… rispondo al mio ragazzo e poi spengo… certo, come no…”. Ma in quel momento, proprio mentre stavi pensando che due schiaffoni assestati bene male non ci starebbero per quella ruminante maleducata, arriva la bidella: “Professò’, c’è una madre che vuole parlare con lei” – “Ma questo non è il mio orario di ricevimento” – “Sì, lo so [e allora se lo sai perché vieni a calpestarmi i testicoli coi tacchetti a spillo?] ma quella ha detto che deve parlare con lei!” – “Ma non posso lasciare la classe incustodita! “Su, Professo’, la classe gliela guardo io [ed è esattamente QUELLO che mi preoccupa], che saranno mai 10 minuti?” E ti avvii bestemmiando a mezza voce verso la signora che è lì che ti aspetta e sembra volerti dire “Già arrivato? Sono almeno 15 minuti che l’aspetto, non ho mica del tempo da buttare via, io!” e tu con il sorriso a 32 denti (anche se vorresti tanto querelarla per interruzione di pubblico servizio, ma non si può, perché c’è questa visione della scuola come ambiente in cui si accolgono tutti e tutte, comunque, a qualsiasi ora e sempre come se niente fosse) che le dici “Ma buongiorno gentilissima signora, disponga pure di me a suo bell’agio!” [tanto, voglio dire, io sono qui che ricevo quando la gente vuole, sono perfettamente a sua disposizione, anzi, mi faccia sdraiare sul pavimento a mo’ di tappeto così se vuole può camminarmi sopra] “Lei ha messo un due a mio figlio!” “Ehm, aspetti… mi faccia controllare… adesso sul momento proprio non ricordo…” [e non è una scusa, non te lo ricordi sul serio, non puoi conoscere a memora la situazione di un paio di centinaia di alunni, ma a quella non gliene frega niente] “Oh, sì, ecco qui, gli ho dato un due perché era impreparato, sa è una cosa molto grave, non ha studiato e non mi ha neanche dettodi non voler venire all’interrogazione, è rimasto seduto al banco e si è anche addormentato pochi minuti più tanrdi…” “Eh, va beh, ma non potrebbe mettergli, toh, dico una cosa a caso, almeno sei? Giusto per riconoscere l’impegno [impegno? Quale impegno??] e per non farlo crescere troppo represso. Sa, è così sensibile!” [“Sì, alle sacrosante legnate che dovresti dargli”, ti viene in mente di dirle, ma anche questo non lo puoi dire perché non è politically correct, probabilmente la Montessori sarebbe stata più brava di te ad allevare quel campione, ma tu non sei la Montessori e anche questo è un dato di fatto] “Sì signora, gli ho messo due e glielo confermo, vediamo adesso se studia e viene volontario per rimediare.” “Tutti uguali voi insegnanti, io lo saprei come si entra in classe e come si insegna ai ragazzi, altro che!!” “Allora signora, guardi, faccia una cosa, visto che i concorsi sono pubblici, ne vinca uno, si faccia assumere e poi viene in classe ad insegnare come vuole, ma venirmi a dire come devo fare il mio mestiere no, non mi sta bene, si avvicini cortesemente alla porta e guadagni l’uscita!” Ecco, anche questo VORRESTI dirglielo, ma non si può, sempre per il politically correct, sempre perché bisogna essere sempre gentili ed accondiscendenti, perché noi siamo la “buona” scuola, non quella cattiva, perché nel frattempo i ragazzi che hai lasciato con la bidella ti stanno sfasciando l’aula e prima o poi qualcuno arriverà a chiedertene conto. E perché tanto c’è sempre qualcuno che si meraviglia del fatto che la scuola è violenta.

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Giulianova: studente marocchino di 17 anni accoltellato da un compagno di scuola

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A Giulianova (a pochi chilometri da questo piccolo mondo d’un mondo piccolo da cui vi scrivo), questa mattina, in un istituto superiore della cittadina, un diciassettenne marocchino ha fatto lo sgambetto a uno studente diciottenne più che italiano. E siccome lo sgambetto deve essere uno sgarro estremo, uno di quelli che si lavano col sangue, l’italiano il sangue lo ha fatto scorrere davvero, colpendo il marocchino al volto con un coltello a serramanico di quelli che non si possono portare. Pare che tra i due ci fossero degli screzi da tempo e che quello sgambetto sia stato solo la punta dell’iceberg di una serie di provocazioni e sfottò. In breve, l’accoltellatore si era premunito. A modo suo, naturalmente.

Le reazioni sono state delle più disparate, ma quello che negli ambienti scolastici si mormora e si sussurra è una sorta di solidarietà di specie con chi ha colpito: la vittima è uno straniero, un marocchino, quindi in un certo senso se l’è meritata per diritto di nascita, insomma. Se la vittima fosse stata l’italiano ci sarebbe stata la corsa all’immigrato violento ecco, non si può più vivere nelle nostre tranquille cittadine, ci portano via il lavoro, l’Italia agli italiani e via luogocomuneggiando. Insomma, come la si mette la si mette, il marocchino lo prende in quel posto. Oltre, è chiaro, ad aver rimediato un intervento chirurgico e una lesione che probabilmente avrà conseguenze per tutta la vita.

Ma quello che colpisce è una dichiarazione del Preside riportata dal quotidianoRepubblica” e che ho sentito confermata, nella sostanza, in un contributo al GR1 delle 9,30 di stasera: “Al di là del sanzionare bisogna capire. (…) I Carabinieri stanno svolgendo le indagini. Da quanto si dice informalmente pare che i due ragazzi avessero avuto degli screzi fuori dalla scuola. Nulla, invece, mi è mai stato riferito di eventuali problemi dentro la scuola.” Bisogna capire, dice il prof. Valentini e forse in un certo senso può non avere tutti i torti. Ma bisogna mettersi d’accordo sul COSA dobbiamo capire, in primo luogo e a che cosa ci serve questa comprensione.
Il contesto è chiaro: ci sono due giovani che fino a una settimana fa gli insegnanti più in evidenza della scuola italiana avrebbero infilato in quella categorizzazione orrenda e senza senso che va sotto l’etichetta di “i nostri ragazzi” che sono arrivati alle vie di fatto rovinandosi la vita. Uno perché sarà sfigurato per sempre, l’altro perché, ancora per sempre, avrà la fedina penale macchiata, (per tacere della pubblica reputazione, che sa essere assai più stronza del casellario giudiziale). Potrà indubbiamente essere utile a chi deve giudicare il feritore, sapere da quale contesto familiare proviene (e te dàgli con questa roba del “contesto”, parola che ha rovinato generazioni intere negli anni ’70!), sapere che del fatto che aveva un coltello di cui era vietato il porto non aveva parlato con i genitori; sapere che era un ragazzo che si era sentito minacciato più e più volte dall’altro che si divertiva a fare il bulletto a scuola per cui avrà temuto per sé e, a un certo punto, avrà deciso di farsi giustizia da solo; sapere che c’era di mezzo una ragazzina contesa tra i due che potrebbe aver accelerato l’inimicizia ed essere arrivata al culmine con il proverbiale sgambetto che ha fatto sì che si lavassero tutte le onte subite e subende.
Servirà anche a qualcosa saperlo, ma la verità è che non serve a niente, perché i fatti restano e quelli sono incancellabili. Non si può tornare indietro. Ci sono un aggressore e un aggredito, un colpevole e una vittima, un sacrificante e un sacrificato, un “buono” e un “cattivo” e sono ruoli che nessun consiglio d’istituto potrà mai più capovolgere, sia pure per offrire letture più o meno edulcorate degli eventi.

E allora sgomberiamo il campo anche da un altro luogo comune, quello che vuole che esista un “fuori dalla scuola” e un “dentro la scuola”. Le questioni scolastiche sono, sic et simpliciter, questioni sociali. Punto. La scuola non è e non dovrebbe essere il luogo dove tutto è perdonato e dove le sanzioni si limitano a qualche giorno di sospensione e una tiratina d’orecchie verbale davanti al consiglio di classe e innanzi alla mamma in lacrime con la promessa di non farlo mai più (“Franti, tu uccidi tua madre!“, scriveva il De Amicis), la scuola è una ruota dentata di fondamentale importanza nel macchinario da “Tempi moderni” che è rispecchiato dalla nostra società. Il problema, dunque, ha connotazioni sociali perché ha connotazioni scolastiche ben precise. Non sarebbe successo niente di diverso se lo studente marocchino fosse stato colpito sulla pubblica piazza anziché a scuola, a parte il caso che in quell’eventualità la scuola avrebbe potuto ricorrere al “non expedit” e chi si è visto si è visto. Ciò che accade a scuola è un modellino funzionale della realtà, e la scuola non vive di regole proprie. Per fortuna.

E allora ognuno si terrà, inevitabilmente, il suo: chi una cicatrice profonda mezzo metro coi denti rotti, chi una condanna che nessuno potrà eludere, chi l’amarezza di non essere riuscito a salvare questi due ragazzi. Ed è comunque un male minore.

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Quelle scuole dove non esistono né stranieri né “diversamente abili”

This file is licensed under the Creative Commons Attribution-Share Alike 2.5 Generic license. Da: http://homepage.mac.com/weckpe/iblog/B1954039669/index.html
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Avevo scritto che non mi sarei più occupato di scuola per lungo tempo. Poi succedono o, peggio, si scrivono cose che lasciano attoniti e sbigottiti. Per cui ho deciso di riaprire le danze, sempre per la serie “Scrivono senza vergogna, ripubblico senza commento”.

“L’essere il Liceo classico più antico di Roma conferisce alla scuola fama e prestigio consolidato, confermato dalla politica scolastica che ha da sempre cercato di coniugare l’antica tradizione con l’innovazione didattica. Molti personaggi illustri sono stati alunni del liceo. Le famiglie che scelgono il liceo sono di estrazione medio-alto borghese, per lo più residenti in centro, ma anche provenienti da quartieri diversi, richiamati dalla fama del liceo”
“Tutti, tranne un paio, gli studenti sono di nazionalità italiana e nessuno è diversamente abile. La percentuale di alunni svantaggiati per condizione familiare è pressoché inesistente, mentre si riscontra un leggero incremento dei casi di DSA. Tutto ciò favorisce il processo di apprendimento, limitando gli interventi di inclusione a casi di DSA, trasferimento in entrata o all’insorgere di BES”

(Liceo Ennio Quirino Visconti – Roma)

“Gli studenti del nostro Istituto appartengono prevalentemente alla medio-alta borghesia romana. L’incidenza degli studenti con cittadinanza non italiana è relativamente molto bassa e si tratta per lo più di figli di personale delle ambasciate e/o dei consolati, particolarmente presenti nel quartiere Parioli”.
“Data la prevalenza quasi esclusiva di studenti provenienti da famiglie benestanti, la presenza seppur minima di alunni provenienti da famiglie di portieri o di custodi comporta difficoltà di convivenza dati gli stili di vita molto diversi“

(Liceo Giuliana Falconieri – Roma)

“Il contesto socio- economico e culturale complessivamente di medio- alto livello e l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale (come, ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia, nonché all’analisi delle specifiche esigenze formative nell’ottica di una didattica davvero personalizzata”
“Il contributo economico delle famiglie sostiene adeguatamente l’ampliamento dell’offerta formativa”

(Liceo D’Oria – Genova)

Gli studenti “in genere hanno per tradizione una provenienza sociale più elevata rispetto alla media”

(Liceo G. Parini – Milano)

Sono i RAV, i rapporti di autovalutazione che le scuole sono tenute ad inviare ogni anno al MIUR. E fanno venire freddo.

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Ascesa e potere del cellulare in classe

Di Anders - Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1427841
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In tutti i paesi europei si stringe il freno sull’uso dei cellulari in classe. In Italia, come sempre, siamo in leggera controtendenza. Ma “leggera”.

Quindi stiamo andando verso una regolamentazione (fatta di leggi, decreti, circolari ministeriali) che consente l’uso del cellulare (o del tablet, si veda il caso) solo per determinati usi. Segnatamente quelli didattici. Si potrà, cioè, usare il cellulare per fare una ricerca su internet. Non lo si potrà usare, chiaramente, per comunicazioni personali.

Bello! Però c’è un “però”. Ed il punto è che i ragazzi, oggi, il cellulare a scuola lo usano già e regolarmente. Per chattare con l’amico o l’amica del cuore, per mandarsi fotine (sostantivo vomitevole), per immortalare (e sputtanare) l’insegnante in atteggiamenti compromettenti, per cercare notizie (solitamente sul calcio e sui risultati della domenica o sul posticipo della serie A), per ascoltare la musica con le cuffiette e il cappuccio della felpa ben calcato sulla testa. Il cellulare è la naturale prosecuzione del loro essere, quindi negarglielo sarebbe come oscurare una parte del loro stesso io. Quindi lo usano a scuola perché il loro cellulare sono loro stessi e se ne fregano altamente delle regole. Sditeggiano quando e dove vogliono, e se proprio devono fare una chiamata vocale, si alzano (senza chiedere il permesso) e vanno in bagno (sempre senza chiedere il permesso). “E’ mia madre”, “Ho risposto a un messaggio”, “Stavo facendo vedere una cosa al mio compagno”, “Ma no, ho solo consultato Wikipedia” (bugia colossale! Non gliene importa niente di Wikipedia, e in questo caso fanno anche bene), insomma, c’è sempre una scusa, una attenuante, qualcosa che renda più leggero il fardello del loro usare il cellulare in classe che oltretutto non si potrebbe, anzi, non si può.

E figuriamoci adesso che si sta preparando la strada alla liberalizzazione controllata dell’uso dello smartphone o dell’iPhone che sia. Tutti a cercare materiale didattico da cui poi possono agevolmente copiare, con la complicità di qualche professore babbeo e un po’ tonto in fatto di tecnologia, che dice “Oh, hai fatto veramente un bel compito, sai? E’ tutto tuo??” E l’alunno, carogna “Oh, sì professore, ci ho messo tutte e due le ore che avevamo a disposizione, anzi, temevo proprio che non mi bastassero!” (vero niente, ha trovato una pagina su internet e l’ha copiata di brutto, ma intanto prende otto perché il professore rimbecillito non è in grado di provare l’orrido plagio). E soprattutto via alla chat coatta, allo scambio di immagini selvaggio, alle lunghe, inutili e urticanti liste di discussione su WhatsApp (tra cui quelle della classe da cui i professori sono regolarmente e crudelmente bannati). Sempre con la scusa che tanto a scuola è ammesso e che, in realtà si stava facendo una ricerca per il programma di geografia, ecco qui, professore, lo vuol vedere? -aria di supponenza e di sfida – (Tanto lo sanno perfettamente che il professore non solo non vuole, ma non può andarsi a guardare i cellulari dei suoi alunni, perché provati un po’ a toglierglielo o, peggio, a “sequestrarglielo”, non fai più vita…).

Perché, chiediamocelo con innocente candore: chi li controlla, e, soprattutto, quali strumenti e quali poteri ha il docente per controllare? Non lo sappiamo e non lo sapremo mai. Però intanto il cellulare in classe è un segno dei tempi, perché la tecnologia sta cambiando il nostro modo di vivere, bla bla bla, ormai in rete si trova di tutto (è questo che dovrebbe impensierirci), i nostri figli sono dei nativi digitali (sì, però quando hanno rotto hanno rotto, sempre con questo cavolo di cellulare in mano), non si può fermare il progresso (e chi vuole fermarlo? Casomai si vuole fermare l’uso improprio che se ne fa) e via discorrendo.

Tutto questo negli altri paesi europei è tabù. Il cellulare in classe non si usa e basta. Ma noi continuiamo ad essere in leggera controtendenza.

PS: Non amo parlare del mio lavoro, sia nella vita privata che sul blog. Se lo faccio è per eventi o fenomeni macroscopici (come questo) o che possono destare qualche allarme sociale (come il fenomeno dei docenti che “amano” le loro alunne minorenni). Per cui non ve la prenderete se mi assumo il buon proposito di non scrivere più di “scuola” per lungo, lungo tempo.

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Docenti che “amano” le loro alunne

codiceetico

I quotidiani non fanno che parlare di docenti che “amano” le loro alunne.

Il verbo “amano” si intende in senso puramente sarcastico e distaccato. Non le amano affatto, in realtà. Approfittano del loro ruolo di educatori dei nostri stivali per circuire ragazzine minorenni (ma anche se fossero maggiorenni la cosa non cambierebbe di una virgola), mandare loro SMS e messaggi sconci via WhatsApp quando va bene, o intrattenere laide relazioni sessuali con loro quando proprio si arriva al limite del sopportabile. Vladimir Nabokov aveva descritto tutto questo in “Lolita”, ma quello era un romanzo, mentre questa è realtà quotidiana e, si sa, i giornali amano rimestrare nel torbido.

Intendiamoci bene, per questi individui ci sono il licenziamento in tronco e la galera. Senza attenuanti e senza scuse. Non è che “sentirsi dire micio bello e bamboccione” da una ragazzina, farsi mandare delle fotine in cui l’amata fa delle cosine fuori dalla grazia di Dio, sia una roba che ha costo zero. I rischi ci sono e sono reali anche quelli, non è che sottovalutandoli li esorcizzi, e approfittarsi della fragilità psicologica di un minore è roba da infami.

Ma in sede di rinnovo del contratto di lavoro per gli insegnanti (il precedente contratto è scaduto 9 anni fa, è bello vedere come si agisce con celerità quando si tratta di diritti e doveri da codificare) si è pensato bene di estrarre il classico coniglio dal cilindro, di trovare la figata pazzesca, l’idea che risolve tutti i problemi: aggiungere al contratto una sorta di decalogo per la deontologia professionale, in cui sia inserita una norma che impedisca agli insegnanti di avere contatti via SMS, Facebook, WhatsApp, Instagram e chissà quante altre diavolerie, che non siano strettamente necessari per la didattica. Cioè praticamente tutti.

Non so se questi signori addetti alla compilazione delle nuove norme, con una sfilza di prèsidi lancia in resta, hanno mai avuto a che fare da vicino con i fanciulli di oggi, ma è certo che la trovata istrionica di vietare contatti telematici dimostra la scarza aderenza delle norme con la realtà scolastica. I ragazzi ti guardano dappertutto. Sul telefonino (possono avere il tuo numero di telefono per decine di migliaia di motivi, io un anno lo diedi per gestirmi la mia ora di ricevimento settimanale e ogni tanto mi arrivavano messaggi per la buonanotte, Forza Juve, prof ma domani abbiamo il kompito?, ennò che non ho studiato), su Facebook (conosco decine di insegnanti che hanno tra le loro “amicizie” di Facebook decine e decine di alunni minorenni che “sì, ma io lo faccio solo per farmi mandare le faccine, i gattini, i bacini, le stelline”, sì però intanto ce li hai e lì restano), su WhatsApp (così ti mandano i messaggi e, stronzetti, controllano anche se e quando li leggi, poi non contenti si incazzano anche se non gli rispondi), su Twitter (ho un alunno che mi mette i cuoricini su tutti i post che faccio, anche su quelli di cui non capisce nulla, poi viene in classe e mi chiede chi era Peppino Impastato, eh, ci vorrebbero delle mezze giornate per spiegarlo, altro che un’oretta striminzita in cui, comunque, dovrei fare anche altro), su Instagram (e qui mi fermo perché non ho Instagram e non mi interessa averlo, ma so che di danni ne fa abbastanza anche lui). Coi ragazzi puoi avere un rapporto simpatico e cordiale. Ti può capitare di dire loro per quale squadra tifi e loro, implacabili con i loro telefoni mezzi sgangherati, ti scrivono per dirti “Ahahahahahahah, oggi avete perso” -ah sì? E dire che io non me ne ero nemmeno accorto-). E poi ci sono le cose più delicate. Un insegnante non è una persona che si limita a entrare in un’aula, fare un’ora di lezione, uscire e resettare i sentimenti, spesso è una sorta di confessore, di psicologo ambulante, le ragazzine (soprattutto loro, ma anche i ragazzi ultimamente sono più aperti da questo punto di vista) ti parlano di loro, dei loro amori, delle loro speranze, delle loro illusioni. “Aiuto, Profe, mi ha mandato un messaggio che non vuole vedermi più, che faccio??”

Tutto questo, se venisse approvata la soluzione proposta, costerà fino al licenziamento, in barba alla libertà di corrispondenza garantita a ogni cittadino, e senza minimamente passare per un giudice ordinario (del lavoro o no che sia). I reati sono reati, e per quelli ci sono la magistratura e il carcere (anche preventivo). Ma se io non commetto nessun reato io comunico con chi mi pare. Minorenne o maggiorenne che sia. Senza limitazioni di sorta. E invece tutti colpevoli potenziali per colpa di qualche colpevole reale. E poi ce li voglio vedere i prèsidi a comminare sanzioni ai loro professori perché si sono scambiati la schedina con i loro alunni e questo non rientra nel novero del didactically correct.

Disgusto.

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A scuola alle 10!

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E così, l’ultima soluzione tirata fuori dal cilindro della scuola italiana per rendere più efficaci le ore di frequenza scolastica è questa: fare entrare gli alunni delle prime classi alle 10.

L’esperimento sarà operativo -secondo quanto riportato da skuola.net- a partiure dal prosssimo mese di settembre e solo per alcune classi prime dell’Istituto Ettore Majorana di Brindisi. Il Dirigente Scolastico, Salvatore Giuliano, ha recentemente affermato inuna dichiarazione al “Corriere della Sera”:

“Coinvolgeremo tutti, enti locali e famiglie, ma sicuramente da settembre avremo le prime classi con orario di entrata spostato in avanti. Dopo anni di sperimentazione di metodologie didattiche che puntano ad andare incontro alle esigenze degli studenti, il nostro non è un punto di partenza, ma di arrivo”.

Evviva. Tanto più che sembrerebbe proprio che alcuni studi recenti dimostrino come dormire più a lungo sia di estremo beneficio per la salute dei nostri ragazzi. Eh, beh, ci volevano gli studi, perché la mi’ nonna Angiolina che diceva che “il sonno fa diventà’ belli” (come la pappa al pomodoro, ndr) queste perle di saggezza salutistica me le dava gratis, povera donna. Quindi, siccome questi ragazzi vanno a dormire dopo le 23 (non si sa bene cosa facciano prima), entrando alle 8,30 come tutti gli esseri umani (insegnanti compresi, che non si vede perché non avviano diritto a un trattamento analogo, forse a loro il sonno fa male) non dormirebbero abbastanza per coprire tutti i fabbisogni fisici e fisiologici.

Dunque, dormire di più per rendere di più e per studiare meglio.

Ora io mi chiedo come facevo io che la domenica sera alle 21 avevo una trasmissione radiofonica da condurre fino alle 24 e che non ero mai a letto prima delle 1.00 a svegliarmi zompando come un grillo (forse!) la mattina dopo alle 7,50 perché dovevo andare a prendere la corriera che mi portava, da Vada, a scuola a Livorno. E in più il lunedì avevo quasi sempre rientro pomeridiano, quindi fatica doppia. E questo per tutto l’inverno e se non c’era da studiare per qualche materia.

Come facevamo noi che ci svegliavamo con quell’odore a volte nauseabondo del latte e caffè che veniva dalla cucina a dire di no alla mamma che ci portava via le lenzuola calde e ci ordinava di saltare giù dal letto pena sfasciamento di sèggiola sul groppone? E vai a scuola, se hai sonno ti svegli, ecco, ti fai una bella immersione del viso nell’acqua diaccia stecchita e via. Sono tutte cose che non hanno mai ammazzato nessuno e adesso ci si deve fare sopra una sperimentazione scolastica con tanto di studi scientifici a supporto.

Sono tutte sensazioni e consapevolezze perdute, ma ricordatevi che è la sperimentazione, bellezze!

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Gesù è andato nel Perù

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Nella classe terza della scuola primaria Beato Odorico da Pordenone di Zoppola la maestra ha fatto un piccolo concertino di Natale.

Solo che al momento della canzone “Minuetto di Natale“, siccome aveva due bambini musulmani tra gli alunni, ha deciso che per rispetto e per pudore, e per non offendere la sensibilità di chi cristiano non è, la parola “Gesù” andasse sostituita con “Perù“, cambiando qua e là il testo del canto e riadattandolo all’esigenza dell’occasione.

Si è scatenato il finimondo (il quotidiano “il Tempo” parla addirittura di “follia a scuola“). La dirigente scolastica ha detto “Non sapevo nulla dell’iniziativa della maestra”. E già, che cosa doveva sapere? Non è che l’insegnante debba rendere edotto il dirigente di ogni iniziativa didattica che intraprende. E poi, soprattutto, qual è la vera colpa di questa maestra? Che cosa ha fatto di così riprovevole da suscitare le reazioni indignate (e anche un po’ scomposte, suvvia) del web intero e perfino dei politici italiani (c’è una valutazione personale di Giorgia Meloni sugli effetti nefasti del politicamente corretto)?

La maestra (che la dirigente scolastica, in un’intervista al Messaggero Veneto ha definito “valida e preparata, con ruoli importanti all’interno dell’istituto” ha ammesso di aver sbagliato (ma sbagliato cosa?), “è dispiaciuta e mi ha assicurato che una cosa simile non si ripeterà.” Ecco, tutto si è concluso con un atto di costrizione da parte dell’insegnante, su cui è ricaduto tutto il gravame del nefando gesto di leso minuetto.

Perché, che la si metta come si vuol mettere, io non trovo nessun torto in quello che ha fatto questa insegnante. Si tratta di cose talmente piccole da non giustificare neanche un rimbrotto verbale. Ma i genitori, quelli no, quelli si sono indignati e come! Ma per cosa, poi? E’ stata una iniziativa che offende il cristianesimo? No. Tutt’al più “mortifica” il senso di una canzoncina di Natale, per cercare di dare uno spazio didattico a tutti.

Spero solo che questa maestra abbia passato delle feste serene, perché se lo merita.

 

L’immagine per questo post è tratta da Wikipedia. Poi vi racconto.

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Liceo Virgilio di Roma: ha ragione il Dirigente Scolastico

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Il Liceo Virgilio di Roma è il migliore tra i licei nel raggio di 30 km. da Roma, secondo una graduatoria pubblicata dalla Fondazione Agnelli.

Beh, a qualcuno questo primato doveva pur toccare e siamo contenti che le caratteristiche di merito di questa Istituzione scolastica siano state ben evidenziate, anche se non mancano i mugugni sul fatto che sia stata proprio la Fondazione Agnelli (per intenderci, non esattamente la Associazione Montessori-Milani) a conferire l’agognato galardone. Pazienza, non si può piacere a tutti.

Più volte, e soprattutto di recente, il Liceo Classico Virgilio di Roma è stato “attenzionato” (brutto termine per non dire che è stato messo sotto tiro) dai media, per fatti, non ben meglio identificati (dai media, perché gli inquirenti li hanno identificati benissimo) relativi all’occupazione dell’istituto, allo spaccio di droga, alla bomba carta, all’alcol, al biglietto d’ingresso a 5 euro, allo Xanax e perfino alla presunta diffusione di un presunto filmino presuntamente hard con protagonisti due presunti studenti che facevano del presunto sesso in un’aula dell’istituto previamente okkupato con due k. Uso massicciamente l’aggettivo “presunto” perché l’esistenza di questo filmino non è stata minimanete confermata (ma neanche sufficientemente smentita) e voglio dare una chance al dubbio che si tratti di un falso. Dare una chance non vuol dire esserne convinto, ma fare del blogging onesto.

Ora, i fatti ipotizzati sono estremamente gravi. Non nascondiamoci dietro un dito. E i casi sono due: o sono veri o sono falsi. Non può esistere un limbo in cui accovacciarsi per coccolare la proprie minime responsabilità e sentirsi ridimensionati nel ruolo in un contesto (quello scolastico) in cui i protagonisti sono la Dirigenza, i Professori, gli studenti, i genitori, le famiglie. Esistono dei presunti comportamenti che potrebbero costituire ipotesi di reato. Su queste deve indagare la magistratura. Se i reati non ci sono, ma si tratta evidentemente di comportamenti poco consoni al decoro e alla vita scolastici, allora che si prendano i provvedimenti del regolamento. E’ un ragionamento estremamente semplice pur nella sua crudeltà.

E qualcosa c’è. Non lo dico io, lo dicono le inchieste. Una del 2016, quando furono piazzate all’interno dell’istituto telecamere che evidenziarono dazioni di stupefacenti tra ragazzini che la marjuana se la nascondeva nelle mutande e baby-pusher che cedono hashish. In quell’occasione furono individuati quattro maggiorenni e quattro minorenni. Per i maggiorenni fu chiesto l’arresto ma il GIP Elisabetta Pierazzi, nel negarlo, disse:

Nei due mesi di riprese sono stati effettivamente registrati numerosi episodi di cessione di stupefacenti avvenuti all’interno della scuola e ciò costituisce un fenomeno allarmante sotto il profilo educativo e sociale

Poi sottolineò:

nessun tipo di struttura o di organizzazione, neppure embrionale è stato evidenziato

Che vuol dire? Vuol dire che non c’è una vera e propria associazione a delinquere con finalità di spaccio di stupefacenti, che non esiste una rete organizzata e capillare di persone che cedono droga, ma esiste comunque un fenomeno di dazione che crea allarme e deve esere affrontato. E, comunque, la procura ha deciso in ogni modo di chiedere il processo per i quattro maggiorenni. E vorrei anche vedere che non fosse così. E questo accadeva nel 2016. Dunque un problema c’è, degli episodi ci sono, ci sono delle indagini, c’è la dichiarazione di un GIP. Non è fuffa, non è montaggio mediatico, non è voglia di dare addosso a dei poveri ragazzini che hanno il solo handicap di essere disorientati in questa società brutta e cattiva che non ha altro da fare che gettare loro discredito. Sono fatti. E i fatti non si discutono. Sono lì, magari ad indicarci il nostro fallimento. Lo dice la Dirigente Scolastica dell’Istituto quando afferma che:

E’ una situazione troppo seria e grave che da qualche anno è ‘attenzionata’ dai carabinieri, dalla Digos e anche dalla magistratura. Ci sono indagini e processi in corso

Ma questo nesssuno pare vederlo. Anzi, da parte di alcuni Docenti della scuola è uscito un documento che ha dell’incredibile e che è stato riportato recentemente, tra gli altri, da “Orizzonte Scuola” e che recita, tra l’altro:

(…) preso atto della campagna di stampa in corso, condannano fermamente l’esposizione mediatica lesiva a cui è stata sottoposta la scuola

Non si capisce perché, se il Liceo Virgilio viene premiato con il posto d’onore nella classifica dei migliori licei classici a 30 km. da Roma e la stampa ne parla tutto questo vada bene, mentre se quattro dei loro alunni vengono indagati (o “attenzionati”, come si dovrebbe dire) dalla magistratura questo non debba o non possa essere riportato. Si diceva che un fatto è un fatto ed è bene che l’opinione pubblica ne venga informata. Ed è indubbio che qualcosa è successo, in ossequio a quella situazione “troppo seria e grave” di cui parlava la Dirigente.

Gli insegnanti inoltre:

“Non si riconoscono nell’immagine della propria scuola che viene proposta, che mette in cattiva luce tanto la componente studentesca quanto quella dei docenti, deformando la realtà e facendo apparire il Liceo come un luogo ai margini della legalità.”

Alt! Qui c’è solo da dire che esistono dei comportamenti che non solo sono stati messi in ipotesi dall’informazione e dalla pubblica opinione, ma che sono stati anche documentati da prove filmiche rilevate dalla polizia competente. E la responsabilità dei singoli comportamente è personale. Nessuno pensa che il Liceo Virgilio sia ai margini della legalità, perché nel Liceo Virgilio ci saranno certamente dei ragazzi che rappresentano un’eccellenza e che meritano di essere valorizzati, ma i “numerosi esempi” di cessione di stupefacenti di cui parla la GIP Elisabetta Pierazzi che facciamo, ce li siamo inventati?

Proseguono gli insegnanti:

La realtà quotidiana è ben diversa: gli studenti vivono la scuola come luogo di formazione e di crescita culturale e civile interagendo in un clima di confronto, dialogo e dialettica costruttiva.

Sì, e i regali sotto l’albero li porta Babbo Natale!

Ma come si fa a vivere in un clima costruttivo in un ambiente in cui la magistratura “attenziona” gli studenti, in cui i filmati rimbalzano sui siti dei quotidiani on line (quello della Polizia era sul sito di Repubblica), in cui l’occupazione è momento per richiedere il pagamento di un balzello da offrire alla preside come risarcimento danni (“[…] ma io non accetto soldi sporchi, ottenuti con la vendita di alcol [nel party a pagamento organizzato durante l’occupazione, ndr]: e su questo non posso essere smentita visto che, all’epoca dei fatti, hanno persino esposto un prezziario di ciò che veniva venduto.” ha dichiarato la Dirigente Scolastica), dove si danneggiato il sistema di allarme e antincendio, le serrature, dove si vende lo Xanax (che tra l’altro è reperibile per pochi centesimi in una banale farmacia), fumogeni, deflagrazioni di bombe carta, rave party, alcool e droga a gogò. Ma come si può studiare così? Altro che “clima di confronto, dialogo e dialettica costruttiva“!

Gli insegnanti inoltre:

Ritengono rassicurante la nota del 20 novembre 2017 della Questura di Roma, che afferma: “Non sono emersi elementi che facciano pensare a traffico di droga né, tantomeno, atteggiamenti violenti ed intimidatori da parte degli studenti.”

Questa nota della Questura non è rassicurante per niente, anche perché nel loro comunicato, la parte dei docenti del Liceo che ha firmato (o l’estensore del testo, si veda il caso) ha riportato solo la una parte della nota stessa. Basta cercare su Google e si scopre che il documento della Questura di Roma include anche quanto segue:

Non si può trascurare tuttavia come sia presente, secondo quanto riferito, una serie di problematiche che devono investire, in prima battuta la funzione educativa della scuola e, solo in un secondo livello, la funzione di Polizia. Allo scopo sono stati già suggeriti alcuni correttivi a carattere strutturale, di tipo educativo, mentre poprio il dialogo con questi ultimi infatti aveva consentito, poco meno di un mese fa, la liberazione, senza alcun utilizzo della forza pubblica, del liceo Virgilio, a circa 48 ore dalla richiesta di sgombero della dirigenza scolastica.

La polizia, dunque, ritiene che non sia necessario il suo intervento (deciderà la magistratura, successivamente, se questo intervento sia effettivamente necessario o meno) ma pesano come un macigno (altro che le rassicurazioni dei docenti!) le parole circa le “problematiche” emerse durante la sua attività. Vuol dire che il bubbone è scoppiato, e che il pus è in primo luogo di natura educativa, e l’educazione in una scuola è a carico del corpo Docente, dov’è questa nota rassicurante, quando si tratta di un campanello d’allarme grosso come una casa (la polizia, in soldoni, dice che alcuni problemi ci sono e riguardano la scuola)?

Pare che questa immagine edulcorata dei fatti sia destinata a fallire sotto la determinazione della Dirigente Scolastica, che in tutto questo marasma è stata lasciata sola (in preda anche a genitori che hanno affermato che se i ragazzi hanno fatto uso di stupefacenti è segno che lì la roba è buona)a cercare di far valere lo stato di diritto in un ambiente che sembra averlo perduto:

E’ mio dovere di preside continuare a lavorare per il bene della scuola senza cedere a pressioni e meno che mai a richieste di ritrattazioni da parte di certi studenti e certi genitori. Sto difendendo la legalità dell’istruzione pubblica.

Dirigere il Virgilio è molto problematico. Io difendo sempre la libertà di esprimersi, ma questi ragazzi sono ben pilotati e sanno mistificare bene. Se qualche studente li critica, vanno a dire in giro che è psicolabile… Hanno cercato di farmi capire chi comandava davvero e io una risposta ce l’ho: lo Stato che rappresento.

Ha ragione lei, non ci sono dubbi. In una Casamicciola di opinioni e commenti avere il senso dell’istituzione è sicuramente controcorrente. E questa preside controcorrente che ci riporta all’essenza cruda dei fatti ci piace.

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