Gli uomini sono tutti pezzi di merda

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Tratto da it.wikipedia.org. Loro dicono che la foto è in pubblico dominio ma io non ci credo.
Tratto da it.wikipedia.org. Loro dicono che la foto è in pubblico dominio ma io non ci credo.

E così, il neorisorto programma RAI “La TV delle ragazze”, si è fatto notare per la battuta della Finocchiaro che, circondata nello spot da bambine curiose e particolarmente vivaci (anche se evidentemente indotte a recitare una parte), annuncia di dover dire loro una cosa “molto, molto importante”. Le bambine reagiscono con comprensibile curiosità e alla fine l’arcano si svela: “Gli uomini sono tutti pezzi di merda”. “Anche il mio papà??” chiede ignara una bambina. “Soprattutto il tuo papà”, risponde stronzissima la Finocchiaro.

Tutto lì. E’ ovvio che su quotidiani come “il Giornale”, il “Secolo d’Italia”, “Libero” e altri si è scatenata una caccia all’attrice, rea a loro dire di aver veicolato messaggi negativi, di aver svilito la figura paterna, di aver detto una parolaccia (Infatti loro “merda” la abbreviano “m.” che non ho mai capito a che cosa serva, ma a qualcosa servirà). La Lega pretende dall’attrice scuse pubbliche e immediate, Capitanio del carroccio invoca provvedimenti disciplinari a carico dell’attrice. E va beh, ma è satira. la satira travalica ogni cosa, deforma la realtà e la piega allo scopo di far ridere e riflettere. E’ chiaro che non è vero che tutti gli uomini siano dei pezzi di merda, ma la generalizzazione è propria del processo umoristico e l’ironia nasce proprio da questo.

Forse non è stata una delle battute più felici della Finocchiaro. Proprio perché si basa su uno stereotipo, un luogo comune che ripetuto all’eccesso (quante volte ce lo sentiamo dire??) finisce col perdere la sua valenza critica per diventare quello che è, una frase fatta. Brutta (se vogliamo), che non fa ridere (certo), ma è pur sempre diritto di satira e ci mancherebbe anche altro offendersi per così poco. Poteva fare di meglio, questo sì, ma poteva anche fare di molto peggio. Non trovo nulla di offensivo nello sketch della Finocchiaro, ma mi chiedo che cosa sarebbe successo se a girare quel minispot sulla merdàggine del genere umano fosse stato un comico maschio, contorniato da bambini, che avesse detto “le donne sono tutte stronze” (o qualsiasi cosa aggettivale o sostantivale vi suggerisca la frase fatta e denigratoria), col bambino maschio che alza la manina e chiede “Anche la mia mamma??” e la risposta fulminante “Soprattutto la tua mamma!!” Ci sarebbe stato un plebiscito di indignazione, soprattutto femminile (oltre che femminista) con valanghe di tweet di condanna da parte della solita sinistra benpensante e quattrinaia (così ben rappresentata dalla “TV delle ragazze”) con tanto di radiazione del comico dalle fila della RAI. Forse la differenza fra uomini e donne è proprio questa: noi uomini, se ci dànno del pezzi di merda ci ridiamo. Le donne, se qualcuno dà loro delle “stronze” si incazzano a morte.

MA è, sempre e comunque, satira. Dio mio…

Mimmo Lucano a “Che tempo che fa”

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foto tratta da www.rainews.it
foto tratta da www.rainews.it

E così Fabio Fazio ha invitato Mimmo Lucano alla trasmissione “Che tempo che fa”. E lui ci va. Non ci son santi. Anzi, i santi ci sono e l’unica santificazione da sottolineare è proprio quella dello stesso Lucano che dall’esilio da Riace passa agli onori della televisione.

Chissà quanti accusati, a vario titolo, di reati di qualsivoglia genere, andrebbero volentieri a difendersi presso il servizio pubblico, pagato da tutti i cittadini, e da cui i suddetti cittadini si aspettano prestazioni di libera informazione e non difese che troverebbero migliore collocazione nelle aule di giustizia.

Non sono io quello adatto per dire se Lucano sia colpevole o innocente rispetto alle accuse che gli sono state mosse, ma certamente non è a “Che tempo che fa” che risolverà i suoi processi.

Il senso della vergogna ha fatto spazio al senso dello scoop, dell’audience, dello share a tutti i costi. La sinistra di maniera e quella pseudo democristiana hanno trovato il loro santo protettore, dimenticando che nessuno è fuori dalla legge. Pensano che incensando quest’uomo lo libereranno dalle accuse e dalle diffamazioni che sono cadute su di lui. E’ il nuovo medioevo, signori, non c’era nulla di peggio da aspettarsi.

Per Rai Radio 2 Freddie Mercury è un artista con l’apostrofo

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In un Tweet di Rai Radio 2 Freddie Mercury è diventato “un’artista unico” con tanto di apostrofo. Lui che aveva un’estensione vocale inimmaginabile se lo poteva ben permettere, il servizio pubblico della Radio di Stato un po’ meno (Mama, didn’t mean to make you cry!)

Ora basta con questi post di errori diffusi, parliamo di altro.

Oggi Charlie Charplin è morto. Anzi, no, è nato!

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Dopo l’apostrofo di troppo della Boldrini, mi è capitato di aguzzare la vista (come recitava una rubrica de La Settimana Enigmistica) navigando in rete (ma in particolare su Twitter) e sono giunto a una serie di strafalcioni ed errori tra i più svariati, di cui vi darò conto, magari uno alla volta.

Il primo lo fa Radio 2 RAI sul suo profilo Twitter. Oggi è l’anniversario della nascita di Charlie Charplin, ma per loro il 16 aprile 1889 è la data della sua morte (avvenuta in realtà il 25 dicembre 1977).

Ora, per carità, anche qui non è che ci sia da stracciarsi le vesti e strapparsi i capelli dalla vergogna, per carità, può succedere a tutti un momento di “fosforescenza”, ma un conto è se questo errore lo faccio io, che non ho una redazione che si occupa di queste cose, che sono solo un lettore (o un ascoltatore, si veda il caso) e che, soprattutto non sono un servizio pubblico, un conto è se lo fa la radio di stato, che dovrebbe dare informazioni corrette anche quando si tratta di interventi occasionali, come quello su Charplin.

Avanti un altro!

Benigni diffida Report. Anzi, no, lo querela

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Pare che Roberto Benigni abbia diffidato Report dal trasmettere una certa inchiesta con “notizie false e gravemente diffamatorie” (secondo quanto riferito dall’avvocato dello stesso Benigni). Nonostante la diffida il programma è andato in onda lo stesso, quindi Benigni e la moglie hanno dato mandato al loro legale (Michele Gentiloni Silveri, cugino dell’attuale Primo Ministro) di depositare una querela nei confronti di Giorgio Mottola e di Sigfrido Ranucci.

Questi i fatti. Quali siano questi contenuti così sommamente diffamatòri non lo sappiamo né, devo dire, ci interessa particolarmente.

Quello che (invece) sì, ci interessa, è la dinamica dell’azione legale così come si è sviluppata.

Premetto che considero l’istituto della diffamazione, così per come è strutturato e concepito oggi, uno strumento di esercizio di potere nelle mani del più forte nei confronti del più debole. Poi, che sia Benigni che Report deboli non lo siano affatto, è un’altra verità che va tenuta in debita considerazione. Ma anche tra loro c’è un certo grado di soccombenza reciproca, laddove Report è trasmissione giornalistica (non di regime) realizzata con contenuti autonomi e svincolati dalle direttive della RAI, e Benigni, invece, è l’artista che, anche se suppostamente danneggiato, esercita un’azione di forza sul tema della libertà di espressione, di cronaca e di critica.

Benigni non querela subito, come sarebbe suo diritto. In fondo di esercitare un diritto gli importa poco. E’ disposto a rinunciarvi con l’atto di diffida, che è un qualcosa per dire “Guarda, non mettere in onda quei contenuti, astieniti dal parlare e non ti accadrà niente”. Solo successivamente, quando l’avvertimento è stato bellamente ignorato, il diffidante agisce (“Non hai voluto fare quello che ti ho detto, questa è la conseguenza del tuo rifiuto”, quando non addirittura una cosa del tipo “Io non volevo, sei tu che mi hai costretto”).

Se lo scopo di Benigni era quello di esercitare il suo sacrisanto diritto a non sentirsi diffamato, avrebbe potuto presentare direttamente una querela alla magistratura. Ha mezzi e possibilità per farlo (come tutti, ritengo), e come tutti è uguale davanti alla legge, non ci piove. Senza pretendere di censurare nulla in anticipo, ma semplicemente prendendo atto di una situazione e agendo di conseguenza. Il danneggiato fa così. Anche perché sa che, in astratto, una causa potrebbe anche perderla.

E invece in questo modo il danneggiato è Report, perché anche dal suo punto di vista quel contenuto è vero o, comunque, legittimo. E non era diritto di Benigni inibirne la messa in onda. E allora chi è che decide se una cosa è diffamazione oppure no? Semplice, il Giudice. Neanche il Pubblico Ministero (che, tutt’al più, può decidere se una querela è meritevole di essere accolta o meno).

Viviamo, purtroppo, in un clima in cui l’informazione corretta e coraggiosa è tale solo quando riguarda gli altri, ma quando riguarda noi siamo pronti ad adirarci, a sbraitare, a ricorrere ai magistrati, a diffidare, a pretendere correzioni, e a urlare alla notizia falsa, che va tanto di moda.

Del resto, fu proprio Benigni (assieme alla moglie Nicoletta Braschi), nel 2011, a firmare un appello quando Report era incalzato costantemente dal governo di centrodestra. Senza contare la totale mancanza di (auto)ironia con cui Benigni, una volta che Report ha ficcato il naso negli affari propri, ha trattato la questione. Cioni Mario di Gaspare fu Giulia, non sarebbe certamente arrivato a tanto.

E’ il World Radio Day. Viva la radio!

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E allora auguri a tutte e tutti voi per il World Radio Day che si celebra oggi.

Non la si ama mai abbastanza, la radio, per tutto quello che ci dà quotidianamente, per cui bisogna festeggiarla e ben vengano queste giornate se riescono a dare così tanta gioia e allegria.

La radio è compagna, ma anche amante, amica e (per qualcuno) moglie. Ho più ricordi personali con la radio che con parenti od amici. E non sono solo, ad esempio, la compagnia di tre ore in un ingorgo, o Radio Maria che ti strasfracassa i coglioni perché sulla scala parlante non c’è altro da ascoltare, i ripetitori del Monte Serra sono andati a farsi benedire e o ti ciucci padre Livio o ciccia.

Quando c’erano ancora attive le trasmissioni in italiano delle radio dell’Est ho assistito alla storia. Ho ascoltato direttamente dalle fonti governative la caduta di Ceausescu, i funerali di Andropov e Cernenko (ho fatto anche questo!), la caduta del muro di Berlino.

La radio è proprio vero che arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente.

E per il World Radio Day mi piace ricordare una voce storica di Radio Uno Rai, Riccardo Cucchi, che se ne va in pensione e ora bisognerà trovare uno bravo almeno quanto lui che ci racconti il calcio.

Perché la radio libera. Perché libera la mente.

(foto tratta dal profilo Facebook di Andrea Borgnino)

Caso Meloni: Asia Argento chiede scusa (ahilei)

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Questa è la giornata delle scuse.

Prima quelle di Caterina Balivo a Diletta Leotta, e adesso quelle di Asia Argento a Giorgia Meloni per aver definito altrove “lardosa” la sua schiena.

In RAI devono averle fatto un bel liscia e bussa.

Fatto sta che anche questa vicenda si è risolta in 140 caratteri. Fare danno costa poco. Chiedere scusa ancora meno. Poi si volta pagina. E’ il modello “social”del risarcimento del danno. E la reputazione della gente vale meno di nulla.

AGGIORNAMENTO DEL 12/2/2017

Qualche effetto il mio breve intervento deve averlo sortito. Se vado a cercare il profilo Twitter di Asia Argento scopro di non essere abilitato alla visione dei suoi post:

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Ma basta uscire da Twitter e lavorare un po’ di Google (chiave di ricerca “asia argento twitter”) per riuscire a vederli tutti regolarmente. Ah bene.

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L’inchino e la tagliola

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D’improvviso della “tagliola” posta in essere dal Presidente Boldrini non si parla più.

La discussione è stata spostata (e mantenuta) sulle tonnellate di insulti ricevuti dalla terza carica dello Stato in seguito a un sondaggio apparso sul blog di Beppe Grillo.

Intendiamoci: quegli insulti sono veri. La Boldrini è stata pesantemente diffamata.

Naturalmente è stato preso di mira il mezzo (il blog di Grillo) al posto del diffamatore (chi materialmente ha immesso quei contenuti).

Si dà il caso che in Italia la responsabilità penale sia personale e che la diffamazione sia un reato punibile a querela di parte.

Quindi la Boldrini può benissimo querelare gli autori di quelle ingiurie pubbliche e sottostare al giudizio di un giudice terzo. Esattamente come ogni cittadino.

Invece stasera va da Fazio. A far che? Forse che io, se vengo diffamato, ho la possibilità di andare ad esporre il mio pensiero in televisione? E che cos’è “Che tempo che fa?” un tribunale?? Sì, lo so, io non sono il Presidente della Camera. E non è solo per questo che non ho mai usato nessuna ghigliottina con nessuno.

Non ci sono parole per questa distrazione di massa che a colpi di falso giornalismo inizia a spostare l’attenzione dell’opinione pubblica su un “Belìn” messo lì da Grillo, o sul fatto che, tanto per cambiare, Grillo è un pregiudicato perché ha ammazzato tre persone in un omicidio colposo.

Vediamo se anche questa volta la Boldrini dirà che quelle verso di lei sono ingiurie verso tutte le donne. O se qualche donna si sentirà ingiuriata solo perché lo è stata la Boldrini.

Questa sera Adriano Sofri da Fazio (e vai!!)

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E tra poco, a “Che tempo che fa”, nel salotto di Fazio sarà ospite Adriano Sofri.

Bene, cazzo, son proprio contento.

Son proprio contento che in Italia abbiamo un luminare della filosofia, della linguistica e della politica come Noam Chomsky, che va a fare conferenze su linguaggio e mente, risponde gentilmente alle domande dei giornalisti, veste dimessamente con le sue scarpine da ginnastica, ha quasi 90 anni e zompa come un grillo, ma noi gli preferiamo uno che è stato condannato in via definitiva per l’accusa di essere stato il mandante dell’omicidio Calabresi, accusa sempre rifiutata ma dopo essersene assunta la corresponsabilità morale (si dovrebbe poter affermare, per contrappasso, che Calabresi poteva essere stato il mandante morale della morte di Pinelli, ma sappiamo benissimo che non è così, e quindi la excusatio non petita di Sofri crolla) che non si è mai appellato alle sentenze di condanna che lo riguardavano, che ha caldeggiato fortemente l’indulto del 2006, che diede dello “squadrista” a Marco Travaglio e che scrive su “Libero” perché non ci si può far mancare niente.

Che uno dice, ma mentre c’è Sofri Chomsky è a Roma. Sì. E collegarsi con la sua conferenza no? Mettercisi d’accordo per un’intervista da trasmettere in differita?? Nemmeno, seh, figuriamoci, ci facciamo dire da un anarchico statunitense che non c’è più democrazia in Italia, no, no, molto meglio Sofri, volete mettere??

15 anni dalla morte di Fabrizio De André

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Questa è una fotografia scattata in Italia (o in territorio italiano) ed è ora nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto.

15 anni fa moriva Fabrizio De André e noi ci ostiniamo a non volerlo lasciare in pace, a non volerlo considerare come “passato”, a non volerlo vedere come un tempo composto e compiuto. Come qualcosa che “ha fatto parte di noi”, come gli zoccoli delle femministe, gli eskimi, il Rosso Antico e la Magnesia Bisurata Aromatic. In mero senso iconografico, certo, perché De André è stato indubbiamente molto di più.

Abbiamo bisogno di questa sua eterna e fastidiosa santificazione, di questa sua trasformazione dallo status di persona a quello di “Poeta” con la P maiuscola a quello di oggetto di culto, feticcio.

Era solo un cantante, come lui stesso si autodefiniva.

Fabrizio De André è stato trasformato in un oggetto per tutte le stagioni. Lo piangono i cattolici che hanno inserito nei loro innari l'”Ave Maria” da “La buona novella” (“femmine un giorno e poi madri per sempre”, dimenticando che le fanciulle come Maria femmine lo erano ben poco, passavano direttamente dalla condizione di bambine a quella di madre), lo piangono le maestre d’asilo che se verrà la guerra marcondirondera, quelli della RAI che vanno giù di fisarmonica negli stacchetti di “Che tempo che fa”, gli omosessuali di “Amico fragile”, le puttane di “Bocca di rosa”, i carcerati di “Nella mia ora di libertà”, i camorristi co’ Ciccirinella precisa a mammà’, giudici con notti insonni, matti che imparano la Treccani, con abbondante condimento di retorica crocefissa di “pietà che non cede al rancore”.

Di bombaroli neanche più a parlarne. Non vanno più di moda, non sono più opportuni.

Quello che, invece sì, va di moda, è organizzare queste serate orrende di concerti in onore di De André in cui per bene che vada c’è qualche gruppetto che scimmiotta la PFM mentre se vi va di sfiga c’è uno sul palco con la chitarra, con la gamba accavallata, la sigaretta tra le dita (o, peggio, appoggiata al ponticello superiore della chitarra e stretta tra le corde), la voce roca da recitativo, lo sguardo compiaciuto verso il pubblico.

E’ tanto bello sentirsi, in qualche modo, “reincarnazione”. Raccattare qualche applauso, levare una mano al cielo come a dire “Questi applausi non sono per me, sono per Faber che è lassù!”.

Più brutto, ma più necessario è consegnare De André al suo tempo. Che è anche il nostro, ma per puro caso.

Quanto si paga per pagare il canone RAI?

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Ho pagato il canone. Ho compiuto il mio dovere di ligio cittadino. L’obolo sul possesso di un televisore è salvo, ora posso anche permettermi di spaccarlo quando trasmettono la fiction sul Commissario Calabresi.

Quanto costa l’abbonamento? 113,50 euro. Non fate finta di fare la bocca schifata perché è il più basso d’Europa.

Solo che per pagarlo, fatte salve alcune rare eccezioni, bisogna pagare. E allora andiamo un po’ su www.abbonamenti.rai.it. O cosa ci sarà scritto? Ecco:

“ATTENZIONE: Vi consigliamo di effettuare il pagamento del canone TV utilizzando esclusivamente le modalita’ sotto elencate per evitare disguidi nell’accredito dei versamenti.”

Non ho capito. E se io utilizzo una modalità non prevista cosa succede? Se mando un assegno in una raccomandata, se faccio un vaglia postale, se vengo di persona a portarli all’URAR qual è la pena massima edittale prevista?

Ma vediamo intanto quali sono i canali tradizionalmente accreditati.

– Poste Italiane
– Tabaccherie
– Telefonicamente con carte di credito
– Internet con carte di credito
– Internet con addebito bancario
– Smart Phone o Tablet
– Bancomat presso gli sportelli automatici

“Sembra che ci sia tutto e invece non c’è nulla”, come avrebbe detto il Conte Mascetti in “Amici miei”.

Se vado alle Poste mi prendono il corrispettivo di una operazione allo sportello su bollettino di conto corrente postale. Che non so esattamente quanto è ma esiste. Se sono un correntista postale posso pagare anche via Internet (non so se gratuitamente), se non lo sono posso comunque usufruire del comodissimo pagamento con carta di credito. Per i costi di commissione mi scrivono “clicca qui”, ci clicco e “Ooops, spiacente, non è possibile trovare la pagina web”. Comunque qualcosa si paga, questo è certo.

No, via, alle Poste no, allora andiamo in TABACCHERIA.
In tabaccheria si possono usare LOTTOMATICA, SISAL-EQUITALIA SUD e Banca ITB S.p.A. Al prezzo di 1,55 euro a operazione.
Su una commissione di 113,50 euro è l’1,365%. Un botto. Da pagare subito, naturalmente. E c’è gente che quella cifra lì in interessi li riceve dalla propria banca in UN ANNO.

Ok, niente Poste e niente tabaccheria. Proviamo l’opzione TELEFONICAMENTE CON CARTE DI CREDITO. Posso chiamare comodamente un numero verde, ma solo da rete fissa. Se ho un cellulare devo chiamare un altro numero e pagare la tariffa del mjio gestore, così imparo a volere l’Android. Il servizio è attivo h 24 (è automatizzato). Il costo del servizio e’ pari ad euro 2,10 per operazione. Che è pari, stavolta, all’1,850% della transazione.

Massì, allora scegliamo l’opzione INTERNET CON CARTE DI CREDITO. Qui si può scegliere se pagare con Equitalia Nord, che applica lo stesso 2,10 euro di commissione, o con PASCHIRISCOSSIONE, che, però, di euro ne vuole 2,30. E si passa al 2,026%. Insomma, almeno c’è un po’ di democrazia nella scelta.

Se scegliete di pagare con la formula INTERNET CON ADDEBITO BANCARIO, dovete essere clienti di una serie di banche (elencate!) del Gruppo Intesa Sanpaolo. In quel caso l’operazione vi costa 1 euro. Va di straculo ai clienti della Banca Fideuram S.p.A. che il canone lo pagano gratis. I correntisti del Gruppo UBI Banca afferenti a una delle banche elencate pagano anche loro 1 euro, ma se si usa il servizio di banca telefonica si arriva a 1,25. 1 euro anche per i clienti di alcune banche di Cariparma S.p.A. Credit Agricole. Alla Banca Popolare di Sondrio e’ possibile rinnovare il Canone tv via Internet al costo di 1 euro, a se si desidera una “eventuale” quietanza (che domande, e certo che voglio la quietanza!) se ne paga uno in più, non c’è problema.
A 1 euro anche la Banca di Credito Cooperativo di Fornacette, Banca Federico del Vecchio S.p.A, Banca Popolare Lecchese, Cassa di Risparmio di Cento S.p.A.
La Banca di Credito Cooperativo di Masiano fa pagare 0,50 euro, mentre è tutto gratis per Home Banking Mediolanum e Home Banking IW Bank.
Gratis anche per Banca di Credito Cooperativo di Caravaggio, Banca di Credito Cooperativo di Calcio e di Covo, Istituto Centrale delle Banche Popolari Italiane, Banca Generali S.p.A.
Molte altre banche applicano costi variabili da 1,10 a 2 euro per operazione.
Ma Credito emiliano SpA applica una commissione di 2,50 euro mentre la Banca di Credito Cooperativo di Canosa-Loconia li batte tutti con 3 euro di commissione. E’ il 2,63% sull’importo.

Non ci sono dati certi per il costo dell’opzione SMART PHONE O TABLET. Si sa solo che ci si deve registrare sul sito di Poste Italiane. Che applicherà le sue tariffe.

Non rimane che il BANCOMAT PRESSO GLI SPORTELLI AUTOMATICI. E’ gratis presso gli sportelli automatici dell’Istituto Centrale delle Banche Popolari Italiane. Ma per una serie di banche elencate i costi variano da 1 euro a 1,70 euro. Ancora 3 euro per la Banca di Credito Cooperativo di Canosa-Loconia, ma solo se operate via bancomat. Se andate allo sportello pagate 5 euro. E questa è di gran lunga la tariffazione più cara. Vi chiedono il 4,40%.

Domanda cretina: non esiste un metodo a disposizione di TUTTI gli utenti per pagare il canone GRATIS? Poi, se uno è disposto a pagare qualcosa in più perché ha la banca giusta o il tabaccaio sotto casa lo può fare, ma intanto un poverocristo non è costretto a pagare il dazio a questi intermediari.

La mia banca è differente per forza, perché se no poi le chiudo il conto!

La fiction melliflua sul commissario Calabresi

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Il commissario Luigi Calabresi - foto di Pubblico Dominio -

Ho visto anch’io, come molti, la fiction sulla vicenda del Commissario Calabresi. Come molti ne sono rimasto insoddisfatto.

Ho pensato molto a quello che potesse avere urtato la mia sensibilità nella rappresentazione, certamente trasposta in tonalità minore da romanzo popolare: una scena.

Quando al personaggio-commissario Calabresi [non è detto che il personaggio e il suo referente storico coincidano nelle scelte] viene imposto di dire al Pinelli che Valpreda aveva confessato, dopo averlo trattenuto oltre le 48 ore massime previste per un fermo di polizia, Calabresi esegue.

Conosce il Pinelli, ci ha parlato, ha cercato di capirne la personalità e le ragioni. Eppure, anche di fronte ai suoi dubbi umani, a quel “ragionevole dubbio” che gli si insinua dentro, il personaggio-Calabresi obbedisce. Si conforma, si adegua ad una logica superiore e soverchiante che vuole un colpevole a tutti i costi.

Questa è la finzione. I punti in comune con la realtà non li conosceremo mai.

Niente “cacca” a Radio Tre

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Io ascolto Radio 3. Sì, lo so che sono fatti miei. Così come afferisce alla categoria dei “fatti miei” il fatto (vedi tu) che mi piaccia “Tutta la città ne parla”, trasmissione delle 10 del mattino.

Sono un inguaribile abitudinario. Mi piace ritrovare gli stessi ritmi e le stesse ripetitività nei gesti quotidiani.

Ieri, come faccio sempre, ho partecipato alla trasmissione con un commento su Facebook. E, come spesso succede, sono stato citato.
Si parlava di agricoltura sostenibile, di biodiversità, di biomasse, di vita sana, di cibi biologici, del fatto che costruiscono le case e non lasciano l’erba eh no, se andiamo avanti così chissà come si farà.

Ho scritto:

“Non se ne può più del concetto secondo cui ciò che è naturale è buono e sostenibile per forza. Finché non capiremo che un atomo di idrogeno è un atomo di idrogeno, sia che venga prodotto in laboratorio, sia che si trovi nella cacca di un animale non andremo da nessuna parte, sostenibile o no che sia.”

Nella citazione la parola “cacca” è stata sostituita da “scarti”.

Ora, ditemi voi. Ho scritto “cacca”, sissignori, non ho offeso nessuno perché volevo indicare proprio le deiezioni escrementizie degli animali. Quell’oggetto lì. Perché “scarti”?? Le parole sono importanti e la “cacca” anche.

Non capisco questa mania edulcolatrice del linguaggio. “Cacca” è usato qui in tono offensivo? No. C’erano bambini all’ascolto?? Molto difficilmente (e poi “cacca” è una delle prime parole che si insegna loro quando imparano a parlare, “Hai fatto la cacca??” “Non metterlo alla bocca, è cacca!” -nel senso che è cattivo o nocivo-). Dunque che male poteva fare la “cacca” del sottoscritto (intesa come parola riportata, ça va sans dire)?

Non ce l’ho certo con la redattrice che ha effettuato il piccolo camuffamento verbale (anzi!), perché posso facilmente intuirne le ragioni.

Ma ho scritto “cacca” e “cacca” deve essere.

Se Piero Manzoni avesse inscatolato “Scarti d’artista” anziché “Merda d’artista” Wikipedia non gli avrebbe mai dedicato una pagina.

Il Concerto di Capodanno della Fenice di Venezia

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Noi italiani siamo un popolo invidioso e vendicativo.

Cosa c’entrava che gli austriaci da decenni avessero un loro concerto di Capodanno fatto con musiche dei LORO musicisti e diretto fino agli anni 70 da un LORO direttore d’orchestra (Willy Boskowski) per ricordare la LORO storia?

Minchia, dovevamo farlo anche noi un concerto su quello stile, con le musiche dei NOSTRI musicisti. Cosa c’entra il bel Danubio blu? E perché la Marcia di Radetzki?? E com’è che siamo costretti a sorbirci il Valzer dell’Imperatore??? Quelli suonano e noi siamo qui a guardare.

Siamo bravi anche noi a farci il nostro bravo concerto di Capodanno dalla Fenice di Venezia.

Intanto il battimani finale lo facciamo sul “Libiamo Libiamo” di Verdi, così anche i giapponesi che pagano fior di quattrini il biglietto sono contenti. E mettiamo loro sopra anche qualche inquadraturina della RAI.

Il “Va’ pensiero”, sempre di Verdi, deve PER FORZA esser suonato in guisa di valzerino anche lui. Cosa ci combina se nelle indicazioni esecutive Verdi aveva scritto “Grave”, “sottovoce” e “con dolore”, se stai a guardare tutto quello che ha scritto Verdi non ne esci più vivo. Facciamolo in ùn-duettré, un-duettré e chiusa lì.

L’ultimo bis? Ma che domande, l’Ouverture dal “Guglielmo Tell” di Rossini. Però siccome è bella, allora la tagliamo. Invece di farla cominciare dall’assolo di violoncello prendiamo direttamente trombe e tromboni dell’allegro vivace e quello che c’era prima chi se ne frega. Tanto, voglio dire, ce ne freghiamo altamente di quello che aveva scritto Verdi che facciamo brutta figura proprio con Rossini? No, no, via, via, tagliare!

E facciamoglielo vedere al mondo intero che ce l’abbiamo anche noi la nostra um-pa-pà-Musik!

L’acquisto delle puntate di Report

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Che uno poi dice “Ma allora ce l’hai proprio con Report!” “Sì”, gli rispondo io.

Sul sito della trasmissione di RAI3 c’è una “linguetta” che riguarda l’acquisto delle puntate. O cosa ci sarà scritto? Andiamo un po’ a vedere, via…

* Per vedere integralmente le ultime inchieste su Rai.tv è sufficiente cliccare sull’icona video che si trova associata ad ogni inchiesta.

E va beh.

* I video non sono scaricabili sul proprio computer, ma possono essere fruiti in streaming.

Già. Perché si debbono fruire in streaming e non si possono scaricare sul proprio computer (non ho detto “darli a cani e porci”, ma “scaricarli sul proprio computer”. Sto parlando di “uso privato e personale”, non di “cessione a terzi”) programmi realizzati dal servizio PUBBLICO?
Per la radio viene fatto. I file rimangono in linea circa una settimana. Forse poco meno. Non è molto ma è già qualcosa.
Te li scarichi, te li metti in un lettore di MP3 qualsiasi e te li porti dietro. A fare jogging, a fare la spesa, a fare quel che ti pare. Li puoi anche conservare.
Mentre invece NON puoi scaricarti l’ultima puntata persa di Report e schiaffarla su un tablet, su un Android o su un iPhone, se ti piace Stigiò e guardartela seduto su una panchina al parco. Se vuoi farlo ti colleghi on line e cominci a mandare la registrazione in streaming, così se il tuo provider telefonico di accesso a Internet ti dà una qualche limitazione di traffico, dopo mezz’ora o non ti colleghi più a una cippa o devi pagare un bòtto di soldi per aver visto una trasmissione che era già tua in quanto espressione del servizio PUBBLICO di cui sopra.

Si arriva alla sezione “Acquisto puntate”. “Acquisto” vorrà dire (credo) che le puntate possono venire comperate dietro corresponsione di una cifra in denaro. Se no che “acquisto” è? Va beh, anche qui leggiamo:

* Associazioni, università, scuole, sindacati, organismi ed enti senza scopo di lucro possono richiedere le puntate di Report alla Direzione Teche (fax 0636226217, e-mail service@rai.it). Il materiale sarà fornito in cassette analogiche VHS, oppure in formato digitale su CD Rom – video qualità internet formato MPEG4 o ASF.

Intanto fa molta tenerezza sapere che c’è ancora qualcuno che vende una registrazione di una trasmissione televisiva su videocassetta VHS. Pensavo si trovassero solo al mio supermercato di fiducia a 2,99 il pacco di 4 cassette da 4 ore ciascuna (godi popolo!!).
Ma quello che, invece, non fa tenerezza è l’elenco delle categorie di persone che possono richiedere il materiale: “Associazioni, università, scuole, sindacati, organismi ed enti senza scopo di lucro”. E il privato cittadino?? Non può comprarle. Cos’hanno i miei soldi, puzzano?? Va beh, a me non vendete un belino, ma perché, ad esempio, università e scuole devono tirar fuori dei soldi per avere una puntata di “Report”, suppongo per motivi didattici?
Ripeto, dovrebbe essere GIA’ qualcosa di pubblico. Non si può far pagare un servizio pubblico (la scuola) per acquisire qualcosa che viene da un altro servizio pubblico (la RAI).

*Tutti i contenuti di questo sito sono coperti da copyright e di esclusiva proprietà della Rai Radiotelevisione Italiana e ne è vietata la riproduzione, anche parziale, su qualunque media e supporto.

E questo lo avevamo vagamente intuito.

Ma la Gabanelli ci aveva già parlato dei costi di una puntata di Report. E io avevo commentato tutto già ad ottobre. Diceva:
*Come tutti gli autori, che lavorano su questo programma, il cui costo complessivo, inclusi il mio compenso, gli  stipendi della redazione, il costo di edizione, finanche dei fax e dei telefoni è di 180.000  euro, a puntata. Su ogni singola puntata la Rai incassa di pubblicità netti 190.000 euro. Al cittadino, che paga il canone e ha il diritto di sapere quanto costa il prodotto che sta guardando, che gli piaccia oppure no, noi costiamo zero.

Quindi i costi li copre la pubblicità. Così “Report” non è più cosa dei cittadini che non posso accedervi nelle modalità che vogliono. Servizio pubblico, certo.

Il senso (lato) di Report per la giustizia

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La trasmissione di Milena Gabanelli sulla giustizia mi ha fatto arrabbiare.

Non certo perché abbia denunciato una situazione che conoscevo gia: ho querelato svariate persone per diffamazione nei miei confronti e la maggior parte delle querele attendono la prescrizione dentro un cassetto del Pubblico Ministero (non si è arrivati neanche alla prima udienza -che per la diffamazione svolge un po’ le veci dell’udienza preliminare-).

Mi ha fatto arrabbiare perché sono stati riaffermati due luoghi comuni giuridici che, al contrario di quelli della vita quotidiana, non hanno nulla a che vedere con la realtà. Ovvero che:

a) il patteggiamento è un’ammissione/sentenza di colpevolezza;

b) le sentenze per prescrizione sono di assoluzione.

Vediamo:

a) Non è vero che si patteggia solo perché si è colpevoli. E in un procedimento per patteggiamento non c’è un solo documento che indichi la colpevolezza dell’imputato in merito al reato ascrittogli. Il vantaggio che si trae dal patteggiamento è sì quello dello sconto di un terzo della pena, ma questo sconto viene riconosciuto non perché uno si dichiara o viene dichiarato colpevole, ma perché fa risparmiare un sacco di tempo e di soldi allo Stato. Invece di andare in primo, secondo e terzo grado di giudizio, si definisce la cosa in pochi minuti. Poi l’imputato può essere anche innocente. Uno dice “ma allora se è innocente perché patteggia?” Ecco, per esempio perché è un povero Cristo che non ha la possibilità di pagarsi un avvocato che lo assista nei tre gradi successivi, e che faccia venir fuori la verità. Oppure ha, si veda il caso, problemi di salute e preferisce dedicarsi a quelli piuttosto che a pensare alle beghe giudiziarie. Ognuno ha le proprie priorità. Certamente, le sentenze di patteggiamento sono, dal 2001, equiparabili a sentenza di condanna (“equiparabili” vuol dire che NON sono sentenze di condanna, che sono cose diverse, e che c’è una legge che le rende assimilabili).

Nella trasmissione è stata riportata una citazione di Gian Domenico Pisapia da “Speciale TG2” del 31/10/1989: “L’abitudine di dichiararsi sempre innocente, in ogni caso secondo me va accantonata nei casi in cui l’imputato riconosca che le carte che ci sono nel processo sono tali da non dargli speranza.” Sarebbe condivisibile se l’imputato conoscesse immediatamente le carte del processo. Al momento del patteggiamento si conoscono solo quelle del Pubblico Ministero. Ed è proprio nel processo che si forma la prova perfetta, attraverso il contraddittorio tra le parti. Ma il patteggiamento è fatto proprio per NON entrare nel processo. E’ per questo che l’imputato non viene dichiarato colpevole. Proprio perché non si sentono testimoni, a carico o a discarico, non si raccolgono ulteriori elementi e si rinuncia al dibattimento.

b) La prescrizione, ovviamente, non assolve. In trasmissione, Nicola Bonucci, direttore Affari Legali OCSE di Parigi, ha affermato: “su 47 persone imputate da quando il reato esiste fino al 2011, 30 sono stati assolti non perché i fatti non erano stati commessi, non perché siano stati giudicati innocenti, ma solo per avvenuta prescrizione.” Appunto, non si dovrebbero dare queste informazioni sbagliate. Non possono essere stati assolti, sono stati prescritti, quindi la sentenza è di non luogo a procedere. Poi potevano benissimo esserci (o non esserci) elementi di colpevolezza. Ma nessuno viene “assolto” per prescrizione, e ci mancherebbe anche altro.

Va beh, dice uno, non si viene assolti ma la si fa franca. Vero, ma se la macchina della giustizia è lenta bisogna accettare anche che si fermi, non si può gioire per la condanna di Berlusconi sul filo della prescrizione e poi non riconoscere che è stato proprio questo istituto a salvarlo più volte, non ci sono due pesi e due misure per trattare la prescrizione, o la si accetta come costituente del nostro sistema o la si rifiuta in toto. E magari si va a vivere all’estero dove, secondo Report, le cose vanno molto meglio.

E ci sono varie tipologie di prescrizione: c’è quello che ha commesso un reato “minore” 8 anni fa e che arriva oggi alla prima udienza di primo grado. Il giudice non guarda nemmeno le carte, dichiara estinto il reato e chiude tutto perché la prescrizione in questo caso è di sette anni e mezzo. Quindi non si sa -non esssendo stato aperto nemmeno il dibattimento- se quel tizio era davvero colpevole. Si sa solo che si è tergiversato troppo. E poi c’è quello che è stato condannato in primo e in secondo grado ma che in Cassazione la sfanga. Lì nelle motivazioni sarà evidenziata la sua colpevolezza. Ma non certo nella sua fedina penale.

Parlando del sistema giudiziario inglese la Gabanelli chiude la trasmissione con queste parole: “Il procuratore (nel Regno Unito, ndb) ha discrezionalità, può decidere quali reati perseguire e quali no, i nostri magistrati sono obbligati a perseguirli tutti nello stesso modo.” E meno male, direi. Almeno, in teoria, chi ha subito un torto può vederselo riconoscere in sede penale o civile senza vedersi scavalcato nella classifica dei gradimenti.

E infine: “qual è il senso di tenere in piedi un processo che ti porta fino in Cassazione con una macchina così costosa e lunga per avere falsificato un biglietto del tram!” Il senso è mantenere in piedi dei principii-cardine: diritto di ciascuno di accedere alla legge o di servirsene per difendersi. Se uno ha falsificato un biglietto del tram il minimo che possa attendersi è che chi lo accusa dimostri davanti a un giudice terzo che lo ha falsificato, e che lo Stato gli consenta di andare a dire allo stesso giudice, che poi deciderà, come e perché non lo ha falsificato. Altrimenti veramente siamo qui a montare i pannelli fotovoltaici alle lucciole.

E ad avere bisogno di una informazione un pochino più “adeguata”.

AIR: la patata bollente

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“Una donna emancipata è di sinistra
riservata è già un po’ più di destra
ma un figone resta sempre un’attrazione
che va bene per sinistra o destra”

(Giorgio Gaber, Destra-sinistra)

“Radiorama”, l’organo ufficiale dell’AIR, Associazione Italiana Radioascolto, non si pubblica più su supporto cartaceo.

E’ un PDF che tutti possono scaricare. Quindi io l’ho fatto.

Il numero 26 della “rivista” ha una caratteristica strana, non presenta la data in cui è stato pubblicato. Né sulla copertina, né nelle pagine interne.
Della copertina parlerò tra poco. Per il resto colpisce questo limbo radiantistico-temporale diffuso.

Il numero è presentato da Bruno Pecolatto. Sentiamo un po’ cos’ha da dirci (come dicevano quelli delle stazioni radio in lingua italiana quando conducevano la posta degli ascoltatori):

“Un numero sempre ricco di notizie e curiosità che, assieme al BLOG AIR-RADIORAMA, letto in 151 paesi del mondo, oltre 1700 pubblicazioni, oltre 850.000 visualizzazioni ed il Gruppo su Facebook che sfiora le 4000 presenze ci consente una disseminazione globale della Cultura del Radioascolto.”

Pecolatto parla di 850.000 visualizzazioni ottenute dal blog. Un numero decisamente discutibile. Cosa sono le “visualizzazioni”? Semplice, dovrebbero essere le volte in cui un sito viene visualizzato (sulla home page o su una pagina non importa). Ma questo non significa che sono state 850.000 le persone che hanno visitato quel sito, perché una persona può avere cliccato su più pagine. Se mi mettessi a cliccare in continuazione sulle pagine di questo blog per cento volte avrei aggiunto 100 visualizzazioni al numero globale delle mie statistiche. Ma sarei sempre e soltanto UN visitatore.

E poi gli utenti possono entrare più volte in una settimana o in un mese, quindi il dato è assolutamente inutilizzabile. Una domanda più corretta potrebbe essere “Quanti visitatori unici ha ottenuto il blog di Radiorama dalla sua nascita ad oggi??”
E per visitatori unici non intendo gli IP (che possono cambiare di giorno in giorno), ma proprio “quante persone”. A questo nessuno può rispondere, neanche l’AIR. A meno che non si fidi di quei contatorini gratuiti che spopolano in rete.

“4000 presenze” su Facebook. Però, niente male. Già, però come mai di questi 850.000 accessi e di queste 4000 presenze (a questo proposito sarebbe interessante sapere quanti sono soci AIR, è comodo fare un clic su “Mi piace”) SOLO 31 (come ho dimostrato nell’articolo scorso) sono quelli che seguono l’AIR su Twitter??
31 su 4000 corrisponde allo 0,775%. Praticamente una percentuale da Sinistra e Libertà senza il Partito Democratico.
E’ uno squilibrio enorme. Io che mi accontento di 446 “amici” su Facebook, eche ho 81 “followers” su Twitter, raggiungo il 18,36% delle quote. Praticamente sono già in Parlamento.

E della chiavetta USB vogliamo parlare? Vendono una chiavetta USB con i numeri di Radiorama in PDF dal 2004 ad oggi. Va bene, è un loro diritto, la rivista è loro, e se qualcuno gliela compra, in qualsivoglia forma sia, buon per loro, se no tanti saluti e sono, è la legge del mercato.
Ma, cielo, un non socio paga 24,90 euro, gli volete dire qual è la capienza della chiavetta? 2Gb? 4? 8? 16?? Non si sa.

Ma veniamo alla “disseminazione globale della Cultura del Radioascolto”. La copertina l’avete vista tutti, ora io non è che mi scandalizzi per una bella gnocca, tutt’altro, ma, voglio dire, una volta Radiorama metteva in copertina una QSL, la foto di un socio in visita a qualche centro emittente, una radio d’epoca, un raduno radioamatoriale, antenne, trasmettitori, gettonatissima l’antenna del dito del Papa della Radio Vaticana. Ecco, siamo passati dalla Radio Vaticana a queste popo’ di sventole che, per carità, apprezzabilissime, ma uno si chiede cosa c’entrino con il radioascolto. Ve lo immaginate il WRTH che invece delle consuete copertine scegliesse Miss Danimarca in costume da bagno? O Klingenfuss che mostra le grazie perizomate di una biondona teutonica che spumeggia lussuria come una birra nel boccale?

Che uno dice, “Ma no, ma quello è solo un esempio di cosa si può ricevere con il digital SSTV!” Ho capito, ma non è che uno “riceve” esattamente Biancaneve e i sette nani. O una fotografia di prova. Quella lì non mi pare che somigli proprio a Guglielmo Marconi!

Quindi la patata bollente per l’AIR, tanto per cambiare, è rispondere alla domanda: “A cosa serve?”
A cosa serve censurare un socio perché ha scritto una frase latina ritenuta offensiva in una mailing list se poi si pubblica una signora discinta nella copertina del proprio organo ufficiale?
A cosa serve dare regole di ferro come quella di non parlare di niente che non sia radio, quando questa donzella con la radio c’entra come il due di spade quando comanda coppe??
A cosa serve invocare la “Cultura del Radioascolto” (maiuscolo, si badi bene!!) quando la radio serve per guardare un paio di tette e non per informarsi, per capire il mondo, per avere contatto con realtà diverse e uguali (ormai la gente non ascolta più neanche la RAI)??

E’ la “disseminazione globale”, bellezze!

“Che palle! Che paio di palle!!”

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A “Tutta la città ne parla” (RadioTre) qualcuno mi ama. E sia chiaro che io adoro essere amato.

Comunque vengo citato abbastanza spesso per i miei contributi a quella che è una piccola e divertente comunità radiofonica.

Anche oggi hanno (coraggiosamente) letto un mio intervento su Facebook che inizia con “Che palle! Che paio di palle!!” (non si dice “palle!” alla radio), con risatina soffocata del conduttore. Hanno detto che non sono MAI d’accordo. Poi vado a vedere ed in effetti coloro che hanno cliccato un “like” al mio commento sono pochini, solo una persona.

Ma quella persona chi è?? La redazione!!

Cioè, loro fanno un programma, io non sono d’accordo, dico “Che paio di palle!!” e loro sono dicono “Mi piace!”. Adoro essere amato.

Chi se ne frega di quanto costa “Report”?

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Dalla trasmissione di “Report” di domenica 30 settembre 2013:

MILENA GABANELLI “Il nostro Bernardo Iovene ha perso un po’ l’aplomb. Ma in nessun paese al  mondo un politico si permette di replicare ad un giornalista che sta facendo domande  legittime “mi dica chi la sta pagando per venire fin qui”. Allora stiamo parlando di  Campobasso, da Roma, non dai Caraibi. Allora, la linea editoriale la decido in autonomia  dentro al servizio pubblico, che non vuol dire essere al vostro servizio.  Bernardo Iovene  non è un dipendente Rai, ha impiegato 4 mesi a realizzare questa inchiesta e l’ha realizzata  con mezzi propri, anticipandosi le spese e poi emette fattura. Come tutti gli autori, che lavorano su questo programma, il cui costo complessivo, inclusi il mio compenso, gli  stipendi della redazione, il costo di edizione, finanche dei fax e dei telefoni è di 180.000  euro, a puntata. Su ogni singola puntata la Rai incassa di pubblicità netti 190.000 euro. Al cittadino, che paga il canone e ha il diritto di sapere quanto costa il prodotto che sta guardando, che gli piaccia oppure no, noi costiamo zero.”

La Gabanelli è andata oltre le righe. Solo perché il giornalista Bernardo Iovine è stato chiaramente assalito dalla prosopopea di una sottosegretaria di governo si sente in dovere  di rispondere con l’arma della trasparenza a una insinuazione infondata fin dal suo primo  formularsi. Sarebbe bastato dire che Bernardo Iovine, come tutti coloro che lavorano per Report, non sono dipendenti RAI. Punto, fine.

Invece eccoci, una puntata di “Report” costa 180.000 euro. Ora lo sappiamo. E sappiamo anche  che non sono pochi. Oddio, certamente una puntata di un varietà televisivo del sabato sera  costa molto, ma molto di più, tette e culi non sono a buon mercato rispetto al reporter  rampante con la telecamerina sul tavolo puntata contro il potente di turno, ma con la logica del “c’è ben di peggio” si va poco lontano.

180.000 euro, dunque e apprendiamo che questa cifra include anche il “compenso” della Gabanelli. Già, ma non sappiamo A QUANTO ammonti lo stipendio della Gabanelli. La logica del “tutto compreso” non permette di vedere quali sono le varie voci di spesa e a quanto ammontano. Si fa un bella pentola di minestrone, si dà una cifra e tanti saluti e sono.

“Fax e telefoni” rientrano nel pentolone. Ma chi è che li usa ancora i fax? Probabilmente  l’asilo infantile Mariuccia qui all’angolo e forse neanche loro. Chi deve mandare un  documento fa una scansione e lo manda via mail. Se sono cose importanti usa la PEC che costa  6,05 euro ALL’ANNO a chiunque (quindi anche a Report). Per le telefonate a voce tra i  componenti della redazione si può usare Skype. Oppure VoipStunt. Con WhatsApp si mandano messaggi vocali, con Viber si possono fare delle telefonate, il tutto GRATIS (o, meglio, sfruttando la connessione internet disponibile).

E ci tiene, la Gabanelli, a dirci che a noi telespettatori, sia che la sua trasmissione ci  piaccia o non ci piaccia, quella trasmissione non costa una lira perché la pubblicità della RAI incassa 190.000 euro e, quindi, i costi originari sono ripagati con un margine di  guadagno per l’azienda.

Ma che importanza ha? E’ veramente un punto di merito? Io non lo so. E sinceramente non mi importa molto sapere se al momento in cui si liquidano i costi di una puntata si va ad  attingere dai soldi che pago anch’io o da quelli che pagano un formaggino e un pinguino col telefono all’orecchio. Io non la voglio una trasmissione di pubblico interesse pagata da qualche azienda commerciale, neanche gratis. Se una trasmissione fa effettivamente  informazione, la RAI che la trasmette e che è servizio pubblico me la deve dare anche se ci  rimette, anche se nessuna crema rinfrescante vaginale investe un solo euro per trasmettervi i suoi spot. Tanto più che “la linea editoriale la decido in autonomia dentro al servizio  pubblico” e, quindi, se si decide una linea editoriale DENTRO al servizio pubblico si fa servizio pubblico anche se non si è dipendenti RAI.

E chi se ne frega di quanto spendi.

Ridateci Miss Italia. Subito.

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Dunque è deciso, la RAI non trasmetterà l’edizione di quest’anno di Miss Italia.

Oh, poco male, voglio dire, credo proprio che riusciremo a sopravvivere. Il punto è che questa scelta (ammesso che propriamente di scelta si sia trattato, e non di una necessità di ordine economico come io sono più propenso a credere) viene fatta passare come una mossa per la moralizzazione del Paese e per il ripristino della dignità della donna, finalmente liberata dal modello televisivo degradante che la riduce a semplice oggetto di desiderio, mentre invece le nostre ragazze hanno ben altre doti che meritano di essere valorizzate in altro modo. Oh!

Dunque, il movimento femminista, la cultura femminile (diffidare da quelli che dicono “al femminile”, come “al pistacchio” o “alla stracciatella”), decenni e decenni di lotte, io sono mia, l’utero è mio, l’aborto, l’autodeterminazione della donna, tutto questo ha prodotto il grandissimo risultato che il concorso di Miss Italia si svolgerà regolarmente, solo che la RAI non lo trasmetterà (eh sì, dobbiamo gradatamente disabituarci a guardare Frizzi, mettetevelo in testa!)

Coloro che cercano la loro dose quotidiana di velinismo con seni e gambe più o meno svestiti stiano comunque tranquilli, la RAI continuerà a trasmettere tonnellate di paccottiglia in cui appariranno ragazze belle e ben fornite di tutti gli accessori che sono disposte a mettere in prima serata pur di far parte del mondo dell’immagine e dell’immaginario. Vallette, soubrettine, letterine, ballerine contorneranno quiz e spettacoli, qualche casalinga madre di famiglia disposta anche lei ad avere il suo quarto d’ora di popolarità garantito da Andy Warhol e rischiare di guadagnare una cifra favolosa, così i suoi a casa la guardano non mancherà di sicuro.

E saluto la mia mamma che mi segue, ciao mamma, complimenti per la trasmissione.

No, rivogliamo decisamente Miss Italia.