Gli uomini sono tutti pezzi di merda

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Tratto da it.wikipedia.org. Loro dicono che la foto è in pubblico dominio ma io non ci credo.
Tratto da it.wikipedia.org. Loro dicono che la foto è in pubblico dominio ma io non ci credo.

E così, il neorisorto programma RAI “La TV delle ragazze”, si è fatto notare per la battuta della Finocchiaro che, circondata nello spot da bambine curiose e particolarmente vivaci (anche se evidentemente indotte a recitare una parte), annuncia di dover dire loro una cosa “molto, molto importante”. Le bambine reagiscono con comprensibile curiosità e alla fine l’arcano si svela: “Gli uomini sono tutti pezzi di merda”. “Anche il mio papà??” chiede ignara una bambina. “Soprattutto il tuo papà”, risponde stronzissima la Finocchiaro.

Tutto lì. E’ ovvio che su quotidiani come “il Giornale”, il “Secolo d’Italia”, “Libero” e altri si è scatenata una caccia all’attrice, rea a loro dire di aver veicolato messaggi negativi, di aver svilito la figura paterna, di aver detto una parolaccia (Infatti loro “merda” la abbreviano “m.” che non ho mai capito a che cosa serva, ma a qualcosa servirà). La Lega pretende dall’attrice scuse pubbliche e immediate, Capitanio del carroccio invoca provvedimenti disciplinari a carico dell’attrice. E va beh, ma è satira. la satira travalica ogni cosa, deforma la realtà e la piega allo scopo di far ridere e riflettere. E’ chiaro che non è vero che tutti gli uomini siano dei pezzi di merda, ma la generalizzazione è propria del processo umoristico e l’ironia nasce proprio da questo.
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Mimmo Lucano a “Che tempo che fa”

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foto tratta da www.rainews.it
foto tratta da www.rainews.it

E così Fabio Fazio ha invitato Mimmo Lucano alla trasmissione “Che tempo che fa”. E lui ci va. Non ci son santi. Anzi, i santi ci sono e l’unica santificazione da sottolineare è proprio quella dello stesso Lucano che dall’esilio da Riace passa agli onori della televisione.

Chissà quanti accusati, a vario titolo, di reati di qualsivoglia genere, andrebbero volentieri a difendersi presso il servizio pubblico, pagato da tutti i cittadini, e da cui i suddetti cittadini si aspettano prestazioni di libera informazione e non difese che troverebbero migliore collocazione nelle aule di giustizia.

Non sono io quello adatto per dire se Lucano sia colpevole o innocente rispetto alle accuse che gli sono state mosse, ma certamente non è a “Che tempo che fa” che risolverà i suoi processi.

Il senso della vergogna ha fatto spazio al senso dello scoop, dell’audience, dello share a tutti i costi. La sinistra di maniera e quella pseudo democristiana hanno trovato il loro santo protettore, dimenticando che nessuno è fuori dalla legge. Pensano che incensando quest’uomo lo libereranno dalle accuse e dalle diffamazioni che sono cadute su di lui. E’ il nuovo medioevo, signori, non c’era nulla di peggio da aspettarsi.

Per Rai Radio 2 Freddie Mercury è un artista con l’apostrofo

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In un Tweet di Rai Radio 2 Freddie Mercury è diventato “un’artista unico” con tanto di apostrofo. Lui che aveva un’estensione vocale inimmaginabile se lo poteva ben permettere, il servizio pubblico della Radio di Stato un po’ meno (Mama, didn’t mean to make you cry!)

Ora basta con questi post di errori diffusi, parliamo di altro.

Oggi Charlie Charplin è morto. Anzi, no, è nato!

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Dopo l’apostrofo di troppo della Boldrini, mi è capitato di aguzzare la vista (come recitava una rubrica de La Settimana Enigmistica) navigando in rete (ma in particolare su Twitter) e sono giunto a una serie di strafalcioni ed errori tra i più svariati, di cui vi darò conto, magari uno alla volta.

Il primo lo fa Radio 2 RAI sul suo profilo Twitter. Oggi è l’anniversario della nascita di Charlie Charplin, ma per loro il 16 aprile 1889 è la data della sua morte (avvenuta in realtà il 25 dicembre 1977).

Ora, per carità, anche qui non è che ci sia da stracciarsi le vesti e strapparsi i capelli dalla vergogna, per carità, può succedere a tutti un momento di “fosforescenza”, ma un conto è se questo errore lo faccio io, che non ho una redazione che si occupa di queste cose, che sono solo un lettore (o un ascoltatore, si veda il caso) e che, soprattutto non sono un servizio pubblico, un conto è se lo fa la radio di stato, che dovrebbe dare informazioni corrette anche quando si tratta di interventi occasionali, come quello su Charplin.

Avanti un altro!

Benigni diffida Report. Anzi, no, lo querela

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Pare che Roberto Benigni abbia diffidato Report dal trasmettere una certa inchiesta con “notizie false e gravemente diffamatorie” (secondo quanto riferito dall’avvocato dello stesso Benigni). Nonostante la diffida il programma è andato in onda lo stesso, quindi Benigni e la moglie hanno dato mandato al loro legale (Michele Gentiloni Silveri, cugino dell’attuale Primo Ministro) di depositare una querela nei confronti di Giorgio Mottola e di Sigfrido Ranucci.

Questi i fatti. Quali siano questi contenuti così sommamente diffamatòri non lo sappiamo né, devo dire, ci interessa particolarmente.

Quello che (invece) sì, ci interessa, è la dinamica dell’azione legale così come si è sviluppata.

Premetto che considero l’istituto della diffamazione, così per come è strutturato e concepito oggi, uno strumento di esercizio di potere nelle mani del più forte nei confronti del più debole. Poi, che sia Benigni che Report deboli non lo siano affatto, è un’altra verità che va tenuta in debita considerazione. Ma anche tra loro c’è un certo grado di soccombenza reciproca, laddove Report è trasmissione giornalistica (non di regime) realizzata con contenuti autonomi e svincolati dalle direttive della RAI, e Benigni, invece, è l’artista che, anche se suppostamente danneggiato, esercita un’azione di forza sul tema della libertà di espressione, di cronaca e di critica.
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E’ il World Radio Day. Viva la radio!

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E allora auguri a tutte e tutti voi per il World Radio Day che si celebra oggi.

Non la si ama mai abbastanza, la radio, per tutto quello che ci dà quotidianamente, per cui bisogna festeggiarla e ben vengano queste giornate se riescono a dare così tanta gioia e allegria.

La radio è compagna, ma anche amante, amica e (per qualcuno) moglie. Ho più ricordi personali con la radio che con parenti od amici. E non sono solo, ad esempio, la compagnia di tre ore in un ingorgo, o Radio Maria che ti strasfracassa i coglioni perché sulla scala parlante non c’è altro da ascoltare, i ripetitori del Monte Serra sono andati a farsi benedire e o ti ciucci padre Livio o ciccia.

Quando c’erano ancora attive le trasmissioni in italiano delle radio dell’Est ho assistito alla storia. Ho ascoltato direttamente dalle fonti governative la caduta di Ceausescu, i funerali di Andropov e Cernenko (ho fatto anche questo!), la caduta del muro di Berlino.

La radio è proprio vero che arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente.

E per il World Radio Day mi piace ricordare una voce storica di Radio Uno Rai, Riccardo Cucchi, che se ne va in pensione e ora bisognerà trovare uno bravo almeno quanto lui che ci racconti il calcio.
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Caso Meloni: Asia Argento chiede scusa (ahilei)

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argento

Questa è la giornata delle scuse.

Prima quelle di Caterina Balivo a Diletta Leotta, e adesso quelle di Asia Argento a Giorgia Meloni per aver definito altrove “lardosa” la sua schiena.

In RAI devono averle fatto un bel liscia e bussa.

Fatto sta che anche questa vicenda si è risolta in 140 caratteri. Fare danno costa poco. Chiedere scusa ancora meno. Poi si volta pagina. E’ il modello “social”del risarcimento del danno. E la reputazione della gente vale meno di nulla.

AGGIORNAMENTO DEL 12/2/2017

Qualche effetto il mio breve intervento deve averlo sortito. Se vado a cercare il profilo Twitter di Asia Argento scopro di non essere abilitato alla visione dei suoi post:

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Ma basta uscire da Twitter e lavorare un po’ di Google (chiave di ricerca “asia argento twitter”) per riuscire a vederli tutti regolarmente. Ah bene.

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L’inchino e la tagliola

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D’improvviso della “tagliola” posta in essere dal Presidente Boldrini non si parla più.

La discussione è stata spostata (e mantenuta) sulle tonnellate di insulti ricevuti dalla terza carica dello Stato in seguito a un sondaggio apparso sul blog di Beppe Grillo.

Intendiamoci: quegli insulti sono veri. La Boldrini è stata pesantemente diffamata.

Naturalmente è stato preso di mira il mezzo (il blog di Grillo) al posto del diffamatore (chi materialmente ha immesso quei contenuti).

Si dà il caso che in Italia la responsabilità penale sia personale e che la diffamazione sia un reato punibile a querela di parte.

Quindi la Boldrini può benissimo querelare gli autori di quelle ingiurie pubbliche e sottostare al giudizio di un giudice terzo. Esattamente come ogni cittadino.

Invece stasera va da Fazio. A far che? Forse che io, se vengo diffamato, ho la possibilità di andare ad esporre il mio pensiero in televisione? E che cos’è “Che tempo che fa?” un tribunale?? Sì, lo so, io non sono il Presidente della Camera. E non è solo per questo che non ho mai usato nessuna ghigliottina con nessuno.

Non ci sono parole per questa distrazione di massa che a colpi di falso giornalismo inizia a spostare l’attenzione dell’opinione pubblica su un “Belìn” messo lì da Grillo, o sul fatto che, tanto per cambiare, Grillo è un pregiudicato perché ha ammazzato tre persone in un omicidio colposo.
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Questa sera Adriano Sofri da Fazio (e vai!!)

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E tra poco, a “Che tempo che fa”, nel salotto di Fazio sarà ospite Adriano Sofri.

Bene, cazzo, son proprio contento.

Son proprio contento che in Italia abbiamo un luminare della filosofia, della linguistica e della politica come Noam Chomsky, che va a fare conferenze su linguaggio e mente, risponde gentilmente alle domande dei giornalisti, veste dimessamente con le sue scarpine da ginnastica, ha quasi 90 anni e zompa come un grillo, ma noi gli preferiamo uno che è stato condannato in via definitiva per l’accusa di essere stato il mandante dell’omicidio Calabresi, accusa sempre rifiutata ma dopo essersene assunta la corresponsabilità morale (si dovrebbe poter affermare, per contrappasso, che Calabresi poteva essere stato il mandante morale della morte di Pinelli, ma sappiamo benissimo che non è così, e quindi la excusatio non petita di Sofri crolla) che non si è mai appellato alle sentenze di condanna che lo riguardavano, che ha caldeggiato fortemente l’indulto del 2006, che diede dello “squadrista” a Marco Travaglio e che scrive su “Libero” perché non ci si può far mancare niente.

Che uno dice, ma mentre c’è Sofri Chomsky è a Roma. Sì. E collegarsi con la sua conferenza no? Mettercisi d’accordo per un’intervista da trasmettere in differita?? Nemmeno, seh, figuriamoci, ci facciamo dire da un anarchico statunitense che non c’è più democrazia in Italia, no, no, molto meglio Sofri, volete mettere??

15 anni dalla morte di Fabrizio De André

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Questa è una fotografia scattata in Italia (o in territorio italiano) ed è ora nel pubblico dominio poiché il copyright è scaduto.

15 anni fa moriva Fabrizio De André e noi ci ostiniamo a non volerlo lasciare in pace, a non volerlo considerare come “passato”, a non volerlo vedere come un tempo composto e compiuto. Come qualcosa che “ha fatto parte di noi”, come gli zoccoli delle femministe, gli eskimi, il Rosso Antico e la Magnesia Bisurata Aromatic. In mero senso iconografico, certo, perché De André è stato indubbiamente molto di più.

Abbiamo bisogno di questa sua eterna e fastidiosa santificazione, di questa sua trasformazione dallo status di persona a quello di “Poeta” con la P maiuscola a quello di oggetto di culto, feticcio.

Era solo un cantante, come lui stesso si autodefiniva.

Fabrizio De André è stato trasformato in un oggetto per tutte le stagioni. Lo piangono i cattolici che hanno inserito nei loro innari l'”Ave Maria” da “La buona novella” (“femmine un giorno e poi madri per sempre”, dimenticando che le fanciulle come Maria femmine lo erano ben poco, passavano direttamente dalla condizione di bambine a quella di madre), lo piangono le maestre d’asilo che se verrà la guerra marcondirondera, quelli della RAI che vanno giù di fisarmonica negli stacchetti di “Che tempo che fa”, gli omosessuali di “Amico fragile”, le puttane di “Bocca di rosa”, i carcerati di “Nella mia ora di libertà”, i camorristi co’ Ciccirinella precisa a mammà’, giudici con notti insonni, matti che imparano la Treccani, con abbondante condimento di retorica crocefissa di “pietà che non cede al rancore”.
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Quanto si paga per pagare il canone RAI?

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Ho pagato il canone. Ho compiuto il mio dovere di ligio cittadino. L’obolo sul possesso di un televisore è salvo, ora posso anche permettermi di spaccarlo quando trasmettono la fiction sul Commissario Calabresi.

Quanto costa l’abbonamento? 113,50 euro. Non fate finta di fare la bocca schifata perché è il più basso d’Europa.

Solo che per pagarlo, fatte salve alcune rare eccezioni, bisogna pagare. E allora andiamo un po’ su www.abbonamenti.rai.it. O cosa ci sarà scritto? Ecco:

“ATTENZIONE: Vi consigliamo di effettuare il pagamento del canone TV utilizzando esclusivamente le modalita’ sotto elencate per evitare disguidi nell’accredito dei versamenti.”

Non ho capito. E se io utilizzo una modalità non prevista cosa succede? Se mando un assegno in una raccomandata, se faccio un vaglia postale, se vengo di persona a portarli all’URAR qual è la pena massima edittale prevista?

Ma vediamo intanto quali sono i canali tradizionalmente accreditati.

– Poste Italiane
– Tabaccherie
– Telefonicamente con carte di credito
– Internet con carte di credito
– Internet con addebito bancario
– Smart Phone o Tablet
– Bancomat presso gli sportelli automatici

“Sembra che ci sia tutto e invece non c’è nulla”, come avrebbe detto il Conte Mascetti in “Amici miei”.

Se vado alle Poste mi prendono il corrispettivo di una operazione allo sportello su bollettino di conto corrente postale. Che non so esattamente quanto è ma esiste. Se sono un correntista postale posso pagare anche via Internet (non so se gratuitamente), se non lo sono posso comunque usufruire del comodissimo pagamento con carta di credito. Per i costi di commissione mi scrivono “clicca qui”, ci clicco e “Ooops, spiacente, non è possibile trovare la pagina web”. Comunque qualcosa si paga, questo è certo.
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La fiction melliflua sul commissario Calabresi

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Il commissario Luigi Calabresi - foto di Pubblico Dominio -

Ho visto anch’io, come molti, la fiction sulla vicenda del Commissario Calabresi. Come molti ne sono rimasto insoddisfatto.

Ho pensato molto a quello che potesse avere urtato la mia sensibilità nella rappresentazione, certamente trasposta in tonalità minore da romanzo popolare: una scena.

Quando al personaggio-commissario Calabresi [non è detto che il personaggio e il suo referente storico coincidano nelle scelte] viene imposto di dire al Pinelli che Valpreda aveva confessato, dopo averlo trattenuto oltre le 48 ore massime previste per un fermo di polizia, Calabresi esegue.

Conosce il Pinelli, ci ha parlato, ha cercato di capirne la personalità e le ragioni. Eppure, anche di fronte ai suoi dubbi umani, a quel “ragionevole dubbio” che gli si insinua dentro, il personaggio-Calabresi obbedisce. Si conforma, si adegua ad una logica superiore e soverchiante che vuole un colpevole a tutti i costi.

Questa è la finzione. I punti in comune con la realtà non li conosceremo mai.

Niente “cacca” a Radio Tre

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Io ascolto Radio 3. Sì, lo so che sono fatti miei. Così come afferisce alla categoria dei “fatti miei” il fatto (vedi tu) che mi piaccia “Tutta la città ne parla”, trasmissione delle 10 del mattino.

Sono un inguaribile abitudinario. Mi piace ritrovare gli stessi ritmi e le stesse ripetitività nei gesti quotidiani.

Ieri, come faccio sempre, ho partecipato alla trasmissione con un commento su Facebook. E, come spesso succede, sono stato citato.
Si parlava di agricoltura sostenibile, di biodiversità, di biomasse, di vita sana, di cibi biologici, del fatto che costruiscono le case e non lasciano l’erba eh no, se andiamo avanti così chissà come si farà.

Ho scritto:

“Non se ne può più del concetto secondo cui ciò che è naturale è buono e sostenibile per forza. Finché non capiremo che un atomo di idrogeno è un atomo di idrogeno, sia che venga prodotto in laboratorio, sia che si trovi nella cacca di un animale non andremo da nessuna parte, sostenibile o no che sia.”

Nella citazione la parola “cacca” è stata sostituita da “scarti”.

Ora, ditemi voi. Ho scritto “cacca”, sissignori, non ho offeso nessuno perché volevo indicare proprio le deiezioni escrementizie degli animali. Quell’oggetto lì. Perché “scarti”?? Le parole sono importanti e la “cacca” anche.
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Il Concerto di Capodanno della Fenice di Venezia

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Noi italiani siamo un popolo invidioso e vendicativo.

Cosa c’entrava che gli austriaci da decenni avessero un loro concerto di Capodanno fatto con musiche dei LORO musicisti e diretto fino agli anni 70 da un LORO direttore d’orchestra (Willy Boskowski) per ricordare la LORO storia?

Minchia, dovevamo farlo anche noi un concerto su quello stile, con le musiche dei NOSTRI musicisti. Cosa c’entra il bel Danubio blu? E perché la Marcia di Radetzki?? E com’è che siamo costretti a sorbirci il Valzer dell’Imperatore??? Quelli suonano e noi siamo qui a guardare.

Siamo bravi anche noi a farci il nostro bravo concerto di Capodanno dalla Fenice di Venezia.

Intanto il battimani finale lo facciamo sul “Libiamo Libiamo” di Verdi, così anche i giapponesi che pagano fior di quattrini il biglietto sono contenti. E mettiamo loro sopra anche qualche inquadraturina della RAI.

Il “Va’ pensiero”, sempre di Verdi, deve PER FORZA esser suonato in guisa di valzerino anche lui. Cosa ci combina se nelle indicazioni esecutive Verdi aveva scritto “Grave”, “sottovoce” e “con dolore”, se stai a guardare tutto quello che ha scritto Verdi non ne esci più vivo. Facciamolo in ùn-duettré, un-duettré e chiusa lì.

L’ultimo bis? Ma che domande, l’Ouverture dal “Guglielmo Tell” di Rossini. Però siccome è bella, allora la tagliamo. Invece di farla cominciare dall’assolo di violoncello prendiamo direttamente trombe e tromboni dell’allegro vivace e quello che c’era prima chi se ne frega. Tanto, voglio dire, ce ne freghiamo altamente di quello che aveva scritto Verdi che facciamo brutta figura proprio con Rossini? No, no, via, via, tagliare!
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L’acquisto delle puntate di Report

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Che uno poi dice “Ma allora ce l’hai proprio con Report!” “Sì”, gli rispondo io.

Sul sito della trasmissione di RAI3 c’è una “linguetta” che riguarda l’acquisto delle puntate. O cosa ci sarà scritto? Andiamo un po’ a vedere, via…

* Per vedere integralmente le ultime inchieste su Rai.tv è sufficiente cliccare sull’icona video che si trova associata ad ogni inchiesta.

E va beh.

* I video non sono scaricabili sul proprio computer, ma possono essere fruiti in streaming.

Già. Perché si debbono fruire in streaming e non si possono scaricare sul proprio computer (non ho detto “darli a cani e porci”, ma “scaricarli sul proprio computer”. Sto parlando di “uso privato e personale”, non di “cessione a terzi”) programmi realizzati dal servizio PUBBLICO?
Per la radio viene fatto. I file rimangono in linea circa una settimana. Forse poco meno. Non è molto ma è già qualcosa.
Te li scarichi, te li metti in un lettore di MP3 qualsiasi e te li porti dietro. A fare jogging, a fare la spesa, a fare quel che ti pare. Li puoi anche conservare.
Mentre invece NON puoi scaricarti l’ultima puntata persa di Report e schiaffarla su un tablet, su un Android o su un iPhone, se ti piace Stigiò e guardartela seduto su una panchina al parco. Se vuoi farlo ti colleghi on line e cominci a mandare la registrazione in streaming, così se il tuo provider telefonico di accesso a Internet ti dà una qualche limitazione di traffico, dopo mezz’ora o non ti colleghi più a una cippa o devi pagare un bòtto di soldi per aver visto una trasmissione che era già tua in quanto espressione del servizio PUBBLICO di cui sopra.
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Il senso (lato) di Report per la giustizia

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La trasmissione di Milena Gabanelli sulla giustizia mi ha fatto arrabbiare.

Non certo perché abbia denunciato una situazione che conoscevo gia: ho querelato svariate persone per diffamazione nei miei confronti e la maggior parte delle querele attendono la prescrizione dentro un cassetto del Pubblico Ministero (non si è arrivati neanche alla prima udienza -che per la diffamazione svolge un po’ le veci dell’udienza preliminare-).

Mi ha fatto arrabbiare perché sono stati riaffermati due luoghi comuni giuridici che, al contrario di quelli della vita quotidiana, non hanno nulla a che vedere con la realtà. Ovvero che:

a) il patteggiamento è un’ammissione/sentenza di colpevolezza;

b) le sentenze per prescrizione sono di assoluzione.

Vediamo:

a) Non è vero che si patteggia solo perché si è colpevoli. E in un procedimento per patteggiamento non c’è un solo documento che indichi la colpevolezza dell’imputato in merito al reato ascrittogli. Il vantaggio che si trae dal patteggiamento è sì quello dello sconto di un terzo della pena, ma questo sconto viene riconosciuto non perché uno si dichiara o viene dichiarato colpevole, ma perché fa risparmiare un sacco di tempo e di soldi allo Stato. Invece di andare in primo, secondo e terzo grado di giudizio, si definisce la cosa in pochi minuti. Poi l’imputato può essere anche innocente. Uno dice “ma allora se è innocente perché patteggia?” Ecco, per esempio perché è un povero Cristo che non ha la possibilità di pagarsi un avvocato che lo assista nei tre gradi successivi, e che faccia venir fuori la verità. Oppure ha, si veda il caso, problemi di salute e preferisce dedicarsi a quelli piuttosto che a pensare alle beghe giudiziarie. Ognuno ha le proprie priorità. Certamente, le sentenze di patteggiamento sono, dal 2001, equiparabili a sentenza di condanna (“equiparabili” vuol dire che NON sono sentenze di condanna, che sono cose diverse, e che c’è una legge che le rende assimilabili).
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AIR: la patata bollente

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“Una donna emancipata è di sinistra
riservata è già un po’ più di destra
ma un figone resta sempre un’attrazione
che va bene per sinistra o destra”

(Giorgio Gaber, Destra-sinistra)

“Radiorama”, l’organo ufficiale dell’AIR, Associazione Italiana Radioascolto, non si pubblica più su supporto cartaceo.

E’ un PDF che tutti possono scaricare. Quindi io l’ho fatto.

Il numero 26 della “rivista” ha una caratteristica strana, non presenta la data in cui è stato pubblicato. Né sulla copertina, né nelle pagine interne.
Della copertina parlerò tra poco. Per il resto colpisce questo limbo radiantistico-temporale diffuso.

Il numero è presentato da Bruno Pecolatto. Sentiamo un po’ cos’ha da dirci (come dicevano quelli delle stazioni radio in lingua italiana quando conducevano la posta degli ascoltatori):

“Un numero sempre ricco di notizie e curiosità che, assieme al BLOG AIR-RADIORAMA, letto in 151 paesi del mondo, oltre 1700 pubblicazioni, oltre 850.000 visualizzazioni ed il Gruppo su Facebook che sfiora le 4000 presenze ci consente una disseminazione globale della Cultura del Radioascolto.”

Pecolatto parla di 850.000 visualizzazioni ottenute dal blog. Un numero decisamente discutibile. Cosa sono le “visualizzazioni”? Semplice, dovrebbero essere le volte in cui un sito viene visualizzato (sulla home page o su una pagina non importa). Ma questo non significa che sono state 850.000 le persone che hanno visitato quel sito, perché una persona può avere cliccato su più pagine. Se mi mettessi a cliccare in continuazione sulle pagine di questo blog per cento volte avrei aggiunto 100 visualizzazioni al numero globale delle mie statistiche. Ma sarei sempre e soltanto UN visitatore.
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“Che palle! Che paio di palle!!”

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A “Tutta la città ne parla” (RadioTre) qualcuno mi ama. E sia chiaro che io adoro essere amato.

Comunque vengo citato abbastanza spesso per i miei contributi a quella che è una piccola e divertente comunità radiofonica.

Anche oggi hanno (coraggiosamente) letto un mio intervento su Facebook che inizia con “Che palle! Che paio di palle!!” (non si dice “palle!” alla radio), con risatina soffocata del conduttore. Hanno detto che non sono MAI d’accordo. Poi vado a vedere ed in effetti coloro che hanno cliccato un “like” al mio commento sono pochini, solo una persona.

Ma quella persona chi è?? La redazione!!

Cioè, loro fanno un programma, io non sono d’accordo, dico “Che paio di palle!!” e loro sono dicono “Mi piace!”. Adoro essere amato.

Chi se ne frega di quanto costa “Report”?

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Dalla trasmissione di “Report” di domenica 30 settembre 2013:

MILENA GABANELLI “Il nostro Bernardo Iovene ha perso un po’ l’aplomb. Ma in nessun paese al  mondo un politico si permette di replicare ad un giornalista che sta facendo domande  legittime “mi dica chi la sta pagando per venire fin qui”. Allora stiamo parlando di  Campobasso, da Roma, non dai Caraibi. Allora, la linea editoriale la decido in autonomia  dentro al servizio pubblico, che non vuol dire essere al vostro servizio.  Bernardo Iovene  non è un dipendente Rai, ha impiegato 4 mesi a realizzare questa inchiesta e l’ha realizzata  con mezzi propri, anticipandosi le spese e poi emette fattura. Come tutti gli autori, che lavorano su questo programma, il cui costo complessivo, inclusi il mio compenso, gli  stipendi della redazione, il costo di edizione, finanche dei fax e dei telefoni è di 180.000  euro, a puntata. Su ogni singola puntata la Rai incassa di pubblicità netti 190.000 euro. Al cittadino, che paga il canone e ha il diritto di sapere quanto costa il prodotto che sta guardando, che gli piaccia oppure no, noi costiamo zero.”
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Ridateci Miss Italia. Subito.

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(cliccare sull'immagine per ingrandirla)

Dunque è deciso, la RAI non trasmetterà l’edizione di quest’anno di Miss Italia.

Oh, poco male, voglio dire, credo proprio che riusciremo a sopravvivere. Il punto è che questa scelta (ammesso che propriamente di scelta si sia trattato, e non di una necessità di ordine economico come io sono più propenso a credere) viene fatta passare come una mossa per la moralizzazione del Paese e per il ripristino della dignità della donna, finalmente liberata dal modello televisivo degradante che la riduce a semplice oggetto di desiderio, mentre invece le nostre ragazze hanno ben altre doti che meritano di essere valorizzate in altro modo. Oh!

Dunque, il movimento femminista, la cultura femminile (diffidare da quelli che dicono “al femminile”, come “al pistacchio” o “alla stracciatella”), decenni e decenni di lotte, io sono mia, l’utero è mio, l’aborto, l’autodeterminazione della donna, tutto questo ha prodotto il grandissimo risultato che il concorso di Miss Italia si svolgerà regolarmente, solo che la RAI non lo trasmetterà (eh sì, dobbiamo gradatamente disabituarci a guardare Frizzi, mettetevelo in testa!)

Coloro che cercano la loro dose quotidiana di velinismo con seni e gambe più o meno svestiti stiano comunque tranquilli, la RAI continuerà a trasmettere tonnellate di paccottiglia in cui appariranno ragazze belle e ben fornite di tutti gli accessori che sono disposte a mettere in prima serata pur di far parte del mondo dell’immagine e dell’immaginario. Vallette, soubrettine, letterine, ballerine contorneranno quiz e spettacoli, qualche casalinga madre di famiglia disposta anche lei ad avere il suo quarto d’ora di popolarità garantito da Andy Warhol e rischiare di guadagnare una cifra favolosa, così i suoi a casa la guardano non mancherà di sicuro.
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