Matteo Renzi al Senato: “La magistratura pretende di decidere cosa è un partito e cosa no“

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“La magistratura pretende di decidere cosa è un partito e cosa no“

“hanno fatto un’invasione di campo” (…) “trecento finanzieri all’alba in casa di persone non indagate sono una retata”

“Se al pm affidiamo non già la titolarità dell’azione penale ma dell’azione politica, questa Aula fa un passo indietro per pavidità e lascia alla magistratura la scelta di cosa è politica e cosa non lo è”

“ (…) violazione sistematica del segreto d’ufficio su vicende personali del sottoscritto”

“Per distruggere la reputazione di un uomo può bastare la copertina di qualche settimanale”

“Stiamo discutendo della separazione dei poteri”. (…) “Chi tra di noi ha avuto l’altissimo onore di guidare anche il potere esecutivo, ha una responsabilità in più. Non è la prima in cui un ex presidente del Consiglio, nell’Aula del Parlamento, affronta questo tema”.

“La vicenda Lockheed ha segnato per la conseguenza più alta, le dimissioni di Giovanni Leone dal Quirinale non perché coinvolto ma per uno scandalo montato ad arte dai media e parte della politica. (…)  Peraltro, i tempi cambiano ma il settimanale rimane… Per recuperare non ci si riesce facilmente”.

“Io rivendico il fatto (…) che sia stato abolito il finanziamento pubblico, ma se si sanziona il privato che offre dei contributi il cittadino non darà mai più un centesimo. E’ un ipocrita chi dice che non servono i soldi alla politica; servono quelli leciti e puliti”

“Non si parla di dazioni di denaro nascoste o illecite, ma di contributi regolarmente bonificati e tracciabili, trasparenti ed evidenti da un bilancio che viene reso totalmente pubblico dalla Fondazione Open. Questi contributi regolari sono stati improvvisamente trasformati in contributi irregolari perché si è cambiata la definizione della fondazione: qualcuno ha deciso non era più fondazione ma partito”.

“Se questo non è chiaro, il punto è che può accadere a ciascuno di voi”

“La magistratura decide cosa è partito e cosa no e manda all’alba i finanzieri da cittadini dalla fedina penale intonsa con strumenti più da retata che da inchiesta, e mi dite che è a tutela degli indagati? Questo è finalizzato a descrivere come criminale non il comportamento dei singoli ma qualsiasi finanziamento privato che venga fatto in maniera legale e regolare”

“Chi dice che la privacy vale sono per qualcuno e non per altri viene meno allo stato di diritto e siamo alla barbarie”.

“Avere rispetto per la magistratura è riconoscere che magistrati hanno perso la vita per il loro impegno. A loro va il massimo rispetto. Ci inchiniamo davanti a queste storie. Ma a chi oggi volesse immaginare che questo inchino diventi una debolezza del potere legislativo si abbia la forza di dire: contestateci per le nostre idee o per il Jobs act ma chi volesse contestarci per via giudiziaria sappia che dalla nostra parte abbiamo il coraggio di dire che diritto e giustizia sono diversi dal giustizialismo“.

 

 

La morte di Laura Arconti

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«Sono nata nel 1925, un anno speciale: l’anno in cui Gaetano Salvemini aveva abbandonato definitivamente l’Italia e la sua cattedra fiorentina, per riparare negli Stati Uniti; l’anno in cui cominciava l’odissea dei fratelli Rosselli, tra esilio, processi, prigionia, evasioni rocambolesche, e il loro “Non mollare” stampato alla macchia, e distribuito clandestinamente, e al quale collaborava anche Ernesto Rossi; una collaborazione che pagò cara, fu processato una prima volta, e costretto a rifugiarsi in Francia.

Per tutti questi motivi mi piace pensare che il Partito Radicale fosse scritto nel mio destino fin dalla mia nascita.

Alle elezioni politiche del 1958 votai radicale, segnando un simbolo che allora veniva scherzosamente chiamato “la bicicletta”, perché era costituito dai due del PRI e del Partito Radicale. Nessun radicale arrivò in Parlamento, furono eletti sei deputati repubblicani. Andavo ai convegni degli “Amici del Mondo” all’Eliseo; il mercoledì correvo all’edicola, a comprare “Il Mondo”. Non so come dire la gioia che era legata alla lettura di quel settimanale, quel caro “lenzuolo” del mercoledì: un’esperienza indimenticabile: la prosa stringata e limpida, la bella lingua italiana, i titoli che sintetizzavano nitidamente i contenuti, le splendide fotografie… Si diceva che Mario Pannunzio scegliesse personalmente titoli e fotografie, ed era vero probabilmente, perché si sentiva la mano di un Maestro. Nel 1966, quando Pannunzio chiuse “Il Mondo”, per me fu un lutto; rinnovato l’anno dopo, quando morì Ernesto Rossi, alla vigilia della prima grande manifestazione della “religiosità anticlericale” dei radicali, che egli doveva presiedere al Teatro Adriano a Roma.

Io lavoravo da vent’anni, stavo preparando una svolta della mia attività, destinata a cambiare totalmente la mia vita, e questo mi impegnava a fondo. Ora mi vergogno di ammetterlo, ma non pensavo minimamente di militare nel Partito, tantomeno ad iscrivermi. Poi arrivò il referendum sul divorzio, il lunghissimo digiuno di Marco Pannella che chiedeva l’accesso all’informazione televisiva per la LID e gli altri soggetti non presenti in Parlamento. Marco viveva questo digiuno all’hotel Minerva; spinta dall’ammirazione per lui, e dall’ansia per la sua salute, decisi di telefonare al Minerva, chiedendo di parlare con “qualcuno dell’entourage di Marco Pannella”. Mi rispose lui stesso, gli chiesi che cosa potessi fare per dare una mano. “Vai al partito”, mi disse, “porta un po’ di soldi, lavora con i compagni”.

Gli lasciai all’albergo una rosa rossa e una lettera, contenente il più importante contributo finanziario che riuscii a mettere insieme; il giorno dopo ero al Partito in via di Torre Argentina 18, a smanettare sul ciclostile. Due giorni dopo ero in giro per la città, con una scatola da scarpe sigillata ed aperta da una fessura come un salvadanaio, a chieder soldi alla gente per il Partito Radicale.

Così è cominciata la mia lunga militanza radicale, e i digiuni di dialogo, le manifestazioni, le marce ed i sit-in, le nottate di “filo diretto” anticoncordatario a “Radio Radicale”, la raccolta delle firme referendarie, l’Associazione “Vita e Disarmo”, la posta di Marco, il lavoro di segreteria della Presidenza nei Congressi; e la fedeltà della puntuale iscrizione, anno dopo anno, a tutte le organizzazioni radicali.

Mi è stato chiesto di raccontare come e perché mi sono iscritta al Partito Radicale. Ebbene, io sto ancora chiedendomi perché non mi sono iscritta assai prima, fin dal 1955, come avrei dovuto: poiché le ragioni della libertà, che ho nel cuore, le ho ritrovate soltanto in casa radicale.»*

*Il testo è tratto da “Il radicale ignoto” a cura di Valter Vecellio, edito nel 2010, pp. 24,25,26

La sentenza della Consulta sul caso Cappato: da oggi siamo davvero tutti più liberi

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La notizia a quest’ora non è più una notizia. Le implicazioni della sentenza della Consulta sul processo a carico di Marco Cappato sì. Finalmente la Corte Costituzionale ha stabilito che, con determinati paletti, aiutare qualcuno a realizzare il suo proposito suicida, quando sia affetto da una patologia irreversibile che renda indegne le sue condizioni di vita, non solo è possibile, ma addirittura non costituisce reato ai sensi del famigerato articolo 580 del Codice Penale, pensato e redatto negli anni ’30 e mai scalfito da una qualche disposizione di legge successiva. C’è voluta la Corte Costituzionale, dunque, per riempire una parte della voragine che costituiva il vulnus lasciato incolmato da un Parlamento inerte e da interessi di partito e di parte trasversali a tutto l’arco parlamentare. I cattolici e i benpensanti dicano quello che vogliono: da oggi siamo tutti, ma veramente tutti (anche coloro che di questa sentenza non faranno mai uso, che sono la maggioranza) più liberi di autodeterminare il nostro “fine vita”. E’ la sconfitta della politica nel senso più bieco del termine, che non ha saputo o voluto, nell’arco di un anno, redigere una legge che esimesse la Consulta dal dare il suo parere su una materia così sensibile e delicata, è la sconfitta di tutti coloro che nelle ultime ore hanno tirato per la giacchetta la Corte Costituzionale pregandola di dare un tempo più lungo al Parlamento per decidere in materia. E’, invece, il trionfo dello Stato di diritto e della disobbedienza civile, dello sforzo di tante persone umili e determinate (penso a Beppino Englaro e Mina Welby, alla compagna di DJFabo, senza voler omettere nessuno), della libertà del singolo di autodeterminarsi, del trionfo della Costituzione italiana sui particolarismi e sulle divisioni della società. Restano le parole del comunicato stampa della Consulta che recitava:“La Corte  ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli”. Tutto il resto, come le mie, sono opinioni. Legittime, liberamente esprimibili, ma pur sempre opinioni. Ma lasciateci respirare questo sorso d’aria pura finché c’è.

Proviamo anche con Dio, non si sa mai

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C’è una cosa che non sopporto (una sola?) ed è quando la gente dice che un governo (come è accaduto con Monti, con Renzi e con Gentiloni) non è espressione del voto popolare e quindi sarebbe, per certi versi, illegale o quanto meno illegittimo. E’ una posizione da ignoranti, da persone incolte, da gente che non sa che le regole sono altre, che i governi non sono eletti dal popolo che, casomai, elegge il Parlamento, che il capo del governo è nominato dal Presidente della Repubblica, il quale nomina anche i ministri su sua proposta, che in Parlamento si formano delle maggioranze anche diverse da quelle che hanno sostenuto un governo eventualmente dimissionario, e che se in Parlamento c’è una maggioranza diversa da quella che è uscita fuori dalle urne ed è disposta a sostenere un esecutivo, quell’esecutivo è legittimato ad operare finché la sua maggioranza lo mantiene in piedi. A votare ci si va, normalmente, una volta ogni cinque anni. E che il Parlamento si sbrighi da solo le beghe e le grane di maggioranze, opposizioni e balle varie. Questo tanto per dire che l’inciucio giallorosso tra PD e M5S, se mai si farà, con questa fecondazione in vitro che dovrebbe dare vita a un embrione governativo la cui gravidanza appare sempre più incerta, è legittimo, anche se oggettivamente schifoso, come schifoso era il patto scellerato tra pentastellati e leghisti. Hanno litigato e se ne sono dette di santa ragione per anni, adesso basta, che si mettano in una stanza, o in una pizzeria, o davanti a un aperitivo, o dove loro credono maledettamente meglio, stilino un accordo, se ci arrivano, e salvino la legislatura dallo scioglimento anticipato delle camere e dal salvinismo spicciolo, da tutto questo ciucciamento di crocifissi, di cuori immacolati di Maria a cui affidare il popolo italiano, di vangeli ostentati, di citazioni di San Giovanni Paolo II, di disgraziati lasciati a marcire al largo delle coste di Lampedusa. Non è che la logica del “Proviamo anche con Dio, non si sa mai” funziona a tutti i costi. Anzi, in genere non funziona mai. Lasciando l’Italia nella soluzione perenne del male minore (il futuro governicchio giallorosso sarebbe comunque meglio di un ritorno della Lega al governo o delle elezioni anticipate che Salvini stravincerebbe a mani basse), che non si sa perché bisogna sempre scegliere il male minore, il bene non si può mai scegliere, il bene, quello del paese, è solo nelle mani di Dio e della Madonnina. Proviamoci anche con loro. Hai visto mai?

Un uomo solo al comando

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Salvini vuole:

  • provocare la crisi di governo (e ci riesce benissimo, visto che è compito suo) e determinare le dimissioni del Presidente del Consiglio (che non è lui);
  • fissare la discussione della Conferenza dei Capigruppo al Senato (prerogativa del Presidente del Senato) e la data della discussione della mozione di sfiducia al Presidente del Consiglio (che non spetta a lui);
  • la sfiducia all’attuale esecutivo (che spetta al Parlamento o a uno solo dei suoi due rami);
  • lo scioglimento immediato delle Camere (compito del Presidente della Repubblica);
  • l’indizione di nuove elezioni gestite dal Viminale di cui lui, fino a prova contraria, è Ministro;
  • la nomina plebiscitaria a Capo del nuovo Governo (prerogativa anch’essa del Presidente della Repubblica).

Un uomo solo al comando. L’ultimo di cui ho notizia era Fausto Coppi. Il primo tentò di scappare su un camion vestito da tedesco.

Marco Cappato: la giustizia in sospeso

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Il Palazzo della Consulta - foto tratta da Wikipedia -
Il Palazzo della Consulta – foto tratta da Wikipedia –

Tutti sono soddisfatti della decisione salomonica della Corte Costituzionale di rimandare al 24 settembre 2019 la decisione sulla costituzionalità dell’articolo 580 del Codice Penale in materia di aiuto al suicidio, decisione che sbloccherebbe, in un modo o nell’altro, il processo a carico di Marco Cappato per la morte di DJ Fabo e di rinviare al Parlamento il compito di riempire il vuoto legislativo esistente. Tutti soddisfatti, dicevo, perfino lo stesso Cappato. Tutti contenti, tutti felici. Tranne me.

Per l’amor di Dio, non è che la mia opinione sia determinante e fondante nella questione, ma trovo che si stia prolungando oltre ogni ragionevole attesa questo stillicidio e questa cottura sulla graticola di Cappato e dei diritti fondamentali alla vita e alla vita del diritto. Dai giudici di merito di primo grado del processo la palla è stata passata alla Consulta che ora la rilancia (“verticalizzando l’area di rigore”, direbbe un altro Poeta) al Parlamento che dovrebbe produrre un assist formidabile e insaccarla in porta di testa, producendo un testo di legge che colmi tutti i vuoti legislativi esistenti, cosa che questa maggioranza disgraziata giallo-verde non farà mai.

Rimaniamo ancora un anno col vuoto. La Consulta è stata cronometrica nel fissare la data della sentenza di merito che poteva dare già ieri e colmare quel vulnus che tanti additano e liberare Marco Cappato dalla spada di Damocle del dubbio. Tra una sentenza favorevole della Consulta e il suo processo, infatti, ci sono 15 anni di galera. E sono dati su cui non si scherza, o si scherza pochissimo.

La montagna ha partorito il topolino dell’attesa. E chissà il Parlamento quale non-pasticcio combinerà.

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Maurizio Santangelo sottosegretario del cambiamento

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Maurizio Santangelo, senatore del Movimento 5 Stelle, nel dicembre 2015 ebbe a scrivere (e poi a rimuovere) su Twitter, che con “un po” (testuale, senza apostrofo) di impegno in più, l’Etna risolverebbe tanti problemi dell’Italia.

Oggi il senatore Santangelo è stato indicato tra i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio con delega ai rapporti con il Parlamento (alcune fonti su Internet riferiscono che la delega sia all’editoria, io mi baso su quanto dichiarato dall’interessato).

E’ il cambiamento che avanza, bellezze…

Silvio Berlusconi riabilitato e candidabile

Reading Time: < 1 minuteCosì, un Tribunale ha stabilito che Silvio Berlusconi è riabilitato. E, più precisamente, è stato il Tribunale di Sorveglianza di Milano che ha cancellato gli effetti della condanna dell’agosto 2013, tra cui l’interdizione dall’eleggibilità alla Camera e al Senato determinata dall’applicazione della legge Severino e che sarebbe dovuta durare sei anni (quindi fino al 2019). E c’è solo da immaginarsi che cosa succederà adesso se il governo che si sta per varare con il bacio mefitico tra M5S e Lega non dovesse andare in porto: il nostro eroe piangerà e sbraiterà perché vorrà che si vada di nuovo alle urne per vedere finalmente ripristinato il suo diritto a fare il Premier di una coalizione malridotta come l’armata Brancaleone e a ripresentarsi, ripulito di tutto punto da una sentenza che gli dà di nuovo il diritto al virgineo candore di un tempo, all’appuntamento con gli italiani. C’è solo di che sperare che la Procura della Repubblica interponga il ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale, anche perché se no non si spiegherebbe come una persona che è stata altrove (ma sempre in sede giudicante) definita un “delinquente naturale”, possa ambire all’elezione in Parlamento, esattamente come se fosse un giovanottino di primo pelo, incensurato e con il tremore in corpo al primo varcare la soglia di Montecitorio. Fiducia nella giustizia sì, ma oggi c’è chi, come me, accusa un fastidioso e persistente mal di stomaco.

La brutta cosa con un bel nome

Reading Time: < 1 minutecuore

Alla fine la brutta norma con un bel nome è passata anche alla Camera dei Deputati e si accinge (speriamo con un po’ di disgusto) a diventare legge dello Stato.

Hanno aspettato l’estate, quando in piazza poteva esserci tutt’al più un manipolo di insegnanti agguerriti e col dente avvelenato, ma poca, pochissima roba rispetto allo sciopero unitario del maggio scorso.

Al Senato, se possibile, era andata perfino peggio: avevano messo la fiducia, strumento di prevaricazione sul Parlamento, di  per far passare la figura del preside plenipotenziario e onnipotente e per cancellare dalla faccia della terra le graduatorie, che erano l’unico mezzo di garanzia di trasparenza che potesse esistere. Certo, perfettibile ma efficiente.

PAsseranno ancora molti, moltissimi anni, prima che un governo onesto si renda conto della dannosità che i suoi predecessori hanno reso legge e corra ai ripari.

Per ora, mutande di bandone e faccia di ghisa, perché non farà mai troppo male.

Il potere e la gloria

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L’atteggiamento sminuente di Renzi si concretizza soprattutto quando il Nostro si trova faccia a faccia con il dissenso.

Se qualcuno lo contesta alla Festa dell’Unità a Bologna, si tratta di pochi “fischi”. Se qualcuno lo contesta sul suo amatissimo Twitter sono dei “rosiconi”. Se i black bloc mettono a ferro e fuoco Milano si tratta comunque di “teppistelli” (e sappiamo molto bene che i milanesi riescono a sopportare tutto, appalti comprati, lauree truccate, cliniche degli orrori, politici ladri, infiltrazioni della malavita organizzatama non spaccare loro le porte e le vetrine delle banche perché si incazzano!) mentre di fronte agli scioperi degli insegnanti e degli studenti in sette città italiane ha detto che “Sì, va bene, su alcuni punti si può trattare!” Ma non ha detto che il testo della sua disgraziata riforma scolastica passerà alla Camera il 19 maggio prossimo, quindi la disponibilità al miglioramento durerà al massimo 13 giorni (immagino che dialogo!) e non riguarderà uno dei punti più controversi: il potere dato ai presidi di scegliere discrezionalmente i docenti da apposite liste.

Perché ciò che fa dei provvedimenti di Renzi dei provvedimenti vincenti nelle aule non è la bontà del provvedimento, ma la prepotenza. Un testo di legge come quello dell’Italicum è stato sottoposto a tre voti di fiducia. E sarebbe il caso che ci spiegassero lorsignori come è possibile che una legge elettorale con porti il contributo fattivo del maggior numero possibile delle parti politiche (come dovrebbe essere).

Potere, quindi, nient’altro che potere. Che è lo stesso che Renzi e i suoi stanno dando ai dirigenti scolastici. E poi, quando accanto al termine “potere” viene associato l’aggettivo “discrezionale” il potere ha un sapore ancora migliore, roba che il Chupa-Chups al latte e fragola diventa un sacchetto di bucce di baccelli (nòmansi “baccelli” a Livorno le pregevoli fave). Per questo non esiste e non può esistere ascolto dell’altro che la pensa in modo diverso, perché il potere è nelle mani di uno solo. Ci hanno fatto anche credere, ad esempio, che le leggi le faccia il Governo e non  il Parlamento. Perché se le facesse veramente il Parlamento non ci sarebbe questa tempistica così stretta e, probabilmente, qualcuno le leggi oltre che a scriverle le discuterebbe pure.

Daranno il contentino di una manciata di assunzioni in più in cambio della chiusura di un occhio sui finanziamenti alla scuola privata, e chi verrà assunto in ruolo sarà solo molto meno libero ma non lo saprà.

2-1 = 40,8%

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Particolare da una foto di repubblica.it

Che, voglio dire, se avessimo tanti attenzione e amore per la Nazione quanti ne abbiamo per la Nazionale ci renderemmo conto tutti perfettamente di un paio di errorini tattici che quell’omino che ci governa ha commesso nel vano tentativo di farci credere di essere in vantaggio sugli avversari.

Il primo è il pensare o, peggio, il crederci sul serio, che la sua adorabile persona è legittimata a governare dal 40,8% dei voti. Il che è vero, ma solo per quello che riguarda i voti espressi, cioè ammesso che si faccia miracolosamente sparire la percentuale di persone che, per motivi i più disparati, non è andata a votare (tra cui io). Perché bisogna/bisognerebbe fare in modo di non far credere che il 40,8% dei voti validi corrispondano al 40,8% del paese. Perché questa è una plateale menzogna. Così come è una menzogna pensare che siccome abbiamo battuto l’Inghilterra 2-1 arriveremo in finale con il Brasile, sarà dura ma ce la possiamo fare e allora la notte magica del Maracanà sarà nostra e potremo andarcene in giro a strombazzare i clacson delle auto per rompere i coglioni a chi vuol dormire.

Ma torniamo al 40,8% dei voti. E’ vero, il PD li ha presi (il partito, dunque, non il suo capo personalmente di persona), ma li ha presi alle elezioni europee. E, fino a prova contraria, per quanto riguarda gli affari interni all’Italia (cioè quelli di cui il governo da Egli presieduto si occupa) si continua a fare riferimento sulla maggioranza presente nel Parlamento Italiano. Che NON vede il PD al 40,8 e partita chiusa.

Ci salverà Super Mario. Che era un giochino elettronico per il Commodore 64 che andava di moda tanti anni fa, e chi ha il registratore a cassetta invece del drive aspetterà un po’ di più per essere della partita e smanettare col joystick. Poi qualcuno spegnerà pietosamente la luce.

PS: Il titolo del post è tratto da un’idea di Rosa Polacco via Twitter.

Trame rosa. E le deputate vanno in bianco.

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Li volevano a tutti i costi: le quote rosa, il nome della rosa, una rosa è una rosa è una rosa, grazie delle belle rose, la rosa purpurea del Cairo, la pantera rosa, rosa que al prado encarnada, la vie en rose.

Qualcuna di loro è anche andata vestita di bianco (che fa “pendant“) per foraggiare l’inserimento di soglie di rappresentatività e incitare quanto di più anticostituzionale ci sia, ovvero ostacolare la fiducia elettorale, le capacità, i curricula e il merito con un “ope legis“.

Il tutto mentre si sta compiendo lo scempio della democrazia attraverso l’eliminazione del bicameralismo perfetto perché così si elimina il Senato e si risparmia il pagamento dello stipendio ai membri di quel ramo del Parlamento, ma nessuno ha ancora capito che sulla democrazia non si risparmia.

Con la mia cassa ancora con il nastro rosa.

La bella addormentata nei Boschi

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E allora il Ministro per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi ha stabilito, in Parlamento, che per il momento “Il governo non chiede dimissioni di ministri o sottosegretari sulla base di un avviso di garanzia”.

Ecco qua, voilà, c’est l’unique question, come scriveva Albert Camus ne “Lo straniero”.

“Abbiamo giurato sulla Costituzione, che contempla il principio fondamentale della presunzione di innocenza; l’avviso di garanzia è un atto dovuto a tutela dell’indagato e non una anticipazione della condanna.

Lo sapete qual è il grande difetto di questo tipo di ragionamento? Che non fa una grinza. Perché è vero che la Costituzione prevede la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva passata in giudicato (e, quindi, non è il solo avviso di garanzia a non costituire prova di colpevolezza, ma, a questo punto, neanche il rinvio a giudizio, neanche la sentenza di primo grado, neanche la sentenza di secondo grado). E’ sacrosanto che l’informazione di garanzia non costituisce alcuna anticipazione di condanna (e ci mancherebbe solo che fosse così!). Sì, sì, è proprio così.

Però una grinza la fa: un insegnante può ricevere un avviso di garanzia in cui gli si contestano reati sessuali nei confronti di minori. Per la Costituzione non è colpevole, ma non per questo la gente continua a mandare i propri figli da quell’insegnante (“Vài, vài pure cara, c’è la presunzione di innocenza, non potrà farti niente!“), e quell’insegnante, se non proprio dopo l’avviso di garanzia, viene sospeso dal servizio in attesa che una sentenza chiarisca la sua colpevolezza o meno. Un insegnante.

“Rispettiamo la scelta del Pd”, dice Alfano. Quando “rispettare” vuol dire “non criticare”.

Il senso di Pippo Civati per la Privacy

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Screenshot da www.civati.it

Io Pippo Civati non lo capisco. E non capirò mai neanche il perché abbia un seguito femminile così acceso e caloroso. Ma parliamo d’altro.

Ha inserito un sondaggio nel suo sito personale. Scopo del sondaggio dovrebbe essere quello di raccogliere il maggior numero possibile di opinioni sull’opportunità di votare la fiducia o meno in Parlamento al neogoverno Renzi e a tutte le renzine e ai renzini che ne fanno parte con malcelato orgoglio. In breve, fiducia o abbandono delle fila del PD. Che, voglio dire, dovrebbe anche saperlo un gocciolino da se solo, invece di chiederlo agli altri.

Per fare una cosa di questo genere basterebbe un formulario a due risposte, visto che tertium non datur e che ubi maior minor cessat.

Macché, sono ben UNDICI domande quando ne sarebbe bastata una, la prima.

Già la seconda è particolarmente fastidiosa: “Indipendentemente dalla tua risposta alla domanda 1, quali ragioni reputi valide per votare la fiducia?” Ma come sarebbe a dire “Indipendentemente dalla mia risposta alla domanda 1”?? Se io dovessi dire che la fiducia a Renzi non va votata come faccio a reputare valide alcune ragioni per farlo? In effetti tra le risposte possibili (max. 3) ce n’è una che dice “Non ci sono ragioni valide che giustifichino il Si alla fiducia” e “Sì”, ovviamente, è scritto anche senza accento.

La terza domanda è in par condicio: “Indipendentemente dalla tua risposta alla domanda 1, quali ragioni reputi valide per non votare la fiducia?”, quindi rovesciate il ragionamento di cui sopra e avrete le risposta.

Dalla quinta scelta in poi si va sul personale. Ben 7 domande su 11, non c’è male.

Si inizia con il classico uomo-donna, per proseguire con l’indicazione delle fasce d’età (sono compreso nella penultima, “tra i 46 e i 60 anni“, appena scendo negli inferi dell’ultima fascia, “sopra i 60 anni” vado direttamente a Lourdes su un wagon-lit della Croce Rossa). “In quale provincia vive?” “Qual è il suo titolo di studio?” Chissà che cosa cambia nella legittimità dell’espressione di un’opinione tra un laureato di Trento e un contadino con la licenza media di Ragusa (come se a Trento non ci fossero persone con la licenza media e come se a Ragusa non ci fossero laureati!).

Splendido il parco-risposte alla domanda n. 9 “Qual è la sua attuale occupazione?” in cui è contemplata l’opzione “Non sa”. Ma chi è che NON SA quale sia la sua occupazione?? Voglio dire, chi è che esce la mattina di casa e va a esercitare una non-attività in un non-luogo? Giusto il protagonista di “Un giorno di ordinaria follia“!
E alla fine di tutto “Per favore, inserisca la sua mail.”

Ah, ecco cosa volevi, Civati, non volevi la mia opinione, volevi la mia mail. Non ti bastava il mio anonimato o registrare un semplice indirizzo IP di provenienza. Cos’è, vuoi scrivere a tutti quelli che non sanno quale occupazione hanno? Quelli che sono disoccupati a loro insaputa??

Meno male che c’è un pistolottino sulla Privacy da leggere. Dice così: “I dati personali, anche di natura sensibile, conferiti dall’Utente, saranno trattati esclusivamente per finalità di registrazione dell’Utente e per comunicare con l’Utente registrato.”

Ma è proprio quello che mi preoccupa. Che qualcuno “registri” me quando invece dovrebbe esclusivamente registrare le mie risposte. E anche che qualcuno desideri “comunicare” con me. Perché mai dovrebbe farlo? Vuole sapere se per caso non so che numero porto di scarpe? O se non so chi ho votato alle ultime elezioni?

Va bene, facciamo così: io rispondo e do il mio indirizzo di posta elettronica. Poi gliene chiedo la cancellazione. Se non rispondono o non ottemperano vado dal Garante della Privacy. Seguite il blog, è solo l’inizio.

 

Renzi (o, come dicevan tutti, Renzi)

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Insomma, hanno sfiduciato loro stessi, con 136 voti della direzione su 496 parlamentari nominati.

Si sono sottratti al passaggio parlamentare, attraverso cui qualsiasi crisi di governo si deve risolvere in una democrazia degna di questo nome (quindi non nel nostro caso) con registrazione di nomi e cognomi dei contrari e dei favorevoli.

Non è neanche l’alba di quanto di peggio il nostro Paese possa aspettarsi: è l’inizio del quarto governo Berlusconi.

Risposta ad Alessandra Moretti (PD) che ha scritto al Corriere

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Siamo alle solite.

L’argomento è “violenza, insulti, machismo e web”.

La protagonista e portavoce della nuova proposta riverberata tramite il Corriere on line è la deputata Alessandra Moretti. Del Partito Democratico. No, è bene precisarlo, beninteso.

Le proposte della Moretti fanno semplicemente indignare e mostrano -nel caso avessimo ancora qualche dubbio residuo in proposito- quanto divario esista tra il Parlamento e la Rete. Ben più arcaico, rozzo, incapace e nolente di approcciarsi al mezzo telematico il primo, ça va sans dire.

Per rendersi conto della gravità della proposta della Moretti, è necessario andare a commentare parte della sua lettera, che, per intero, è stata pubblicata su questa pagina.

(…) il parlamento più femminile che mai e il web più maschilista di sempre.

Un parlamento “femminile” non è un parlamento “femminista” (che sarebbe da contrapporre al “maschilista” di cui sopra). Non dimentichiamoci che è stata una donna, la Presidente Laura Boldrini, a tagliolare per la prima volta nella storia repubblicana l’opposizione che stava facendo ostruzionismo. Il web è “maschilista” perché la sua sta diventando la modalità dell’insulto e l’insulto è, nell’immaginario collettivo, “maschile” per eccellenza. Non so quanto “maschilista” perché a fronte di un numero sempre più elevato di invidui di sesso maschile che insultano nel web, troviamo anche qualche perfetto esempio femminile che vaffanculeggia il prossimo in Parlamento: vi ricordate il “Vaffanculo” dell’onorevole Picierno, guarda caso del Partito Democratico (eh, lo so, a volte si dice la coincidenza) profferito a fine settembre? No, eh?? Io invece sì. Premessa che non tiene quella della Moretti. Ma andiamo avanti.

Claudio Magris ha aperto sulle pagine del Corriere la riflessione sulla diffidenza, sulla distanza da prendere da Facebook e Twitter. Io dico un’altra cosa: riprendiamoci la libertà di dire la nostra sul web.

Con tutto il rispetto per Claudio Magris ritengo che la diffidenza sia il peggiore degli atteggiamenti. Se io diffido di qualcuno o di qualcosa è perché penso che mi possa fare del male. O perché lo temo. Facebook e Twitter non fanno male. Sono lì per chi desidera iscriversi. Chi non lo vuol fare può starsene benissimo a navigare il restante 99,99% della rete. Blog, testate giornalistiche, newsgroup, mailing-list e sotto a chi tocca. Si può commentare (e insultare) anche da lì, tant’è che molta gente lo sta facendo da anni.
Ma cosa vuol dire “riprendiamoci la libertà di dire la nostra sul web.”? Qualcuno l’aveva forse limitata? C’è qualcun altro che toglie i polpastrelli delle dita dalla tastiera di chi vuole esprimersi in rete? Hanno approvato una legge che vieta alla gente di scaricarsi una meraviglia assoluta come WordPress e farcisi un blog come vogliono loro? Non mi pare proprio.
Qual è, dunque, l’agente limitante della nostra libertà di parola e di comunicazione sancite e sacrosantate dalla Costituzione? L’insulto? Non si può parlare perché la gente in rete ci insulta? Ma questo accade sempre. Può accadere in un contesto non “virtuale” (Dio stramaledica chi ha coniato l’aggettivo “virtuale”) senza dimenticare che chi scrive in rete è il barista che ci serve il caffè, il meccanico che ci ripara l’auto, perfino il professore della scuola dei nostri figli, un poliziotto, un carabiniere o un giudice o un pubblico ministero (avranno delle opinioni anche loro da esprimere fuori dal loro ambito di servizio, no??)

Più avanti:

Mi sono presa l’onere di ripetere in tv l’insulto che mi era stato rivolto in commissione alla Camera e ciò sia per un dovere di cronaca, ma anche per dire che non abbiamo più paura degli stereotipi, nemmeno quelli che ci vogliono «signore» che non usano certi linguaggi.

Ma bene, siccome esistono dei luoghi comuni e degli stereotipi che vedono la donna (soprattutto la donna parlamentare) come una campionessa del bon-ton e per nulla incline al dirty-talking, occorre ribaltare questa credenza e far vedere che, no, le parolacce, gli insulti, la diffamazione sono anche coniugabili al femminile (cosa di cui, comunque, non nutrivo alcun dubbio anche da prima, ma meno male che è venuta la Moretti a togliermi questi dubbi perché confesso che non ci stavo dormendo la notte).
Dunque, premesso che adesso basta con il luogo comune che vuole le donne bene educate, ripetiamole in TV quelle frasi di cui siamo state vittime, così, magari, se qualche minore ascolta, le sente anche lui. Per “diritto di cronaca”.

“Esiste la necessità, l’urgenza di reagire. Tanto per cominciare smettendo di fare le vittime! Mostriamo le facce e i volti di chi pensa di intimidirci con offese sessiste.”

La prima che fa la “vittima” è proprio la Moretti quando non si accontenta degli strumenti che la legge mette a disposizione del cittadino (e, dunque, anche del parlamentare) e pretende di pubblicare i volti delle persone che offendono. A parte il fatto che su Facebook e su Twitter spesso la faccia di una persona viene associata al commento o all’intervento (a parte quando la gente ci mette la foto del figlio neonato, quella sì, vera criminalità informatica), ma se qualcuno insulta dai commenti su un quotidiano on line cosa si fa? Beata la Moretti che ha potuto querelare un egregio signor Nome e Cognome. Tutto quello che può fare un cittadino in altri casi è andare dal magistrato con una querela contro ignoti o contro tale “Peperita Patty” o “Cacciavite 64”.
E, comunque, se il web non può, giustamente, diventare il regno dell’insulto impunito, non può diventare nemmeno una pubblica gogna.
Personalmente ho sporto ben 12 querele per diffamazione. Una sola è arrivata a processo. Anzi, neanche lì. Le altre ronfano nei cassetti del Pubblico Ministero in attesa che squilli la tromba della prescrizione. Due sono state archiviate.
Non auguro alla Moretti che la sua querela segua questo oblio tanto diffuso e, comunque, io non mi sognerei mai di mettere sul mio blog il volto di chi mi ha diffamato senza un regolare processo e una sentenza di condanna passata in giudicato. Se no questa è caccia alle streghe. Siccome IO ritengo di essere stato infamato da Tizio, Tizio diventa a sua volta un infame da sbattere sui giornali o sui siti web? No, non ci sto e non ci starò mai.
E poi quale pena rischia normalmente un diffamatore? Una multa, a meno che non si chiami Sallusti. Il tentativo di riforma del reato di diffamazione va proprio verso l’esclusione del carcere, cosa gliene frega alla gente di vedere la faccia di chi ha diffamato? Casomai bastano il nome e il cognome, visto che la sentenza dovrebbe essere pubblica. Appunto, la sentenza, non la foto segnaletica.

“Denunciamo pubblicamente quelle persone che passano il tempo a inquinare uno spazio che dovrebbe essere di tutti, ma che purtroppo al momento è solo di chi ha la voce più grossa (e di timbro maschile). Denunciamo alla polizia postale e replichiamo agli insulti. Non restiamo immobili, non arretriamo perché l’offesa brucia tanto quanto uno schiaffo e a questo tipo di linguaggio dobbiamo rispondere per le rime, proprio oggi quando possiamo cambiare la cultura del Paese costruendo una vera leadership femminile non ricalcata su quella del maschio.

Sì, denunciamoli. Ma prima di tutto alla Procura della Repubblica. La giustizia-fai-da-te non è che non sia migliore di quella ufficiale, è che non funziona nello stesso modo, tutto lì. Lo so benissimo che arrivare a sette anni per avere una sentenza di primo grado e vedersela poi sfumare sei mesi dopo è frustrante. Ma ci può essere chi riconosce il danno civile e vuole arrivare a un risarcimento. La gente non è tutta così carogna, e allora si può anche evitare (a volte e in certi casi) tutto questo tintinnar di Facebook al primo accenno di chiusura delle indagini o di citazione diretta a giudizio (per una diffamazione non ti dànno nemmeno il beneficio di una udienza-filtro, normalmente tocca farla al giudice monocratico che se ne scoccia pure).
E sia chiaro che lo “spazio di tutti” non esiste. E’ un mito, una concezione che fa più comodo a noi che alla verità. Facebook e Twitter sono spazi di proprietari individuati con Nome e Cognome. I signori Nome e Cognome, appunto, ne sono proprietari. Loro sono i server, loro sono i software, loro sono le infrastrutture, loro è il regno, loro la potenza e la gloria nei secoli. Se decidono di spegnere l’interruttore, addio “Mi piace” retweet e via cincischiando.ù
Quando diciamo “Il MIO profilo Facebook” diciamo una cosa che non è neanche inesatta, ma che non esiste proprio. Non siamo proprietari di un bel nulla. Questo blog esiste solo perché Aruba mi dà la possibilità di tenerlo in linea pagando una cifra più che ragionevole, ma se volessero dire domani “Signori, abbiamo scherzato, adesso vi rimborsiamo tutti e tra un mese non diamo più questo servizio” o mi trovo un altro hosting o col cavolo che continuo a parlare de “il mio blog“!
E non si replica agli insulti con altri insulti. “Occhio per occhio rende tutto il mondo cieco”, diceva il Mahatma!

È dunque maturo il tempo per dotarsi di strumenti che ridistribuiscano il diritto a esistere e a fare opinione sul web: sono la promotrice di una proposta di legge sull’hate speech (incitazione all’odio) in rete, firmata dal capogruppo del Pd e da un sostanzioso numero di giovani deputati under 35.

Il diritto a esistere e a fare opinione c’è già. Gli strumenti idem. Sono, forse, i parlamentari che non se ne sono accorti. Da quando Beppe Grillo ha un blog tutti corrono alla ricerca del consenso info-telematico. Va benissimo che si pongano sullo stesso livello dal punto di vista dei mezzi. Voglio dire, esiste beppegrillo.it, esiste valeriodistefano.com esisterà un onorevolepincopallino.org e via discorrendo. Poi se valeriodistefano.com ha un infinitesima diluzione omeopatica di accessi rispetto a beppegrillo.it questo fa parte del gioco.
Perché non basta esserci. Bisogna anche essere seguiti. E per essere seguiti occorrono molte cose, prima fra tutte (ma non definitivamente risolutrice) l’essere credibili.
E allora, in che cosa consiste questa proposta di legge che si basa sull’anglofonia a tutti i costi, tanto da preferire “hate speech” e mettere tra parentesi i corrispondente italiano?
Non mi interessa sapere da chi viene proposto questo strumento, voglio sapere che cosa prevede.
Il crimine d’odio in Italia non esiste di per sé in forma generica, e non sarebbe male, in astratto, inserirlo. Ma occhio a non confondere la diffamazione con l’odio. Se do del “cretino” a qualcuno non è detto che io inciti al razzismo e alla xenofobia. E se dico “brutta troia schifosa” a una donna? E’ molto difficile che davanti a un giudice terzo possa resistere l’accusa di incitazione all’odio. Anche perché con un’offesa alla persona non si incita proprio nessun altro a odiare.
E poi perché il crimine d’odio dovrebbe riguardare soltanto la rete? Forse che una incitazione all’odio ha più effetto se commessa su Facebook, mentre se uno la commette in piazza durante un comizio politico, magari esaltando il Duce, è meno grave?

“Occorre che i provider inizino un processo di responsabilizzazione dei contenuti, affinché la rete resti luogo di dibattito libero e democratico e non spazio per dare sfogo anche alle peggiori frustrazioni e agli istinti più bassi.”

I provider? Non mi risulta che ai provider spetti un dovere educativo. Generalmente si limitano a fare affari. Ci puoi aprire una casella di posta elettronica, ma se la usi per spammare o per offendere la gente sono affari tuoi, non del provider. Puoi prendere un dominio, in Italia o all’Estero, diffonderci l’opera di San Tommaso d’Aquino o le fotografie di Hitler, sei sempre tu che agisci, non il provider. La responsabilità penale è personale, non è che WhatsApp o Google devono per forza aderire al metodo Montessori. Per il semplice fatto che non spetta a loro metterlo in atto.

“Ma il principio è anche quello di diffondere una cultura personale della responsabilità dell’insulto: perché il problema non è la rete ma chi la usa.”

Molto bene. Se il “principio” è quello della cultura personale della reponsabilità della persona nell’insulto (o nell’ingiuria) c’è l’art. 27 della Costituzione che la stabilisce. E dal 1948. Dov’è la novità della decantata proposta legislativa? Non c’è a parte il presunto diritto di mettere on line i volti dei diffamatori.

(…) è una legge pensata per le ragazze: è importante che capiscano che reagire è facile, che come si è fatta una battaglia contro la violenza fisica, il cui primo grande risultato è la legge sul femminicidio, ora se ne sta iniziando una nuova.

Ah, è una legge pensata per le ragazze? Ma i cittadini non sono tutti uguali davanti alla legge? Un uomo non può essere insultato? Di quelle dodici querele che ho sporto in Procura una è rivolta a una donna. E vi posso assicurare che le sue offese non contenevano esattamente preghiere. E allora cosa avrei dovuto fare? Non querelarla SOLO perché è una donna?

Si può fare molto anche a livello di comunicazione: pubblicare i volti di chi pensa di insultare impunemente sul web è un modo per rafforzare e condividere la reazione. «In alto gli Ipad», dunque: facciamo vedere le facce di chi cerca di intimidirci, limitando la nostra libertà personale.

Siamo in uno stato di diritto. L’unica pena è quella comminata dalla magistratura, ed è profondamente ingiusto aggiungerne una a nostro piacimento. Non sono previste pene accessore (come, ad esempio, la pubblicazione per estratto della sentenza su uno o più quotidiani come, ahimé, è previsto per i vucumprà che vendono i CD tarocchi o le cinture con il marchio contraffatto -almeno in questo ci distinguiamo, i vucumprà li schiaffiamo sul giornale ma possiamo ingiuriare chi ci pare che sul giornale non ci finiamo-). E quanto della sensibilità personale va a influire sulla percezione dell’ingiuria? Non è solo perché io mi sento ingiuriato che l’altro mi ha ingiuriato davvero. Generalmente viene avvertita come ingiuria qualunque espressione di un’opinione contraria. Dai tempi di Milan, Juve, Inter, Napoli se non tifi la mia squadra non sei mio amico.
E, infine, “In alto gli I-Pad”. Non si è proprio capita. E’ l’orgoglio dello Steve Jobs-compatibile?? Che differenza fa se uno accede a Internet con un I-Pad piuttosto che col PC di casa o con il tablet. E’ come dire “In alto il Mac!!” (e chi ha Linux? Chi ha Windows??) o “In alto gli MP3!” (io uso anche i file .ogg, qualcosa in contrario?).
In alto (nel senso di “¡Arriba!” o “Haut levé(e)”) siano, piuttosto, la dignità e la conoscenza a cui tutti abbiamo diritto fin dalla notte dei tempi. Quelle che nessun Facebook, nessun Twitter e nessuna Wikipedia ci potranno mai negare.

Beppe Grillo indagato. Ora ognuno si schieri col proprio pregiudicato preferito

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Nei confronti di Beppe Grillo il pubblico ministero della Procura della Repubblica di Torino ha chiesto 9 mesi di reclusione per violazione dei sigilli della Baita Clarea in Val Susa.

A Genova è stato aperto un fascicolo su di lui per il reato di istigazione a disobbedire alle leggi.
Il 10 dicembre scorso aveva scritto “Vi chiedo di non proteggere più questa classe politica che ha portato l’Italia allo sfacelo, di non scortarli con le loro macchine blu o al supermercato, di non schierarsi davanti ai palazzi del potere infangati dalla corruzione e dal malaffare. Le forze dell’ordine non meritano un ruolo così degradante. Gli italiani sono dalla vostra parte, unitevi a loro. Nelle prossime manifestazioni ordinate ai vostri ragazzi di togliersi il casco e di fraternizzare con i cittadini. Sarà un segnale rivoluzionario, pacifico, estremo e l’Italia cambierà. In alto i cuori”.

Capite bene anche voi che sono reati di una gravità estrema. E capite anche che dopo la sua condanna, Grillo diventerà il vomitiere di una classe politica ormai lavorata ai fianchi dalla magistratura.

Ma è un privato cittadino e può permettersi anche di essere condannato. Chi siede in Parlamento un po’ meno.

E a quel punto, ognuno si schieri dalla parte del proprio pregiudicato preferito.

La ghigliottina!

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La seduta, sospesa alle 18,15, è ripresa alle 19,45.

  PRESIDENTE. La Conferenza dei presidenti di gruppo si è appena riunita ed ha constatato che il numero residuo degli interventi per dichiarazione di voto finale è pari a 164. Poiché non è stato accolto il mio invito a ritirare queste restanti iscrizioni a parlare, non risulta possibile convertire il decreto-legge nei termini previsti dalla Costituzione, che scade nella giornata odierna.
Pertanto, come già preannunciato in capigruppo, la Presidenza si vede costretta a procedere direttamente al voto finale, per assicurare che la deliberazione dell’Assemblea sul decreto-legge «IMU-Bankitalia» avvenga nei termini costituzionali. Faccio presente, in ogni caso che tutte, tutte le fasi del procedimento si sono svolte e anche che i gruppi hanno potuto già esprimere le loro posizioni in dichiarazione di voto.

(Votazione finale ed approvazione – A.C. 1941)

  PRESIDENTE. Passiamo alla votazione finale (Vive proteste dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle).
Indìco la votazione nominale finale, mediante procedimento elettronico, sul disegno di legge di conversione n. 1941, di cui si è testé concluso l’esame.
Dichiaro aperta la votazione.
(Segue la votazione – Deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle indossano un bavaglio – Deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia scendono verso il centro dell’emiciclo e raggiungono i banchi del Governo – Deputati del gruppo Fratelli d’Italia- lanciano monete di cioccolata – Deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle espongono cartelli recanti le scritte: «Corrotti», «#Noallatagliola»e « Giù le mani da Banca d’Italia» – Deputati del gruppo Fratelli d’Italia espongono cartelli recanti le scritte : «Venduti», «Vergogna» e «Giù le mani da BanKitalia»).

Invito i colleghi a votare (Deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle espongono un cartello recante la scritta: «Corrotti» sotto il banco della Presidenza).
Togliete quei cartelli !
Dichiaro chiusa la votazione.
Comunico il risultato della votazione: la Camera approva ( Vive proteste dei deputati dei gruppi MoVimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia-Il deputato Rampelli sale sui banchi del Governo esponendo la bandiera italiana – Vedi votazioni).

   S. 1188 – «Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge 30 novembre 2013, n. 133, recante disposizioni urgenti concernenti l’IMU, l’alienazione di immobili pubblici e la Banca d’Italia» (Approvato dal Senato) (1941):

(Presenti e votanti  265
Maggioranza  133
Hanno votato
 236
Hanno votato
no   29    
Sono in missione   63).    

(I deputati Argentin, Cassano, Cardinale, Rubinato, Tartaglione, Cani, Meta, Taricco, Rughetti, Stumpo, Ginoble e Brandolin hanno segnalato che non sono riusciti ad esprimere voto favorevole – Il deputato Buonanno ha segnalato che non è riuscito ad esprimere voto contrario – Il deputato Mottola ha segnalato che non è riuscito a votare).