Gentiloni scambia Melville per Oscar Wilde

Delizioso svarione del Presidente del Consiglio a “Che tempo che fa”, domenica scorsa.

Nel citare “Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street”, Gentiloni ne ha attribuito la paternità letteraria a Oscar Wilde (che era irlandese), mentre è universalmente noto che l’opera è stata scritta da Hermann Melville (che era statunitense).

“Poco male” – direte voi – “sbagliano tutti” ed è proprio vero, tutti sbagliano e tutti sbagliamo: ma non tutti siamo il Capo del Governo. L’esercizio della retorica è proprio della politica, è un’arte raffinata e delicata, non si può metterne in pericolo il risultato finale con una citazione sbagliata. E infatti una volta profuso lo svarione governativo, su Twitter è stato tutto un rincorresrsi di tam tam della serie “Avete sentito?” “Sì, ha detto proprio così, ha citato Oscar Wilde” “Noooo, ma davvero? Ma che figura!” e poi via a cavalcare l’onda della notizia.

Io, come sempre, arrivo con leggero ritardo e in leggera controtendenza, ma queste cose disturbano il mio senso estetico e mi dànno parecchia ma parecchia noja. Tra l’altro gli errori letterari paiono essere quelli su cui maggiormente scivolano i nostri massimi rappresentanti: prima di quello di Gentiloni c’era stato Renzi che aveva attribuito a Borges una poesia che non era di Borges. E si va avanti così, con faciloneria e sciatteria diffuse. E, soprattutto, con silenzio. Permettete allora che qualcuno che si arrabbi ci sia.

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Why do you sleep so steel?

La morte pare essere un argomento interessante. Beh, interessante o meno che sia, è sicuramente un argomento di cui si parla spesso.

Ero informato dell’esistenza in rete di www.findagrave.com, un grande archivio digitale di fotografie di tombe. Tombe, sissignori, di personaggi illustri e comuni. Cioè, la gente visita la tomba di, che so io, Totò, e la invia al sito che provvede a pubblicarla.
La grafica del sito è un po’ povera, piena di giffine animate, ma il sito funziona (forse anche grazie a questa leggerezza antica).

Del resto una tomba non è solo un luogo di memoria, ma potrebbe essere anche un monumento artistico. Spesso le due cose si combinano e allora magari la gente va a vedere la custodia marmorea delle spoglie mortali di Vittorio Emanuele III al Pantheon o visita le tombe dei papi sotto la Basilica di San Pietro. I comunisti vanno al Père Lachaise di Parigi a mettere le canne sulla tomba di Jim Morrison o a imbrattare col pennarello (noblesse oblige) quella di Oscar Wilde.

Ma pagine web dedicate alle maschere mortuarie non ne avevo mai viste. Non è un sito italiano (mi sono dimenticato di memorizzare l’indirizzo web e ora mi par fatica ricercarvelo, e poi non è nemmeno COSI’ importante che voi lo raggiungiate), quindi di morti italiani immortalati (chissà che effetto fa immortalare un morto!) nel gesso al momento del trapasso ce n’è solo uno, il tipino di cui vi fornisco l’istantanea,

Fare il calco del viso di un morto fresco di giornata era, probabilmente, l’unico espediente che poteva essere vagamente paragonato alla fotografia, intesa come volontà di trasmissione dell’immagine.

Ho “conosciuto” Abraham Lincoln (va beh, questo era facile!), Jonathan Swift (quello dei “Viaggi di Gulliver”) -che doveva essere un vecchio rincartapecorito quando è morto- Danton (con la smorfia da pugnalata), Robespierre e svariati altri effigiati in ritratti dell’epoc che li hanno vieppiù ingentiliti.

Beh, ora non vi lamentate, almeno un morto illustre l’avete visto anche voi. Fissatelo e pensate a chi può essere.

PS: Giacomo Leopardi!

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