Gli avvoltoi del contributino

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E’ accaduto che cinque parlamentari (che definire “furbetti” sarebbe un eufemismo) hanno chiesto il sussidio di 600 euro per le imprese e le partite IVA in proprio. Su questi cinque, in tre l’hanno ottenuto, agli altri due è stato rifiutato.

Ma com’è stato possibile che un parlamentare, dico, un parlamentare, si sia permesso di prendersi la briga e di certo il lusso anche solo di richiedere un bonus integrativo, solo perché, contemporaneamente, per caso è anche titolare di una partita IVA la cui attività collegata si è fermata durante il lock down del virus? Con lo stipendio che prende da parlamentare aveva bisogno anche degli aiuti di stato pagati con i denari dei cittadini? Evidentemente sì, se la domanda l’ha fatta e gli è stata pure accettata.

E’ compatibile essere titolari di un’impresa con il ruolo di parlamentare? Sì, non ci sono controindicazioni legali. Pensiamo ai tanti insegnanti di diritto che esercitano contemporaneamente la professione di avvocato, o a quelli di economia-aziendale, magari part-time, che fanno anche i commercialisti.

E’ legale, dunque, tutto questo? Assolutamente sì. Glielo ha permesso una norma del cavolo, fatta con i piedi dal governo, che consente a CHIUNQUE di fare la richiesta di attribuzione del bonus. Dunque, sia chiaro, e sia detto una volta per tutte: in questo comportamento non c’è NULLA di illegale.

Sul piano morale, le cose cambiano un pochettino, e il discorso è un tantinello più lungo. A parte la questione economica, per cui uno si chiede se sia etico che un parlamentare che guadagna fior di quattrini tra stipendio e indennità, vada a raschiare il barile per accaparrarsi sciattamente anche i 600 euro destinati dallo Stato a chi è con l’acqua alla gola e non ce la fa, c’è una questione di priorità di diritti non da poco. Quando la notizia si è sparsa, tutti, ma proprio tutti, dal Presidente della Camera Fico in giù, si sono uniti in un solo coro: “Fuori i nomi”. E a questa schiera, stavolta mi lego anch’io. Per una volta non morrò pecora nera (questa l’hanno capita in due, la Essebì e qualche altro gucciniano incallito) l’INPS, che eroga il contributo, ha fatto marcia indietro: per una questione di privacy, hanno detto. E allora è venuto fuori il Garante per la Protezione dei Dati Personali che ha ufficialmente comunicato che sì, i nomi si possono pubblicare.

La trasparenza della Pubblica Amministrazione, che è una casa di vetro, come la definiva Filippo Turati, non viene prima del diritto del singolo alla riservatezza dei propri dati personali. Tutti i diritti hanno pari dignità. Non è vero che perché la Pubblica Amministrazione ha l’obbligo di trasparenza, allora il diritto del singolo a veder riconoscere e proteggere le informazioni su di lui (fosse anche solo un indirizzo e-mail di riferimento), soccombe e sparisce. No, sussistono tutti e due. Bisogna vedere caso per caso. E in questo caso il Garante ha detto che i nomi si possono pubblicare. Punto e basta.

Del resto, ci sarà pure uno straccio di autocertificazione da qualche parte, una firma su una domanda, un atto in in cui si chiede un intervento pubblico (dunque è pubblico anche l’atto), in cui si dichiarano determinate circostanze. Se queste circostanze sono vere, i cinque parlamentari che hanno presentato richiesta non hanno nulla da temere, a parte il linciaggio della folla e la messa al pubblico ludibrio della stampa periodica. Se qualcuno ha dichiarato il falso va perseguito per falso in atto pubblico. Delle due l’una.

E invece i nomi tardano ad arrivare. Il sito web di “Repubblica” prova a fare i nomi di due sospettati eccellenti della Lega, cui il partito ha imposto di non rispondere alle chiamate sul cellulare (figuratevi voi a che punto sono ridotti!). Ora, la domanda nella domanda, secondaria ma anch’essa legittima, è: “E se non fossero loro?” Sbattuti in prima pagina (o bisognerebbe dire Home Page?) e intrisi dell’untoraggio del sospetto. Ma si sa che la calunnia è un venticello assai gentile.

I nomi, dunque, tutti vogliamo i nomi. Vogliamo sapere per scegliere di non votarli più e di non rinnovare loro l’incarico parlamentare e le funzioni svolte finora. Almeno questo. E i nomi salteranno fuori, presto o tardi. Loro, i cinque, non dicono niente. Tacciono. E vorrei anche vedere. Anche se tutti intorno premono. Ma è solo questione di tempo. Quel tempo che deve trascorrere prima che questa buffa sceneggiata con protagonisti dei veri e propri avvoltoi, venga messa in secondo piano dalla stampa, e cessi di essere tra le parole di tendenza su Twitter, dove non si parla d’altro. Basterà aspettare la dichiarazione dei redditi dell’anno prossimo e avere pubblico accesso a quelle informazioni. Facile come bere un bicchier d’acqua frizzante.

Questa tendenza alla stigmatizzazione di atteggiamenti e atti solo già di per sé deplorevoli, è l’altra faccia della medaglia di quella tendenza forcaiola del dàgli all’untore di manzoniana memoria. Vogliamo i nomi (che è giusto che escano fuori) per gridare e lanciare addosso a questi poveretti (perché un parlamentare che si riduce a fare una domanda di bonus da 600 euro per le imprese è un poveretto, anche se non certo dal punto di vista economico) gli strali della nostra indignazione e della nostra frustrazione davanti agli usi e abusi del potere. Sono il populismo e il giustizialismo legaioli che gli si stanno ritorcendo contro. Ce lo voglio proprio vedere il popolo delle partite IVA e delle false fatturazioni, oltre che delle prestazioni in nero, soprattutto quello più nordaiolo, dare del delinquente a chi ha avuto accesso a un pubblico contributo. Ma perché, loro cos’hanno fatto?

In casa M5S, poi, la musica è quella da Requiem. Si sono inventati (pensate che geniacci!) un’autocertifazione in cui rinunciano alla privacy, da firmare e da ritornare a strettissimo giro di posta. Ora, un’autocertificazione attesta delle circostanze personali, non delle scelte di voler rinunciare ai propri diritti. Se io ho un diritto ce l’ho e basta, anche se non ne usufruirò mai. E se non ne usufruisco non ho bisogno di autocertificare proprio una bella verza di nulla. Non voglio andare a votare a un referendum abrogativo? Eppure è un mio diritto votare. Non ho mica bisogno di autocertificarlo. Che si vuole conseguire con questo pastrocchio-pagliacciata? Far vedere che si è trasparenti ed onesti? Lo facciano tramite la loro dichiarazione dei redditi, piuttosto, ché le autocerticazioni lasciano il tempo che gtrovano. E poi “rinunciano” alla privacy? Allora pubblichino direttamente il loro nome, cognome, indirizzo, e-mail, numero di telefono, preferenze sessuali, politiche, religiose, a chi destinano l’8 per mille e a chi il 5 per mille, mettano tutto on line sul loro odiosissimo Rousseau, fatto coi piedi anche lui, e poi stiano ad aspettare. Voglio dire, se la logica è “io non ho bisogno della privacy perché non ho nulla da nascondere”, allora la logica non regge. Perché questa gente chiude e sigilla le raccomandate che spedisce? Perché se no non afriverebbero? Ma no, perché se no qualcuno potrebbe prendere visione del loro contenuto, è chiaro. Perché non ci dice dove sono raggiungibili telefonicamente se qualche cittadino vuole porre loro una domanda? Non lo fanno, certo. La loro mail personale col cavolo che te la fanno vedere, c’è quella di stato della Camera dei Deputati. Dove neanche ti rispondono (questo blog ha provato in passato più volte a inviare delle comunicazioni circolari a un gruppo parlamentare o a più parlamentari di diversi gruppi, e gli effetti sono stati catastrofici, pochissime risposte su centinaia di mail inviate). Se gli chiedi “Scusi, lei è gay o lesbica?” ti dicono subito “Ma come si permette, lei non sa con chi sta parlando, sono affari miei!”. La privacy la si invoca solo quando ci fa comodo.

E così, quello che se la sta passando peggio di tutti, adesso, è un imprenditore tessile di Castiglion delle Stiviere, nel mantovano, che produce calze da donna e che è costretto a vivere con il telefono blindatissimo se no i suoi gli dànno il benservito. Ma guardate a cosa deve essere ridotta una persona di potere da parte di quello stesso potere che quella persona rappresenta!

La caccia all’uomo continua. Stay tuned.

Per la foto: Di Presidenza della Repubblica, Attribution, Collegamento

Salvini indagato per abuso d’ufficio sull’uso dei voli di stato. Wikipedia riporta tempestivamente la notizia ma senza citare la fonte

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Dopo aver disposto l’archiviazione la Procura regionale della Corte dei Conti del Lazio ha trasmesso gli atti sui voli di Stato del segretario della Lega Matteo Salvini ai colleghi della sezione penale. Secondo i magistrati contabili il segretario della Lega ed ex Ministro degli Interni avrebbe usato i voli di stato non solo per attività istituzionali, ma anche per attività di partito. L’ex ministro non avrebbe comunque arrecato alcun danno erariale.

(dalla pagina https://it.wikipedia.org/wiki/Matteo_Salvini)

Questo è quanto riferisce l’ineffabile Wikipedia sulla recente notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati del nome di Matteo Salvini in ordine all’indagine dei magistrati di Roma, successivamente trasmessa al Tribunale dei Ministri. Singolarmente quanto virgolettato non è correlato dall’indicazione di alcuna fonte (eppure Wikipedia si vanta di essere autorevole proprio perché cita fonti a loro volta ritenute “autorevoli”). Offro di seguito la versione PDF della voce dedicata a Matteo Salvini così come l’ho salvata poco prima di mettere le mani a questo intervento.

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Lucia Borgonzoni e le passeggiate nei boschi che curano la depressione

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Il professor Roberto Burioni ha recentemente riesumato questo Tweet di Lucia Borgonzoni, senatrice della Lega e candidata Presidente della Regione Emilia-Romagna per il centro-destra. In Senato ha sfoggiato la T-Shirt “Parliamo di Bibbiano” lo scorso 10 settembre 2019, inducendo la presidente Alberti Casellati a sospendere brevemente la seduta dopo essere stata invitata a ricomporsi.

Va detto che, a proposito del contenuto del Tweet che qui vi riporto, il sito http://altraroba.altervista.org esiste sul serio e che ha realmente pubblicato un articolo dal titolo “E se gli psichiatri prescrivessero gite nei boschi anziché antidepressivi?”. Lo potete leggere a questo link.

Vi si legge, tra l’altro che:

Una camminata o escursione in un bosco corrisponde ad una pratica naturale di aromaterapia.

e che

Evidenze scientifiche hanno dimostrato come questa possa ridurre in maniera significativa ansia, depressione e rabbia.

La Borgonzoni ha fatto suo il contenuto di questo articolo e lo ha rilanciato dalla sua pagina Twitter nel giugno scorso (prima di cambiare account in “Lucia Borgonzoni Presidente“).

Va detto, a scanso di equivoci, che la depressione è una malattia molto seria, con grandissimi costi sociali, e che per affrontarla occorrono anni di cure farmacologiche e psicoterapeutiche. Per “cure farmacologiche” intendo proprio uso di psicofarmaci antidepressivi, chimica, iterazioni con le sinapsi, produzione di serotonina. Non si può delegare alla naturopatia, a una semplice passeggiata nei boschi, la risoluzione anche solo parziale di questo tipo di sintomatologie. Non esistono medicine alternative -dice il dottor Burioni-, esistono soltanto alternative pericolose alla medicina. Tutto le soluzioni a base “di yoga, di erbe, psiche, di omeopatia”, non servono a niente, sono totalmente inutili, completamente inefficaci quando non addirittura dannosi. Questo gli psichiatri lo sanno bene, e fanno bene a prescrivere solo psicofarmaci antidepressivi e/o ansiolitici a chi si rivolge a loro per chiedere un aiuto. La preparazione e l’esperienza di uno psichiatra nel curare la depressione non possono assolutamente essere sostituite da un approccio naturistico. La depressione non è una slogatura a una caviglia, per cui vanno ancora bene gli impacchi di arnica, come descriveva Louisa May Alcott in “Piccole donne“. La depressione è una bestia bruttissima che in molti casi non guarisce, ma che si continua a tenere sotto controllo vivendo una vita soddisfacente. Ma resta sempre lì, latente, estremamente subdola, pronta ad aggredire di nuovo. E la vita del malato di depressione, credetemi, è tutt’altro che vita. Come quella dei familiari che hanno la sventura di stargli accanto.

Non bisogna confondere l’efficacia di un principio attivo con l’aria fresca. Non si può tollerare l’esternazione di chi afferma che

Grazie alla presenza di fragranze e profumi, in particolare modo quelli emanati dalle conifere (fitoncidi), comunemente noti come “oli essenziali legnosi”, il rischio di problemi psicosociali legati allo stress risulta essere inferiore negli individui che compiono regolarmente tali immersioni nei boschi come parte integrante del loro stile di vita.

perché questi dati vanno opportunamente dimostrati con studi scientifici seri e rigorosi, pubblicati su riviste mediche di provati rigore e fama. Lo so anch’io che respirare l’aria dei boschi fa bene, ma la depressione, l’ansia, lo stress, la rabbia sono ben altro e hanno bisogno di approcci medici adeguati per essere risolutivo. Ne va della salute del paziente depresso e del suo entourage sociale e familiare. Non scherziamo.

Saluti allopatici.

La scorta a Liliana Segre

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Sarebbe troppo facile dire che l’assegnazione di due carabinieri di scorta a Liliana Segre per le continue minacce ricevute sui social network e tramite canali più tradizionali (ma non per questo meno pericolosi) rappresenta la sconfitta totale dello stato e ne dimostra sia il fallimento che l’incapacità a reagire se non con la limitazione della libertà di una cittadina italiana di 89 anni, che ha sofferto sulla propria pelle l’orrore di Auschwitz, sopravvivendo alla catastrofe umana dell’olocausto e che ha avuto il solo merito di proporre la costituzione di una commissione che contrasti l’odio (sia esso in rete o espresso in altra forma).

Sarebbe troppo facile stigmatizzare la contemporanea negazione della cittadinanza onoraria a Liliana Segre da parte della città di Pescara per mano dei consiglieri comunali della Lega perché “mancano i presupposti per dare la cittadinanza onoraria perché manca un legame con il nostro territorio: a questo punto dovremmo conferirla anche ai tanti rappresentanti delle istituzioni che ricevono pubbliche offese e minacce” come se lotta all’antisemitismo, al razzismo, all’intolleranza, all’odio, l’affermazione dei valori democratici, la solidarietà con una donna che ha patito l’indicibile non possano essere patrimonio di una città che ha ricevuto la medaglia d’oro al merito civile con la motivazione «Centro strategico sulla linea verso il Nord della Penisola e per il collegamento con la Capitale, durante l’ultimo conflitto mondiale fu teatro di continui e devastanti bombardamenti da parte dell’aviazione alleata e dovette subire le razzie e la distruzione di fabbricati, strade, ponti e uffici pubblici da parte dell’esercito germanico in ritirata.»

Sarebbe troppo facile dire che vogliamo bene a Liliana Segre per quello che rappresenta e che comprendiamo perefttamente il suo stupore, la sua amarezza, la sua delusione davanti al voto di astensione delle destre al Senato della Repubblica su un provvedimento che avrebbe dovuto raggiungere come minimo l’unanimità.

Sarebbe troppo facile. Però è tutto vero.

Spaccio, infezioni e puttane

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Abbiamo un governo pieno di idiosincrasie. Non vogliono l’utero in affitto ma in compenso incitano al noleggio della figa con le nuove e ventilate norme sulla prostituzione che vorrebbero riaprire le case chiuse. Se la prendono con gli immigrati perché dicono che “portano malattie”, che non sono vaccinati, sono infetti, dàgli all’untore; poi però reclamano il diritto di andare a scuola per i figli dei novax non vaccinati che mettono a repentaglio la vita di un loro compagno immunodepresso. Vogliono eliminare totalmente la non punibilità per la detenzione di una modica quantità di sostanza stupefacente e rendere qualsiasi detenzione, anche a fini di uso personale, illegale e punibile con la galera, mentre dall’altro lato invocano l’immunità e la grazia “ope legis” per chi è stato violato del proprio domicilio, da un individuo magari disarmato, che è raggiunto da una “sacrosanta” e “bene assestata” fucilata.

Siamo così. E’ difficile spiegare certe giornate amare, ma poi ci passa. Perché quelle idiosincrasie ce le abbiamo tutti. Il governo non fa altro che fotografare una situazione incancrenita e dura a morire che ritrae la nostra sete di vendetta e, soprattutto, la volontà di non capire la portata delle nostre azioni e dei nostri pensieri intolleranti. Abbiamo l’anima gialloverde. E non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello di lavarne via la sozzura.

Salvini si faccia processare

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Il Tribunale dei Ministri di Catania, rigettando la tesi del Pubblico Ministero che aveva chiesto l’archiviazione, ha deciso di chiedere l’autorizzazione a procedere nei confronti del Ministro dell’Interno Salvini contestandogli il reato di sequestro di persona (art. 605 del Codice Penale), per il quale sono previste pene variabili da 3 a 15 anni di carcere.

Inizialmente Salvini ha affermato di volere immediatamente il processo, posizione che gli fa onore, salvo poi ripensarci e dire, successivamente, che si vedrà che cosa dice il Parlamento (della serie: “C’è sempre l’immunità parlamentare”), posizione che gli fa un po’ meno onore.

Non ci sono santi che tengano, Salvini deve farsi processare. Non può salvarsi dal processo, ma nel processo, difendendosi come riterrà più opportuno e accettando il rischio di una condanna. Non è un cittadino qualsiasi, è il Ministro dell’Interno, è il capo delle forze di polizia, non può essere gravato dal peso del sospetto di aver sequestrato una nave intera, con tutti i suoi componenti a bordo e averli privati della libertà personale. Deve difendersi (se può) in un pubblico dibattimento e in tre gradi di giudizio. Se ad essere accusato di sequestro di persona fosse, ad esempio, un privato cittadino senza ruolo istituzionale, come, ad esempio, un ufficiale della guardia costiera, che non facesse attraccare o scendere a terra gli occupanti di una nave in stato di necessità, a quest’ora quella persona sarebbe già sospesa dal suo incarico e in attesa di procedimento penale. Non potrebbe, cioè, contare sul filtro del dibattito parlamentare che potrebbe salvarlo dal procedimento. E’ detto un po’ di schifo ma si capisce.

Salvini l’impunità non può permettersela. Lo deve a tutti gli italiani. Sono ipotesi di reato di una gravità estrema, non ci se la cava con una letterina di scuse o con un risarcimento danni. Deve difendersi, Salvini, perché mi deve dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, di essere migliore di tutti noi, di aver agito nella più totale legalità, di essere stato legittimato a fare quello che ha fatto, e che quello che ha fatto corrisponda perfettamente all’invocato articolo 52 della Costituzione, che prevede che la difesa della patria (da cosa? Da persone che avevano bisogno??) sia sacro dovere di ogni cittadino. Lo dica davanti a dei giudici, e non in un consesso politico. Affronti con serenità i tre gradi di giudizio che forse lo aspettano, sempre se M5S e Lega non ci mettono lo zampino al Senato. Per ora quello che rimane di certo è quanto scritto dal Tribunale dei Ministri di Catania:

In particolare, il Senatore Matteo Salvini, nella sua qualità di Ministro, violando le Convenzioni internazionali in materia di soccorso in mare e le correlate norme di attuazione nazionali (Convenzione SAR, RisoluzioneMSC167-78, Direttiva SOP009/15), non consentendo senza giustificato motivo al competente Dipartimento per le Libertà Civili per l’Immigrazione – costituente articolazione del Ministero dell’Interno- di esitare tempestivamente la richiesta di POS (place of safety) presentata formalmente da IMRCC (Italian Maritime Rescue Coordination Center) alle ore 22:30 del 17 agosto 2018, bloccava la procedura di sbarco dei migranti, così determinando consapevolmente l’illegittima privazione della libertà personale di questi ultimi, costretti a rimanere in condizioni psico-fisiche critiche a bordo della nave ”U.Diciotti” ormeggiata nel porto di Catania dalle ore 23:49 del 20 agosto e fino alla tarda serata del 25 agosto, momento in cui veniva autorizzato lo sbarco. Fatto aggravato dall’essere stato commesso da un pubblico ufficiale e con abuso dei poteri inerenti alle funzioni esercitate, nonché per essere stato commesso anche in danno di soggetti minori di età”.“

Gli uomini sono tutti pezzi di merda

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Tratto da it.wikipedia.org. Loro dicono che la foto è in pubblico dominio ma io non ci credo.
Tratto da it.wikipedia.org. Loro dicono che la foto è in pubblico dominio ma io non ci credo.

E così, il neorisorto programma RAI “La TV delle ragazze”, si è fatto notare per la battuta della Finocchiaro che, circondata nello spot da bambine curiose e particolarmente vivaci (anche se evidentemente indotte a recitare una parte), annuncia di dover dire loro una cosa “molto, molto importante”. Le bambine reagiscono con comprensibile curiosità e alla fine l’arcano si svela: “Gli uomini sono tutti pezzi di merda”. “Anche il mio papà??” chiede ignara una bambina. “Soprattutto il tuo papà”, risponde stronzissima la Finocchiaro.

Tutto lì. E’ ovvio che su quotidiani come “il Giornale”, il “Secolo d’Italia”, “Libero” e altri si è scatenata una caccia all’attrice, rea a loro dire di aver veicolato messaggi negativi, di aver svilito la figura paterna, di aver detto una parolaccia (Infatti loro “merda” la abbreviano “m.” che non ho mai capito a che cosa serva, ma a qualcosa servirà). La Lega pretende dall’attrice scuse pubbliche e immediate, Capitanio del carroccio invoca provvedimenti disciplinari a carico dell’attrice. E va beh, ma è satira. la satira travalica ogni cosa, deforma la realtà e la piega allo scopo di far ridere e riflettere. E’ chiaro che non è vero che tutti gli uomini siano dei pezzi di merda, ma la generalizzazione è propria del processo umoristico e l’ironia nasce proprio da questo.

Forse non è stata una delle battute più felici della Finocchiaro. Proprio perché si basa su uno stereotipo, un luogo comune che ripetuto all’eccesso (quante volte ce lo sentiamo dire??) finisce col perdere la sua valenza critica per diventare quello che è, una frase fatta. Brutta (se vogliamo), che non fa ridere (certo), ma è pur sempre diritto di satira e ci mancherebbe anche altro offendersi per così poco. Poteva fare di meglio, questo sì, ma poteva anche fare di molto peggio. Non trovo nulla di offensivo nello sketch della Finocchiaro, ma mi chiedo che cosa sarebbe successo se a girare quel minispot sulla merdàggine del genere umano fosse stato un comico maschio, contorniato da bambini, che avesse detto “le donne sono tutte stronze” (o qualsiasi cosa aggettivale o sostantivale vi suggerisca la frase fatta e denigratoria), col bambino maschio che alza la manina e chiede “Anche la mia mamma??” e la risposta fulminante “Soprattutto la tua mamma!!” Ci sarebbe stato un plebiscito di indignazione, soprattutto femminile (oltre che femminista) con valanghe di tweet di condanna da parte della solita sinistra benpensante e quattrinaia (così ben rappresentata dalla “TV delle ragazze”) con tanto di radiazione del comico dalle fila della RAI. Forse la differenza fra uomini e donne è proprio questa: noi uomini, se ci dànno del pezzi di merda ci ridiamo. Le donne, se qualcuno dà loro delle “stronze” si incazzano a morte.

MA è, sempre e comunque, satira. Dio mio…

Ordine di carcerazione per Umberto Bossi (e pena sospesa -per ora!-)

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La notizia è di quelle che sono passate in sordina negli ultimi giorni, relegata a pochissime righe in una pagina interna sui quotidiano nazionali, o a un minuscolo link sulle home page dei giornali on line. Umberto Bossi è stato raggiunto da un ordine di carcerazione dopo il passaggio in Cassazione che ha confermato la condanna a 1 anno e 15 giorni di reclusione per il trascolorato leader della Lega, colpevole (a questo punto lo si può dire!) di vilipendio al Capo dello Stato, per aver definiti l’allora Presidente della repubblica Napolitano un “terùn” facendo contemporaneamente un accenno di gesto delle corna.

Dopo la sentenza di Cassazione, la magistratura di Brescia ha chiesto e ottenuto un ordine di arresto per Bossi. Subito dopo, però, ha emesso un’ordinanza di sospensione della pena. Bossi dovrà scegliere in quale forma di detenzione scontare la pena (sostanzialmente se carceraria o domiciliare) o se vorrà optare per la libertà vigilata o per l’affidamento inm prova ai servizi sociali, tutte forme “alternative” per scontare una condanna tutto sommato mite ma esecutiva. Bossi ha svariati precedenti penali al suo attivo (se volete approfondire l’argomento potete guardare la voce a lui dedicata su Wikipedia, che sui morti e i precedenti penali è un vero e proprio portento, bisogna riconoscerlo) e questo, probabilmente, ha fatto sì che una condanna a solo un anno e mezzo, una volta passata in giudicato, diventasse esecutiva.

Ma non è stata ordinata la carcerazione per un mariuolo qualunque. E’ stata ordinata la carcerazione per Umberto Bossi, il Ministro del Welfare dei governi Berlusconi, di cui la Lega è stata alleata per interi lustri. Non è un cittadino comune a dover andare in galera (o, come in questo caso, usufruire delle forme alternative di espiazione della pena), Bossi è stato una figura centrale delle trascorse legislature. E’ stato deputato e senatore, Ministro delle riforme del federalismo (le solite razzate leghiste), Ministro per le riforme istituzionali e la devoluzione. Col suo carico di carichi (gioco di parole) pendenti è stato anche membro della Commissione per le libertà e i diritti dei cittadini, la giustizia e gli affari interni dal 22 luglio 1999 al 10 giugno 2001. Cioè, chi si occupava della giustizia e dei diritti dei cittadini nel 1999-2001 adesso è stato oggetto di un ordine di carcerazione per vilipendio al Presidente della Repubblica.

Ha fatto parte di quel gruppo di politici di centro-destra che hanno amministrato e governato il Paese negli anni del non ancora terminato berlusconismo. E, come già accaduto per Berlusconi, adesso deve scontare una pena. Fa parte di quel gruppo di politici di spicco  per i quali si stanno lentamente aprendo le porte del carcere (o dei servizi sociali, si veda il caso). E’ solo questione di tempo. Una generazione politica formata da individui per cui la giustizia ha comminato la galera condannando così non già un gesto isolato e occasionale (può succedere a tutti una diffamazione o un vilipendio del capo dello Stato sotto forma di critica apparente, i social network ne sono pieni), ma la logica stessa che sottende e ha sotteso alla loro opera governativa. Non si è condannato un uomo o un politico, si è chiesto il carcere per un simbolo, peraltro tragicamente presente nella compagine governativa attuale.

Ma per l’informazione ufficiale italiana tutto questo conta poco, anzi, pochissimo.

Keep calm and love Aquarius

Reading Time: < 1 minutekkla

In Italia c’è ancora chi si siede sul divano a guardare in televisione, su Sky, le notizie di RaiNews24 o del TgCom sulla situazione dei 629 disgraziati della nave Aquarius (dimenticando che sono canali che si vedono gratuitamente anche sul digitale terrestre, ma volete mettere? Pagarli fa più figo…).

Poi si alza, si infila una polo, un paio di pantaloni mediamente decenti, e va a votare Lega alle elezioni comunali.

Intanto la Spagna offre Valencia come città aperta all’accoglienza e il nuovo governo si è immediatamente dichiarato disponibile. No, tanto per dire che razza di trave c’è nelle mutande degli spagnoli e che pagliuzza risieda in quelle degli italiani.

Silvio Berlusconi riabilitato e candidabile

Reading Time: < 1 minuteCosì, un Tribunale ha stabilito che Silvio Berlusconi è riabilitato. E, più precisamente, è stato il Tribunale di Sorveglianza di Milano che ha cancellato gli effetti della condanna dell’agosto 2013, tra cui l’interdizione dall’eleggibilità alla Camera e al Senato determinata dall’applicazione della legge Severino e che sarebbe dovuta durare sei anni (quindi fino al 2019). E c’è solo da immaginarsi che cosa succederà adesso se il governo che si sta per varare con il bacio mefitico tra M5S e Lega non dovesse andare in porto: il nostro eroe piangerà e sbraiterà perché vorrà che si vada di nuovo alle urne per vedere finalmente ripristinato il suo diritto a fare il Premier di una coalizione malridotta come l’armata Brancaleone e a ripresentarsi, ripulito di tutto punto da una sentenza che gli dà di nuovo il diritto al virgineo candore di un tempo, all’appuntamento con gli italiani. C’è solo di che sperare che la Procura della Repubblica interponga il ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale, anche perché se no non si spiegherebbe come una persona che è stata altrove (ma sempre in sede giudicante) definita un “delinquente naturale”, possa ambire all’elezione in Parlamento, esattamente come se fosse un giovanottino di primo pelo, incensurato e con il tremore in corpo al primo varcare la soglia di Montecitorio. Fiducia nella giustizia sì, ma oggi c’è chi, come me, accusa un fastidioso e persistente mal di stomaco.

Massimo D’Alema: “La Lega c’entra moltissimo con la sinistra”

Reading Time: < 1 minute«La Lega c’entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia. Tra la Lega e la sinistra c’è forte contiguità sociale. Il maggior partito operaio del Nord è la Lega, piaccia o non piaccia. È una nostra costola, è stato il sintomo più evidente e robusto della crisi del nostro sistema politico e si esprime attraverso un anti-statalismo democratico e anche antifascista che non ha nulla a vedere con un blocco organico di destra»

Massimo D’Alema, 30 novembre 1995, intervista al quotidiano “Il Manifesto”

Le dimissioni di Umberto Bossi: “di Siònne le torri atterrate”

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Una delle riconquiste culturali che le dimissioni di Umberto Bossi ci permetterà, con la riduzione in cenere della Lega Nord come forza di governo che non può più identificarsi con un leader che si autosclude, sarà il riappropriarci del “Va’ Pensiero” visto non più come un inno nazionale di una nazione che non c’è e non c’è mai stata, ma come patrimonio musicale insostituibile di tutta l’umanità. Ora che di Siònne vediamo le torri atterrate, possiamo indignarci dell’usurpazione della miglior musica di Verdi, ove olezzavano tèpide e molli canottiere e braghe come divise guerresche. Giù le mani da Giuseppe Verdi!

Il volume “L’idiota in politica” è partito alla volta della Biblioteca Comunale di Sesto Calende (buon viaggio!!)

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Mi fa piacere comunicarvi (ne vo’ sinceramente assai tronfio & sussiegoso), che jermattina mi son giunte le due copie del volvme "L’idiota in politica" di Lydia Dematteo, destinete in dono rispettivamente alle Biblioteca di Roseto degli Abruzzi, ma soprattutto a quella di Sesto Calende, vicenduola di cui vi ho già parlato in un precedente post.

Mi compiaccio nel condivider seco voi che la copia per Sesto Calende, che andrà ad affiancarsi a quella già  esistente, ma che alcuni consiglieri leghisti faranno in modo (legale!) di non condividere con gli altri utenti della biblioteca, è già stata inviata.

Infatti, in modo altrettanto legale, ho inviato il libro pagato con i miei soldi per raccomandata pagata con i miei soldi (eccovi lo screenshot!!)



specificando il mio desiderio di farlo restare per la consultazione interna.




Siete contenti? Io sì.

Il libro rapito: “L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord” e la Biblioteca di Sesto Calende

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Alla Biblioteca Comunale di Sesto Calende hanno acquistato, con i soldi che i cittadini pagano con le tasse, un volume di Lynda Dematteo intitolato «L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord» con prefazione di Gad Lerner.

Il sindaco di Sesto Calende, Marco Colombo, ha dichiarato "esiste una commissione che sceglie i libri e non mi risulta che la scelta sia stata condivisa. E poi, diciamolo, la bibliotecaria è di sinistra", e inoltre «I soldi dei cittadini del mio Comune si devono spendere meglio. E se qualcuno proprio vuole leggere quel libro, lo può cercare nel sistema interbibliotecario provinciale, dove ce ne sono già due copie».

Ma non finisce qui. Il libro è stato preso in prestito dall’assessore alla Cultura Silvia Fantino, e, una volta restituito al legittimo proprietario (cioè alla collettività, nella persona giuridica della Biblioteca Comunale di Sesto Calende) verrà posto in essere un "passalibro" di protesta, secondo le parole dello stesso Sindaco: "lo faremo prendere in prestito da un militante leghista ogni mese, a turno, così manifesteremo il nostro dissenso verso quell’acquisto".

Una forma di protesta originale e legittima.

Quindi, per quello che mi riguarda, informo i lettori del mio blog di aver appena ordinato via Internet DUE copie del libro della Dematteo. Una la donerò alla biblioteca comunale di Roseto degli Abruzzi, dove vivo. L’altra la invierò, sempre in dono, alla biblioteca comunale di Sesto Calende dove chiederò che venga acquisita per la sola consultazione interna e non per il prestito.

Una forma di protesta originale e legittima.

Vi terrò informati.

Roberto Maroni: “Io la base la conosco bene”

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«Io la base la conosco bene: se voi andate a prendere un blog scritto da non si sa chi che dice male del ministro Maroni, bene, ma in questi ultimi vent’anni tanta gente ha scritto male o bene di me, dunque mi lascia del tutto indifferente. La cosa importante è che ci sia una guida, un progetto politico e una strategia che noi seguiamo, questa è la Lega»

(Roberto Maroni)

Marco Reguzzoni – “Il popolo (…) e’ l’unica figura che e’ sempre sopra il Capo dello Stato”

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"Per principio e anche per doveroso rispetto non commentiamo mai le dichiarazioni del Capo dello Stato. Bossi però a Venezia ha fatto riferimento alla necessità che si possa esprimere il popolo, il popolo è sempre sovrano e quindi è l’unica figura che è sempre sopra il Capo dello Stato. Il popolo ha sempre diritto di dire la sua."

(Marco Reguzzoni)

Cittadella: il sindaco Massimo Bitonci vieta la vendita di kebab nel centro storico

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Ho lavorato per quasi quattro anni a Cittadella (PD), e questo ve l’ho raccontato tante volte.

Credo di conservare in quel (bel) paese alcuni dei ricordi migliori della mia vita. Ci ho lavorato con entusiasmo, speranza e un briciolo di incoscienza. Ma ci sono stato benissimo, alla faccia delle difficoltà e di tutti quello che poteva conseguirne.

Un giorno, appena un mese e mezzo prima di sposarmi e di trasferirmi, ricevetti una lettera dell’Ufficio Anagrafe che mi offriva di diventare cittadino residente (anziché “domiciliato”), possibilità che non sfruttai.

Li trovavo veramente curiosi i cittadellesi, enigmatici come le mura che racchiudono il centro storico, che coi loro secoli di storia ne avrebbero di vicende da raccontare.

Brava gente, senza troppi grilli per il capo. Ovvio, qualcuno è un po’ fissato con gli “schèi”, ma questa è una caratteristica panveneta e non è certo propria di questa o di quella località.

Il sindaco di Cittadella, nonché deputato della Repubblica (della Repubblica, sia detto chiaramente e non della Padania!) Massimo Bitonci ha disposto il divieto di vendita del kebab nel centro storico e nelle vicinanze.

Le motivazioni sono contenute in questa dichiarazione: ”non sono certamente alimenti che fanno parte della nostra tradizione e della nostra identità, senza considerare che, nei luoghi dove se ne è permessa l’indiscriminata apertura, le amministrazioni comunali e i cittadini si sono pentiti amaramente”.

Sul fatto che l’alimento non faccia parte della nostra identità si potrebbe obiettare che questa non ci appare una osservazione di particolare pregio a favore dell’ipotesi antikebabista. Neppure i pomodori, il cacao, le patate, il mais sono prodotti dela nostra tradizione, vengono dall’America, eppure i veneti con il mais usano fare polenta che considerano (quella sì) “della nostra identità”, la pizza con la pummarola ‘n coppa è segnatamente napoletana, eppure in Veneto viene servita in modalità e gusti splendidi. Il kebab è una vivanda mediterranea, intendendo per “mediterraneo” il fatto che il Veneto si affaccia sul Mar Mediterraneo esattamente come ci si affacciano alcuni paesi nordafricani, la tradizione del cous-cous e delle sarde in saor è la stessa, solo che non lo sappiamo.

Il baccalà alla vicentina altro non è che un mantecato di stoccafisso. E lo stoccafisso viene dalla Norvegia, fa forse parte dell’identità veneta?

Proibire la vendita del kebab a Cittadella è come proibire la vendita dello Spritz a Pantelleria.

C’è solo da aspettare che a Cittadella, o nelle zone limitrofe, qualcuno si attrezzi per mettere su un hamburgerificio in forma di Fast Food con salse di senape e ketchup in bidoni di plastica, che si mettano a vendere polpette in mezzo a panini morbidi al sesamo con mezza foglia di lattuga e una sottiletta di formaggio arancione, per vedere se i permessi verranno rilasciati o meno, ma c’è da scommettere che in quel caso le amministrazioni comunali non si pentiranno amaramente.