Marco Travaglio e la scomparsa del fatto

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La notizia è un po’ datata, ma, come vi dico sempre io, questo non è un blog di informazione, in cui la tempestività è il primo requisito utile ed indispensabile, ma di opinione, e le opinioni si possono esprimere sempre e quando ci pare.

Ciò premesso, Marco Travaglio stavolta l’ha fatta proprio fuori dal vaso. Il 1 giugno scorso, in un editoriale che si intitola(va) “Meglio o meno peggio?” scriveva a proposito dell’appena nato governo Conte:

“Tutto se ne può dire, fuorché che sia peggiore di quelli degli ultimi 15 anni. Non c’è neppure un ministro inquisito o condannato, ed è la prima volta dal 1994.”

Ora, che questo governo non sia peggiore di quelli degli ultimi 15 anni è e resta una opinione di Marco Travaglio, legittima anche se non condivisa e condivisibile (difatti io non la condivido); ma il fatto che non ci sia neppure un inquisito o un condannato al suo interno è una notizia palesemente falsa. Io non sono un blogger di professione, non sono nemmeno un debunker di stato di quelli assoldati dalla Boldrini quando era Presidente della Camera, quindi non spetta a me corredare e confermare quanto sto dicendo. In fondo per essere debunker servono solo saper leggere e un accesso a Google, per cui potrete consultare la situazione giudiziaria dei neo-ministri in carica semplicemente cercandovela da soli o consultando Wikipedia, che è il più grande casellario giudiziale disponibile in rete, impietoso coi nemici e comprensivo con i simpaticoni.

Vedrete, giocando anche voi un pochino agli Attivissimi e ai Puentes de noàrtri, che quello che scrive Marco Travaglio non è affatto vero. E c’è da chiedersi perché e come Marco Travaglio cada in questo svarione, lui che è sempre attento al centesimale dell’affermazione giornalisticamente pura. Se la situazione delle condanne e delle pendenze penali degli interessati l’ho trovata io poteva benissimo conoscerla anche lui ed evitare di scrivere quella che è una solenne inesattezza (non è vero quel che ha scritto, ma è vero esattamente il contrario).

Questa è esattamente quella che Travaglio considera, in suo bellissimo libro (purtroppo assai poco reperibile) intitolato “La scomparsa dei fatti” come l’omissione del fatto per far trionfare l’opinione. Come se fosse l’opinione e non il fatto a contare e ad essere centrale nella dinamica dell’informazione.

Travaglio stavolta l’ha proprio cannata di brutto. E speriamo che si tratti solo di un caso grave ma isolato. Non vorrei dover assistere alla scoparsa dei fatti, quella vera, per l’esaltazione di questo governo che non ha assolutamente nulla di esaltante.

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La figlia di Beppe Grillo segnalata alla Prefettura per uso personale di sostanze stupefacenti

La figlia di Beppe Grillo, Luna, è stata fermata e pare abbia consegnato spontaneamente alle forze dell’ordine un quantitativo di cocaina per uso personale.

Per questo motivo, come d’obbligo, è stata segnalata in Prefettura come “consumatrice di sostanze stupefacenti”.

E’ una delle tante procedure da medioevo che abbiamo in Italia, e che non fa altro che dare pane ai denti dei giornalisti, quegli stessi giornalisti che rivendicano una stampa libera e indipendente (con i contributi pubblici!) e si indignano perché la Lega Nord ha fatto loro lo sgambetto sul decreto di riforma del reato di diffamazione.

E’ ovvio che l’attenzione è sviata. Si colpisce, mettendola sui giornali, la figlia di Beppe Grillo per insinuare qualcosa sul padre, come se padre e figlia fossero la stessa persona.

Ma quello che non si dice è che abbiamo un sistema giuridico e giudiziario al collasso per cui se detieni un certo quantitativo per uso personale di cocaina vieni segnalato alla Prefettura, fermo restando che non si tratta di un reato, mentre se fai un uso smodato di alcol, anche se ti fermano non vieni segnalato alla Prefettura come consumatore abituale di una sostanza stupefacente (non ci sono dubbi che l’alcol lo sia, viene segnalato sulla tabella ufficiale delle droghe dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) e si aspetta che accada il danno irreparabile per poter prendere dei provvedimenti. Che so, che uno vada a schiantarsi contro qualcun altro e lo ammazzi.

Ma l’alcolismo non fa notizia come la figlia di Beppe Grillo. Perche’ se la figlia di Grillo tira di coca piu’ o meno abitualmente magari hai la possibilita’ di mettere in cattiva luce il padre, mentre se qualcuno beve non si ha la possibilita’ di sputtanare nessuno.

E’ l’informazione, bellezza.

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Francesco Rutelli sul DDL-Diffamazione

“Occorre evitare che la ‘legge salva-Sallusti’ diventi un via libera alla diffamazione facile; come si fa a confondere la pretesa di diffamare con il diritto di informare? In tutte le democrazie europee è previsto il carcere per le diffamazioni gravi, oppure sanzioni pecuniarie severe. Togliamo il carcere, salviamo Sallusti. Ma non passiamo a sanzioni ridicole: saremmo l’unico Paese che lo fa.”

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Il popolo dei post-it scende in piazza accanto alla casta dei giornalisti. Quello dei blogger resiste!

Sono in piazza, dunque, quelli che si mettono un post-it sulla bocca.

"Repubblica" ha pubblicato la foto che vi (ri)propongo a corredo di un articolo di stefano Rodotà (che è una brava persona e mi riprometto di leggere il suo intervento più tardi…).

Questi qui mi fanno paura. Sono ragazzini. Li guardo bene e mi paiono implumi, manifestanti indignati a fianco della casta dei giornalisti, connivente fino a ieri con il governo. Li vedo indifesi, ragazzi sbaragliati a manifestare contro una legge ingiusta a fianco di gente ingiusta. Perché:

– i giornalisti che scendono in piazza oggi sono per la maggior parte dipendenti da testate e quotidiani che ricevono il finanziamento pubblico a getto continuo;
– i giornalisti che scendono in piazza oggi sono per la maggior parte a servizio di testate ed editori il cui controllo, direttamente o indirettamente, è afferibile al Presidente del Consiglio;
– i giornalisti che scendono in piazza oggi sono per la maggior parte gli stessi che non disdegnano di pubblicare particolari morbosi degli eventi di cronaca giudiziaria, di spellarsi sullo zoccolo indossato dalla Franzoni nel delitto di Cogne, di scannarsi sull’orecchino di Elisa Claps pubblicando perfino le foto del cadavere e dimostrando di non avere pietà per nessuno;
– i giornalisti che scendono in piazza oggi sono per la maggior parte favorevoli alla clausola "riproduzione riservata" posta in calce agli articoli on line delle maggiori testate e che impedisce, di fatto, a norma della legge sul diritto d’autore, la realizzazione di rassegne stampa su eventi di attualità;
– i giornalisti che scendono in piazza oggi sono per la maggior parte favorevoli all’obiezione di coscienza e, quindi, al carcere per la pubblicazione delle intercettazioni contenute negli atti di indagine (vedere l’AD di SKY) perché hanno dalla loro gruppi editoriali che possono permettersi il lusso di assumere difensori di grido e affrontare un processo penale e un provvedimento disciplinare, cosa che non può fare un free-lance o un blogger.

Il bavaglio colpisce anche la rete, lo sappiamo bene, con l’odiosa norma sull’obbligo di rettifica previsto per qualunque sito web. Chi non si adegua va in carcere.

E, quindi, "scusate, non mi lego a questa schiera", come disse il poeta, sto in trincea, loro possono permetterselo di scendere in piazza e proclamare, indignati, lo sciopero dell’informazione.

Ma se l’informazione fa sciopero, le idee non si astengono. Mai. Non le mie.
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La manifestazione per la liberta’ di stampa e di informazione chiede solo due euro al giorno

Nel corso della manifestazione per la libertà di stampa (ma libertà di che cosa? Di continuare a lecchinare il potere di Berlusconi che grazie a Partito Democratico, Repubblica e Unità consenzienti continua ad essere il migliore alleato del Governo!) si è letto che "2 euro di stampa libera al giorno levano Berlusconi di torno".

A parte il fatto che io per togliermi di torno Berlusconi di euro ne spenderei anche 10 al giorno, ma di quale stampa libera vanno cianciando lorsignori?

Di quella che viene sovvenzionata con i soldi dello stato? Bell’esempio di libertà! L’informazione a due euro al giorno è sottocosto, come le lattine dei pelati del supermercato che sono prossime alla scadenza.
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3 ottobre 2009: la protesta della vergogna dei blogger

Le iniziative strampalate ed estemporanee in rete pullulano di idee vecchie come il cucco e sempre più ripetitive.

Il 3 ottobre qualcuno si è inventato la protesta dei blogger. Vorrebbero che ciascuno si unisse alla protesta della stampa italiana di regime per il bavaglio alla libertà di informazione. Pretenderebbero o auspicherebbero, in altre parole, poveri illusi, che i blogger scendessero vitualmente in piazza per protestare contro le leggi che stanno per chiudere loro la bocca in Internet, appoggiandosi al baillàme dei vari “Repubblica”, “Corriere”, “L’Unità” e compagnia cantante.

Avranno pensato che se il baraccone mediatico trascina i grandi, qualche pesce piccolo si può sempre unire alla fanfara e fasri suonare il suo pezzetto di musica dal tamburo principal della banda d’Affori dell’editoria, che comanda da solo centocinquanta pìfferi.

I blogger scendono in piazza assieme agli organi di stampa che godono delle sovvenzioni e dei contributi pubblici che lo Stato elargisce a piene mani da Giuliano Ferrara a Concita Di Gregorio, passando anche per “Liberazione”. Un blog non riceve sovvenzioni da nessuno. E c’è una differenza sostanziale.

Dicono che il 3 ottobre tutti dovremo uscire con un post contro la repressione della libertà di opinione e di divulgazione del pensiero. Ma è quello che sto facendo da sempre. Perché mai questa attenzione al 3 ottobre? Il 4 forse le cose miglioreranno? Cambieranno? No di certo.

E che dire del fatto che il tre ottobre prossimo la manifestazione dei precari della scuola sarà oscurata dal tam tam dei blogger e dei giornalisti di regime che si sono accorti solo ora che c’è qualcuno che li sta trattando con il bastone. Ma è lo stesso padrone dalla cui mano hanno mangiato volentieri le carote.

Vergogna blogger!!

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Informazione: l’Italia e’ al 74.o posto

Moderatore: Marco Travaglio (Giornalista). Relatori: Pancho Pardi (Senatore Italia dei Valori); Nicola Tranfaglia (Storico), Vittorio Occorsio (Presidente associazione "Giovani e cultura"), Antonio Di Bella (Direttore del TG3), Concita De Gregorio (Direttrice de l’Unità), Francesca Fornari (Giornalista e vignettista).

Vasto, 18 settembre 2009

da: http://www.radioradicale.it/scheda/287154
Licenza: http://creativecommons.org/licenses/by/2.5/it/

Ascolta l’evento direttamente dal nostro lettore di MP3:

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Gianni Riotta direttore de “Il sole 24 ore”

Si è parlato tanto del ritorno di Ferruccio De Bortoli alla direzione del Corriere della Sera. Praticamente una rivincita, o, per traslare un termine dal giuridichese, un "atto dovuto".

Non si è parlato quasi per niente del fatto che all’attuale posto di De Bortoli al Sole 24 Ore andrà Gianni Riotta. E’ una cosa terribile.

"Il Sole 24 ore" lo compro rarissimamente, e solo di domenica quando c’è l’inserto culturale, il resto lo sfoglio distrattamente tanto non ci capisco una mazza.

Per il resto lo vedo a scuola, dove ne arrivano a paccate per le iniziative de "Il Quotidiano in classe" e dove il giornale viene pietosamente depositato nel contenitore della carta da riciclare dopo la sesta ora, quando, cioè, non serve più a nessuno.

Gianni Riotta, nel TG1 è famoso per aver dato un premio a Roberto Saviano per "Gomorra". Il minimo risultato con il minimo sforzo.

E’ Grande Ufficiale della Repubblica. Per questo non ha mai parlato male del Governo di turno. Noblesse oblige.

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Il feticismo dei giornalisti sulle ultime foto di Chiara Poggi

C’è del feticismo nella vicenda processuale che riguarda l’omicidio di Chiara Poggi, a Garlasco.

Ma, tanto per cambiare, non si tratta del feticismo che riguarda le immagini rinvenute nel PC del presunto assassino Alberto Stasi, che fotografava piedi e scarpe di sconosciute col cellulare e salvava tutto il suo prezioso materiale iconografico in cartelle dai nomi più che eloquenti.

Il feticismo dell’informazione è quello della non-notizia, del bisogno disperato di riempire spazi web, pagine stampate, vuoti di pensiero, in occasione delle udienze per il rivio a giudizio dell’indagato.

Siccome l’unica notizia è che non ci sono notizie, allora la notizia si inventa, poco importa se è falsa anche lei.

E la notizia è che ci sono le ultime fotografie della povera vittima da commentare con morbosa ossessione giornalistica e da sbattere in prima pagina con commenti pietosi.

Sono solo fotografie, in realtà, e i giornalisti lo sanno bene. Ma ci mettono il carico da undici e quelli de "La Provincia Pavese" commentano così una delle immagini "provvidenzialmente" sfuggite alla pietà umana di chi dovrebbe detenerli (gli inquirenti): "Così appare la ragazza di Garlasco: dimagrita, aria pensieriosa, borsa a tracolla, jeans e maglia a righe."

Ma che razza di notizia è mai il fatto che una ragazza che sarebbe stata uccisa di lì a pochi giorni ha l’"aria pensierosa" e appare addirittura "dimagrita"?

Forse le foto a volte vengono male, o forse le persone dimagriscono, magari non hanno voglia di farsi fotografare, magari le altre foto non sono così "pensierose", magari era stanca, magari sì, si stava anche accorgendo di avere un fidanzato pirla, ma questo che cosa vuol dimostrare?

E che cos’altro si vuol dimostrare con il fatto che Stasi avesse il computer pieno di file porno e di scatti di estremità femminili? Che è un vizioso e un maiale? E va bene, e adesso che lo sappiamo, per Lorsignori dell’informazione cosa cambia, di grazia?

Dovrebbero dirci in base a quali elementi l’unico indagato della vicenda potrebbe essere colpevole o innocente. L’informazione è questa, punto. Basta. Nient’altro. Non si può insinuare che una persona è colpevole solo perché guardava i piedi delle donne e amava farne collezione per la sua personale perversione, o perché il golfino della vittima è a righe o perché negli ultimi tempi era dimagrita. Non sono dati, sono interpretazioni. Non è informazione, è pettegolezzo.

Ma finalmente l’opinione pubblica italiana da Grande Fratello che tutto vuol vedere sarà contenta.
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L’opposizione di Famiglia Cristiana

Sta diventando pietoso dover spezzare una lancia a favore di "Famiglia Cristiana", che è diventato il principale periodico di opposizione.

Monsignor Gianfranco Ravasi (biblista straordinario, uomo di immensa cultura, divulgatore raffinatissimo, sì, però a volte che due palle!) potrebbe fare efficacemente il Ministro della Cultura al posto di Bondi (e lì a far meglio ci vuole decisamente poco) e poi vogliamo Suor Germana alle pari opportunità, che tutt’al più nelle intercettazioni telefoniche con Berlusconi potrà sciorinare sì e no un paio di rosari, così tra una discussione e l’altra due bucatini all’amatriciana fatti come si deve se non altro fanno tornare il buonumore.

E’ naturale che quando Famiglia Cristiana ha denunciato la deriva fascista del programma di governo il Vaticano si sia subito distanziato dalle prese di posizione del settimanale, dicendo che intanto quelle non erano le opinioni ufficiali della Chiesa (ma perché, era proprio obbligatorio che "Famiglia Cristiana" le riportasse? E averne di proprie è un delitto??) e che soprattutto non erano nemmeno le opinioni della CEI, per cui settebello, denari, carte, primiera e due scope fanno 6-0 per la ChiesaCattolica®, e via altro giro.

Per cui la linea editoriale sarà ancora quella delle copertine dai colori pastellati, con famiglie che sorridono, felici di essere adocchiate la domenica mattina in chiesa all’uscita dalla messa (e per i fanciulli che piangono c’è sempre "Il Giornalino", che lo fanno ancora e funziona meglio di una camomilla). Distribuendo buonismo a fiumi e non parlando più di fascismi striscianti, "Famiglia Cristiana" si candiderebbe così a diventare l’organo ufficiale del Partito Democratico con i battimani dell’ex Margherita che, finalmente, vedrebbe Berlusconi libero da critiche e da paletti assurdi come il conflitto d’interesse, con il permesso nemmeno tanto tacito di governare, cioè né più né meno del compimento pieno e assoluto del proprio programma politico.

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Il decreto che salverà Rete 4

Se c’era una possibilità che Emilio Fede andasse a raccontare le proprie stronzate sul satellite e che Europa 7 potesse riavere le sue frequenze, Berlusconi l’ha dribblata con il provvedimento "ad retem" che segue. E’ solo il primo di una lunga serie, non scandalizziamoci, il peggio deve ancora venire.

Dopo l’articolo 8, aggiungere il seguente:

Art. 8-bis. – 1. L’articolo 15, comma 1, del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, è sostituito dal seguente:

«1. Fatti salvi i criteri e le procedure specifici per la concessione dei diritti di uso delle radiofrequenze per la diffusione sonora e televisiva, previsti dal Codice delle comunicazioni elettroniche, di cui al decreto legislativo 1o agosto 2003, n. 259, in considerazione degli obiettivi di tutela del pluralismo e degli altri obiettivi di interesse generale, la disciplina per l’attività di operatore di rete su frequenze terrestri in tecnica digitale si conforma ai principi della direttiva 2002/77/CE della Commissione del 16 settembre 2002 e della direttiva 2002/20/CE del Parlamento europeo e delConsiglio del 7 marzo 2002. Tale attività è soggetta al regime dell’autorizzazione generale, ai sensi dell’articolo 25 del Codice delle comunicazioni elettroniche, di cui al decreto legislativo 1o agosto 2003, n. 259».

2. Le licenze individuali già rilasciate ai sensi della deliberazione dell’AGCOM n. 435/01/CONS, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono modificate, su iniziativa del Ministero dello sviluppo economico, allineandole alle disposizioni del presente articolo. È abrogato l’articolo 25, comma 12, della legge 3 maggio 2004, n. 112.

3. Fermo restando quanto stabilito dalla vigente normativa in materia di radiodiffusione televisiva, il trasferimento di frequenze tra due soggetti titolari di autorizzazione generale avviene nel rispetto dell’articolo 14 del Codice delle comunicazioni elettroniche, di cui al decreto legislativo 1o agosto 2003, n. 259, e successive modificazioni. La prosecuzione nell’esercizio degli impianti di trasmissione è consentita a tutti i soggetti che ne hanno titolo, anche ai sensi dell’articolo 23, comma 1, del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, fino alla scadenza del termine previsto dalla legge per la conversione definitiva delle trasmissioni televisive in tecnica digitale, nel rispetto del programma per il passaggio definitivo alla trasmissione televisiva digitale di cui al comma 5 e dell’attuazione del Piano nazionale di assegnazione delle frequenze.

4. Nel corso della progressiva attuazione del piano di assegnazione delle frequenze televisive in tecnica digitale terrestre, nel rispetto del relativo programma di attuazione di cui all’articolo 42, comma 11, del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, i diritti di uso delle frequenze per l’esercizio delle reti televisive digitali saranno assegnati, in base alle procedure definite dall’Autorità nella delibera n. 603/07/CONS e sue successive modificazioni e integrazioni, nel rispetto dei principi stabiliti dal diritto comunitario, basate su criteri obiettivi, proporzionati, trasparenti e non discriminatori.

5. Al fine di rispettare la previsione dell’articolo 2-bis, comma 5, del decreto-legge 23 gennaio 2001, n. 5, convertito, con modificazioni, dalla legge 20 marzo 2001, n. 66, e successive modificazioni, e di dare attuazione al piano di assegnazione delle frequenze, con decreto del Ministro dello sviluppo economico non avente natura regolamentare, d’intesa con l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, è definito, entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, un programma per il passaggio definitivo alla trasmissione televisiva digitale terrestre con l’indicazione delle aree territoriali interessate e delle rispettive scadenze.

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Antonio Di Pietro – La scomparsa dell’informazione

Lunedì 25 giugno Italia dei Valori ha organizzato il convegno “La scomparsa dell’informazione”. All’incontro hanno partecipato insieme a me, Oliviero Beha, Alessandro Casarin, Peter Gomez, Katharina Kort e Paolo Nizzola.
Riporto il video del mio intervento. Nei prossimi giorni pubblicherò gli interventi degli altri partecipanti.

Testo:

Vi ringrazio per la disponibilità ad ascoltare questo grido di allarme che Italia dei Valori ha voluto lanciare in un panorama incredibilmente concorde, nel sistema politico attuale, nel sistema dei poteri attuale, nella voglia di criticare e imbavagliare l’informazione dopo aver criticato e cercato, in parte con successo, di imbavagliare la magistratura.
E’ una campagna di informazione e mobilitazione che abbiamo avviato da un mese e che stiamo facendo nelle città, nei quartieri, nei mercati, proprio perché nei mezzi di informazione tradizionali se ne parla poco, e quando se ne parla, è per stigmatizzare il comportamento della stampa che pubblica i verbali e le intercettazioni o del magistrato che ha condotto l’indagine o disposto l’intercettazione, senza però mettere in giusta evidenza il contenuto dell’informazione.
E’ di questo che dobbiamo parlare: del contenuto che molte volte non piace a noi politici, ed è giusto. Chi fa il politico, o chi è comunque un personaggio pubblico, è ovvio e naturale che venga sottoposto a una verifica di attendibilità e di correttezza dei comportamenti, proprio per valutarne l’operato.
In realtà noi dovremmo ringraziare l’informazione perché ci consente di sbagliare meno e di correggere i nostri errori. Io stesso sono stato più volte oggetto di un’informazione che ha rimarcato alcuni miei comportamenti non corretti: ho cercato, dopo averne preso atto, di modificare quei comportamenti. Credo che nessuno di noi possa scagliare la prima pietra. Non si può pensare davvero che ognuno di noi sia immune da errori.
Il problema è che quando questo ti viene fatto notare, è inutile lamentarsi: occorre prenderne atto.
Prenderne atto e, ad esempio, stare attento agli amici a cui chiedi un prestito. Questa è la correttezza e l’umiltà con cui si deve affrontare il rapporto tra informazione e pubblica funzione.
Ecco perché credo sia necessario che l’informazione libera debba rimanere anche quando questa fa male. Ci aiuta a fare meglio gli interessi della collettività.
L’Italia dei Valori ed io, se dovesse passare una legge sulle intercettazioni telefoniche che ne impedisse la pubblicazione una volta depositati gli atti, le pubblicheremmo tutte sul sito e sul mio blog, assumendocene la responsabilità, in modo da risolvere il problema ai giornalisti.
Dove vogliamo arrivare?
Vogliamo garantire il diritto dei cittadini a essere informati correttamente, in modo che possano giudicare e scegliere. Non è vero che si possono pubblicare solo gli atti penalmente rilevanti: c’è una rilevanza non penale ma politica, che è perfino più importante.
C’è necessità che i cittadini vengano a conoscenza di certe informazioni prima di votare, non dopo.
Sapere dopo tre anni che il Governatore della Banca d’Italia teneva certi comportamenti, non serve a niente. Né serve a niente dire che è penalmente irrilevante sapere che Consorte prende, per una consulenza di 24 ore, 50 milioni di euro. E’ palese che una consulenza del genere non costa 50 milioni di euro: quello è il prezzo di un documento che giustifica un’operazione poco trasparente, ed è bene che i cittadini sappiano di questa operazione.
Sulla legge sul conflitto di interessi c’è già un accordo trasversale per legittimare, ne più ne meno, la situazione attuale, fotografandola.
Bisogna inserire tre emendamenti, altrimenti voteremo contro. Il vero conflitto di interessi è, oggi, all’interno del Parlamento che è il luogo con la maggior percentuale di persone con problemi di giustizia. Si può risolvere con una legge di un solo articolo: i condannati con sentenza penale passata in giudicato non si possono candidare, punto.
Secondo, devi fare una scelta: puoi fare l’imprenditore, il giornalista, il fotografo o quello che vuoi ma se sei al governo non puoi avere alcun altro interesse soprattutto non puoi avere concessioni o licenze di attività pubbliche. I nostri padri l’avevano capito nel ’57, quando c’era ancora il tubo catodico.
Terzo, il blind trust. Il blind trust all’italiana, come dice Sartori, non serve a niente. Se decido io chi cura gli interessi delle mie attività, gli dico di notte cosa fare di giorno. Ci vuole una separazione netta tra incarichi pubblici e interessi privati.
Dobbiamo uscire dal duopolio Rai-Mediaset attraverso la liberalizzazione delle frequenze radiotelevisive e la loro assegnazione in base a criteri di equità. E dobbiamo intervenire sulla ridistribuzione equa della raccolta pubblicitaria.
Noi, infine, abbiamo proposto due emendamenti fondamentali alla legge sulle intercettazioni: deve cessare la segretezza nel momento in cui un atto è a disposizione delle parti; non deve essere attribuita all’anello più debole, al giornalista, l’eventuale sanzione pecuniaria per la violazione della legge.

Ci sono tanti giornalisti liberi, dobbiamo fare in modo che essi non siano eroi ma cittadini normali che facciano il loro dovere, informando.

da: www.antoniodipietro.it

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