Gentiloni scambia Melville per Oscar Wilde

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Delizioso svarione del Presidente del Consiglio a “Che tempo che fa”, domenica scorsa.

Nel citare “Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street”, Gentiloni ne ha attribuito la paternità letteraria a Oscar Wilde (che era irlandese), mentre è universalmente noto che l’opera è stata scritta da Hermann Melville (che era statunitense).

“Poco male” – direte voi – “sbagliano tutti” ed è proprio vero, tutti sbagliano e tutti sbagliamo: ma non tutti siamo il Capo del Governo. L’esercizio della retorica è proprio della politica, è un’arte raffinata e delicata, non si può metterne in pericolo il risultato finale con una citazione sbagliata. E infatti una volta profuso lo svarione governativo, su Twitter è stato tutto un rincorresrsi di tam tam della serie “Avete sentito?” “Sì, ha detto proprio così, ha citato Oscar Wilde” “Noooo, ma davvero? Ma che figura!” e poi via a cavalcare l’onda della notizia.

Io, come sempre, arrivo con leggero ritardo e in leggera controtendenza, ma queste cose disturbano il mio senso estetico e mi dànno parecchia ma parecchia noja. Tra l’altro gli errori letterari paiono essere quelli su cui maggiormente scivolano i nostri massimi rappresentanti: prima di quello di Gentiloni c’era stato Renzi che aveva attribuito a Borges una poesia che non era di Borges. E si va avanti così, con faciloneria e sciatteria diffuse. E, soprattutto, con silenzio. Permettete allora che qualcuno che si arrabbi ci sia.

Il Governo si costituisce innanzi alla consulta

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Pare non finire più la tintura di fosco che sta assumendo il prosieguo del processo a Marco Cappato per l’accusa di suicidio assistito nel confronti di Dj Fabo. Gli atti, come sapete, sono stati trasmessi alla Consulta (la Corte Costituzionale) che dovrà decidere se la normativa, di origine del periodo fascista, che disciplina il reato in questione, sia ancora compatibile con la Costituzione e con i principi di libertà di cura (e, dunque, anche di libertà di porre fine alle proprie sofferenze in modo dignitoso) che essa sancisce.

Negli ultimi giorni è arrivata la notizia che il Governo Italiano, zitto zitto, tomo tomo, cacchio cacchio, nelle sue piene funzioni di “disbrigo degli affari correnti”, si è costituito nella vicenda. Ma non, come ci si sarebbe aspettato, per la conservazione del diritto a morire quando la propria vita dipende da fattori esterni che non ne garantiscono più la dignità, ma proprio per il contrario. Cioè, il Governo Italiano si è costituito per chiedere che la Consulta dichiari costituzionale la norma e che (quindi) Marco Cappato vada in carcere. Avrebbe potuto tranquillamente rimettersi alla saggezza e al libero arbitrio della Consulta, nel pieno rispetto della diversificazione e separazione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario), invece no, ha voluto mettersi in mezzo con tutti gli assi del piatto della bilancia che si scombinano e che rischiano di rendere ancora più oscuro il cammino che va verso la sentenza.
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Benigni diffida Report. Anzi, no, lo querela

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Pare che Roberto Benigni abbia diffidato Report dal trasmettere una certa inchiesta con “notizie false e gravemente diffamatorie” (secondo quanto riferito dall’avvocato dello stesso Benigni). Nonostante la diffida il programma è andato in onda lo stesso, quindi Benigni e la moglie hanno dato mandato al loro legale (Michele Gentiloni Silveri, cugino dell’attuale Primo Ministro) di depositare una querela nei confronti di Giorgio Mottola e di Sigfrido Ranucci.

Questi i fatti. Quali siano questi contenuti così sommamente diffamatòri non lo sappiamo né, devo dire, ci interessa particolarmente.

Quello che (invece) sì, ci interessa, è la dinamica dell’azione legale così come si è sviluppata.

Premetto che considero l’istituto della diffamazione, così per come è strutturato e concepito oggi, uno strumento di esercizio di potere nelle mani del più forte nei confronti del più debole. Poi, che sia Benigni che Report deboli non lo siano affatto, è un’altra verità che va tenuta in debita considerazione. Ma anche tra loro c’è un certo grado di soccombenza reciproca, laddove Report è trasmissione giornalistica (non di regime) realizzata con contenuti autonomi e svincolati dalle direttive della RAI, e Benigni, invece, è l’artista che, anche se suppostamente danneggiato, esercita un’azione di forza sul tema della libertà di espressione, di cronaca e di critica.
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