Diffamazione nei confronti di Mauro Voerzio: Giulietto Chiesa patteggia. Ma si è dichiarato colpevole o innocente?

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Sono andato a cercare su Google il link a qualche fonte che approfondisse la sentenza che sanziona Giulietto Chiesa a 1500 euro di multa per diffamazione nei confronti del giornalista Mauro Voerzio. Ho trovato questo riferimento

che riferisce che

“Accusato di aver diffamato un reporter italiano nel Donbass, Chiesa non si è dichiarato colpevole…”

mentre andando a controllare la fonte in questione (un articolo di David Puente su Open) si apprende che

“…Chiesa non si è dichiarato innocente preferendo patteggiare”

Insomma, Chiesa si è dichiarato colpevole o innocente? Di certo c’è che patteggiando ha scelto un rito alternativo che costituisce un vero e proprio mostro giuridico. La sentenza per patteggiamento, infatti, pur essendo equiparata a sentenza di condanna, non è ontologicamente una sentenza di condanna, perché per poter arrivare a stabilire la responsabilità penale del reo occorre un procedimento dibattimentale che arrivi alla prova provata mediante il contraddittorio tra le parti (contraddittorio che nell’applicazione della pena su richiesta dell’imputato e del pubblico ministero evidentemente non c’è). Insomma, Chiesa innocente non è, e colpevole nemmeno.

Condiscono l’articolo di Open le scansioni della prima pagina della sentenza di applicazione della pena su richiesta (quella in cui si comminano i 1500 euro di multa, appunto) e il Decreto di Citazione diretta a giudizio in cui si evince il capo di imputazione. Tutto normale, per carità, si tratta di atti pubblici, anche se dalla lettura del dispositivo di sentenza si evince che la stessa è stata emessa “in camera di consiglio”. Mi chiedo, dunque, se fosse stato veramente necessario pubblicare quei documenti che non dànno nessun apporto ulteriore alle informazioni già contenute nell’articolo (entità della pena applicata, scelta del rito alternativo da parte dell’imputato, frasi suppostamente diffamatorie contestate). Me lo chiedo. Ma non trovo nessuna risposta

Era solo un ragazzo

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Un giovane di 24 anni, Luca Sacchi, è stato ucciso mentre difendeva la fidanzata da un’aggressione e da uno scippo. Non c’è nulla da dire, è una tragedia. A poche ore dalla morte dello sventurato giovane, è apparso questo commento di David Puente sulla sua pagina Facebook (e, successivamente, sotto forma di screenshot, anche sul suo profilo Twitter):

La cosa che Puente mette in rilievo e stigmatizza (e fa bene!) è che “La prima curiosità che ‘smuove le coscienze’ è scoprire la nazionalità della vittima e degli aggressori, poi magari anche le loro posizioni politiche”. Da qui una serie di brevi valutazioni sulle possibili (quattro) reazioni riscontrate e una conclusione che ci appare un po’ semplicistica e frettolosa per cui “Se vi riconoscete in questi ‘commenti’ non vi dispiace che un ragzzzo è stato ucciso. Avete altro per la testa.” Peccato però, che proprio mentre Puente pubblicava queste note, sul sito del giornale on line per cui scrive appariva un redazionale di cui vi offro lo screenshot di seguito:

e in cui si legge: “Era un giovane di idee sovraniste, come si vede chiaramente dai post sulla sua pagina Facebook”.

Cioè, la prima “curiosità che ha smosso le coscienze” è stata proprio quella che Puente condannava, cioè la stigmatizzazione delle idee politiche della vittima. Non si parla di questo giovane in quanto vittima, ma in quanto morto, e se è vero come è vero che i morti non sono tutti uguali, lo sono almeno le vittime di reati infami come quello che ha tolto la vita a Luca Sacchi.

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Ancora su @vanitosa95: il senso di Open Online per il fake

Reading Time: 3 minutesIl 21 ottobre scorso pubblicavo sul blog un post sulla storia di @vanitosa95, troll e hater bloccato su Twitter dalle numerose segnalazioni degli utenti, che augurava cancri e tumori a iosa a piccoli e grandi personaggi della politica, soprattutto a quelli di sinistra, nonché agli utenti che si fossero, putacaso, trovati in disaccordo con Salvini.

Nel post riportavo alcune delle frasi di odio che l’utente aveva tradotto in svariati tweet, omettendo di riportare la fotografia (chiaramente fasulla e farlocca) che l’hater in questione aveva pubblicato. Scrivevo che: ” i messaggi di questa persona, di cui ho oscurato la foto (non per rispetto della sua privacy, perché non ne ho nessuno, ma per rispetto di quella della persona a cui è stata probabilmente carpita) mi hanno turbato al punto di venirne a parlare con voi “.

Guarda caso, il giorno dopo, esce, alle 14,49, un articolo di David Puente su Open On Line, intitolato “Tutti dietro a Vanitosa95, ma Open vi aveva avvertito. Altri dettagli sull’account e la foto del troll” in cui l’articolista riferisce testualmente: “Qualcuno ha pensato che fosse meglio censurare la foto per una questione di privacy e sicuramente qualcuno potrebbe sostenere che pubblicarla metterebbe a rischio la persona ritratta a causa delle solita – e inutile – «caccia all’uomo».” Non si capisce bene a chi si riferisca l’autore del pezzo quando cita questo “Qualcuno” (ma possiamo bene immaginarcelo).
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Open pubblica in chiaro i dati personali dei genitori di Renzi. E David Puente chiede scusa.

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Stavolta invece è successo che per dare informazione dell’arresto dei genitori di Matteo Renzi, il giornale online Open, diretto da Enrico Mentana, ha pubblicato una immagine del provvedimento di ordine di arresto emesso dal GIP di Firenze nei confronti dei due coniugi. Lo ha fatto lasciando ben visibili gli indirizzi dei tre arrestati, più altri dati personali. Sul web si è scatenata una bufera e dopo un’ora l’immagine era già stata corretta e sbianchettata. Successivamente a questa correzione sono uscite le scuse del direttore e quelle del redattore David Puente (sì, sempre lui!) che non si sa cosa c’entri con l’accaduto, visto che ha dichiarato espressamente di non aver pubblicato personalmente quei dati. Ma chiude il suo messaggio di “mea culpa nulla culpa” con la chiosa “Cose che non dovrebbero mai e poi mai accadere“. Già, però accadono. E sono, più precisamente, accadute proprio a casa sua, nella nicchia che David Puente si è costruito alla protezione dell’ala consolatriche di Enrico Mentana. Guarda caso. Intendiamoci, la residenza di un individuo, qualunque individuo anche non indagato, è un dato pubblico e conoscibile da chiunque, e come tale va trattato. Un altro atto pubblico, una volta che viene notificato agli indagati e ai loro difensori, è l’atto di disposizione degli arresti domiciliari nei confronti di Tiziano Renzi e della moglie. Quindi non si tratta di stabilire se quel dato è pubblico o no (è evidente che lo è), ma se sia opportuno o no (e sicuramente non lo è) ripubblicarlo per farlo conoscere a un pubblico più ampio di quello che ne è già a conoscenza. E la risposta è una sola: è opportuno nella misura in cui quella pubblicazione aggiunge informazioni alla notizia principale. Ovvero se dice qualcosa in più rispetto all’originale. Se lo integra, se lo rafforza, se lo amplia. Ma a cosa mi serve sapere dove abitano i Renzi, rispetto al fatto che nei loro confronti sono stati disposti gli arresti domiciliari? A niente. Un atto inutile non è un atto inutile e basta. E’ anche un atto dannoso perché non apporta nulla di buono o di costruttivo all’intenzione iniziale, che è e dovrebbe essere quella di informare su un provvedimento della magistratura inquirente. Ecco perché pubblicare l’indirizzo degli arrestati in chiaro è stata una azione quanto meno discutibile e di dubbia perspicacia professionale. Così come è stata spiazzante la mossa di David Puente. Se si fosse trattato di una mossa scacchistica sarebbe stata annotata almeno con due punti interrogativi. Che c’entra chiedere scusa per una colpa che non è sua? In un mondo normale le responsabilità sono personali. Quindi in primo luogo la responsabilità è di chi ha pubblicato quella fotografia per intero, senza modificarla in alcun modo. Poi c’è la responsabilità del direttore responsabile, che infatti ha chiesto scusa. Poi basta. A meno che, moralmente, non ci si senta colpevoli di un fatto per il solo appartenere alla squadra e all’ambiente in cui quel fatto è stato commesso. Un po’ come succede nel calcio: se vince vince tutta la squadra, se perde perde tutta la squadra, siamo tutti responsabili nella buona e nella cattiva sorte, come nei matrimoni. E allora, alla luce di questa visione delle cose molto diffusa ma ciò nondimeno perversa, il senso di colpa, che qui è grande e profondo come la Fossa delle Marianne, salta fuori e uno decide di fare outing e di battersi il petto in chiesa pentendosi dei suoi peccati e delle sue piramidali nequizie. Ma nessuno dice che un giornale di informazione che si spaccia come libero, che vanta tra i suoi collaboratori giovinotti rampanti, giornalisti promettenti e debunker di stato, stavolta ha tragicamente toppato. Tutt’al più è stato un “errore”. Ecco, sì, l’accanimento sulla pelle di persone deboli perché indagate e con la libertà ristretta ai confini della loro abitazione lo chiamano “errore”. Cambiano il nome alle cose. Chiedono scusa, vanno in giro per qualche tempo col ciclicio “ruttando austeri ‘ci vuol pazienza, siempre adelante ma con juicio'” (come dice il Poeta), fanno penitenza e poi si autoassolvono, che vuoi fare? Ormai è successo, ci dispiace, siamo costernati, ma andiamo avanti. E’ il giornalismo, bellezze. C’è sempre spazio per le scuse, ma pietà l’è morta.

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David Puente assunto da Enrico Mentana nello staff del suo nuovo giornale on line

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FACCIO SUBITO UNA PREMESSA: David Puente è stato oggetto, nei giorni scorsi, di un attacco vile senza nessuna giustificazione. Qualcuno (si occuperà la magistratura di individuarlo) ha diffuso una notizia falsa, in cui si afferma che il debunker sarebbe stato oggetto di una perquisizione domiciliare alla ricerca di materiale pedopornografico. Si fa riferimento anche alle origini (vere o supposte) ebraiche del blogger. Il tutto con il logo e il marchio del quotidiano “la Repubblica”, quasi a voler dare una sorta di parvenza di autorevolezza alla vigliaccata in questione. Queste sono cose da condannare senza appello. Per quanto mi riguarda continuerò a criticare Puente per quello che fa, che dice e che scrive. Non mi interessano né le sue preferenze sessuali, né la sua provenienza etnica, né la sua fede religiosa.

E ORA COMINCIAMO. David Puente è stato nominato da Enrico Mentana come primo (in ordine di tempo) collaboratore del nuovo giornale on line del giornalista de La7. Che non esiste (ancora). Ma, intanto, la notizia ha creato unanime consenso nel mondo di certi radical-chic di sinistra che hanno subito battuto le manine ed esaltato la scelta. Ora, io non so se David Puente sia iscritto all’albo dei giornalisti o meno, ma questo è il requisito fondamentale che mi aspetto da un qualsiasi collaboratore di una qualsiasi testata, on line o cartacea che sia. Finché uno fa il blogger per conto suo (e io ne so qualcosa) può scrivere quello che gli pare. Ma quando si va a scrivere per  un giornale ci sono requisiti che non sono di per sé indispensabili (non ho detto che l’essere iscritto all’albo dei giornalisti sia la conditio sine qua non della collaborazione di Puente con Mentana, ma che me lo aspetto, così come mi aspetto che la farmacista che gestisce il negozio che mi vende l’Aspirina sia laureata in farmacia) ma che rendono il sito ricco di autorevolezza (e non di “autorità”).
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David Puente: Ritengo che Salvini “abbia fatto un ottimo lavoro dal punto di vista comunicativo”

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Ritengo che Salvini «abbia fatto un ottimo lavoro da un punto di vista comunicativo: Luca Morisi  sa il fatto suo, è indubbio. Oggi, a furia di messaggi polarizzanti, il rapporto con il suo elettorato è consolidato, difficile da scardinare. In futuro potrebbe anche sentirsi libero di dire qualcosa di pesante»

da: “Ci resta solo la verità”, su rollingstone.it
https://www.rollingstone.it/rolling-affairs/reportage/ci-resta-solo-la-verita/426980/#Part2

Anche David Puente ha deciso di filtrarmi su Twitter

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Io non faccio uso smisurato di Twitter. Più che altro lo leggo tanto, quello sì, perché ho una combinazione di contributi e notizie piuttosto interessante e spesso le breaking news sono prima su Twitter che sui giornali (provare per credere, l’ho sperimentato in almeno quattro o cinque occasioni).

Però scrivo poco, anzi, pochissimo, faccio qualche commento (quelli sì), e rilancio gli articoli del blog, perché magari qualcuno viene a leggere quello che scrivo.

Comunque devo dire che anche su Twitter mi sono dato da fare a restare antipatico a un bel po’ di personcine e personaggetti che, evidentemente, non avendo altre preoccupazioni per il capo, hanno pensato bene di bannarmi e/o censurarmi a vari livelli. Che, poi, voglio dire, la censura su Twitter è sempre piuttosto blanda. Generalmente non si riesce mai a “bannare” del tutto una persona, tutto quello che si può fare è impedirgli di “vedere” i contenuti del proprio miniblog e, eventualmente, di commentare. Il primo impedimento abbiamo già visto che è facilmente aggirabile, quindi è possibile continuare a leggere tranquillamente quello che uno scrive.

L’ultima persona in ordine di tempo che ha messo un filtro sul mio account è David Puente (debunker di stato), che, seguendo le orme passate del suo amico, collega e mentore Paolo Attivissimo (debunker di stato svizzero), ha deciso che con me non si può parlare e mi ha messo il filtrino. Posso commentare, ma a lui i miei commenti non arrivano, non li legge, li ignora, ha altro da fare e insomma, vedremo in un post separato com’è andata la vicenda.
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David Puente e il “caso” Bencivelli

Reading Time: 5 minutesQuesto articolo -un po’ lunghetto, per la verità- viene pubblicato volutamente SENZA materiale iconografico. Leggendolo con pazienza e un pochino di attenzione vi renderete conto del perché.

Ritengo che il caso del procedimento penale che ha portato alla vittoria della giornalista Silvia Bencivelli per episodi di diffamazione, dopo cinque anni di iter giudiziario, non sia stato doverosamente e compiutamente riportato e trattato come si dovrebbe (e come avrebbe meritato) dai cosiddetti “debunker di stato” (definizione felice proveniente, purtroppo, da ambienti poco altrettanto “felici” dal punto di vista delle verità scientifiche delle tesi che portano avanti).

E’ stato un procedimento importante, perché ha visto vincere una donna, una brava giornalista, una persona che non ha portato la causa alle vette delle più alte risonanze del web (come avrebbe potuto, se lo avesse voluto, e come sarebbe stato anche suo preciso diritto) ma lo ha mantenuto all’interno delle aule giudiziarie fino al pronunciamento favorevole in primo grado con la condanna a otto mesi di reclusione dell’imputato. Ha comportato molta sofferenza da parte della persona offesa e tutti questi elementi certamente meritavano di essere analizzati con maggiore dovizia di particolari.

Sui blog di Paolo Attivissimo e David Puente non è apparso assolutamente nulla. Nessuna analisi dei fatti, non uno scritto che riportasse solidarietà alla Bencivelli (eppure ce n’era tanto, ma tanto bisogno!), nessuna “cronaca” dell’andamento del processo, nessun cenno alla sentenza finale. Arringhe difensive e requisitorie dei PM, manco a parlarne. Eppure, per precedenti condanne allo stesso imputato, Paolo Attivissimo aveva trionfeggiato, mentre per David Puente, la lotta contro l’imputato è diventata ormai un vessillo da portare con onore, quasi una questione di tipo personale. Sul suo blog è apparso, questo sì, un articolo intitolato “XY accusa Silvia Bencivelli tagliando un video a piacere“. Ma della notizia non c’è traccia.
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Per David Puente Pietro Pacciani è il mostro di Firenze

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(screenshot da www.davidpuente.it/blog/)
(screenshot da www.davidpuente.it/blog/)

David Puente è un “blogger”, “laureato in Scienze e Tecnologie Multimediali presso l’Università degli Studi di Udine”, “esperto informatico” e “debunker”. Questo, almeno, quello che si ricava dalle prime sommarie informazioni che si ricevono quando si digita la stringa “David Puente” nel motore di ricerca di Google.

Fa parte del quadriumvirato di persone che facevano da consulenti a Laura Boldrini, quando era ancora Presidente della Camera, per lo smascheramento delle cosiddette “bufale”, o “fake news” che dir si voglia. Oggi, come gli altri tre suoi compagni di viaggio, vive una visibilità istituzionale decisamente più modesta ed isolata.

Quello del “debunker” è un mestiere che va molto di moda. Si tratta di ridare verità a quelle notizie che verità non hanno e ristabilire un principio di realtà dei fatti ch3e altrimenti sfuggirebbe al lettore più disattento, oppure più semplicemente più sprovveduto. Lodevole iniziativa. Per essere un debunker affidabile bisogna essere prima di tutto autorevoli. Non basta, cioè, che quello che si scrive a confutazione di una tesi o di una ipotesi sia vero in sé, bisogna anche essere delle persone credibili, perché se si prende il vizietto, come è già successo, di andare a fare le pulci ai giornali nazionali con maggiore e più ampia diffusione perfino sugli errori di ortografia, poi non ci si può permettere il lusso di sbagliare un verbo in francese dichiarando al contempo un titolo di studio come quello del “diploma in lingue”. E’ già successo e succederà di nuovo. Questo blog è qui anche per segnalarlo (ma non solo).
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