La democrazia in Facebook

Si fa tutto un gran chiacchierare a sproposito nel commentare la decisione di Facebook di oscurare ed eliminare gli account personali e le pagine pubbliche di persone e associazioni facenti capo a gruppi di estrema destra responsabili, secondo il colosso, di seminare odio e di andare contro ai regolamenti della piattaforma. C’è chi dice che Facebook ha fatto bene eche era ora che si verificasse un clima di pulizia da gulag contro l’avanzata dei fascismi di ogni tempo e stagione, e c’è, di per contro, chi dice che la democrazia è democrazia, che la libertà di opinione e di espressione sono garantite a tutti, che escludere delle formazioni di estrema destra dal dibattito sul web è una sconfitta e c’è anche chi (le formazioni di estrema destra escluse) propone querela e chiede un risarcimento danni. Tutte opinioni legittime, ma che non tengono conto di un piccolo particolare: Facebook è una iniziativa PRIVATA. Non ha nulla a che vedere con l’articolo 21 della Costituzione italiana (visto che le leggi del nostro paese non hanno nessun valore negli Stati Uniti, dove Facebook opera e ha la sua sede legale). E come iniziativa PRIVATA ha le sue regole. E la regola numero uno per un privato su Internet, al 99% dei casi, è quella secondo cui “tu sei in casa mia e fai quello che ti dico io”. Naturalmente è una regola non scritta, ma comunemente accettata e pacifica. La gente dice spesso “Questo è il MIO Facebook e qui comando io” (con un accenno di boria, sussiego e supponenza)imenticando che quello non è il SUO Facebook, ma uno spazio che Facebook, per grazia ricevuta, concede in uso a quella persona perché possa scrivere quello che vuole sì, ma basta che non vada contro a quello che il padrone di casa fissa come regola standard. E se il padrone di casa dice che a casa sua non si pubblicano foto di tette nude c’è poco da fare, sarà richiamato anche l’utente che ha postato una immagine in cui si vede una madre allattare il proprio piccolo. E a seconda della gravità dell’infrazione, vengono comminate delle sanzioni. Che vanno dall’esclusione da Facebook per pochi giorni all’eliminazione dell’account e al permanente divieto di postare ulteriori contenuti. Ma chi lo decide se quel contenuto viola le regole oppure no? E’ semplice, lo decide Facebook. In base ai propri criteri personalissimi e ai propri algoritmi di ricerca. Che saranno anche dei troiai immensi, ma intanto sono lì, funzionano e segnalano. Segnalano anche cose che non c’entrano assolutamente nulla, come l’uso di certi termini in senso figurato o ironico, di certe vignette di dubbio gusto, ma pur sempre espressione di quel diritto di critica e di satira che dovrebbero discendere dal diritto pieno all’espressione. E hai voglio te a dirglielo, a farglielo presente. Se LORO decidono che TU hai fatto qualcosa che va contro la loro policy, TU sei fuori dalla casa del padrone. Stare su Facebook non è un diritto, è una concessione, è un regalo, o, meglio, è un “prestito”. Io ti presto a tempo indeterminato (che non vuol dire “per sempre”, ma vuol dire “salvo situazioni contrarie”) uno spazio, un account, che potrai gestire come vuoi. Non mi devi niente per questo, è gratis (e Facebook diceva che lo sarà per sempre, poi la scritta è scomparsa dal web, che fine abbia fatto non si sa), però intanto mi dài i tuoi dati personali (altrimenti il padrone di cosa campa?) e ti comporti come dico io. E quello che dico io vale, altrimenti vai fuori. E’ ingiusto? E’ antidemocratico?? Non ti permette di esercitare il tuo libero diritto all’espressione??? Può darsi, però intanto è così. Se vuoi dire quello che vuoi vai da un’altra parte (che so, ti fai un sito web, un blog, un forum, ti fai la tua piattaforma social per conto tuo), in casa mia dici quello che voglio io. O provate a darle torto!

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Quei fascismi che si burlano della Costituzione

E’ stato tristissimo, iersera, vedere sui TG le immagini tragiche e sconsolanti, dei militanti di destra che manifestavano in piazza contro un voto di fiducia a un governo legittimamente costituito. E’ stato increscioso vedere i saluti romani davanti a Montecitorio, è stato raggelante veder prendere in giro la Costituzione che non prevede che i governi debbano essere eletti dal popolo, ma sostenuti da una maggiioranza parlamentare comunque costituita, in nome della quale (in nome della Costituzione, non della maggioranza, s’intende), pure, lorsignori invocavano (invano, devo dire) il diritto a manifestare e a dissentire. Maalox.

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La bomba nel processo penale

prescrizione

L’emendamento al decreto sicurezza che blocca la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, qualunque sia la sentenza emessa è un vero e proprio mostro giuridico e meriterebbe di essere cancellata dalla faccia della terra, oltre che dalle carte dei sonnacchiosi senatori che non potranno neanche parlarne, perché tanto il Governicchio porrà la questione di fiducia.

Con questo istituto si svilisce prima di tutto un istituto che esiste ed esisteva nel nostro stato di diritto: lo Stato rinuncia a pretendere di risolvere un procedimento quando sia passato un certo lasso di tempo. La prescrizione è una espressione del diritto all’oblio. Dopo un po’ ci si dimentica di un fatto, si rinuncia ad esercitare l’azione penale perché un poveraccio (o un malandrino) non può essere giudicato anni e anni dopo per quello che ha fatto anni e anni prima. E’ probabile che si parli di un’altra persona (in senso stretto), di qualcuno che non si riconosce più e che non ha più nulla a che fare con il reato che ha commesso (ammesso e non concesso che lo abbia veramente commesso). E allora la questione si chiude.

Stoppando i tempi di prescrizione sine die si ledono i diritti di difesa (che può puntare anche sull’eccessiva durata del processo) e si va contro alla prescrizione costituzionale per cui un procedimento penale o civile deve avere una durata ragionevole, perché una volta ottenuta una sentenza di primo grado praticamente moriranno tutti i giudizi di grado superiore (qual è quel Pubblico Ministero o quell’avvocato difensore che in presenza di una sentenza sfavorevole avrà l’ardire di presentare appello in secondo grado o in Cassazione se sa che la prescrizione è sospesa?? A quel punto nessuno dei due avrà più fretta, e in caso di condanna il difensore avrà tutto l’interesse di mantenere così le cose per evitare che il suo cliente vada in galera, e la sentenza resta nel limbo).

E’ una bomba all’interno del processo penale che potrebbe avere effetti di deflagrazione anche molto gravi. Non si sa che cosa voglia fare di preciso questo governo, ma vi assicuro che non è assolutamente niente di buono.

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Per David Puente Pietro Pacciani è il mostro di Firenze

(screenshot da www.davidpuente.it/blog/)
(screenshot da www.davidpuente.it/blog/)

David Puente è un “blogger”, “laureato in Scienze e Tecnologie Multimediali presso l’Università degli Studi di Udine”, “esperto informatico” e “debunker”. Questo, almeno, quello che si ricava dalle prime sommarie informazioni che si ricevono quando si digita la stringa “David Puente” nel motore di ricerca di Google.

Fa parte del quadriumvirato di persone che facevano da consulenti a Laura Boldrini, quando era ancora Presidente della Camera, per lo smascheramento delle cosiddette “bufale”, o “fake news” che dir si voglia. Oggi, come gli altri tre suoi compagni di viaggio, vive una visibilità istituzionale decisamente più modesta ed isolata.

Quello del “debunker” è un mestiere che va molto di moda. Si tratta di ridare verità a quelle notizie che verità non hanno e ristabilire un principio di realtà dei fatti ch3e altrimenti sfuggirebbe al lettore più disattento, oppure più semplicemente più sprovveduto. Lodevole iniziativa. Per essere un debunker affidabile bisogna essere prima di tutto autorevoli. Non basta, cioè, che quello che si scrive a confutazione di una tesi o di una ipotesi sia vero in sé, bisogna anche essere delle persone credibili, perché se si prende il vizietto, come è già successo, di andare a fare le pulci ai giornali nazionali con maggiore e più ampia diffusione perfino sugli errori di ortografia, poi non ci si può permettere il lusso di sbagliare un verbo in francese dichiarando al contempo un titolo di studio come quello del “diploma in lingue”. E’ già successo e succederà di nuovo. Questo blog è qui anche per segnalarlo (ma non solo).

Ebbene, David Puente, nel suo blog, come vedete nello screenshot, ha “sbugiardato” la paternità di un intervento su Facebook a nome di tal “Matteo Salvini”, che a corredo del suo testo, in cui parla del valore degli anziani nella società italiana attuale, ha messo una foto di Pietro Pacciani, segnalandolo, o dando per scontato che la gente lo valutasse come un umile e innocuo vecchietto, di cui poter andare orgogliosi nelle feste comandate, con cui bere un bicchier di vino o condividere il piacere di una partita a briscola. Puente chiarisce dunque che quel post non proviene da Matteo Salvini quello vero, ma da un account omonimo che non ha il bollino blu (ormai su Facebook ci trattano come le banane Chiquita) e che ha un numero di “like” decisamente basso per trattarsi di un personaggio così popolare.
Solo che nel dirlo, si lascia scappare quanto seque:

Da un bel po’ vedo condiviso lo screenshot di questo post Facebook dove Matteo Salvini avrebbe condiviso la foto di Pacciani (il mostro di Firenze) con evidente apprezzamento:

Dunque, secondo Puente, Pietro Pacciani sarebbe il mostro di Firenze.
Ora, c’è un problema. Non esiste nessuna sentenza definitiva passata in giudicato che stabilisca la responsabilità penale di Pacciani in ordine ai reati che gli sono stati contestati.
Il processo di primo grado finì con una condanna, quello di appello con una assoluzione, poi ci fu il giudizio di Cassazione che rimandò il tutto a un secondo processo di appello da celebrarsi in presenza di alcune testimonianze non acquisite nel procedimento precedente. Ma quel secondo giudizio di appello (che avrebbe dovuto essere confermato, se mai, da un altro secondo e definitivo giudizio di Cassazione) non si celebrò mai per il semplice fatto che Pacciani morì. La morte del presunto “reo” estingue il reato, quindi la colpevolezza di Pacciani resta ancora avvolta nel limbo. Secondo la nostra Costituzione ognuno è innocente fino a sentenza definitiva; la sentenza definitiva non c’è e quindi non si può dire che Pacciani sia il mostro di Firenze. Puente lo dice e pazienza, si assumerà la sua brava responsabilità.

Ma al di là di questo, chi debunka i debunker? (Non guardate me!)

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Il Governo si costituisce innanzi alla consulta

cappato

Pare non finire più la tintura di fosco che sta assumendo il prosieguo del processo a Marco Cappato per l’accusa di suicidio assistito nel confronti di Dj Fabo. Gli atti, come sapete, sono stati trasmessi alla Consulta (la Corte Costituzionale) che dovrà decidere se la normativa, di origine del periodo fascista, che disciplina il reato in questione, sia ancora compatibile con la Costituzione e con i principi di libertà di cura (e, dunque, anche di libertà di porre fine alle proprie sofferenze in modo dignitoso) che essa sancisce.

Negli ultimi giorni è arrivata la notizia che il Governo Italiano, zitto zitto, tomo tomo, cacchio cacchio, nelle sue piene funzioni di “disbrigo degli affari correnti”, si è costituito nella vicenda. Ma non, come ci si sarebbe aspettato, per la conservazione del diritto a morire quando la propria vita dipende da fattori esterni che non ne garantiscono più la dignità, ma proprio per il contrario. Cioè, il Governo Italiano si è costituito per chiedere che la Consulta dichiari costituzionale la norma e che (quindi) Marco Cappato vada in carcere. Avrebbe potuto tranquillamente rimettersi alla saggezza e al libero arbitrio della Consulta, nel pieno rispetto della diversificazione e separazione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario), invece no, ha voluto mettersi in mezzo con tutti gli assi del piatto della bilancia che si scombinano e che rischiano di rendere ancora più oscuro il cammino che va verso la sentenza.

E’ un pasticciaccio brutto che non avrà fine e su cui pesano fardelli gravissimi che il povero Marco Cappato deve sopportare ogni giorno. Che trovi la forza, per Dio, che trovi la forza.

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Il discorso del Re

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Ya hay un español que quiere / vivir y a vivir empieza, / entre una España que muere / y otra España que bosteza. / Españolito que vienes  / al mundo te guarde Dios. / Una de las dos Españas / ha de helarte el corazón. (Antonio Machado)

Pesava il silenzio imbarazzante di Re Felipe VI di Spagna sui gravi accadimenti in Catalogna della scorsa settimana. Pesava talmente tanto che il Monarca, ieri sera, ha rotto gli indugi e si è fatto vedere in televisione dall’intera nazione spagnola per un discorso di quattro minuti in cui ha ribadito, parlando del referendum di domenica scorsa, che:

– si tratta di “un inaccettabile intento di appropriazione delle istituzioni storiche della Catalogna”;

– che le  autorità  sono state “sleali” mantenendo una “condotta irresponsabile” e che “si sono messe al margine del diritto e della democrazia”;

– che gli organizzatori “hanno voluto spezzare l’unità della Spagna”;

– che la consultazione “ha messo a rischio l’unità e l’economia del Paese”;

Non c’è stata una parola che fosse una per i feriti dalle cariche della Guardia Civil. Nessun accenno al dialogo tra istituzioni. Solo un richiamo generico alla Costituzione come legge fondamentale, evitando di far cenno che la Costituzione prevede che in caso di spinte scissioniste si interpelli preventivamente il presidente della Comunità Autonoma, o, in caso di diniego, si rimandi il voto alla maggioranza del Senato. Non c’è stato niente di tutto questo, solo quattro minuti di una imbarazzante adesione alle linee del Governo.

Non che ci si aspettasse di più. Il fatto è che ci si aspettava di meglio. E di meglio c’era anche quel “silencio estremecedor” che ha preceduto l’imbarazzante discorso del Re. Intellettuali come Unamuno (a cui doleva la Spagna come può dolere il cuore) si rivoltano nella tomba dell’oblio in cui questa Spagna “de charanga y pandereta”, come diceva lo stesso Antonio Machado, li hanno tristemente costretti.

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Vacuna

bambino-vaccino

E i vaccini?

Già, i vaccini…

Vedete, io sono un inguaribile costituzionalistista (se solo “costituzionalista” non significhi, giustamente, tutt’altro), nel senso che mi piace la Costituzione e tutto quello che c’è scritto dentro.

Tra le cose che mi piacciono della Costituzione c’è il principio che nessuno può essere obbligato a ricevere una determinata cura se non la vuole. Che siano le trasfusioni di sangue dei Testimoni di Geova o il ricovero in ospedale dopo un incidente. E qualcuno di voi mi dirà che sono contrario all’omeopatia. Sì, infatti stavo giusto parlando di libertà di curarsi, e l’acqua fresca non è una cura. Sia chiaro.

La vita ci appartiene inderogabilmente. E’ cosa nostra e ne facciamo quello che vogliamo, da sempre e per sempre, e così è per la salute. In questo senso considero il ddl Lorenzin sull’obbligatorietà dei 10 vaccini per i bambini che andranno a frequentare la scuola elementare una violenza inaudita al nostro sistema giuridico, ai diritti di ognuno, e al ruolo genitoriale.

Perché i figli sono nostri almeno finché non compiono i 18 anni di età. Qualcuno dice neanche prima, ma è un’altra sorta di polemica. Decidiamo noi per loro finché non sono in grado di autodeterminarsi. E qui si tratta di scegliere su una categoria di farmaci che non possiamo dire “perfetti” e che in certe condizioni possono dare effetti collaterali di gravità variabile. Il punto sta proprio qui, se io, per mio figlio, sono disposto a correre il rischio di questi effetti collaterali del farmaco, di qualsiasi tipo esssi siano. Può anche trattarsi di una lieve febbricola, ma il punto è questo, se io non sono disposto a che mio figlio sia esposto alla febbricola, il vaccino non glielo faccio, punto e basta. Non c’è nulla di altro, di più, di diverso da tutto questo. E’ ovvio che mi assumo io tutte le resposnsabilità, sia che mio figlio si ammali, sia che in conseguenza alla mancata vaccinazione si ammalino altri. Ma questo è tutto. E non può e non deve esserci altro.

Io ho una figlia. Deve vaccinarsi. Prima di farla spunturare ho deciso di andarmi a cercare un po’ di informazioni in rete, come immagino facciano svariati genitori. Oh, non ho trovato nulla di quello che cercavo. Non se quel vaccino che deve fare mia figlia è obbligatorio oppure no, quali sono i suoi effetti collaterali e qual è la loro incidenza nella casistica dei vaccinati. I casi sono due, o trovo informazioni del tutto inutili, ma tranquille e alla valeriana, che mi rassicurano che proprio non c’è nessun pericolo, o trovo parole di fuoco di antivaccinisti invasati e decisi a tutto che vogliono farmi rendere conto (probabilmente pensano che io non sia in grado di farlo da solo) che i vaccini sono veleni e che c’è, al contrario di tutto quello che si dice, una stretta correlazione tra vaccini e autismo, e io che ho una bambina ho una paura fottuta dei terrorismi di qualunque razza o religione siano. E poi si trovano le esternazioni di Budroni. Che sono un’altra cosa e di cui mi piacerebbe occuparmi sul blog se solo non avessi una paura micidiale delle sue querele. E a questo punto il problema non diventa più che io non sappia consultare un motore di ricerca in generale e Google in particolare, qui si tratta di qualità dell’informazione in rete che non è all’altezza delle aspettative dell’utente, siti in confronto ai quali questo blog diventa un fiore di purezza e di onestà.

Non è con l’obbligo di legge che si crea una coscienza della salute. In Finlandia il 98% della popolazione è vaccinato e non sussiste nessun obbligo. E gli interessi economici in gioco sono molti, ed è facile farli lievitare sulla pelle dei nostri figli che non possono dire nè ài nè bài. L’emendamendo dell’obbligo di vaccinazione per docenti e personale medico è stato ritirato e, per ora, basterà produrre un’autocertificazione sullo stato vaccinale degli individui. Sarà la porta d’ingresso del più grande falso in atto pubblico della storia della Pubblica Amministrazione.

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Perché NO

no

Domenica prossima andrò a votare e voterò NO. Sarà un NO convinto, come ti càpita raramente quando vai a votare.

Vorrei poter dire, come chi mi sta accanto ed è la persona in assoluto più intelligente che io conosca, che se voto NO è perché non mi fido di questa gente che sta al Governo del Paese, ma il fatto è che sono un inguaribile sentimentale e che sono rimasto affezionato al bicameralismo perfetto e non voglio che me lo tocchino. Oh!

La mi’ nonna Angiolina diceva sempre che “Quattr’occhi ci védano meglio di due” e ho sempre considerato il bicameralismo come una forma di garanzia di trasparenza e controllo reciproco da parte delle due Camere. C’è chi mi dice che abolendo il Senato si risparmia. Ma io non voglio che lo Stato risparmi, perché la democrazia costa, ed è un costo che dobbiamo sostenere tutti. Al limite si riducano i privilegi e gli stipendi dei parlamentari. Oppure se ne abbassi il numero, se proprio ci si tiene, ma è pericoloso mandare all’aria una funzione per mettere fuori uso i suoi funzionari.

E’ una riforma, quella di Renzi e dei suoi sodali, che puzza dalla testa e mettere le mani sulla Costituzione è un po’ come metterle sulla pressione sanguigna, si finisce sempre per combinare dei disastri e io voglio continuare a vivere in un paese in cui il bicameralismo sia l’ordinaria amministrazione, non un lusso.

Per questo domenica prossima voterò NO. Poi alle 22 mi siederò in poltrona e aspetterò la vittoria di quelli del SI’ (tanto, se piove di quel che tuona…)

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Io non sto con il Ministro Madia. E nemmeno col suo gelato!

C’è qualcosa di vecchio e di stantìo nell’ondata buonista e filopiddina seguita alla pubblicazione, da parte del settimanale “Chi”, di alcuni scatti fotografici che ritraevano la Ministro Madia intenta a gustare un gelato. E a montarli, ad arte, in modo da alludere a prestazioni di ben altro genere, complice il titolo “Ci sa fare col gelato”.

Ora sia chiaro, la Ministro Marianna Madia, come chiunque di noi, è libera di mangiarsi un gelato in santa pace e di leccarsi le dita senza che questo debba diventare pretesto per qualcuno per ricamarci sopra a iosa. Ma poi basta così. Perché ciò che, invece, risulta stomachevole, è la pioggia di messaggi di solidarietà che sono piovuti sui social network e su tutto il web in queste ore.

Perché, voglio dire, è “Chi”. E’ roba nazional-popolare, un feuilleton che lo compri oggi, in mezz’ora hai finito di scorrerlo (“leggerlo” mi sembrava un termine eccessivo), lo metti via, ti dimentichi del contenuto e te lo ritrovi nel negozio della parrucchiera o nella sala d’aspetto del medico. E’ un rotocalco che ci campa sul filo del detto e del non detto, del vedo e non vedo, del tocca e non tocca, del c’ero e non c’ero -Di Stefano ora basta!-, cosa pretendevano questi solidali del tweet, che pubblicassero l’opera omnia di Antonio Gramsci in una nuova edizione critica riveduta? O che offrissero ai lettori una copia omaggio dei “Canti” di Leopardi?? O magari un CD con l’integrale delle Ouvertures di Francesco Maria Veracini, che tanto sapete assai voi chi era? Questa è editoria che tira a far ciccia, e per ciccia s’intende carne, viande, meat. Che poi sia vera o costruita non importa.

E allora “Uno schifo”. “Qualcosa di disgustoso”. E la senatrice Laura Puppato: “Solidarietà a Marianna Madia per la squallida e incredibilmente perversa copertina di Chi“. E ancora: “Questo è giornalismo criminale. Inutile, sessista. Non so in che altro modo definirlo” (Pietro Raffa), “Sempre peggio, sempre più giù. Che esempio per i giovani e le donne?” (Noemi Grillo), “Il servizio è talmente becero che non riesco neanche a provare pena verso Signorini. Che schifo” (Francesca Bianchi), “Un giornale non può permettersi di fare servizi come quello fatto sul gelato e la Madia” (Matteo Ornati)

Ma perché, quando la Madia ha snobbato i giornalisti accusandoli di non essere “di rinnovamento” durante la sua passerella alla Leopolda, quello non è disgustoso? E l’operato del governo di cui fa parte, che rifiuta di parlare con le parti sociali e se ne fa anche un vanto, pur di far passare il cosiddetto Jobs Act che detto così sembra il nome di una pratica erotica, per non parlare (ma parliamone per carità) del fatto che gli insegnanti, dopo gli interventi dei governi di destra (cioè degli alleati del PD) dovranno attendere ancora un anno prima di avere gli scatti di anzianità di servizio ai fini economici? E che dire del fatto che un avvocato, solo perché fa parte del Governo, è tra i primi firmatari di un decreto che mina alla base la Costituzione e abolisce il Senato? Se di cose disgustose bisogna parlare, allora c’è solo da dire che ce ne sono di ben peggiori di un servizio fotografico sulla Madia che ciuccia il gelato. Perché io da Signorini me lo aspetto che pubblichi una roba del genere su “Chi” mentre da chi mi governa (che dovrebbe essere migliore di me) non me lo aspetto che mandi avanti un esecutivo in questo modo cialtrone. Non me ne importa nulla della solidarietà della Puppato nei confronti della Madia (che fa parte di quel governo che le sta tirando via la poltrona del Senato da sotto il sedere): è con il popolo italiano che dovrebbe essere equa e solidale. Più della cioccolata dei campesinos boliviani, per Dio! La ministro Madia è un personaggio pubblico, potrebbe stare un po’ più attentina ai paparazzi volanti. Noi siamo privati cittadini, ognuno nel proprio dolore, ogni tanto qualcuno la sera chiude la sua azienda di famiglia e va a buttarsi giù da un cavalcavia perché non ha più di che pagare i debiti e i dipendenti, ma no, macché, ci s’ha da pensare al gelato della Madìa, noi…

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Laura Boldrini e il finanziamento pubblico ai partiti

Era un bel po’ di tempo che non parlavo più di Laura Boldrini.

Era diventata, per me, poco più di una passante che ti urta o ti pesta un piede. Ti fermi, le dici di stare più attentina la prossima volta perché guarda l’ il callo, poi riprendi la tua strada, mastichi qualche bestemmia e dopo altri tre o quattro passi ti sei già dimenticato del nome e del viso di chi si era posto impunemente in mezzo al tuo passaggio.

Invece rieccola, la Boldrini, con un tweet che denuncia la sua (personalissima, s’intende) preoccupazione per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. E lì ti càscano i diociliberi, perché la prima cosa che ti si stampa nella mente come un flash è che nel 1993 si è votato un referendum proprio sullo stesso tema e che la maggioranza degli italiani si espresse a favore della cancellazione dell’odioso prelievo politico dalle tasche dei cittadini. Successivamente l’infida consuetudine fu reintrodotta con vari nomi e nomignoli su cui è doveroso stendere un velo di pietà.

Quello su cui, no, non bisogna stendere alcun velo è il fatto che una persona che occupa un’altissima carica dello Stato  dimentichi questo dato fondamentale di democrazia diretta e non si voglia piegare a un elemento evidente che deriva dall’esercizio diretto di diritti sacrosanti sanciti dalla Costituzione.

Perché la Boldrini è così contraria all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti? Semplice, perché un “sistema democratico deve garantire a tutti l’accesso alle cariche pubbliche”. Oh!
Ma il sistema è democratico proprio perché chi viene votato maggiormente ha maggiore possibilità di accesso alle cariche pubbliche, chi viene votato di meno avrà una rappresentanza minore e di controbilanciamento (altri la chiamano “opposizione”), sono secoli che funziona così e nessuno ci vede niente di strano, a parte la Boldrini che è stata candidata alla Camera con un partito che da solo non sarebbe riuscito a vedersi rappresentato e che ha dovuto coalizzarsi con il PD, ma questo inciucio le ha permesso di essere eletta allo scranno più alto di Montecitorio.

La cosa che desta particolare meraviglia non è tanto il fatto che ci si limiti a manovrare la materia del finanziamento pubblico ai partiti dalle stanze buie e polverose del palazzo (ora lo so cosa mi risponderebbe la Boldrini: “Parli per sé, nel mio ufficio non c’è nemmeno un granello di polvere!”), ma che queste esternazioni vengano scritte, così, senza pensarci troppo, magari fidando nel fatto che su Twitter uno scritto ha, solitamente, vita breve.

Ma noi abbiamo la memoria lunga

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Renzi: la dittatura della minoranza (e altre storielle amene)

Il compagno R., nel giustificare il contingentamento dei tempi di dibattito al Senato sulla riforma che porta il nome dell’illustre costituzionalista Maria Elena Boschi, ha parlato di una disgrazia cosmica da sventare, quella della “dittatura della minoranza”.

Da che mondo è mondo in un regime democratico (cioè non nel nostro, che è regime tout-court) l’esistenza di una minoranza, magari frammentata in varie correnti politiche, diverse per ispirazione e per finalità, minoranza che si dovrebbe chiamare più propriamente “opposizione” (perché i gruppi politici non si considerano per i numeri che portano, ma per la finalità istituzionale che hanno) è da sempre sinonimo di garanzia e di pluralismo. Parlare di “dittatura della minoranza” è una chiara contraddizione in termini. La dittatura, se mai, la farebbe la maggioranza se l’opposizione non esistesse e se non esistessero regole certe che regolano il dibattito parlamentare.

Ma queste regole certe ci sono. C’è l’articolo 72 della Costituzione che recita: “La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.”

Finito, non c’è discussione. Non ci sono “tagliole” o regolamenti parlamentari che tengano. Il regolamento del Senato quando istituisce la cosiddetta “tagliola” non è anticostituzionale, come asserisce Travaglio sul “Fatto Quotidiano” di oggi. E’ semplicemente inapplicabile quando si tratta di disegni di legge in materia costituzionale.

E’ uno scippo di democrazia di bassa lega quello perpetrato con la scusa di poter andare tutti in vacanza dopo l’8 agosto (diàmine, non si possono mica disdire il secchiello, la paletta e le formine per far contenta la Costituzione!).

La Boschi dice che, comunque, si passerà per un referendum confermativo. Non vedo l’ora di mandarli a casa!

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La Boldrini chiama sua figlia con Skype!!

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Era un po’ che non parlavo della Boldrini, quand’ecco arrivarmi un tweet dall’ANSA in cui mi si comunica l’esistenza di un video in cui la Boldrini ammette di usare Skype.

Devo dire la verità, l’ANSA è stata un po’ impietosa con la Boldrini, perché ha preso un frammento del suo intervento lasciando il contesto precedente a metà (il filmato è stato ripreso durante un incontro sul tema “Una Costituzione per la rete?” e verrebbe solo da rispondere “No, grazie, la gente già conosce poco di suo quella del proprio paese”) e si è solo soffermatta sul fatto che sì, la Presidente della Camera, cioè lei, usa Skype perché ha una figlia che vive all’estero e la sera muore dalla voglia di sapere come sta.

Ora, non si capisce bene, ancora una volta, dove stia la notizia di interesse pubblico. Sul fatto che la Boldrini abbia installato una applicazione (per PC, Tablet, Smartphone o quant’altro) e la usi per comunicare con chi vuole lei, sfruttando il fatto che l’applicazione medesima permette lo scambio di videochiamate? Ma, di grazia, questa non è una notizia. Skype è il principale vettore telefonico mondiale e mi sembra più che normale che tanta gente lo usi. Beppe Grillo, buonanima, ci faceva una parte di un suo spettacolo dimostrando che bastava una connessione internet e chiamavi tuo zio in Brasile a prezzi stracciati con Skype, e quando lui lo faceva io telefonavo già con VoipStunt e spendevo meno di lui.

E, comunque sia, dov’è l’aspetto rivoluzionario del fatto? In che cosa consiste la pubblica utilità del fatto che la Boldrini usa Skype per contattare la figlia? Io uso WhatsApp per comunicare con mia moglie e VoipStunt per telefonare all’estero, ma non mi pare che importi qualcosa a qualcuno.

E se c’è un particolare che colpisce è proprio il ritardo con cui i rappresentanti delle istituzioni si avvicinano alle cosiddette “nuove tecnologie” (che evidentemente sono “nuove” perché sono sconosciute per loro, non perché lo siano in senso assoluto), Skype è relativamente vecchiotto, quando Grillo ne parlava era il 2006 ed era già diffuso in Italia da almeno un paio d’anni.

Ora aspettiamo che la Boldrini installi Viber per telefonare gratis e che qualcuno lanci la notizia in prima pagina.

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La bella addormentata nei Boschi

E allora il Ministro per i Rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi ha stabilito, in Parlamento, che per il momento “Il governo non chiede dimissioni di ministri o sottosegretari sulla base di un avviso di garanzia.

Ecco qua, voilà, c’est l’unique question, come scriveva Albert Camus ne “Lo straniero”.

“Abbiamo giurato sulla Costituzione, che contempla il principio fondamentale della presunzione di innocenza; l’avviso di garanzia è un atto dovuto a tutela dell’indagato e non una anticipazione della condanna.

Lo sapete qual è il grande difetto di questo tipo di ragionamento? Che non fa una grinza. Perché è vero che la Costituzione prevede la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva passata in giudicato (e, quindi, non è il solo avviso di garanzia a non costituire prova di colpevolezza, ma, a questo punto, neanche il rinvio a giudizio, neanche la sentenza di primo grado, neanche la sentenza di secondo grado). E’ sacrosanto che l’informazione di garanzia non costituisce alcuna anticipazione di condanna (e ci mancherebbe solo che fosse così!). Sì, sì, è proprio così.

Però una grinza la fa: un insegnante può ricevere un avviso di garanzia in cui gli si contestano reati sessuali nei confronti di minori. Per la Costituzione non è colpevole, ma non per questo la gente continua a mandare i propri figli da quell’insegnante (“Vài, vài pure cara, c’è la presunzione di innocenza, non potrà farti niente!“), e quell’insegnante, se non proprio dopo l’avviso di garanzia, viene sospeso dal servizio in attesa che una sentenza chiarisca la sua colpevolezza o meno. Un insegnante.

“Rispettiamo la scelta del Pd”, dice Alfano. Quando “rispettare” vuol dire “non criticare”.

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408 grammi di diritti costituzionali

 

L’articolo 15 della Costituzione recita:
“La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.

La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’Autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.”
Quella della corrispondenza, dunque, è una libertà fondamentale, riconosciuta dal nostro ordinamento giuridico.

Siamo liberi di comunicare. E in ossequio a questa libertà oggi mi sono recato alla filiale locale delle Poste per far affrancare (ossia, “rendere franco da vincoli economici”) un invio per il Belgio del peso di 408 grammi. Cosa ci fosse dentro sono inviolabilmente cazzi miei.

Ho fatto la mia brava fila (una sola persona davanti, tempo di attesa 20 minuti) durante la quale alemno quattro persone sono entrate nello stanzino delle informazioni finanziarie a chiedere lumi su investimenti in denaro, sul rendimento dei “Bòtti” (i BOT), e su quello dei “Buoni” (s’intende fruttiferi).

Altri, sempre in quei 20 minuti, si sono accodati alle casse per pagare i bollettini: 3 casse aperte per pagamenti e prelievi (i primi si pagano!) e un solo sportello per raccomandate, francobolli e affrancature. In breve, per un esercitare un diritto costituzionale il rapporto è di 3 a 1.

Certo, esiste il catalogo di PosteShop dal quale è possibile ordinare ottimi libri per la nostra edificazione personale, come un certo “Belle anime porche” di Francesca Ferrando oppure oggetti imprescindibili per il vivere quotidiano come un regolabarba con lama in lega d’acciaio.

Ma io non lo voglio un regolabarba. Non lo voglio dalle Poste. Lo vendono i negozi di elettrodomestici, i supermercati, gli ipermercati. Non voglio trovare quelle cose lì al mio ufficio postale, e non voglio nemmeno essere una bella anima porca (perché bello non lo sono mai stato).

Voglio qualcuno che mi dica “Buongiorno, cosa posso fare per Lei?” e non che mi faccia “Doveva compilare il cedolino della raccomandata” (che loro NON mettono a disposizione) oppure “Non si è portato neanche una penna?” (no, perché, dovevo??).

Voglio che mi ridiano quello per cui sono nate: garantire a tutti i cittadini l’esercizio di un diritto costituzionale. Ma l’invio per il Belgio costa 9,50 euro e senza ricevuta. Vada, vada

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Siamo tutti costituzionalisti

Una mattina ci siam svegliati e ci siamo ritrovati tutti costituzionalisti.

Come Gregor Samsa, il protagonista de “La Metamorfosi” di Kafka, che, dopo essersi svegliato da sogni inquieti, si trovò trasformato in un insetto immondo.

Siamo diventati improvvisamente sapienti della nostra Magna Charta, tanto da chiederci, tra le altre cose, se le sentenze della Corte Costituzionale abbiano effetto “ex ante” o “ex nunc”.

Rispolverati quei due o tre rudimenti di latino degli studi superiori, ci ritroviamo nei bar, nei luoghi di lavoro, a scuola, sull’autobus a calderoleggiare un “Eh, io sono tanti anni che lo dico!!”

Ma purtroppo per noi viviamo in uno stato di diritto (perché se vivessimo in una dittaturella da stato libero di Bananas sarebbero molto più felici in tanti) e questi sono i tempi.

Non si tratta, in realtà, di stabilire se l’attuale Parlamento, in quanto nominato con la legge dichiarata incostituzionale, sia o meno da considerarsi incostituzionale a sua volta (la risposta è “No!”), ma di mandarli tutti a casa perché una manica di parlamentari incostituzionalmente nominati si sente costituzionalmente legittimata a cambiare la Costituzione.

Ieri c’era chi se la prendeva coi senatori a vita. Che sono gli UNICI ad essere legittimati a sedere in Parlamento.

Oggi gli allevatori hanno portato i maiali a Montecitorio per protesta. Povere bestie, cos’hanno fatto di male per meritarsi tanto??

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