Mimmo Lucano a “Che tempo che fa”

foto tratta da www.rainews.it
foto tratta da www.rainews.it

E così Fabio Fazio ha invitato Mimmo Lucano alla trasmissione “Che tempo che fa”. E lui ci va. Non ci son santi. Anzi, i santi ci sono e l’unica santificazione da sottolineare è proprio quella dello stesso Lucano che dall’esilio da Riace passa agli onori della televisione.

Chissà quanti accusati, a vario titolo, di reati di qualsivoglia genere, andrebbero volentieri a difendersi presso il servizio pubblico, pagato da tutti i cittadini, e da cui i suddetti cittadini si aspettano prestazioni di libera informazione e non difese che troverebbero migliore collocazione nelle aule di giustizia.

Non sono io quello adatto per dire se Lucano sia colpevole o innocente rispetto alle accuse che gli sono state mosse, ma certamente non è a “Che tempo che fa” che risolverà i suoi processi.

Il senso della vergogna ha fatto spazio al senso dello scoop, dell’audience, dello share a tutti i costi. La sinistra di maniera e quella pseudo democristiana hanno trovato il loro santo protettore, dimenticando che nessuno è fuori dalla legge. Pensano che incensando quest’uomo lo libereranno dalle accuse e dalle diffamazioni che sono cadute su di lui. E’ il nuovo medioevo, signori, non c’era nulla di peggio da aspettarsi.

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Gentiloni scambia Melville per Oscar Wilde

Delizioso svarione del Presidente del Consiglio a “Che tempo che fa”, domenica scorsa.

Nel citare “Bartleby lo scrivano: una storia di Wall Street”, Gentiloni ne ha attribuito la paternità letteraria a Oscar Wilde (che era irlandese), mentre è universalmente noto che l’opera è stata scritta da Hermann Melville (che era statunitense).

“Poco male” – direte voi – “sbagliano tutti” ed è proprio vero, tutti sbagliano e tutti sbagliamo: ma non tutti siamo il Capo del Governo. L’esercizio della retorica è proprio della politica, è un’arte raffinata e delicata, non si può metterne in pericolo il risultato finale con una citazione sbagliata. E infatti una volta profuso lo svarione governativo, su Twitter è stato tutto un rincorresrsi di tam tam della serie “Avete sentito?” “Sì, ha detto proprio così, ha citato Oscar Wilde” “Noooo, ma davvero? Ma che figura!” e poi via a cavalcare l’onda della notizia.

Io, come sempre, arrivo con leggero ritardo e in leggera controtendenza, ma queste cose disturbano il mio senso estetico e mi dànno parecchia ma parecchia noja. Tra l’altro gli errori letterari paiono essere quelli su cui maggiormente scivolano i nostri massimi rappresentanti: prima di quello di Gentiloni c’era stato Renzi che aveva attribuito a Borges una poesia che non era di Borges. E si va avanti così, con faciloneria e sciatteria diffuse. E, soprattutto, con silenzio. Permettete allora che qualcuno che si arrabbi ci sia.

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Questa sera Adriano Sofri da Fazio (e vai!!)

E tra poco, a “Che tempo che fa”, nel salotto di Fazio sarà ospite Adriano Sofri.

Bene, cazzo, son proprio contento.

Son proprio contento che in Italia abbiamo un luminare della filosofia, della linguistica e della politica come Noam Chomsky, che va a fare conferenze su linguaggio e mente, risponde gentilmente alle domande dei giornalisti, veste dimessamente con le sue scarpine da ginnastica, ha quasi 90 anni e zompa come un grillo, ma noi gli preferiamo uno che è stato condannato in via definitiva per l’accusa di essere stato il mandante dell’omicidio Calabresi, accusa sempre rifiutata ma dopo essersene assunta la corresponsabilità morale (si dovrebbe poter affermare, per contrappasso, che Calabresi poteva essere stato il mandante morale della morte di Pinelli, ma sappiamo benissimo che non è così, e quindi la excusatio non petita di Sofri crolla) che non si è mai appellato alle sentenze di condanna che lo riguardavano, che ha caldeggiato fortemente l’indulto del 2006, che diede dello “squadrista” a Marco Travaglio e che scrive su “Libero” perché non ci si può far mancare niente.

Che uno dice, ma mentre c’è Sofri Chomsky è a Roma. Sì. E collegarsi con la sua conferenza no? Mettercisi d’accordo per un’intervista da trasmettere in differita?? Nemmeno, seh, figuriamoci, ci facciamo dire da un anarchico statunitense che non c’è più democrazia in Italia, no, no, molto meglio Sofri, volete mettere??

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I’ Fazio ‘o show!

Fabio Fazio, 10 Settembre 2010, Mandela Forum, 9° Incontro nazionale di Emergency, Firenze

Nun me guarda’
stuorte pecche’
momentaneamente
nun sto’ vicino a te
sto’ cu l’amice
e cu l’amice
io faccio ‘o show.
(Arbore – Mattone)

C’era qualcosa che non mi tornava nell’affaire Brunetta-Fazio.

Sono stato a rimuginarci per giorni (o minutini!) per arrivare al capo di quello che non mi scendeva per il gargarozzo delle prevedibilissime domande di Brunetta, e delle altrettato prevedibili risposte del presentatore di “Che tempo che fa?”

Ed è qualcosa che va ben oltre il pur lauto compenso contrattuale che Fazio non ha fatto conoscere per inesistenti “motivi di privacy” (non si capisce bene se dell’azienda o sua), giacché le dichiarazioni dei redditi di chiunque sono pubbliche (sì, anche le mie, anche le vostre -inutile che facciate quelle espressioni di disappunto-, anche quelle di Fazio).

Fazio, che, non bisogna dimenticarlo, è stato definito da Gubitosi come “non un costo ma una fonte di profitto”, ci ha tenuto a precisare a Brunetta che la sua trasmissione è interamente pagata dalla pubblicità.

Che è un autogol clamoroso.

Perché a me non me ne frega niente se i ritorni pubblicitari coprono i costi di quello che fai. Mi devi dire che il tuo programma, con le varie interviste alla Boldrini, a Jovanotti, allo stesso Brunetta, a Roberto Saviano, a chi ti pare sono servizio pubblico di interesse collettivo. Allora, visto che lo sono, non mi ci metti la pubblicità, perché io non voglio che una libera opinione venga condizionata da un pannolino, un’automobile, una marca di crackers.

Poi se vuoi farmi credere che i cinguettii di Massimo Gramellini o le Jolande e i Walter della Littizzetto siano anch’essi servizio pubblico, mi dispiace ma non ci siamo.

Un servizio di pubblico interesse me lo offri a costo zero sia che tu abbia la pubblicità a farti da stampella, sia che quella trasmissione te la guardino in quattro o cinque. E’ servizio pubblico e basta.

E se facessi servizio pubblico veramente potresti essere pagato dal canone degli utenti e guadagnare anche una cifretta un po’ più ragionevole, che male non ti fa.

 

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Filippa Lagerback e l’impegno civile di una soubrette-cittadina



Filippa Lagerbäck lavora come valletta a "Che tempo che fa…"

Ho l’impressione, ogni volta che guardo la trasmissione, che Fabio Fazio, conduttore piuttosto accondiscendente e scarsamente incline allo spirito critico, padrone di casa ingrigito e assai salameleccoso, non la faccia parlare, che le dia poco spazio, a parte le presentazioni di rito (prima fra tutte quelle a lui stesso).

E’ sempre fuori da tutto, relegata a stacchi pubblicitari, intermezzi e introduzione degli ospiti.

Oggi ho trovato un’intervista a Filippa Lagerbäck sul blog di Beppe Grillo, a proposito dell’inquinamento di Milano, dell’impossibilità di reperire mascherine antismog nelle farmacie, della indisponibilità di piste ciclabili, delle strade sporche e sempre piene di escrementi di animali i cui padroni non provvedono a pulire e via denunciando.

L’ha fatto da privata cittadina, non da soubrette. Non ha usato la sua notorietà o il suo "potere" televisivo (chè di potere ne ha ben poco) per attirare a sé, col modello del "testimonial", l’opinione pubblica, non ha rilasciato un’intervista con tono presenzialista, no, ha iniziato a parlare dicendo:

"Ciao, sono Filippa Lagerbäck sono svedese, ma vivo a Milano in Italia da 10 anni e ho scelto di vivere a Milano per l’amore per questo paese, per l’amore per questa città e ho scelto addirittura di far nascere mia figlia in Italia e farla crescere qua a Milano."

E’ chiaro che una che ha un modo così semplice, diretto, carino e pulito di rapportarsi alla TV italiana la fanno parlare il meno possibile. Se no poi dice che Milano è sporca e che figura ci fa la RAI? Soprattutto se è valletta di un format di proprietà di Endemol.

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