Sull’aggravante di discriminazione razziale nel reato di diffamazione

«L’aggravante da finalità di discriminazione o di odio razziale è configurabile per il solo fatto dell’impiego di modalità di commissione del reato consapevolmente fondate sul disprezzo razziale. Vale a dire quando la condotta posta in essere si manifesta come consapevole esteriorizzazione, immediatamente percepibile, di un sentimento connotato dalla volontà di escludere condizioni di parità per ragioni fondate sulla appartenenza della vittima ad una etnia, razza o nazionalità».

Corte di Cassazione, Sez. V penale, sent. n. 7859 del 19 febbraio 2018.

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Riprende fatti tratti da Wikipedia: condannato per diffamazione (Cassazione penale, 20 settembre 2019 38896/19)

da www.canestrinilex.com

Corte di Cassazione
sez. V Penale, sentenza 15 aprile – 20 settembre 2019, n. 38896
Presidente Vessichelli – Relatore Brancaccio
Ritenuto in fatto

1. Con il provvedimento impugnato, datato 10.5.2018, la Corte d’Appello di Trento, Sezione Distaccata di Bolzano, ha confermato la sentenza emessa il 11.10.2016 dal Tribunale di Bolzano con la quale L.R. , esponente del partito (omissis) , è stato condannato alla pena di 1.400 Euro di multa, concedendogli il beneficio della sospensione, ed al risarcimento del danno alla parte civile da liquidarsi in sede civile in relazione al reato di diffamazione ai sensi dell’art. 595 c.p., commi 2 e 3, commesso nei confronti di F.R. mediante la pubblicazione di uno scritto online dal titolo, tradotto, “(omissis) ” sulla pagina web (omissis) , in cui alla persona offesa veniva attribuito, nell’ambito della sua appartenenza a gruppi di ideologia neofascista e ricostruendo le sue vicende giudiziarie, un collegamento con la strage alla stazione di Bologna in cui morirono 85 persone e vi furono più di 200 feriti.

2. Avverso tale sentenza propone ricorso l’imputato, tramite il proprio difensore, avv. Nicola Canestrini, deducendo un motivo di ordine preliminare, legato all’impugnazione dell’ordinanza di ammissione della costituzione di parte civile, e due motivi di merito.

2.1. Quanto all’eccezione sulla costituzione di parte civile, già proposta in appello, si deduce vizio di manifesta illogicità della motivazione e violazione di legge in relazione agli artt. 78, 102 e 122 c.p.p..

La costituzione di parte civile è avvenuta all’udienza del 5.4.2016, in assenza della persona offesa, tramite sostituto processuale al quale non era stata conferita espressa procura speciale per il deposito dell’atto di costituzione, contraddicendo le affermazioni delle Sezioni Unite che, con la pronuncia n. 12213 del 2018, hanno chiarito come il sostituto processuale del difensore al quale il danneggiato abbia rilasciato soltanto procura speciale al fine di esercitare l’azione civile nel processo penale non ha la facoltà di costituirsi parte civile, salvo che detta facoltà sia stata espressamente conferita nella procura o che il danneggiato sia presente all’udienza di costituzione.

La procura speciale in atti contempla solo la facoltà di “nominare sostituti nella rappresentanza e nella difesa e comunque compiere ogni atto utile” ma non consente espressamente al difensore di nominare sostituti processuali per il deposito dell’atto di costituzione di parte civile, come avvenuto nel caso di specie.

2.2. Un primo motivo di ricorso avverso le ragioni di merito della sentenza deduce manifesta illogicità della motivazione e violazione di legge in riferimento alla interpretazione delle scriminanti del diritto di critica e del diritto di cronaca, ricostruendo la giurisprudenza di legittimità e della Corte Europea dei diritti dell’uomo in materia.

L’analisi porta il difensore a concludere nel senso che la motivazione impugnata abbia applicato alla fattispecie i parametri di giudizio del diritto di cronaca piuttosto che quelli del diritto di critica, soprattutto in relazione al presupposto della verità dei fatti, valutato in modo ancor più rigoroso di quanto richiesto nell’esercizio del diritto di cronaca, per la parziale incompletezza della notizia che ha messo in relazione F.R. con l’attentato alla stazione di Bologna, omettendo di precisare che è stato escluso qualsiasi suo coinvolgimento nella vicenda.
La motivazione non spiega perché aver messo in relazione F.R. con la strage alla stazione di Bologna equivarrebbe a dire che lo stesso è stato coinvolto e condannato per tale delitto.
Dal contenuto complessivo dello scritto pubblicato online si comprende, invece, che quando l’imputato ha voluto riferire espressamente dell’imputazione del F. per qualche delitto lo ha fatto, mentre l’aver messo in relazione la parte offesa con la strage di Bologna risponde alla logica del diritto di critica ed è frutto di una opinione legittima dell’autore, e non oggetto di un fatto di cronaca, sottoposto alla regola stringente della verità e della sua completezza: su tale aspetto egualmente la motivazione della sentenza impugnata è carente.

2.3. Il secondo motivo di ricorso nel merito deduce manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione nonché violazione di legge in relazione alla sussistenza della scriminante del diritto di critica o di cronaca putativa.
L’imputato non è un giornalista sicché a lui non si applicano gli standard di accuratezza nel verificare i fatti alla base delle affermazioni proposte nè le regole di deontologia professionale tipiche del giornalismo.
La Corte d’Appello ha ritenuto erroneamente responsabile di diffamazione il ricorrente, nonostante la sua qualità di comune cittadino, per la condotta omissiva di non aver chiarito che la relazione tra la persona offesa e la strage di Bologna era stata definitivamente risolta nel senso dell’esclusione di qualsiasi coinvolgimento di quest’ultima nella grave vicenda delittuosa, valutando apoditticamente insufficiente che l’imputato si fosse documentato svolgendo ricerche su internet, mediante motori di ricerca noti e la fonte Wikipedia.

3. In data 30 marzo 2019 la parte civile ha depositato memoria difensiva con cui risponde alle eccezioni dell’imputato.
Sulla costituzione di parte civile si sottolinea che essa è avvenuta secondo le formalità previste dall’art. 78 c.p.p., comma 1, n. 2, fuori dell’udienza dibattimentale, con atto notificato sia all’imputato che al pm a mezzo di raccomandata con ricevute di consegna agli atti del fascicolo processuale e che si allegano anche alla memoria difensiva.
In udienza, quindi, è stato depositato solo materialmente un atto già perfetto e completo alla cui consegna è certamente autorizzabile il sostituto processuale non munito di procura speciale.
Nel merito, si argomenta che l’imputato avrebbe violato, nell’esercizio del diritto di critica, il presupposto necessario della verità dl fatto, mediante il collegamento della persona offesa alla strage di Bologna.
Il dovere di verificare le notizie prima di pubblicarle, poi, spetta a chiunque intenda pubblicare qualcosa a prescindere dalla professione di giornalista esercitata o meno. Inoltre, l’imputato è un esponente politico di livello di un partito sudtirolese ed ha anche ricoperto in passato cariche pubbliche sicché era avveduto del dovere di verifica di determinate notizie “a rischio diffamazione”, tanto più che ha attribuito alla persona offesa anche di essere ispiratore nel delitto di strage, oltre che il collegamento generico ascritto in imputazione ad essa.
La memoria cita, tra l’altro, la sentenza n. 42020 del 2012 di questa Sezione della Corte di cassazione in cui è stata riconosciuta nei confronti di alcuni giornalisti la responsabilità per il reato di diffamazione in relazione al medesimo collegamento operato dall’imputato tra la persona offesa e la strage di Bologna.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è nel complesso infondato e deve essere, pertanto, rigettato.

2. Quanto alla preliminare questione inerente alla costituzione di parte civile, il motivo prospetta una situazione di fatto che non corrisponde alla realtà processuale, come del resto – già era stato messo in luce dalla sentenza impugnata, con la cui motivazione il ricorrente non si confronta, riproponendo la medesima eccezione già sollevata nell’atto di impugnazione di merito ed incorrendo, per ciò solo, in un evidente difetto di ammissibilità per aspecificità e genericità del ricorso.

Invero, dal controllo degli atti svolto dal Collegio e consentito in ragione della natura processuale del vizio dedotto, risulta che l’atto di costituzione di parte civile è stato notificato a mezzo posta sia al pubblico ministero che all’imputato, confermandosi in tal modo la ricostruzione della Corte d’Appello, che aveva sottolineato come detta costituzione fosse avvenuta fuori udienza secondo il procedimento consentito dalle disposizioni del codice di rito (art. 78 c.p.p., commi 1 e 2) e nel rispetto della regola del conferimento di procura speciale al difensore nominato.

In udienza, pertanto, si è esercitata solo la facoltà, riconosciuta e conferita con la procura speciale già formalizzata, di depositare materialmente l’atto di costituzione, già autonomamente avvenuto e perfezionatosi fuori udienza con la notifica alle altre parti processuali.

Deve evidenziarsi che le Sezioni Unite di recente sono intervenute a far chiarezza circa le modalità legittime di attuare la procedura di costituzione di parte civile in giudizio. Sez. U, n. 12213 del 21/12/2017, dep. 2018, Zucchi, Rv. 272169, infatti, ha chiarito che il sostituto processuale del difensore al quale il danneggiato abbia rilasciato procura speciale al fine di esercitare l’azione civile nel processo penale non ha la facoltà di costituirsi parte civile, salvo che detta facoltà sia stata espressamente conferita nella procura ovvero che la costituzione in udienza avvenga in presenza del danneggiato, situazione questa che consente di ritenere la costituzione come avvenuta personalmente.

A giudizio delle Sezioni Unite, affinché il potere di “sostituzione” sia legittimamente conferito, appare necessario e sufficiente che il danneggiato preveda una tale possibilità in capo al difensore-procuratore speciale all’interno della procura di cui agli artt. 76 e 122 c.p.p.: “necessario”, perché solo tale ambito formale garantisce che al sostituto venga delegato il diritto sostanziale di cui il mandante è titolare, e “sufficiente” perché non può pretendersi, all’estremo opposto, che il danneggiato conferisca una ulteriore apposita procura speciale direttamente in capo al sostituto.

Nel caso di specie, la procura speciale è stata conferita sia con effetti di legitimatio ad causam che di legitimatio ad processum e già in un fase precedente all’udienza di prima trattazione, mentre lo stesso ricorrente ammette che tra i contenuti della suddetta procura speciale vi sia anche la facoltà di “nominare sostituti nella rappresentanza e nella difesa e comunque compiere ogni atto utile”. Risulta, pertanto, illogico e pretestuoso ritenere che, tra le prerogative riconnesse alla nomina di sostituti nella rappresentanza e nella difesa, nonché al compimento di ogni atto utile, non debba ricomprendersi il deposito – meramente ricognitivo nel caso di specie, in virtù della costituzione perfezionatasi fuori udienza – dell’atto di costituzione di parte civile.

Il motivo di ricorso proposto, pertanto, si rivela inammissibile anche in quanto manifestamente infondato.

2. La prima delle eccezioni difensive riferite al merito della vicenda ascritta all’imputato è infondata.

La parte civile è stata più volte coinvolta in processi per diffamazione, giunti sino al giudizio di questa Corte di legittimità e nei quali si è riconosciuto come, nei suoi riguardi, si fosse travalicato il limite consentito del diritto di cronaca o di critica in riferimento alla notizia del suo coinvolgimento nelle indagini sul drammatico attentato alla stazione ferroviaria di Bologna noto come “Strage di Bologna”, a seguito del quale molte decine di persone sono state uccise e centinaia ferite.
Nelle pronunce conseguenti a tali processi, la Corte di cassazione ha più volte ritenuto che l’accostamento tra F.R. , fondatore di “(OMISSIS) “, e la strage di Bologna – nelle molteplici forme in cui era stato realizzato in concreto – fosse diffamatorio, nonostante la appartenenza di costui alla cd. “destra eversiva” e la condanna per associazione sovversiva riportata, tuttavia, in un ambito diverso da quello riferibile al terribile delitto oramai entrato nella storia del Paese (cfr., tra le altre, Sez. 5, n. 25561 del 23/6/2008, Bonugli, non massimata; Sez. 5, n. 31610 del 29/7/2008, Pepi, non massimata; Sez. 5, n. 11897 del 26/3/2010, F. , Rv. 246355, in motivazione; Sez. 5, n. 42020 del 8/5/2012, Bevere, Rv. 254169).

Ripercorrendo tali pronunce si ricava una linea interpretativa senza dubbio valida anche per risolvere il ricorso oggi sottoposto all’attenzione del Collegio.

Deve, infatti, convenirsi con le sentenze richiamate su un punto-chiave della loro ricostruzione storico-giuridica: costituisce condotta diffamatoria descrivere la figura di F. – sia pur stato egli un terrorista appartenente alla destra eversiva, come accertato con sentenza passata in giudicato con la quale la Corte d’Appello di Roma lo ha condannato per il reato di associazione sovversiva – ponendola in relazione con un episodio delittuoso di eccezionale gravità e ferocia quale è stato la strage di Bologna, rispetto al quale egli è risultato del tutto estraneo sul piano storico ed investigativo (non essendo stato il ricorrente neppure mai imputato per quel gravissimo delitto, mentre si dà atto, nella pronuncia oggi impugnata, che egli è stato addirittura parte civile costituita nel processo per la strage di Bologna, ottenendo risarcimento del danno, in ragione della sua estraneità ai fatti).

E dunque, come è stato efficacemente sottolineato dalla sentenza n. 31610 del 2008, deve essere ritenuta lesiva della reputazione della persona offesa l’attribuzione di una notizia complessivamente non vera poiché formata da un dato rispondente alla realtà-quello della condanna di F. per il reato di associazione sovversiva in ambito territoriale diverso – e da un accostamento suggestivo a fatto non vero, e cioè il suo coinvolgimento nella strage di Bologna, innegabilmente evincibile dal contesto unitario dell’articolo pubblicato sul sito web giornalistico dal ricorrente, anche in considerazione del fatto che si è omesso di precisare – come sarebbe stato doveroso – l’epilogo della vicenda e l’esclusione di un qualsiasi suo effettivo collegamento con quel terribile reato.

Seguendo la logica comune, infatti, il lettore medio è portato a ricavare dall’accostamento incompleto dei due dati – uno dei quali gravemente omissivo – una notizia nuova e diversa da quella della mera condanna della parte offesa per associazione sovversiva: e cioè la notizia di un coinvolgimento del diffamato nell’efferato reato di strage, a ragione indicato da molti come uno degli eventi più cruenti e drammatici della storia repubblicana, senza che rilevi come nell’articolo non siano specificati i dettagli di detto coinvolgimento.

Deve rammentarsi, infatti, che – secondo uno dei più recenti arresti della giurisprudenza di legittimità in tema di diffamazione, che il Collegio intende ribadire – ai fini dell’applicazione dell’esimente dell’esercizio del diritto di critica, è necessario che l’articolista, nel selezionare fatti accaduti nel tempo reputati rilevanti per illustrare la personalità dei soggetti criticati, non manipoli le notizie o non le rappresenti in forma incompleta, in maniera tale che, per quanto il risultato complessivo contenga un nucleo di verità, l’operazione stravolga il fatto nella sua rappresentazione (Sez. 5, n. 57005 del 27/9/2018, Padellaro, Rv. 274625).

Ciò vale a maggior ragione anche in relazione al diritto di cronaca.

E difatti, l’esercizio del diritto di cronaca non può ritenersi fedele al requisito della veridicità dei fatti qualora la ricostruzione degli avvenimenti avvenga in modo da travisare la consecuzione degli stessi, omettendo il riferimento di fatti rilevanti nella proposizione delle notizie e, per contro, proponendone taluni in una luce artificiosamente emblematica, al di là della loro obiettiva rilevanza, in modo da tentare di indirizzare il giudizio del lettore (Sez. 5, n. 15176 del 15/3/2002, Di Giovacchino, Rv. 221864).

Nè vale a eliminare la valenza diffamatoria dei contenuti dell’articolo la finalità di critica politica dello scritto, funzionale – secondo la prospettazione difensiva – a stigmatizzare da parte del ricorrente, noto esponente del partito (OMISSIS) , l’avvento organizzato di una compagine politica considerata di estrema destra ((OMISSIS) ) nella città altoatesina di XXXXXX.

È evidente, infatti, che la pubblicazione ha avuto una doppia valenza nei suoi contenuti e, sebbene la finalità ultima dell’articolista potesse essere anche quella della critica politica già rappresentata, tuttavia una quota importante dello scritto è stata dedicata a ricostruire la figura storico-criminale di F.R. e, dunque, evidentemente improntata alla cronaca giudiziaria.

In ogni caso, il diritto di critica politica non eliderebbe la valenza diffamatoria dello scritto, non essendo tale diritto estensibile nel suo valore scriminante sino al punto da rendere irrilevante la suggestiva attribuzione di un collegamento tra il diffamato ed un delitto di strage così violento e drammatico nell’immaginario storico collettivo, sia pur fondata su omissioni ed equivoci narrativi.

3. Anche la seconda ragione difensiva che accede al merito della configurabilità del reato in capo al ricorrente si presenta priva di pregio.
La Corte d’Appello, ai fini della sussistenza della invocata scriminante putativa del diritto di critica o di cronaca, ha correttamente valutato come insufficientemente assolto dal ricorrente l’onere di verifica delle fonti dalle quali ha tratto la notizia diffamatoria.

Invero, nonostante l’opinione manifestata nel motivo di ricorso, secondo cui costituirebbe condotta idonea all’adempimento di detto onere svolgere, in ordine ai contenuti dei propri articoli giornalistici, accertamenti via internet, mediante noti motori di ricerca e utilizzando dati di conoscenza provenienti dalla enciclopedia web probabilmente più diffusa al mondo quale è Wikipedia, tale tesi non può invece essere condivisa, soprattutto in una materia così delicata quale la cronaca giudiziaria e in un contesto di evidente e notoria incertezza di accertamenti delle responsabilità quale è quello che ha caratterizzato le vicende della strage di Bologna.

Inoltre, la gravità delle condotte attribuite o ricollegate al soggetto diffamato individua la cifra anche del connesso onere di verifica delle fonti dalle quali si trae la notizia diffamatoria: è chiaro, pertanto, che se si organizza un racconto giornalistico in maniera tale da accettare il rischio che un determinato soggetto possa essere messo in relazione con un episodio delittuoso gravissimo e quasi senza pari nel panorama criminale del Paese, tanto più l’articolista narrante deve innalzare il livello delle verifiche “di verità” di quanto espone, non potendosi limitare a citare di essersi documentato via internet in qualsiasi modo là dove ometta, invece, una porzione determinante della vicenda quale è la totale esclusione – già come ipotesi investigativa – del coinvolgimento di tale soggetto in quel reato.

Le fonti citate dal ricorrente, infatti, non garantiscono la reale completezza informativa alla base di una eventuale operatività della scriminante putativa dell’esercizio del diritto di cronaca o di critica giornalistica.

Deve essere affermato, pertanto, il seguente principio di diritto: in tema di diffamazione a mezzo stampa o di pubblicazioni di tono giornalistico on line, al fine di configurare la scriminante dell’esercizio del diritto di cronaca o critica, non costituisce condotta di per sé idonea all’adempimento del richiesto onere di svolgere, in ordine ai contenuti dei propri articoli giornalistici, i dovuti accertamenti sulla veridicità dei fatti e l’attendibilità delle fonti informarsi soltanto via internet, mediante noti motori di ricerca e utilizzando dati di conoscenza provenienti dalla enciclopedia web Wikipedia, poiché tali strumenti non garantiscono “tout court” la reale completezza informativa funzionale alla operatività della scriminante putativa dell’esercizio del diritto di cronaca o di critica giornalistica.

Sulla base della natura della notizia e delle circostanze del caso concreto, dunque, l’articolista dovrà, se del caso, integrare altrimenti i propri accertamenti su fonti e contenuti dello scritto.
3.1. Neppure rileva l’osservazione difensiva riferita alla circostanza che l’articolista non sia un giornalista vero e proprio, sicché a lui non potrebbero essere riferiti gli standard di accuratezza nel verificare le fonti e la completezza dei fatti riportati, tipici di chi svolge tale lavoro in via professionistica.
L’impegno nel controllare il fatto narrato, infatti, deve essere preteso nei confronti di chiunque intenda pubblicare una notizia nelle forme di diffusività idonee eventualmente a configurare il reato di diffamazione a mezzo stampa (anche via web), senza che sia possibile prevedere un onere di diligenza “attenuato” nella verifica delle fonti o dei contenuti dello scritto per il privato che svolga attività più o meno continuativa di articolista, rispetto al giornalista di professione.
Chi intenda comunque pubblicare una notizia non certa, infatti, accetta il rischio che essa non corrisponda al vero e che l’antigiuridicità della condotta diffamatoria rimanga senza giustificazione, ponendosi dinanzi a lui in tal caso solo l’alternativa di non pubblicare affatto la notizia (cfr. Sez. 5, n. 3132 del 8/11/2018, dep. 2019, Lippera, Rv. 275259; Sez. 5, n. 13708 del 17/12/2010, dep. 2011, Giurovich, Rv. 250203; Sez. 5, n. 15986 del 4/3/2005, Rv 232131; Sez. 5, n. 31957 del 22/6/2001).
Anche sotto il richiamato profilo, pertanto, il ricorso deve essere rigettato.
4. In relazione agli esiti del ricorso, devono essere liquidate alla parte civile costituita e presente in udienza le spese sostenute nel giudizio, che si ritiene congruo determinare nella misura di Euro 1800 oltre accessori di legge.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile liquidate in Euro 1800 oltre accessori di legge.

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Diffamazione a mezzo stampa: la Cassazione ribadisce il no alla pena detentiva per i giornalisti

Si attende il verdetto della Corte Costituzionale sull’annoso tema, già previsto tra qualche mese: la pena detentiva prevista per i giornalisti per il reato di diffamazione a mezzo stampa è legittima? Oppure viola l’articolo 10 della Carta dei Diritti dell’Uomo sulla libertà di espressione? In breve: è legittimo che un giornalista (e, per traslato, qualunque cittadino italiano) venga condannato al carcere (sia pure con la sospensione condizionale della pena) per un articolo o espressioni lesive dell’altrui dignità? Nel frattempo è arrivata la Corte di Cassazione (5a sezione) a metterci una pezza e a stabilire che la detenzione può essere giustificata solo in casi del tutto eccezionali (discorsi d’odio o istigazione alla violenza). La sentenza n. 38721 del 19 settembre 2019, emessa dalla quinta sezione penale della Cassazione ribadisce che  “con la sentenza pronunciata nella causa Sallusti contro l’Italia del 7 marzo 2019 e ancor prima con la sentenza Belpietro contro Italia del 24 settembre 2013, ha affermato che la pena detentiva inflitta ad un giornalista responsabile di diffamazione è sproporzionata in relazione allo scopo perseguito di proteggere la altrui reputazione e comporta una violazione della libertà di espressione garantita dall’art. 10 Cedu. Più precisamente la Corte, con la sentenza nella causa Sallusti contro Italia del 7 marzo 2019, «ritiene che l’irrogazione di una pena detentiva, ancorché sospesa, per un reato connesso ai mezzi di comunicazione, possa essere compatibile con la libertà di espressione dei giornalisti garantita dall’articolo 10 della Convenzione soltanto in circostanze eccezionali, segnatamente qualora siano stati lesi gravemente altri diritti fondamentali, come, per esempio, in caso di discorsi di odio o di istigazione alla violenza» e precisa che la violazione sussiste anche se la pena detentiva è stata sospesa”.Così è stata annullata la condanna a tre mesi di reclusione inflitta dalla Corte d’Appello di Salerno nei confronti del direttore del giornale “Altre PagineFabio Buonofiglio, per un articolo pubblicato il 13 agosto 2011 e intitolato «L’allegra compagnia d’una giustizia che va a puttane», che era stato ritenuto gravemente lesivo della reputazione del magistrato Maria Vallefuoco, sostituto procuratore della Repubblica di Rossano. Pena annullata e reato nel frattempo caduto in prescrizione, dunque, ma Buonofiglio rischia comunque di essere riconosciuto colpevole di diffamazione in sede civile e di dover risarcire il danno provocato alla vittima. La sentenza della Corte Costituzionale è attesa prima della prossima primavera.

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Sostiene Tabucchi

L’ex presidente del Senato Renato Schifani chiese ad Antonio Tabucchi 1.300.000 euro (un milione e trecentomila euro!) per un articolo pubblicato dallo scrittore sui suoi presunti rapporti con la mafia. La Cassazione ha dato torto a Schifani, e ora la vittoria in giudizio di Antonio Tabucchi è finalmente definitiva perché ““Si è ritenuto che la notizia, espressa da un intellettuale e scrittore, noto sulla scena culturale europea e internazionale, per quanto imprecisa nel riportare i fatti di cronaca penale che avevano coinvolto il soggetto politico, doveva valutarsi nell’ambito di un giudizio soggettivo di valore (…)”. Complimenti Professor Tabucchi, l’abbraccio di lontano.

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Diffamazione: la Corte di Cassazione annulla la condanna inflitta a Oscar Giannino nei confronti di Luca Cordero di Montezemolo

La Corte di Cassazione ha annullato la sentenza della Corte di Appello di Milano nei confronti di Oscar Giannino e di altri giornalisti, al risarcimento di 15000 euro nei confronti di Luca Cordero di Montezemolo, dopo che Giannino aveva pronunciato la frase “Prima della nostra rottura, Luca Cordero di Montezemolo mi ha chiesto: tu quanto mi costi?” in un comizio tenutosi a Perugia il 12 gennaio 2013. Il processo andrà rifatto tenuto debitamente di conto che “il bilanciamento tra la libertà di espressione del pensiero e il diritto alla riservatezza della persona si attua con pesi e misure profondamente differenti quando la libertà di stampa ha ad oggetto questioni politiche e di pubblico interesse, ovvero tocca la persona di soggetti politici, cui si richiede un alto tasso di resistenza e di tolleranza alla critica, soprattutto allorché quest’ultima si inserisca in un contesto di agone politico – come quello qui in discussione – dove prevale l’interesse a tenere alto il livello di dibattito pubblico” e che “bisogna circoscrivere l’analisi di una «notizia diffamante», nel contesto politico, ove il linguaggio ha sempre carattere salato, suggestivo e allusivo, poiché tende alla captatio benevolentiae, e quindi ammette invasioni di campo nella sfera privata molto più ampie rispetto ad altri contesti di critica giornalistica. Affinché il dibattito politico, inteso come il «cuore della democrazia», possa svolgersi il più liberamente possibile, è così ammesso il ricorso ad affermazioni esagerate, provocatorie e persino smodate”. Secondo gli ermellini “la libertà di dibattito politico, in effetti, è la più ampia forma di manifestazione della libertà di espressione il cui esercizio – che avviene tradizionalmente attraverso il pubblico comizio, l’intervista, il mezzo della stampa, anche tramite l’uso di altri media e di Internet – misura il tasso di democrazia raggiunto in un Paese, in quanto è precipuamente finalizzato a fornire al pubblico un mezzo per scoprire e formarsi un’opinione sulle idee e le attitudini dei diversi soggetti che si confrontano nell’arena politica”, e, infine, che “il limite immanente all’esercizio del diritto di critica è, pertanto, costituito dal fatto che la questione trattata sia di interesse pubblico e che, comunque, non si trascenda in gratuiti attacchi personali”.

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Mettere un “like” su un commento offensivo non è reato

Il GIP di Catanzaro Francesca Pizii ha disposto l’archiviazione del procedimento nei confronti di Giuseppe Palaia, Lorenzo Commisso, Orlando Cosco, Chiara Zangari, Gianfranco Gallo e Nicola Pugliese, per il reato di diffamazione.  Il tutto nasce dalla querela di Antonio Talarico che aveva come oggetto un commento dai toni piuttosto aspri pubblicato sul profilo Facebook di una minorenne e avente caratteristiche offensive nei riguardi dell’attività politica del denunciante. Talarico si era opposto alla richiesta di archiviazione avanzata dal Pubblico Ministero, ma il GIP ha voluto richiamare quanto disposto dalla Cassazione per casi analoghi, ovvero che esiste una sostanziale differenza tra chi inserisce un commento suppostamente diffamatorio e chi invece si limita a condividere o a fare proprie le altrui ostilità che dovrebbe fare proprie utilizzando autonome espressioni offensive. L’accusa nei confronti degli indagati, quindi, non ha retto, e la posizione degli interessati è stata archiviata.

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La complicata vicenda giudiziaria di Mimmo Lucano

Foto e citazioni del testo tratte da www.wikipedia.org

Io non ce l’ho con Mimmo Lucano, il sindaco di Riace indagato dal 2017, anche se qualcuno, nell’ottobre scorso, lo aveva biecamente sottinteso e azzardato.

Ho solo avuto parole di (dura) critica verso tutto quel mondo della sinistra radical-chic, hashtagara che all’indomani del suo arresto è andata riempiendo i social network di #arrestatecitutti, come se fossero stati bruscolini.

Ho solo detto: lasciamo che la giustizia faccia il proprio corso e vediamo. E il proprio corso la giustizia lo sta facendo, da quella operazione del 2 ottobre 2018 che lo ha posto agli “arresti domiciliari con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti”.

Il 16 ottobre il tribunale della libertà gli revoca gli arresti domiciliari ma gli impone di non risiedere a Riace, divieto che verrà revocato dalla Cassazione il 26 febbraio 2019.

L’11 aprile 2019 viene rinviato a giudizio (nonostante la Cassazione stessa abbia demolito molti degli indizi a suo carico) “per abuso d’ufficio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.” Il giorno dopo (guarda caso, a volte si dice che la giustizia ad orologeria non esiste!) riceve una ulteriore informazione di garanzia “per truffa e falso in relazione alla gestione dei migranti a Riace”.

Sono segnali decisamente preoccupanti che vanno bene al di là dell'”arrestateci tutti”, della solidarietà facilona e massmediologica degli inviti alla trasmissione di Fazio. Intendiamoci, sia chiaro che per me (e per la legge) Mimmo Lucano è innocente fino a condanna definitiva passata in giudicato (e non c’è stato ancora neanche uno straccio di processo di primo grado), però tra rinvio a giudizio e nuovo avviso di garanzia, non lo vedo tanto bene. Certo, potrà addurre tutte le motivazioni a suo discapito in un giudizio davanti a un giudice terzo, però intanto la Procura sta vincendo per 2-0 (e la difesa qualche cosa deve pure averla detta, se non altro nell’udienza filtro per il rinvio a giudizio).

Bisogna andarci cauti, con queste cose, maledettamente cauti, santa Maria, se no si rischia veramente di andare al di là dei dati di fatto per far vincere le emozioni e le commozioni. Poi se Lucano riuscirà (come mi auguro) a farsi assolvere in tutti e due i procedimenti, sarò il primo a complimentarmi con lui pubblicamente e a esserne felice (l’iter giudiziario, mper chi ci capita in mezzo, è un calvario). Ma la gente comincia già a lasciarlo solo.

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La bomba nel processo penale

prescrizione

L’emendamento al decreto sicurezza che blocca la prescrizione dopo il primo grado di giudizio, qualunque sia la sentenza emessa è un vero e proprio mostro giuridico e meriterebbe di essere cancellata dalla faccia della terra, oltre che dalle carte dei sonnacchiosi senatori che non potranno neanche parlarne, perché tanto il Governicchio porrà la questione di fiducia.

Con questo istituto si svilisce prima di tutto un istituto che esiste ed esisteva nel nostro stato di diritto: lo Stato rinuncia a pretendere di risolvere un procedimento quando sia passato un certo lasso di tempo. La prescrizione è una espressione del diritto all’oblio. Dopo un po’ ci si dimentica di un fatto, si rinuncia ad esercitare l’azione penale perché un poveraccio (o un malandrino) non può essere giudicato anni e anni dopo per quello che ha fatto anni e anni prima. E’ probabile che si parli di un’altra persona (in senso stretto), di qualcuno che non si riconosce più e che non ha più nulla a che fare con il reato che ha commesso (ammesso e non concesso che lo abbia veramente commesso). E allora la questione si chiude.

Stoppando i tempi di prescrizione sine die si ledono i diritti di difesa (che può puntare anche sull’eccessiva durata del processo) e si va contro alla prescrizione costituzionale per cui un procedimento penale o civile deve avere una durata ragionevole, perché una volta ottenuta una sentenza di primo grado praticamente moriranno tutti i giudizi di grado superiore (qual è quel Pubblico Ministero o quell’avvocato difensore che in presenza di una sentenza sfavorevole avrà l’ardire di presentare appello in secondo grado o in Cassazione se sa che la prescrizione è sospesa?? A quel punto nessuno dei due avrà più fretta, e in caso di condanna il difensore avrà tutto l’interesse di mantenere così le cose per evitare che il suo cliente vada in galera, e la sentenza resta nel limbo).

E’ una bomba all’interno del processo penale che potrebbe avere effetti di deflagrazione anche molto gravi. Non si sa che cosa voglia fare di preciso questo governo, ma vi assicuro che non è assolutamente niente di buono.

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Ordine di carcerazione per Umberto Bossi (e pena sospesa -per ora!-)

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La notizia è di quelle che sono passate in sordina negli ultimi giorni, relegata a pochissime righe in una pagina interna sui quotidiano nazionali, o a un minuscolo link sulle home page dei giornali on line. Umberto Bossi è stato raggiunto da un ordine di carcerazione dopo il passaggio in Cassazione che ha confermato la condanna a 1 anno e 15 giorni di reclusione per il trascolorato leader della Lega, colpevole (a questo punto lo si può dire!) di vilipendio al Capo dello Stato, per aver definiti l’allora Presidente della repubblica Napolitano un “terùn” facendo contemporaneamente un accenno di gesto delle corna.

Dopo la sentenza di Cassazione, la magistratura di Brescia ha chiesto e ottenuto un ordine di arresto per Bossi. Subito dopo, però, ha emesso un’ordinanza di sospensione della pena. Bossi dovrà scegliere in quale forma di detenzione scontare la pena (sostanzialmente se carceraria o domiciliare) o se vorrà optare per la libertà vigilata o per l’affidamento inm prova ai servizi sociali, tutte forme “alternative” per scontare una condanna tutto sommato mite ma esecutiva. Bossi ha svariati precedenti penali al suo attivo (se volete approfondire l’argomento potete guardare la voce a lui dedicata su Wikipedia, che sui morti e i precedenti penali è un vero e proprio portento, bisogna riconoscerlo) e questo, probabilmente, ha fatto sì che una condanna a solo un anno e mezzo, una volta passata in giudicato, diventasse esecutiva.

Ma non è stata ordinata la carcerazione per un mariuolo qualunque. E’ stata ordinata la carcerazione per Umberto Bossi, il Ministro del Welfare dei governi Berlusconi, di cui la Lega è stata alleata per interi lustri. Non è un cittadino comune a dover andare in galera (o, come in questo caso, usufruire delle forme alternative di espiazione della pena), Bossi è stato una figura centrale delle trascorse legislature. E’ stato deputato e senatore, Ministro delle riforme del federalismo (le solite razzate leghiste), Ministro per le riforme istituzionali e la devoluzione. Col suo carico di carichi (gioco di parole) pendenti è stato anche membro della Commissione per le libertà e i diritti dei cittadini, la giustizia e gli affari interni dal 22 luglio 1999 al 10 giugno 2001. Cioè, chi si occupava della giustizia e dei diritti dei cittadini nel 1999-2001 adesso è stato oggetto di un ordine di carcerazione per vilipendio al Presidente della Repubblica.

Ha fatto parte di quel gruppo di politici di centro-destra che hanno amministrato e governato il Paese negli anni del non ancora terminato berlusconismo. E, come già accaduto per Berlusconi, adesso deve scontare una pena. Fa parte di quel gruppo di politici di spicco  per i quali si stanno lentamente aprendo le porte del carcere (o dei servizi sociali, si veda il caso). E’ solo questione di tempo. Una generazione politica formata da individui per cui la giustizia ha comminato la galera condannando così non già un gesto isolato e occasionale (può succedere a tutti una diffamazione o un vilipendio del capo dello Stato sotto forma di critica apparente, i social network ne sono pieni), ma la logica stessa che sottende e ha sotteso alla loro opera governativa. Non si è condannato un uomo o un politico, si è chiesto il carcere per un simbolo, peraltro tragicamente presente nella compagine governativa attuale.

Ma per l’informazione ufficiale italiana tutto questo conta poco, anzi, pochissimo.

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Lega: restituiranno 49 milioni a rate in 80 anni

Immagine tratta da it.wikipedia.org -scusate la fonte-
Immagine tratta da it.wikipedia.org -scusate la fonte-

La Lega Nord è arrivata a un accordo coi pubblici ministeri del Tribunale di Genova che avevano stabilito il sequestro di 49 milioni di euro sottratti alle casse dello Stato, cioè ai cittadini italiani.

Coi pubblici ministeri i compromessi si fanno tutti i giorni. Come i patteggiamenti, per esempio. Ma mentre nel patteggiamento non c’è la prova provata della responsabilità dell’imputato (si tratta solo dell’applicazione della pena su richiesta delle parti, non c’è dibattimento, quindi non c’è formazione degli elementi probatori), non c’è ammissione di responsabilità, nel caso della Lega Nord c’è un ordine di sequestro dopo la sentenza sulla truffa dei rimborsi elettorali dal 2008 al 2010. E ripeto: soldi dello stato pagati dai cittadini italiani.

La Lega se la caverà con 80 comodissime rate annuali (una dilazione estrema che ricorda le televendite dei materassi di Mastrota) da 600.000 euro l’anno. Senza interessi. Che, voglio dire, in 80 anni quanti interessi (composti) rendono 49 milioni? E anche quelli sono soldi dei cittadini.

Ma, soprattutto, la richiesta di questa rateizzazione nasconde qualcosa di molto più grave e inquietante: una ammissione di completa responsabilità riguardo ai fatti contestati, prima ancora di un pronunciamento di merito definitivo da parte della Cassazione sulle ipotesi civili e penali della vicenda. E’ come se avessero detto “è vero, noi quei soldi li abbiamo presi, adesso li restituiamo ma a babbo morto, con calma, senza fretta, tanto fra 80 anni chissà se saremo ancora tutti vivi e il tempo è galantuomo.”

Nel frattempo restano al governo per respingere le navi che trasportano i disperati.

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Silvio Berlusconi riabilitato e candidabile

Così, un Tribunale ha stabilito che Silvio Berlusconi è riabilitato. E, più precisamente, è stato il Tribunale di Sorveglianza di Milano che ha cancellato gli effetti della condanna dell’agosto 2013, tra cui l’interdizione dall’eleggibilità alla Camera e al Senato determinata dall’applicazione della legge Severino e che sarebbe dovuta durare sei anni (quindi fino al 2019). E c’è solo da immaginarsi che cosa succederà adesso se il governo che si sta per varare con il bacio mefitico tra M5S e Lega non dovesse andare in porto: il nostro eroe piangerà e sbraiterà perché vorrà che si vada di nuovo alle urne per vedere finalmente ripristinato il suo diritto a fare il Premier di una coalizione malridotta come l’armata Brancaleone e a ripresentarsi, ripulito di tutto punto da una sentenza che gli dà di nuovo il diritto al virgineo candore di un tempo, all’appuntamento con gli italiani. C’è solo di che sperare che la Procura della Repubblica interponga il ricorso in Cassazione contro il provvedimento del Tribunale, anche perché se no non si spiegherebbe come una persona che è stata altrove (ma sempre in sede giudicante) definita un “delinquente naturale”, possa ambire all’elezione in Parlamento, esattamente come se fosse un giovanottino di primo pelo, incensurato e con il tremore in corpo al primo varcare la soglia di Montecitorio. Fiducia nella giustizia sì, ma oggi c’è chi, come me, accusa un fastidioso e persistente mal di stomaco.

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La sentenza della trattativa stato-mafia è come un film in bianco e nero (ri)visto alla TV

trattativa

E allora è stato definito finalmente da una sentenza di primo grado che sì, la trattativa stato-mafia ci fu, e che Dell’Utri, Mori, Subranni e De Donno debbono essere condannati a 12 anni di reclusione. L’ex senatore Mancino, invece, deve essere assolto. Il teorema regge e le ipotesi cominciano a trovare un fondamento giuridico, una radice profonda nelle sentenze di quei giudici che hanno sostanzialmente accolto l’impianto accusatorio dei pubblici ministeri. E’ stato proprio Di Matteo a dire: “Sanciti i rapporti col Berlusconi politico”. L’ex Cavaliere ha replicato: “Parole di una gravità senza precedenti”. E via schermeggiando.

Comunuque vada, non è una novità. Delle trattative stato-mafia si sapeva già da quando la sentenza contro Giulio Andreotti mise la pietra tombale della prescrizione su eventi antecedenti la primavera del 1980. Eventi che sono stati dimostrati, confermati e vagliati da tre gradi di giudizio. Non era vero nulla quello che urlava esultante l’allora più giovane avvocato Giulia Bongiorno nel comunicare al suo assistito l’esito favorevole della sentenza di Cassazione: “E’ finita, è finita per sempre!” Qui quello che resta per sempre sono fatti comprovati e inaccessibili per il decorrere del tempo dalla giustizia di stato.

In ogni modo, quello di oggi è un film già visto. Un film dell’orrore, s’intende.

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La morte dignitosa di Totò Riina

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Un mio amico ha scritto su Facebook che ora va tanto di moda Totò Riina. Non è vero. Non va di moda Totò Riina, va piuttosto di moda il dibattito sempiterno sul primato della pena sulla pietà umana e cristiana o viceversa, sul se un mafioso in quanto mafioso e riconosciuto colpevole di delitti atroci (dalle stragi di Stato agli scioglimenti nell’acido) adesso che si trova alla fine della sua vita con la prospettiva di avere davanti un lasso alquanto limitato di tempo, debba morire come un cane rognoso o possa crepare in condizioni più umane e dignitose. La porta al dibattito (e alla polemica) l’ha aperta una sentenza della Cassazione a cui è stato fatto dire di tutto e di più. Inrealtà il Palazzaccio dice una cosa molto semplice: che della questione deve tornare ad occuparsi il tribunale di sorveglianza di Bologna, annullando con rinvio un’ordinanza dello stesso collegio giudicante. Se ne deve riparlare, insomma, la partita non è ancora chiusa. Ma la Cassazione non ha assolutamente sospeso la pena per Totò Riina, che continua a rimanere detenuto al 41 bis nell’ospedale di Parma, dove mi risulta sia curato. Tutto lì. O, meglio, c’è dell’altro. In verità la Cassazione ha ritenuto contraddittoria la sentenza di Bologna, ma non stiamo lì a ravanare, il punto è che la Cassazione non intendeva certo far sollevare questo vespaio di interventi a favore o contro.

Perché il punto non è se essere buoni e perdonare Riina mandandolo a morire a casa sua nel suo letto anziché su una brandaccia sgangherata oppure essere senza cuore ed augurarsi che Riina muoia il più lentamente possibile espiano a lungo (ma mai sufficientemente) le sue colpe, rendendo allo Stato una briciola di tutto il male che gli ha fatto. Queste sono cose da cattolici. O da giustizialisti (a volte coincidono). A dire il vero c’è una terza scuola di pensiero che sui social network si sta facendo sentire ed è quella di chi vorrebbe che Totò Riina, visto che sarà anche malato, ma è lucido e capace di intendere e di volere, si decida, dietro promessa di concessione di qualche beneficio (noi italiani siamo pur sempre mafiosi dentro), a raccontare tutto quello che sa delle relazioni della mafia con lo Stato, scoperchiando finalmente quel vaso di Pandora che permetterebbe di togliere il velo di nebbia dalla conoscenza dei fatti e che ci restituirebbe dignità di Nazione (ma dove?). Costoro non si preoccupano minimamente di pensare che dovrebbe essere lo Stato quello che dovrebbe ragguagliarci del come e del perché dei suoi rapporti con la mafia, non il contrario. Ma passiamoci sopra. No, dicevo, il punto non è uno di questi, il punto è che, premesso che lo Stato non deve essere vendicativo e che le pene devono tendere alla rieducazione dei condannati, bisogna trovare una soluzione che contempli l’esigenza di Riina con quella dello Stato che ha tutto l’interesse a vederlo scontare la pena. E questa soluzione potrebbe non essere necessariamente la sospensione dell’esecuzione della pena, perché ci sono da contemplare i diritti dei familiari delle vittime (Nando Dalla Chiesa ha scritto delle pagine molto toccanti sul tema, ultimamente). Si potrebbe arrivare alla concessione degli arresti domiciliari (che erano stati richiesti “in secundis” dalla difesa di Riina), così il detenuto continuerebbe a scontare la pena e avrebbe dall’altra parte quella serie di benefici limitati (bisognerebbe comunque garantire una detenzione alternativa sì, ma comunque sicura e similare a quella del 41 bis, e francamente non è certo che ci si possa arrivare). E bisogna farlo in fretta perché c’è un uomo che sta morendo e perché, come diceva la mi’ nonna Angiolina, “davanti alla morte siamo tutti uguali (finalmente!) e ci si tasta debitamente i coglioni” (“debitamente” l’ho aggiunto io).

Ma non si tratta di applicare la pietà. E neanche di mettere in pratica la vendetta. Bisognerebbe sostituire le parole “pietà” e “vendetta” con la parola “diritto” (pare se ne siano dimenticati in troppi che c’è anche quella, ormai parliamo esclusivamente in base a degli impulsi sentimentali personali, non più in base ai codici e ai regolamenti) e tutto quello che rientra nel “diritto”, allora, sarebbe buono e utile, compresa la morte dignitosa di Totò Riina. E se ci rendessimo conto che la Cassazione non ha fatto altro che applicare delle regole sulla base di una sentenza già scritta. Hanno fatto una cosa meravigliosa che si chiama “giurisprudenza”, che vuol dire “direzione”, “orientamento” legislativi. Hanno creato un precedente, stabilendo che se si pone la questione di un detenuto cui dare una morte degna di questo nome (e non c’è mai nulla di degno nel nome ‘morte’) QUANTO MENO ci si può far venire il dubbio, aprire uno spiraglio e andare incontro al detenuto, perché il motto latino recita che “in dubio pro reo”. E che lo Stato non sia mai più carnefice del carnefice che intende punire. Sarebbe, semplicemente, una aberrazione inaccettabile.

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Stefano Cucchi: tutti assolti per insufficienza di Stato

C’era qualcosa che non mi tornava, ieri, nell’apprendere la notizia dell’assoluzione degli imputati al processo d’appello per la morte di Stefano Cucchi. Al di là del comprensibile dolore dei familiari e della stigmatizzazione degli imputati che esibivano allegramente il dito medio alla platea, al di là di questo -dicevo- mi mancava un elemento: se è stata fatta giustizia e se degli imputati sono stati assolti, perché gridare impropriamente contro uno Stato inadeguato e chiedersi “se non sono stati loro allora chi?”, a parte il fatto che in un’aula di giustizia si decide se Tizio è colpevole e non si va a vedere chi possa essere stato nel caso Tizio risultasse innocente?

E la risposta alla chilometrica questione è che l’assoluzione di tutti gli imputati è avvenuta sì, ma per mancanza di prove. Cioè non per non aver commesso il fatto, non perché il fatto non sussiste (ci mancherebbe solo che qualcuno andasse a illazionare sul fatto che Stefano Cucchi non è morto), non perché il fatto non costituisce reato. Solo ed unicamente per mancanza di prove. Il che significa che quand’anche l’assoluzione dovesse andare confermata in Cassazione, finché il reato non va in prescrizione c’è ancora il tempo di raccogliere prove a carico di Lorsignori e di riaprire il processo. E un’assoluzione per mancanza di prove è, sostanzialmente, un rimprovero alla pubblica accusa, che non è stata capace di trovare sufficienti elementi che possano far condannare questi signori.

Quindi, più che di una morte di Stato bisogna parlare di una inerzia dello Stato nel trovare i colpevoli e di inchiodarli al muro delle loro responsabilità. Tutti assolti per insufficienza di Stato, quello Stato che non c’è quando si tratta di cittadini affidati alla sua custodia. E’ uno Stato condannato e additato al pubblico ludibrio da quegli stessi giudici allenati ad accogliere “pedetemptim” tutte le tesi accusatorie che vengono loro proposte. E’ la resa dello stato diritto. Ma almeno avremo la possibilità di sperare in uno Stato di verità.

Signor Giudice noi siamo quel che siamo.

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Ancora sul diritto all’oblio: Raniero Brusco assolto in Cassazione per l’omicidio di Simonetta Cesaroni

Con la mi’ moglie si ragionava, l’altra sera, del diritto all’oblio. Ne parlai a proposito delle assurde pretese di Wikipedia di non vedere oscurati i link su Google ad articoli che ledono questo diritto nei confronti di terzi. E la mi’ moglie non la pensa come me. Evviva, segno che in casa mia esistono ancora la democrazia e la libertà di parola (sono beni rarefatti, oggidì).

Però io la penso ancora allo stesso modo, o guarda un po’, e oggi la Cassazione ha definitivamente assolto Raniero Brusco, il fidanzato di Simonetta Cesaroni, per il delitto di Via Poma (condannato in primo grado a 24 anni di reclusione, assolto per non aver commesso il fatto in appello).
La prima cosa che chi è direttamente coinvolto in una vicenda così grottesca (l’imputato e i suoi familiari) può pensare è che è la fine di un incubo. E’ vero, con la sentenza si archivia definitivamente la posizione di Brusco che non potrà più venire condannato neanche se dovessero emergere nuove prove schiaccianti a suo carico.
Ma la vita di quest’uomo (colpevole o innocente che sia non importa, è stato assolto dopo tre gradi di giudizio) resterà comunque sempre segnata dalla vicenda giudiziaria che lo ha coinvolto, dal convincimento dei pubblici ministeri della sua colpevolezza, sgretolatosi come argilla secca davanti alle sentelle di appello e di cassazione, da quella condanna di primo grado (che, come dice un mio amico avvocato, “è il nulla”).
Si parlerà di lui non più come il signor Raniero Brusco, di professione vattelappesca, sposato con la signora Tal de’ Tali, ma come “quello dell’omicidio di quella povera ragazza”. Perché i “poveri” sono sempre -giustamente- le vittime, mai i presunti carnefici, soprattutto quando si dimostra che carnefici non sono.

E allora sì, diritto all’oblio. Diritto a non associare un fatto criminoso al nome di una persona, diritto ad essere dimenticati, diritto a essere considerati per quello che si è e non per quello che si era, diritto a spegnere la luce e a fare un bel falò di tutte le carte spulciate da PM, parti civili e difesa. E diritto di mandare a fare in culo tutto questo e molto altro.

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