Burioni, la Bibbia, le patate, il diavolo e i novax

Una ragazza riporta su Twitter un testo tratto da Wikipedia, bontà sua. Il Wikipediano di turno, ci tiene a precisare che la Bibbia non parla delle patate. Naturalmente ai tempi in cui sono stati composti i testi biblici (e si parla di un lasso di tempo di circa 1600 anni) le patate non erano ancora conosciute nel nostro mondo (lo saranno solo dopo il 1492, con la scoperta dell’America) e fin qui ci arriva anche un bambino. Quindi la Bibbia non può parlare delle patate perché Isaia, Mosé, Matteo, Marco, Luca, Giovanni e San Paolo semplicemente non ne hanno mai assaggiata una. La riflessione di Wikipedia, tuttavia, va oltre. Le patate venivano considerate opera del demonio, e il fatto che la Bibbia non le citasse, non significava, nossignori, che non fossero un frutto conosciuto, ma che Dio non voleva che venissero consumate, per cui venivano ricondotte a opere di stregoneria e di diavoleria. A questo punto risponde e rintuzza Roberto Burioni. Dice che sì, la gente non mangiava patate perché, crescendo sottoterra, erano frutto che venivano considerati opera del diavolo e aggiunge che i novax hanno radici antiche. Ecco, io sllora mi chiedo come mai ogni volta che vorrei dare ragione a Burioni finisco sempre ed inevitabilmente per dargli torto. Ora, ditemi voi (anzi, me lo dovrebbe dire lui) che cosa c’entrano i novax con le patate, la Bibbia e il diavolo. Qual è il minimo comunde denominatore che sottende a questo sottile e fragile ragionamento? Forse che i novax vedono il diavolo nei vaccini, come un tempo si vedeva il diavolo nelle patate e, quindi, se ne astengono? Ma non è che è anche un po’ Burioni che vede il diavolo nei novax e, per traslato in chiunque abbia una posizione non dico contraria (non si può essere contrari ai vaccini), ma quanto meno critica e chi rivendichi una libertà di scelta (pagando ovviamente tutte le conseguenze del caso) in tema di vaccinazioni obbligatorie e non?? Chi è il vero diavolo secondo Burioni, quello che nei secoli più bui ti impediva di mangiare le patate, o quello che nel XXI secolo sceglie sulla propria pelle e sulla pelle dei propri figli di non essere vaccinato perché è convinto che sia bene così? Ecco, secondo Burioni la nuova opera del demonio è compiuta. Satanassi e Belzebù si nascondono dentro le anime dannate degli untori che non vaccinano la loro prole, ignorando, o non sapendo proprio per nulla che il morbillo è la peste del domani. Ma come abbiamo fatto noi, che abbiamo intorno ai 50 anni a sopravvivere? Quando ti prendeva il morbillo non c’era nulla da fare, ti mettevi a letto e aspettavi che ti passasse. Io l’ho avuto da piccolo, nessuno, a cominciare dai medici che mi hanno curato in quel periodo (grazie al dottor Boch!), ha mai pensato che io stessi per andarmene all’altro mondo o che mettessi a repentaglio la salute e la vita dei miei genitori che mi stavano vicini o di qualsiasi altro bambino con cui andassi a giocare, anche perché i miei genitori e gli altri bambini, si veda il caso, il morbillo lo hanno avuto a loro volta. E ti facevi i tuoi bravi anticorpi e poi guarivi. Oggi no. Oggi di morbillo si muore. E allora la gente ha paura. Quella paura irrazionale e ingiustificata che viene dalla non informazione, dal non conoscere le cose, dal non avere un minimo di buon senso, dall’essere fedeli di una chiesa i cui sacerdoti tuonano anàtemi contro chi non si adegua. Dàgli all’untore e viandare, come si suol dire. E forse qualcuno si accorgerà, come è successo per le patate, che anche i vaccini sono una cosa buona, che si può scegliere se usarli o no e che la posta in gioco non è la scienza ma la conoscenza, nonché la consapevolezza che una volta acquisita la conoscenza necessaria per scegliere non può più buttartelo nel culo nessuno, nemmeno il diavolo. E nemmeno Burioni.

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David Puente e il “caso” Bencivelli

Questo articolo -un po’ lunghetto, per la verità- viene pubblicato volutamente SENZA materiale iconografico. Leggendolo con pazienza e un pochino di attenzione vi renderete conto del perché.

Ritengo che il caso del procedimento penale che ha portato alla vittoria della giornalista Silvia Bencivelli per episodi di diffamazione, dopo cinque anni di iter giudiziario, non sia stato doverosamente e compiutamente riportato e trattato come si dovrebbe (e come avrebbe meritato) dai cosiddetti “debunker di stato” (definizione felice proveniente, purtroppo, da ambienti poco altrettanto “felici” dal punto di vista delle verità scientifiche delle tesi che portano avanti).

E’ stato un procedimento importante, perché ha visto vincere una donna, una brava giornalista, una persona che non ha portato la causa alle vette delle più alte risonanze del web (come avrebbe potuto, se lo avesse voluto, e come sarebbe stato anche suo preciso diritto) ma lo ha mantenuto all’interno delle aule giudiziarie fino al pronunciamento favorevole in primo grado con la condanna a otto mesi di reclusione dell’imputato. Ha comportato molta sofferenza da parte della persona offesa e tutti questi elementi certamente meritavano di essere analizzati con maggiore dovizia di particolari.

Sui blog di Paolo Attivissimo e David Puente non è apparso assolutamente nulla. Nessuna analisi dei fatti, non uno scritto che riportasse solidarietà alla Bencivelli (eppure ce n’era tanto, ma tanto bisogno!), nessuna “cronaca” dell’andamento del processo, nessun cenno alla sentenza finale. Arringhe difensive e requisitorie dei PM, manco a parlarne. Eppure, per precedenti condanne allo stesso imputato, Paolo Attivissimo aveva trionfeggiato, mentre per David Puente, la lotta contro l’imputato è diventata ormai un vessillo da portare con onore, quasi una questione di tipo personale. Sul suo blog è apparso, questo sì, un articolo intitolato “XY accusa Silvia Bencivelli tagliando un video a piacere“. Ma della notizia non c’è traccia.

Ho provato a far presente tutto questo a David Puente (visto che, come è noto, Paolo Attivissimo mi ha bannato dal suo account Twitter che, comunque, riesco a leggere ugualmente) ma mi ha risposto con due link per farmi notare che non era vero quello che dicevo, e cioè che lui e il Superlativo non avessero scritto nemmeno una riga sul caso (e il “neppure una riga” non era da prendersi in senso letterale, è chiaro, ma per il debunker medio la parola scritta è ferma, immodificabile e priva di possibilità di interpretazione, come la Bibbia per i Testimoni di Geova e hai voglia te a insistere su questo punto), ma che c’erano, addirittura, ascoltate bene, udite udite, due tweet. Sissignori, due interventi su Twitter, nientemeno. Tutto lì. Sofferenza, coraggio, tenacia, la paura di vivere l’incubo della persecuzione ogni volta che si apre il proprio profilo Facebook o la propria casella di posta elettronica, valgono due commentini di 240 caratteri al massimo, uno dei quali (quello di Paolo Attivissimo) con il link all’articolo di Repubblica (giornale nel mirino di *.issimo per sovrabbondanza di notizie suppostamente farlocche e errori di ortografia) in cui la Bencivelli racconta la sua storia. Della serie “se volete saperne di più andate a guardare questo”. E’ un po’ la logica perdente e supponente con cui i linuxari ti dicevano “Read the Fucked Manual!” quando avevi bisogno di un aiuto (e Dio sa di quanto aiuto si può aver bisogno avendo a che fare con Linux!). Risultato: con 240 caratteri non scrivi nulla, neanche un messaggio di solidarietà (un messaggio di solidarietà che abbia un senso compiuto e che tenga presente tutti gli aspetti della vicenda, perché per scrivere “Evviva evviva!!” 240 caratteri bastano e come). Ovvio che c’è stato un apprezzabile batter di manine da parte degli adepti degli stessi “debunker”, ma tutto è finito lì, in una mestizia e in una tristezza senza precedenti: c’era chi aveva pagato un prezzo altissimo (in denaro e risorse emotive personali) per vedere condannato il proprio diffamatore, che si era impegnato come non mai per veder riconosciute le proprie ragioni e il pubblico dei 240caratteristi era lì a dare bella mostra di sé, neanche l’avvocato della Bencivelli lo avessero pagato loro.

Ed ho avuto l’impressione (ma, appunto, si tratta di una sensazione personale) che i debunker e i debunker-fan più incalliti fossero contenti più per la condanna dell’imputato che per la vittoria della Bencivelli. Che uno potrebbe anche chiedermi “che differenza c’è?” Molta, ve lo assicuro.

Poi è successa una cosa particolare. Dopo la sentenza, su una pagina Facebook è apparsa una foto che ritrae la Bencivelli in una posa imbarazzante, ma indubbiamente involontaria. La foto era corredata da un estratto testuale da un articolo de “La Valigia Blu”. David Puente ne ha dato notizia con un altro tweet (neanche a voler ipotizzare una soluzione diversa!) che riporta la foto in questione “ritoccata” e “censurata” nella parte più delicata. Un pensiero gentile, non c’è che dire, ma che non ha fatto altro che riverberare un contenuto (poco importa se privato della sua parte più “sensibile”) che avrebbe potuto (e forse anche dovuto) essere lasciato abbandonato al proprio destino, lì nell’ambiente in cui era stata postata. Perché il diritto all’oblio in rete esiste, deve e può essere garantito. Non è vero che (come afferma ad esempio lo stesso Paolo Attivissimo) Internet conserva tutto, mantiene tutto, non perdona niente. Se non si possono cancellare i contenuti si può almeno fare in modo che quei contenuti siano dimenticati, che perdano di interesse e di attualità. E in genere lo si fa ignorandoli. Invece David Puente non solo ha ripubblicato l’immagine fotoscioppata, ma ha addirittura fornito il link alla risorsa originale dove la fotografia veniva pubblicata integralmente. Col risultato di facilitare un numero indefinito di clic a quella pagina, quelli di chi, incuriosito, è andato a ravanare nel torbido pur di rendersi conto di che cosa si trattasse. Magari per poi chiudere il collegamento pochi secondi più tardi, schifato. Ma, disgraziatamente, non abbiamo ancora nessun accrocchio info-telematico che permetta di registrare il gradimento del lettore finale.

Avrebbe potuto fare diversamente David Puente? Sì, certo. Avrebbe, per esempio, potuto evitare questa eco di clic di “ritorno” sul sito originale limitandosi a descrivere i fatti. E poi avrebbe potuto porsi una domanda: quella foto della Bencivelli è vera o è falsa? E’ lui il debunker. E’ lui che smonta notizie, prove, commenti, fotografie, filmati. Non credo che gli sia così difficile debunkare un fotoritocco. Ma il punto è un altro, ossia che riportare su Twitter che qualcuno ha pubblicato una foto della giornalista non è una notizia. E’ esattamente poco più che riportare il link a un articolo di giornale o a un evento in particolare su Facebook (o su Twitter, si veda il caso), è solo fare pubblicità e amplificare quello che non è. Non c’è nessuna informazione né nell’evento in sé, né nel riverberarlo a tutti i costi ai propri lettori. Qual è, dunque, il valore aggiunto in termini di conoscenza delle cose? Ve lo dico io, non c’è niente, è un gesto sterile, che non porta a nulla se non all’autoreferenzialità. Altra cosa sarebbe stato intervenire dicendo che: “Tizio ha pubblicato la tale foto nella tale pagina, ma quella foto è falsa perché etc… etc…“.

Una cosa è certa: chi ha pubblicato quella foto voleva colpire direttamente la giornalista, “rea” di aver vinto una causa per diffamazione e di aver portato il suo presunto diffamatore nelle sedi opportune che le hanno dato ragione. La segnalazione di David Puente non porta nessun sollievo al peso di questa azione, anzi, lo aggrava dandole visibilità e solo visibilità. Avrebbe pututo, David Puente (ma non lo ha fatto), esprimere la propria indignazione per una azione certamente vigliacca e codarda, ma sa benissimo che l’indignazione non basta, che bisogna agire soprattutto se si è e si vuole rimanere un “debunker di stato”.

E tutto questo costa molto più di un tweet.

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Del primato dei libri di carta

libri

Distribuisco e-book (o, meglio, testi digitalizzati, chè v’è la sua differenza) da una decina di anni, attraverso il sito gemello www.classicistranieri.com. Diciamo quindi che dell’argomento ne mastico un pochino. E che mi sono sentito tante, troppe volte rivolgere la (preoccupata) domanda “Ma l’e-book soppianterà il libro di carta?”

Giusto ieri sono incappato in un breve scritto di Richard Stallman (ve lo riporto nel file PDF in fondo, o guardate quanto sono gentilino!) sul pericolo di (certi) e-book. Ma non ci voleva certo Stallman per ricordarci che il libro di carta ha un vantaggio enormemente più grande, quasi incolmabile, sull’e-book che si acquista su Amazon (spesso a prezzi quasi corrispondenti alla versione cartacea, per cui tanto vale…).

Stallman fa giustamente notare che si può comprare un libro di carta pagandolo cash e mantenendo il più completo anonimato. Su Amazon dovete dare il vostro nome e cognome, il vostro indirizzo e un recapito di posta elettronica e questo non è certamente un bene.
Un libro di carta ha una tecnologia conosciuta e “aperta”, il corrispondente per Kindle è in un formato chiuso e proprietario.
Una volta acquistato un libro di carta potete portarlo a casa, nasconderlo nella libreria e ritirarlo fuori tra 20 anni per leggerlo, sarà sempre lo stesso oggetto e sarà sempre leggibile. Sfortunatamente non sappiamo ancora se fra 20 anni esisteranno applicativi che ci permettano di leggere i libri acquistati oggi su Amazon. Anzi, per dirla tutta, non sappiamo neanche che fine faranno i formati storici come il PDF. Come dico sempre, la Bibbia di Gutenberg è ancora leggibile dopo oltre 500 anni, abbiamo bisogno di tecnologie che ci garantiscano la sopravvivenza delle informazioni per almeno un tempo equivalente.
Col libro di carta potete cedere alcuni dei vostri diritti a terzi. Per esempio potete prestarlo a un amico. O rivendervelo, se proprio ci tenete. Non vi illudete di fare la stessa cosa con l’e-book di Amazon perché semplicemente non è possibile.
Ma soprattutto: col libro di carta non siete controllati da nessuno ed è impensabile pensare che chi ve lo ha venduto possa d’un tratto cancellare da remoto tutte le informazioni che vi sono contenute.

Ci sono, poi, le ragioni di quelli che i libri li sniffano. Io non ho mai capito che gusto ci trovino ma anche qui mi sono sentito dire più volte “Vuoi mettere l’odore dei libri nuovi?” Non ci ho mai capito un accidente, cioè, non ho mai capito perché la gente trovi tanta soddisfazione nell’usmare volumi e mi sono sempre chiesto se il godimento che gliene deriva è altrettanto marcato quando li leggono, ma c’è di tutto a questo mondo e dunque vanno bene anche certi feticismi.

Nessuno si preoccupi, dunque, il libro di carta ha lunga vita e sta benissimo. E se non credete a me leggete quello che ha da dire Richard Stallman.

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Undicesimo: non guardare!

No, non l’ho visto Benigni, sono ancora abbastanza preconcezionista da potermelo permettere.

C’è un sacco di gente sui social network che è andata sproloquiando sul fatto che Benigni, se non ti piace, lo puoi tranquillamente ignorare guardando qualcos’altro. Io tra un po’ non ho nemmeno una televisione decente, figuriamoci.
Ma chi lo dice è chiaramente in mala fede. Perché il messaggio non è “Non ti piace Benigni, cambia canale!” ma “Se non ti piace Benigni è una posizione legittima perché purtroppo viviamo in una democrazia, mi basta che tu non venga a turbare le mie opinioni che, invece, sono entusiastiche”. Ovvero “A me piace Benigni e lo dico, e te a cui non piace Benigni stai zitto”.

Non l’ho guardato, ve l’ho detto. Ciò non ha impedito a Benigni di combinare un sacco di danni lo stesso.
Il primo è che grazie a lui si sono svegliati tutti biblisti. Gente che non sapeva distinguere il Deuteronomio da un salame aquilano da stamattina pontifica sui sacri testi che, voglio dire, dovrebbero solo abbassare la cresta.
Il secondo danno è quello che risiede nell’illusione che ha il pubblico di aver udito dei ragionamenti originali. A me i dieci comandamenti me li faceva imparare Don Vellutini al catechismo, ed eran nocchini nel capo se poi non li sapevo. Voglio dire, tanto per fare un esempio, “Onora il padre e la madre” lo conosciamo tutti, ma, guarda caso, Benigni non ha parlato dei padri e delle madri che non onorano i propri figli al punto di ammazzarli. “Onora il tuo assassino” potrebbe essere un comandamento Benigni-compliant? Che poi la gente che l’ha applaudito è la stessa che vorrebbe vedere alla forca la mamma del piccolo Loris e allora di che cosa stiamo parlando?
Il terzo danno mi ripugna un po’ farlo presente, ma lo faccio lo stesso: nella scuola pubblica ci sono insegnanti di religione (di ruolo e/o precari) che lavorano un’ora alla settimana per classe. Generalmente vengono anche presi per il culo, ma hanno appena il tempo di entrare, sedersi, raccontare due cose, andare nella classe a fianco e ricominciare. Guadagnano dai 1200 ai 1600 euro al mese. Sono anche nominati dalla Curia Vescovile, quindi sono doppiamente controllati (dal Vescovo e dal Dirigente Scolastico): combina qualcosa che non sia “in linea” e ti scordi di lavorare nella scuola pubblica.
Quanto meno per una questione di mero rispetto per chi lavora in questo settore (e potete immaginare quanto sia lontano dal mio modo di pensare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole) il servizio pubblico che paga centinaia di migliaia di euro un comico per fare una lezioncina di religione questa se la poteva risparmiare.

La Divina Commedia, la Costituzione, i Dieci Comandamenti, son tutte cose che Benigni non ha scritto e quindi la smetta di sguazzarci dentro come se fossero sue. O, quanto meno, quando ci recita il conte Ugolino alla televisione, abbia la bontà di far scrivere sul titoli di testa: “Testi originali di Dante Alighieri”. Perché, in fondo, che ha fatto? Ha solo espresso una lettura (tra le migliaia possibili) di questi testi. Un punto di vista. Nel 1983 sparava battute (quelle sì, esilaranti) come «Perché si chiama Democrazia Cristiana? Perché vogliono fare i furbi. Democrazia va bene, ma Cristiana? Perché? Come se io, per prendere i voti degli elettricisti, mi chiamassi Democrazia Elettrica.» Ed ha finito per fare uno show altamente democristiano, con le storielline, la morale e l’insegnamento. Per l’amor del cielo, va bene, ma andava ancora meglio ai tempi del Sacchetti e del Novellino; questo “miscere utile dulci” sa di Medioevo, quando i predicanti raccontavan le novelle al popolino per farlo star buono o per rafforzare in lui l’idea della fede (magari anche pregonizzando qualche sorta di castigo divino che male non faceva). E poi pigliavano anche qualche offerta, in natura o in denaro.

Sicché jersera ho pensato che quel tempo in cui Benigni stava lì salterellando e ripetendo parole iperbòliche come “Bellissimo” “Meraviglioso”, “Fantastico” e via divineggiando, potesse essere impiegato meglio leggendo un libro. Così ho fatto e così spero di voi.

(Per la redazione di questo post mi sono servito di alcune idee di Dalia Collevecchio e Roberto Scaglione)

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La Bibbia di Chuck e Nora

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C’erano una volta Chuck & Nora. Erano una coppia di coniugi protestanti americani che realizzavano una serie di trasmissioni di tipo religioso che venivano ritrasmesse (non ho mai capito se a pagamento o no, ma più probabilmente sì) da un numero piuttosto corposo di emittenti televisive locali, attorno agli anni ’80.

Erano un po’ la quintessenza del Kitsch, con i loro divani in stile neo-Mary Poppins, i capelli di lui incollati sul cranio e lei che cantava una canzoncina religiosa e intanto faceva propaganda al suo ultimo CD di canti di lode all’Altissimo, che io mi chiedevo sempre chi càspita glielo comprava.

Sono stati anche oggetto di una imitazione da parte di Corrado Guzzanti e Marina Massironi.

Lei (Nora) è morta nel 2007 e sono stati oggetto di tutta una serie di critiche perché qualcuno ha pensato che con tutte queste trasmissioni ci avessero fatto la chèa. Non lo so, so solo che un giorno stavo gustando lo spettacolo che involontariamente offrivano e dicevano “Scriveteci, vi manderemo una Bibbia in omaggio”. Io che sono sempre stato un grafomane presi carta, busta e francobollo (niente e-mail, al tempo) e provai a spedire la mia richiesta. Cioè, non è che ci provai, la spedii proprio, con la consapevolezza innata che non mi avrebbero spedito niente, e che le lettere servivano, in realtà, a saggiare le repliche degli ascoltatori e a determinare i numeri dell’uditorio effettivo.

Invece la Bibbia arrivò, o metteteci un toppino. Un volumetto rosso, col titolo in oro (è la stessa versione che ho adoperato per le mie audioletture). Allegato c’era un biglietto: “Con amore, Chuck e Nora”. Ecco quello che non avevo capito, Chuck e Nora non distribuivano Bibbie, sermoni, CD musicali, programmi televisivi, propaganda protestante, Gesù e profeti. No, loro distribuivano sicurezze, rassicurazioni psicologiche. E se invece che uno studente curioso e anche un po’ stronzetto avesse scritto loro, che so, una vedova con la depressione che vive sola inseme al gatto?? Vedersi recapitare un messaggio con su scritto “Con amore” può rappresentare molto più di tanto, e quello poteva rappresentare il primo passo dell’aggancio. In fondo basta sempre aprire un canale nella ricezione (psicologica) dell’altro, e poco importa se la ricezione è anche televisiva, anzi, meglio.

Sono resti di un mondo che non c’è (quasi) più e finora nessuno si è degnato di dedicare una pagina a Chuck e Nora Hall su Wikipedia. Voglio dire, se l’hanno fatto per Wanna Marchi

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Enrico Letta da Fazio e l’IVA al 22% sugli e-book

Il detentore del copyright di questo file, Presidenza della Repubblica, permette a chiunque di utilizzarlo per qualsiasi scopo, a condizione che il detentore del copyright venga riconosciuto come tale. Sono consentiti la redistribuzione, le opere derivate, la modifica, l'uso commerciale ed ogni altro uso.

Mentre era a piangere da Fazio, ieri sera Enrico Letta ha trovato il tempo di rammaricarsi del fatto che i libri di carta hanno l’aliquota iva al 4% mentre gli e-book al 22%. E ha aggiunto che questa è un’ingiustizia.

Mi occupo di distribuire e-book gratis da circa undici anni. Francamente trovo perfino ridicolo che uno un e-book se lo compri, ma questa è deformazione professionale, ognuno faccia quel che crede.

Però un libro di carta

a) lo posso prestare a un amico;
b) posso leggerlo anche tra molto tempo (in casa ho libri del ‘700, si leggono ancora benissimo. La Bibbia di Gutenberg è ancora perfettamente leggibile e ha più di 500 anni);
c) posso usarlo per riparare temporaneamente la zampa del tavolino;
d) se ho freddo posso gettarlo nel fuoco e scaldarmi;
e) se non mi piace lo posso regalare alla biblioteca del paese perché possa essere prestato ad altri.

Mentre un e-book

a) se lo copio e lo passo a un amico commetto reato;
b) tra 500 anni nessuno potrà leggerlo più. Ma neanche tra 10, se è per quello, e verosimilmente morirà assieme all’accrocchio che uso per leggerlo. E con lui moriranno i soldi che ho speso per comprarlo;
c) non fa spessore, e il Kindle sotto la zampa traballante non risolve il problema;
d) non brucia e io muoio di freddo;
e) non potendolo trasferire non posso darlo alla biblioteca che non può prestarlo, a sua volta, ad altri.

Il libro di carta svolge delle funzioni primarie di necessità. L’e-book è un bene di lusso. Chi lo vuole se lo paga, anche se si tratta di qualcosa di immateriale, e caro.

Se, poi, ci sono persone che per necessità personali hanno bisogno di una versione in e-book di un titolo (per esempio i dislessici nei confronti dei testi scolastici) devono averla gratis. Punto e basta.
Ma se una casalinga vuole leggersi “Cinquanta sfumature di grigio” sotto l’ombrellone e non vuole farlo sapere al marito o non vuole far vedere la copertina ai vicini, perché poi nel loro giudizio oltre che casalinga diventa anche un po’ zoccola, allora è bene che se lo compri, e chi se ne frega se col 22% di IVA.

E’ come la gente che si compra un iPhone di ultima generazione, lo paga un bòtto ma poi si lamenta che WhatsApp le chiede 0,89 euro all’anno per continuare a funzionare.

Gente col Kindle, col tablet, con l’Android… tutti lì a pagare 0,99 euro per una coscienza di Zeno o per un fu Mattia Pascal, quando va bene. Ma se si tratta dell’ultimo libro dello scrittore di grido si arriva a pagare più o meno lo stesso prezzo dell’edizione cartacea. Solo che il libro te lo tieni, mentre l’e-book lo prendi e lo butti via.

Ma non inquina. Almeno quello.

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Rivoluzione tra le biblioteche multimediali

Dunque, vediamo un po’, allora, si diceva che ho da comunicarvi che a partire da tra quasi subito (o, comunque, tra pochissimo tempo), le mie biblioteche subiranno delle modifiche. I domini cosiddetti “minori” punteranno direttamente alla madre di tutte le biblioteche (classicistranieri.com), o, quanto meno, ad alcune delle sue sezioni.

In pratica “spariranno”:

http://www.classicistranieri.eu e http://www.classicistranieri.it che reindirizzeranno al .com.

Non sarà più direttamente accessibile nemmeno http://www.classicistranieri.org, ma reindirizzerà alla sezione “Musica Classica”. Ho deciso di far “fuori” anche http://www.controversi.org (e qui mi piange il cuore), ma chiunque digiterà quell’indirizzo si ritroverà ugualmente sulle mie audioletture. Anche literaturaespanola.es e bibbiaonlinemp3.com punteranno ai tag o alle risorse corrispondenti di classicistranieri.com. In pratica non viene perso niente, e io risparmio un po’ di dindini. Del resto non vi ho mai chiesto niente, quindi, se permettete, faccio un po’ il cavolo che mi pare, nevvero? :-). Oh!

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Una forte cacarella al ladro di Bibbie della Chiesa di San Salvatore al Monte


(per la licenza e l’attribuzione della foto si veda questo file)

Nella Chiesa di San Salvatore al Monte in Firenze sono state recentemente rubate due pregiate edizioni della Bibbia.

I frati francescani del convento che vi fa capo, hanno deciso, forti del loro motto: “O beata solitudo, tu sola beatitudo” (traduzione ad uso di Baluganti Ampelio: "O beata solitudine, sei la sola beatitudine") di appendere un cartello, rivolto all’ignoto malfattore con su scritto:

«Preghiamo il Signore che gli faccia venire una forte cacarella e che questa sia di stimolo per aiutarlo a non compiere nuovi furti»

Bello! I seguaci di Francesco d’Assisi, quello che nel suo insuperato e mirabile "Cantico" scriveva "Laudato si’, mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore" augurano la "forte cacarella" a un ladro di Bibbie.

Del resto, se nella Chiesa di San Salvatore al Monte è custodito il monumento a Marcello di Virgilio Adriani che decretò la condanna a morte di Savonarola, monumento che si trova lì dal 1526,  una "forte cacarella" che sia "di stimolo" non è che un buffo ammonimento.

Iacopone da Todi che fu religioso e poeta (e che poeta!) scriveva:

O Segnor, per cortesia,
manname la malsania,
A me la freve quartana,
la contina e la terzana,
la doppia cotidïana
co la granne etropesia.
A me venga mal de denti,
mal de capo e mal de ventre,
a lo stomaco dolor pognenti,
e ’n canna la squinanzia.
(…)

Tutti i malanni del mondo, dunque. Ma se li augurava per sé, mica li augurava agli altri! Ah, la consolazione del divino castigo, cosa faremmo senza di lei…


(Iacopone da Todi in un dipinto di Paolo Uccello)

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La Bibbia di Giovanni Luzzi, il Canto dell’Odio, i Postuma, Olindo Guerrini, Lorenzo Stecchetti e altri modi per deliziarsi la vita

Qualcuno m’avrà dato per disperso, considerando la stitichezza con cui vi ho ammannito i miei ultimi commenti su questo o su quell’altro, ma sono stato assai impegnato con le letture ad alta voce, che poi vorrei sapere io stesso perché le faccio, a parte il fatto che sono infinitamente e inguaribilmente vanitoso.

C’è stata una (bella) novità. Di ritorno dal mio viaggio in Toscana ho portato con me una vecchia Bibbia protestante che avevo ancora a casa dei miei, dono di quel brav’uomo che fu il Pastore Giovanni Scuderi della Chiesa Evangelica Valdese di Livorno. Ho sempre avuto per i Valdesi una simpatia istintiva, sono brava gente, ed è per quello che ogni anno sono felice di destinar loro l’otto per mille della mia scalcinata ed esangue dichiarazione dei redditi.

Pensavo che se è facil cosa leggere la "Commedia" di Dante e diffonderne il risultato, per malconcio che sia, è difficilissimo che un testo di oltre duemila anni fa possa essere di pubblico dominio. Insomma, passi Dante, passino Ariosto, il Tasso, passi lo stesso D’Annunzio, passi la Deledda, ma la Bibbia, dico, la Bibbia (che è o dovrebbe essere l’opera capitale della cultura occidentale) è inchiodata e imprigionata da mille cavilli di copyright, perché, per le edizioni cattoliche la CEI e le Edizioni Paoline mantengono i diritti sulle traduzioni, per quelle protestanti ci sono revisioni di rivedute, nuove rivedute, la riveduta della riveduta, non ci si capisce un accidente, e ad ogni revisione i tempi di pubblico dominio si allungano.

Così ne ho fatta un po’ una sfida, e, per farvela breve, il Dott. Valdo Bertelot della Società Biblica Italiana mi ha concesso (gentile!) il diritto di diffondere letture a voce alta di alcuni libri della Bibbia preventivamente concordati.

La versione è quella di Giovanni Luzzi (che aveva, a sua volta, rivisto la storica Diodati sui testi originali, o allora? Non ve l’ho forse detto che non ci si capisce niente??), che cadrebbe, comunque, in pubblico dominio il 1 gennaio 2019.

Così mi sono cimentato con questa versione, a tratti ampollosa, devo dirlo, come con una sfida, soprattutto considerando il fatto che si tratta di un testo che mi appare assai lontano, ormai.

Per cui, per ora sono in linea il libro di Habacuc e il Cantico dei Cantici letti dalla mia vanitosa voce. Andate e pigliatene tutti (tra un po’ saranno disponibili anche nello spazio "ufficiale" dedicato alle mie audioletture, abbiate pazienza…)

Nel frattempo, però, poiché il sacro va preso a piccole dosi, mi sono dilettato anche con la lettura di un libro (profanissimo!) di poesia, e dunque ecco in linea i "Postuma" di Lorenzo Stecchetti, eteronimo del poeta Olindo Guerrini, mai abbastanza lodato, che ha dato dei buoni frutti, messi in linea giusto pochi minuti fa.

Poi dite che sono un ingrato, nèh??

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Saccà, il giusto biblico

Il caldo, si sa, dà molto fastidio e può provocare degli squilibri che, in condizioni atmosferiche quanto meno normali non dovrebbero notarsi troppo.

Saccà oggi si è autodato del "giusto biblico".

Lo hanno accusato di aver cacciato Enzo Biagi (che se fosse ancora tra noi oggi compirebbe gli anni e se la riderebbe allegramente), ma lui, Saccà, se ne frega e rilancia.

"Berlusconi mi segnalo’ anche attori, risulta dalle intercettazioni: ma come mai i loro nomi non sono mai usciti?"

"[Sono] un giusto in senso biblico: non mi sono mai approfittato di nulla"

Ormai Saccà tutti lo conoscono. In senso biblico.

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