Raffaele Matteotti – Darfur, lo show del silenzio

Si allarga in Africa la crisi della provincia sudanese del Darfur e tracima nel vicino Ciad. Un disastro umanitario di proporzioni enormi si avvia a divenire una confusa zona di massacri attraverso i confini di diversi paesi dell’Africa Sub-Sahariana.
Sono ormai tre anni che il mondo ignora la crisi del Darfur. Il Darfur è grande come la Francia e alcuni anni fa delle formazioni locali si ribellarono al governo sudanese, innescando la reazione governativa. In Darfur è in corso da anni una pulizia etnica che il governo ha affidato a milizie locali, occasionalmente rinforzati dall’esercito. I Janjaweed operano in bande, bruciano i villaggi del Darfur, hanno provocato finora oltre 200.000 morti, due milioni di profughi e continuano imperterriti a spadroneggiare sulle masse di civili indifesi che peregrinano nel deserto. La comunità internazionale ha brillato per assenza e si è allertata con un ritardo di oltre un anno, per non disturbare gli importanti accordi di pace tra il governo sudanese e i cristiani del Sud, prologo alla commercializzazione del petrolio sudanese.

Una volta che la questione del Darfur è emersa si sono persi altri due anni in balletti ridicoli. Le associazioni umanitarie sono riuscite ad organizzare a malapena qualche campo, la sicurezza non esiste e le maggiori diplomazie hanno innescato su balletto di formalismi ributtante. Il grosso della discussione è stato terminologico: cioè se quello in Darfur fosse un "genocidio" o altro. Questo perché se è "genocidio" la comunità internazionale sarebbe impegnata ad intervenire dalle leggi internazionali. Nel frattempo l’Unione Africana è sembrata intenzionata a fare di più e ha disposto l’invio di qualche migliaio di soldati. In questi giorni scade il loro mandato e verranno ritirati, ma non hanno potuto fare molto. Non disponevano che di truppe senza supporto aereo, con i mezzi contati e nessuna assistenza da parte delle fantascientifiche dotazioni a disposizione dei governi occidentali; hanno potuto fare davvero poco.

Nel frattempo il tumore si estende al vicino Ciad. Il Ciad viene da un anno difficile, nel quale le sorti del presidente Idriss Déby sono state messe in discussione. Molti quadri dell’esercito hanno disertato in dissenso con la sua permanenza al potere e per il fatto che il suo gruppo etnico d’origine (quello degli Zaghawa, minoritario nel paese), abbia il totale comando e potere sull’apparato militare. Il presidente Déby, come molti leader africani, è al potere da troppo tempo per molti dei suoi concittadini; non depone a suo favore neanche il fallimento dell’accordo-modello (ennesima spiritosaggine della Banca Mondiale) con la EXXON per lo sfruttamento dei pozzi nel Ciad meridionale. I proventi dei diritti petroliferi che dovevano andare alla spesa sociale sono spariti.

I ribelli del Ciad si sono radunati nelle province orientali, al confine del Sudan, e hanno cominciato ad attaccare le guarnigioni governative. Di questa situazione hanno naturalmente approfittato i Janjaweed sudanesi, che si sono lanciati all’inseguimento dei "loro" profughi cominciando a bruciare anche i villaggi del Ciad. La dissoluzione di fatto del confine tra Ciad e Sudan, che è lunghissimo, ha provocato una situazione nella quale i due governi hanno trovato naturale accusarsi a vicenda di sostenere le opposizioni ai governi in carica. In un vertice tenutosi in Libia i due governi hanno convenuto di non aiutare i ribelli, ma la cosa sul terreno non ha avuto alcun riflesso.

I ribelli del Ciad, meglio attrezzati dei Janjaweed sudanesi con veicoli e armi che potrebbero essere stati forniti dalla stessa Libia, si sono stabiliti a Geneina, la capitale del Darfur Occidentale. La cittadina è stata trasformata in una guarnigione e i locali chiamano ora Janjaweed gli stranieri venuti del Ciad per via del loro abbigliamento in stile arabo.
Il Sudan ospita anche le basi del ribelle ugandese cristiano Joseph Koni e del suo Esercito di Liberazione del Signore e la questione della sua tolleranza nei confronti di queste forze pare riferire più alla sua impotenza nello sloggiare queste presenze che a una effettiva volontà politica; il Sudan è grande otto volte la Germania riunificata, controllare aree tanto vaste e tanto distanti è un compito improbo per le malmesse forze armate sudanesi.
Lo stesso dicasi per l’attuale governo del Ciad, ormai impegnato in una lotta per la sua stessa sopravvivenza non si preoccupa certo della sorte dei suoi concittadini civili.

In questo caos i civili dei due paesi vengono raccolti in campi e lasciati alla volontà delle varie bande, ormai indistinguibili. La comunità internazionale non solo trascura la crisi mandando a vuoto gli appelli disperati di numerose organizzazioni, ma sembra aver perso ogni interesse per vicende di questo tipo.

A corollario di tanta tragedia non poteva mancare la nota di colore italiana. Il nostro governo, che fino a pochi anni fa era il maggiore contribuente per gli aiuti a questa regione africana, ha di fatto azzerato il budget umanitario, rifiutando anche i contributi ai programmi dell’ONU. Ha ora stabilito una presenza militare in Sudan, ma non a protezione della popolazione, ma a protezione delle ONG nella tranquilla capitale capitale Sudanese, Khartoum. Il nostro governo è parte di una presenza internazionale, armata, prevista dagli accordi pace, ma sarebbe meglio dire messa a tutela della stabilità necessaria al business petrolifero.
Ai cittadini italiani è stata risparmiata tanta pena e del Sudan i nostri telegiornali non parlano, non dedicando che qualche secondo agiografico con il buon cooperatore italiano e il fortunato bimbo nero. Agli italiani in compenso è stato rifilato lo spettacolino edificante di Barbara Contini al Festival di Sanremo dell’anno scorso, che non ha raccontato dei fallimenti della plenipotenziaria governativa e della taccagneria del governo, ma ha fatto sentire tutti più buoni promuovendo una raccolta di fondi per costruire "L’avamposto 55" in Darfur.

da: www.altrenotizie.org

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