Negata l’autorizzazione all’arresto per Cosentino. Referendum bocciati dalla Corte Costituzionale. Dio e Mammona

Sono queste le giornatine niente male che ti fanno scricchiolare le certezze, gli ideali, le speranze, e ti fanno rendere conto che stiamo vivendo in un Paese senza alcuna possibilità di riscatto, o, peggio ancora, di speranza.

La speranza di poter contare ancora su una oggettiva, effettiva e tangibile separazione dei poteri giudiziario e politico.

La Camera ha negato l’autorizzazione all’arresto nei confronti del Deputato Cosentino. Atto formalmente ineccepibile. Si discute, si dibatte, ci si rimette alla coscienza di ciascuno, si vota, la Camera respinge. Il massimo del rigore, del garantismo, della legalità e della democrazia. Non ci sono dubbi. Con la differenza che se ad essere accusato di quello stesso reato fosse stato un cittadino non eletto alla Camera dei Deputati, a quest’ora sarebbe già in galera da un bel pezzo.
E se è vero, come è vero, che la Camera non deve entrare nel merito dei fatti (per quello ci sono i processi) ma solo valutare se vi sia stato il cosiddetto "fumus persecutionis" da parte dei magistrati inquirenti nei confronti del Deputato Cosentino, ecco che la Camera ha risposto: "sì, quel fumus persecutionis c’è stato".
Perché non c’è altra questione su cui dibattere. Significa, quindi, che ci sarebbe stato un accanimento ingiustificato da parte della Procura di Napoli nei confronti della persona e dell’operato del Cosentino per motivi meramente politici. Questo voto non può essere interpretato in nessun altro modo.
Perché se fosse un voto sull’opportunità che Cosentino debba attendere il processo che lo riguarda da libero o in stato di detenzione non è materia che afferisce alla Camera, ma al Giudice.

Del resto, dall’altra parte la Corte Costituzionale ha detto "no" ai due quesiti referendari sulla legge elettorale definita "porcellum". I promotori si sono comprensibilmente risentiti, e Di Pietro se n’è uscito con la più infelice delle sue esternazioni. Avrebbe potuto dire, per esempio: "Prendiamo atto della sentenza della Consulta, la rispettiamo, e da domani raddoppieremo il nostro impegno affinché il Parlamento discuta una nuova legge elettorale." Mi sembra un discorso più che sensato. Voglio dire, oltre settecentomila cittadini, tra cui io, si sono visti bocciare un quesito referendario che avevano appoggiato, da parte dell’organo competente a dire "sì" o "no" a quei quesiti. Segno che bisogna trovare un’altra strada. Benissimo. Anzi, malissimo, ma così è stato. Invece Di Pietro ha dichiarato che «L’Italia si sta avviando, lentamente ma inesorabilmente verso una pericolosa deriva antidemocratica, ormai manca solo l’olio di ricino».
E chi l’avrebbe mandata questa Italia verso la deriva antidemocratica, di grazia? Gli stessi giudici che Di Pietro ha spesso invocato, da cui ha invitato gli inquisiti a correre per farsi giudicare e assolvere, se uno crede veramente nella propria innocenza, quell’ordine giudiziario di cui lui stesso ha fatto parte, quella mentalità da giustizialismo sommario che deve applicare la legge, ora che l’ha applicata a suo e a nostro sfavore, avrebbe effettuato una scelta politica e non giuridica.
I giudici che fanno politica è un concetto tipico del berlusconismo. Di Pietro l’ha fatto suo. Infatti ha dichiarato: «Quella della Corte non è una scelta giuridica ma politica per fare un piacere al capo dello Stato, alle forze politiche e alla maggioranza trasversale e inciucista che appoggia Monti, una volgarità che rischia di farci diventare un regime»


C’è solo da decidere da che parte stare. Se da quella dell’inquinamento tra politica e magistratura o quella della effettiva separazione e indipendenza dei poteri. Come disse quel Tale non si può servire Dio e Mammona.

Io sto da quella del sospetto.
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