Marco Dugini – Veni, video, vici

In principio caddero le ideologie, poi pian piano anche le idee, rimaste soffocate dalla personalizzazione della politica, e ciò fu il risultato ovvero il prologo dell’avvento della videocrazia come moderno sistema di potere.
In Italia, negli anni ’90, i partiti non ressero al peso del crollo anticipato del "secolo breve" e, sia il muro di Berlino che gli scandali giudiziari di Tangentopoli, concorsero all’anoressia, se non alla scomparsa degli storici partiti di massa organizzati, ponendo così le basi per un modello molto più simile a quello personalistico del notabilato delle prime acerbe liberaldemocrazie fine-ottocentesche, rispetto a quello appena tramontato.
La nuova cornice bipolarista e il progressivo primato dei moderni sistemi mediatici, su tutti la Televisione, confezionarono il nuovo panorama: non più, se non in maniera residuale, comizi in piazza e sedi affollate di militanti, ma tribune televisive e un pubblico plaudente.

I vecchi simboli politici, affettivi per appartenenza e cerimoniali per retorica, si sono con il tempo modificati sensibilmente per poter concorrere con quelli nuovi alla sfida della fotogenia.
Le spinte ideali che muovevano larghi settori della società civile anche oltre l’interesse personale, hanno ceduto il posto alla salita comoda e alla portata di tutti su un palcoscenico evocante grandi immaginari virtuali, per come li ha pensati il leader politico della situazione.

Tutto ciò secondo il tragitto di una strada percorsa individualmente, dove lo spettatore sostituisce il ruolo del cittadino inserito in un contesto sociale stratificato, mentre il lavoro, che pure c’è ancora, resta dietro le quinte insieme alle relative tematiche.

Svanito dunque il potere dei partiti nell’esercizio quasi esclusivo della regolazione delle domande politiche e della strutturazione delle risposte, secondo le prerogative tipiche di quella che spesso è stata definita la "democrazia dei partiti", ecco che la moderna "democrazia del pubblico" comporta involuzioni, effettivi rischi, ma anche grandi potenzialità.

Se da un lato è positivo che la mediatizzazione della politica, indebolendo i partiti, possa positivamente affievolire anche la divisione partigiana del grande pubblico non militante, incentrando l’attenzione sui programmi più che sul tifo secondo l’appartenenza, d’altro canto i risultati sono stati per ora ben altri.
Tutti i grandi partiti, nessuno escluso, volenti o non volenti, hanno dovuto cedere il passo alla necessità della spettacolarizzazione del messaggio, abbrutito ai livelli dello slogan rudimentale, il più possibile d’impatto emozionale e dalla soluzione facile.
Spesso giocando pericolosamente anche con le paure archetipe dell’elettorato, per altro già fortificate dagli sconvolgimenti sistemici generati dalla globalizzazione e dalla emigrazione di massa.
Su questo piano hanno avuto terreno facile le tendenze di matrice populista, xenofoba e demagogica, le quali non hanno esitato a riprodurre costantemente quelle fobie precedentemente tradottesi in intenzioni di voto.
Un ruolo significativo in questo l’hanno avuto non solo i partiti, ma anche i cosiddetti opinion leaders, in particolare i giornalisti televisivi, cioè i diretti destinatari della devoluzione dei poteri politici verso i grandi media.
Tutto ciò, potendo a prima vista sembrare un effetto democratizzante, in realtà è rimasto il frutto di una informazione verticalizzata, che ha determinato l’attuale superficialità, intesa come continua erogazione di "notizie" scollegate da una riflessione su cosa abbia determinato questi "fatti", che poi sono gli accadimenti e le sfide dei tempi moderni.

A peggiorare la situazione c’è il fatto che tali grandi media sono in realtà potentati di un’elite economica che ha i propri interessi, spesso direttamente legati a quelli dell’elite politica, quando questi interessi non sono proprio in conflitto, come nel caso italiano dell’anomalia berlusconiana. E spesso vi è stata, anche da parte dei partiti meno "televisivi", una notevole sottovalutazione del grado di efficacia del grande schermo nel determinare la formazione del pensiero di quella parte di pubblico quasi aliena alla politica, se è vero che vi sono otto milioni di italiani che traggono la loro informazione soltanto dai "panini" confezionati dai mezzi busti dei principali telegiornali, i cui ingredienti sono le rituali dichiarazioni e scaramucce tra i portavoce di partito.
E’ quindi diventato primario il potere dei principali media nel definire l’agenda.

La logica conseguenza di tutti questi cambiamenti sta nel fatto che il tradizionale legame tra elettore e partito che c’era in Italia, spesso tramandatosi di generazione in generazione con piccolissimi travasi di voto, elezione dopo elezione ha ceduto il passo ad una relativamente vivace mobilità tra partiti e schieramenti.
Se ieri la campagna elettorale era quasi un rituale che non invertiva in ogni caso le scelte dell’elettorato, oggi invece gli effetti della campagna elettorale sono assai più rilevanti; e parallelamente è aumentata la quota degli "indecisi" fino all’ultimo, cioè coloro che decidono se e chi votare giusto nell’ultima settimana prima delle elezioni.
Un recente studio di Paul Lazarsfeld, della Scuola di Columbia, stima che le campagne elettorali possono oggi spostare fino al 10% dei voti: non un grandissimo numero di persone, ma comunque una cifra tale da decretare la vittoria di una coalizione sull’altra.

A margine di questo, tuttavia, sta il progressivo emergere di Internet e della comunità del Web come media d’informazione alternativo: quella che è già stata definita una cyberdemocrazia, maggiormente orizzontale nell’approccio e nelle possibilità a portata di "clic".
Il rischio che anche su tale nuova informazione dal basso venga messo il cappello del potere costituito è reale; oppure – come accade in diverse dittature – che venga subdolamente censurata e controllata; ma il sistema è difficile da gestire dall’alto proprio per le sue caratteristiche aperte a tutti.
Se quindi l’influenza della cyberdemocrazia è ancora non paragonabile a quella della videocrazia, nel prossimo futuro è probabile una sua sempre maggiore capacità nel determinare la formazione di opinioni, o anche solo nel riequilibrare quella prodotta dagli altri grandi media, radio e televisione in testa, redistribuendo i rapporti di forza.
Più che uno Stato sociale del benessere informativo, l’auto-gestione di una comunità che si fa essa stessa veicolo di notizie ed opinioni, con un rivelante feedback sui piani gerarchicamente più alti e, quindi, il possibile inizio di una rivoluzione mediatica a venire, che potrebbe sovvertire il modello "a cascata" verticale, nell’immissione di notizie destinate alla sfera pubblica. Se ci sarà ancora una sfera pubblica.

da: www.altrenotizie.org

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