Le stazioni radio dell’Est europeo

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La parte più consistente, sia dal punto di vista numerico che da quello delle ore di trasmissione in italiano irradiate, era certamente quella che proveniva dall’Est europeo. Da oltre cortina. Di ferro. Comunismo puro.

Dell’argomento ha dato conto, e molto meglio di quanto possa fare io, un bravo e valente giornalista, Lorenzo Berardi, in un recente libro accuratissimo intitolato “Radiocronache“, a cui ho solo marginalmente collaborato.

Del carattere esclusivamente propagandistico di queste emittenti ho già parlato. Era certamente una propaganda molto alla buona, abbastanza facile da riconoscere (ma io l’ho già detto che ero scemo!), volta esclusivamente a decantare le lodi delle politiche interne ed internazionali, nonché dei sistemi economici dei paesi del Patto di Varsavia e dei comunismi/socialismi limitrofi.

Di Radio Praga ho già parlato in un capitoletto a parte, e continuerò a parlare qua e là. Il resto non era poi così dissimile. Il comunismo era buono, sano, generoso e guardava al futuro. Ma, soprattutto, non mangiava i bambini. E censurava. Perbacco se censurava! Anche le lettere che gli ascoltatori inviavano e in cui scrivevano cose tipo “Ma si possono ascoltare queste cose?” Che, voglio dire, era anche un loro preciso diritto.

Ricordo ancora che nelle rubriche della posta di queste stazioni radio veniva citato spessissimo il nome di un tale Enzo Bancale di Solaro. Non me lo scorderò più finché campo. Scriveva con cadenza quasi settimanale a tutte queste stazioni e solo a queste. E lo citavano sempre. Sempre.

Grazie, caro Enzo, per le tue belle parole di affetto per il nostro programma e per il nostro paese“, era frequente ascoltare.

Queste stazioni erano una sorta di sdolcinata melassa che caramellava perfino le valvole degli apparecchi radio meno recenti, tanta era la retorica e tante erano le sbrodolature e gli autoelogi che provenivano dall’altoparlante. Quando, poi, agli elogi autocostruiti si univano quelli degli ascoltatori, la frittata era fatta.

Il limite estremo di perversione a cui un ascoltatore poteva arrivare era la partecipazione ai famosi concorsi, che non avevano nulla a che vedere con la Pubblica Amministrazione, ma che erano, in parole povere ma ricche, una specie di gara a chi gliele sviolinava più grosse. E chi ci riusciva poteva anche vincere un soggiorno nelle terre della felicità, tutto spesato, ma con viaggio aereo a proprio carico, soprattutto per le trasferte transcontinentali a Pechino. In fondo bastava solo ascoltare e rispondere a una decina di domandine, da completare con il solito lecchinaggio e lodi perenni al compagno Jaruzelski, Honecker o Husak che si chiamasse. Se uno non vinceva, poteva accontentarsi di uno dei numerosi premi di consolazione, come oggetti dell’artigianato locale, cianfrusaglie, spillette, libri illustrati.

Io, come è logico, una volta partecipai a una gara di Radio Polonia, e mi arrivò a casa un portaoggetti di legno che credo mia madre conservi ancora. Nessun primo posto, solo un premio di consolazione e ringraziamento per la cortese partecipazione. Ricordo che era bruttissimo, intagliato male e verniciato peggio, di un ambiguo e sinistro color cassa-da-morto, che me lo sogno ancora la notte. Raramente credo di aver visto qualcosa di più orrendo. Ma lo avevo vinto, e tutto faceva brodo.

La stazione in assoluto più potente, tuttavia, era Radio Tirana. Si captava benissimo di giorno, di sera e di notte perché “sforava” e si ascoltava anche con la radio spenta (oggi si direbbe la stessa cosa di Radio Maria). Trasmetteva, cioè, su frequenze cosiddette “fuori banda“, occupando abusivamente spazi che non le erano assegnati dall’ITU, che un giorno vi spiegherò cos’è. E quindi facevano un po’ il diavolo che gli pareva. Esattamente la stessa cosa che ancora oggi fa Radio Pyongyang. Una delle loro frequenze più “calde” si trovava in pieno dominio dei radioamatori cosiddetti patentati. Era il loro territorio, e non c’era nulla da fare. Per cui i radioamatori, quelli veri, si arrabbiavano moltissimo per l’invasione di campo. Come si permettevano i comunisti di disturbare la loro politesse? E il bello è che non si arrabbiavano con Radio Tirana, che aveva loro rovinato il giochino, no, se la prendevano a morte con i loro radioascoltatori che gli scrivevano, facendo in modo di confermare che, in qualche modo, le loro trasmissioni arrivavano a destinazione e che il loro messaggio, bene o male, “passava“. A me Radio Tirana non ha mai risposto. Mai. Le ho scritto poche volte, del resto, razza di ingrati! Si vede che non li ho lecchinati abbastanza.

Di Radio Berlino Internazionale, la Voce della Repubblica Democratica Tedesca, ho accennato. Non so come facessero i loro speaker a dare voce alle veline di regime, ma ci doveva volere uno stomaco di amianto corazzato al tungsteno. Anche con loro “vinsi” qualcosa, partecipando a un concorsino di cui mi sono felicemente dimenticato. Per l’esattezza, il premio che mi toccò fu un abbonamento a vita alla Rivista della RDT, una roba stampata in formato quasi quadrato, e che riportava foto di bambini che giocavano felici, giovani donne dal volto pulito e dallo sguardo incantevole, operai che lavoravano sodo, il tutto per portarsi a casa una Trabbant puzzolente ordinata vent’anni prima, e col tubo di scappamento approssimativo, senza nemmeno poterne scegliere il colore. Perché questo era. E, magari, qualcuno felice lo sarà stato davvero, se è vero come è vero che i cittadini di quello stato, durato 40 anni, catapultati nelle luci illusorie del capitalismo dopo l’abbattimento del muro, rimpiangono ancora, per un comprensibile senso di disorientamento, la vita che facevano allora. Così come è un dato di fatto che, una volta subodorata la mala parata e la cessazione del servizio in lingua italiana, gli aficionados cominciarono a mandare lettere supplichevoli e lacrimose pregando la redazione di non desistere, ma fu tutto inutile. Se crolla uno stato, crolla automaticamente anche l’interesse al servizio pubblico per l’estero, e mi chiedo che fine abbiano fatto quelli che ci lavoravano. Il già citato Lorenzo Berardi, nel suo libro, ne annota nomi e cognomi. Certosino. Riuscirono appena appena a scusarsi per aver raccontato montagne di frottole per decenni. Adesso che erano liberi, potevano dire molto, molto altro. Ma erano le 21. Alle 24 la bandiera col compasso sarebbe stata ammainata per sempre, e sostituita da quella della Germania unificata. Gli “Osti” (così venivano chiamati i cittadini dell’Est da quelli dell’Ovest) potevano liberamente circolare in tutto lo stato, la Porta di Brandeburgo sarebbe tornata ad essere il simbolo della nazione tedesca, la capitale trasferita dalla sonnacchiosa e burocratica Bonn alla più cosmopolita Berlino, e i marchi della DDR sarebbero diventati carta straccia. Tutto per colpa di una “cricca di manigoldi”, come li ha definiti Roberto Pavanello, radioascoltatore attento e sopraffino, nell’ultima sua lettera alla redazione. C’è un film bellissimo, che racconta tutto questo, si chiama “Goodbye Lenin” e vale tutte le due orette della sua durata.

La Romania, per me, era la terra dell’acchiappo. Erano molti gli italiani che vi si recavano per conoscere e sposare una donna del luogo, e quello era lo stereotipo che mi arrivava. Non certo per radio. Gli italiani che tornavano in patria dal loro viaggio d’amore riferivano di un paese poverissimo, quasi in miseria, soprattutto nei contesti rurali. Ci credo che le donne romene avessero voglia di accalappiarsi uno straniero per fuggire da quello stato di abbandono. Come si suol dire, pochi, maledetti e subito. E se l’aspirante era anche un po’ belloccio non c’era certo da sputarci sopra. Radio Bucarest, una sera di Natale, abbandonò i comunicati ufficiali per annunciare “Carissimi ascoltatori italiani, buon Natale. Finalmente possiamo augurarvi buon Natale!” Ceausescu era finito, morto, fucilato dopo un processo sommario, umiliato in piazza, da cui aveva tentato di fuggire assieme alla moglie (bel tipino pure lei!) in un rocambolesco volo in elicottero. La frequenza, tanto per cambiare, era un po’ disturbata, ma abbastanza chiara e udibile da regalarmi quell’urlo di giubilo e di liberazione dal tiranno. Anche loro avevano passato lustri e lustri a raccontare baggianate a cui nessuno credeva, loro stessi per primi, ma l’emittente è sempre rimasta fedele alle sue tradizionali buone relazioni con l’Italia, al punto che è rimasta una delle pochissime a trasmettere ancora nella nostra lingua con un servizio regolarmente radiodiffuso, senza soluzione di continuità. Radio Sofia, la sonnacchiosa e soporifera emittente bulgara, quel giorno di Natale ebbe a commentare che “Abbiamo visto la fine dell’ultimo regime dittatoriale in Europa, che nella sua crudeltà ha tolto la vita di circa settantamila persone (…)”. E prese posizione perfino la più compassata Praga che dichiarò che “nell’intero est-europeo il processo di purificazione è necessario e indispensabile.” Peccato per loro che di lì a poco, il caporedattore del programma francese avrebbe annunciato, durante la rivoluzione cosiddetta “di velluto” della Cecoslovacchia, che l’entrata della sede della emittente, al civico 12 della centrale Vinohradska, sarebbe stata presidiata la mattina successiva stessa, e che sarebbe stato impedito l’ingresso e il lavoro ai redattori collusi col regime, mentre i programmi linguistici gestiti da giornalisti puliti o non sospetti potevano riprendere regolarmente. Gli italiani furono i primi ad andarsene. Molti anni dopo quegli eventi fui perfino intervistato dalla redattrice di Radio Romania Internazionale. Ricordo che l’intervista subì molti tagli e aggiustamenti e che la cosa non mi piacque per niente, ma ormai era andata. A ricordo di quella occasione mi mandarono un libro fotografico con le immagini della protesta di piazza, quella stessa protesta che sfociò in un clima di inaudita violenza, ferocia e voglia di (sacrosanta) vendetta. Ogni tanto mi capita di chiamare qualche call center e di sentirmi rispondere in perfetto italiano “Buongiorno, sono Ilenia. Le rispondo dalla Romania, Unione Europea“. E allora sorrido. Buon Natale, Ilenia! Anche se è Ferragosto.

La Cenerentola delle cenerentole delle stazioni dell’Est era sicuramente Radio Sofia. L’ascoltavo pochissimo e controvoglia, perché i suoi programmi erano tremendamente noiosi, persino quelli che avrebbero dovuto attirare il maggior numero di ascoltatori possibile (cioè sempre quei tre o quattro). Naturalmente, tra questi c’era anche quell’Enzo Bancale di Solaro. Del resto, come poteva mancare? Siccome avevano il mio indirizzo, ogni anno mi mandavano gli auguri di Capodanno e di buona primavera, su un cartoncino stampato in quattro o cinque lingue, russo compreso. Allegavano sempre un piccolissimo gadget, costituito da una specie di non-so-bene-cosa, che doveva fungere un po’ da porte-bonheur, almeno nelle loro più socialiste intenzioni. Poi capii, neanche con particolari sforzi, il motivo per il quale ci tenessero tanto ad augurarmi buona primavera. Era il loro modo per farmi gli auguri di Pasqua. E siccome in un regime ateo o, quanto meno, mangiapreti, “Buona Pasqua” non si poteva dire, facevano in modo di filtrare quel messaggio con i migliori voti per la nuova, bella stagione appena sbocciata. Anche loro, con la caduta dei regimi, non trovarono più nessuna motivazione per continuare a trasmettere e ad inviare cartoncini augurali, per cui dismisero baracca e burattini e nessuno li ha sentiti mai più. Qualcuno, come il Monferini, ricordo che ne fu particolarmente felice, perché, per lui, si era solo liberata una frequenza in più, e questo voleva dire nuove possibilità di ascoltare altre stazioni. Di Radio Sofia, manco a dirlo, nessuno ha saputo più nulla, né, men che meno, della sorte dei suoi redattori e speaker di lingua italiana. Qualcuno vocifera che siano stati condannati a lavorare a vita in qualche orrendo fast food di periferia, costretti a servire Coca-Cola (la più capitalista tra le bevande) e formaggini spiaccicati in anonimi panini al sesamo per tutto il resto della loro vita. E buona primavera anche a loro!

A Budapest, invece, tirava decisamente un’altra aria. Era un’aria di apertura, timida, ma pur sempre apertura. Sarà che qualcuno biascicava distrattamente il nome di Imré Nogy, senza farsi troppo scoprire dai servizi segreti (sì, ma mica tanto!), sarà perché il Danubio è sempre bello e blu, sarà per il gulash, non lo so proprio, fatto sta che ascoltare Radio Budapest era un po’ come comprarsi un anello di latta quando avevi voglia di un diamante, ma, si sa, nessuno è perfetto. E poi erano molto bene organizzati e avevano trovato l’uovo di Colombo per catturare l’audience. Siccome il loro pubblico era costituito in massima parte da radioamatori sfigatelli come me, allora avevano costituito un vero e proprio Club, con tanto di pubblicazione periodica (non ricordo più se mensile o addirittura trimestrale), che veniva tradotto nelle principali lingue e inviato a mezzo mondo, con consigli tecnici su come migliorare l’ascolto, come costruire un amplificatore o una antenna esterna (mai capito un accidente di queste cose!), ma, soprattutto, la notizia che qualcuno dei membri della filantropica assise aveva beccato una stazione rarissima sfruttando una botta di posteriore pazzesca, nel momento di massima attività solare o giusto per il proverbiale culo del principiante. Però, magari, quel fortunello l’ascolto lo aveva fatto sette mesi prima, perché fra segnalarglielo (per lettera, ovviamente), passare il vaglio della censura (c’era!), impostare la pubblicazione, stamparla e mandarla a tutti i membri con l’ausilio delle poste ungheresi, a velocità tartarughesca e a tariffa da fame, farla recapitare a tutti gli abbonati, la notizia aveva già bell’e perso freschezza e attualità. Però andava bene anche così. O, meglio, era proprio così che andava e non c’era verso che fosse altrimenti. Smantellato anche quel servizio in italiano (fu una vera e propria Casamicciola!), Budapest ha trasmesso per il nostro paese solo in particolari occasioni e tra l’indifferenza dei più, mentre il Danubio ha continuato a scorrere, ora placido ora leggermente più ombroso ed ingrigito dall’inquinamento, sotto i suoi ponti. Zan-zan, zan-zan, direbbe Strauss!

Radio Mosca mi faceva paura. O, almeno, se non paura, un po’ di timore reverenziale sì. Perché uno cosa sa della Russia? Il caviale, la vodka, Anna Karenina che si butta sotto un treno, i fratelli Karamazov, Kalinka, Kasaciòk è il ballo della Steppa (perché Dori Ghezzi ci ha fulminati tutti!), dasvidanje, spaziba, pasausta, da e niet. E poi Radio Mosca era gigantesca. Si diceva che trasmettesse per tutto il mondo e in centinaia di lingue,compreso l’eskimese, per quelli che lasciavano gli igloo e andavano a morire sul Park. Un prete che conoscevo e che era stato in missione in America Latina, mi diceva che li ascoltava tutte le sere perché lo aiutava ad imparare il guaranì. Ed era effettivamente gigantesca, come tutta l’URSS, del resto. Perché sempre di Unione Sovietica si trattava. Il personale della redazione italiana, a parte un paio di giornalisti e traduttori di casa nostra, era composto, per la maggior parte, da russofoni che avevano imparato l’italiano. Bene, per carità, ma l’accento sembrava quello di Ivan Drago quando diceva “Ti spiezzo in due!” Non capitava giorno che la locutrice non dimostrasse l’influenza della sua lingua materna. “Cuàri ascuoltatuori, uòggi, in Unione Suoviéticaaaa (pausa), abbiamo raccuolto vuénti tuonnellate di puatuàte!” E così via. Perfino l’obbligatoria rubrica delle lettere dall’Italia aveva una ingessatura degna dell’imbalsamazione della salma di Lenin al Cremlino. Rigida come nessuno, l’annunciatrice leggeva al microfono il contenuto delle missive sempre con le stesse formule: “Ci scrive il cuàro ascuoltatuore Enzo Bancale di Suolaro (eh, beh…) una buélla luéttera che adiésso vi leggeruémo. Egli tra l’altro scrive…“. E viandare, naturalmente. Le notizie erano rigorosamente quelle battute dalla TASS e la rassegna stampa, non c’è bisogno di dirlo, aveva come fonte primaria la Pravda. Che in russo vuol dire “verità“. Allegria! E’ scontato dire che quando il compagno Konstantin Cernenko non si faceva vedere in pubblico da qualche giorno, aveva il raffreddore. Anzi, il “ruaffuedduore“, per l’esattezza. Quel raffreddore doveva essere assai potente, perché in capo a un mesetto circa, Cernenko, cui, nel frattempo, dovevano aver messo una manina sotto il vestito, come i burattini, giaceva cadavere e veniva trasportato sulla Piazza Rossa con la bara scoperta e con tutti gli onori. E siccome i funerali del Segretario generale del PCUS erano roba grossa, Radio Mosca pensò bene, in quell’occasione, di farne una vera radiocronaca in italiano. Ma siccome, colmo della mala sorte, il funerale non poteva essere trasmesso per l’Italia in diretta, allora ne fecero una patetica rappresentazione drammatica. “Uécco il sarcuòfago del cuompuàgno Konstantin Cernenko. Un minuto di cuommoziuone“. Anche cerebrale, evidentemente. “Ascuoltiamo uora il discuorso cuommemuorativo del cuompagno Michail Gorbaciov!” Gorbaciov? E chi era mai costui?? Mai sentito. Nella nomenklatura non appariva praticamente mai. La voce che leggeva il testo del discorso tradotto, come è prevedibile, era sempre la stessa. Che è un po’ come fanno i polacchi con il doppiaggio dei film e delle serie televisive. Sia che parli una donna, un uomo, un bambino, un anziano o un pappagallo, il doppiatore è sempre lo stesso. Non so come abbiano fatto a doppiare “Love Story” e a far dire a un doppiatore uomo “Uamàre, significa nuo duover muài dire mi dispiuàciue!” Ma questo ci porta fuori dal discorso. L’odio anticapitalista era talmente acceso che una volta se la presero perfino con Sting, il cantante dei Police, che aveva inciso una canzone (“Russians“, appunto) in cui un verso diceva (anzi, cantava) “I hope the Russian love their children too“, ovvero, “Spero che anche i russi amino i loro bambini“. E Radio Mosca, di controcanto: “Sì, cierto, signuor Sting! Anche nuoi russi amiamo i nuostri buambini!” E certo, mica li mangiavano! Poi, di colpo, altre parole. Glasnost, Perestrojka… quel ragazzetto di Michail Gorbaciov ce l’aveva fatta. E anche qui, bandiere che cedono il posto ad altre bandiere, stati che sparicono, altri che nascono. Ma Radio Mosca, nel frattempo diventata la Voce della Russia (eh, sapete com’è, bisogna adeguarsi) ha continuato le sue trasmissioni in italiano per un bel po’. Non so se realizzino ancora il loro programma per l’Italia oppure no, e sono troppo pigro per andare a vedere su internet. Ma certamente non avrà abdicato alla sua missione di raccontare verità di regime e di comodo, ché tra la guerra fredda e quella bollente contro l’Ucraina la differenza è minima, e i fantocci cambiano, ma il teatro dei burattini resta sempre lo stesso.

Quando iniziai ad ascoltarla, si chiamava già Radio Polonia, ma per decenni, e per molti ascoltatori, fu quella di Radio Varsavia la denominazione ufficiale. Ed aveva una gradissima popolarità negli anni ’50 e ’60, al punto che un editore come Mondadori (Arnoldo, quello vero, non Silvio Berlusconi) intitolò la traduzione di un romanzo poliziesco polacco di un tale Jadiga Wojtillo (parente, probabilmente), che in originale si intitolava “S.O.S.”, per la sua bellissima collana dei gialli. Ma cambiò il titolo in “Qui Radio Varsavia“, perché pareva facesse più impatto, forse perché lo stesso protagonista della narrazione era un redattore della radio pubblica. Quelli della redazione italiana erano molto, molto gentili, su questo non v’è assolutamente dubbio, ma anche loro erano asserviti ai regimi più dispotici e sanguinari, costretti com’erano (e non si sa con quale e quanta partecipazione attiva, consapevole e consenziente) a rappresentare in voce una facciata che non corrispondeva alla vita reale di un paese cattolico nell’anima e comunista di vocazione. Loro, che, pure, erano molto attenti alla cortesia da dimostrare all’uditorio, l’ultima trasmissione del loro programma in italiano la cominciarono con il solito notiziario, in cui la notizia più rilevante era che nelle librerie polacche si cominciava a vendere, e con un certo successo, una traduzione (non si sa fatta da chi, un pazzo furioso, probabilmente) del “Mein Kampf” di Adolph Hitler. Seguirono, probabilmente, pochissimi cenni all’economia e alla politica, dopodiché, staccarono il trasmettitore. Senza salutare, senza dire che il programma era finito così. Nulla di nulla. Di tutto quel lecchinaggio sdolcinato e mellifluo nei confronti dell’ascoltatore, non era rimasto neppure tanto, come diceva Ungaretti. Finito. Chiuso. Tutti a casa. A demolire il regime di quel brav’ometto di Jaruzelski aveva contribuito per anni l’opera silente e frantumatrice di un polacco di eccezione, che nel 1978 fu eletto al soglio di Pietro, l’allora arcivescovo di Cracovia, il Cardinal Karol Wojtyla, primo pontefice straniero da 450 anni, con l’autoimposto nome di Giovanni Paolo II, e picconatore infaticabile, oltre che papa giovane e sportivo, altro che Cossiga! Di lui, però, a Radio Polonia non si parlava quasi mai. Per lo più lo si ignorava bellamente. E fu una mossa decisamente poco astuta, perché anche l’emittente di stato sarebbe crollata sotto i colpi del Vaticano da una parte e del nuovo sindacato libero Solidarnosc dall’altra, capitanato da un giovane Lech Walesa che sarebbe stato il futuro Presidente della Polonia finalmente democratica. Quando parlo di “crollo” intendo anche un crollo fisico e materiale. Infatti, poco tempo prima, una antenna enorme e altissima, che serviva per ritrasmettere un programma sulle onde lunghe (circostanza che non riguardò direttamente il programma italiano, che veniva diffuso sulle affollatissime onde corte), dove, peraltro, non trasmetteva e non trasmette quasi nessuno, crollò miseramente lasciandosi alle spalle decenni di inquinamento ambientale (si sa, le onde radio non sempre fanno bene) per far posto ad un ammasso informe di tonnellate e tonnellate di ferraglia, lasciate lì per ancora chissà quanti anni. Più che un simbolo, una nuova e imbarazzante realtà.

Il resto delle stazioni cosiddette socialiste non mi interessava molto, a parte quella Radio Capodistria che si sentiva così bene anche sulla costa tirrenica, (dove allora abitavo e dove avevo costituito, sia pure in forma provvisoria, il mio quartier generale), al tramonto del sole, sulle onde medie. La Jugoslavia era lontana, Tito sarebbe morto ben prima dello sfascio del muro e poi la ascoltavano sulla nostra riviera adriatica, quella che, per me, aveva il mare dall’altra parte, quella in cui il sole si leva dall’orizzone anziché tramontarvi, come nelle fotografie delle copertine dei quaderni di Auguri di Mondadori, che andavano tanto di moda in quel tempo, per poi andarsi a rifugiare in collina.

Avere il mare dalla parte “sbagliata”, era un concetto che rifiutavo a priori. Non sapevo, meschino (o, più probabilmente, solo scemo), che un giorno ci avrei vissuto. La vendetta di Tito!