Il giornalista debunker

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Cosa ci si può aspettare da un giornalista-debunker?

In primo luogo che sia iscritto all’albo dei giornalisti. Non certo perché l’iscrizione a una categoria professionale ne faccia, di per sé, una persona più onesta o credibile. Ma perché è un atto che preserva in primissima istanza il lettore, che in caso di eccesso verbale o mancata deontologia professionale, può avviare un provvedimento disciplinare che potrebbe arrivare fino alla conseguenza estrema della radiazione, se del caso. Il giornalista-debunker non è una persona “super partes” ed esente da controlli. Lui controlla, tutt’al più, le sue fonti, ed esprime le sue opinioni. Ma chi controlla lui? Se la risposta è “nessuno” la correttezza dell’informazione e la credibilità di chi la veicola sono definitivamente compromesse.

Non mi risulta che nessuno dei debunker di Stato più conosciuti e seguiti sia iscritto, nemmeno come giornalista pubblicista, all’albo nazionale. Né credo assuma grande pregio la circostanza che uno di loro sia iscritto a un sindacato di categoria svizzero. Anzi. I sindacati, si sa, sono assetati di iscritti e difficilmente ho visto un sindacato difendere le ragioni di un lavoratore o di una categoria di lavoratori. Molto più spesso ho visto il contrario. E non credo che questo sia un dato del tutto insignificante.

E poi vorrei tanto che fosse indipendente, sia dal punto di vista della libertà di espressione che da quello meramente ideologico. Intendiamoci, non è che sia da contestare il fatto che ognuno possa avere le sue idee politiche, etiche, filosofiche o religiose che siano. Il punto si può condensare in una legittima domanda: QUANTO questa formazione personale influisce sulla produzione informativa di chi non solo è chiamato a fare informazione, ma addirittura si autoimpone il compito di sbugiardare le fake news, i falsi, le cosiddette “bufale” (povere bestie!)

Io sono perfettamente d’accordo sul fatto che qualcuno possa avere delle idee che si rifanno al giustizialismo o, più in generale, a una rigorosa applicazione delle leggi, fino al capo estremo della gogna mediatica dell’indagato che, solo per il fatto di essere tale, è presumibilmente colpevole (lasciamolo decidere ai giudici, per cortesia). Uno può tranquillamente e legittimamente (oltre che incontestabilmente) aver collaborato con esponenti di questo o di quel partito politico, aver cambiato idea e orientamento e cavalcato il populismo più spicciolo che si vuole, sono solo affari suoi, ma che valore avrà la sua informazione, il prodotto finale, l’articolo che andrà al vaglio del lettore, che ha tutto l’interesse nell’essere guidato, di accedere agli stessi dati del debunker, di farsi un’opinione propria e autonoma? Non sono riflessioni peregrine, perché spesso questi blogger, giornalisti-sindacalisti, conduttori radiofonici, personaggi televisivi che in alcuni casi si permettono il lusso di mettere in dubbio l’autorevolezza dei Premi Nobel per la Medicina (con quale preparazione specifica?), vengono ascoltati, accolti, diffusi attraverso testate giornalistiche che fanno capo a un bacino di interesse di notevole portata, almeno per quello che riguarda l’opinione pubblica.

Come può scrivere per una pregiata e diffusa rivista scientifica una persona che ammette, con incontestato candore, di aver visto i defunti?

E come si può considerare autorevole chi ha aderito alla task force di “esperti” (“esperti” forse, ma non certo “professionisti”, non in senso strettamente giornalistico, almeno) in fake news istituita dalla Presidenza della Camera dei Deputati? Come fa il debunker a esprimere un’opinione contraria, se ce l’ha, rispetto alle direttive istituzionali e a mantenere la propria imparzialità di giudizio rispetto a quella, se non proprio del suo datore di lavoro o di stipendio, almeno rispetto al suo datore di “funzione”?

E se succede, come è successo, che un giornalista aderisca “sua sponte” (non glielo ha certo prescritto il medico) a una task force voluta dal governo (che non era più rappresentato dalle stesse forze politiche all’esecutivo nel periodo in cui è stato voluto dall’incarico precedente), come non dubitare della sua imparzialità di giudizio?

Chi ci dà la assoluta certezza di un approccio professionale, acritico, non pregiudizialmente censorio e comunque unilateralistico alla materia del contendere? Nessuno, semplicemente. O ci si fida o non ci si fida. Io, per me, ho deciso di non fidarmi.