Giovanni Sergi – GARS

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Qualunque attività o hobby uno voglia intraprendere, nella vita c’è sempre qualcuno che ti vuole insegnare o, ancor peggio, imporre come devi farlo.

Succede spessissimo e in ogni campo delle attività umane. Le categorie più colpite sono senz’altro gli allenatori delle squadre di calcio, dalla Nazionale italiana alla squadretta della parrocchia di periferia. C’è sempre qualcuno che dice: “io quel giocatore lo avrei messo dall’inizio, anziché fargli sostituire quell’altro a metà partita. e lo avrei spostato più sulle fasce laterali che in difesa“. E va beh, ma non sei tu quello che decide. E poi gli insegnanti, che quotidianamente si sentono dire dai genitori e dai colleghi come devono interagire con la classe, coi singoli alunni, come devono spiegare, quali voti debbono dare (dalla sufficienza in su, solitamente, se no non vale), e quanti compiti debbono dare per casa, nonché in quali giorni della settimana, ché il pargolo ha calcetto e la sorella pilates. Bene così.

Su internet c’è qualcuno che ha perfino provveduto a codificare la netiquette, che è un documento allucinante, che ti dice che se scrivi in maiuscolo non è perché ti si è bloccato il tasto corrispondente della tastiera, ma perché stai urlando. E se gli dici qualcosa di risposta, ti dicono che ci sono il buon senso, le buone maniere, l’educazione, il senso civico ma soprattutto la prassi. “La prassi chi è, sua sorella?“, diceva Totò. Fine dell’inciso.

Anche il radiantismo non sfugge a questa tendenza un po’ perversa. Almeno quello che ho frequentato io. La regola aurea tra i radioappassionati è il cosiddetto “HAM Spirit“, ovvero una sorta di patto di reciproco rispetto e di non belligeranza tra appassionati della radio. Usare cortesia, non alzare mai la voce, essere brevi e concisi nei discorsi (figuriamoci, mai stato breve in vita mia, io…), non infastidire gli altri con polemiche sterili (da quando in qua una polemica è stata mai sterile?), essere sempre positivi, insomma, una sorta di piccolo Eden a beneficio dei devoti dell’etere.

Invece in Italia ci stavamo tutti cordialmente sulle balle, si veda un po’ il caso! Quando una persona come Dario Monferini prendeva di mira qualcuno, non c’era verso, non mollava l’osso finché non l’aveva spolpato, ripulito, frantumato e ridotto in poltiglia. Quelli del Sud ce l’avevano con quelli del Nord e viceversa, quelli di Milano erano perennemente incazzati perché qualcuno, si veda il caso, gli aveva fatto il verso al bollettino, diffondendone una versione satirica e redatta in tono burlesco. Allora facevano il verso loro a chi ritenevano fosse l’artefice di cotanto oltraggio, che a sua volta si incazzava perché si sentiva tirato in ballo ingiustamente, perché lui mai e poi mai avrebbe fatto una cosa simile. E via discorrendo su questo impervio sentiero. Eravamo quattro gatti. Quattro, certo, ma soprattutto gatti, che se non venivano lisciati per il verso del pelo potevano anche soffiare e reagire graffiando. Questo eravamo.

Chiaramente anch’io stavo un po’ sull’anima a molti, non condividendo, in mera sostanza, la visione dell’hobby della maggioranza di miei “colleghi”. Non mi sembrava il caso, vista la circostanza di un hobby di nicchia, di fare tanto macello, bollettini, fanzine e fotocopie a pagamento. Ma a qualcuno piaceva, e lo guardavo fare con assoluta accondiscendenza.

Ma la persona a cui restavo più antipatico in assoluto si chiamava Giovanni Sergi, ed era di Messina. Ovvero, della più immediata provincia di quella città, un borgo che si chiamava (e credo si chiami ancora) Camaro Inferiore. Era una persona umanamente molto buona, di animo semplice e gentile, che aveva le sue idee. Che erano, fondamentalmente, quelle di non mischiarsi con nessuno e fare tutto per conto proprio, compreso scrivere, leggersi e possibilmente apprezzarsi. Tutte cose legittime, ritenevo, almeno finché uno le fa a casa sua e nella propria dimensione privata. Quando, poi, deve approcciarsi agli altri, le cose cambiano assai e bisogna cedere a piccoli o grandi compromessi. E a Giovanni Sergi i compromessi piacevano assai poco.

Stilava una pubblicazioncina di informazione mensile che si intitolava “GARS Radio Notizie“, dove la sigla GARS stava per “Gruppo d’Ascolto Radio dello Stretto“, cioè, fondamentalmente lui, un altro e, forse, il ferry boat. Il suo mensile lo chiamava pomposamente ed esageratamente “rivista“, ed era convintissimo che nulla avesse da invidiare alle riviste tradizionali che si vendono in edicola. Un po’ esagerato, forse, visto che, almeno agli esordi e per lunghi anni a venire, sarebbe stato redatto con una macchina da scrivere e fotocopiato in poche decine di copie. Vendeva anche degli abbonamenti a questa presunta “rivista“, ovviamente tutto in nero e senza dichiarazione dei proventi al fisco. La solita stampa clandestina di cui ho già parlato, nulla di nuovo sotto il sole, lo facevano tutti. Non era una colpa grave, tutt’al più un peccatuccio di poco, pochissimo conto.

La cosa che mi colpiva di più nel leggerlo, quelle volte in cui potevo venire in possesso della sua realizzazione editoriale fatta in casa (e, quindi, ruspante e genuina, lo riconosco), che lui si guardava molto bene dall’inviarmi, era il fatto che parlasse di sé in terza persona. “Giovanni Sergi è un radioappassionato dal 1972”“il nostro Giovanni Sergi ha detto”“l’ascoltatore Giovanni Sergi ha fatto”“sentiamo cosa ha da osservare adesso il nostro redattore Giovanni Sergi”. Ed era lui stesso che firmava i suoi pezzi.

Con gli anni, e per “assoluta mancanza di tempo“, come diceva lui (gli mancava sempre il tempo, e non o mai capito come mai), la periodicità delle sue pubblicazioni passò da mensile a trimestrale. E quello fu l’inizio del suo declino e del suo prestigio personale, un prestigio di valvole e altoparlanti, ma pur sempre di prestigio si trattava. O, almeno, lui lo avvertiva così.

Era un assiduo ascoltatore delle stazioni radio dell’Est. Una volta, quando ebbi l’occasione di parlarci per telefono, mi disse che lui mai e poi mai avrebbe scritto a una stazione criticando il contenuto dei loro programmi. Mai. Bisognava avere parole di lodi e di apprezzamento per tutti, incondizionatamente, perché quelle voci che ci parlavano erano nostre amiche, e i programmi venivano irradiati per mantenere la pace, l’amicizia e la fratellanza tra i popoli. Era un concetto trito e ritrito, sentito migliaia di volte, ma lui lo trovava estremamente vero e lo condivideva in pieno. Io, invece, pensavo dal canto mio che qualche volta un bel “Ma vi rendete conto delle coglionaggini che ci state raccontando?” ci stesse solo bene, e che quelle che lui considerava come delle voci amiche, erano in realtà dei ruffiani lecchini di regime con stipendi da capogiro, per il tenore di vita di quei paesi, che percepivano per dirci “Grazie Tizio, grazie Caio, grazie Sempronio, grazie ai nostri radioascoltatori, sempre fedelissimi, in particolare grazie all’amico Enzo Bancale di Solaro“. Pareri opposti. Ma pur sempre pareri.

La personalità di Giovanni Sergi, che nel frattempo è venuto a mancare, è interessante perché costituisce il modello del radioascoltatore attivo, anzi, attivissimo, nel rapporto (epistolare, chiaramente, dato che WhatsApp era decisamente di là da venire) con quel tipo di stazioni radio, di cui aveva assorbito, secondo me, oltre che il linguaggio retorico, la tecnica di messa a testo (o di messa in onda, se si vuole) dei contenuti, e in questo era abilissimo, bisogna riconoscerglielo. Aveva un talento naturale per riconoscere le tecniche di comunicazione degli altri e vi si adattava o le rielaborava a seconda delle sue specifiche esigenze. Era, quindi, il modello di ascoltatore ideale per partecipare ai famosi concorsi in cui si vincevano i viaggi e i soggiorni (ma spesso solo i soggiorni) nei meravigliosi paesi in cui il socialismo reale trionfava vittorioso sulle potenze del male occidentale. E di concorsi ne vinse diversi e in tempi decisamente interessanti dal punto di vista storico. Uno dei primi di cui ho notizia è una gara indetta da Radio Praga nel lontano 1982. Se ne ha contezza a pagina 108 del volume di Lorenzo Berardi, che, pure, di materiale iconosgrafico ne contiene ben poco. Vi viene riprodotta una lettera della emittente, inviata allo stesso Sergi, i cui gli si comunica di aver vinto “l‘inchiesta sul disarmo di Radio Praga“. E quelle robe lì, nell’82, non è che si potevano vincere dicendo che anche i russi avevano delle armi a lunga gittata che dovevano essere dismesse se si voleva evitare di rischiare di trasformare il mondo in una polveriera pronta a saltare in aria. Ma Sergi vinse, e la lettera è un coacervo di minuziosi dettagli (spesso inutili) e una testimonianza di una freddezza irreplicabile, come la guerra che si stava combattendo tra blocchi contrapposti. Oltre alla esposizione degli orari di partenza da Roma e di arrivo a Praga, del fatto che gli avrebbero comunicato successivamente dove andare a ritirare il biglietto aereo (misteriosi i fautori dell’amicizia tra i popoli!), e che, soprattutto, l’intera Redazione Italiana sarebbe stata all’aeroporto ad attenderlo al suo arrivo (chissà perché, vero?). Il linguaggio è inquietante, e le circostanze ancora di più. “Il biglietto del viaggio di ritorno te lo daremo noi a Praga” (eh, già, e perché?), il nostro collega doveva recarsi all’Ambasciata Cecoslovacca a Roma (da Messina!) con due lettere di presentazione che gli venivano allegate (chissà cosa c’era scritto!) e richiedere un visto di ingresso, l’unico particolare di cui loro, a Praga, non potevano occuparsi. Quelle erano le condizioni. Anzi, no. Gli chiedevano anche una foto recente da spedire a giro di posta, in modo da riconoscerlo in aeroporto, al momento dell'”accoglienza“.

Parallelamente, alle pagine 184 e 185, sono riportati altri due documenti, che consistono il primo nella risposta alla prima lettera di Sergi a Radio Polonia (“Approfittiamo dell’occasione per spedirLe in allegato alla presente il bando del nuovo Concorso indetto dalla Radio Polacca, sarà nostro piacere annoverarLa tra i partecipanti“, e va be’!), il secondo un telegramma spedito da Varsavia, e timbrato a Camaro Inferiore il 2 luglio 1977 dal seguente tenore:

“Congratulandoci comunichiamo sua vincita primo premio viaggio soggiorno che avverrà da 1 al 10/9 c.a. preghiamo confermare sue generalità cordialmente / La radio polacca”.

Lo stile del linguaggio telegrafico ricorda un po’ una canzone di Enzo Jannacci, che costituiva il lato B di non ricordo quale suo 45 giri. La canzone si chiamava “Giovanni telegrafista” ed il suo testo era redatto proprio sull’omissione generica degli articoli determinativi e delle parole grammaticali, tipica di questo modello di comunicazione, per risparmiare parole e, conseguentemente, denaro. Il povero Giovanni era costretto a battere per lavoro dalla mattina alla sera su un tasto solo (il telegrafo di Morse) notizie di agenzia di tutti i generi. Si innamora di Alba (“un’Alba poco alba“, canta il Poeta) che all’inizio lo abbandona “per andare ad abitare città grande. Piena Luci. Gioielli.” In seguito gli arriverà la notizia “matrimonio Alba con altro“, e infine il più straziante dei dispacci da trasmettere: “Alba… è urgente!” E lui lì a fare il suo dovere.

Comunichiamo sua vincita primo premio“… “Preghiamo confermare sue generalità“. Sono parole di circostanza, ma, si sa, nel 1977 ricevere un telegramma da Varsavia doveva costituire ben più di un motivo di vanto per il destinatario.

Pochi anni fa, prima di prendere definitivamente congedo dalla vita terrena per circostanze dolorose e improvvise, Giovanni Sergi fece in tempo a dedicarsi a un’operazione assai impegnativa, quale dovette essere quella di scansionare digitalmente tutti i suoi documenti (lettere, souvenir, cartoline di conferma) e tutti i numeri del suo “GARS Radio Notizie“. Li vendeva, naturalmente, sotto forma di doppio DVD Rom masterizzato in casa. Ma era, sostanzialmente, roba sua e ne faceva quello che voleva. Approfittando della facile replicabilità e circolazione dei documenti informatici non è stato difficile corrompere delle comuni conoscenze e venirne in possesso. Quella mole di materiale non ha solo un interesse puramente storico o di curiosità per gli addetti ai lavori, ma costituisce una fotografia impietosa di come eravamo. E’ come una Polaroid che ci ritrae mentre siamo seminudi a gironzolare per casa. Perché questo eravamo, questo.

E allora addio Giovanni telegrafista. Dico, Sergi.