Fabrizio Casari – La Palestina del giorno dopo

Diversi e tutti apocalittici i commenti del day-after palestinese. Le elezioni per il rinnovo del governo dell’Anp hanno suscitato ovunque commenti allarmati. In molti casi ipocriti, giacché il successo di Hamas, se proprio lo si deve definire una disgrazia, era una disgrazia annunciata.
E se il risultato certo non può far piacere, visto l’abisso che si apre per il processo di pace, sarebbe bene che le cancellerie ed i media che oggi si dicono preoccupati, si guardassero allo specchio ed ammettessero le loro gravissime responsabilità. Perché bisognerebbe davvero interrogarsi sulle cause profonde che hanno determinato la vittoria di Hamas. Cominciando a dire che la politica palestinese, pure in una specificità tremenda e con caratteristiche assai diversa da altre, segue le stesse logiche di altri scenari. Nello specifico, la crisi di Fatah, che è crisi di rappresentanza molto più profonda di quanto non dicono gli stessi risultati delle urne, è figlia della disperazione di un popolo che non gode di nessuno dei diritti di cui tutti gli altri godono ed ha che vedere anche con l’incapacità di governo, quando non di vero e proprio malgoverno, esibita in questi anni dal suo gruppo dirigente.

Le aggressioni israeliane e l’indifferenza internazionale hanno determinato in misura sensibile queste difficoltà, ma sarebbe ipocrita anche non considerare fattori interni che hanno giocato un ruolo non indifferente nello scollamento del popolo palestinese dal suo gruppo dirigente storico.
La morte di Yasser Arafat, con il carisma che il capo di un popolo e di una nazione disponeva, ha messo a nudo le lotte di potere interne, le difficoltà di esercizio del governo e, più in profondità, l’incapacità a gestire il passaggio da forza politico-militare a governo. Proprio in questo passaggio si sono consumate le inadeguatezze di un gruppo dirigente al quale però, va ricordato, non è mai stato concesso di governare in pace. Nessuno sviluppo, solo bombe e minacce. Nessun aiuto economico che potesse anche solo far ipotizzare un programma di costruzione di una entità economico-sociale, prima che giuridico-statuale.

E almeno per non dover sentire inermi le ipocrite litanie che da Tel Aviv giungono ora verso i media e le cancellerie occidentali sul dramma della vittoria dei terroristi, sarebbe anche il caso di ricordare come proprio il governo israeliano, appoggiato da Washington, abbia messo come condizione per l’avvio di negoziati, l’uscita di scena dello storico leader palestinese.
Morto Arafat si aprì il problema della successione. Ma chi avrebbe potuto legittimamente aspirare alla leadership palestinese, come Marwan Barghouti, è stato imprigionato e seppellito sotto diversi ergastoli, con ciò consegnando a persone come Abu Mazen e Abu Ala, un compito ed un ruolo che non erano in grado di sostenere, mentre Hamas approfittava della crisi di leadership di Fatah.
Anzi, più volte, analisti di diversa espressione politica, sostennero che Israele avrebbe avuto meno difficoltà a trattare con Hamas che non con Arafat. Sarebbe quindi lecito attendersi un numero ridotto di lacrime da coccodrillo.

L’aspetto davvero grave di queste elezioni è che Fatah, circondato dall’intraprendenza di Hamas, l’aggressione di Israele, i voltafaccia di Washington, l’indifferenza della comunità internazionale e la crisi generazionale, oltre che ideologica, delle masse palestinesi, non è riuscita a resistere.
Sarebbe quindi il caso di chiamare le cose con il loro nome: un risultato elettorale che è la logica conseguenza di quanto è stato fatto in questi anni.
Ma ora? L’Occidente ha già fatto sapere che considera questo risultato negativamente e Israele, con studiato tempismo, ha già dichiarato la sua indisponibilità a trattare con il nuovo esecutivo palestinese. Dunque per Tel Aviv la strategia è questa: prima non tratta con Arafat, poi nemmeno con Hamas: vorrebbe forse scegliere, oltre la sua, anche la delegazione nemica? Con chi è disposta a trattare Israele? Con i gruppi dirigenti impotenti, visto che chi gode di prestigio viene subissato di bombe, umiliato ed isolato, o imprigionato o non riconosciuto nemmeno dopo essersi imposto con regolari elezioni?

Perché qui sta la più importante delle ipocrisie occidentali. Si pretende che la cifra della democrazia di una nazione sia rappresentata dalle elezioni, che garantirebbero l’effettiva democraticità della rappresentanza. Salvo poi, ove i risultati non combaciassero con i desiderata, stabilire che i vincitori non sono interlocutori legittimi. Dunque Hamas è terrorista quando prende le armi e lo è anche quando vota. Ma anche Arafat era definito un terrorista, così come ogni palestinese che abbia avuto, o ha, un ruolo dirigente. Il giochetto di chiedere elezioni, salvo poi non riconoscerne il risultato venne applicato anche in Algeria, con il Fis algerino, il cui mancato riconoscimento della vittoria elettorale fece versare sangue e lacrime all’Algeria.

E Allora? La Palestina ha votato. Ha scelto. Ma prima che qualunque risultato elettorale, prima di qualunque piroetta propagandistica, la Palestina ha diritto ad essere reinserita nella storia, i palestinesi hanno diritto ad una patria e alla pace. Le infinite risoluzioni Onu, devono essere rispettate, così come gli accordi di Oslo devono essere applicati.
Tutto il resto è propaganda. Di guerra.

da: www.altrenotizie.org

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