Con “Rosignano nel cuore” per Claudio Marabotti sindaco

Se fossi ancora residente nel comune di Rosignano Marittimo e fossi chiamato a votare per le prossime comunali voterei certamente per Claudio Marabotti, della lista civica “Rosignano nel cuore”. Non ce la farà a conquistare lo scranno di primo cittadino, questo è certo. Claudio è una persona troppo al di fuori delle logiche partitiche per ricevere quello che si dice un autentico plebiscito. Ma proprio per questo lo voterei, perché lo conosco da decenni (eh, sì, ormai saranno sì e no una quarantina d’anni), so come lavora, è un medico coscenzioso e molto attento, ha a cuore il suo territorio, ha sputtanato svariate manfrine locali con interventi sui principali quotidiani e periodici locali in alcune occasioni e ora se la tira abbestia sui social network perché è stato intervistato da due giornaliste carine delle stampa francese.

In breve, ha il physique du role (scusate, non trovo la o con il circonflesso e non ho voglia di consultare la tabella dei codici ASCII) per diventare qualcuno, e io voglio proprio che lo diventi. Per cui, visto che non posso votarlo io, votatelo almeno voi (ma guarda te cosa mi tocca fa’…)

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La signora caduta, il marciapiede e il compagno sindaco

Oggi, mentre tornavo bel bello dalla passeggiata verso casa, stile Don Abbondio, col mio passo zoppetto, ho incontrato una signora inciampata sul marciapiede sconnesso e che è caduta davanti a me. L’ho soccorsa e ho chiamato il 118, facendo così la mia buona azione quotidiana da Giovane Marmotta. L’ambulanza è arrivata dopo 20 minuti dalla chiamata (distanza della sede delle ambulanze al luogo dell’incidente circa 4 km.). Diciamo che se va avanti così fai prima a morì’, ma la signora era lucida e non appariva in gravi condizioni. Meno male. Mi sono preso un bello spavento, comunque. Tanto che sono ricorso a mia volta alle “cure” del vicino Bar Italia, che conosco da quando avevo l’età di bimbo. Lì mi sono messo a leggere il giornale e ho visto un servizio sulla fine del secondo mandato del sindaco di Rosignano Franchi (PD), il quale ha dichiarato che farà il sindaco fino alla fine (suo diritto) e che il PD non ha ancora trovato una ampia convergenza sul nome del nuovo candidato (suo problema). Però magari di qui alla fine del mandato un’occhiatina ai marciapiedi dove le signore di una certa età inciampano e si fanno male la potrebbe anche far dare, voglio dire, non è che la gente si offende se si eliminano ostacoli, poggi e buche. Ma forse costa meno pagare l’assicurazione per rimborsare i danni a UNA persona piuttosto che intervenire sui bisogni di una intera comunità. È più economico curare o prevenire? Io questo non lo so. So solo che se ci cascavo io mi sfracellavo sul serio e allora forse erano conseguenze un po’ più gravi per tutti. Dunque, dopo il mio gesto di bontà, sono diventato di nuovo cattivo. Secondo me aiuta.

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Àrzala, Cacio!

Ed eccomi qui in piena Piazza Garibaldi a Vada. Deserta, perché i vadesi sono un popolo sui generis e la mattina della vigilia di Natale non amano troppo apparire (o è ipocondria o è miseria). Sullo sfondo il monumento all’eroe dei due mondi che sbarcò a Vada non mi ricordo quando, ma fu necessario un monumento per ricordare il lieto e storico evento. Il mi’ zio Piero mi raccontava sempre che quando fu issato il busto uno degli operai che stavano a terra ebbe a dire a un suo compagno di lavoro (tale Cacio, probabilmente per via della puzza di piedi che nel secolo scorso non doveva mancare): “Àrzala Cacio!! Fagliela véde’ a tutti questi cittaioli la palma gloriosa di Garizioboiabàrdi!!” Non disse proprio “zio”, ma io non posso permettermi una sanzione amministrativa per bestemmie. L’operaio fu l’autore della prima bestemmia-sandwich della storia, prima ancora di quelle raccontate da Benigni sulle dispute nei circoli Arci tra sostenitori di Berlinguer e Terrazioboiacini. A Vada sappiamo precorrere i tempi. Ma in giro per compere stamattina non c’era un’anima.

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Vi prego, o Gesù buono, per la vostra passion dacci il perdono

A Vada, durante la più che cinquantennale reggenza della Prioria di San Leopoldo Re da parte di Don Vellutini (che, voglio dire, cosa ci fai col pontificato di Wojtyla o quello di Pio IX?), quella della processione del venerdì santo era una ritualità che costituiva un “unicum” che si ripeteva quasi intonso nelle strade del paese.

Si portava a braccia il cristo ligneo tirato fuori dalla teca dove era stato per un anno intero all’adorazione e al culto dei fedeli. Peso asserpentato, chi lo doveva trasportare mostrava una malcelata nonchalance, come se nella vita non facesse altro che portar cristi e tirare sacrosante bestemmie perché guarda caso, la sciàtica gli dava noia proprio ora che c’era da portare il reverendo catafalco.

Le donne andavano per prime, tutte colla pezzòla in capo. Quelle in età da marito facevan capannello da sé e ridicchiavano, cazzo ciavranno avuto da ride’, è la processione di Gesù morto, mica un filme di Ridolini! Gli uomini dietro, a biascicar stupidaggini e sputare per terra certi agglomerati urbani da fumo di Nazionali che pareva ci fosse la gara olimpica di scaracchi.

A noi piccini ci davano una candelina in mano avvolta in cima da una coroncina di carta colorata. L’accendevi e pensavi: “Ecco, ora per tutta la processione questa candela non la faccio spengere”. Era una specie di ex voto, un fioretto, una buona intenzione e regolarmente arrivava una folata di vento e ci pensava lui a spengertela. O se no c’era sempre il teppistello del quartiere che ti affiancava, ti chiedeva “Che ore sono?” e te che con la sinistra abbassavi la candela per vedere l’orologio e la carta pigliava fuoco squagliando la cera che ti faceva le stimmate sulla mano. E il coro delle pie donne:

Vi preeee-gooo
O Gesù buooonoooo
per la vostra passiooooon
dacci il perdooooonooooooo.

Il perdono lo pigli da Gesù morto stasera, ma tanto domattina a scuola ti ribecco e ti fo’ piglià’ “Visto” sul problema di matematica, stronzolo!

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Beppe del Papi o dell’arte della bestemmia

Beppe del Papi stava di casa accanto al mi’ zio Piero, che stava di casa accanto a me, ma non si poteva dire, come in matematica, che il Papi sava vicino a me, perché sì, era vicino, ma bisognava comunque andare “in cima di strada” per vederlo trastullarsi col suo orto, il cappello sempre ben calcato e la bestemmia pronta.

Perché per le bestemmie, c’era da dirlo, il Papi non lo batteva nessuno. E’ stato il primo ad aver sperimentato le bestemmie-sandwich, quelle che si infilano tra due parole o tra due parti del dicorso, per prendere fiato o per sottolineare il valore dell’enunciato. E siccome il Papi parlava (e bestemmiava!) per conto suo, da solo, anche quando andava in bicicletta e biascicava fra sé e sé la minestra di stelline che gli faceva la su’ moglie, la Giulia, che aveva sempre caldo e ci vedeva poco, sì, ma dov’ero rimasto, ah, ecco, il Papi se lo volevi sentire bestemmiare bastava tu t’affacciassi alla finestra.

E il mi’ zio Piero non s’affacciò alla finestra, ma dal terrazzo. Aveva uno dei primi registratori a nastro con quattro o cinque bobine, sempre quelle (e lui le chiamava “i rotolini”) e mentre il Papi era nella stanzina (bella sfida, ci stava fisso!) gli calò il microfono della Philips e lo immortalò.
E il suo soliloquio era pressappoco così: “Ciavevo certe pere maremmanatadancane eran dólci come lo zucchero natedancane, ma accidenti a quella puttanaladraimpestatamaiala me l’hanno mangiate i bài“. I “bài” erano i vermi.
Oppure “Voglio andà’ maremmatremotatasulciuco a piglià un po’ d’erba budelloladro per coce’ ne’ ‘ampi!

Il Papi d’estate quando il sole picchiava dall’alto del mezzogiorno aveva una curiosa abitudine, “rinfrescava”. Per lui “rinfrescare” voleva dire spargere un po’ di acqua sul marciapiede a bollore in modo che si rinfrescasse, appunto, solo che dopo cinque minuti “E c’è più cardo che diànzi, accidentiaquellamaialadellalevatrice che aiutò la mi’ povera mamma a partorimmi!!” (perché, naturalmente, la levatrice era maiala e la su’ mamma no.)

E siccome il destino d’ogni partorito è quello di andarsene per i piedi, prima o poi, dopo qualche anno anche lui prese la via dietro alla Chiesa. Avrà bestemmiato anche dentro la cassa da morto.

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Amerigo Quaglierini detto “Pistola”

Il po’ero “Pistola” a Vada si chiamava “Pistola il Vecchio”.

Questo perché c’era anche un “Pistola” il Giovane. E questo lo faceva a buon diritto appartenere a quella società patriarcale di artisti, come è accaduto con Plinio, Alexandre Dumas e Johann Strauss.

Del perché lo chiamassero “Pistola” non lo so, ma si chiamava anche Amerigo.

Era il classico lupo di mare che la sapeva lunga, molto lunga. Conosceva il mare palmo a palmo, e stai sicuro che se ti diceva qualcosa lui era vera per forza.

“Amerigoooo, come butta il tempo?”
“O Palle, o come vuoi che metta? Mette acqua.”
“Ma se c’è un sole che spacca le pietre!”
“Come ti pare a te!”

E si accendeva una sigaretta. Poi, naturalmente, dopo poche ore una buriana da diluvio universale, e lui che restava a casa ad accudire, per quel che poteva, la moglie ammalata, la po’era Siria, che soffriva tanto e urlava sempre, senza che nessuno potesse farci nulla.

Le sigarette che fumava Pistola erano le nazionali esportazione senza filtro, pacchetto verde. Le teneva nelle tasche dei pantaloni e gli si torcevano, sicché quando ne estraeva una se la metteva in bocca che pendeva all’ingiù, e l’accendeva coi fiammiferi svedesi, per cui prima del puzzo di tabaccaccio made in Italyu, si veniva sempre raggiunti da una zaffata solforosa.

Pistola si cominciò a spegnere come le cicche delle sue sigarette. Mi diceva ancora “O Palle”, ma sempre più distrattamente. Lo seppellirono sulla destra del vialino principale del cimitero di Vada. Poi non lo trovai più nemmen lì.

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Arturo il Gabbrielli per tacer della Ines

Arturo il Gabbrielli stava di casa di fronte a me.

Era un uomo che levava il fumo alle schiacciate, robusto, austero, sobrio nei gusti. La su’ moglie, la Ines, (o, meglio, la “Ìnese”, per dirla alla vadese, che a noi le parole con la consonante in fondo ci son sempre state òstiche, per cui la “Ìnese“, il “thèrmose“, il “filme“, ma anche il “cèllofa“, il “Bùscopa“, il “Moplè“, “Grandotè” – ci devo pubblicare uno studio prima o poi-) lo veniva a chiamare verso mezzogiorno e dieci per dirgli che era pronta la minestra e lui non si lamentava mai.

Altro che quando se la prendeva coi gatti, cioè la maggior parte del tempo che trascorreva nell’orto. Aveva annoia i gatti peggio della peste bubbònica e se poteva farne secco qualcuno un ave’ paura che il felino di lì a due minuti te lo ritrovavi con le gambe stirate ai piedi del pesco che il Gabbrielli Arturo, bonànima, curava con tanto amore. Amore sì, ma nel regalarmi i frutti succosi di quella magnificenza era assai stitico.

Inventava parole ed espressioni di conio pregevole. “Accidenti al gattopuzzo!” era il suo intercalare migliore. Che uno in fondo dice “O cos’è il gattopuzzo?”, nulla, è una parola composta da un sostantivo e da un aggettivo, come “pane secco”, ma se lo scrivo tutto attaccato (“panesecco“) assume un valore icastico tutto particolare. Una cosa a Vada è “pover’uomo” altra cosa è “poveròmo“. La sua proverbiale pipa era diventata “la fumma” e se gli cascava in terra era capace di tirare le litanie dei santi.

Invece quando si trattava di andare a farsi un tressette briscole e scopa al Bar Italia la prima cosa che faceva era togliersi il cappello di capo e salutare nemmeno si trovasse alla Corte del Gioco de’ Noccioli, poi se perdeva (cosa che gli capitava di frequente) si meravigliava. “O quella?? Ma se ciò messo un càrico!!” “Sì, ma lui ciaveva messo una briscola, Arturo!!

E con il suo cappello e la sua “fumma” in bocca lo rividi quando lo riportarono dall’ospedale a casa, l’ultima volta. E un c’era già più nemmen la Ìnese a fargli la minestra.

P.S. O Lino, scommetto che questa t’è garbata!

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Don Dino Maria Cambi, sacerdote

La Prioria di San Leopoldo Re a Vada - Foto di "LupoCapra" - Io, detentore del copyright su quest'opera, do il permesso di copiare, distribuire e/o modificare questo documento in base ai termini della GNU Free Documentation License, Versione 1.2 o successive pubblicata dalla Free Software Foundation

Don Dino, a Vada, era l’aiutante di Don Vellutini.

Si diceva -ma il vociferìo era già andato in cavalleria da quel dì- che si fosse reso responsabile di non so quale ammanco nelle casse curiali, in occasione dei lavori di ristrutturazione del campanile di Vattelappesca, per cui eccolo lì, a Vada, in voto di obbedienza a quel bisbetico indomato, principe della polemica e fumator di sigari toscani che era Don Vellutini.

Erano come don Chisciotte e Sancho Panza, come Phileas Fogg e Passpartù.

Don Dino faceva i mestieri più umili e noiosi. Diceva la messa del pomeriggio, quella della domenica mattina che c’era poca gente, si occupava di funerali (“andava a prendere il morto”, come si diceva allora, lo portava in chiesa e poi lo accompagnava all’ultima dimora, bofonchiando qualche pateraveggloria) Continua la lettura di “Don Dino Maria Cambi, sacerdote”

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La schiacciata della Valma

La Piazza di Vada (da wikimedia.org)

La Valma era la Valma, e questo è un dato di fatto incontrovertibile.

A Vada la Valma era la proprietaria del forno forse più frequentato. Oh, non che non ce ne fossero altri, certo, a pochi passi, davanti alle scuole, c’è sempre quello del Polidori (a Vada il contraddittorio è garantito anche quando si tratta di andà’ a comprà’ ‘r pane!), ma andare dalla Valma era un po’ un rito per tutti.

Sarà che si scambiavano due chiacchiere, sarà che il corridoio stretto davanti al banco obbligava le persone ad avere un minimo di relazione sociale (“Sposa mi fa passà’ ho furia?…” “O Signora se lo tenga un po’ fra le gambe questo bimbetto, un lo vede li stranuti che fa? Se mi smoccola i pantaloni c’è ca vede’ Casamìcciola!!”).

Da bimbetto andavo dalla Valma per la schiacciata della Valma.

A Vada la schiacciata è la focaccia di basso spessore condita con olio e sale. E a me mi garba con parecchio sale e parecchio olio. In questo la Valma ci aveva azzeccato. Quando te la dava per portarla via la incartava in un pezzo di carta (a Vada si dice “un foglio”) da pane e poi in un sacchettino di nylon. Quando l’aprivi era tutto un proliferar di unto di cui la Valma era, sia benedetta, generosa e provvidenziale dispensatrice. Così mangiavi la schiacciata, ti ungevi le dita e andavi a casa soddisfatto e bello tronfio con la maglietta impataccata.

Ma la schiacciata migliore della Valma era quella coi “ciccioli”. I ciccioli sono dei pezzettini minuscoli di carne, grasso e cotica di maiale che si mettono nell’impasto della schiacciata e la rendono friabile, saporita, gustosissima, vera e propria manna dal cielo per chi, affamato, avesse avuto voglia di bloccare i ripetuti languori. O per i ragazzetti delle elementari che “non stanno mai fermi un minuto, oh, mangia, tremòto, guarda lì come son sudati, natidancani…”

La schiacciata comunque è anche il dolce di Pasqua a forma di rudimentale panettone. Pasta lievitata con l’uovo e l’anice. Si chiama “schiacciata” perché è un po’ altina. A Vada, si sa, siamo degli inguaribili giocherelloni linguistici. E quand’era Pasqua te ne portavi via una o due di schiacciate e avevi anche mangiato il dolce, hai visto, o cosa vuoi di più?

La Valma, che di cognome faceva Panicacci, era di passo svelto e parole spicce. Lavorava parecchio e quando aveva finito ritornava a casa con una Graziellina (o almeno io me la ricordo così, o così mi piace ricordarmela) e pinta e pesta su quei pedali, che la giornata non è mica finita, seeeeeeh, ci son sempre la casa e i figliòli.

Perché la Valma era anche la mamma del sindaco. Mi mancherà, accidenti alla sorte ria e malidetta che mi ha portato via un pezzo di schiacciata…. dico, un pezzo di me.

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Vada – Il busto a Don Antonio Vellutini

A Vada, vicino alla Chiesa di San Leopoldo Re, in Piazza Garibaldi, è stato collocato questo busto, ormai roso dal salmastro (e a Vada ci vuol poco ad aver tutto sputtanato dal salmastro, monumenti, automobili e quant’altro), in ricordo di Don Antonio Vellutini che fu parroco "provvisorio", tanto che ci rimase dal 1944 alla sua morte. Fu partigiano, rischiò più volte la propria vita per quella degli altri, salvò undici bambini ebrei, si oppose tenacemente al nazismo e, in tempo di pace, perfino ai suoi superiori (storica la battuta rivolta a un tecnico mandato dalla Curia Vescovile di Livorno per aggiustare le canne dell’organo della Chiesa: "Dica al Vescovo che qui dentro dopo quello lassù inchiodato sulla croce comando io."). Ogni sera si ritirava in Canonica, un casermone senza riscaldamento e pieno di umidità a leggere. Era professore di italiano e latino, e diceva che "Il mulino del Po" di Riccardo Bacchelli era l’ultimo romanzo scritto da un italiano in un italiano decente.
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Asilo (o ISOLA, non ricordo): il “Regina Pacis” di Vada

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Da piccino andavo all’asilo "Regina Pacis" di Vada, dove Don Vellutini veniva ogni tanto in bicicletta a far visita a noi pargoli, riempendoci di doni e sacrosante pedate negli stinchi, e dove la Signorina Cianchi ci faceva fare il riposino pomeridiano che io, da bravo rompicoglioni in erba, odiavo più del pasticcio di carciofi, che mi sono sempre restati parecchio sugli attributi, e dove avrei scoperto la mia vocazione musicale accompagnando un’orchestrina di zufoli e un pianofortaccio scordato con due piattacci d’alluminio sbattuti insieme. Eccolo come appare all’ignaro viandante.

La foto è mia, ma voi potete scaricarla nel formato originale e farci ugualmente ciò che vi pare seguendo i dettami della licenza:
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Alla stazione di Vada la targa in ricordo di Don Antonio Vellutini



Alla Stazione di Vada hanno dedicato questa lapide all’intervento di Don Antonio Vellutini e di molte famiglie vadesi per salvare i bambini ebrei e la loro direttrice dalla deportazione.

E’ un riconoscimento forse troppo tardivo alla memoria e all’opera del prete partigiano (e professore!) che pur di non consegnare la propria bicicletta ai tedeschi la distrusse saltandoci sopra e rendendola inservibile (prendendosi anche, ça va sans dire, una bella scarica di legnate!)
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