Gianrico Carofiglio: scrittori che sbagliano il nome degli scrittori

Ora uno dice, che male c’è se qualcuno sbaglia a scrivere il cognome del drammaturgo Samuel Beckett e lo scrive con una sola t anziché due? Nessuno, ci mancherebbe anche altro. Ma bisogna vedere chi lo sbaglia e dove. Se lo sbagliava la mi’ nonna Angiolina, che sapeva una sega lei chi era Beckett, mentre scriveva la lista della spesa era un conto. Se lo sbaglia uno studente di liceo linguistico che, guarda caso, ha appena svolto un seminario sulla versione francese di “Aspettando Godot”, l’errore è da matita blu. E se lo sbaglia un addetto ai lavori? In un suo intervento su Twitter lo scrittore Gianrico Carofiglio, che da scrittore dovrebbe conoscere molto bene gli altri scrittori, specialmente un classico del calibro di Samuel Beckett, nel paragonare le ultime esternazioni del Presidente del Consiglio, ha richiamato in vita i due giganti del teatro dell’assurdo, Ionesco (che dovrebbe essere Ionescu, ma non stiamo troppo lì a sottilizzare) e Beckett, appunto. Solo che Beckett l’ha scritto “Becket”. Io me ne sono accorto e gliel’ho fatto notare ma lui naturalmente non ha risposto. Allora il punto è questo: sei uno scrittore, porca miseria, sei anche una persona di cultura notevole perché hai fatto il magistrato prima di scrivere i gialli dell’avvocato Guerrieri (anche durante, a dire il vero), sei stato un rappresentante del parlamento, guadagni una pacca di danari, hai scritto un libro sulla manomissione delle parole, ma vuoi scrivere ammodino? Non è che il solo fatto di scrivere un tweet, che dovrebbe essere una cosa più che marginale nella produzione di uno scrittore, lo esime dallo scrivere bene, perché poi i suoi lettori se ne accorgono. E siccome tra i suoi lettori ci sono io, che ho sborsato fior di eurini per comprare i suoi piacevoli gialli, gli audiobook, alcuni saggi e altri titoli sparsi qua e là, mi permetto di farglielo notare e come. Le cose si fanno poi le scuse si trovano sempre: un errore di battitura, colpa della fretta, è un banalissimo refuso, me lo ha suggerito il correttore ortografico dello smartphone… Sono piccole cose, però è sempre una grande soddisfazione correggere gli scrittori sulle cose più piccole e banali, ben sapendo, purtroppo, che nel paragonare le battute del Premier Conte alla parabola discendente del teatro dell’assurdo, Carofiglio ha ragione piena.

La lista è vita

Pippo Civati figura nella lista Falciani.

Chiarisce che il conto era intestato al padre e di non avervi “mai avuto accesso“. Dice inoltre di essere stato solo l’intestatario di una procura.

Non metto minimamente in dubbio le circostanze riferite da Civati e c’è da essere d’accordo con lui quando dice che è spiacevole ritrovarsi in una lista assieme a dei mariuoli che hanno frodato il fisco.

Ma il mi’ babbo Sergio, che ogni tanto mi metteva qualche migliaio di lire in un libretto della filiale di Vada della Cassa di Risparmio di Livorno, un conto in Svizzera non ce l’ha mai avuto. Nemmeno, si veda il caso, per darmi una procura.

O come mai? La lista è vita.

Sui traduttori e i revisori di bozze di David Sedaris

Mia moglie è un po’ di tempo che ci sta limando sordo con questo David Sedaris, che è uno scrittore-giornalista dotato di uno straordinario e acutissimo senso dell’osservazione e dello humor, per il quale lei va matta, mentre io lo trovo, tutt’al più, gradevole e leggibile, al punto da farmi strappare qualche sorriso qua e là.

In Italia i suoi scritti sono stati pubblicati da Mondadori e ho dovuto rinunciare al mio embargo nei confronti della casa editrice di Silvio “Arnoldo” Berlusconi (speriamo che la buonanima non si offenda per l’accostamento ardito) per motivazioni prettamente coniugali. Parigi val bene una messa.

Quand’ecco che decido di attaccare dal suo “Mi raccomando, tutti vestiti bene” (che a Livorno sarebbe stato tradotto con un “Dio ti guarda, vèstiti ammodino!”), titolo originale dell’opera “Dress your Family in Corduroy and Denim“.

Sedaris oltre ad avere una scrittura fresca e scorrevole strizza l’occhio al suo lettore intitolando alcuni dei suoi scritti brevi (ogni suo libro ne è una raccolta, un po’ come fa la Littizzetto con sedani, le carote, i pinzimoni, i ravanelli e quant’altro, solo che la Littizzetto è ormai ben lontana da tutto quello che ha scritto -anche questa è di mia moglie e mia moglie è un genio-) con titoli di brani o di album fondamentali della sua e mia generazione.

Il primo racconto della raccolta si chiama, in inglese, “Us and them“. Che, voglio dire, è un brano celeberrimo dei Pink Floyd, si trova in “The Dark Side of the Moon” e lo sa anche il gatto che passa davanti casa mia con una provvidenziale lisca in bocca.
Se io leggo la versione originale la prima cosa che mi viene in mente è canticchiare il seguito: “…and after all we’re only ordinary men”.
Se leggo la traduzione italiana “Noi e loro” non mi viene in mente un cavolo di nulla.

Lo stesso dicasi per il successivo “Full House“, tradotto (opportunamente, non c’è che dire) “Carte false”, ma, cavolo, era un disco della Fairport Convention, chi non si ricorda “Walk awile” che apriva il lavoro??

Un altro disco citato è “Hejira” di Joni Mitchell. Un lavoro fantastico. Basterebbero, nell’ordine “Coyote“, “Amelia“, “Furry Sing the blues” e “Song for Sharon” a chiudere la partita. E’ stato tradotto con “Egira” che, probabilmente, più che una traduzione è una traslitterazione (come lo è, del resto, la parola inglese).

In breve, bisognerebbe immaginare queste musiche come sottofondi di quello che si legge, e allora tutto assumerebbe una valenza diversa e più compiuta, ma la traduzione italiana ci allontana dalle colonne sonore di questo sempiterno filmato in super8 che è la scrittura di David Sedaris.

E dire che sarebbe bastato lasciare i titoli inalterati.

Ci sono poi un paio di obbròbri tipografici che vi ammannisco volentiere, giusto per sottolineare che anche il libro viene considerato come un bne di consumo, e allora chi se ne frega dell’ortografia e della grammatica.

Si tratta di un “Be’, ce n’è sarebbe” per “Be’, ce ne sarebbe

e “Un auto” scritto senza apostrofo.

9 euro e 50 per un siffatto tascabile. Dia, dia pure qui…

Il forum di Radiopassioni di Andrea Lawendel

Mi cascan le parole di bocca (e, quindi, ho il vocabolario tutto sbavato) dall’emozione, a leggere alcuni commenti lusinghieri di Andrea Lawendel, cultore di cose radiofoniche e, dunque, cultore di cultura per eccellenza, sul forum (purtroppo riservato in lettura ai soli iscritti del suo radiopassioni.it

"La produzione distefaniana sul Web non si limita certo a questa lettura di Pinocchio. Attraverso l’androne di accesso al suo sistema di pagine personali su Internet, Valeriodistefano.com, potete esplorare letture ad alta voce e un vasto tesoretto di brani di musica classica in public domain. Non bastasse, Valerio (che conosco da anni per la comune frequentazione del peculiare – soprattutto dal punto di vista antropologico – territorio della radio a onde corte) è uno strenuo divulgatore di tematiche open source e penna acumInata e sopraffina."

Il termine lawendeliano "tesoretto" mi ricorda un po’ Brunetto Latini, quello che Dante ebbe per maestro ma che da discepolo discolo qual era schiaffò tra i sodomiti. Oddio, meglio tra i sodomiti che nell’aldilà, dove alcune personcine perbene del radioascolto italiano hanno voluto inserirmi anzitempo.
Devo correggere Andrea sulla musica classica in Public Domain (maiuscolo, chè è categoria dello spirito!), in realtà molti dei brani che distribuisco hanno una licenza più ristretta, soprattutto per l’utente finale, e questo non è certo un bene. Ma si fa quel che si può.
Ed è vero, Andrea, il radioascolto italiano è talmente peculiare dal punto di vista antropologico che ci siamo dentro anche noi. Chissà chi ce lo ha fatto fare!

A seguire il commento dell’utente (o utentessa, non so bene) Soundsetting:

"Davvero ricca l’offerta di musica e cultura radiofonica di Valerio Di Stefano. Ne raccomando il sito a tutti gli amici del forum. Trovo nei testi dei cultori del radioascolto una vocazione speciale per la buona comunicazione, particolarmente apprezzata quando accompagna il neofita nei complessi territori della propagazione dei segnali. Davanti a siti curati con tanta dedizione e successo, ghiottamente infarciti di informazioni e documenti, la mandibola mi casca nel vuoto come al cospetto di un’opera d’arte. "

A parte il fatto che ultimamente non mi risulta molto dimostrato il fatto che i cultori del radioascolto abbiano una speciale vocazione per la comunicazione, sono io che dovrei far precipitare le protuberanze mascellari davanti all’entusiasmo di questi lettori, che è anche il mio.

Che dire? Grazie a entrambi. Se passate in Abruzzo fermatevi perché la cucina è ottima e pago io!

PS: Per i miscredenti che leggono il mio blog e non credono a quel che dico, valga lo screenshot seguente:
http://www.valeriodistefano.com/public/forumlawendel.png