I “43 anni” (Piazza Fontana – Il libro – Il Film) di Adriano Sofri

Adriano Sofri ha appena pubblicato in rete un instant-book.

Si intitola “43 anni” ed è un file PDF realizzato un po’ alla meno peggio, dal punto di vista della grafica (il testo non è neanche giustificato a destra, ma qualcuno dei miei lettori mi dirà che conta sempre e soltanto il contenuto, e va beh, allora scaricàtevelo e buon pro vi faccia, cosa volete che vi dica…).

Nel libro, distribuito via internet (cosa che fa abbastanza “in”, ultimamente, bisogna riconoscerlo) e regolarmente protetto da copyright (infatti non esiste neanche una nota in proposito, né una liberatoria da parte dell’Autore, il che lo inserisce implicitamente e di diritto tra le opere protette da diritto d’autore, in breve, sic stantibus rebus, non potete nemmeno darlo a un amico), Sofri contesta l’impostazione storica fornita da Paolo Cucchiarelli nel libro “Il segreto di Piazza Fontana” (Edizioni “Ponte alle Grazie”), e, conseguentemente, quella contenuta nel recente film di Marco Tullio Giordana “Romanzo di una strage”.

Naturalmente è diritto di Sofri, che mi risulta essere un libero cittadino, dire quello che vuole. Mi risulta che una “libera ispirazione” di un film, sia pure a un libro impostato col rigore di un’analisi storica, ancorché non condivisa, possa essere considerata un rifacimento un po’ romanzesco, o, comunque, narrativo, che non pretende di dare una spiegazione che sia storicamente attendibile. Insomma, il film di Marco Tullio Giordana è, appunto, un film.
Come se ne sono fatti tanti su eventi e personaggi che hanno inquinato la nostra storia patria, dalla banda della Magliana al bandito Salvatore Giuliano, senza che nessuno abbia mai messo in dubbio o criticato un’opera filmica solo perché si appoggia su una tesi piuttosto che su un’altra. Proprio perché un film è ALTRO dalla storia.

Sofri è stato condannato in via definitiva per l’omicidio Calabresi. E’ un dato che pesa come un macigno, fermo restando, come dicevo, il suo diritto di dare tutte le ricostruzioni storiche e le interpretazioni che vuole dei fatti di cui è stato, direttamente, indirettamente, o solo moralmente, protagonista.
Gli diamo atto che si è sempre proclamato innocente rispetto ai fatti contestatigli e che, per questo, e coerentemente, non ha mai chiesto la grazia. Solo nel 2009, un articolo del Corriere della Sera riportava una sua frase un po’ inquietante:
«Di nessun atto terroristico degli anni Settanta mi sento corresponsabile. Dell’omicidio Calabresi sì, per aver detto o scritto, o per aver lasciato che si dicesse e si scrivesse, “Calabresi sarai suicidato”».

Una autoaccusa morale, dunque, ma Sofri ha scontato per intero la sua pena. Gli fa onore, ma non ci convince lo stesso.
Come non ci convince il fatto che Sofri abbia dato del “cretino” a Travaglio, trattandolo da “squadrista”, solo perché in un suo libro (forse il più bello, o, quanto meno il più emotivamente partecipato, “La scomparsa dei fatti”, edito per i tipi del “Saggiatore”) si era permesso di affermare che «essendo [Sofri] condannato per omicidio e dunque beneficiario dell’indulto, lo farà uscire dal carcere tre anni prima».

Sofri mi risulta che abbia collaborato a lungo con Panorama. E che attualmente collabori con “Repubblica” e anche con “Il Foglio” di Giuliano Ferrara. Nel 2002 ha pubblicato il volume “Altri Hotel. Il mondo visto da dentro 1997-2002”. Con Mondadori.

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