Ce manchesse!

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La nostra squisita e imprescindibile segretaria si chiama la signorina Multitasking.

Man mano che si avvicinano le 8,10, orario in cui scade per lei, inesorabile come una ghigliottina, il termine ultimo per timbrare il cartellino, pena recupero di tre ore secche e filate supplementari alla fine del turno, si sente tutt’intorno un clima di generale impazienza.

Gli alunni che alle 8,08 si trovano già ai cancelli del Premiato Istituto cominciano a chiedersi inquieti: “Ma arriva??”

E il ragazzo di guardia, stile piccola vedetta lombarda: “Ancora no!!”

D’un tratto, ecco alzarsi un polverone di lontano. E’ la macchina della Multitasking che ha appena eseguito il pit-stop per il cambio gomme e si appresta a percorrere l’ultimissimo e impervio percorso, quello che la separa dal circuito interno della nostra Scuola benemerita, quello che finisce con il curvone della morte prima del breve rettilineo che la separa dall’ingresso, ultimissimo tratto (da percorrere a piedi) per arrivare al rito sacrificale della timbratura.

Il buon bidello Antenore, quello che sta sempre col cronometro in mano, è un fascio di nervi: “Malediziò’, stavolta nun gliela fa!! Un secondo e mezzo di ritardo al tempo intermedio.”

Ma la Multitasking non si dà certo per vinta. Preme a tutta forza l’acceleratore con le sue scarpine col tacco e strombazza come una forsennata col clacson per chiedere pista. Schiva una vecchietta, poi un palo della luce, scula con la parte posteriore della vettura e, tutta gasata, urla nell’abitacolo: “Mo’ nun me ferma cchiù manco la bonànema de Ayrton Senna!”

Ed è a questo punto che si sparge la voce di speranza e di incitamento tra tutto il personale scolastico: “Arriva, arriva, sta a sgommà’!!”

Alle 8,09 la bandiera a scacchi, affidata per l’occasione al buon alunno Corbelli, il quale si è preso una settimana di sospensione e necessita di svolgere attività utili alla Comunità scolastica, sventola leggiadra nell’aria gelida proveniente dal Gran Sasso d’Italia: la Multitasking ha tutte le migliori chances di concludere il circuto.

Ma ecco che si appresta un imprevisto: il professor Marxistis, calmo calmo, tomo tomo e cacchio cacchio sta occupando la parte finale del percorso per parcheggiare la sua Trabant, comprata nella DDR nel 1970 e ancora perfettamente funzionante, a culo all’indietro.

La Multitasking sbatte disperata i pugni sul volante: “Ma tu guarda!! Ce manchesse solo lu Marxistis co’ quella caffettiera. Puzza murì’ d’un accidente subito, m’ha ruvinat’ lu record stagionale, m’ha ruvinat’!!!”

Dopo che il Marxistis ha fatto perbene i suoi porci comodi, la Multitasking parcheggia alla sans façon occupando tre posti del parcheggio dedicato alle alte sfere scolastiche e, col badge tra i denti, si precipita a large falcate a concludere il primo quotidiano dovere. Timbra a un secondo e cinquantadue dall’ineluttabile, e viene accolta in trionfo in segreteria dall’applauso degli astanti.

Ma lei non se ne cura. Fedelissima al suo nome, mentre va al bar coi suoi passettini piccoli e affrettati, fa firmare contratti di supplenza, registra ferie, malattie, permessi speciali, si dà una ritoccatina al rossetto, si aggiusta la messa in piega, appioppa un calcione al gatto del buon bidello Aristide che nel frattempo ha sconfinato, controlla le e-mail sul cellulare e aggiusta il lavabo nel bagno delle signore già che c’è.

Il professor Cuoricini, di scienze motorie, dieci anni di supplenza continuata nel nostro istituto, respinto a tre prove concorsuali intermedie, insignito della medaglia di alluminio a precario a vita ne è perdutamente ma inutilmente innamorato. Ogni mattina le lascia il caffè pagato e prima di prendere servizio le chiede, tutto premuroso: “Era buono il caffè? Lo hai bevuto??” per sentirsi rispondere con cronometrica regolarità “Ma vai a morì’ ammazzato, a te e a chello cesso ‘e màmmeta, brutto deficiente, morto di fame e avanzo di galera!!”

Allora il Cuoricini, incassato il colpo, prende le sue carabattole e inizia mesto il suo turno quotidiano, pensando che sì, forse un caffè non è sufficiente per aver ragione del suo cuore. E allora domattina le stapperà una butta di Moët & Chandon da 130 euro e si farà riservare un tavolo con due bicchierini di plastica solo per loro due. Ma sì, troverà un modo per conquistarla, dovrà pur essercene uno. In fondo domani è un altro giorno. Ce manchesse!

L’è el dì de mort. Alégher!

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Il tavolo in truciolato simil-noce della nostra amatissima Aula Docenti “Herbert Kappler” ha visto passare centinaia di eventi dal suo primo apparire come nuova acquisizione di un bene dello Stato, con tanto di numero di registrazione e cartellino ministeriale acclusi.

Ogni volta che si verifica una nascita, un battesimo, una ricorrenza, una laurea, una comunione, un matrimonio, c’è sempre chi apparecchia il tavolone con enormi tovaglioni di carta, accessoriandola con piatti di carta, bicchieri di carta e vassoi vari. Di carta.

Oh, quante cose racconterebbe quel tavolo, se potesse! Ha visto di tutto, la nascita dei figli della De Poppibus, lo sposalizio in pompa magna della De Estremitatis, la licenza straordinaria del Marxistis per la visita a Cuba, l’ordinazione sacerdotale del professor Crucefixis, quattro elezioni consecutive della De Sindacatiis a RSU, l’immissione in ruolo della De Bonis (con relativo dono di un paio di barche a vela che le serviranno egregiamente come scarpe), la redazione delle prime querele del Professor Exlege, Dio lo strozzi.

L’apparecchiatura della mensa viene seguita dall’offertorio alle fauci fameliche dei colleghi di ogni leccornia dolce o salata che si possa facilmente trasportare. Si va dai panini al burro gravidi di prosciutto, salame, lonza, simpaticissimi con la loro bella bandierina della Finlandia infilata in uno stuzzicadenti, al croccante alla mandorla duro asserpentato, che una volta la Acidophili con un solo morso ci lasciò i denti del veleno. Ma la vivanda-regina di ogni rinfresco in sala docenti è sempre lui: il volovàn di pasta sfoglia con una rondella di Würstel e una cucchiaiata di maionese rancida.

Oggi è il 2 novembre. Ma nell’aria non si sente il triste rimestìo di novembre e della squallida commemorazione dei defunti. Si avverte, al contrario, un nonsoché di frizzantino, come di vita che si risveglia. E’ il compleanno della professoressa Wunderbari, e tutta la sala docenti è addobbata a festa per l’occasione: gli alunni di quinta hanno gonfiato una quindicina di profilattici Hatù-jeans a mo’ di goffi palloncini proprio per il festeggiamento, e l’alunno Somarelli, quello con la canna perennemente tra le labbra, le ha dedicato uno striscione variopinto di dieci metri con la scritta “Wunderbari, voglio uscire dalla droga ed entrare nel tuo tunnel!” Insomma, incontestabili manifestazioni di apprezzamento professionale.

La Wunderbari ha proprio pensato a tutto. Dalla gonna corta, alle calze nere con la riga dietro, fino alle scarpe tacco 12 con caviglia d’ordinanza a perfetto perpendicolo.

Ma quello che desta meraviglia negli astanti è il buffet vegano e ayurvedico messo a disposizione di quel coacervo di mascelle di rinforzo e di palati fini, pronti ad assaggiare ogni manicaretto: dalle tartine al tofu, zenzero e paprika dolce del Pakistan, alla scodella di pasta fredda condita con seitan, funghi cinesi e verdurine al vapore sautées, al cappuccino tiepido senza schiuma di caffé d’orzo e latte (di soia), al formaggio fritto (di soia), all’insalatina di fagioli freschi (di soia) con un dolce fatto di farina (di soia), olio (di soia) e zucchero (stavolta di canna!). Poi, se qualcuno gradisce un aperitivo c’è un centrifugato di sedano, carota e germe di grano.

Il professor Berlusconis è lì che mastica quel cacchio di seitan da due ore. L’ha ridotto a un bolo informe e tristemente omogeneo, ma proprio non gli scende in canna. La De Ginocchinibus si è riempita un piattuccio da consumare durante la mattinata ma l’ha tirato nel muro della prima Z con la chiara intenzione di colpire il Corbelli che invece le ha fatto marameo.

La Wunderbari è addirittura raggiante, in forma strepitosa. Ha finito di frequentare il corso annuale di Buddismo, ormai dice gli Om saltando la corda ad occhi chiusi, canta il mantra “Hare Krishna” sul motivo di “My Sweet Lord” di George Harrison, ma soprattutto è bella, bella che non te lo immagini. E cretina. Cretina come un trattore a cingoli.

Tutto d’un tratto, come presa da un raptus incontenibile, la Wunderbari sparecchia in quattro e quattr’otto liberando di nuovo il tavolo e concedendosi una pausa digestiva.

“E ora… si balla!!!”

La Wunderbari si arrampica sulle sedie e raggiunge la superficie del tavolo dove si installa ben piantata col suo maledetto tacco 12 e consegna alla collega De Poppibus il suo CD preferito, chiedendole di metterlo a tutto volume. E’ una compilation di salsa, merengue, rumba e samba masterizzata di frodo e scaricata biecamente da YouTube. La De Poppibus, dal canto suo, non sa nemmeno da che parte si gira un CD, capisco una musicassetta, ma queste diavolerie moderne non son proprio cosa per lei, e cede volentieri l’ingrato compito alla nostra vice Preside, la cara Digitalis, che, con la sua vocina da viola d’amore scordata, annuncia tutta festosa: “E adesso musica!!”

La Wunderbari si scatena. Balla, canta, ancheggia, ammicca, in un pericoloso alternarsi di sguardi e messaggi subliminali.

“Vamos a la playa, a mí me gusta bailar, el ritmo de la noche, salsa fiesta…” e poi, sempre più sudata, “Una mano en la cintura, una mano en la cintura, un movimiento sexy…” fino ad arrivare a “¡Mueve la colita!”, insomma, tutte testimonianze letterarie della tradizione medievale spagnola.

E’ tutto un movimento ritmato di polpacci, cosce, natiche. Il collega Berlusconis si sgancia la cravatta, tutto accaldato e addenta un cetriolo in pinzimonio per la disperazione. E mentre la Wunderbari canta “Bailamoooooos”, il professor Crucefixis e il collega Marxistis stramazzano a terra svenuti, praticamente all’unisono. Dal gabbiotto parte immediatamente la richiesta di soccorso al 118 che prontamente invia un’autolettiga matrimoniale per i due infartuati che, trasportati al vicino nosocomio, venivano dichiarati fuori pericolo e ricoverati in due stanze separate in osservazione. Tra i loro primi desideri qualcosa da leggere per far scorrere più velocemente sia il tempo che le gocce di soluzione fisiologica che si consuma lentamente dalla flebo. I medici hanno accondisceso di buon grado al loro desiderio, solo che quella carogna del professor Exlege, il primo a rendersi al loro capezzale, ha dato il breviario al Marxistis e il Compendio del Capitale di Errico Malatesta al Crucefixis. Poi se n’è andato con un ghigno beffardo.

Io volevo di buon grado correre tra le braccia di mia madre, ma la festa era finita e mi accontentai di una carotina avvizzita e scondita rimasta lì ad ammuffire.

Venerdì

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Il venerdì, c’è poco da fare, è sempre il venerdì.

Comincia in sordina, con la campanella delle 8,10 e tutti ai nastri di partenza. E’ una lunghissima maratona e tutti sanno che saranno pochissimi quelli che arriveranno vivi al finis delle 14,40, dopo la settima ora. Ma ci sono dei veri e propri campioni anche in questa specialità olimpionica di avvicinamento alla fine settimana lunga, e qualche collega affronta l’ultima giornata di lavoro correndo a piedi nudi, come Abebe Bikila.

Il professor Crucefixis, poveraccio, ha sette ore filate di lezione e prima di recarsi in quarta W recita il propiziatorio salmo 23: “Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi dànno sicurezza” mentre il professor Marxistis gli replica: “Vincastro questo paio di balle! Io oggi ho due ore di cui una a disposizione e poi vado a casa. Ve lo tiro in quel posto a tutti quanti, specialmente a te, pretaccio della malora!”

Non c’è che dire, il collega Marxistis, quando ci si mette, quanto a proprietà di linguaggio e leggerezza dei modi non lo batte nessuno.

In terza Y c’è una lieta novella. L’alunno Trottolini e l’alunna Amorosi stanno insieme. Era un po’ che si gironzolavano intorno e si fiutavano a fondo, quei due, adesso pare che abbiano quagliato la situazione e se ne stanno in fondo all’aula a sorridersi, a tenersi la manina, a scambiarsi parole senza senso come “Ciupi Ciupi, orsacchiottino mio, amorissimo, ti lovvissimo”, naturalmente via WhatsApp, perché dirsele a voce non è più di moda. L’oggetto del proprio amore è più reale se gli scrivi, anche se è a cinque centimetri da te. C’è poco da fare, ormai si sono bevuti il cervello.

Ma non tanto da abdicare ai primi richiami ormonali della stagione autunnale. Tutta lieta e gàrrula l’alunna Amorosi esordisce al mio ingresso in aula, col sorriso sulle labbra: “Professo’… lo sa che io e Trottolini dormiremo insieme??”

“Cosa fate voi due???” reagisco con una falsa, anzi, falsissima accentazione scandalizzata. Del resto hanno 16 anni, è il loro momento, cosa posso pretendere, anch’io, che si guardino negli occhi? Che si bevano un caffellatte coi biscottini e poi guardino “Un posto al sole” su Rai 3 seduti sul divano e con la copertina sulle ginocchia?

“Ma no, che cos’ha capito?? Ci portiamo i sacchi a pelo nella baita sul Gran Sasso e ce ne stiamo rannicchiati al fuoco finché non ci addormentiamo, la professoressa Wunderbari dice che sviluppa il Karma e aiuta a depurare il corpo dalle tossine!”

(La Wunderbari…) “Sì, va bene, ma adesso vi interrogo sui verbi irregolari, te e il tuo moroso, e se non li sapete andate sul Gran Sasso con un bell’impreparato sul groppone!”

La mattinata scorre lenta e inesorabile. Ma pare che il professor Exlege (quel leguleio fetente e immondo, lo detesto, possa morire di un accidente subito!) sia di pessimo umore. Qualche alunno in vena d’innocenti scherzi gli ha graffiato la portiera della macchina, ma così, giusto per burla, e lui si è inspiegabilmente adirato. Inoltre ha smesso di fumare, il che lo rende ancor più vulnerabile alle critiche e alle sollecitazioni esterne. Comunque sia, non lo si può avvicinare. Ha sempre una bestemmia o una parolaccia per tutti, quell’infido verme.

“Buongiorno, caro Exlege, salutami tanto la tua compagna, la per nulla verbosa De Chattibus!” lo riverisce il collega Marxistis facendogli il gesto dell’ombrello (bastardo!), perché ha appena finito il turno.

“Stai desiderando la donna d’altri, per caso??”

“No, che c’entra, t’ho visto e mi è venuta in mente la De Chattibus!”

“Ecco, appunto, stàttene al tuo posto, comunista del cazzo, che alla De Chattibus ci penso io!”

E pare proprio che ci pensi sul serio. Ha fatto il calcolo di quanto avrebbe risparmiato in un anno di astinenza da fumo, poi ha portato la De Chattibus al sexy shop dove si sono comprati un paio di stivaloni e un corpetto di cuoio borchiato, due frustini e due paia di manette per le loro cose più estreme. Ci hanno lasciato l’equivalente di due stipendi e il proprietario di quel pio ed evangelico esercizio ha detto che per un mese poteva anche chiudere i battenti e andarsene a trascorrere una settimana a Marbella.

Nel frattempo la nostra ottima bidella Cassandra ha interrotto la divinazione e il responso dei tarocchi per la collega Cervelletti, che è rientrata incinta dalla malattia (si è curata bene, evidentemente) e vuole sapere, giustamente, come procederà la gravidanza, perché, si sa, i ginecologi son tutti dei bugiardi esosi e ti spillano un sacco di soldi, se no cosa si chiamerebbe “Cervelletti” a fare?

“Corbelli, mo’ t’accijesse!! Vai in classe e ute, ca’ me pigl’ la coccia, me pigl’… Sant’Antonie co’ lu porc’ ca sunàve lu dubbòtte a lu desert’, la luna nera!!!!”

E incassati con cura i 50 euro, la bidella Cassandra si fece il segno della croce. Io avrei voluto correre tra le braccia. Di chiunque.

Giovedì

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Oh, pianto! Oh, stridore di denti!! Oh, somma mancanza!!!

Il nostro amato e venerato bidello Aristide oggi non è con noi. E non lo sarà ancora per settimane. Egli giace sofferente allo Spedale, dove è stato ricoverato per “sindrome dispeptica grave”, e operato d’urgenza dal nostro benemerito medico chirurgo, il professor Macellaij.

All’entrata in Pronto Soccorso, quell’anima buona parlava ancora e benediceva gl’infermieri e ‘l personale sanitario che gli rivolgeva le prime domande sulla gravità del suo malore:

“Ma le pare possibile? Un chilo di peperoni fritti??”

“Erano arrosto!!” replicò con un fil di voce il sant’uomo, rilevando la maggior leggerezza del suo povero manducare.

Il professor Macellaij, che gli stava praticando il pietoso offizio della lavanda gastrica, si levò tutto infuriato: “Ma è possibile?? Ma si può vedere un uomo di 62 anni che mangia come un bottino? Un chilo di peperoni arrosto, poi!! Via, ai lavacri gastrici e poi in sala operatoria! E d’urgenza, anche. E dopo solo semolino e brodini lunghi!!”

Oh, caro e povero il nostro bidello Aristide!! Ancor sento il grato profumo del tuo soffritto di cipolla, mentre ti preparavi lo spezzatino di castrato, e che ha impregnato tutto l’aere di questa benedetta Istituzione Scolastica. Fa bene il professor Crucefixis a recitare per te un “Requiem aeternam” e a proporsi per somministrarti l’olio degl’infermi, mentre quel senzadio del professor Marxistis commenta beffardo con un “Gli sta bene, gli sta, a quella idrovora umana!”

Ma mentre mi dolgo con tutto il cuore dell’accaduto, ecco arrivare la nostra nuova bidella Cassandra, che mette su il baracchino della consultazione dei tarocchi, per le anime pie in gramaglie e, soprattutto, a prezzi modici.

La prima della mattinata è la De Estremitatis, che accetta con fiducia e di buon grado di depositare sul tavolo la sua banconota da 50, per conoscer che cos’abbia il fato in serbo per lei. La bidella Cassandra dispone le carte in cerchio, e quella decisiva, quella che darà il responso sulla domanda secca della malcapitata, al centro del circolo.

Nello scoprire le prime tre carte, Cassandra tace. Poi, con voce flebile ma solenne, come fosse un oboe che emerge dall’orchestra, sentenzia:

“Figlia me’, tu t’he da curà li pid’!!”

La De Extremitatis, stupita e sorpresa dalla veggenza della nostra eccelsa bidella, frena a stento una lacrima.

“Ma come sei brava, Cassandra!!! Ci hai azzeccato alla prima. E’ proprio vero, io lo dico sempre. Ma dimmi, cara, tornerà il mio amore? Il bene mio volgerà il suo sguardo sui miei pied… sul mio viso?? Mio marito lascerà quell’avanzo di bordello per tornare da me??”

Cassandra sospira e, come in trance, dice parole sconnesse:

“Lu puttanone… lu marit’… li pid’… iiiiiiihhhhhhhh!!! Sant’Alfonz’ d’o Liquore, la luna nera!!!!”

Nel mentre la disgraziata singhiozzava silente, il suo pianto veniva sovrastato dalla voce da flauto traverso della De Sindacatiis, convinta pro-vax, che ha appena presentato alle RSU una mozione per lo scuoiamento in sala insegnanti di tutto il personale scolastico non vaccinato, e l’esposizione delle carni vive in quarta W, dove saranno lasciate al pubblico ludibrio e agli sputazzamenti di quelle anime candide dei nostri alunni.

“Prondooooooo???”

“Ma professore’, non siamo al telefono, questa è una videolezione in DaD!”

“Prondo, mi sendo??? Mi sendite pure voi ragà’?? No, perché io non mi sendo…”

“Professoressa, non deve sentirsi lei, dobbiamo sentirla noi!”

“Vabbuò, ragà’, io non mi sendo! Tengo un probblema di connessiò’ e qua alla scòla nun se capisc’ gnende. Facciamo ‘ccosì: per oggi due a tutti e ciarivedòm’ diman’ ammatina che vi spiego gli assi cartesiani e la cosa, lì, l’equazione a due incognite, che se mi fate girare le balle ve ne metto anche tre!”

Io avrei voluto di buon grado rifugiarmi di nuovo tra le braccia di mia madre, ma era solo la prima ora, e dovetti accontentarmi di quelle forti e pelose dell’addetto al protocollo.

Mercoledì

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Oggi non ne va bene una.

Il nostro incommensurabile bidello Aristide aveva fatto andare uno spicchio d’aglio schiacciato in una padellina con un po’ d’olio extravergine di quello dei suoi olivi, per poi farci friggere una pomarolina con cui condirsi due rigatoni, ma è stato distratto da una madre che chiedeva il permesso di fare entrare il figlio con venti minuti di ritardo. Risultato: aglio bruciato, puzza di carbone acceso nel gabbiotto, olio oltre il punto di fumo che ha preso fuoco incendiando il prezioso archivio dei fonogrammi in partenza. Pare che il nostro immacolato Istituto sia l’unico della regione a mantenere ancora viva la tradizione dei fonogrammi, ancora un po’ e ci ridanno la posta pneumatica.

La nostra amatissima bidella Otilia deve farsi operare di unghia incarnita e sarà assente, per via del terribile e repentino morbo, per due mesi. Il minimo che ci vuole per ristabilirsi, logico. La sostituisce la nuova bidella Cassandra, una brava donna che parla in dialetto e ha l’arte impareggiabile dei tarocchi. Da quando si è diffusa la voce, tutte le colleghe vanno a farsi predire il futuro da lei, dietro il modico compenso di una cinquantina di eurini a cranio, naturalmente in nero, con cui la niente affatto esosa arrotonda la sua già misera posizione stipendiale.

La professoressa De Bonis si è comprata un paio di scarpe nuove. Ma siccome il 44 della Superga le va un po’ stretto e la costringe a posture non esattamente ortopedically correct, allora deve optare per un più comodo e rilassante 45, sì, però intanto vaga zigzagando per tutta la scuola e pronuncia un “mannaggia santa!” ogni tre parole.

Io mi avvio verso il corridoio per agguantare la porta della prima Z dove qualche buontempone ha smontato una finestra per rivendersela e farci i soldi per comprarsi la Play Station (che altro??). Una improvvisa folata di vento mi investe. Allora decido di far loro un cicchetto da levargli il pelo e per l’occasione accordo la voce sulla tonalità di “Bella figlia dell’amore” dal Rigoletto di Verdi.

“Ragazzi, ma si può sapere che diavolo vi siete fumati stamattina? Rimettete immediatamente la finestra a posto che se viene aria dal Gran Sasso qui dentro ci possiamo appendere prosciutti e salami per farli stagionare!”

“Professò’, ma non siamo mica noi, sa, a smuovere tutta quest’aria… è stato il professore di fisica!!”

“Ma sì, certo, vi avrà spiegato che la velocità è spazio fratto tempo, no? E che un corpo immerso in un fluido, va beh, non mi ricordo, vi metto la nota!”

“Ma no, professo’, ha avuto uno dei suoi soliti attacchi di colite!”, mi dice l’alunna Angelica De Angelis, che angelica lo è di nome e di fatto, dimostrando la teoria dantesca che “nomina sunt consequentia rerum”.

Dev’essere una cosa seria, visto che lo spostamento d’aria ha fatto perdere l’equilibrio anche al bidello Aristide, che, però, stamattina era a digiuno per via dell’aglio bruciato, e invoca, dunque, le circostanze attenuanti generiche.

Il Corbelli mi guarda sornione e ride, con quella faccia da schiaffi che si ritrova. “Professo’, non mi metta la nota, ma ho versato una boccetta di Attak a presa rapida nella serratura della porta del bagno dei docenti. Adesso ce ne facciamo di risate!!”

Sono terrorizzato. Ma è tutto vero. Il nostro stimato collega Scquacquarelli-Ricai si è fiondato al bagno in preda ai suoi soliti dolori addominali repentini con ottima spinta elastica e gioco di gambe ineguagliabile, tanto da destare l’ammirazione e il sincero apprezzamento dei colleghi di scienze motorie il cui decano, il Professor Marcialonga, gli ha conferito l’ambito titolo della medaglia d’oro “Joseph Goebbels” per altissimi meriti sportivi.

Ma non c’è niente da fare, il Corbelli ha colpito ancora, maledetto lui e la sua ventura progenie, la chiave non entra e lo Squacquarelli-Ricai non sa più come tenere a bada le contrazioni addominali che lo assalgono, ormai il suo intestino vive di vita propria e indipendente e sta per chiedergli un aereo pieno di carburante per volare a Cuba.

Si avvicina la supplente d’inglese, la sacrosanta De Chattibus, a cui tutti gli astanti chiedono inutilmente di sfondare la porta a colpi di tette.

“Beh, colleghi, scusate… ammettiamo pure che io sfondi la porta, ammettiamo pure che il collega abbia facile accesso alle sue necessità, ammettiamo anche che chiedano un risarcimento danni, ammettiamo che mi contestino il reato di distruzione di un bene di pubblica proprietà…”

“Ti prego!” la invoca lo Squacquarelli-Ricai con i lucciconi agli occhi e le lacrime che gli scendono sulle gote. Le vorrebbe anche dire che fare la nanna tre volte al giorno con il professor Exlege tanto bene non deve farle, ma più che il digiuno poté il dolore.

Ma da lontano una voce salvifica rintuona l’aere del corridoio. “E che ce vo’ a sfonna’ ‘sta porta?” E’ la nostra delicatissima collega De Poppibus che, presa la rincorsa, mette a disposizione per la causa comune i suoi due arieti di sfondamento e, dato un colpo secco e bene assestato, si vanta della gloriosa impresa canticchiando l’aria di De Gregori “il nemico è scappato, è vinto, è battuto!”

Sulla porta del bagno, ormai miseramente caduta a terra, alcuni alunni vogliono restare a cantare “L’inno del corpo sciolto”, in piena solidarietà col docente di fisica. Qualcuno alza il pugno sinistro nel declamare i versi:

“Ci hanno detto vili, brutti e schifosi
ma son soltanto degli stitici gelosi!”

Io però non mi fido, e decido di investire una 50 euro del mio stipendio per un consulto dalla nostra nuova bidella Cassandra. Voglio sapere se domani ci sarà più calma e se a scuola andrà tutto bene. Ne va del nostro benessere psicofisico.

La bidella Cassandra mischia le carte, io le taglio con la mano sinistra, lei pronuncia frasi sconnesse dopodiché riprende il Corbelli a voce alta ed emette il suo responso:

“Corbe’, te pozzen’ allucà’ sulla sedia elettrica, vatte alla classe, ca ce sta lu professore che spiega ‘a trasformata ‘e Furiere!!! Sante Iuànne Vanciliste… la luna nera!!!”

E, privo di qualsivoglia consolazione, corsi subito tra le braccia della segretaria degli alunni a chiedere perdono per i miei peccati.

Elezioni scolastiche

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È proprio vero che fa bene
Un po’ di partecipazione
Con cura piego le mie schede
E guardo ancora la matita
Così perfetta e temperata
Io quasi quasi me la porto via…
Democrazia!

(Giorgio Gaber)

C’è aria di elezioni, nel nostro pio istituto retto da quell’anima buona e incommensurabile del Dirigente Ferocius de Leonibus, e tutti hanno un’aria decisamente più rassicurante.

Il nostro fedele bidello Aristide annusa un pezzo di guanciale perfettamente stagionato e ha già detto che, siccome non ha il pomodoro, considerato l’altissimo tenore e la solennità del momento democratico che tutti ci coinvolge, rinuncia volentieri a farsi una amatriciana per colazione e si accontenta di una gricia semplice semplice, con una abbondante spolverata di pecorino grattugiato, che, voglio dire, alle 8,30 ci sta pure bene.

I nostri pargoli, oltre a calpestarci ben bene i testicoli coi tacchetti a spillo, sono chiamati allo spaventoso ed improbo compito di eleggere i loro rappresentanti al Consiglio d’Istituto.

Cosa sia di preciso il Consiglio d’Istituto non lo ha mai capito nessuno. La De Sindacatiis favoleggia che si tratti di un gruppo di cadaveri ormai mummificati che si sono riuniti per la prima volta nello stanzino dei rifiuti informatici per discutere un ordine del giorno di tre righe, e da lì non siano usciti mai più. Pare che ne facessero parte, tra gli altri, le mogli di Barbablù, il lupo di Cappuccetto Rosso, la strega di Biancaneve e la vecchiaccia di Haensel e Gretel. Il professor Crucefixis ha una teoria quasi opposta, secondo lui al posto della scuola nel ‘200 si ergeva un monastero di monaci cistercensi i cui resti mortali giacciono ancora al piano inferiore del pozzetto arancione (il girone del dannati) e le cui anime vengono evocate dal Consiglio d’Istituto in interminabili sedute spiritiche. Il professor Marxistis, affiliandosi alla preponderante teoria cimiteriale, ritiene che il Consiglio di Istituto sia riunito in seduta permanente per decidere sulla traslazione dei resti dei compagni Yuri Andropov e Konstantin Cernenko dalla necropoli del Cremlino. Insomma, allegria.

Meno male che ci pensano gli alunni a mantenere un’aura di contegno e parsimonia nella gestione della cosa pubblica. Hanno già presentato le liste dei candidati e ora si apprestano a parlare del loro programma di governo a tutta la popolazione scolastica riunita in trepida ed eccitata attesa.

L’incontro si svolge nella nostra cara aula magna “Erich Priebke”, tirata a lucido e adornata da una compilation di crisantemi dal nostro solerte e affezionato bidello Antenore, perché lui dice che col Consiglio d’Istituto “ci fanno pandàn!” E che vuoi fare?

L’alunno Somarelli si è candidato con la lista n. 1 denominata “Libera Maria in libera scuola!”. Prende la parola avvicinandosi il microfono alla bocca. Nell’aula magna c’è un silenzio di gelo perché tutti sanno che all’ultimo spacciatore che gli ha rifilato roba di pessima qualità il Somarelli ha fatto saltare tutti i denti.

“Oh, ragà’, mi sentite??… Funziona ‘st’affare di mmerda??”

“Scì, scì, funziona ti sentiamo!”

“Allora a màmmeta!!”

Un programma elettorale di tutto rispetto.

Per la lista numero due si è candidata la Figoni. La sua coalizione si chiama “Sesso e progresso”. Dice la Figoni, che di nome si chiama Gessica con la G e ci tiene tanto all’ignoranza, che è l’ora di finirla con le assemblee di istituto senza musica e che vogliono un DJ che faccia ballare tutti al ritmo di un po’ di sana “house”. Per gli alunni maggiorenni, inoltre, sarà allestita una stanza con un letto matrimoniale su cui fare l’amore, e all’entrata, ogni giorno, sarà distribuito un preservativo gratuito agli alunni maschi. Con quali soldi non lo specifica, ma riceve applausi a carrettate e vivi fischi di approvazione dagli astanti. Il fidanzato della Figoni le dà un bacio con la lingua e la platea si surriscalda urlando a scquarciagola “Nu-da! Nu-da!!”

E’, infine, il turno della lista n. 3, che, curiosamente, è formata solo dall’alunno Exellentis, che ha 10 in tutte le materie, religione, comportamento e scienze motorie compresi. Ce lo hanno già prenotato al Massachussets Institute of Technology.

“E’ l’ora di finirla con questa scuola lassista! Bisogna tornare al valore autentico dell’istituzione, che è quello di educarci allo studio, alla disciplina, all’acquisizione degli strumenti critici, alla libertà del sapere nella pluralità dei saperi!”

Dalla platea gli arriva un sonoro pernacchione prodotto da quella lenza del Corbelli, che in quanto a fare pernacchie con la bocca, bisogna ammetterlo, è un vero maestro e dà asso, tre e re a tutti noi docenti.

Si diffonde qualche “Buuuuuu!!!” di netta disapprovazione. Ma l’Exellentis continua:

“Dobbiamo fidarci dei nostri professori, che sono i nostri educatori, le nostre guide, i nostri maestri…”

“Viaaaa!!! Fuori!! Abbandona immediatamente quest’aula magna onorata!! Fetente, traditore… infame!! Rovina della scuola pubblica! Voltagabbana! Ti aspettiamo fuori, testa di cazzo!!”

La sommossa sta per assumere contorni preoccupanti, ma ci pensa il Dirigente Ferocius de Leonibus a chiamare la polizia con i lacrimogeni, gli idranti e i manganelli. Rimane solo l’alunno Exellentis, seduto per terra, bagnato come un pulcino appena nato, simbolo della nonviolenza che si oppone allo strapotere dei potenti.

E io sentii la necessità improvvisa e incoercibile di buttarmi tra le braccia dell’addetto al protocollo, perché avevano corcato coi manganelli anche quella buona donna di mia madre.

Scontro tra titani

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Se c’è qualcosa di buono e di dilettevole nell’avere in orario sette ore filate, (disagevole assai ma una volta alla settimana bisognerà pur farlo, se no il sabato libero te lo cicchi) è che puoi osservare e godere di tutta una serie pressoché infinita di casi umani e di dinamiche relazionali, partendo dal grato effluvio di aglio, olio e peperoncino, che ti accoglie benevolo all’entrata, dove il buon bidello Aristide si sta facendo uno spaghettino del 3 tanto per gradire.

La professoressa Subiudice di diritto è tutta eccitata. Per oggi ha in programma alcune simulazioni di processi penali nelle sue classi quinte. Farà interpretare agli alunni il ruolo del Pubblico Ministero, dell’avvocato difensore e quello, più scomodo, dell’imputato. Lei farà il giudice. Condannerà o assolverà sulla base delle risultanze processuali. Nemmeno “Un giorno in pretura” era mai arrivato a una rappresentazione così aderente alla realtà, e di ciò la Subiudice va decisamente tronfia e sussiegosa.

La fase dibattimentale si svolge alla meglio. Il Pubblico Ministero interrompe tre volte la sua requisitoria per pausa bagno, sigaretta mattutina e stozza al bar. L’avvocato difensore d’ufficio si appella direttamente alla clemenza del giudice, e la Figoni, che fa parte della giuria, cincischia col cellulare in mano e guarda la compilation di selfie che il fidanzato le ha scattato durante il loro ultimo incontro amoroso.

Ma tutto d’un tratto, nell’aula silente e annoiata si sente la voce tuonante dell’alunno Somarelli che esclama, con voce baritonale e partecipazione emotiva forense: “E allora, signori della corte, io per questo povero disgraziato chiedo l’ergastolo!!”

L’alunno Sconsolatis, a cui è toccato il ruolo dell’imputato, allarga le braccia e, rivolgendosi alla Subiudice le dice rassegnato: “Professoré’, certo che con un Pubblico Ministero così cattivo il mio difensore d’ufficio potrà fare ben poco!”

La desolata rispose: “Ma guarda che è QUELLO il tuo difensore d’ufficio!”

Alla seconda ora ho lezione nella famigerata prima Z. L’alunno Partigianis, che ha un ritardo cognitivo unito ad altre patologie psichiatriche e comportamentali, è senza insegnante di sostegno e si è messo ad urlare come un posseduto dal demonio: “Fascisti!!! Maledetti fascisti!! Poliziotti di merda!! Viva i compagni del porto di Trieste!!!” Con tutta la calma del mondo lo invito a sedersi e a ricomporsi. Poi provo a interrogare quel gran mascalzone del Corbelli, che sono già sette giorni che mi sfugge viscido come una serpe. Per non metterlo a disagio gli chiedo le tre coniugazioni dei verbi regolari ma il Partigianis si alza dalla sedia ripetendo ad alta voce “Fascistiiiiiii!!!! Viva la libertà. El pueblo unido jamás será vencido…” e mi tocca anche mettergli sei in spagnolo perché la pronuncia è sufficiente.

Il professor Marxistis, che passa per il corridoio, si ferma e abbraccia il Partigianis. Si è messo l’eskimo per l’occasione, e anche se appare un po’ démodé, conserva ancora un’aura di autorevolezza, sotto la barba lunga e impestata di sigaro cubano. “E pensare che ha perfino un ritardo cognitivo! Se fosse stato normodotato avremmo avuto un vero e proprio genio.” E non posso che dargli ragione.

All’entrata si è fermato un furgoncino. E’ carico di una fornitura straordinaria di carta igienica perché anche gli approvvigionatori di materiale di consumo hanno saputo che è stato finalmente nominato il titolare della cattedra di fisica: sarà il professor Squacquarelli-Ricai, discendente di una famiglia nobile decaduta, famoso per aver insegnato la materia in tutte le scuole del territorio, dove è stato chiamato dalle segreterie nel suo delicatissimo ruolo di tappabuchi, ma soprattutto per una sconveniente patologia gastroenterica di cui, tuttavia, va orgogliosissimo. Il morbo crudele gli si manifesta con un improvviso sommuoversi delle viscere, solitamente quando deve spiegare la teoria dei quanti. “Scusate, ragazzi, ma devo uscire un attimo.” La solerte bidella Otilia, che ha capito al volo, si porta sulla porta della classe con frusta e sgabello, e il nostro buon bidello Antenore acciuffa al volo il cronometro di servizio per misurare il tempo che impiegherà lo Squacquarelli-Ricai per raggiungere il bagno docenti, collocato nell’ala opposta della scuola. Parte lo Squacquarelli-Ricai, la fronte imperlata di sudore freddo, al rumore dello sparo della pistola dello starter, e tutti gli alunni restano fermi a guardare l’olimpionica impresa. Qualcuno indossa una maglietta con l’effige di Jesse Owens come auspicio di buon augurio.

“Sette secondi e quattro decimi! Professo’, chiama il Guinness dei Primati, che questo se era a Tokyo stracciava tutti!” afferma compiaciuto il caro bidello Antenore.

Il professor Squacquarelli-Ricai è odiatissimo. Sia dagli alunni, a cui quando la colite gli dà requie schiaffa dei tre grossi come una chiave inglese del 40, ma soprattutto dal Dirigente Scolastico Ferocius de Leonibus, il quale, essendo notoriamente stitico, conserva da decenni un rancore e un astio nei confronti del collega, tali da non voler firmare nemmeno la bolla di consegna, perché se lui di carta igienica ne usa pochissima, non vede perché non possano farlo anche gli altri. Ragionamento che non fa una grinza. Pare che le rarissime volte in cui il Dirigente occupa il suo bagno personale, con il water foderato di alcantara, si metta a cantare le canzoni della malavita milanese per lo sforzo e il dolore che gli derivano dalla seduta. Anche il nostro bidello Antenore le ha imparate, e ora consegna le circolari nelle classi canticchiando:

Ma mi, ma mi, ma mi,
Quaranta dì, quaranta nott’,
A San Vitùr a ciapà i bott’,
Dormì de can, pien de malann’…

Alla quarta ora c’è già qualcuno che ha finito il turno. La De Poppibus si prepara a rientrare a casa dalla sua truppa di uomini affamati. Ha già comprato tre chili di macinato e una balla di cipolle per il ragù di oggi. La De Chattibus, anche lei molto ben fornita, non vede l’ora di tornare a casa dal suo amore, il professor Exlege, e farci un bel giro di letto come aperitivo. Qualcuno mormora che in un impeto di passione i due abbiano addirittura sfondato una rete matrimoniale Ondaflex e siano riemersi cantando “Bidibòdi-bù”.

Le due partono simultaneamente dalla sala docenti. Il bidello Aristide, dato un morso alla razione K di pane e peperoncino (“il peperoncino contiene tanta vitamina C”, dice), apre la sua attività di raccolta di scommesse clandestine. Io punto 5 euro sulla De Poppibus vincente. E’ inutile, ha molta più conoscenza del territorio, non c’è proprio storia.

Appena arrivate alla porta d’uscita, con un leggerissimo vantaggio della De Poppibus, che, tuttavia, il bidello Aristide ha dovuto misurare con la forcella, si verifica un increscioso incastro di respingenti dal quale le disgraziate cercano inutilmente di svincolarsi.

“Ma scusi, professoressa, ammettiamo pure che lei porti una nona e io appena appena una settima, ammettiamo anche che i rispettivi reggiseni facciano da spessore e che si debba calcolare l’eccesso per errore di misura, come ci racconta il Professor Scquacquarelli-Ricai, ammettiamo pure, infine, che i battenti della porta riducano di gran lunga lo spazio disponibile, secondo lei è possibile avanzare una richiesta di infortunio sul lavoro e una denuncia per dimensioni irregolari?” gorgheggia la De Chattibus.

“Ma vàtte a coricà’!!” replica secca la De Poppibus che, dato un colpo di sise definitivo alla collega, guadagna l’aria libera, vincendo l’ardua e temeraria tenzone.

Mia madre è già lì che mi aspetta amorevole, e io non vedo l’ora di buttarmi tra le sue braccia. Ma prima corro dal nostro bidello Aristide a riscuotere la vincita legalmente ottenuta, se no lo corco di mazzate!

Fagioli e cotiche

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E’ di nuovo d’uopo metter mano ai consigli di classe.

Come passa veloce il tempo! Par jeri che entravamo nel nostro pio istituto colle magliette a mezze maniche e co’ nostri vestimenti leggièri di dannunziana memoria, e ora eccoci qui con i nostri maglioni, cappotti, giubbotti, canotti, chinotti, strambotti, stracotti e pialle del 12. La De Estremitatis si è presentata con una coperta di lana grezza di pecora, che il nostro beato bidello Aristide le ha chiesto in prestito per le prime ore della mattina. Dice che lo userà come scaldavivande. Il professor Marxistis indossa un gàrrulo colbacco e si prepara a raggiungere la Brigata Partigiana di appartenenza sul Gran Sasso. La De Poppibus sferruzza nervosa un paio di scarpine per il nipotino appena nato. Le ha fatte e disfatte almeno tre volte, come faceva Penelope con la sua tela. Poi, stufa di aspettare l’inizio dei consigli, è andata avanti a oltranza, e ora sono diventati due scarponi che verranno buoni per la De Bonis, che col 44 di scarpe che porta entra in classe prima con gli alluci che con tutto il resto del corpo. Il professor Talebanis si accascia sulla sedia della sala docenti e prima ancora di stendere le gambe in avanti spara un rutto tridimensionale in Dolby Surround, al quale il professor Crucefixis, intento a schiacciare un rosario per ingannare l’attesa, risponde con un “Amen!” da quinto mistero glorioso. La moglie del Talebanis pare che oggi abbia cucinato fagioli con le cotiche, un piattuccio semplice ma gustoso che il divino Artusi annovererebbe nella sezione della “Cucina per gli stomaci deboli”.

La riunione sarà breve, mezz’ora appena, giusto per chiarirci fra di noi, ma c’è chi giura che sarà uno spaccamento di maroni cosmico. “Illa simplicissima brevitatis imitatio”, avrebbe scritto Sallustio.

La Acidophili è assente per malattia. Pare che si sia morsa la coda e che ora sia intenta a smaltire tutto il veleno che si è autoinoculata.

A metà riunione, quando già si profila la vittoria del verbalista sul coordinatore di classe per tre imprecazioni alla madre a zero, giunge come una bomba la notizia che tutti attendevamo: il professor Berlusconis è stato ufficialmente eletto consigliere comunale nelle file del centro-destra al termine di una tenzone elettorale spettacolare contro gli avversari combattuta a suon di “Becco! A màmmeta! Sciccìso! Puzz’ fa la bav’! Settebello! Carte! Primiera! Vinco io!”

Le vivissime congratulazioni dell’intero emiciclo plaudente vengono sottolineate dal discorso augurale del Dirigente Scolastico, l’augusto nonché stitico Professor Ferocius de Leonibus, il quale ci redarguisce con la sua vocetta intonata da corno di bassetto:

“Adess’ che l’è andà’ sü il Berlusconis no gh’è più trippa per gatti! Minga come il Marxistis, là, che l’è un ciaparàtt!!”

E propone a tutto il consiglio di sospendere per un minuto e cantare “Oh mia bèla Madunina”.

La supplente di inglese si chiama la professoressa De Chattibus, ed è da anni la compagna del professor Exlege. Sono innamoratissimi e lei non deve aver fatto fatica a convincerlo coi suoi innegabili argomenti. Si sono conosciuti su Facebook, dove lei ha un profilo frequentatissimo da uno stuolo di potenziali ammiratori allupati, nei confronti dei quali il solerte Exlege promette querele per violazione della proprietà privata, diffusione illecita di foto pornografiche, associazione per delinquere con l’aggravante dei futili motivi, tentato stupro e atti di libidine violenti. Poi ci ripensa su un po’ e realizza che magari è meglio far ricorso alla roncola di suo nonno e con quella tagliare le balle a tutti. Si mormora nei corridoi che uno che ha provato ad avvicinarsi alla De Chattibus ora canti da mezzosoprano nel Coro delle Voci Bianche della Radio Vaticana.

Ed è certo che il Professor Exlege sarà anche un emerito stronzo, ma ha buon gusto e con la De Chattibus deve togliersene di soddisfazioni. Il gran difetto della De Chattibus, tuttavia, è che è estremamente verbosa:

“No, abbiate pazienza e scusate, cari e stimati colleghi, ma lasciatemi dire… ammettiamo che io arrivi in ritardo alla riunione, ammettiamo che questo ritardo non venga verbalizzato, ammettiamo che il Dirigente lo firmi sulla fiducia, ammettiamo anche che al limite, proprio volendo, io venga assalita e rapinata da un malitenzionato (perché esiste la divina provvidenza!) proprio guarda caso nei dieci minuti precedenti il mio ingresso in consiglio, poi, mi dite voi come diavolo faccio a dimostrarlo in Tribunale? Dovrei fare un falso, e fare un falso è un reato, e io non ho mica voglia di giocarmi i prossimi mesi tra avvocati e giudici, solo perché il siòr verbalista è stato appena appena… diciamo così ‘lassista’ e di manica larga nel redigere il documento che, voglio dire, lo dobbiamo sottoscrivere tutti, no? E allora cosa mi dice, siòr verbalista, lo vogliamo cambiare il testo sì o no?”

“No!” la liquida il collega verbalizzante.

Sembra un dialogo di Platone, di quelli in cui il maestro fa un discorso lungo tre pagine e lo termina con un “ne convieni?” e il discepolo gli risponde “sì!” come un perfetto cretino.

La riunione termina dopo una esternazione di fine digestione del Talebanis alla quale il Dirigente De Leonibus non ha potuto far altro che far seguire il “rompete le righe” d’ordinanza.

Io raggiungo la porta d’uscita, ma, ratta come la folgore, mi raggiunge la De Chattibus che mi attacca un bottone infinito: “No, abbi pazienza, scusa collega, ma ammettiamo pure che io…”

E crollo esausto tra le braccia di mia madre.

Martedì

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Oggi, martedì, è giorno di mestizia e di lutto per l’intero istituto.

Il povero signor Costantino Di Pietro, dirimpettaio della nostra pregiata istituzione scolastica, non è più. Ogni mattina si faceva una passeggiatina igienica col suo immancabile bastone poco prima dell’entrata della prima ora degli alunni. Il Corbelli è distrutto dal dolore. Gli rivolgeva quotidianamente sei o sette sonore pernacchie, e ora non sa più chi pigliare per le terga. Sono dispiaceri che potrebbero distruggere anche un uomo grande.

Il manifesto funebre della premiata ditta di pompe funebri locale “Làgrime et sànguine” parla chiaro: “Si è spenta prematuramente per in incidente stradale l’esistenza terrena del caro COSTANTINO DI PIETRO, di anni 102. Una prece.”

Qualche alunno premuroso e sensibile ha segnato il suo ricordo del “de cuius” con un pennarello indelebile: “Custanti’, statte alla casa!!”

Anche il nostro squisito bidello Aristide è in gramaglie. Gli si è chiuso lo stomaco dal dispiacere e oggi per colazione non è andato oltre un paio di bruschette salsiccia, stracchino e funghetti trifolati. Dice che aiutano a smuovere i succhi gastrici.

La De Poppibus sta cercando di far entrare i suoi alunni in classe. Li spinge uno a uno con le sue prospicenze e sembra un cane da pastore abruzzese. Si sofferma particolarmente su una figura femminile esile e minuta che di entrare in classe proprio non ne ha voglia:

“Entra subito e siediti al tuo posto, se no, veroddìo, te dingh’ tanti schiaffatoni che ti faccio saltare il ciclo mestruale di tre mesi e mezzo!”

“Ver… veramente io sarei la professoressa Bimbetti. Mi hanno nominata oggi e devo prendere il mio gruppo per fare lezione!”

“Sì, certo! E io sono il Mahatma Gandhi, guarda qui, ho anche il physique du role, mentre tu hai ancora il latte alla bocca. Via, fila dentro!!” replica seccata la De Poppibus la quale, messi in azione i suoi respingenti, catapulta la Bimbetti nell’aula della prima Z e chiude violentemente la porta dietro di sé.

La De Estremitatis è molto più serena, da qualche giorno a questa parte. Ha dismesso i suoi sandalini aperti e ora indossa un paio di scarpe da ginnastica dorate, molto carine. Dovrà smettere di ammirarsi i piedi, ma in compenso sta molto meglio. Pare che abbia avuto, finalmente, un colloquio chiarificatore col marito e che tutto vada per il verso giusto. Sono giunti a un accordo civile e ragionevole: il fedifrago giacerà con la zoccola due notti a settimana, e con lei il resto del tempo. Questo per non turbare l’equilibrio familiare e per permettere al coniuge di concedersi qualche soddisfazione personale. Ovviamente il tutto verrà concordato, di concerto tra le parti, tra lei, il marito e il bagascione.

La professoressa De Sindacatiis anche quest’anno si candiderà per la parte docente alle elezioni del Consiglio d’Istituto. Propone vaccini obbligatori per tutti, scansione personalizzata del green pass, perquisizioni personali anche intime per fermare il traffico di stupefacenti interno, messa alla gogna del Dirigente Scolastico, organizzazione di insegnamenti alternativi estivi obbligatori e non retribuiti, campi-scuola per docenti da indottrinare alla volontà del Partito, stile DDR, cessione di un quinto sullo stipendio per i docenti fragili da far confluire nel fondo d’istituto perché, bambole, non c’è una lira. Tutte iniziative lodevolissime a favore dei lavoratori. Però intanto sta iniziando una lezione in DaD.

“Prondoooo?? Mi sendooooooo???… Voi mi sendite ragazzi? No, perché io non mi sendo, mannaggia sanda!! No, ragazzi, le canne mentre facciamo lezziòne spegnetele per favore che se no sporcate tutto quanto di cenere… Somarelli, hai fatt’ lu còmpit’?… Gnende, Somarelli è assende! Di Biaggio, mi sendo?? Mi sendo Di Biaggio?? Due a Di Biaggio! Figoni, chi c’è lì con te? E cosa me ne stracatafotte ammé se si hai il fidanzato? Due anghe atté! Ragazzi, oggi non me le fate girare per favore… Salutini, tu mi devi portare il certificato di vaccinazziòne da quattro ggiorni, se non ce l’hai mostrami il green pass. Ma cosa mi viene a significare che non hai nemmeno quello? Il green pass è obbligatorio! Ma che c’entra che stiamo in DaD, i virus si trasmettono pure per via informatica, che non lo sapevi o sei nato l’altroieri? Due pure a te…”

E mentre lascio la De Sindacatiis che schiaffa le sue sagrosante insufficienze, scorgo all’uscita la salvifica figura di mia madre, che mi aspetta con le braccia aperte.

Lunedì

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Il lunedì mattina non è poi così brutto come lo si dipinge.

Il nostro caro bidello Aristide è già lì che si frigge un par d’òva all’occhio di bue, il bar della scuola apre sonnecchiosamente col suo carico di panini da un euro (prezzi popolari per infanti affamati) e quell’anima candida della nostra collaboratrice dell’Ufficio Relazioni col Pubblico ti chiede il green pass. Ma con un sorriso. E’ bello sapere che se hai il documento scaduto riceverai un calcio in culo con gentilezza.

In sala professori la De Poppibus tiene banco. Per la domenica ha fatto la pasta ammassata. E si crea un dibattito interno serratissimo con la Acidophili. La “massa” è una questione essenziale per la cultura abruzzese. Una ragazza non può uscire di casa e andare in sposa se, prima, non sa fare la pasta fatta in casa. Così almeno “nun se mòre de fame”, dicono le sapienti madri abruzzesi. Comunque sull’annoso tema ci sono scuole di pensiero secolari, vere e proprie faide familiari, con tanto di sterminio degli esponenti di spicco, per stabilire se in un chilo di farina ci vadano 6 uova, alla maniera emiliana, o solo quattro, con aggiunta di acqua tiepida. La De Poppibus, che se una gallina non le fa due uova non la tiene in casa, ci mette sei uova delle sue. La Acidophili ce ne mette quattro. Le compra al supermercato e insieme all’acqua tiepida aggiunge anche uno schizzo di curaro, perché, così dice, la “massa” risulta più elastica.

Le tre ore della mattina scorrono che è un piacere. La prima ora è in quarta W, hanno sonno. La Figoni mi ha detto che il fidanzato l’ha invitata per una cenetta a base di pesce a lume di candela e si sono scolati due butte di Prosecco. E’ ancora serenamente brilla e non fa altro che ridere.

Prima che io me lo aspetti, suona la campana del mio “finis” e non vedo l’ora di tornare a casa a non fare un cazzo.

Ma mentre esco, incrocio la laida figura del Dirigente Scolastico, il professor Ferocius De Leonibus. Dice che mi vuole parlare, e allora minchia a mìa.

“La me scüsi, sciur Profesùr, ma ho un problema…”

“Uno solo?” penso io.

“Gli è che ho bisogno di un coordinatùr, sì, insomma, di un cumenda per la classe prima Z. Cosa vuole, nessuno mi ha dato la disponibilità e la Nullafacentis, poverina, non può, perché, capirà, va dal parrucchiere una volta ogni due giorni. Cosa vuole, l’è ‘na burocrassìa, ma del resto, caro Prufesùr, se nun gherum nuialter de la Lega, il coso, lì, il Draghi, minga el faseva un casso! E poi, guardi, nel consiglio di classe c’è la Wunderbari, che l’è semper un gran bel toc de tusa, sì, insomma, un belvedere… ahahahahahahah, la me scüsi, sciur Profesùr, ma nuiàlter milanès sem spiritossss…”

Accetto solo per togliermi di mezzo quella accentazione meneghina odiosetta e saccente. Carlo Porta, Alessandro Manzoni e Delio Tessa si rivoltano nella tomba.

“Allora venga da me per l’incoronassiùn, e adèss vada, vada pure, che ho da firmare i permessi per malattia dei suoi colleghi scansafatiche, che ci pensa il Brunetta a tenerli per i ball, cosa vuole, chì a Milàn l’è un gran laurà. Un laurà de la Madòna.”

Esco dall’ufficio di Dirigenza e incontro l’alunno Somarelli, che, tanto per cambiare, entra alla quarta ora perché, a suo dire, non ha sentito la sveglia, non gli partiva il motorino, l’accendino per la canna del mattino era senza benzina e gli è toccato andare a fare il pieno di miscela al distributore, ha finito i giga del cellulare e non era in grado di avvertire la vicepreside, la professoressa Digitalis, che lo redarguisce e lo ammonisce sui suoi doveri di studente con la sua vocina da clarinetto in si bemolle.

Ma ho solo una gran voglia di gettarmi, sconsolato, tra le braccia di mia madre.

La pasta al forno al Liceo Colasanto di Andria

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I ragazzi delle scuole sono straordinari.

Al Liceo Colasanto di Andria, una decina di alunni di una classe prima si sono portati una vaschetta di pasta al forno per merenda.

Apriti cielo e spalancati terra! Il loro dirigente scolastico, il professor Cosimo Antonio Strazzeri è subito intervenuto con un ammonimento formale e una nota disciplinare, cui seguirà, con ogni probabilità, un successivo provvedimento di sospensione.

Motivo? “Non possiamo permettere che si consumino cibi caldi a scuola perchè è fuori dalle norme interne e dalle restrizioni covid”, riferisce il dirigente.

Ora, sulla notazione di “cibo caldo” ci sarebbe da discutere, perché si può ritenere che la succulenta vivanda sia stata preparata ai loro pargoli dalle solerti madri in orario largamente antecedente al consumo. Bene che vada la mattina stessa (quando le madri si alzano alle 5 per cucinare), mal che sia la sera prima (si sa, qualche avanzo della cena). In ogni modo, quando è stata consumata, la pasta al forno non poteva che essere fredda.

Anche sulle “restrizioni covid” c’è poi da ridire: il coronavirus muore a una temperatura superiore ai 63° C. La pasta cuoce a 100° e passa. Poi viene rimessa in forno per la gratinatura (eh, quella ci vuole!) a temperature ben superiore. A quel livello muore quasi qualsiasi virus.

E poi, via, siamo realisti: questi ragazzi mangiano perché hanno bisogno di crescere. E che li vogliamo allevare a merendine confezionate, caricarli di coloranti e conservanti, gonfiarli di porcherie, costringerli al cibo confezionato delle macchinette? Ma meglio, cento volte meglio, la pasta al forno fredda!

Se fossi un docente del consiglio di classe di questi poveri ragazzi affamati, voterei certamente contrario alla mozione del dirigente, e chiederei che il mio voto venisse messo a verbale. Ma non lo sono. E allora non mi resta che esprimere umana solidarietà a questi studenti e alle loro famiglie. E buon appetito!!

Spinotti

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Sono le 7,59 all’orologio (fermo) del nostro pio Istituto. Il nostro caro bidello Aristide, che si è portato da casa la sporta con una frittatina di cipolle di tre uova per la colazione e un Peroncino per buttarla giù, è pronto a dare il segnale convenuto e a trasmettere urbi et orbi, alle 8 spaccate, le note solenni del “Te Deum” di Charpentier.

E’ una sorta di parola d’ordine segreta, che ci informa che il nostro squisito Dirigente Scolastico, il professor Ferocius De Leonibus, sta per parlare in Eurovisione e a reti unificate alla popolazione scolastica. Qualcuno ipotizza perfino che anche la Radio Vaticana e la BBC si collegheranno in diretta, e che il messaggio sarà tradotto in 43 lingue a cura della Reuters.

Scatta la luce verde dell’ufficio di presidenza: il Dirigente prende la parola. C’è un silenzio che nemmeno un secondo prima del Big Bang. Dopo arriva chiara e netta la voce da controfagotto del nostro impareggiabile direttore:

“Combattenti di terra, di mare e dell’ar… ahem… Signori docenti e personale scolastico tutto, compagni, amici, fratelli, sorelle e camerati tutti, vi comunico con profondo dolore che questa mattina, alcuni di quei pestamerde dei nostri alunni sono stati sorpresi nell’atto di fumare spinotti!”

“Spinelli, preside, spinelli!” lo corregge premurosa la vice preside, la professoressa Digitalibus.

“…appunto, come dicevo, cara collega, spinotti. Questo fatto di estrema gravità mi ha condotto alla decisione di chiedere supporto ai Regi Carabinieri a cavallo, i quali provvederanno a perquisire, uno per uno, ciascuno di lorsignori, meno la professoressa Nullafacentis che entra alle 13 ed esce eccezionalmente alle 13,50 perché deve andare al Globo a comprasi l’intimo. Tutti sarete frugati e rivoltati come un calzino senza pietà, e se vi trovo addosso un pezzetto di pakistano nero giuro che vi faccio sputare da quelli della quinta J e vi addito al pubblico ludibrio esponendovi nudi nell’anfiteatro della Scuola. Siete voi pronti a tale sagrifizio?”

“Siiiiiiiiiiiiiiii!!!” urla all’unisono la folla acclamante.

“Estraiamo dunque il primo che dovrà sottoporsi alla perquisa. Intanto sciogliete le catene al nostro buon cane lupo Grongo e menatelo all’ingresso. Professor Marxistis, tocca a lei!!”

Il Marxistis, per l’umiliazione, dichiara che piuttosto si fa fucilare come nemico del popolo sulla Piazza Rossa. Viene prelevato di peso dal nostro bidello Antenore e condotto sul luogo del martirio, innanzi allo sguardo inferocito del nostro cane lupo Grongo che comincia subito ad annusargli le putenda.

“Buono Grongo… giuro che se mi mòccichi le balle ti faccio trasferire al KGB… anzi, no, alla STASI… ti faccio mandare in orbita assieme alla cagnetta Laika!”

Ma Grongo non sembra affatto interessato al destino testicolare del professor Marxistis. Punta insistentemente l’alunna Bravetti della prima Z che gli si fa da presso tutta timorosa e impaurita.

“Non… non morde mica, vero?”

Tempo mezzo secondo e il cane Grongo le si avventa, bava alla bocca e ringhio feroce, contro lo zainetto. Il Generale Ubimaior, già caposquadriglia al comando di Bava Beccaris, impartisce l’ordine di servizio:

“Ristate tutti, ristate!! Il fido cane Grongo ha fiutato una pista. Allontanate questa studentessa scellerata e fustigatela a vostro piacere, che sarà anche il mio! Si proceda all’apertura dell’immondo involucro.”

La Cervelletti protesta: “Ma la Bravetti è una delle nostre migliori alunne. Sono convinta che non si farebbe mai di coca!”

“Stia zitta lei! Osa forse contraddire l’ordine pubblico?” E giù una benemerita scudisciata sul collo da 10 giorni di prognosi salvo complicazioni.

Grongo pare impazzito. Eccitatissimo fiuta con sempre maggiore determinazione il contenuto dello zainetto dell’atterrita Bravetti (atterrita sì, ma anche parecchio rompiscatole!). Fruga come un ossesso tra libri, quaderni, matite, finché si sofferma su un piccolo involto chiaramente sospetto. Ne prende in bocca il contenuto e poi si ritira, buono buono, in un angolino, tutto soddisfatto.

“Nooooooooooo!!! Il mio panino… il mio panino con la Pressatella e la Simmenthal preparatomi dalle mani sante della mia mamma!! E ora come faccio??”

L’imbarazzo degli astanti sovrasta per un momento interminabile la pietosa scena. Ma ci pensa di Dirigente Ferocius a riprendere in mano la situazione:

“Ora tutti al vostro posto, tutti ai vostri banchi, tutti alle vostre inutili cattedre! Che il cane Grongo sia tenuto a pane e acqua per una settimana e ricondotto alle Regie Catene Scolastiche. Rompete le righe!” E povero Grongo.

Con un guizzo raggiungo l’alunna Bravetti, ancora scossa.

“Bravetti, non ti preoccupare, il panino te lo ricompro io. Ma pure tu, mannaggia santa, a portarti a scuola una stozza da due chili… e con la Pressatella, poi! Ma la vendono ancora?”

“Sì, professo’, è buonissima!!” Benedetta Pressatella, allora.

Ma i ragazzi, si sa, fanno presto a dimenticare. A ricreazione basta una palla di carta fatta con gli avanzi del Primato Nazionale, dimenticata sulla cattedra dal professor Berlusconis per renderli felici. Corbelli sarà anche uno scassaballe di prima categoria, non dico di no, ma a calcio è veramente un mago. Pare che al primo quadrimestre avrà 10 in scienze motorie, sempre se si decide a studiare la teoria.

Hanno organizzato un minitorneo e si sta svolgendo la simulazione dell’incontro Germania-Ghana. Arbitra felice il professor Marxistis. Ma la ricreazione dura sempre troppo poco, e al suono della campanella la professoressa De Bonis, quella che porta il 44 di scarpe, che senza trucco è sempre più carina, viene a riprendere i suoi alunni. Le capita la palla tra le enormi fette, la lancia sicura contro la finestra della quinta J, la centra in pieno e urla compiaciuta: “Goooooooooool!!”

L’alunno Somarelli entra ingiustificato alla seconda ora con un cannone che lèvati acceso alle estremità delle labbra. “Ma perché, che è successo?” mormora stupito.

Ed io non potei far altro che rifugiarmi tra le corroboranti braccia di mia madre.

Il Professor Exlege

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Quest’anno è stato trasferito in servizio da noi il professor Exlege e io non lo posso sopportare.

Egli è tremendamente pignuòlo, attaccato alla burocrazia, di estrema formalità, aduso a commentare con sussiego e supponenza anche le più futili questioni. Quando deve comunicare col nostro amato Dirigente Scolastico (quel brav’uomo del Professor Ferocius, Dio ce lo conservi!) usa la PEC, che la De Poppibus dice che lei la marmellata la fa anche senza PEC, tanto le si quaglia lo stesso. E’ talmente sbruffone e pieno di sé che considera delle mezze seghe tutti i componenti del corpo docente e pretende sempre di aver ragione lui d’ogni cosa. Ha la querela facile e s’intestardisce di voler trascinare in tribunale quelli che, a debita ragione, lo diffamano quotidianamente, perché è un borioso iracondo. Come se non fosse diritto inalienabile degli alunni e dei genitori diffamare chi vogliono loro e financo prenderlo a schiaffi. Pretende perfino che il regolamento scolastico venga applicato, cosa mai vista né udita tra le mura del nostro pregiato istituto, che pure, di lustri sulle spalle ne ha parecchi e ha visto passare tra i corridoi dei pezzi di merda anche più coriacei di lui.

Ma lui non se ne dà per vinto. Si rifiuta di aprire la sua posta elettronica alle 7,30 del mattino per controllare le disposizioni e a chi gli faccia notare questa enorme inadempienza risponde addirittura con un “Prego, ordini di servizio solo per iscritto”. Quando qualcuno lo aggrega a un gruppo WhatsApp egli si disiscrive subito, invocando un assurdo “diritto alla disconnessione” e rifiutandosi financo di rispondere al buongiorno coi cuoricini che la solerte e brava professoressa Nullafacentis invia a tutti i colleghi la domenica mattina alle 6,30.

Il suo ego è talmente smisurato che arriva persino a pretendere che gli atti amministrativi siano motivati. Insomma, io non lo reggo e lo considero meno di zero, ma purtroppo nella scuola c’è libertà di opinione e di espressione, egli fa quel che gli pare. Eppure gliela darei io un po’ di guerra, anche a lui!

La sala docenti è piena del pianto angosciato della povera De Estremitatis, rampognata dal Dirigente Scolastico il giorno avanti.

Le si fa da presso, con passo incerto, la De Ginocchinibus, che nel breve tratto dal corridoio alla sedia mormora addolorata: “Mannaggia Santa, cumme me fa dòle lu menisc’!” Si accoccola accanto alla De Estremitatis, dolente e piangente in questa valle di lacrime, e con voce sommessa ma rassicurante le fa:

“Figlia mia, ma tu devi reagire. Devi uscire, sfogarti, conoscere gente nuova… fai come me, perché non ti iscrivi a un sito di incontri on line? Hai visto mai, magari conosci qualche bravo feticista del piede che ti possa capire e ti rifai una vita! Sei giovane, e oggi con tutta questa tecnologia…”

La sconsolata rispose urlando di rabbia: “Quello la deve pagare cara! Puzzone che non è altro, che mentre io lavoro quello se la fa con una zoccola, capito? Una zoccola! Un avanzo di casino pubblico, un bagascione da strada. Ma io te lo giuro su quello che ho di più sacro che se continua a farsela co’ chello puttanone, ‘sti piedi miei non li vede ‘cchiù!!”

E sull’imperativo categorico così sentenziato suonò finalmente la campanella del “finis”. Io raggiunsi di buon passo l’anima ignobile del professor Exlege, e avvicinatomi al suo immondo udito gli sussurrai: “Ti aspetto fuori e ti corco di sacrosante mazzate!”

Poi mi gettai disperato tra le braccia di mia madre.

La De Estremitatis dal Dirigente Scolastico

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Nell’atrio c’è aria di buriana. Tormenta, tempesta, maltempo, temporale, diluvio, uragano.

La nostra buona bidella Otilia è andata a rifugiarsi nel gabbiotto delle scope, dei secchi e degli strofinacci e lì ha chiesto asilo politico dichiarando fedeltà al Conducator. La professoressa Acidophili sembra una vipera che ha appena morso la preda e che deve recuperare tutto il suo veleno. Si è rannicchiata e attorcigliata in sala docenti e fa finta di bere il caffè.

Si vocifera, si mormora, si insinua, si bisbiglia che la De Estremitatis sia stata richiamata nientemeno che dal Dirigente invitata a presentarsi “con cortese immediatezza” nel suo ufficio.

Il grave annunzio le è stato recato dal nostro bidello Antenore, che è entrato in classe con aria mesta e contrita e, forte del dono della sintesi che da sempre lo caratterizza, ha esaurito il suo compito rivolgendosi alla sciagurata:

“Professoré’, te vo’ lu prèside!”

I megafoni dell’Istituto hanno allora diffuso a reti unificate le note struggenti dell’attacco del “Confutatis maledictis” dal Requiem in re minore di Mozart, e così è iniziata la messa alla gogna e il triste cammino della collega. Qualcuno versa una lacrima sul suo lento passo, qualcun altro le getta un fiore. C’è chi le mormora un “addio” a voce bassa. Il professor Crucefixis biàscica distratto un pateraveggloria. Quei piedi che la De Estremitatis tanto ammirava, adesso càlcano il freddo pavimento di linoleum che la conducono innanzi all’Autorità Suprema.

Il nostro Dirigente Scolastico, il professor Ferocius De Leonibus, ha un curriculum vitae di tutto rispetto. Ha fatto il militare a Bassano e ha marciato per chilometri sotto la pioggia al canto di “Mi sun alpin, me piase el vin” e con due cordiali in corpo fin dalle 8 del mattino. Successivamente si è distinto con una medaglia al valore, perdendo un’unghia e 200.000 lire nella Battaglia di Voltarrosto, dove ha cacciato gli infedeli dal sacro suolo patrio. Si è laureato in criminologia applicata presso la pia Università Cattolica dei Frati Zoccolanti e coltiva la vendetta come la più eccelsa tra le virtù umane.

Dietro alla De Estremitatis si chiude la porta blindata e nessuno saprà cosa accade dietro a quell’improvvisato Conclave. Nessuno tranne la Cervelletti, che si è messa ad origliare e a spiare dal buco della serratura. Metodi antichi ma sempre efficaci.

“Ha preso il trinciapolli!!”, comunica preoccupata la Cervelletti al capannello delle pie donne riunitesi sul Gòlgota.

“Professoressa, lei è la vergogna di questo Istituto: lei non sa nemmeno che dànno avrebbe potuto causare a questa comunità di teneri virgulti arrivando con ben 10 minuti di ritardo. Il suo comportamento è assolutamente disdicevole. Soprattutto per la specchiata e incontaminata reputazione della nostra Istituzione. Ma cosa crede, che i soldi che le passa lo Stato crescano sugli alberi? Abnegazione e sacrificio ci vogliono. Ma prenda esempio dalle sue colleghe: la professoressa Nullafacentis, per esempio. E’ sempre puntuale e ben curata nel vestire, precisa nel suo lavoro, inappuntabile.”

“No, quella no…” sibila la disgraziata.

“Ha qualche elemento da addurre a sua difesa?”

E lì la De Estremitatis glielo vorrebbe dire che suo marito è rientrato alle tre di notte dopo aver giaciuto con quella bagascia rovinafamiglie della sua amante, e di quanto lei sia stata tutta la notte a guardare il soffitto nella tentazione di prendere il coltellaccio da cucina e piantarglielo nello stomaco mentre russava come un contrabbasso scordato. Ma tutto quello che riuscì a dire fu:

“Mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati. Non lo farò più!”

“Quand’è così voglio essere magnanimo con lei. Le commino solamente due frustate sui malleoli, così la smette di guardarsi costantemente i piedi, che, detto tra noi, è anche un’indecenza. Ora vada, figliuola, vada…”

S’aprirono le porte e il nostro bidello Aristide, che nel frattempo si stava addentando un pezzo di pizza salsiccia e friarielli, fece partire le note sublimi del “Et resurrexit” dalla Missa Solemnis di Monteverdi.

Ma io preferii di gran lunga correre tra le braccia auguste di mia madre.

 

Il ritorno della Wunderbari

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Ci sono giornate, durante tutto l’anno scolastico, in cui ti svegli gàrrulo e felice e pieno di voglia di andare a far lezione. Sembra un controsenso ma è così.

In fondo, dici, che succederà mai? Entro in prima Z, li metto a cuccia, spiego loro qualcosa di utile (forse!) gli faccio due domandine senza voto, il tempo passa e la campanella provvidenziale del “finis” suona che nemmeno me ne accorgo.

Pia illusione. Appena entro in classe il Corbelli sta per lanciare una bombetta puzzolente al centro dell’aula. La De Poppibus ieri gli ha messo una nota disciplinare lunga tre chilometri e mezzo e lui si vendica con le armi chimiche. Lo incenerisco con lo sguardo e lo rimando a posto.

“Allora, ragazzi, parliamo un po’ delle lingue nel mondo: sapete qual è in assoluto la lingua più parlata sul nostro pianeta?”

Conto di stare su questa domanda almeno un quarto d’ora, raccogliendo baggianate qua e là. Invece quella traditrice della Bravetti, la più in gamba della classe, mi rompe le uova nel paniere e con la sua vocetta canterina da adolescente di eccellenza risponde sicura: “Sì, il cinese mandarino!”

“Ma bene, cara Bravetti, anzi, benissimo. E qualcuno di voi sa dirmi perché si chiama ‘cinese mandarino’?”

Il Corbelli, riposto l’armamentario, alza la mano e, senza aspettare il permesso di parlare, la spara grossa: “Perché in Cina si coltivano i qumkwat, che sono i mandarini cinesi!”

L’insegnante di sostegno, che mi assiste nell’immeritata penitenza, mi lancia uno sguardo di sfida come a dire che se non è giusta quanto meno è ben trovata.

Passo il resto dell’ora a spiegare, di malavoglia, chi erano i mandarini e come siano riusciti a creare un cinese standard, una lingua veicolare, per mettere d’accordo tutti i dialetti dell’Impero. Ma la Bravetti rilancia: “Che differenza c’è tra lingua e dialetto?”

Prendo un respiro e mentre sto per rispondere mi salva la campanella, che spazza via ogni mio entusiasmo iniziale. E’ la scuola, bellezze!

Al cambio dell’ora c’è un insolito trambusto. Sta per arrivare l’ascensore e tutti sono curiosissimi di vedere chi sta per entrare nella casa del Grande Fratello. Si aprono lentamente le porte ed ecco uscire la Wunderbari in tutto il suo splendore. Ha forme perfettamente levigate, volto incantevole, gambe tornite. Sembra una statua del Canova.

“Devo fare una supplenza in quarta W… anzi, no, forse in prima Z, ora non ricordo proprio…”

I maschi della quinta J hanno già messo in moto gli ormoni: “Professoré’, vieni da noi a fare supplenza che ti facciamo vedere Sodoma e Camorra!!”

“Gomorra! Bestia che non sei altro…”, fa eco da lontano il professor Berlusconis, assorto nella lettura de “Il Secolo d’Italia”.

L’alunno Somarelli, tre note disciplinari in una settimana, due entrate in ritardo ingiustificate e un impreparato a storia, dall’alto del suo medagliere olimpico si mette a correre come un ossesso alla ricerca delle forti braccia del professor Crucefixis di religione. Lo stringe forte al petto e gli urla: “Professo’… avevi ragione tu!!! Dio esiste, e ora ne ho la prova provata. Eccola là!!”

“Alla faccia della Summa Theologica di San Tommaso d’Aquino!” esclama il Crucefixis, che il bene effimero della bellezza lo vorrebbe accanto in processione anche lui, e ben volentieri.

Dalla classe a fianco esce il professor Marxistis: “Mi raccomando, ragazzi, la prossima volta vi interrogo sull’interpretazione gramsciana di Machiavelli, studiate o vi mando a lavorare tutti quanti in Siber… per le palle di Kropotkin!!! Ma costei è assai più interessante delle teorie del plusvalore!”

Alla fine ci mette una pezza la De Poppibus. Squadra attenta la Wunderbari, fa uno screenshot impietoso delle sue sise che neanche un fermo immagine dell’Istituto Luce e alla fine sentenzia: “Dilettante!”

Io vorrei ben volentieri correre tra le braccia di mia madre, ma ho lezione in quarta W e l’alunno Prostatici mi ha già chiesto due volte di andare in bagno.

La Professoressa Nullafacentis

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“I’ vaje all’orte
a cogl’ le rose
senza lu spose
senza lu spose…”

(Antica nenia abruzzese)

La Nullafacentis fa il suo ingresso nell’atrio dell’Istituto alle 11,15 spaccate. Il suo orario di servizio comincia alle 11, ma che importa? Tanto nessuno le dice niente.

Ha parcheggiato la sua decappottabile nel posto riservato all’handicap perché, dice lei, “non si trova di meglio e, comunque, non importa.”

Scende i gradoni come se fosse Wanda Osiris, piena com’è della sua vaporosa perfezione. I capelli perfettamente pettinati e messi in piega, il vestitino svolazzante che lascia intravedere i polpacci ancora segnati dall’abbronzatura, le scarpe nuove di pacca perché, si sa, la Nullafacentis alle scarpe ci tiene. Leggende metropolitane in seno all’Istituto, riferiscono che in casa abbia una scarpiera degna della buonanima di Imelda Marcos.

Ma quello che maggiormente colpisce della Nullafacentis è il sorriso. Un sorriso perennemente stampato su un volto che sembra voler dire “Oh, siamo a scuola? Ma davvero??” E già, pare proprio di sì. Nell’atrio non c’è nessuno: la nostra bidella Otilia è al bar a farsi una bomba alla crema, perché le è preso un languorino e teme un calo repentino degli zuccheri, il segretario Manlio sta tirando giù tutti i santi del Paradiso perché si è di nuovo esaurito il toner della fotocopiatrice, e la De Estremitatis, con la sua faccia sbattuta, si sta facendo un caffettuccio alla macchinetta, unica consolazione degli afflitti, refugium peccatorum, che con soli 50 centesimi ti dà l’illusione di una bevanda calda, con extra dose di zucchero e relativo cucchiaino rudimentale di plastica, che ti permette di rimestare a dovere l’immonda ciofeca schiumosa.

Ma lei ride lo stesso, non si sa a che cosa. Ai muri, ai tavoli, alle sedie, all’ufficio vuoto della vicepresidenza. Augura il buongiorno alla De Poppibus, impegnata in sala docenti, durante un’ora a disposizione, a preparare il menu settimanale per la sua famiglia e a fare la lista della spesa. Suo marito e i suoi figli màgnano come dei castighi di Dio, ha provato anche a fare la spesa al discount, per risparmiare qualcosina, ma non c’è niente da fare, quelli divorano anche il rumore dei treni. Il latte non lo compra, per quello c’è la produzione diretta e la De Poppibus guarda con profondo disprezzo tutte le colleghe che abbiano una misura di reggiseno inferiore alla quarta.

La Acidophili stamattina ha fatto due ore in quarta W e ha il dente, se possibile, ancora più avvelenato. E’ stata colpita da una pallina di carta, non è riuscita a individuare il colpevole e ha sguinzagliato i cobra in tutta l’aula.

“Buongiorno cara collega Acidophili! Non ti pare che sia una giornata assolutamente magnifica?”

“Di merda!” (l’ermetismo della Acidophili è ben più efficace di quello di Ungaretti, questo bisogna riconoscerglielo)

“Io trovo che sia una giornata bellissima, siamo tutti felici, gli uccellini cinguettano e il sole splende alto nel cielo!”

“Ma veramente si è messo a piovere, cretina!” replica secca la Acidophili.

“La pioggia non bagna il nostro amore quando il cielo è bluuuu…” canticchia la Nullafacentis, citando una canzone di Gigliola Cinquetti del 1969. Voglio dire, sono le sue fonti letterarie, perché stupirsi?

Ma intanto si forma il gruppetto delle dame di corte: “Nullafacé’, quanto si’ bell’!!” “Che bel vestito!” “Sei sempre una meraviglia!!” “Che bel volto risposato!!” (per forza, non fa un cazzo dalla mattina alla sera!)

“Oh, grazie care colleghe, sì in effetti sono molto bella (e modestina, pure) e poi? Questo straccetto?? L’ho pagato quattro soldi al mercatino dell’usato di Treblinka… ma adesso fatemi andare in classe (che sarebbe anche l’ora!)”

Finalmente la Nullafacentis entra nella sventurata 4 W, dove la rappresentanza dei maschi era nel frattempo impegnata a guardare un video porno, con gli sbadigli annoiati della Figoni che lei quelle cose non le guarda, le fa.

“Buongiorno, ragazzi. Che cosa facciamo oggi?”

“Mah, se non lo sa lei, professoré’…” la asfaltano gli alunni.

Ma la Nullafacentis non ci fa caso. Il suo buonumore e la sua sconfinata fiducia nell’essere umano non l’abbandonano un attimo. L’anno scorso un alunno le consegnò un compito completamente in bianco e lei gli mise sei perché pensava che l’alunno avesse ottime probabilità di recupero, e poi andava incoraggiato e comunque non era vero che il compito era completamente in bianco, il nome, il cognome, la classe e la data c’erano, quindi sussistevano sufficenti elementi di valutazione, per cui il sei era pienamente meritato.

Al suono del “finis” la Nullafacentis ha terminato il suo turno di servizio. Quelli della segreteria oggi le hanno dato una sola ora perché se no si stanca. La De Poppibus, appena rientrata dal supermercato con quattro buste della spesa da una tonnellata ciascuna, la incrocia e, implacabilmente, le rivolge un “te pòzzan’ accìje'” [trad.: Vammoriammazzata] che costituisce l’ultimo viatico di una giornatina niente male.

La Nullafacentis uscì, si sedette sul sedile in Alcantara della sua decappottabile, e corse veloce a rifugiarsi nelle braccia di sua madre.

Roseto degli Abruzzi: contagiati cinque studenti dell’Istituto Comprensivo I di Cologna Spiaggia

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Ed eccoci qui, ancora come tanti imbecilli, in questo piccolo mondo d’un mondo piccolo che è Roseto degli Abruzzi.

In appena una settimana si sono già registrati i primi casi di contagio: cinque casi all’Istituto Comprensivo I di Cologna Spiaggia, frazione di questa ridente cittadina che ha tutto meno che da ridere.

Ed è la dimostrazione, locale ma secca ed inequivocabile, che il sistema di prevenzione del Covid nella scuola italiana, semplicemente non funziona.

Il green-pass non serve a una venerata cicca. Se i docenti non hanno il potere di chiederlo agli alunni (dai quali, peraltro, non è minimamente esatto) e se i tamponi salivari, ammessi solo per le scuole pilota, vengono effettuati sulla fiducia, dalla famiglia, prima di mandare i propri infanti in classe, è finita per tutti.

Abbiamo poco da minacciare i genitori sprovvisti di certificato verde che non gli restituiamo i figli quando vengono a prenderli. La bomba a orologeria sta DENTRO la scuola, e NON fuori. Ci sono Dirigenti e collaboratori scolastici che se la rifanno, magari, con un bambino della scuola dell’infanzia che vuole solo tornare a casa (son bambini, e che si pretende che facciano, che vogliano restare lì?) e non si vede, sempre magari, che ce n’è un altro che sta infettando tutti.

E allora si ritorna in DaD, come da protocollo. La DaD vista come l’origine di tutti i mali, quella da evitare perché l’obiettivo è comunque la scuola “in presenza”, quella che causava traumi psicologici ai discenti, quella che negava loro la socialità, lo stare insieme, l’iterazione, il senso della comunità. E che ci ha salvato la vita. Per ben due anni scolastici consecutivi. Varranno di più la vita di una persona e il suo diritto alla salute della libertà di mandare i nostri pargoli in presenza a tirarsi palline di carta e prendersi a parolacce? Macché.

Sono andato a vedere la pagina Facebook del Sindaco uscente Sabatino Di Girolamo. Non c’è scritto NIENTE di quello che sta succedendo. Ci sono solo i calendari dei suoi impegni nella campagna elettorale, un incontro con una onorevole del PD sul turismo (no, dico, la gente muore per strada, gli alunni delle nostre scuole si infettano a una settimana di distanza dalla loro riapertura, la stagione balneare è ormai finita, sul lungomare non c’è più nessuno e si pensa al TURISMO?) e un aggiornamento di ieri in cui si legge che “I nostri concittadini positivi sono 44, i ricoverati 4.
La situazione non è preoccupante, tuttavia manteniamoci prudenti adottando le cautele ormai ben note.” La situazione non è preoccupante? E cosa dobbiamo fare, aspettare il lockdown prossimo venturo per metterci in allarme?

Non è per essere ungarettiani a tutti i costi, ma qui si sta DAVVERO come d’autunno sugli alberi le foglie. E non ne parla nessuno. Nessuno. Del resto come potrebbero, povere anime candide? Il 3 ottobre è dietro l’angolo e una poltroncina, anche se solo dell’opposizione, in consiglio comunale, non fa certo schifo a nessuno. Ma gli conviene?

Consiglio di classe

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Oggi, addì venticinque del mese di ottembre… ottobre…, no, settembre, insomma, chello che d’è, si svolge nei locali dell’Istituto “Gian Burrasca”, appositamente adibiti, il solenne, anzi, solennissimo Consiglio di Classe preliminare della classe prima sezione Z.

Vista l’assenza giustificata del Dirigente Scolastico, impegnato nel convegno “L’epistemologia della scuola abruzzese: da Celestino V alle direttive del Ministro Bianchi”, su delega del suddetto istesso medesimo presiede la seduta la Professoressa Acidophili, che dichiara assenti giustificati il Professor Crucefixis di Religione Cattolica, impegnato a partecipare al corso di aggiornamento “La sostanza del Figliuol di Dio è omousia o omoiusia?” e la Professoressa Nullafacentis, che comunica di avere ancora i bigodini in testa.

La parola passa alla Professoressa Cervelletti per una breve presentazione della classe. “Io non so come fare, ho dato loro da leggere un breve testo in inglese, livello A sottozero, non hanno saputo riconoscere i verbi principali, le preposizioni, il moto a luogo, e nemmeno l’articolo determinativo… io sono disperata, questa classe mi fa dannare! Questa non è una prova d’ingresso, è un disastro!”

La professoressa Acidophili chiede che sia messo a verbale quanto segue: “Le considerazioni della collega Cervelletti sono del tutto peregrine. Gli alunni devono essere accompagnati…”

Interrompe il professor Berlusconis: “…sì, a calci in culo!”

Riprende la Acidophili: “…nel duro cammino dell’apprendimento della lingua straniera, che, detto tra noi, non serve a una veneratissima ed emerita. Oltretutto questi alunni sono usciti tutti con dieci dalle scuole medie. Vogliamo mettere in dubbio le loro capacità e il loro valore?”

La Cervelletti piagnucola: “Ma io volevo solo fare il mio lavoro…”

Mentre la Acidophili conclude: “…il suo lavoro, cara collega, è solo quello di abbassare i livelli di apprendimento e di pagarci un bel caffè a tutti. Corretto alla sambuca, magari, visto che è lautamente pagata dallo Stato per questo.”

La De Mamminis concorda con la Acidophilis e dichiara: “E scì, ma mo’ avast’! Oggi l’alunna Frignini è stata chiamata dall’insegnante di matematica per risolvere un’equazione di primo grado, ha preso due e si è messa a piangere che faceva pietà, povera stella. Ma si possono fare delle interrogazioni così difficili? Meno male che c’ero io che l’ho portata fuori e le ho fatto soffiare il nasino… fai sciò-sciò a mammà’…”

Il coordinatore accenna alla difficile situazione familiare dell’alunno Separatis, e la sessione si interrompe per permettere alla Professoressa De Estremitatis di riprendersi da una crisi isterica in cui taccia il marito di “Fetente, traditore, pusillanime e pure figlio ‘e ‘ntrocchia”, dichiarando di voler firmare di buon grado la dichiarazione appena riportata nel presente verbale.

A un quarto d’ora dalla fine della riunione è presente la Professoressa Nullafacentis, che chiede testualmente “Ma che, state facendo il Consiglio di Classe?” replicata dal Professor Berlusconis: “No, ci stavamo facendo la barba, ma se aspetti dieci minuti abbiamo finito!”

I rappresentanti dei genitori vengono informati sull’andamento didattico-disciplinare della classe: “Gli alunni, ancorché dotati di normali capacità logico-deduttive e modalità espressive comunque apprezzabili, non sempre si comportano in modo adeguato alle dinamiche e alla convivenza scolastica. Tuttavia il consiglio è concorde nell’applicare fin da subito tutti gli elementi compensativi e dispensativi, inclusi i recuperi in itinere, per sanare la segnalazione di eventuali ulteriori lacune, anche pregresse.”

I genitori hanno qualcosa da osservare? “Sì, che ‘n ce so’ capit’ ninte!”

La seduta è tolta. Correte pure tutti tra le braccia di Vostra madre.

Intermezzi

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Oggi entro alla seconda ora. Qualcuno della commissione orario si è mosso a pietà e mi ha lasciato dormire un’ora di più. Ho fatto presente che la Nullafacentis entra sempre alle 11 e ho commosso il cuoricino di chi mi aveva dato cinque prime ore su cinque.

Mi accoglie, col suo sorriso da tricheco, il nostro buon bidello Aristide. Sono appena le 9 e lui si sta già facendo una colazioncina da nulla: panino con la porchetta e una verdurina cotta ripassata in padella, perché, come dice lui, il panino con la porchetta da solo “allappa”.

Mi precipito in quarta W dove devo dare il cambio alla De Poppibus. Non si sente volare una mosca. La De Poppibus tiene puntato implacabilmente il suo disintegratore atomico contro gli alunni e li tiene in ostaggio stile atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco ’72. La De Poppibus, appena mi vede, abbassa l’arma, la rimette nel fodero, prende il suo registratore a cassette (perché i CD audio sono “troppo moderni”, dice lei), il suo bagaglio a mano di fotocopie e libri di testo e si avvia verso l’uscita, non prima di avermi dato un colpo di tette enorme. I suoi oggetti contundenti sono stati registrati presso il Ministero della Difesa come armi letali, e lei lo sa benissimo.

Quelli della quarta W sono dei trituratesticoli a reazione, ma non ho nemmeno il tempo per mettermi seduto ed augurare loro il buongiorno (sì, buongiorno un par de ciùfoli!) che immediatamente fa capolino dalla porta appena richiusa, il volto salvifico del nostro bidello Antenore.

“Oh, professo’…”

“Oh, Antè’…”

Splendido dialogo da teatro classico del ‘700. Vittorio Alfieri in confronto diventa una carrettata di bucce di cocomero.

“Vedi un po’ sta circolare…”

“Ma, Antenore, questa circolare non è neanche firmata. Manca anche il numero di protocollo…”

“E che ne saccio je de lu protucoll’?”

Non fa una piega. Leggo ad alta voce la circolare: “Gli alunni che devono uscire alle 14 usciranno alle 13,50”, perché anche il linguaggio burocratico può esprimersi in funzione poetica, Roman Jackobson non si era inventato niente.

La quarta W esplode in un tripudio di giubilo. Pardini urla a squarciagola “E ora vogliamo Nizza e Savoia!!”, mentre la Figoni sfodera un sorriso da copertina di Vogue, perché sa che così avrà 10 minuti in più per sbaciucchiarsi a dovere col suo fidanzo, un pezzo di Marcantonio grosso come un armadio a due ante, bocciato tre volte al rinomato Istituto “Bava Beccaris” e diplomato col minimo dei voti e un calcio nelle terga al pregiato recuperificio “Diamantis”, tre anni in uno con lo sconto comitive.

Durante la sorveglianza della ricreazione mi arriva un messaggio dalla Cervelletti, l’unica che abbia un po’ di sale in zucca in tutto questo Casamicciola. A volte a scuola si è più vicini col cellulare che nei corridoi, e questo è terribile. Ha ricevuto a sua volta dalla Petrarchini d’italiano una segnalazione sulla prima bestialità profferita dagli alunni. Pare che la Petrarchini, nel ricordare Dante Alighieri nel 700 anniversario della morte, abbia proposto la parafrasi del seguente verso della inarrivabile Commedia:

“E com’è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.”

Sembra che il Fantaccini della seconda X abbia alzato lesto lesto la manina e abbia proposto questa interpretazione: “E come fanno male i calli a salire e scendere le scale degli altri”.

Mi rifugiai il viso tra le mani grondanti sudore e corsi di volata tra le braccia di mia madre.

Il primo giorno d’iscuola

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Il primo giorno di scuola non piove mai. Come quando ci sono le elezioni, cantava Gaber.

Te ne esci bel bello con la tua polo gialla, i pantaloni stirati di fresco, un sonno della Madonna e tanta, tanta voglia di fare. Di fare cosa non lo sai, ma almeno ne hai voglia. E i buoni propositi ti accompagnano durante il breve ma significativo tragitto da casa tua a scuola. Devi fare solo attenzione alla vecchietta che ti prima mattina attraversa la strada davanti all’ingresso del cimitero, ché se la tiri sotto fai direttamente dal produttore al consumatore e viceversa.

Quando arrivi la scuola dorme ancora. A parte la De Estremitatis che è già lì, appoggiata al muretto e guarda in basso, sempre verso i suoi piedi (che devono essere meravigliosi ai suoi occhi) raccolti in un paio di sandalini bassi. Oramai si è saputo: il marito si è fatto la ganza, la morosa, la squinzia, sì, insomma, l’amante, e per lei venire a scuola è un mezzo sollievo, almeno non pensa, si distrae, vede qualcuno e pazienza se non si è fatta la pedicure stamattina.

Io ho le prime quattro ore. La prima comincia alle 8,10, prestuccio assai. Sono le 7,50 e c’è già il primo assembramento sulle scale. Deve compiersi il sacro rituale del controllo del green pass, ma pare che fino alle 8 non ci facciano entrare. Ferree disposizioni papali. Ubi maior minor cessat, e così, mentre il sommo sacerdote si appresta ad armeggiare il turibolo con cui verificare chi siano gli unti dal Signore che potranno accedere al Tempio (“tu sei sacerdote in eterno, al modo di Melchisedech”, recitava il Salmista), c’è chi chiacchiera, chi si fa un selfie, chi si rimette a posto il trucco, chi cerca inutilmente di armeggiare col cellulare per installare una applicazione perché “Sai com’è, caro collega, io e la tecnologia siamo due binari opposti”, cazzo ci viene a fare a scuola allora, se non sa nemmeno scaricarsi un’applicazione del cavolo? Chiamali misteri della vita.

La Porta Santa si apre alle 8 in punto. Il sommo sacerdote ci annunzia subito che l’applicazione del Ministero non c’è, e che dovremo passare uno per uno per farci imporre il Crisma col quale accedere alla casa del Signore, mostrando la dimostrazione del nostro essere degni di tutto ciò. Come il cammino di Santiago de Compostela, insomma. Qualcuno vocifera che chi riesce a passare il controllo del green pass avrà indulgenza plenaria e remissione perpetua dei peccati, raggiungendo subito le 40 ore necessarie per essere esentati dalla partecipazione ai collegi docenti.

La prima ora è a disposizione. In genere si dà un’ora a disposizione per sostituire qualche collega assente, ma chi è che si ammala il primo giorno? Per cui chi è a disposizione deve aspettare in sala insegnanti. La capienza massima è di tre persone e ci si riversano dentro in venti, alla faccia del Covid e della sua reverenda madre.

L’orario per me prevede tre giorni filati con quattro ore di lezione dalla prima ora. La professoressa Nullafacentis, invece, entra alle 11 e ha solo tre ore, due delle quali a disposizione, perché se no si stanca. E’ stata nominata coordinatrice di classe, ma ha rifiutato perché è troppo stress.

L’ora a disposizione si consuma lentamente come una candela dallo stoppino troppo doppio, tra saluti, inchini, riverenze e salamelecchi vari. Poi arriva il momento di conoscere i TUOI nuovi alunni delle TUE nuove classi.

Quest’anno avrò la classe prima della sezione zeta. Sono 23, alla faccia delle classi pollaio. La prima sensazione che ti prende entrando in aula riguarda gli odori. Sono appena due ore che se ne stanno lì senza muoversi dai banchi e già ti assale un effluvio di ormoni che Santa Madre de Dios de la Virgen de Guadalupe! Non sono sporchi, la sporcizia la riconosci, sa di felpe sudate dopo l’ora di scienze motorie, di scarpe da ginnastica imputridite e di micidiali ascelle da combattimento, no, questo è proprio un odore diverso, e sai che non glielo toglierai di dosso finché non avranno compiuto 18 anni. Quello degli ormoni è un odore come la musica ribelle: ti entra nelle ossa, ti entra nella pelle.

C’è un alunno che si chiama Corbelli che mostra già di volersi mettere a rompere i coglioni a prima mattina. Sul banco non sta mai fermo, ride, disturba, fa le battutine da sborone, e soprattuto molesta assai la Bonetti, la più carina della classe, che non se lo fila manco di pezza, perché la Bonetti ha il morosetto e figuriamoci se pensa al Corbelli! Nel sedersi al suo posto il Corbelli dà una craniata contro il muro e ben gli sta. Ma ride, ride e continua a ridere. Sembra Franti del libro “Cuore”. Ma per fortuna la campanella del “finis” mi salva mentre mi costringe all’angolo a parare i suoi colpi bassi.

Alla fine delle mie quattro ore saluto la professoressa De Bonis. E’ sempre più carina e sempre più alta e robusta. Porta il 44 di piede e se ti dà un calcio ti butta direttamente in calcio d’angolo, te e l’anima santa dei tuoi miliori.

All’uscita mi attendeva l’anima buona di mia madre, nelle cui braccia mi rifugiai senza timore, sì, ma il Corbelli quest’anno lo stronco, verodìo se lo stronco!

Riunione di dipartimento

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La riunione per Dipartimenti è uno degli adempimenti più pallosi dell’intero anno scolastico.
Ma anche oggi fa capolino un solicello malato che, pur convalescente, ti invita ad andare, fuggire, scappar via. Pochi minuti prima del collegamento a distanza ti arriva il link del coordinatore con relativi PDF allegati. Efficienza. Oppure semplice voglia di rompere i coglioni.
La riunione è fissata su due giorni. Nel dubbio su quale sia il giorno a cui devo partecipare, se oggi o domani, guardo l’ordine di servizio: devo partecipare oggi E domani. Pirla io a farmi certe domande.
La De Estremitatis, quella che si ammirava i piedi, è già collegata. Si è alzata presto stamattina e deve essersi fatta la pedicure. O un pediluvio.
Dopo quindici interminabili secondi di formale imbarazzo, ecco giungere la De Poppibus. Accende la videocamera sui suoi seni enormi e pesanti. Praticamente si vedono solo quelli. Tra due anni va in pensione e ha passato tutta la sua carriera scolastica a trascinare con sé le sue sise, a crescere quattro figli, a dar da mangiare a un marito camionista e anche a cercare reggiseni della sua misura. La De Poppibus è implacabile, entra in classe con un pacco di libri e fotocopie che sbatte pesantemente sulla cattedra e il primo che si azzarda ad aprir bocca lo dematerializza.
“Buongiorno Tizia”… “Buongiorno Caia”… è la solita litania che ti preannuncia che la giornata non sarà buona per niente.
Infatti, man mano che la gente entra, la sensazione di un percussionismo scrotale cosmico di tipico stampo leopardiano si fa strada con prepotenza.
Dopo “ampia ed articolata discussione” si arriva alla conclusione che gli alunni delle classi prime dovranno:
“saper articolare un discorso autonomo in L2, codificare e decodificare testi scritti anche complessi, individuare collegamenti con argomenti di civiltà dei paesi di cui studiano la lingua, salutare, riverire e ringraziare in L2, partecipare attivamente alle attività individuali e di gruppo, mangiare la merendina in cinque minuti senza strozzarsi, percorrere il tragitto classe-bagno saltellando su un piede solo, inginocchiarsi sui ceci armeni per punizione almeno due volte al giorno…”
“Che ne dite, sono troppo alti come livelli, colleghi?” Mah, veda un po’ lei…
La De Poppibus tace. Ne ha viste tante nella sua carriera di queste riunioni e chissà quanta carta burocratica avrà approvato senza profferir verbo pur di tornare presto a casa dalla riunione e dar sollievo alle sue cacciatorpediniere, che durante l’orario scolastico usa come armi di difesa personale (sfollagente).
Io faccio timidamente notare che a malapena riesco a spiegare il presente indicativo coi verbi dittongati perché questi qui non riconoscono un dittongo da un trattore a cingoli ma nessuno mi presta udienza, mentre la professoressa Cervelletti chiede di poter intervenire:
“Scusate, colleghi… ma se i miei non riescono ad esprimersi correttamente… se fanno errori di grammatica… insomma, io che faccio??”
“E’ sufficiente che passi il messaggio!” le risponde piccata la Acidophili.
E già, perché di grammatica nessuno parla più. La grammatica non esiste. Del resto, poverini, i ragazzi mica possono ricordarsi cos’è un soggetto, un verbo, un aggettivo, una particella pronominale e un accidente che li spacchi? Ne avrebbero uno choc tremendo, e allora tornerebbero dalle loro famiglie con aria contrita a chiedere ai loro genitori di parlare con il Dirigente perché il professore pretende troppo dal gruppo classe, sono ragazzi piccoli che devono essere accolti, curati, vezzeggiati e tirati su a pane e TikTok, cosa sarebbe questa nuova trovata dell’accusativo personale??”
Quindi basta che uno sappia dire “The cat… on the table” che il messaggio passa. Manca il verbo essere al presente indicativo? “E va beh, ma mica possiamo stressarle dall’inizio con le cose difficili queste povere e innocenti creature, bell’a mammà!” eccheggia la De Mamminis “facciamogli vedere piuttosto ‘Dirty dancing’ in lingua originale, così si divertono!” E certo che si divertono. Voglio dire, sono i loro argomenti quelli.
Al suono del “finis”, mi rifiutai perfino di abbracciare mia madre, che aveva cucinato il Grand Bouillon de canard à la Peyregord e lei lo sa benissimo che io non lo posso soffrire.

Cantico dei Cantici

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Chi è colei che si spalanca innanzi a me come l’aurora? Chi sei, tu, mia diletta? Hai il grembo adorno di gigli in fiore, odori di mirra e aloe, il tuo cerbiatto è qui che scalpita, ha toccato le tue mani, come potrà lavarle ancora? Ah, questo amore bello come il tempo e cattivo come il tempo, quando il tempo è cattivo!

Tu sei Laura… di più, sei Beatrice. Ma che ci fai con Madonna Fiammetta? Tu sei colei che l’umana creatura nobilitasti. Tu sei Monna Vanna e Monna Lagia insieme. Di più. Tu sei quella ch’è sul numer de le trenta! I tuoi seni grondano miele, e s’io fosse quelli che d’amor fu degno, capirei molto meglio Dante, il Cantico dei Cantici, Jacques Prévert, l’estasi di Santa Teresa d’Avila, lo yin e lo yiang, la mesmesurizzazione delle semibiscrome, la Weltanschauung, il significante e il significato.

Oh, come sono belli i piedi di colei che scende i gradini della scuola! Benedetta tu sei tra le donne, e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore, perché t’ho vista, esisti, tu racchiudi in te tutte le beltà del creato. Hai guance color di pesca, labbra color di mela primaticcia. Le tue poppe sono…

“Ciao collega, piacere di conoscerti, sono la professoressa Wunderbari, mi hanno appena nominata ma non conosco nessuno qui, te la sentiresti di farmi da Cicerone??”

[sì, sì, vieni che ti faccio vedere il Caput Mundi e anche il Finis Terrae!] “Vol… vol… volentieri. Ma cosa insegni? Su che classe di concorso ha riposto il Ministero cotanta beltade??”

“Francese. Ma forse no, magari anche tedesco, chissà…”

[quando si dice avere le idee chiare…] “Ah, sì, ho capito: informatica. O anche econonomia aziendale, cosa vuoi che importi? Posso offrirti un caffè al bar?”

“Oh, grazie, sei molto caro! [Caro? Se ti agguanto ti faccio vedere la costellazione di Orione in technicolor!!] Ma io a quest’ora posso bere solo thè di corbezzolo aromatizzato alla cannella e zenzero. Sai, sono vegana. Il mio maestro di buddhismo dice che serve per allargare il Chakra!”

[te l’allargo io il Chakra, a te! E ti racconto anche tutte le novelle del Panchatantra su un piede solo…] “Interessante! Quindi nemmeno una pizzeta con le alici salate appestate di quelle che passa il nostro povero ma provvidenziale servizio di ristorazione?”

“Oh, no! Le alici sono animali così sensibili… [me lo immagino!], e poi il mio psicoterapeuta mi dice che ho l’horror vacui…”

[Ma pensa te, l’horror vacui… allora è scema sul serio!] “Bene, allora, da dove vogliamo cominciare?”

“Mostrami l’aula magna!”

[Dovresti mostrarmela tu l’aula magna, baldracca!] “L’aula magn… ah, sì, è lì, dietro il laboratorio di chimica. No, di fisica. Anzi’d’informatica. Insomma, lì in fondo a sinistra. O a destra, boh? Tanto è uguale…”

“E il POF? Dove lo trovo??”

“Ah, sì il POF! Abbiamo anche il PEI, il BES, il PDF, il PEC, la PEC e la venerata immagine di Padre Pio da Pietralcina, tanto cosa vuoi saperne tu…”

“Scusa se approfitto di te [Ma no, approfitta pure! Poi me ne approfitto io…], ma vorrei conoscere il Dirigente Scolastico!”

“Eh? Il Dirig… ah, sì, sì, quello… ecco, è un pochino complicato… credo sia all’Estero. O forse in bagno. Qualcuno dice anche che sia in missione [cosa vuoi che ne sappia io?]

“Adesso ti debbo proprio lasciare, sai, collega? A proposito… io mi chiamo Maila… e tu? Oh, non importa, vado di fretta, non mancherà occasione, devo andare alla mia lezione di yoga e non voglio far tardi. Tanto ci vediamo al collegio docenti, no? O era la riunione di dipartimento? Ma magari al prossimo consiglio di classe, che ne dici? Tanto anche se muoriamo [io ti fo’ le corna, menagrama!] ci reincarniamo e ci incontriamo nella prossima vita, chi lo sa? Le strade del divino Brachamuthandha sono infinite. Hare Krishna!”

E corsi piangente tra le braccia di mia madre.

Donne di cui abbiamo un estremo bisogno: Monica Chiavello, insegnante

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“Mi sento costretta a sottopormi a questa vaccinazione perché rischio di perdere il lavoro e sono monoreddito. Esprimo il mio pieno dissenso al riguardo”.

«Accetto di essere vaccinata dal momento che, sotto coercizione e non per mia volontà, devo sottopormi come cavia in un vaccino in cui non credo a causa della sospensione dello stipendio. Non mi ritengo responsabile di eventuali danni o effetti avversi alla mia persona e in tal caso pretendo di essere risarcita dallo Stato»

La signora non è stata vaccinata.

Impressioni di settembre . Collegio docenti

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Non è vero quello che dice l’inarrivabile Maestro Peppino Gagliardi, che “Settembre poi verrà, ma senza sole”. Già a prima mattina del 1 settembre il sole picchia forte. Si sente un piacevole frescuccello e si nota un senso di calma tutt’intorno, che ti fa venire una voglia incredibile di andare al mare e di godere dell’assenza degli altri. Non puoi.

Non puoi perché alle 9, puntuale come un orologio svizzero, arriva il collegio docenti. Quello di inizio anno. Quello del “Bentrovata Tizia!” “Oh, bene arrivato Caio!”.

Il collegio docenti anche quest’anno si svolge in modalità telematica. Quindi ha pietà di tutte le colleghe che sfoggiavano, in presenza, gonne corte, gambe tornite ed abbronzate, sorrisi e denti bianchi, belle fresche di parrucchiere. Più che un collegio docenti, un défilé.

La De Estremitatis, quella che tre anni fa sedeva in aula magna e non faceva altro che guardarsi i piedi tutta ammirata (evidentemente era convinta di averceli solo lei) adesso sembra invecchiata di 10 anni. Ha le corde al collo e la pelle tutta rovinata. Pare che sia in crisi nera col marito e che non facciano più la nanna insieme. Niente più piedi, via.

La De Ginocchinibus parla al telefono della sua recente operazione al menisco. “Marò’ cumme me fa dòle!” (trad.: “Madonna come mi fa male!!”). Ma lascia il microfono del PC aperto e la sentono tutti.

Il professor Thalebanis durante l’estate si è fatto crescere una barba che lèvati e ora sembra provenire direttamente dalla presa di Kabul.

La seduta comincia, e dopo i saluti di rito c’è subito chi chiarisce di avere pochi giga a disposizione. Altri lamentano una connessione a scatti, altri ancora di non sentire nulla. Lezioni perfettamente apprese dai loro alunni, evidentemente, durante la DaD dell’anno scorso. 10 in profitto, non c’è che dire.

Si passa alla discussione dei punti all’ordine del giorno. La discussione stessa viene subito interrotta dal cane della De Ginocchinibus che abbaia come un ossesso e lei dietro a corsa (ma non le faceva male il menisco?): “Te pozzen’ abbruciàtte, delinque’!!! Vie’ ecc’…” (trad. “Che tu possa andare al rogo, delinquente, vieni qua!”). Microfono sempre acceso, naturalmente.

Dieci minuti per decidere se le presenze saranno rilevate in chat, con l’apposizione della scritta “presente” accanto al proprio nome. O per appello nominale. Si decide per la seconda ipotesi. L’appello nominale è più lungo delle litanie dei santi. “Abbatangelo, Abbate, Abbategrasso…” e tutti “Ora pro nobis!” “Abbategrasso è assente?… No??… Risponda professore, te pozz’ veni’ ‘nu ‘bbene!” (trad. “Possa venirti un bene”)

Dopo i preliminari, qualcuno prende l’argomento, lo tira fuori e lo introduce a dovere: “Ma non si potrebbe cominciare due giorni dopo? Io devo portare la bambina a fare la visita dal medico sportivo perché, puverella, vuole fare pilates.” Seguono valanghe di sputi e vive proteste dall’emiciclo.

La De Psychiatris vuole a tutti i costi il sabato libero perché lei, dice, alla seduta psicoterapeutica con il suo analista non rinuncia. Il professor De Fascistiis, militante nelle liste del centro-destra alle prossime elezioni, per contro, chiede un’ora di permesso orario perché deve portare il gippone dal meccanico perché fa un rumorino che non gli piace niente.

Chiede e ottiene di parlare la De Sindacatiis: “Chiedo che il green pass venga esteso anche agli studenti, ai loro genitori, a tutti i parenti collaterali e affini e financo alle sóreche (trad. “sorci, ratti di grandi dimensioni di sesso femminile”) che frequentano l’istituto.” Segue ampia e variegata discussione che si decide di rimandare al prossimo collegio per aver, ciascuno degli intervenuti, espiato la pena.

Il professor Crucefixis di religione chiede se può celebrare messa durante le ore di lezione. Il professor Marxistis gli risponde “Non ti permettere nemmeno, pretaccio della malora!” I due si azzuffano, ma fortunatamente solo in Meet e finisce 1-1 su campo neutro, nebbia a banchi, visibilità solo a tratti eccellente, campo molle ma in ottime condizioni.

Il collegio si conclude con 20 feriti lievi, tutti dimessi dopo poche ore dal Pronto Soccorso. La seduta è tolta.

“Arrivederci a tutti…” “Di bel nuovo…” “Arrivederci! (Ma raramente)”… “Te so’ ditt’ vie’ ecc’!!! Ute e nun fastidià’ a li jatt’!!!” (trad. “Ti ho detto di venire qui, stai zitto e non dare fastidio ai gatti!”). E’ la De Ginocchinibus che ha ancora perennemente il microfono acceso. “E corsi lieto tra le braccia di mia madre”, come scriveva il De Amicis.

IS Curi-Levi di Torino: il dirigente rifiuta l’ingresso a due docenti e uno di loro lo denuncia

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Ora, con tutto il cuore io vorrei difendere le posizioni di G. P. e A. M., un uomo e una donna, due professori dell’istituto superiore Curie-Levi di Torino.

Si sono presentati al collegio docenti, nel primo giorno di servizio, ma il dirigente scolastico li ha respinti perché provvisti di un certificato di esenzione redatto e rilasciato da un medico diverso dal loro medico di base.

Ma qualche dubbio che l’ho.

Secondo le ultime direttive, infatti, gli unici a rilasciare il certificato dell’esenzione vaccinale sono, oltre al medico di base, i medici vaccinatori e i pediatri di libera scelta che abbiano attività somministrativa vaccinale (questo per i minori, evidentemente).

Quindi, delle due l’una. O il loro certificato è stato rilasciato da uno di questi medici e il Dirigente ha preso fischi per fiaschi (il che certamente è possibile), oppure ha ragione il Dirigente e i due insegnanti non potevano entrare. Tertium non datur.

E pare, almeno secondo quanto riferisce “Tecnica della scuola”, che per il Dirigente ci sia scappata anche la denuncia per abuso di ufficio da parte dell’uomo. Vedremo.

Quel che è certo è che il loro atteggiamento non è stato tra i più prudenti, visto e considerato che “Repubblica” correda i suoi articoli con due fotografie in cui gli insegnanti appaiono fuori dall’istituto, sì, sulla pubblica via, sì, ma senza la mascherina. Lei in una delle due immagini armeggia con il cellulare, mentre lui, in un’altra, ha il dispositivo sanitario abbassato sul volto, naso e bocca. Nulla di illegale, per carità. Ma non è bello comunque. Prima di tutto perché nei pressi degli edifici scolastici si creano sempre degli assembramenti. In secondo luogo perché come fai, una volta rientrato/a in classe a chiedere ai tuoi alunni di mettersi la mascherina, se tutto il mondo ha visto che non la portavi?

La questione, inoltre, è di facile soluzione. Anche se non rilasciato dal proprio medico curante quel certificato costituisce un precedente importante. Si va dal medico di base e ci si fa esentare. “Oh, guarda che il tuo collega ha scritto e firmato questo, tu che fai?” Se si rifiuta peggio per lui. Oggettivamente non vedo il problema.

E poi, diciamocelo francamente, c’è gente che il suo green pass se lo paga a suon di tamponi ogni 48 ore. In caso di dubbio, per UNA volta 15 euro per stare tranquilli potevano anche cacciarli dalla saccoccia.

Uno PSIC per i PROF del PTOF

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Il nuovo anno scolastico inizierà tra meno di un’ora.

Quale miglior viatico per un inizio sereno e rilassante per tutti della rassicurante presenza di uno psicologo di supporto all’interno dell’Istituzione scolastica, per affrontare le ansie e i disagi devivanti dalla paura del contagio?

Pensavate che le soluzioni migliori per farci stare tutti un po’ più tranquilli, fossero quelle del distanziamento sociale rigorosissimo, delle mascherine, dell’aerazione costantemente ricambiata negli ambienti, dei tamponi salivari obbligatori e gratuiti per tutti, del controllo dei green pass validi? E avete sbagliato!

Vi serve un bello PSICOLOGO®, altro che!

Lo psicologo, sì, quello sempre disponibile, quello che vi rassicura, quello che vi ascolta, che vi fa parlare, che vi culla, che vi coccola…

Quello che vi dice: “Vieni… vieni da me… hai paura del contagio, vero? [Cazzo, sì!]… è normale, sai? Tu non sei un malato psichiatrico, nooooo… hai solo bisogno di parlare con me… vieni tra le mie braccia… e se proprio ce ne sarà bisogno, vedremo di farti prescrivere tante buone medicine che ti aiuteranno a dormire, riposare meglio, ma soprattutto a NON PENSARE… e vedrai, che insieme manderemo via tutto quel brutto spirito critico che hai e che ti fa tanto male… vieni, vieni pure, accòmodati qui, parliamo… rilàssati, non ti preoccupare… risolvo io tutti i tuoi problemi… [E che cazzo, ma non l’hai ancora capito che è PROPRIO questo quello che mi preoccupa??]

Io non voglio una scuola di psicoanalisi freudiana, io voglio una scuola sicura per me. E certo che ho paura del contagio, se mandate un esercito di insegnanti vaccinati al 90% contro un battaglione di studenti vaccinati solo al 25% è chiaro che gli studenti chiudono la partita in tre minuti, in vantaggio già di 7-0 e non c’è storia.

L’anno scorso, per sanare la situazione, il Ministero ci diede i banchi a rotelle (oh, che invenzione meravigliosa!). Quest’anno un esercito di psicologi. E’ vero, stando in classe potrai contagiarti e crepare di Covid quando vorrai e a tuo bell’agio. Ma qualcuno ti ascolterà e sarà con te, supererà le correnti gravitazionali e guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale. E lui avrà cura di te.

Ma soprattutto, non dimenticarti mai che sei un DOCENTE. Cazzone e stronzone, merdone assassino!

Alessandro La Fortezza, professore

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Alessandro La Fortezza è un insegnante della scuola pubblica.

Ritiene, come molti, che il green pass sia sbagliato, e ha già annunciato che, anche se dovesse vaccinarsi, non lo scaricherà. Per questi motivi si farà sospendere dalle funzioni e dallo stipendio a partire dal 1° settembre.

Fatti suoi. Nessun commento.

In previsione di ciò ha inviato ai suoi alunni una lettera aperta in cui spiega le sue ragioni e propone loro alcune riflessioni, confortato da due citazioni tratte dal Vangelo di Matteo e una da Alessandro Manzoni. Cercàtela, cercàtela, è in rete, non è che vi devo ammannire la pappa scodellata ogni volta.

Padronissimo, dicevo, di scrivere a chi vuole, di spiegare tutte le ragioni che vuole e di citare quello che ritiene opportuno e utile.

Ma un sol punto fu quel che ci vinse. Questo:

“Il vero bene (…) lo riconoscete subito per la sua semplicità, la sua apparente piccolezza, la sua umiltà. Eccolo quando vi ho lasciato respirare liberamente senza la mascherina e voi avete fatto altrettanto con me.”

Cioè? Cos’ha fatto costui?? Ha fatto togliere le mascherine ai suoi alunni durante un’ora di lezione? E si è fatto dare il permesso DA LORO per togliersela a sua volta? E chi sono gli alunni per dare un permesso a un docente, Fra’ Cappio da Velletri? Non è il suo stato vaccinale o la sua scelta etica a creare un vero e proprio pericolo di contagio, tanto meno il suo scegliere di essere privo di green pass a mettere a repentaglio la salute degli alunni, ma la sua precisa scelta didattica.

Il prossimo anno scolastico non ci sono santi che tengano: mascherine obbligatorie per tutti, distanziamento a norma di legge e aerazione continua. Il che significa finestre aperte anche d’inverno e viandare, se qualcuno ha freddo si metta il cappotto, non so che farci. Tassativo. Ricreazione in classe e in bagno si va solo uno alla volta, con registrazione dell’uscita e del rientro in aula.

E che diàmine (ma è possibile andare avanti così?)

Università degli Studi di Trieste: green pass obbligatorio per gli esami da remoto

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Non è una fake news. Il documento PDF che riporta quanto vi sto citando è regolarmente disponibile presso il sito dell’Università di Trieste, all’indirizzo web (lungo):

https://www.units.it/sites/default/files/media/documenti/notizie/protocollo_condiviso_dal_1.9.21_a_31.12.21_mod_evidenziate.pdf

Vi si legge, non senza un comprensibile senso di disorientamento, quanto segue:

Il green pass, dunque, viene richiesto anche per le sessioni di esame “da remoto”. Cioè, il candidato NON E’ fisicamente presente nelle aule o negli ambienti dell’Università. E’ a casa sua, presumibilmente (anzi, certamente) collegato attraverso una connessione telematica. Eppure deve essere in possesso ugualmente di un green pass valido, perché potrebbe essere sottoposto ad un controllo “a campione”.

Preferisco non commentare questa incresciosa circostanza adottata da uno degli atenei più prestigiosi d’Italia per qualità di insegnamento. Ma sono convinto che personalità triestine di cittadinanza o di adozione culturale come James Joyce o Italo Svevo si sarebbero indignate davanti a tutto questo.

L’app per la scuola dal semaforo verde

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Ecco fatto. L’elisir di lunga vita è stato annunciato. L’olio santo che risolverà i problemi di verifica dei green pass della scuola è quasi pronto.

Sarà un’app. Si installerà da qualche parte, si passerà, presumibilmente, davanti a un lettorino ottico, si presenterà il certificato, e via. Semaforo verde. Poco importa se avete fatto il vaccino o il tampone, la documentazione non vi è arrivata e dovete produrre una documentazione sanitaria sostitutiva, sempre ammesso e non concesso che possiate ugualmente lavorare (eh, c’è il semaforo…)

Il tutto sarà meravigliosamente operativo per tempo. Solo che mancano due giorni ministeriali all’inizio dell’anno scolastico (voglio vederli gli esperti informatici lavorare il sabato e la domenica e fare gli straordinari. E chi li paga??) e la prospettiva di una perfetta interoperabilità del sistema si allontana sempre di più.

L’avremo l’app che ci decongestionerà il traffico. Ma sempre e comunque troppo tardi.