Roseto: il 17 maggio chiuse le attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado

Reading Time: < 1 minute

Come da titolo del post, le scuole di Roseto degli Abruzzi non svolgeranno attività didattica il prossimo 17 maggio (martedì). Ecco il testo dell’ordinanza del Sindaco:

Download (PDF, 696KB)

Ed ecco il testo del messaggio WhatsApp che ho inviato al sindaco, Dott. Prof. Mario Nugnes:

Gentilissimo Signor Sindaco,
apprendo, or non è molto, della Sua ordinanza di chiusura delle attività delle scuole di ogni ordine e grado a seguito di passaggio di manifestazione sportiva nella nostra città.
Da insegnante non posso che obbedire alle Sue decisioni (ubi maior), ma mi permetta di esporLe alcune perplessità:
– ritengo che in questi giorni, con l’approssimarsi della fine delle lezioni, la necessità del diritto all’accesso all’istruzione sia prioritaria;
– le attività scolastiche, a Roseto, cominciano dopo le 8 e terminano, nel peggiore dei casi, dopo le 13. Penso che ci sia tutto il tempo per ripristinare il traffico chiuso dalle 11. O per dare massima priorità al trasporto pubblico.

Tanto mi premeva rappresentarLe, e nell’augurarLe comunque buon lavoro, La saluto con la massima cordialità e la stima personale di sempre.

Nella scuola media una tesina su Chiara Ferragni

Reading Time: < 1 minute

Una studentessa di scuola media ha proposto una tesina finale su Chiara Ferragni.

Oh, per carità, c’è tutto un percorso interdisciplinare dietro mica da ridere! Si parte da “A Silvia” di Leopardi, perché la Ferragni è una ispiratrice, proprio come la dirimpettaia del recanatese. Ci azzecca come il cavolo a merenda ma tant’è. A geografia la ragazza porta gli Stati Uniti. Eh, del resto la Ferragni ha vissuto a Los Angeles, mi pare giusto. A francese parlerà (spero in lingua) di Coco Chanel, perché era un’icona del suo tempo (tra l’altro fatturava molto di più dei 40 milioni con cui è quotata la Ferragni, ma questo non lo dice nessuno). A scienze l’argomento sarà la riproduzione, perché la Ferragni è mamma (e va be’) e influencer (che non si sa cosa c’entri con la riproduzione, ma pare che sia di tendenza). A storia dell’arte Gustav Klimt e le tre età della donna perché, dice, “mi ricorda tanto lei” (equazioni successive, evidentemente). A storia gli anni ’80 e la nascita di internet. Che è nata almeno un paio di decenni prima.

I suoi insegnanti pare non abbiano nemmeno esperito il tentativo obbligatorio di conciliazione e che non abbiano nemmeno provato a fermarla. E lei, come se non bastasse, ha postato un video su TikTok, ripreso e condiviso dalla stessa Ferragni, che le ha fatto i complimenti e le ha fatto guadagnare milioni di clic e like.

E’ così. TikTok e popolarità prima di tutto. Leopardi, Klimt, gli anni ’80 e perfino Coco Chanel sono dei pretesti, dei corollari assoluti, accessori.

Certo, loro, la ragazza, la Ferragni, gli insegnanti e il mondo della scuola non molleranno mai. Ma gli conviene??

L’ANP sollecita un uso più consono delle chat da parte dei docenti

Reading Time: 7 minutes

Ho già parlato della bozza governativa con cui il Governo determina l’integrazione del Codice Disciplinare per i Docenti in merito alla loro partecipazione sui social network. E ho già spiegato perché, anche solo davanti a una mera ipotesi, io abbia ritenuto opportuno per me disiscrivermi da qualunque accrocchio incriminato.

Ora il cerchio si allarga e arrivano le dichiarazioni del Presidente dell’Associazione Nazionale Presidi (che ora si chiamano Dirigenti Scolastici), Prof. Mario Rusconi, sulle chat di classe e quelle dei genitori (specie su WhatsApp, immagino, anche se non cita espressamente questo strumento).

“Le chat di classe devono essere usate solo per le emergenze. Altrimenti stravolgono completamente il rapporto che ci deve essere con le famiglie. Non vogliamo abolirle ma regolamentarle.“

Prendo atto, non senza inquietudine, dell’intenzione finale. Ma, se il Prof. Rusconi permette, come gestire il rapporto con le famiglie, lo decide il docente, non lui. Né nessun altro.

La cura del rapporto con le famiglie fa parte dei doveri imprescindibili di un insegnante. Per contratto. Ma, purtroppo, non ci sono tempi o modalità fissati dal legislper farlo. Io posso usare il telefono della scuola, convocare le famiglie con una lettera protocollata, con un SMS dal registro elettronico (sì, quello di Spaggiari lo permette, ma nessuno lo sa), con una mail o una PEC. Posso parlare con la Signora Asinelli per cinque ore filate e con la Signora Ciuchini per tre minuti e mezzo. Poi c’è la famosa ora di ricevimento settimanale. La cosiddetta diciannovesima ora. Che nessuno ti paga e che nessuno ti obbligherà mai a fissare ma che sei obbligato a fare per “buona prassi” (quando mai una prassi è stata “buona”?). Poi ci sono i ricevimenti interquadrimestrali. Quelli, sì, costituiscono un ordine di servizio.

Devono essere “usate solo per le emergenze“? Io non so esattamente in che paese o in che mondo viva il Prof. Rusconi, ma io lavoro in un paese dove sussiste ancora una emergenza sanitaria, in cui gli alunni e le famiglie di ammalano di Covid e dove qualcuno insiste pervicacemente a morire senza che nessun mezzo militare ne trasporti, con pietà umana e cristiana, la bara a beneficio dei mezzi televisivi. E questo succede ogni giorno. E non lo si neghi, perché se no stiamo tutti a prenderci per le terga.

Durante il lockdown non è stata solo la DaD a salvarci la vita. Ma anche WhatsApp. Quanti messaggi personali e di gruppo ho ricevuto e letto, di alunni che stavano sviluppando veri e propri disturbi psichici da costrizione! E regalare una parola di conforto a chi te la chiede perché, si veda, in quel momento ti considera come un punto di riferimento è un'”emergenza” o no?

L’Italia è l’unico paese in Europa in cui il docente, oltre a essere esperto di una materia, è chiamato al compito educativo. E l’unico che, se succede qualcosa all’alunno in classe, ci va di mezzo civilmente e penalmente.

Io vorrei insegnare ogni giorno l’accusativo personale, le due forme del congiuntivo imperfetto, la letteratura e la sincope della post-tonica nei proparossìtoni (esiste!) ma se una alunna mi dice o, peggio, scrive in una chat di gruppo o personale che fa i video in cui ballonzola, li mette su TikTok e guadagna 10 centesimi al giorno, e ha solo 15 anni, io come educatore devo bloccare tutto e intervenire. O non è un’emergenza? Sì che lo è. E’ una minore, perdìo.

“Le chat tra famiglie e insegnanti e tra insegnanti e studenti stanno dilagando e stanno creando grossi problemi, una sorta di cortocircuito. Si creano situazioni anomale”.

A parte il fatto che io una chat tra famiglie e insegnanti devo ancora vederla col cannocchiale. Solitamente le famiglie chattano da sole, gli alunni hanno i loro gruppi blindati e gli insegnanti si perdono tra mille rivoli: gruppo del consiglio di classe, del collegio docenti, dei dipartimenti, degli insegnanti di un materia specifica, degli insegnanti intolleranti al lattosio e così via. Ma, comunque, le chat sono “anomale” rispetto a cosa? Se c’è una anomalia, qual è la “malìa” o la “nomalìa” entro i cui confini vanno riportate? Finora Rusconi non lo spiega.

“Uno dei problemi delle chat è la presenza dei genitori: c’è chi chiede spiegazioni sul perchè “il figlio ha preso 7 e non 8″, dice Rusconi, oppure “perche’ avete spiegato con due mesi di ritardo la perifrastica passiva?””

A parte l’apostrofo su “perché“, che mi fa infuriare, ci sono due risposte da dare:

– il voto è un atto amministrativo. Come tale, per essere valido, deve essere adeguatamente motivato. Alla Signora che si chiede il motivo del 7 (che non è comunque un voto insufficiente) su una prova scritta, si risponderà che può farselo mostrare dal docente e prendere atto della motivazione. Oppure chiedere un accesso agli atti ed estrarne copia. Semplice!
– se suo figlio è stato collocato accanto a Pierino, sarà una decisione presa dal consiglio di classe. C’è un verbale. Le motivazioni sono lì.

Quanto alla perifrastica attiva, che tanto piace a certi genitori, se è stata spiegata due mesi dopo il docente ne spiegherà il perché nella relazione finale.

Queste domande sorgono perché i genitori sono infuriati ma, soprattutto, non conoscono le regole della scuola pubblica e vanno in ansia. Questo spiega tutto. Certo, non lo giustifica ma lo spiega. E non si può impedire a un genitore di non sapere o di essere ignorante su come funziona la scuola. Magari il padre fa il minatore in Belgio e la madre è una top manager senza scrupoli. E hanno entrambi tutto il diritto di chiedere spiegazioni. Lo fanno in una cht di WhatsApp? E meno male! C’è chi se ne frega proprio. Dei figli e della perifrastica attiva.

Anche Antonello Giannelli, Presidente nazionale dell’Associazione, rimarca:

““un eventuale codice di autodisciplina” dovrebbe essere redatto direttamente dalle scuole. “Non dimentichiamo che queste tecnologie sono di recente introduzione e non c’è ancora un patrimonio comune di comportamenti”.”

A parte il fatto che le chat, i forum e le mailing-list, le discussioni di gruppo, sono tecnologie vecchie come Matusalemme, hanno semplicemente assunto forme diverse. Ma la tecnologia è la stessa. Io parlo a te e tu a me. O decidiamo noi con chi parlare. Punto. Il patrimonio comune esiste e come, solo che la scuola italiana non ne ha mai fatto uso, e adesso, certi signori che fino a ieri si baloccavano con le BIC rosse o, tutt’al più, tagliandosi le unghie dei piedi dopo la doccia, si accorgono che esiste WhatsApp. La prima versione di WhatsApp è stata rilasciata nel gennaio 2009. Siamo nel 2022. Sono passati 13 anni, e, come dicono i Testimoni di Geova, svegliatevi!

Altro piccolissimo inciso: il numero è MIO, la connessione è MIA, il telefono è MIO, WhatsApp è dato in licenza a ME (non alla scuola) e il suo servizio è il risultato di un accordo tra privati. Decido IO, come, con chi e quanto usarlo. Il mio Dirigente Scolastico ha giurisdizione e potere discrezionale sulla mia vita privata e sui miei beni personali. Se vuole che io usi in un certo modo determinati strumenti mi fornisca un telefono portatile di servizio e io applicherò le sue disposizioni. Viceversa, spiacente, ma su quello che è mio faccio quello che voglio io. Perché è facile tutelare l’immagine della Pubblica Amministrazione quando le risorse sono quelle altrui.

Sembrano aver dimenticato il dettato dell’articolo 15 dell Costituzione sulla libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione.

Ultime considerazioni. Leggo sul Corriere della Sera che la Dirigente Scolastica del Liceo Montale di Roma, Prof. Sabrina Quaresima avrebbe, secondo chi l’accusa, avuto una relazione sentimentale con un alunno del suo istituto, prossimo all’esame di Stato terminale. L’alunno è maggiorenne.

La Dirigente è stata sottoposta a procedimento ispettivo da parte del Ministero, a seguito del quale non sono stati ravvisati profili di illiceità o violazioni deontologiche nella sua condotta. E questo è un fatto, che non penso possa essere messo in discussione.

Può, tutt’al più, sembrare una nota stonata che una persona ultraquarantenne e affermata si innamori, in ipotesi, di un giovane con tutta una vita davanti. Ma se sono maggiorenni, consenzienti, non commettono reati, non devono rendere conto a nessuno e sono disposti ad accettare il gap generazionale che c’è tra di loro, non vedo proprio che problema possa sussistere.

La signora è sposata? Bene, ammesso e non concesso che il caso consista ne renderà conto al marito. Non alla PA. Era ed è tuttora in anno di prova? Spiacente, ma non sono emersi elementi per l’avvio di un procedimento disciplinare. Ha fatto sesso in maacchina? Affari suoi. Se è vero che lo ha fatto è un reato. Ma va provato in giudizio. Non lo ha fatto? Affari suoi a maggior ragione.

E invece questa signora (che, come chiunque altro, ha il sacrosanto diritto di disporre della propria vita affettiva come meglio crede) è stata scaraventata su varie testate giornalistiche, come al solito con fiumi di inchiostro gonfiato all’inizio e con due righe di precisazione quando il caso si smonta), assieme al giovane è stata oggetto di scherno e derisione mediante scritte (ovviamente anonime, se no che gusto c’è?) sgradevolissime, al limite dell’offensivo.

E perché? Perché ha vissuto la sua vita come voleva lei? Mi sembra eccessivo, francamente. E mi sembra anche giusto che non ci rimetta il posto solo per questo. Spero tanto per loro che questa vicenda venga presto dimenticata e che possaano tornare a vivere la propria vita in serenità, insieme o separatamente che sia. Glielo auguro di cuore.

 

E poi, cos’è l’ANP? Andiamo a vedere il loro sito web, cosa ci sarà scritto?

“è l’organizzazione sindacale maggioritaria dei dirigenti delle istituzioni scolastiche”

Come tale viene anche citata sulla Gazzetta Ufficiale, secondo quanto evidenziato in un video da loro pubblicato.

E’ un sindacato di categoria. Né più, né meno.

E come si permette un sindacato di dire a me, che, oltretutto appartengo a tutt’altra categoria, come devo disporre della mia corrispondenza e dei miei contatti?

Ma lo sanno Lorsignori quanto si fatica per trovare un punto di sintonia con ciascuno degli alunni che un docente vede ogni giorno per un’ora o due? Ho alunni che non partecipano, non seguono, stanno tutta l’ora col loro cellulare davanti agli occhi, non spiccicano una parola nemmeno in dialetto. Una di loro si è messa nei guai seri. Mi ha chiesto un consiglio personale via WhatsApp. Cosa dovevo fare, negarglielo? O pensare che, siccome non ero in servizio e stavo rispondendo privatamente, stavo ledendo l’immagine della Pubblica Amministrazione (perché è di questo, mica di altro, che si tratta) improvvisandomi confidente, scerdote, psicoanalista o un servizio socile? Cosa dovevo dirle, visto che si trattava di una delicata questione privata, di parlarmene in classe davanti ai compagni? O durante l’ora di ricevimento, sapendo che anche i muri hanno orecchie e che Radio Scuola trasmette pettegolezzi 24 ore al giorno in stereofonia dolbyzzata?

No, non lo sanno. O, se fingono di non saperlo, è ancora peggio.

E non c’è nulla di più riprovevole di un docente (o ex tale) che non si ricorda di essere stato studente e dolescente a sua volta.

Nuove disposizioni per i dipendenti pubblici sull’uso dei social network

Reading Time: 4 minutes

Questo potrebbe essere uno dei miei ultimi post da uomo libero.

Il governo ha approvato una bozza di decreto in cui si inseriscono, tra l’altro, delle integrazioni al codice di comportamento dei pubblici dipendenti riguardo all’uso dei social.

Io sono un pubblico dipendente (settore scuola). E uso i social.

Quando sono in servizio sono un pubblico ufficiale. Quando finisce il mio orario di servizio (comprese le ore di cosiddetto “buco“) sono un privato cittadino. Ho le mie idee, politiche, etiche, religiose. Vado a votare, e voto chi mi pare. Negli ultimi cinque anni ho sempre annullato la scheda. Questa è una delle ultime volte in cui posso dirlo senza essere sospettato o, peggio, sanzionato disciplinarmente, di invitare gli altri a fare altrettanto.

Attualmente uso Facebook, Instagram, Twitter, WhatsApp e Telegram. I miei account su queste risorse sono il risultato di un contratto sottoscritto tra due parti: chi mi offre il servizio e il sottoscritto in qualità di privato cittadino.

Come tutti i privati cittadini ho libertà di espressione, di ricevere e fornire informazioni, e perfino di critica e satira. Non esiste praticamente argomento al mondo che questi diritti costituzionalmente garantiti non coprano e su cui non trovino applicazione.

Eppure, nella bozza di decreto (Pnrr) si parla dell’inserimento di:

“una sezione dedicata al corretto utilizzo delle tecnologie informatiche e dei mezzi di informazione e social media da parte dei dipendenti pubblici, anche al fine di tutelare l’immagine della pubblica amministrazione”.

Bastava una parola: censura. Si può usarla. E la uso.

Io dovrò adeguarmi, come tutti gli altri, a un “corretto utilizzo delle tecnologie informatiche“. Immagino, anzi, sono certo, che questo riguardi, oltre all’uso dei social, anche il mio blog.

Dovrò farne un “corretto utilizzo“. Perché, come leggo sul sito dirittodellinformazione.it:

“un buon dipendente pubblico è tenuto a rispettare il diritto alla privacy di colleghi e utenti dei servizi, evitando di postare foto, immagini o descrizioni che non siano preventivamente autorizzate per iscritto dagli stessi. Inoltre, occorre astenersi da dichiarazioni pubbliche offensive nei confronti dell’amministrazione e dalla diffusione in qualsiasi forma e attraverso qualunque media di informazioni confidenziali, in osservanza del segreto di ufficio.

Per quanto concerne il linguaggio utilizzato sui social network, occorre evitare parole con un significato ambiguo o che, ancora peggio, istighino all’odio e alla discriminazione e, nel ricorrere alle emoticon, occorre valutare una complementarietà di significato, onde evitare di risultare offensivi.”

Non potrò più, quindi, postare una foto che mi ritrae assieme a colleghi o personale amministrativo, a meno di non avere una autorizzazione scritta. Vale anche per le “descrizioni”, ovvero per i semplici contenuti testuali. Ho avuto un collega che stimo moltissimo come insegnante e che si è candidato alla carica di Sindaco nel comune in cui risiedo. Non condivido le sue posizioni politiche. Come collega non ho nulla da dire. Potrò continuare a criticarlo senza chiedergli l’autorizzazione?

Non potrò più usare “parole con un significato ambiguo” (sono toscano, ma soprattutto livornese e l’ambiguità verbale fa parte del mio DNA) e, inoltre, attenzione alle emoticons (le faccine) perché c’è da “valutare una complementarietà di significato“.

In breve, se un utente Facebook posta un contenuto satirico o addirittura dissacratorio sul Ministro dell’Istruzione, io non potrò commentare più con una faccina che sorride, o addirittura con un “like” perché questo potrebbe essere interpretato come un’offesa alla carica istituzionale in questione. Sempre per “complementarietà di significato“, s’intende.

Cosa faranno gli insegnanti e i lavoratori della scuola senza Facebook, o, quanto meno, senza tutta la libertà di esprimersi che hanno avuto fino ad ora?

Personalmente vivrò benino lo stesso. Per fortuna non ho bisogno dei social per esprimere le mie opinioni. Ma gli altri? Guardate che c’è gente che se le togli Facebook si spara un colpo in testa!

Personalmente conosco maestrine locali, di cui potrei fare nomi e cognomi, che mostrano le loro foto artistiche su Facebook e hanno un calamitante potere di acchiappo. Belle come sono qualche imbecille che ci casca lo trovano sempre.

Ma siccome l’eterna seduttrice è anche sempre l’eterna bambina, come ne risulterà compromessa l’immagine della Pubblica Amministrazione? La maestra dei vostri figli che riceve commenti tipo “Bella, bellissima…“, cuoricini, like, fiorellini, dichiarazioni d’amore, poesiole, immaginette, tramonti e gattini a piovere.

Però non si può nemmeno impedire alla gente di pubblicare quello che vuole per amore dell’immagine di una Pubblica Amministrazione che da una parte censura le emoticons e dall’altra le permette di fare soldi in nero con le ripetizioni!

Non è reato avere lo sguardo provocante, gli occhioni da gattina, farsi un selfie accattivante, tradire il marito o la moglie, magari perfino mandare a carte 48 un matrimonio, dei figli, il cane, il gatto e il criceto per un like, una strizzata d’occhio in privato, e magari scambiarsi il numero di telefono perché, si sa, così fan tutti. E’ stupido, indice di una cretineria senza limiti, denota scarso, anzi, scarsissimo savoir-faire e presenza cerebrale di un numero estremamente esiguo di neuroni. Ma non è un crimine.

Ma oltre ai vari zoccolamenti di cui sopra, sui social ci sono anche i gruppi di discussione, e molti riguardano proprio il mondo della scuola in particolare e la pubblica amministrazione in generale. Li mandiamo a ramengo? O per sopravvivere in linea dovranno contenere solo elogi all’Invalsi, parlare di debate, cooperative learning, piani delle offerte formative, alternanza scuola-lavoro, scrutini interquadrimestrali, pagellini, collegi docenti e consigli di classe?

Sarà ancora possibile denunciare pubblicamente il comportamento di un Dirigente Scolastico (maiuscolo perché se no potrebbero offendersi) se commette un sopruso, un illecito, o, addirittura, un delitto previsto e punito dalla legge?

Chi è che offusca l’immacolata immagine della scuola pubblica, la docente i cui video ripresi nella sua privatissima e legittima intimità vengono sparati sui social, o la dirigente che l’ha censurata con un provvedimento disciplinare e che è stata successivamente condannata?

Le studentesse (cretine, imbecilli, decerebrate, fuori di testa e quant’altro) che nel Parmense hanno dato fuoco a un banco per postare il video su TicToc non sono forse l’immagine del rovescio della medaglia di una scuola pubblica ormai incapace di trasmettere valori e fornire modelli di vita alternativi? Perché fa presto la Pubblica Amministrazione a ributtare addosso alle famiglie la responsabilità educativa, però poi i Patti di Corresponsabilità li firma anche lei. E come se li firma!

Ho scritto un libro satirico sul mondo della scuola, perculeggiandolo un po’ e ritraendo una realtà assurda e grottesca. Meno male che l’ho fatto adesso. Non so se l’anno prossimo sarebbe stata la stessa cosa.

Potrei andare avanti per ore, ma mi fermo qui.

Cosa farò io? Molto probabilmente mi disiscriverò da tutti i social a cui sono iscritto tra due o tre mesi. Il blog lo manterrò visibile finché vivo, ma avrò le mani legate. Capite ammé, ho una figlia da mantenere. Ci posterò qualcosa ogni tanto, giusto per non perdere il vizio. Capitoletti dei miei libri, per lo più.

Insomma, mi faranno sputare fuori il veleno e poi mi lasceranno andare.

E i sindacati cosa dicono? Ma quali sindacati, per favore…

Smerdatori di scuola primaria

Reading Time: 2 minutes

Lei è una insegnante di scuola primaria. Il suo è un istituto comprensivo di Fornovo Taro, nel Parmense.

Alcuni suoi alunni della classe quinta della primaria vanno in bagno. Siccome non sanno cosa fare della pupù destinata a scomparire dopo la tirata di sciacquone, e siccome è peccato mortale sprecare così tanto ben di Dio, allora decidono di usarla per imbrattare le pareti del bagno in questione, facendo dei ghirigori qua e là. Così, just for, stile graffiti del paleolitico nelle grotte di Lascaux.

Avvisata dal collaboratore scolastico degli stronzetti decorativi, la maestra ha subito sgridato gli alunni peristaltici. I cui genitori l’hanno immediatamente denunciata, eh, beh, ci mancherebbe, sgridare i loro pargoli che giochicchiavano artisticamente con la merda non si fa, proprio no.

Dopo 4 anni di trascinamento giudiziario, la vicenda si è conclusa, almeno in primo grado, con la condanna della Docente a un mese e venti giorni di reclusione per abuso dei mezzi di correzione. Il Pubblico Ministero ne aveva chiesto l’assoluzione.

Ma non finisce qui. Ci si sono messi anche i sindacati. Qualcuno ha addirittura auspicato che la maestra ricorra nei gradi superiori di giudizio. Già, ma con quali soldi? La difendono i loro avvocati in appello e in cassazione? E se questa qui i soldi non li ha? O se, solo, volesse tenersi una condanna con i benefici di legge pur di non vedersi sempre messa in prima pagina? Ne avrà pur diritto, spero.

E poi si meravigliano (sempre i sindacati) che nessuno ha evidenziato la “culpa in educando” dei genitori. Che indubbiamente c’è, perché chi ha loro insegnato a smerdare la scuola? O, meglio, chi è responsabile del danno? Vengono loro (i genitori) a ripulirla la scuola o cosa? E se i sindacati ci tengono tanto, perché non fanno una bella denuncia o un esposto per conto proprio?

In questi giorni si celebrano le elezioni dei rappresentanti delle RSU nelle scuole. Io non voto. Io non delego. A me questa gente fa paura.

Maggio

Reading Time: 6 minutes

“Primo maggio
su coraggio.”
(Umberto Tozzi)

“Ben venga Maggio e il gonfalone amico, ben venga primavera,
il nuovo amore getti via l’antico nell’ombra della sera, nell’ombra della sera.
Ben venga Maggio, ben venga la rosa, che è dei poeti il fiore,
mentre la canto con la mia chitarra, brindo a Cenne e a Folgóre, brindo a Cenne e a Folgóre.”
(Francesco Guccini)

“Né di maggio, né di maggione,
non ti levare il pelliccione.”
(Mio nonno Armando)

Maggio arriva d’un colpo, che quasi non te ne accorgi, abituato com’eri, durante il dolce e crudele aprile, a dormire un sonno rigeneratore e malandrino, durante i ponti di Pasqua e quello del 25 aprile, che tanto ce n’è sempre qualcuno, a meno che la Festa della Liberazione non cada di domenica, e allora sei fottuto.

Ma fai bene a riposarti e a recuperare le forze, perché sai già che maggio è un vampiro, ti succhia il sangue e per scacciarlo via ti tocca trapassargli il cuore con un paletto di frassino.

Per una perfida congiunzione astrale, infatti, a maggio nella scuola accade di tutto: documento per gli esami di stato da redigere per le quinte, consigli di classe per l’adozione dei libri di testo, collegio docenti per la conferma dell’adozione dei libri di testo, riunioni per discipline per raccontarsi la rava e la fava, simulazioni delle prove INVALSI, simulazione dell’esame di stato, simulazioni delle simulazioni, recuperi, interrogazioni, alunne supplichevoli, alunni piagnucolosi, mamme in gramaglie, padri che affilano le cinture di cuoio per punire adeguatamente i figli, nonni che scatarrano nell’atrio, chiamate al 118 dal centralino perché qualcuno si sente sempre male, bidelli che urlano, segretarie con le mani nei capelli, cenni patologici di manie di persecuzione e morbo di Parkinson.

Ma la cosa che maggiormente risalta è il continuo andirivieni di persone che affollano i corridoi, che neanche la movida del sabato notte sulle ramblas di Barcellona.

Gli alunni vagano come ossessi da un’aula all’altra, chi perché deve farsi interrogare dal Professor Tale, chi per assicurarsi che il Professor Talaltro non si sia dimenticato di mettergli il sei sul registro elettronico se no ci piglia le bastonate a casa, chi ancora per fare un po’ di struscio.

I dialoghi sono estremamente frammentati, come uno stream of consciousness joyciano, siamo a scuola e pare di leggere il “Finnegan’s Wake”.

“Buongiorno professo’…”

“Buongiorno Santinelli, anzi, no, Bravetti.”

“Ha visto che il Marxistis mi ha rimesso quattro?”

“Ottimo, hai recuperato, mi complimento con te!”

“Professo’, ci viene con noi al bar a bere un gingerino?”

“Professo’, deve andare urgentemente in vice presidenza a firmare i verbali dell’anno scorso!”

“Sì, vfng…!”

“Professo’, oggi interroga?”

“E certo!”

“Ma interroga me? Guardi che io mi ero prenotato per l’ultimo giorno di scuola, devo venì’ a recuperà’!”

“Asinucci, a parte il fatto che l’ultimo giorno di scuola è fra 35 giorni, ma cosa vuoi recuperare? Hai un quattro meno, un due, un impreparato, lo scritto in bianco e due note disciplinari…”

“Sì, ma me lo mette sei in pagella?”

“No!… Corbelli, dove cazzo vai??”

“Al bagno, Professo'”

“E chi ti ci ha mandato?”

“La supplente. Sta a giocà’ a tressette, briscola e scopa coi compagni ed è pure contenta perché sta a vince’! M’ha detto pure di portargli il caffè, lo vuole nero, lungo, caldo e senza zucchero.”

I docenti della quinta pare abbiano il fuoco di Sant’Antonio. Passeggiano su e giù come presi da uno spirito maligno perché sono usciti i presidenti e le materie di commissione. Pare che venga uno da Avezzano, dove è stato trasferito d’ufficio per falsificazione dei bilanci, truffa e omissione di atti d’ufficio, e siccome presiede un Liceo Artistico. non sa una verza delle nostre materie di indirizzo. Però intanto lo tengono lì a frantumare gli zebedei a noi.

La vera e principale preoccupazione degli esami di Stato pare che siano i fantomatici “collegamenti”, ovvero i raccordi interdisciplinari che ogni candidato all’orale dovrà saper gestire per dimostrare di avere una dimensione d’insieme dell’argomento prescelto per l’esposizione, ma tanto non gliene frega niente perché tanto loro la presentazione Powerpoint la scaricano da Internet.

“Allora, parliamo del caso dell’alunno Somarelli. Conosciamo tutti le sue innegabili debolezze (soprattutto quelle verso la marijuana e la Wunderbari!), tuttavia potrebbe proporre un percorso che raccordi economia aziendale con italiano e scienze motorie, accennando, sia pur brevemente, all’esperienz fatta durante l’alternanza scuola-lavoro. Voglio dire, dovrà pur esistere uno scrittore che per vivere faceva il ragioniere, e inoltre potrebbe trattare delle muscolature del corpo che si mettono in moto quando si rimettono a posto le fatture!” è l’entusiastica proposta di quella cretina della Nullafacentis, mentre si attorciglia un boccolo con un dito e sorride, sorride, magari a nessuno.

“Io invece proporrei che parlasse dell’alternanza, sì, ma in inglese, e che poi si raccordasse a un autore italiano esponendolo in tedesco e, se c’è tempo, che passasse a diritto ed economia politica esponendoli in spagnolo”, obietta l’intorcinata e labirintica Acidophili.

“Ma quello non sa parlare nemmeno in dialetto!” è la ciliegina sulla torta del Marxistis, che si accomoda sul banco a rotelle, accavalla le gambe, e sfoglia l’edizione del mattino della Pravda.

“Ma scìne, che volete che sia l’esame di Stato? Fategli due domandine così, come vanno vanno, schiaffategli 60 e un calcio nel deretano. Chi siamo noi per bocciare questi ragazzi? Ci penserà la vita, se mai, a fare una selezione naturale! Pensate piuttosto alle loro mmme che li aspettano a casa col timballo caldo caldo…” controcanta la De Mamminibus.

Per l’occasione è presente anche la Professoressa De Psychiatris, che dal primo settembre non si era più fatta vedere, per via del fatto che il suo analista un giorno non poteva riceverla ed è andata in crisi di panico, ma poi ha trovato un medico psichiatra per cui h avuto un transfert, tanto bravo, ma tanto bravo che hanno prenotato un’intera vacanza di 14 giorni per due a Sharm-el-Sheik.

Nell’aula magna “Erich Priebke” si sta svolgendo un’assemblea sindacale, in cui la De Sindacatiis sta illustrando l’opportunità di passare al convenientissimo fondo Cerbero, che garantisce un’integrazione di pensione dignitosa e flessibile, ricapitalizzandosi e rivalutandosi col tempo, offrendo un resa dello 0,9% annuo, interesse composto, capitali vincolati, per i primi 37 anni di servizio.

In alternativa la De Sindacatiis propone anche, alle giovani coppie di docenti che vogliano mettere su famiglia, un prestito agevolato con TAEG al 15% e con la possibilità di saltare tre rate consecutive e patteggiare tre mesi di galera con la sospensione condizionale della pena e la pena accessoria della pubblicazione della sentenza per riassunto sui principali quotidiani nazionali.

E’ inutile, ormai i sindacati non difendono più i diritti dei lavoratori. Vendono semplicemente prodotti e servizi, ma la De Sindacatiis sembra non accorgersene, quando, sul più bello, un jack traditore dell’amplificazione, le mette KO il microfono.

“‘Sto migrònfano non funzzzziona, mannaggia sanda, mo’ che devo fa’???…Prondoooooo? Mi sendoooooo???… No, non mi sendo, voi mi senditooooo?? ‘Tacci vostra, vabbuò’, gnende, ve ne putete ‘i a la cas’!!”

Applausi scroscianti.

In aula computer il Crucefixis, quello che si è fatto la Rolls coi bonus delle case editrici sta tenendo un seminario sul tema ‘La ricerca di se stessi attraverso le canzoni di Vasco Rossi'”. L’alunno Magretti, che si chima così perché pesa 110 chili, è stato incaricato di svolgere la seguente consegna: “Analizza la ricchezzaa lessicale e semantica dell canzone ‘Toffee’ in non meno di due colonne e mezzo”.

Diligente e disponibile, il Magretti si collega a YouTube e si mette ad ascoltare il testo con la massima attenzione e concentrzione possibili:

“Oh, Toffee, Toffee, Toffee…
oh, Toffee, Toffee, Toffee…”

dapprima sussurrato, indi gridato a voce alta dal cantautore, un’ottava sopra:

“Oh, Toffee, Toffee, Toffeeeeeee…
oh, Toffee, Toffee, Toffeeeeeee…”

“Professo’, ma che cazzo di ricchezza lessicale cià questa canzone? Il prossimo anno mi faccio esonerare così il sabato esco un’ora prima e mi guardo la replica di Paperissima Sprint in santa pace! Andiamo, dài, Professo’, mettimi ‘ddue e andate a rimettervi sotto le coperte al caldo tu e lu Papa!!”

Il ragazzo ha ragione, perché in primo luogo l’abilità principale richiesta in una prova scritta è quella della sintesi. Condensare la conoscenza significa prima di tutto renderla maggiormente fruibile liberandola dagli orpelli inutili e dai fronzoli sovrabbondanti.

E’ per questo che la Petrarchini, in terza ha somministrato una prova di verifica che include lo svolgimento della consegna: “Chiarisci la vita, il pensiero e la poetica di Dante Alighieri in non più di tre righe”.

Il Fantaccini ha risposto: “E’ nato ed è morto. Gemma Donati cornuta. Beatrice Portinari zoccola. Virgilio rompicoglioni. Guelfo. Esiliato e hanno fatt’ ‘bbòne. Troppi endecasillabi. Va all’inferno poi sale su. Io ‘n ce so’ capit’ nint’. Lu libbro era un galeotto, ma Francesca da Rimini era un gran bel pezzo di femmina, chi se ne frega de lu libbro?”

“Bravo, Fantaccini, vedi? Hai colto l’essenza intima di tutta la poetica dantesca, non come quel fannullone del Gualtieri che è andato fuori tema parlando di metafisica, teologia e teoria della salvezza nel Paradiso. Ti meriti un bel dieci in profitto.”

Ma l’orario di servizio finisce e io devo districarmi in una calca infernale per raggiungere l’uscita.

Mo’ ci si è messo pure il barista col carrellino: “Patatine, ciambelline, calzoncigelaticocaaaaaaaa!! Oh, Professo’, ciao, lo vuoi allora il calzone fritto dell’altro giorno? Mo’ si è freddato ma ti faccio lo sconto!”

E io, raggiunta mia madre dissi: “Nelle tue mani restituisco il mio spirito.”

Il rappresentante editoriale di libri di testo

Reading Time: 3 minutes

Col dolce tempo novello, quando la lodoletta tra il verde volge e affina il suo dolce cantare, arriva quatta quatta la laida figura del rappresentante editoriale dei libri di testo (lat. Chalamitas magna scholastica putrex).

La caratteristica di questo singolare esemplare della fauna scolastica è che riesce a mimetizzarsi perfettamente tra gli altri individui delle altre specie in puro stile camaleontico, rendendosi praticamente invisibile agli occhi umani.

Nel periodo degli accoppiamenti, egli ama starsene in ambienti chiusi ed angusti, chiamati “Sale Docenti”, ora sotto le sembianze e il colore della macchinetta del caffè, ora mescolato all’ambiente, mentre aspetta la sua prossima preda per procacciarsi il cibo, che ruminerà tranquillo fino al periodo della schiusa delle uova, denominato “Nuove adozioni”.

Il verso tipico di questa specie è il richiamo ad personam. La vittima predestinata viene circuita in un lungo ed elaborato rituale di corteggiamento, fino allo sfiancamento psicofisico definitivo, quello in cui la malcapitata preda cede ogni resistenza e si lascia divorare dalle sue strette fauci.

L’esemplare medio di rappresentante editoriale preferisce acquattarsi nelle sale docenti durante i primi tepori marzolini, quando il riscaldamento termico dell’ambiente circostante ne permette l’adattamento in natura.

La specie di cui ama nutrirsi maggiormente è quella del docente comune (lat. Docens docens). Guardiamo questo documentario prodotto dal National Geographics:

“Professore, buongiorno, lei che cosa insegna?”

“Eh? Io?? Spagnolo, perché??”

La danza ipnotica ha inizio. Il docens docens è già caduto nella trappola del ballo rituale. Avrebbe potuto rispondere “finlandese”, al che, probabilmente, il rappresentante si sarebbe ritirato, non riconoscendo quella risposta come adeguata a far scattare i suoi impulsi seduttori (“Mi dispiace, non ho novità da proporle.”)

“Perché, vede professore, ho qui giusto per lei una copia in regalo del nostro nuovo corso di lingua in cinque volumi (uno per ogni anno scolastico) allo speciale prezzo di vendita di 36 euro l’uno al pubblico. Il corso è basato su metodi fortemente innovativi. E per i suoi alunni BES non dimentichi che abbiamo anche l’edizione digitale interattiva scaricabile in PDF al prezzo ulteriormente scontato di 25 euro.”

“25 euro per un PDF? ma è un latrocin…”

“Veramente stupefacente, non trova? E non dimentichi i contenuti extra del nostro sito web, dal quale i suoi studenti potranno tranquillamente copiare ed incollare le soluzioni degli esercizi proposti, senza muoversi dal loro cellulare, praticamente senza sforzo.”

“Ma io non…”

“Le confermo senza ombra di dubbio che la sua copia è assolutamente gratuita e senza impegno alcuno. E se adotterà una delle case editrici che abbiamo in rappresentanza, potrà accedere al nostro traduttore simultaneo speciale per Smartphone del valore di ben 100 eurini tondi tondi.”

“Ma questo è un tentativo di corruz…”

“Bene, vedo che ci siamo capiti, Professore!”

(imbambolato) “Ciò fa sì che i nostri rapporti possano proseguire più speditamente…”

“Nel vostro come nel nostro interesse la cosa è certamente da ritenersi positiva. Ma la prego, osservi, osservi… le nostre illustrazioni sono interamente a colori, accattivanti ma perfettamente inserite nel testo. L’unità linguistica di base, per esempio, è concepita in modo tale che i suoi alunni possano apprendere perfettamente in cinque mesi a salutare una persona in lingua straniera!”

“Ma io lo spiego già in cinque min…”

“E pensi, che se qualora decidesse di adottare il nostro corso (e lo farà di sicuro!) in più di due classi, c’è in omaggio anche una pelliccia di puro visone sintetico per sua moglie.”

“Io non sono sposato!”

“Ah no? Lei ha tutte le fortune, se lo lasci dire. Allora che ne dice di una fornitura di squisitissimi sigari cubani marchio “Fidel” per due anni, solo per lei??”

“Io non sono fumato!”

“Ma lo sa che il suo collega di religione, il professor Crucefixis, ha adottato il nostro testo ‘Panem et crucem’ in tutte e diciotto le sue classi, confermandolo per sei anni, e adesso va in giro con la Rolls Royce?”

“Bastardo!!”

“Oh, dimenticavo di dirle che il modulo da firmare per l’adozione e da riconsegnare in segreteria è già precompilato. Lei non deve fare assolutamente nulla, se non apporre una firmettina in calce, è contento?”

“For… forse!”

“Ma benissimo! Vedo qui che avete già in adozione il nostro testo di civiltà storica ispanica “Viva la muerte” del professor Guerrero Franco dell’Università di Guernica, mi complimento vivamente con lei per l’ottima scelta!”

“Era già in uso… vede, il docente che mi ha preceduto era un fottuto nazionalist…”

“Naturalmente dovrà far ricomprare alle famiglie anche quello perché abbiamo cambiato e reimpaginato la copertina, modificando il solo codice ISBN!”

“La copert…”

Le risultanze dell’evoluzione dell’esemplare maschio di rappresentate editoriale, si concretizzano nella presenza di un forte apparato muscolare stritolatore, probabile eredità del Boa costrictor. Il docens docens ormai non ha più scampo. I suoi libri di testo non vedranno la luce del giorno.

E io che ho solo bisogno di gettarmi indomito tra le braccia di Alberto Angela!

Il consiglio di classe straordinario (romanzo gotico)

Reading Time: 5 minutes

C’è un’aria pesante e strana oggi in classe, come quelle giornate plumbee che ti si appiccicano sulla testa al mattino e fino alla sera non ti mollano.

L’alunna Scugnizzi entra in classe esordendo d’acchitto con un incontestabile: “Professo’, mi lasci stà’ che oggi mi girano!”

“E già, Scugnizzi, e quand’è che non ti girano a te?” biascico mormorando.

La Bravetti è bianca in volto come una morta, ha le mani che sembrano di pura carta di Fabriano, e la sciarpina d’ordinanza le si incolla alla gola nemmeno fosse il sepolcro del Cristo velato di Giuseppe Sanmartino nella Cappella Sansevero a Napoli.

L’alunno Perculeggiantis entra in ritardo, non mi dice neanche “Buongiorno, cane!”.

Gli chiedo “Cos’è successo?”

“Eh, so’ stato male, Professo’!”

“Ma qui hai scritto ‘motivi familiari’!”

“E che ne so, Professo’? Io mi faccio gli affari miei! L’avrà scritto qualcun altro…”

Va be’, ho capito. Oggi si interroga. L’alunna Virginelli, repente, si giustifica battendo l’indice e il medio sul pacchetto dei Kleenex: “Professo’, posso andà’ al bagno? Ho le mie cose!”

“Virginelli, tu puoi andare in bagno quanto vuoi, ma la dovete smettere, tu e le tue comari, di prendermi per le terga. Ognuno ha le sue di “cose”!

“Sì, ma le mie cose sono le cose!”

La Virginelli da grande creerà un nuovo movimento letterario, quello del Constatazionismo e diventerà famosa scrivendo romanzi sul nulla. Come Susanna Tamaro. O Isabel Allende.

“Professo’, le posso avere anch’io le cose come la Virginelli, così non mi interroga?” mi interrompe a distanza ravvicinata l’alunno Tontarelli.

E mentre lo invito ad espormi la solita Litania Sanctorum dei verbi melliflui (che, regolarmente, NON ha studiato) mi accorgo che sono già le 8,50 e il Corbelli non è ancora arrivato.

I ragazzi lo riempono di messaggi, facendo type type sul tastierino del telefono e intasandogli il profilo WhatsApp ma nulla da fare. Neanche la madre risponde al cellulare, e questo acuisce la tensione nervosa che ormai si taglia a fette, mentre la Bravetti trema come un uccellino spennacchiato caduto dal nido.

L’ingresso del nostro bidello Antenore è perentorio.

“Toh, Professo’, circolare!”

“Antenore, ma tu a quest’ora più di tre parole in croce proprio non riesci a metterle, vero?”

Reprimo a stento un senso di contenuto ma virile stupore quando comincio a leggere che “la S.V. è tenuta a partecipare al Consiglio di Classe Straordinario che si terrà questo pomeriggio in presenza presso l’aula ‘Hermann Goering’ dalle ore 14 ad libitum per eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti dell’alunno Corb. Si consiglia vivamente di portare con sé sacco a pelo, forno a microonde e monoporzioni di melanzane alla parmigiana.”

“Corb… il Corbelli!!” Certo che, quando mi ci metto, anch’io gli do giù di equazioni successive che sembro Einstein, sembro… “Ma è ovvio! Sulla circolare il Dirigente l’ha abbreviato per motivi di privacy, ma si può avere un Dirigente più coglione? Tanto valeva che lo scrivesse per esteso. Imbecille!

La coordinatrice di classe, la Professoressa Subiudice di diritto e economia politica, mi incrocia nel corridoio. Ha il volto livido e indossa un paio di vistosi occhiali da sole, anche se a scuola è sempre buio pesto.

La De Ginocchinibus mi guarda in viso e attacca:

“Oh, Madonnina del Carmelo… Vergine benedetta di Guadalupe, ohimé, Signore Padre Santo, aiutaci, mira il tuo popolo bella Signora…”

E tutti i docenti impegnati nel cambio dell’ora, in coro, all’unisono:

“Cheeee pieeeen di giubilooooo oooggi ti onoraaaaaa!!”

“Ma si può sapere che cazzo è successo? Guardate che io mi tocco debitamente i coglioni, sapete??” osserva il Berlusconis, dopo aver fatto un corso di aggiornamento professionale di sei settimane all’Accademia della Crusca.

Una mano devota ha acceso perfino una candela a San Pio da Pietralcina.

Ci vuole la pazienza di Giobbe per arrivare alle 14, sorretti solo da un panino ipocalorico del bar e da una bibita ghiacciata. Del resto, come cantava Antonello Venditti? “La nostra vita è Cola Cola/fredda nella gola…” che, voglio dire, anche a pensare a una rima del tipo “cola/gola” ci vuole del coraggio.

“Ma mi volete spiegare una volta per tutte? Ma porco Stalin, non si fa cos…”

L’ultima vocale gli si strozza in gola, perché in quel momento entrano le pie donne che portano il sudario, il balsamo e gli olii profumati per la vestizione della salma. In confronto a loro “La casa di Bernarda Alba” di Lorca diventa un arcobaleno variopinto di colori vivaci.

Attacca mesta la Subiudice: “Colleghi carissimi, siamo qui riuniti in questo luogo di pietà e di sofferenza perché è accaduta una cosa grave e tristissima allo stesso tempo. Il Corbelli, per cui ormai solo l’Onnipotente può avere giustizia e parole di perdono, durante la prova di evacuazione, ha tocc… molest.. sì, insomma, ha palpeggiato i glutei della Bravetti, approfittando biecamente della sua funzione di chiudifila.”

“E chissà che cosa mi credevo!! Bravo Corbelli, così si fa con le stronzette. Haut lévé l’esprit révolutionnaire, come si diceva a Tirana ai tempi di quell’uomo immenso che fu Enver Hoxha!” trionfeggia il Marxistis.

La De Chattibus per la notizia ha un mancamento improvviso e viene adagiata provvisoriamente sulla porta in pietra di granito del sepolcro.

“Fatela respirare, povera anima devota a Dio! Sbottonatele la camicetta e scopritele il petto…”

“Sì, sì, dài, dài! Vogliamo vederle anche noi, mica solo l’Exlege, le due cupole della Cattedrale di Siviglia!” incalza il Berlusconis, che tanta grazia divina non la vedeva più dai tempi in cui portava i pantaloni alla zuava e cantava “Giovinezza”.

“Ma c’è di più, venebili confratelli” riprende la Subiudice “perché i genitori della Bravetti hanno minacciato di querelare non solo quello scellerato sciupator di femmine, che va be’, brucerà all’inferno assieme alla sua indegna progenie per sette generazioni ed è solo quel che si merita, ma anche tutto il consiglio di classe per omessa custodia, mancata vigilanza, atti osceni in luogo pubblico e interruzione di pubblico servizio.

“E che sarà mai? Le avrà dato solo una palpatina al sedere, così…” e tira una manata sui glutei della De Chattibus che nel frattempo ha ripreso vigore, tanto che gli sferza uno schiaffo da quindici tonnellate a mano aperta e cinque dita stampate sulla guancia.

La De Ginocchinibus, incurante del suo dolore al menisco, si inchina al centro dell’aula e si cosparge il capo di cenere giaculando “Kyrie eleison, Christe eleison…”

La Wunderbari mentre si batte il petto, mormora “Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa!”

La Nullafacentis, che non ci sta capendo assolutamente niente come al suo solito, giusto per non farci la sua solita stercofigura da antologia, si unisce alla penitenza generale stracciandosi le vesti e pronunziando in un dirotto di pianto le parole del “Miserere nobis, Domine!”

“Voi capirete, colleghi, che ci troviamo in una situazione di gravissimo pericolo per noi e per le nostre poltrone, per cui se non usciamo di qui con una risoluzione severa e ingiusta e ritrovarci in stato di detenzione dovendo dire addio a 30 anni di onorato servizio da scaldasedie. Siete voi disposti a tale onta??”

Risponde un incerto mugugnare di monosillabi consonantici.

“Propongo, dunque, che sia approvato all’unanimità quanto segue: sospensione dalle lezioni per complessivi giorni cinque per ogni natica oggetto dell’infernale libidine, oltre a successivi dieci giorni di lavori socialmente utili consistenti nell’accudire, pulire, lavare e portare a far pipì il cane Grongo, di proprietà dell’Istituto. Oppure qui finisce tutto quanto a schifiu! Chi è favorevole alzi la mano destra, chi è contrario la sinistra, che gliela mozzo.”

D’un colpo sembra di essere tornati ai bei tempi di quando c’era Lui. Il segretario, che per l’occasione redige il verbale su pergamena, intingendo il pennino nel sangue, segna compiaciuto il nulla osta di tutti.

All’uscita dai lavori, la buona bidella Cassandra corre incontro alla Wunderbari gridandole ansiosa:

“Ma che è stato? Professoré, che è stato???”

E la sventurata rispose: “Hanno ammazzato Compare Turiddu!!”

Irrompe la madre del Corbelli: in lacrime: “Fiiiigghiu!! Figghiu miu!!! A mia m’o scannaru stu figghiuzzu nicu nicu… Mariiiiiiaaaaaaa!”

E io corro subito a pugnalarmi il petto tra le braccia di mia madre.

Antologia di giudizi critici – Appendice B

Reading Time: 3 minutes

ANTOLOGIA SOMMARIA DI GIUDIZI CRITICI

“E dài! Ma perché non ci metti anche me nel libro sulla scuola? Che ti costa?”
(Le sue colleghe al cambio dell’ora)

“Se non rientra il 1 settembre la deferisco alla Commissione Medica Permanente de L’Aquila!”
(La prima Dirigente della scuola in cui presta servizio -che gli voleva bene!-)

“Professore, capisco perfettamente. Le mando subito un PC della scuola in comodato d’uso gratuito così può ricominciare a lavorare in DaD. Buona giornata.”
(La seconda Dirigente della scuola in cui presta servizio -che gli voleva bene e gliene vuole ancora-)

“Ah, lo spagnolo… Così musicale, così orecchiabile, così sensuale… come si dice ‘Ti amo’ in spagnolo, te quiero?? Olé, spagnolitooooos!”
(Quelle che vorrei-ma-non-posso)

“Lo spagnolo è facile! Basta mettere la -s in fondo e parlare in italiano.”
(I suoi alunni del primo anno alla prima lezione)

“1”
(Valutazione della sua prima prova scritta di spagnolo al Liceo Linguistico, a.s. 1979-80, matita blu su foglio protocollo)

“Ma perché, c’è differenza tra spagnolo e portoghese?”
(Alunna bocciata alla Certificazione Linguistica DELE, livello A1)

“E scì, professo’, nun saccio l’itagliano, mo’ saccio lu spagnol’, secondo te??”
(Un alunno sincero)

“Professo’, ma in Spagna ci stanno gli arrosticini?”
(Un alunno insicuro)

“Professo’, ma come si chiama il Presidente della Repubblica in Spagna?”
(Un alunno disorientato)

“Allora senti questa, Professo’… ‘Sono il fantasma Formaggino!! Vieni qui che ti spalmo sul panino…'”
(Un alunno convinto di essere spiritoso e aggiornato)

“Comodo, vero, fare l’insegnante? Tre mesi di vacanza pagati, Natale, Pasqua, ponti, permessi, malattia, 18 ore alla settimana di lavoro… provateci voi a campare con solo 3500 euro al mese!”
(Commento sul suo profilo Facebook)

“Di Stefano chi?? Ah, quello che somiglia a Nanni Moretti, sì, sì, ho capito!”
(L’insegnante di italiano dell’anno scorso)

“Messaggio gratuito: il cliente da lei chiamato, non è al momento raggiungibile.”
(Risposta standard alle telefonate in entrata durante la fine settimana)

“Ma funziona questa stampante?”
(Chiunque visiti la sua casa, nessuno escluso)

“E basta con questa radio accesa alle due del mattino su Radio Kabul, qui c’è gente che ogni giorno va a lavorare, sa?”
(Il suo condòmino vicino di appartamento)

“Si eroga la sanzione di euro 75 più spese di notifica e di rimozione del mezzo.”
(Violazione al Codice della Strada – Parcheggio in doppia fila)

“Hai il raffreddore? No, non ci vengo a darti l’estrema unzione, se Dio vuole avremo il piacere di averti tra di noi ancora per lunghi anni a rompere i coglioni!”
(Don Massimo, quello vero, già suo collega di Religione Cattolica – Messaggio WhatsApp)

“Lei non trova che siamo arrivati agli ultimi giorni di questo mondo, che l’apocalisse sia vicina e che sia necessario restaurare la sovranità di Dio sulla Terra?”
(Testimoni di Geova, domenica mattina, ore 7,30)

“Accipe salis sapientiae!”
(Il parroco battezzante, in ‘De inutilitate Valerii Stephanensis Baptisimi”)

“…perché con la parola ‘cazzate’ offendeva e denigrava la persona e il pensiero del collega Berlusconis durante un consiglio di classe, ai sensi dell’art. 595 del Codice Penale.”
(Procura della Repubblica di Teramo – Citazione diretta a giudizio per diffamazione)

“Ma quanta roba ordini on line? Guarda che non è che ogni giorno dobbiamo fare il giro di mezza città per i begli occhioni tuoi!”
(Il corriere Amazon e il postino)

“Ah, Profissori, Profissori… ci sarebbe che c’è al tilefono tilefonante la signora e profissorissa Preside che chiede urgente urgentevole di vossìa!”
(Andrea Camilleri, in “Fenomenologia di Catarella”)

“Mi sono mai permesso di fare una tesi di laurea su di Lei, io??”
(Miguel de Unamuno, poeta e filosofo spagnolo)

“L’opera narrativa del Di Stefano, soprattutto se collazionata con gli scritti della maturità del Leopardi e col dibattito dei più recenti filologici carducciani, è senz’altro da ritenersi una solenne boiata indegna.”
(Francesco De Sanctis, in Storia della letteratura italiana)

“Ciao, grande!!”
(Mohammed, vucumprà stanziale davanti al suo supermercato di fiducia)

“C’è da cambiare la calotta dello spinterogeno, pulire le candele, fare la revisione, pagare gli arretrati del bollo, le gomme sono lisce, dobbiamo sostituire le pasticche dei freni, il freno a mano, l’autoradio e la centralina. Come fa a camminare ancora questa macchina lo sa solo San Gabriele dell’Addolorata!”
(Il suo meccanico di fiducia)

“Son tre chili e rotti di castrato, Professo’, lei vive da solo, ma che cazzo ci farà con tutta questa carne?”
(Il suo macellaio di fiducia)

“Si richiedono con urgenza analisi complete del sangue e delle urine per sovralimentazione e colesterolemia.”
(Il suo medico di base)

“Paga, o merda!”
(Quinto e ultimo sollecito della bolletta del gas)

“Capra! Capra!! Capra!!!”
(Vittorio Sgarbi, in “L’arte pittorica di Valerio Di Stefano”)

“Certo, Maremma ciuca, se s’aspetta che tu telefoni te, qui a Livorno si potrebbe anche morì’ tutti sterminati!”
(Incipit delle telefonate di sua madre dopo il suo trasferimento in Abruzzo)

“Grazie, babbo!”
(Sua figlia Adele Marie, al primo gelato della sua vita)

“Grazie, babbo!”
(I personaggi di questo libro)

Anche le vongole ridono

Reading Time: 4 minutes

E’ Carnevale, e in tutte le scuole d’Italia viene concessa una giornata di ponte, non si aa bene perché, ma viene concessa. Da noi no, perché siamo i più fregnoni.

Così, per passare in modo scanzonato e alternativo l’allegria di questo sempiterno mercoledì delle ceneri, si organizza la solita partitella in un campetto di periferia, tutto poggi e buche, tra Personale ATA e Personale Docente. Gioca anche la signorina Multitasking, nell’inedito ma onorevole ruolo di secondo portiere.

Finisce sempre con sbucciature, contusioni, distorsioni, slegamenti, rotule spostate, periodi di due mesi di fisioterapia obbligatoria, medicazioni, visite ortopediche, richieste di astensione dal servizio, tibie spaccate, polmoniti da stress respiratorio, traumi cranici da scarpetta chiodata volanti, scavigliamenti maldestri, testate contro i pali della porta, incontinenza urinaria, ipertrofia prostatica, ora però anche basta.

L’arbitro, il signor Fischietti di Pagliare, solitamente interrompe la partita al quindicesimo del primo tempo e la rimanda all’anno scolastico successivo per esaurimento dei giocatori disponibili.

Ma l’evento sportivo di punta del periodo è senz’altro la strafottutissima partita di basket tra la nostra rappresentanza e la formazione ospite dell’avverso Liceo Polivalente “Archimede Pitagorico”.

Tutte le classi del nostro riverito e rinomato Istituto sono autorizzate a recarsi in Palestra per sostenere la nostra compagine. L’alunna Bravetti è tutta eccitata perché le hanno appena comunicato che quest’anno sarà fra le majorettes, e io prevedo già che col bastone da parata farà un groviglio che lèvati.

Gestisce la kermesse sportiva il nostro onnipresente professore di Scienze Motorie Lucius Blatt, coadiuvato dal collega Peppe Lu Furt’. Entrano sul parquet che sembrano Gennaro Olivieri e Guido Pancaldi di Giochi senza frontiere.

Il professor Blatt prende in mano il microfono che gli vien calato dall’alto e con la voce rotta accenna un “Buongiorno a tutti!” rotto dalla tensione nervosa del momento, cui qualcuno dagli spalti risponde con un “Sei bellissimoooo!” a mo’ di ola.

“Grazie, sorcini!” E si asciuga il sudore che già gli imperla la fronte.

“Signor Dirigente Scolastico, Signor Sindaco…”

E la presentazione si interrompe di nuovo per opera della De Sindacatiis che interviene con la sua voce da viola da gamba.

“Prondooooo?? Lucius, mi sendooooo? Ma duv’ sta lu sindac’??”

“…ecco, ragazzi, appunto, volevo dirvi che il nostro caro Primo Cittadino non è potuto essere oggi qui con noi in quanto impegnato nella firma di importanti documenti sulla riqualificazione del territorio con la costruzione di un centro commerciale multifunzionale con dieci sale cinematografiche, una da bowling e una moderna struttura per la raccolta delle scommesse clandestine, al posto di quella orrenda palude che è diventata la Riserva Naturale del Batacchio. Gli auguriamo buon lavoro col pensiero!”

Vivissimi applausi da tutto l’emiciclo.

“Siamo dunque giunti alla gara finale del torneo interscolastico locale. Alla mia destra l’unica, la simpaticissima, l’imbattibile, la invincibile armata… nella tradizionale casacca color carta da zucchero, i ragazzi del nostro Istituto, su, forza, facciamo loro un bell’applauso di incoraggiamento!”

Ovazioni dal centro-destra.

“Alla mia sinistra, nell’ormai storico completo color cacchina chiaro, l’antipatica, odiosa, supponente, disprezzabile squadra dell”Archimede Pitagorico’. Forza, ragazzi, stringetevi la mano…”

“Professo’, ci sta lu Covid!!” osserva beffardo il Corbelli che è dappertutto come il prezzemolo, o in cielo in terra e in ogni luogo, come Dio.

“Ma certo, come no, allora sempre in alto lo spirito sportivo, e che vinca il migliore! Cioè noi!!! Che dici, Peppuccio, sono andato bene??”

E il povero professor Lu Furt’, che non vede l’ora di andare in pensione e che nella scuola italiana ne ha viste più di Carlo in Francia: “‘Nu disastr’!!”

Ma ecco che, appena iniziata la partita, gli ospiti cambiano subito un giocatore. In sostituzione del n. 5, che ha tirato la palla a canestro sì, ma dalla parte opposta, regalandoci i primi tre meravigliosi punti da fuori del match, quel pirla, entra l’alunno Mwanganga Mbu Mbu, ghanese di nascita ma abruzzese di adozione, una montagna enorme di carne e muscoli umani, una macchina da guerra perfetta, gli occhi azzurri come Sterling Saint-Jacques, solo senza lenti a contatto, sei chili e quattrocento grammi alla nascita, ventisette punti di sutura alla madre dopo il parto cesareo.

Dalla parte opposta dell’area di gioco vedo il Corbelli correre come un ossesso verso l’uscita. Lo blocco mentre cerca di sgattaiolare negli spogliatoi:

“Corbelli, dove cazzo vai??”

“Professò’… voi siete tutti scemi… io quello lì non lo marco manco se mi ammazzate. Ma l’ha visto? E una saracinesca senza maniglia… è Polifemo con due occhi!!”

Il professor Lucius Blatt, che nel frattempo mi ha raggiunto, comincia a incitare il Corbelli con paroline dolci e rassicuranti: “Ma vedi, Corbelli, l’importante non è mica vincere, sai, è partecipare! Adesso però sbrigati a rientrare o ti metto due e mezzo in profitto e una nota di demerito!”

Argomento discutibile ma senz’altro persuasivo. Perché se è vero che l’importante non è vincere, è anche vero che siamo sotto di dieci punti. Non c’è nulla da fare, la palla non vuole entrare nel cesto, pare stregata. Cerchio, cerchio interno, tabellone, palo alto… niente da fare. E in più i nostri sono delle vere e proprie pappe molli, non corrono neanche ad ammazzarli.

Allora si fa avanti l’alunno Somarelli che, preso in disparte il collega Blatt, gli sussurra: “Professò’, ho certe supposte di cocaina che sono una bomba. Alto potenziale e velocità di assorbimento. Poi non li ferma nemmeno Abebe Bikila.

“Noooo, ma che cocaina, scherzi?? Piuttosto andate a chiamare quell’anima pia e santissima della bidella Cassandra, che qui ci hanno fatto qualche malefizio.

La Cassandra entra in palestra col piattino dell’olio e la candela, nera nera, pare Amelia quando vuol fondere nel Vesuvio il primo cent di Paperone. E in quel momento gli avversari segnano il punto di massimo distacco.

Il resto della partita è una noiosa ripetizione degli stessi copioni.

Qualcuno dei ragazzi mi chiede:

“Professo’, ma quando suona?? Ma non era meglio stare in classe a fare lezione?”

“Ma quale lezione vuoi fare? Se non mi hai mai studiato un verbo in vita tua!!”

“Scì, vabbuo’, però questi fanno proprio piangere le vongole, professo’!”

Il fischio finale dell’arbitro pone fine alle tribolazioni e alle sofferenze di tutti. Abbiamo perso, anzi, ci hanno proprio stracciati, e la bidella Cassandra sarà costretta, pena licenziamento istantaneo e trasferimento coatto alla sezione femminile della locale Casa Circondariale per evasione fiscale, a restituire la cinquanta euro indegnamente percepita.

“E dunque, ragazzi carissimi, la sportività trionfa sempre (‘tacci vostri!) e io sono lieto di poter premiare questi carissimi amici (sì, ma l’anno prossimo la ripagate con gli interessi, e vi facciamo un culo così!). Forza, ragazzi, applaudite i vincitori!!”

Silenzio tombale. Vergogna e imbarazzo.

“Grazie per questo entusiasmo! E allora è il momento di alzare il trofeo. Ma… dov’è la coppa d’argento?”

E mentre l’uno spirto questo disse, io mi accorgo di una leggera folatina di vento, alle mie spalle e percepisco un’ombra chiara sul pavimento.

“Corbelli, dove cazzo vai?? Posa quella coppa!!”

E perdo beatamente i sensi sulla scalinata di cemento, sognando di mia madre.

Una malattia cellulare

Reading Time: 5 minutes

Se la fatidica domanda “Professo’, posso andà’ al bar?” è uno stillicidio continuo, l’uso del cellulare in classe è un vero e proprio percussionismo scrotale che trova sollievo temporaneo solo al suono del finis, per poi riproporsi paro paro il giorno appresso, con tutto il suo spietato spappolamento di gònadi.

Lo sanno tutti, tutti, alunni e docenti, che l’uso del telefono è proibito, sia che si segua la lezione sia che si sia in servizio. E infatti tutti lo usano. Tutti, indistintamente.

L’alunno Somarelli, al suono della campanella, deve per forza raggiungere il suo spacciatore di fiducia perché, dice, la Corte Costituzionale ha bocciato il referendum sulla libera coltivazione della cannabis a uso personale e qualcosa deve pur fare anche lui. Infatti vende le sue piantine della varietà “sativa” via Wallapop per vedere se ci recupera qualche soldino, almeno per la canna della domenica.

La Bravetti stamattina è entrata in classe sditeggiando perché il fidanzo le ha mandato il bacino del buongiorno e lei deve per forza rispondere, se no quello si insospettisce, perché, magari, la sua druda a tempo perso studia anche e non sia mai.

Il professor Marxistis la redarguisce, come è suo dovere, e per vendicarsi dell’affronto subito la interroga seduta stante.

“Bravetti, parlami dell’approccio gramsciano alla traduzione delle favole dei fratelli Grimm!”

“Sì, professore, Antonio Gramsci lavorò alla traduzione dal tedesco delle favole dei Grimm durante la vile detenzione fascista. L’opera, portata avanti ai tempi delle ‘Lettera dal carcere’, aveva carattere didattico e l’intellettuale comunista la redasse per l’educazione dei propri figli. Ma tanto, professo’, che gliele dico affà’ queste cose? Tanto poi in pagella mi mette quattro!”

Ragionamento chiaro, lineare e ineccepibile. E poi cosa vuole il Marxistis, che ogni giorno si presenta col suo cellulare Made in URSS alla fine degli anni ’80, grosso come una valigia di cartone da emigrante, con il manuale di istruzioni in cirillico, la cornetta stile ufficio della Stasi, che ci si siede anche sopra e quando lo chiamano risponde sempre “Tranquillo, mi trovi sempre SUL cellulare”?

Il professor Exlege, invece, ha assoldato l’intero organico dei Berliner Philarmoniker per l’esecuzione della sua suoneria di default, l’incommensurabile Cavalcata delle Valchirie di Wagner. Dicono che per l’interpretazione si sia scomodato perfino il maestro Von Karajan in persona, tornato con regolare permesso speciale dall’oltretomba.

L’alunno Corbelli, invece, è tutto contento perché gli hanno comprato l’iPhone nuovo, quello da 900 euro.

“Ma scusa, Cobelli”, faccio io, “i tuoi genitori ti comprano un telefono che costa due terzi di uno stipendio medio di un operaio?”

“Nòne!! Ma mica me lo hanno comprato i miei genitori, professo’, me lo ha comprato mia nonna. Le ho detto che mi serviva per studià’ e quella ci ha creduto. Io le voglio tanto, ma tanto bene, anche perché la domenica mi fa sempre le lasagne alla Simmenthal che mi piacciono tanto. Le ha mai assaggiate, professò’? Fanno paura, fanno!”

Lazzarone d’un Corbelli!!

La Figoni, invece, lei il cellulare lo cambia una volta ogni quattro mesi, perché dice che se no le si graffia lo schermo e questo è contrario al suo innegabile senso estetico. Se lo può permettere. Siccome ha dieci in informatica, è diventata una esperta in materia di deep web e si è messa a vendere i suoi filmini hard ai vecchiacci bavosi e ai malviventi che popolano quelle lande virtuali disgraziate. Si fa pagare in bitcoin su un conto cifrato alle Bahamas, gira tutto su una banca svizzera dove non le chiedono niente, e quando le pare va a trascorrere un week-end a Losanna con quell’energumeno con cui sta. Vogliono affittare un appartamentino (chiaramente in nero), piccolo ma bastevole, per il loro nido d’amore e andare a vivere insieme.

Il professor Crucefixis, preoccupato, gli si è avvicinato una volta e col suo solito fare fintamente compassionevole le ha mormorato:

“Figliuola, non devi fare vile mercimonio del tuo corpo, il denaro è lo strumento del diavolo…”

“Mi piace il diavolo, è uno dei miei migliori clienti! Paga anche bene e soprattutto non fa mai domande” lo gela repente la Figoni, attaccando sotto il banco la gomma da masticare che stava ruminando ininterrottamente da tre giorni.

E il Crucefixis piglia, intasca e porta a casa. Cioè in parrocchia. Tanto lui i film porno li compra legalmente su Amazon.

In sala docenti, la discussione culturale giornaliera tra il Berlusconis e la De Estremitatis si fa accesa e coinvolgente: è meglio usare WhatsApp, Telegram o Messenger?

La Acidophili non ha questo problema, perché lei usa Viber. “Cosa volete, colleghi, quando si ha un cognome come il mio i debiti si pagano!” E abbassa la testina irsuta che aveva tirato fuori in modalità cobra reale.

Certo si è che la questione resta irrisolta. La De Estremitatis ha bisogno di una chat sicura e impenetrabile per non farsi beccare dal marito mentre riceve i messaggi dei suoi misteriosi spasimanti, perché se il puzzone la sgama mentre è in linea anziché a cucinargli quella mezza chilata di spezzatino di castrato, va a finire che la rifà nuova dalle bastonate.

Ma mentre la discussione comincia a farsi accesa, un telefono lasciato incustodito sul tavolone in truciolato ricoperto di finta formica comincia a squillare come un ossesso a tutto volume.

“Ih, che scostumati! Di una scostumatezza incredibile, proprio. Che mi devo pure sentire gli affari degli altri, io? C’ manchess’!!” sentenzia ad alta voce la De Ginocchinibus.

“Dov’è…? Ma dove cazzarola l’ho cacciato??…Ah, eccolo, finalmente… Prondoooooo??? No, se ti ho detto che non mi sendo non mi sendo! E come faccio a sendirti se non mi sendo?? Oddio me’, ma guarda che nemmeno cogli scolari mi sendo… e che cosa vuoi, sarà un probblema di connessio’, ma tu che ci hai, il Vodafòno o Uind? Ma che ciazzecca l’Iliade, mo’, io insegno matematica… ah, Iliad, so’ capit’… ‘mbè, allora è per quello che non mi sendo!”

All’Università è stata discussa una tesi di laurea in Scienze della Comunicazione sul tema “Il surrealismo nell’opera letteraria della De Sindacatiis e il flusso di coscienza come modalità narratologica”.

L’unica inflessibile coi cellulari usati in classe è e rimane la De Poppibus. Gli allievi la temono moltissimo, ma ogni tanto ne pizzica qualcuno in fondo all’aula che sacramenta: “Nooooooo!!! Sono morto!!”

Allora, fumando dalle orecchie, la pettofornita si fa consegnare l’apparecchio dal malcapitato beccato a farsi un giro di giochino elettronico di soppiatto, glielo sequestra, verga una nota disciplinare lunga tre chilometri in sessione PL (Pubblico Ludibrio) e porta il tutto in presidenza, dopo aver convocato i genitori. I quali arrivano regolarmente con bastoni e spade per manargli di brutto, ma siccome lei porta pure coppe e denari, come diceva Troisi, gli rende pan per focaccia a tutti e il vile inimico si ritira stile disfatta di Barletta.

Il nostro bidello Antenore deve invece sentirsi col suo collega Agesilao, che presta servizio nell’avverso Liceo Polivalente “Archimede Pitagorico” per compilare la schedina settimanale, che questa settimana se il Cittadella vince in trasferta a Pisa si beccano un mucchio di soldi e lui paga i debiti al bar. Così suona la campanella due minuti prima e io vo’ grato a quel nobiluomo per la salvazione del personale scolastico.

Solo che quando mi avvio verso la meta dell’agognata uscita, la veggente ufficiale del nostro istituto, la buona bidella Cassandra, mi blocca al centralino e mi fa:

“Professò’, c’è un genitore al telefono… brutto segno! Secondo me ti hanno fatto una fattura, ti devo togliere il malocchio… passa domani che con cinquanta euro risolviamo tutto! Che faccio, te lo passo direttamente sul cellulare??”

E io che penso solo a morire, meschino, tra le braccia di mia madre.

Il bar

Reading Time: 4 minutes

Il bar è il bar, non ci sono santi.

Esiste da sempre e da sempre esisterà, come le monadi di Leibniz, il motore immobile o il bosone di Higgs.

Il bar apre qualche minuto prima delle otto. E’ stato raggiunto questo accordo diplomatico perché se no scoppiava la guerra termonucleare globale e i primi ragazzi a raggiungere il sacro suolo dell’Istituto avevano preannunciato lo sfondamento della porta e l’occupazione coatta dei locali stile Putin con l’Ucraina.

Perché i veri protagonisti della vita degli alunni non sono lo studio e l’abnegazione, no, sono il telefono cellulare e la fame.

Una fame atavica, antica, gridata a gran voce come fanno i bambini che nascono, che pare non ci sia un domani e che si calmano solo quando viene loro concessa la tetta, il cibo.

La De Poppibus, che di allattamenti ne ha avuti svariati e prolungati, e si vede pure, prima che la chiave del bar giri nell’ormai logora serratura avverte tutti gli astanti: “Non guardate me o vi piglio tutti a ceffoni!!”

Due minuti dopo, il tempo che la macchinetta del caffè si riscaldi, che il barista si sia messo la parannanza, che siano state deposte nelle vetrine le deliziose cibarie scongelate e cotte al forno elettrico che sostengono gli stomaci dell’intiera progenie scolastica, che il buon bidello Antenore si sia tolto le orrende cispe dagli occhi ancora appiccicati di sonno, arriva la Wunderbari e il barista si mette direttamente sugli attenti risvegliandosi istantaneamente come da un torpore sempiterno che nemmeno un’endovenosa di caffeina:

“Professoré’, il solito orzo lungo macchiato con latte di soia e cannella?”

“Sì, caro, ma mettimici doppio zucchero e cacao, mi raccomando, che ho fatto l’amore tutta la notte provando tre nuove posizioni yoga e ho bisogno di energie nuove e rigeneranti per il mio kharma!”

E il primo svenimento per mancanza d’ossigeno e di respiro della giornata è assicurato.

Il buon bidello Antenore, esaurite ormai le sue abluzioni a secco, va di caffè macchiato e cornetto alla Nutella. Allora il barista tira fuori direttamente il secchio da 5 litri ripieno di crema spalmabile (non possiamo permetterci forniture più piccole, a scuola c’è da sfamare un esercito, sapete?) e ne schiaffa una mestolata informe sul cornetto ancora congelato. Tanto chi se ne frega, Antenore non paga mai e ha una lista di debiti più lunga di quella di Imelda Marcos nel suo negozio di scarpe preferito.

La signorina Multitasking, che arriva di lì a poco, col tacchettio affrettato che la contraddistingue, si pianta davanti al bancone e chiede (anzi, ordina perentoriamente): “Un caffè!”

“Normale, lungo, ristretto, macchiato…?” le fa il barista, cercando di essere vagamente un po’ gentile.

“Fatte li cazza to’!”

E così lo secca sull’istante. Non c’è nulla da fare, ormai è il suo tormentone preferito.

Il bar comincia a mostrare il meglio di sé verso le 8,30, quando finalmente arrivano le maledette liste.

Le liste sono una rottura di palle quotidiana micidiale. Ogni giorno che Dio mette in terra, alla prima ora gli alunni si prendono “alcuni minuti” come da circolare, per mettere una croce a matita sull’elenco dei panini e delle vivande salvavita disponibili, per poi consegnarlo alla bidella, che lo consegna al bar, dove poi uno dei rappresentanti si reca in orario prossimo all’inizio della ricreazione per pigliare il panierino ricolmo di quanto ordinato.

Sembra una stupidaggine, ma è un vero e proprio Calvario. Primo perché gli alunni non sono mai puntuali, secondo perché non sanno mai che cazzo prendere (“Le patatine alla paprika… no, al curry, no, aspetta, alla cipolla, ma no, prendimi i Fonzies!”), terzo perché non hanno i soldi e li chiedono al docente a titolo di comodato d’uso gratuito. Per fare una croce impiegano mezz’ora, per tirar fuori le monete altri cinque minuti (“Professo’, me s’ha sfunnat’ la tasca!!”) e per consegnarla altri due minuti a passo lento, stile Marcia Funebre di Chopin.

Ma la vera, autentica, maledetta, insidiosa, pericolosa portata della purtuttavia variegata offerta formativa del bar è lei, l’odiatissima mezzaluna tonno e sottaceti. Pare che il professor Exlege l’abbia ordinata un giorno per errore e l’abbiano subito arruolato in Corea del Nord per un conflitto chimico-batteriologico segretissimo, non prima di aver passato una mattinata nel premiato bagno docenti intestato alla buonanima di Rudolph Hess, da cui ha fatto le ultime tre ore di lezione in DaD mentre rimetteva l’anima agli spiriti protettori dei suoi avi.

Pare che le reazioni dei succhi gastrici con l’agglomerato e col suo ripieno siano tuttora misteriose, e che anche la nostra benemerita insegnante di chimica, la professoressa Tabula Elementii, abbia dato forfait.

Fatto sta che il Corbelli, quel bastardone, ogni santo giorno cancella l’ordinazione del panino da un euro con prosciutto cotto del compagno Maneschibus, perché proprio non lo può vedere, e la dirotta perfidamente sulla mezzaluna in questione, divertendosi come un matto a veder correre il malcapitato in bagno e cronometrando i tempi di effetto dei sottaceti finemente tritati sull’apparato gastro-enterico.

Alle 11,05 il bar è completamente svuotato. Restano solo le croccantelle al ketchup che ti guardano di sbieco, anche loro, dall’alto del loro sapore disgustosamente acidulo, qualche caramella sparsa, e le Halls-Mento-Liptus al triplo mentolo anodizzato, che quelle le compra solo la Acidophili per mascherare l’alito che le sa di curaro.

Ma è proprio quando il morbo infuria e il pan ci manca che il genio indiscusso del barista viene in soccorso agli affamati. E’ allora che si tirano fuori le razioni K, gli stramaledetti calzoncini mozzarella e pomodoro, nelle loro immarcescibili versioni, fritti e al forno.

Quelli al forno sono sufficientemente gestibili se mangiati a temperatura di fusione. Solo che se ti fuoriesce il ripieno sei fregato. Il professor Crucefixis, cui, pure, l’appetito non manca, addentandone uno si è visto colare il magma su una mano ed è immediatamente corso in sala insegnanti ad annunciare, coram populo ed urbi et orbi, di aver ricevuto le stimmate. Il professor Marxistis, che nel frattempo passava l’ora di buco leggendo “l’Unità” (è rimasto l’unico lettore, ormai), lo ha squadrato e ha sentenziato un “Ma vatti a coricà’, imbecille!” degno del miglior Politburo del PCUS.

Quelli fritti non c’è nulla da fare, assorbono l’olio di colza, regolarmente riciclato, sono ricchissimi di acroleina, si freddano in cinque minuti, ti si piantano sullo stomaco e lì rimangono in saecula saeculorum, amen. Ci vorrebbe un Fernet Branca, ma purtroppo al bar sono rigidamente proibite le bevande alcoliche. Se ti fai amico il barista, tuttavia, puoi ottenere sottobanco una bottiglia da mezzo litro di Idraulico Liquido, che è sempre meglio di niente.

Il bar chiude definitivamente alle 13. Il barista pulisce e l’ambiente puzza orribilmente di detersivo per pavimenti.

“Professò’, ci è rimasto un calzone fritto prosciutto cotto e formaggio, lo vuoi?”

E io che vorrei avere il teletrasporto per gettarmi sconfortato tra le braccia di mia madre.

Gli studenti assaltano Confindustria

Reading Time: 2 minutes

Sui social si parla insistentemente, e con viva approvazione, dell’assalto alla Confindustria da parte degli studenti di Torino, la cui notizia è rimbalzata un po’ qua e là sui giornali. Lo screenshot che vi riporto viene dal “Corriere”.

Non si sa, di preciso (o, almeno, dallo screenshot non risulta), a favore di che cosa lottassero questi studenti, ma c’è gente che li approva incondizionatamente, gente che dice che “poverini, sono stati due anni in DaD incollati davanti a un computer e hanno dei disagi!” Hanno dei disagi? Ma qui si rasenta il patologico! Prima di tutto non mi risulta che la DaD sia tutto questo gran male assoluto, secondariamente, li hanno avuti solo loro i disagi? Voglio dire, le scuole, i docenti, gli uffici di segreteria, non hanno dovuto reinventarsi da zero per correre a salvare il salvabile? Eppure io, per esempio, ad assaltare la Confindustria non ci sono mai andato.

La Confindustria è una cosa cattiva? Forse. Gli studenti non sono preparati ad affrontare il prosieguo delle lezioni in presenza o gli Esami di Stato? Magari anche sì. Ma, cazzo, è da settembre che sono di nuovo in presenza, è trascorso un quadrimestre, hanno rivisto i loro compagnucci, senza i quali evidentemente la scuola non si fa, i loro professori (di cui, francamente, gli è sempre importato una veneratissima), sono tornati a fare le stronzate a ricreazione, alla “normalità” che tanto agognavano, e ora, siccome non sono in grado di fare un paio di scritti, o sono stati costretti a passare del tempo davanti a Meet piuttosto che su TikTok o Instagram a cercare di fare quello che di solito non fanno, cioè studiare, allora assaltano la Confindustria, così per sport e perché gli garba?

E sarebbero questi i salvatori della patria? Quelli che dànno una lezione (ah, loro sì, e mica in DaD, no, a suon di picconate, come Cossiga!) al potere costituito? Quelli che ci toglieranno dal marciume istituzionale? Ma con cosa la vogliono fare la loro in-voluzione, a colpi di manifesti bruciati e fumogeni?

E tutti a dire “bravi, bravi!” oppure “sono il nostro orgoglio e il nostro futuro”. Il mio futuro? Loro?? Ma io ho paura del mio futuro!

Certo, forse loro non molleranno troppo facilmente. Ma gli conviene?

Be my Valentine

Reading Time: 3 minutes

Una delle sciagure periodiche che si abbattono annualmente sul Beato Istituto è il San Valentino.

Perché puntuale come una multa per divieto di sosta non pagata arriva l’iniziativa “Ti regalerò una rosa”, sostenuta fortemente da un progetto pagato coi soldi pubblici, vòlto a favorire l’interazione e l’amicizia tra gli alunni, ma soprattutto le alunne.

L’iniziativa, di per sé, non sarebbe nemmeno tanto schifosa. Chiunque può decidere, anche in forma anonima, di inviare a prezzi popolarissimi e da taverna polacca dei tempi di Jaruzelzki una rosa a un qualsiasi destinatario, alunno o professore che sia.

I rappresentanti di istituto hanno cominciato a rompere i coglioni con questa storia fin da dieci giorni prima.

“Professore, ci scusi tanto se interrompiamo la sua lezione, ma volevamo segnalare alla classe l’iniziativa dell’Istituto per il 14 febbraio…”

“Che poi è sempre la stessa da quindici anni!” chioso non senza una reazione di fastidio.

“Esatto! Ma siccome i ragazzi sono del primo anno, volevamo brevemente esporre quest’ideona einsteiniana anche a chi non la conosce…”

E giù venti minuti di sproloqui, istruzioni (eh, i ragazzi non hanno il “know-how”, e allora cosa ci vuoi fare??), risposte alle domande della classe, al punto che perfino il Corbelli si è rotto le balle di San Valentino e ha tirato fuori la fionda per cacciarli in malo modo (il Corbelli ha una mira impressionante, colpirebbe un passerotto lontano un miglio…), e io gli metto otto per l’eccezionale contributo al dialogo formativo.

All’ora successiva vado in terza, dove qualcuno ha avuto la fulminante idea, nel frattempo, di appiccicare una fetta di prosciutto cotto al soffitto, sfidando ogni legge di gravità e qualsiasi principio della termodinamica, al punto che la supplente di fisica è arrivata alla conclusione che la scienza non può spiegare tutto e dove non può arrivare arriva la fede nell’ignoto. Ovviamente subito dopo ha presentato domanda di riconversione della sua classe di concorso verso la Religione Cattolica e nell’attesa dell’esito si è messa in malattia accusando sindrome ansioso-depressiva perché questi delinquenti le hanno stravolto tutti i principii su cui aveva basato una vita intera di studi.

“Professore, ci scusi tanto se interrompiamo la sua lezione… ma lei non era quello di prima?”

“Eh, sì, ma si dà il caso che il tempo scorra e che il mondo giri! Levàtevi subito dai cabasisi!”

Mi sono salvato.

Il giorno precedente la festività degli innamorati si compie il rito ancestrale dello scrutino. Il nostro veneratissimo dirigente scolastico siede sullo scranno e, come per le elezioni del Presidente della Repubblica, conta le preferenze espresse.

“Figoni… Figoni… Figoni… Wunderbari… bianca…”

Ormai il risultato, per il quinto anno consecutivo, è scontato. Vince la Figoni di un soffio sulla Wunderbari. Fasci di rose come se piovessero giungono nella sua classe ma lei non li degna neanche di uno sguardo. Delega direttamente al suo erculeo fidanzato il compito di fare le public relations e di rispondere uno a uno al suo fiume di ammiratori. Allora il tipo prepara un breve messaggino di cortesia e lo spamma a tutta la sua rubrica telefonica: “Grazie dei fior, anch’io ti farò un mazzo così!”

Tra gli insegnanti, oltre alla prevedibile Wunderbari, hanno ricevuto fiori anche la De Poppibus, che ha già detto che terrà cara la rosa tra le zinne e la schiaccerà con tutta la loro potenza distruttiva, la De Estremitatis e, inaspettato, il professor Bassettini di matematica, che fa dei culi grandi come ceste di vimini da vendemmia ma che ha le sue fans.

La rosa per la De Estremitatis costituisce motivo di dibattito acceso e serrato. C’è chi dice che è stato quel coglione del Corbelli che voleva vendicarsi del quattro affibbiatogli e che gli sta meglio di una camicia nuova di flanella. Un’altra scuola di pensiero, più peripatetica, sostiene che la De Estremitatis sia addirittura rinata, dopo l’anonimo omaggio floreale.

Fatto si è che la tapina non fa altro che domandarsi chi sarà stato il misterioso spasimante che ha investito due euro per farle presente d’un fior caduco. E questo le dà nuova energia vitale, meglio di un ciclo di cure antidepressive col Prozac.

Il fioraio però si spazientisce. Vuole essere pagato e ha anche ragione, ma i conti non tornano. Mancano due euro e al loro posto c’è una cicca masticata, prova provata del misfatto compiuto. Certamente, come diceva Hitchcock, qualcuno (il Corbelli) aveva usato qualcosa (una cannula di penna BIC con una gomma americana appiccicata in fondo) per pescare una moneta con cui finanziarsi i beveraggi alla macchinetta.

“Corbelli, dove cazzo vai? Rientra in classe!” gli urlo.

Ma quell’anima inquieta mi restituisce un sonoro pernacchione e io svengo tra le braccia di mia madre. O fra quelle della De Chattibus, dipende.

Il Festival di Sanremo

Reading Time: 3 minutes

All’ingresso odierno nel Venerato e Venerabile Istituto noto subito che il buon bidello Aristide è di singolare buonumore.

Dopo essere stato messo a dieta stretta e vegetariana dai medici che lo hanno curato ha perso un po’ della sua panza ed è contento perché la Wunderbari gli passa le ricettine vegane e lui si lustra gli occhi.

Canticchia tutto contento e mi fa: “Buongiorno professo’, l’hai visto Sanremo?”

“No. Perché, dovevo?”

“Ah, m’ha piacit’ tant’!!”

“Buon per te. Cos’è quella cofana di insalata mista che ti stai diluviando??”

“Eh, me l’ha portata la Wunderbari! Quella donna è proprio generosa, ma soprattutto bella dentro.”

E io ci credo! La bellezza “interiore” della Wunderbari è come l’assunzione in cielo anima e corpo di Maria Vergine, è un dogma, e la Santa Sede se ne sta già occupando, sì, sì, come no…

In sala docenti la discussione tra il Berlusconis e il Crucefixis sembra raggiungere livelli sublimi di interscambio culturale.

“Tu pensala come vuoi, ma per me Jovanotti è molto, molto, ma molto maturato!” esordisce il Berlusconis, esaurendo in una frase la sua possibilità quotidiana di starsene zitto.

“Hai ragione, hai ragione…” mugugna il Crucefixis. “Tu pensa che vorrei fare un’UDA interdisciplinare sull’esegesi pastorale di ‘Sono un ragazzo fortunato’. Sai, vorrei inserirla nel libro dei canti della Chiesa. Bach e Mozart sono così desueti…”

Imbecilli.

Al bar mi ferma possente la De Poppibus. Sta consumando con attenzione il suo ginseng preventivo. L’aspettano sette ore di lezione e deve darsi la carica.

“Ma che mi dici di Sanremo?”

“Ma io, veramente non…”

“Ah, che bello Gianni Morandi. L’hai sentita la canzone? ‘Sceeeeende la pioggia ma che faaaaa…'”

E’ inutile. La De Poppibus avrà anche due sise come le corna di un ariete di sfondamento medievale, ma quanto a cultura canterina è rimasta ancorata alla Canzonissima del ’69.

Mi decido ad andare in classe, dove trovo quella faccia di Pasqua rotonda e quegli occhietti vispi della Bravetti. Da quando si è fatta il fidanzatino (lu spos’) è ancora più carina, ma non ha perso affatto il suo proverbiale senso di rompere i coglioni al prossimo.

“Professo’, l’ha seguito Sanremo?”

“No, Bravetti, non l’ho proprio visto. Cosa vuoi farmi, vuoi negarmi anche il diritto di essere un pochino razzista?”

“Ma c’era Elisa!”

“Ecco, proprio per quello non l’ho visto!”

“Io, professo’, ho deciso cosa voglio fare da grande. La rappresentante di Lista!”

“Ah, vuoi controllare i voti alle elezioni per il tuo partito politico?” (che pirla che sono quando faccio di queste domande!)

“Ma no, professo’, che dice? Io voglio cantare! Quella che fa ‘con le mani, con i piedi, con il culo ciao ciao…'”

E muove le mani, zompetta e sporge il posteriore a tempo di musica.

“E poi mi voglio chiudere in bagno, ballare, farmi i videi (il plurale, Bravetti, il plurale!) e poi li posto su TikTok, faccio una freca di soldi e divento una influencer con milioni di followers!”

“Bravetti, ma tu sei la migliore della classe…”

“Sì, lo so, ma tanto che studio a fare se mi mettete quattro in pagella?”

E tu prova a darle torto. E anche la Bravetti quest’anno ce la siamo giocata.

Il Corbelli interviene nella discussione con il suo quotidiano contributo al dialogo formativo: “Eh, professo’, ma l’ha visto Achille Lauro? Si è battezzato!”

“Nel Giordano?”

“Ma nòne!! Alla televisione. Quello è fregno, professo’!”

“Corbelli, anch’io sono stato battezzato, ma mica per questo vado a fare lo scemo davanti a trenta milioni di telespettatori!”

Ho fatto centro. Il Corbelli si tace e, tanto per non saper cosa fare nel frattempo, si mette a smontare il banco con certosina diligenza. Almeno per un po’ sta buono.

L’alunno Chiarini, quello con la maggiore chiarezza espositiva, mi chiede cosa io ne pensi di Drusilla Foer.

“Assolutamente nulla!”

“Ma ha parlato dell’unicità!”

E il Corbelli, che nel frattempo ha svitato le zampe del banco col temperino, gli fa il controcanto: “Quella è lesbica!”

“Ma no, è gay!!”

“Ma figurati, è trans!”

“Ma sei scemo?? E’ una LGBT!!”

“Ragazzi, non è niente di tutto questo. Semplicemente perché Drusilla Foer non esiste. E’ un personaggio inventato. E l’attore che la interpreta guadagna più soldi della Bravetti che ballonzola su TikTok.”

Silenzio di tomba. E’ stato come rivelare che Babbo Natale sono mamma e papà.

“Ma dài, professo’, se non esiste Drusilla non esiste nemmeno Iva Zanicchi!”, echeggia una voce indistinta dal fondo dell’aula.

E io che non vedo l’ora di uscire e immortalarmi tra le braccia di mia madre.

Roseto: Il mio “Nunc et in hora mortis nostrae” è libro di lettura nella Scuola Primaria di Voltarrosto

Reading Time: < 1 minute
Nel progetto “Letture ad alta voce” della scuola primaria di Voltarrosto (zona Moretti) hanno cominciato a leggere il mio racconto lungo “Nunc et in hora mortis nostrae”. Bambini curiosissimi. Una alunna ha già cinque domande per me. Se le è scritte sul quadernino e mi hanno invitato per una lezione. Sono entusiasta, commosso, curiosissimo. E naturalmente tronfio e sussiegoso, come al mio solito. Quello scritto è del 1995. E continua a perseguitarmi. Bene così.

Gli studenti e i “nuovi” (vecchi) esami di Stato

Reading Time: 3 minutes

Sono lì, di nuovo in agitazione.

Sono gli studenti che protestano per la reintroduzione delle prove scritte all’esame di Stato (ex Maturità).

Lamentano di essere stati discriminati da una decisione ministeriale quanto meno “anomala”, quella che reintroduce la prima prova di italiano valida per tutti gli indirizzi di studio, e la seconda prova di indirizzo, scelta e approntata dalle commissioni interne.

Tutto ciò perché, dicono, sono stati tre anni in DaD. Il che non è vero perché le lezioni di questo anno scolastico (il quinto per loro) si sono sempre svolte in presenza per disposizione, e in DaD ci sono andati solo gli alunni positivi e quelli a stretto contatto con loro.

Dicono che molti di loro sarebbero stati svantaggiati perché non avevano i “device” (perché dire “dispositivi” è troppo lungo e faticoso) adeguati. Ma se stanno sempre e costantemente a chattare sui loro telefonini via WhatsApp! Cosa hanno paura, di consumare i loro preziosissimi giga? Sappiano allora che anche i loro insegnanti, soprattutto all’inizio della pandemia, hanno messo a disposizione della scuola le loro connessioni e i loro mezzi personali e PRIVATI (che pagano con i LORO soldi). Fanno spesso da “router” all’amico, all’amichetta, al compagno di banco, regalandogli un po’ delle loro preziosissime risorse telematiche, non sono capaci di regalare a loro stessi tempo e connessione per seguire una lezione a distanza?

Le scuse cambiano la forma ma non la sostanza. Come quando, da piccoli, dicevano “non ho il libro, il cartolaio non me lo ha ancora portato”. Ma, dico io, c’è Amazon che te lo porta a casa in pochi giorni col 15% di sconto e tu vai ancora dal cartolaio? Strani ragazzi, strani davvero.

Fatto è che, siccome negli ultimi due anni si è fatta lezione a distanza e gli esami consistevano nel maxi-orale semplificato, dicono che l’anomalia di cui sopra è quella di tornare agli scritti, dimenticando che la sola prova orale era la VERA e UNICA anomalia e che questa è la tanto agognata “normalità” a cui vaccini e greenpass ci hanno accompagnato. Che poi sono gli stessi vaccini e greenpass che vi hanno portato ad accedere di nuovo ai bar e ai vostri amati Spritz, e che vi porteranno a brevissimo tempo a tornare a ballare in discoteca senza mascherina. Si può sapere che diàmine volete?

Dicono che non sono in grado di affrontare una prova così impegnativa. Ma “impegnativa” de che? Sono arrivati in quinta, dovrebbero aver acquisito conoscenze e competenze adeguate per affrontare la scelta tra sette (dico, sette!) quesiti d’esame allo scritto di italiano. Dice “eh, ma c’è da fare l’analisi del testo, il saggio breve, il tema di storia…” e va be’, santa pazienza, ma l’analisi del testo si fa dal primo anno! Come hanno fatto ad arrivare in quinta senza una competenza così fondamentale? I temi o i questionari di storia si fanno dalla notte dei tempi, per i saggi brevi ci sono le guide dei testi di riferimento, non ci dicano che non sanno leggere e fare un po’ di analisi e sintesi, perché allora, semplicemente, non dovrebbero essere all’ultimo anno.

“Eh, lo so, ma metti che esce un autore che non abbiamo fatto in classe col prof, come facciamo a parlarne?” Ma non ne dovete parlare. Dovete solo cogliere i nuclei linguistici, formali e caratterizzanti quel testo, non inquadrare l’autore e la sua produzione letteraria nel dibattito culturale del suo tempo (a meno che non vi venga espressamente richiesto).

“E la seconda prova?” Eh, quella la formulano i membri della commissione o del consiglio di classe. Insegnanti che vi conoscono e che sanno fin dove si sono spinti con il programma svolto. Siete più che garantiti da questo punto di vista.

“Ma è difficile!” E certo che è difficile, siete abituati a considerare la scuola come una passeggiata da copia-incolla, siete abituati a vivere di pane e Wikipedia (anzi, a volte nemmeno il pane!), pe UNA volta (dico UNA) cercate di produrre qualcosa di vostro, di originale, di confrontarvi coi problemi, di risolverli, di dare un contributo personale a questo schifo di società, fatevi vedere per quello che siete, non siate solo “la copia di mille riassunti”, come cantava Samuele Bersani.

Perché là fuori non vi faranno sconti, sia che decidiate di andare a lavorare, sia che optiate per proseguire con l’Università.

Ma loro non mollano. Ma gli conviene?

I gruppi di WhatsApp

Reading Time: 5 minutes

I gruppi scolastici su WhatsApp sono una vera e propria piaga sociale, un castigo di Dio, una catastrofe comunitaria.

C’è un gruppo per tutto. Per il collegio docenti, per i consigli di classe, per le riunioni di dipartimento, per le singole materie e per quelli che inciampano ogni giorno alle cinque e mezza. Oltre a questo, gli alunni, quelle carogne, hanno i loro gruppi rigorosamente vietati ai maggiori di anni 18 in cui si mettono d’accordo su quale insegnante vessare il giorno dopo, e i genitori, ma soprattutto le mamme, prontissimi e sul piede di guerra per difendere i loro figliuoli che, poverini, hanno il solo difetto di non studiare e non è giusto affibbiargli una insufficienza solo per questo.

Comincia tutto con la figura sinistra ed apparentemente empatica del coordinatore di classe che ti ferma per il corridoio mentre stai raggiungendo l’uscita per andare a casa, ti sorride e ti fa: “Senti, volevo dirti che con gli altri colleghi stiamo creando un gruppo WhatsApp per coordinare un gruppo di studio sul caso comportamentale dell’alunno Corbelli e sulle strategie da porre in essere (cosa ci vuole a scrivere “calci in culo”?). Tu naturalmente sei dei nostri, e allora ti iscrivo!”

Cioè, non ti chiede “Vorresti partecipare?? Ti fa piacere??” Ti aggiunge e basta. E tu non puoi dirgli di no, un po’ perché passi da antipatico e rompicoglioni, un po’ perché non vedi l’ora di toglierti il coordinatore dalle balle e mandarlo a spigare. “Tanto cosa vuoi che sia, saranno sì e no uno o due messaggi al giorno!”

Ora, se c’è un errore frequente nella professione dell’insegnante è quello di sottovalutare le persone e le realtà che si hanno davanti, perché l’unica persona in grado di respingere tutto il massacro quotidiano di messaggini e di bip-bip è la De Poppibus, che ha ancora il Nokia 3310, comprato usato d’occasione quando c’era ancora la lira e ancora perfettamente funzionante (e chi li distrugge quegli apparecchi lì??). Sa solo accenderlo, spegnerlo e rispondere alle chiamate. Ha la scheda della Coop e la ricarica ogni volta che va a fare la spesa per la sua truppa con i punti accumulati con gli scontrini. Praticamente un vitalizio. Naturalmente non telefona a nessuno perché non lo sa fare. Un alunno gli ha chiesto se gli prestava il cellulare per giocare a Snake e lei gli ha mozzato le mani.

La caratteristica principale ed irrinunciabile dei gruppi WhatsApp è quella che tutti parlano di tutto meno che del tema per cui sono stati creati. Per cui ognuno scrive dei cazzi suoi. Ma allegramente, senza pensarci, perché il virtuale è tanto, tanto bello.

E così, alle 6 in punto arriva il primo messaggio di saluto e augurio di buona giornata scolastica da parte del venerato Dirigente Scolastico Ferocius De Leonibus, con allegato il testo in PDF della benedizione apostolica “Urbi et Orbi” e un santino propiziatorio.

Alle 6,01 un punto (ci puoi rimettere l’orologio atomico di Greenwitch!) gli risponde quell’anima pia e penitente della Nullafacentis: “Buongiorno, caro Preside, buongiorno a tutti, stimatissimi colleghi!”

Dopo cinque minuti è il turno di quell’essere ignobile del professor Exlege: “Stimatissimo? Io? Ma se quando mi incontri a scuola manco mi saluti! Mi stavo facendo un giro di letto con la De Chattibus e mi hai interrotto proprio sul più bello. Ma non ce l’hai un marito, un compagno, un amante, un gigolò che ti sollazzi a quest’ora del mattino?”

Naturalmente non c’è risposta. La Nullafacentis si trincera sotto il suo sorriso buonista ad oltranza, incassa il colpo come avrebbe fatto Cassius Clay con George Foreman, e replica con un cuoricino. Che non c’entra un piffero ma fa tanto “social”.

Alle 7,30 giunge canterino il bip del messaggio della Wunderbari che sta facendo colazione e posta un link con la ricetta dei biscotti vegani al sesamo, senza uova, senza burro, senza latte, senza olio di palma, senza glutine, senza acqua, senza zucchero, senza niente.

“Boniiiiiiii!! Io invece mi sto a magnà’ il maritozzo con la panna, vedi un po’ tu!” le risponde perfida la Acidophili, e così la manda a stendere.

“Amo’, passa in rosticceria e compra quattro porzioni di timballo alla teramana, che oggi ci mangiamo quello!” E’ la De Estremitatis che, tanto per cambiare, sbaglia destinatario e ci ragguaglia del menu del giorno. E’ bellissimo che chiami ancora suo marito “amo'”, nonostante le corna che le mette con cadenza settimanale. E anche che il timballo alla teramana riesca in parte, tra pallottine di carne e mozzarella (ma c’è chi preferisce la scamorza passita), riesca a ricomporre una crisi familiare.

“Ragà’, io non ce la faccio più, il Corbelli mi dà il tormento. Ha dato fuoco al cestino e mi ha pure appiccicato la cicca da masticare sulla cattedra per cui ho tutti i compiti della classe che sanno di fragola, che faccio?”, ci interpella ansioso il professor Crucefixis di religione.

E qui si apre il dibattito sempiterno sull’applicazione del regolamento.

“Tagliagli le balle e mandalo a cantare da mezzosoprano nel Coro delle voci bianche della Cappella Sistina!”, risponde premuroso il Marxistis, che in queste cose è letteralmente implacabile.

“Ammettiamo pure che il Corbelli abbia dato fuoco al cestino. Ammettiamo anche che si tratti di un reato penale, ammettiamo che i genitori siano stati messi al corrente dal coordinatore, ammettiamo che il ragazzo sia minorenne, mi dite voi cosa diavolo ce ne frega a noi? Che se la sbrighi il consiglio di istituto, visto che non fanno un piffero dalla mattina alla sera e che la competenza è loro. Troppo comodo prendersela con noi poveri insegnanti, costretti ogni giorno a vessazioni di ogni tipo. Ma basta!! Vero amore mio??” chiosa repentina la De Chattibus, che deve aver finito con l’Exlege e sfodera la sua immarcescibile verbosità.

La Subiudice, invece, la pensa diversamente: “Controlla la media dei voti. Se il decimale è inferiore a 0,5 abbassi il voto per difetto, se è superiore lo arrotondi per eccesso.” Tipica risposta di chi è abituato ad applicare la legge in modo letterale e in maniera salomonica.

“Ragà’ a chi? Scostumato di uno scostumato che altro non sei! Abbi più rispetto per i colleghi anziani, che io me ne vado in pensione e non voglio più vedere la tua faccia di prete della malora!” eccheggia la De Ginocchinibus, mentre si appresta a rincorrere il cane che le ha fatto la pipì sul divano nuovo, delinquente d’un delinquente.

Verso l’una è di nuovo il turno della Nullafacentis che, come il Papa, augura buon pranzo e buon relax a tutti.

“Io sono in orario fino alle 14,40, sto con un panino del bar da un euro da stamattina. Se tu ti decidessi a venire a lavorare, qualche volta…”, conferma di nuovo l’Exlege, che la Nullafacentis proprio non la può soffrire.

“Per le firme sui tabelloni degli scrutini oggi non contate su di me. Sto guardando Forum su Rete 4 e dopo c’è una replica della milionesima puntata di ‘Sentieri’!” Il numero non è associato ad alcun nominativo, ma lo sappiamo tutti che è il Berlusconis che si bea con i suoi programmi culturali preferiti.

“Sentieri?? Figo!! Come sta Beth? Ha sempre la tisi?” rimbalza la Acidophili, che confonde “Piccole donne” con una soap-opera. Tanto che la supplente di fisica commenta con un pollice alzato, non si sa per quale motivo.

Dopo uno scambio di un’ulteriore decina di messaggi sul ponderoso argomento, arriva la quiete prima della tempesta. Il silenzio stampa sul canale è dovuto principalmente al fatto che ognuno ha di meglio da fare o, più semplicemente, è esausto o sta usufruendo dell’ora d’aria.

Ma alle 23,20 giunge, puntuale come un treno svizzero, la comunicazione della signorina Multitasking, della segreteria docenti: “Venite tutti quanti a firmare la domanda di ferie domattina se no ve le do d’ufficio e ve la vedete voi assieme alle anime dei vostri antenati in Purgatorio.”

“Ma scusa, Multità’, la firma non si potrebbe fare ollàin? Io ci ho il compiute’ che non mi sendo, ma quanto a scrivere saccio scrivere, e tengo pure l’àifon e lu tàbblet!” rincara la De Sindacatiis.

“Fatte li cazza to’!” conclude la Multitasking, con un verso ermetico, in confronto al quale Ungaretti diventa una carrettata di bucce di patate.

E io sprofondo di torpore tra le braccia di mia madre!

Le studentesse su TikTok

Reading Time: 4 minutes

Tutte le volte che ho fatto il coordinatore di classe ho pensato che mi ci volesse una laurea in Scienze Politiche ad indirizzo diplomatico, tante sono le tele interrelazionali da tessere e da ricucire pazientemente.

Mettere d’accordo docenti, alunni, genitori e amministrazione scolastica è peggio che fare l’ambasciatore d’Italia a Pyongyang.

Soprattutto gli alunni, però. Perché sono piccoli, curiosi, ti guardano con gli occhietti vispi ed interrogativi. Vogliono una risposta da te e, possibilmente, la vogliono prima di subito.

Per cui, quando entri in classe, quasi non ti stupisci più nemmeno del fatto che ci si una tua alunna che ti guarda e ti fa a bruciapelo:

“Professore, lo sa che io ieri ho guadagnato un centesimo solo postando un video su TikTok??”

E lì non c’è nulla da fare. Devi essere bravo a raccogliere la provocazione e a rilanciargliela. Se no sei fottuto. Allora ti siedi e, messa da parte la lezione del giorno (che, voglio dire, avrà una sua importanza anche quella), fai finta di non capire, anche se in realtà hai capito benissimo. A volte fare il finto tonto è una delle tecniche più efficaci per stabilire il tanto osannato “dialogo formativo”, altro che Creative Learning! Non c’è nulla che risulti più catturante ai loro occhi dell’ignoranza del docente.

“Un centesimo… TikTok… come? Dove? Me lo spieghi??”

E allora, lei, sicura di quel che fa, ma, soprattutto, certa del fatto che sull’argomento “social” sei un capra totale (eh, sì, sanno tutto loro, sanno!), ti risponde di rimando:

“Ma sì, non lo sa che TikTok ti paga un centesimo ogni 10.000 visualizzazioni, soprattutto che hai almeno 10.000 followers??”

“Ah, sì?? E pensare che io faccio 800 euro al mese solo con la pubblicità che ospito nei miei siti!” mi verrebbe da risponderle. Ma non posso. Un po’ perché voglio farla cascare dove voglio io, e ci devo lavorare almeno un’altra mezz’ora come minimo, non voglio aasfaltarla proprio adesso che è convinta di avere il gioco in mano.

“Eh, professore…” (e lo dice come se volesse dirmi “lei la notte dorme ma il mondo gira!”) “con tutti gli altri video ho fatto 10 euro!!”

“Ma brava! E cosa fai per guadagnare tutti questi bei soldini?”

“E’ facile! Mi chiudo in bagno, metto la musica a palla, poi mi metto a ballare. La gente mi guarda, mi mette i like, i cuoricini e io guadagno!”

“Wow!! Ma allora sei ricca!”

“Eh, sì. Ho tanti followers! Sono famosa.”

“E con tutti quei soldi lì cosa ti ci compri, il biberon nuovo?” sono tentato (anzi, tentatissimo) di risponderle. Ma mi trattengo.

“Senti, Tizia (è passato un quadrimestre e io non ho ancora imparato i loro nomi!), ma toglimi una curiosità, queste cifre iperboliche a te come arrivano??”

“E’ facile! (E due. E’ tutto facile per loro…) Basta una carta di credito o un conto PayPal. Lei lo sa cos’è PayPal, vero??”

“Sì, vagamente… credo di averne sentito parlare.” E anche qui non le dico che io sono stato uno dei primi clienti di PayPal, se no la stendo.

“Ecco, io me li faccio arrivare lì!”

“Ma scusa, Sempronia, tu hai 15 anni, sei più che minorenne, non ti fanno nemmeno la Poste Pay Junior ricaricabile, non puoi avere un conto corrente, non puoi aprire nessun conto PayPal, tanto meno ti danno una Visa o una Mastercard!”

“Eh, ma uso quelle dei miei genitori!”

“Cioè?? Mi vuoi dire che i tuoi genitori non solo sanno perfettamente che sgambetti davanti al cellulare e che ti fai vedere a tempo di rumba da mezzo mondo, m che lo approvano anche, anzi, ti aiutano a raccattare i soldini?”

“Sì, certo.” Come se fosse la cosa più normale del mondo. “Mia madre ci si fa le ricariche telefoniche da 5 e poi mi ridà i soldi in contanti.”

Ora, io non ce l’ho affatto con questi alunni che pensano solo ai soldi che ti entrano da soli senza che tu debba fare una beneamata mazza, e nemmeno con TikTok che regala cifre da miseria pur di aassicurarsi un video in più. Fanno il loro. Cioè nulla. Ce l’ho con questi genitori che invece di dire “Disapprovo quello che fai” o addirittura “Dammi il telefono” (oltretutto la scheda è intestata a uno di loro) “che controllo come lo usi”, per 5 euro di ricarica telefonica, chiundono un occhio sul fatto che le loro figliuole in fiore sgambettino e zompettino davanti alla telecamerina di un Samsung. Ah, già, che le hanno comprato l’iPhone da 900 euro perché se no si sente da meno di tutti gli altri suoi compagni e compagne della stessa età. Che poi, voglio dire, cosa ci fai con 5 euro di ricarica? Ci compri qualche giga in più, giusto per chattare su WhatsApp, mandare le fotine su Instagram (sissignori, ce l’hanno anche i genitori, dicono che li fa sentire giovani e più “amici” dei loro figli), scrivere i commentini del cavolo su Facebook e poi il cerchio si chiude, e social chiama social.

Perché la ricchezza, quella vera, anche solo quella meramente economica, per loro non è tanto avere del denaro (lo sanno benissimo che un centesimo o 10 euro sono cifre risibili) ma avere i followers, i like, l’apprezzamento virtuale, qualcuno che ti guardi e che ti apprezzi.

E allora uno si può anche “vendere” per 10 euro. O “vendere” la propria prole per una ricarica telefonica. Ma sì, chi se ne frega??

“Darti gli estremi del mio conto PayPal? Ma non ci penso nemmeno. Intanto non mi piace per niente quello che stai facendo, e i tuoi video ballerini li togli subito da TikTok. Poi, se proprio vuoi riscuotere questo denaro, aspetta di compiere 18 anni e ti apri tutti i conti che vuoi. Per ora studi, che è l’unica cosa che devi fare.”

Ah, ci fossero davvero dei genitori così!

Primo scrutinio

Reading Time: 5 minutes

Che è tempo di scrutini interperiodali (dire “del I quadrimestre” non va più di moda) te ne accorgi dall’aria che tira.

Mentre le alunne del concorrente Liceo Classico “Archimede Pitagorico” sfoggiano già i primi “vestimenti leggieri” di dannunziana memoria, nel nostro Pio e Riverito Istituto tira vento dal Gran Sasso, tanto che stamattina la De Poppibus è arrivata col colbacco e il cappotto di pelliccia stringendo sotto il braccio la fotografia del suo trisavolo buonanima, come Totò e Peppino alla stazione di Milano. Per l’occasione ha inventato un menu “norteño” e si è presentata a scuola con una betoniera di cassoela e un pentolone di bagna cauda, perché dice che i ragazzi si devono temprare, e comunque nell’atrio c’è un odore d’aglio da far scappare le streghe e indebolire i vampiri.

La signorina Multitasking non si sa cos’abbia in corpo, se l’abbia moccicata una tarantola o che cosa, fatto sta che corre su e giù con fogli, circolari, comunicati stampa, coriandoli e stelle filanti. Porta una tutina aderente leopardata ed è già stata adocchiata da quello scavezzacollo dell’alunno Ormonis che, passandole vicino e represso l’impulso incontenibile di gesti ulteriori, dall’alto dei suoi brufoli di testosterone si è limitato a un “‘Ngulo!!” di apprezzamento evidente e sfacciato a cui la Multitasking ha risposto con un secco “Fatte li cazza to’!”. Ed erano solo le 8,10 del mattino.

Ratta come i fulmini che portava, la signorina Multitasking ha cambiato subito discorso e, individuato con lo sguardo un povero supplente al primo incarico, ha gridato con tutto il fiato che aveva in petto: “Fermate quel professore! E’ mio!!!”

La Caviglieri di scienze motorie ha dovuto sudare le sette camicie di Ercole per convincerla che il collega è sposato e che non c’è nulla da fare, ma lei ha insistito, e alle 8,15 è fartito il secondo “Fatte li cazza to'” della giornata.

Comunque gli scrutini sono scrutini, e c’è poco da fare. Quest’anno il nostro buon Dirigente Scolastico Ferocius De Leonibus li ha convocati on line, e ognuno di noi passa il pomeriggio da casuzza sua a traccheggiare con Classroom, Calendar, Gmail, Gsuite e tutti i diavoli che gli si fregano in corpo.

C’è un alone di sacralità in tutto questo, perché gli sfondi che contraddistinguono il collegamento video di ciascun insegnante sono dei più svariati. Si va dalla credenza con le porcellane di Limoges della De Ginocchinibus alla bandiera della DDR comprata nel 1970 a Berlino Est del professor Marxistis, passando per la statua di Sant’Antonio Abate, patrono de lu porc’ del professor Crucefixis, fino alla collezione di sandalini estivi sexy della De Estremitatis. Tutta roba che fa molto feticista, ma tant’è.

Il consiglio di classe lo presiede, su espressa delega del Dirigente, regolarmente firmata e protocollata, quell’anima candida della professoressa Subiudice.

“Allora, colleghi, procediamo con le operazioni preliminari e procediamo all’appello, è vero che siamo con quelle tre o quattro orette in anticipo ma così ci portiamo avanti col lavoro… (dell’altro?) Allora, il professor Marxistis è presente??”

Dal microfono del computer (made in Buthan, capirai!) del Marxistis esce fuori immediatamente l’Inno dell’Unione Sovietica nella versione stabilita e felicemente imposta dal compagno Yuri Andropov.

“Bene… professor Crucefixis, è collegato??”

Il Crucefixis, che sotto sotto è anche un po’ stronzo, replica con un “Gloria in excelsis Deo” della tradizione gregoriana dei Frati Camaldolesi. E ci aggiunge anche una pernacchia come bonus.

“De Sindacatiis…”

“Presendeeeeee… prondooooo?? Mi sendo??? Ma cosa cià ‘sto cacchio di migrònfano stasera?? Io non mi sendo pe’ gnente… oddio, dove devo schiacciare?? Mannaggia santa…”

“De Ginocchinibus…”

“Oddio cumme me dòle lu ginocchio!! Oddio me’, Madonnina Vergine Santa dell’Assunta aiutami, Santa Petronilla e tutti i santi del paradiso venitemi in soccorso…”

“Squacquarelli-Ricai…”

“Sta in bagno!!” Gridano all’unisono tutti gli astanti, facendo innalzare improvvisamente la mole di dati audio necessaria per la connessione.

“Wunderbari…”

“Eccomi, mi si vede? Stavo giusto finendo uno spaghettino di soia con verdurine alla Julienne e curcuma… ma non so se riuscite a vedermi…”

Il Crucefixis suda freddo perché le prospicenze granitiche della Wunderbari hanno mandato in tilt anche il suo computer che ha ricevuto in comodato d’uso gratuito dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.

“Bene, direi che ci siamo quasi tutti, peggio per chi non c’è, lo metto assente ingiustificato poi se la vede lui col Dirigente… possiamo cominciare a proiettare le proposte di voto… ecco qua… ma com’è che non mi condivide la schermata?? Colleghi, qualcuno di voi sa come si fa??”

E il Marxistis, con l’aria di quello che la sa lunga: “Devi cliccare col tasto destro destro del mouse, ti si apre un menu a tendina in cui ci sono varie opzione, scegli “Condividi”, poi vai sul Desktop, poi fai “Salva con nome”, dài l’ok ed è fatto, poi se non funziona cazzi tuoi!”

Dopo 35 minuti stecchiti, finalmente il tabellone si apre e ciascuno ingoia un po’ di saliva davanti alla strage di voti rossi che al confronto la strage di Tienanmen diventa una carezza bonaria data sul viso di un bambino.

“Allora, come vedete la situazione è a tratti un po’ critica, ma non disperata (Nooooo, figurati!). Ecco, qui vedo che l’alunno Soloni ha un due con la professoressa Wunderbari… professoressa, vuole illustrarci la situazione? Brevemente perché siamo già in ritardo (in realtà mancherebbero due ore e mezza circa all’orario ufficiale di apertura)… prego!”

“Beh, io gli ho messo due perché con me non fa nulla. E’ disattento, svogliato, mi smincia sempre la gonna e in più mi ha consegnato un compito completamente in bianco. Ma se volete gli metto sette!”

Non c’è nulla da fare, è una deficiente patentata!

“Ci sarebbe anche da discutere il voto di condotta dell’alunna Figoni. Io ho proposto 9, per voi va bene? Ditemi di sì, vi prego!”

“Ma anche 10!! Devo dire che ultimamente la Figoni partecipa attivamente al dialogo formativo postando le sue foto hard su Instagram e i suoi video spinti su TikTok. Direi che si sa far molto benvolere da tutto il resto della classe e merita di essere valorizzata!” L’arringa difensiva del Marxistis non fa una piega e la Figoni si becca anche due minuti di applausi all’unanimità.

“Poi c’è l’alunno Somarelli, che non mi pare messo tanto bene, voi che ne dite?”

“Beh, il Somarelli non studia molto, è vero” cinguetta la Wunderbari, “però è sempre gentile ed educato con me (e ci credo!), l’altro giorno mi ha offerto una canna e siamo andati a fumarcela insieme nel ripostiglio delle scope!”

“Ah, beh, allora bisogna dargli per forza 6 in profitto!” chiosa il Crucefixis “con me ha fatto un parallelismo tra Gesù Cristo e Bob Marley, non lo si potrebbe aiutare??”

La seduta viene interrotta da un fragoroso rumore di piatti e bicchieri in frantumi.

“Oddìo me’, s’ha cascat’ la credenza!!!” piange disperata da De Ginocchinibus, richiamata immediatamente all’ordine dalla Presidente.

“Collega, sei d’accordo per portare tutti gli uno a otto per voto di consiglio??”

“Ma che me ne importa a me?? Guarda ecc’, tutte le porcellane scassate…”

Implacabile la Subiudice termina il suo improbo compito, con i polsi tremanti ma con la luce in fondo al tunnel ben individuata.

“Dobbiamo solo analizzare il percorso di apprendimento della alunna Bravetti. Ecco qua, 10 in matematica, 10 in fisica, 9 in educazione civica, ottimo in religione e due note di merito. Mi pare che possiamo lasciarla così, vero colleghi??”

“Ma no. Quale 10?? Mettigli 4 a quella saputella, è una stronza!” si sbriga subito il Marxistis, che oggi ha fatto lo show.

“Allora ai voti la proposta del collega: 4 invece di 10 a Bravetti. Tutti d’accordo? Metto approvato all’unanimità?”

“Sì, per favore, all’unanimità che ho la lezione di yoga e devo imparare la posizione del fenicottero!” conclude icastica la Wunderbari.

E mentre la Presidente pro-tempore pronunzia il fatidico e tanto atteso “Il consiglio è sciolto”, io sento il bisogno ineludibile e impellente di buttarmi disperato tra le braccia di mia madre, ma visto che c’era lì la signorina Multitasking ho optato più prudentemente per le sue.

Scuola: quando si muore di competenze trasversali

Reading Time: 3 minutes

La cosiddetta “alternanza scuola-lavoro” è uno degli zoccoli duri della scuola italiana più dibattuti e osteggiati.

La sua obbligatorietà negli ultimi tre anni delle scuole superiori, licei inclusi, è stata sancita dalla Legge 107 del 2015, la cosiddetta “Buona scuola”, che sembra più una scuola “alla buona”.

Come spesso succede nella scuola italiana, anche l'”alternanza scuola-lavoro”, dal 2015 ha già cambiato nome. Tutto cambia nome, nella scuola, continuamente. Lo fanno apposta, per disorientare. Per cui i Presidi sono diventati “Dirigenti scolastici”, i bidelli “collaboratori scolastici”, i pagellini “valutazioni interquadrimestrali”, i ricevimenti “colloqui familiari”, in mezzo a migliaia di acronimi, il RAV, il PTOF, il PEI, il DSA, il PDP, il PDF, la PEC e tutto quanto fa spettacolo. E l’alternanza scuola-lavoro ora si chiama “Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento”. E’ singolare questo cambio denominazionale perché fa pensare a qualcosa di importante. Chissà cosa saranno mai queste “Competenze Trasversali”!

Ovviamente, come su tutto quello su cui c’è da guadagnare qualcosa, gli insegnanti ci si buttano a pesce. Voglio dire, per gli alunni in alternanza è stata istituita la figura del “tutor”, e quale occasione migliore per fare bella figura? Ma sì, basta con la scuola che educa, basta fornire agli studenti gli strumenti critici per crescere e pensare con la loro testa, perché se la scuola diventa anche un (bel) po’ azienda, allora c’è bisogno anche di un “tutor”. Termine che sgrava dalle responsabilità e fa anche sentire importanti.

Insomma, tutti lì a esaltarsi e a spartirsi la torta, per un paio di centinaia di eurini in più alla fine dell’anno. Poi, come spesso succede nella scuola, l’imprevisto. L’imprevisto è ciò che non avevi messo in conto, programmato, dato per possibile. E nessuno, dico NESSUNO dà per possibile che un alunno muoia per l’alternanza scuola-lavoro (eh, come si fa a morire? Sono “competenze trasversali”, e che cazzo!). Come è accaduto che Lorenzo Parrelli, un ragazzo di 18 anni di Castions di Strada (Udine) è morto perché ha ricevuto un cavo di acciaio in testa durante la sua ultima giornata di alternanza. Sorprendentemente, molti giornali, anche on line, che hanno riportato la notizia, NON segnalano che lo studente stava acquisendo delle “competenze trasversali”, e che se invece di starsene presso un’azienda meccanica che si occupa di realizzare bilance stradali, se ne fosse stato a scuola a studiare FORSE a quest’ora sarebbe ancora vivo.

Qualche emerito imbecille, sui social, si è già fatto avanti con frasi tipo “Io insegno in un Liceo Classico, da noi queste cose non succedono!!” Tutta gente che al rientro al lavoro avrebbe solo diritto a ritrovarsi la porta chiusa.

Laconiche e lapidarie certe parole del Ministro per l’Istruzione Bianchi:

“Incidenti come questo sono inaccettabili, come inaccettabile è ogni morte sul lavoro.”

Ma Lorenzo non è morto sul lavoro. E’ morto di scuola e nel contesto di una formazione scolastica, se è vero come è vero che gli “stages” sono obbligatori e formano parte del percorso formativo dell’alunno per un triennio intero. “Morte sul lavoro”? Era pagato questo povero ragazzo? No. E allora? Di che cosa stiamo parlando? Di manovalanza gratuita, mani a bassissimo prezzo se non a costo zero, persone giovani, anzi, giovanissime, spesso anche minorenni che male che ti vada, se sei un avvocato ti ritrovi dopo una settimana con le pratiche in ordine, se sei una azienda con le fatture archiviate. Se poi ti va male ti ritrovi con una indagine addosso per omicidio colposo perché a qualcuno, nel 2015 è venuta la bella idea di aziendalizzare precocemente i nostri figli e di farci credere che questa è “buona scuola”.

Morire di lavoro è terribile, ma morire per qualche effetto o meccanismo perverso della scuola è del tutto inaccettabile. Lorenzo non è morto solo perché una putrella che non doveva stare lì gli ha colpito la testa. Lorenzo è morto perché qualcuno ha deciso per lui che è meglio passare 400 ore nell’ultimo triennio a rischiare di morire piuttosto che stare sui banchi a parlare di Dante, Petrarca, Boccaccio, Leopardi, Verga, Manzoni e compagnia cantante. Che vale più il “saper fare” del “sapere”, l’abilità rispetto alla conoscenza.

Ora la vogliamo abolire questa maledetta “alternanza”, sì??

Roseto: l’intervista della dirigente scolastica dell’IIS “Vincenzo Moretti” Daniela Maranella a “Abruzzo Cityrumors”

Reading Time: < 1 minute

Riporto, senza esprimere alcun commento, la trascrizione accurata e certosinamente fedele delle dichiarazioni della Dirigente Scolastica dell’IIS “V. Moretti” di Roseto degli Abruzzi, Prof.ssa Daniela Maranella, rilasciate oggi alla testata giornalistica on line “Abruzzo Cityrumors”.

“I ragazzi sono rientrati molto volenterosi. C’è stata una piccola défaillance, ovviamente a seguito dello screening che è stato effettuato durante il fine settimana una percentuale del 5% è risultata positiva, quindi abbastanza elevata come percentuale.

Però nel frattempo è stata attivata la DaD e quindi si procederà con la Didattica Digitale Integrata. Una parte della classe è in presenza, il resto seguirà le lezioni da casa.”

(…)

A domanda risponde: “Le classi coinvolte sono abbastanza, però sono organizzate (originale: “organizzati”, ndt) e sono già… hanno già testato questa tipologia di didattica. Le classi hanno la LIM, per cui possono seguire i compagni facilmente attraverso i dispositivi che abbiamo fornito e stiamo fornendo in questo periodo.”

(…)

A domanda risponde: “Anche da noi ci sono docenti no-vax, personale no-vax. Alcuni si sono convertiti e quindi finalmente hanno fatto la prima dose di vaccino e sono, quindi, rimasti con noi. Altri sono stati sospesi in quanto sono no-vax davvero convinti e, quindi, provvederemo con la sostituzione.

Qui si fa la DaD o si muore

Reading Time: 3 minutes

La montagna della macchina burocratica di Roseto degli Abruzzi, piccolo mondo di un mondo piccolo, ha partorito il topolino delle indicazioni per lo screening della popolazione scolatica studentesca.

Da cui si evince che:

– il tampone NON è obbligatorio;
– non si sa quali provvedimenti intendano prendere le singole realtà scolastiche coinvolte in caso di rifiuto delle famiglie a sottoporre gli alunni all’esame diagnostico;
– le operazioni saranno gestite da “volontari”.

Nient’altro.

La situazione è ormai catastrofica. 2000 Dirigenti Scolastici hanno firmato una lettera aperta al Ministero dell’Istruzione e alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per chiedere il passaggio alla DAD e lo slittamento del rientro in presenza di almeno 2-3 settimane. E fanno bene.
Altri docenti invitano a firmare appelli on line. Cosa volete, c’è ancora gente convinta che con change dot org si possa cambiare il mondo.

Nel frattempo Marco Borgatti, in un’intervista al GRR delle 12,10, ha dichiarato che “i volontari sono sfiniti”. Sfiniti di cosa non è chiaro, visto che lo screening comincerà domani.

Io ho molto rispetto dei volontari intesi come singoli (un po’ meno per le organizzazioni di volontariato). Ma non capisco cosa c’entri il volontariato in una operazione come questa. Una brava e valente giornalista, Valentina Furlanetto, in un suo fortunato saggio riguardante il mondo del volontariato, delle Onlus e delle Ong, lo ha definito “l’industria della carità”. Io non metto in dubbio che i 162 volontari dichiarati da Borgatti nelle sue dichiarazioni al GRR siano tutti medici o infermieri, che siano animati da uno spirito di servizio e che lo facciamo gratuitamente. Mi chiedo SOLO cosa c’entrino le Guide del Borsacchio con tutto questo, quando l’ordinanza regionale delega il compito alle ASL (ed è molto chiara in questo). Mi chiedo perché i nostri ragazzi debbano essere “attenzionati” da personale volontario non pagato quando potrebbero esserlo da personale ugualmente qualificato, regolarmente in servizio e retribuito. Io sono fuori dai giochi, io sono un docente e se voglio un certicato di negatività me lo pago, anche se ho completato il ciclo vaccinale. Ma questa è un’altra storia.

La DAD, poi. La DAD è uno strumento (in quanto tale neutro, e scevro da connotazioni positive o negative) che è stato usato, tra l’altro, in precedenti periodi di emergenza. Ma perché, questo non lo è? nessuno ci dice qule sia il sotteso, il sostrato, quello che sta alla base di questo malessere. Non si sa quanti docenti siano a tutt’oggi positivi, quanti alunni, né si hanno notizie sul tracciamento sociale di queste positività. Non ce lo dicono i giornali, le singole istituzioni scolastiche, i comuni, le ASL, le istituzioni preposte. Ma a scuola rientreremo tutti lo stesso. Tamponati e non. Tutti insieme allegramente. E allora a cosa sarà servito lo screening? A farci belli? Pare proprio di sì.

Ma in DAD non si può andare, nossignori, ché i ragazzi soffrono e viene negata loro la socialità.

Ora, con il dovuto rispetto, ma di quale “socialità” stiamo parlando? La prima e primaria socialità che un minore deve vivere è quella familiare. Perché fa tanto schifo a questi genitori stare con i propri figli, seguirli nelle lezioni, aiutarli nelle difficoltà e magari imparare un po’ qualcosa anche loro? Cosa c’è di male a stare a casa, a vivere con il nucleo fondante e fondativo della nazione? A svolgere le consegne assegnate (tra l’altro si tratterebbe anche di un dovere stabilito dalla legge!), a fare “ricreazione” con una bella fetta di pane col miele anziché con quelle schifide cose che gli alunni comprano alle macchinette, ad approfondire i contenuti con chi deve occuparsi della TUA crescita in prima persona, a guardare un film insieme e magari discuterne (la famiglia è un potentissimo cineforum!), o financo (ora so che sto per dire un’eresia, e la dico) a leggere un libro?

E anche guardando fuori dalla piccola e rincartapecorita realtà squisitamente locale non ci sono notizie confortanti. La Campania, per esempio, è stata definita “zona nera” da qualche azzardoso ma niente affatto stupido giornalista (i colleghi della Campania sono forse tra i primi in Italia nell’impegno per la sensibilizzazione verso la DaD).

Ma il resto è affidato alla non-sensibilità di una classe docente e dirigente pusillanime e prona, per la quale solo la didattica in presenza è un valore (come se nella scuola, poi, esistessero dei disvalori! La scuola è “valore” puro) e tutto il resto è fuffa. Ora la palla è sui piedi delle singole Regioni, che faranno quello che possono, cioè niente.

“Che qui si fa l’Italia e si muore
Dalla parte sbagliata
In una grande giornata si muore
In una bella giornata di sole
Dalla parte sbagliata si muore…”

(Francesco De Gregori – Il cuoco di Salò)

La didattica in presenza è un puntiglio

Reading Time: 2 minutes

Questo governo sta scherzando col fuoco.

E’ chiaro a tutti, ormai, che si DEVE riaprire e IN PRESENZA, senza ritardi o ulteriori scivoloni.

Non è una questione squisitamente didattica (di didattica il governo ne capisce ben poco), è una questione di puntiglio. Che è molto peggio di una questione di principio, perché i principii, almeno, sono cose nobili.

Si torna a scuola in presenza perché lo di deve fare. Perché qualcuno ha deciso che la DaD, che pure ci ha salvato la vita, più e meglio dei vaccini, quando i vaccini non c’erano, non s’ha da fare. Hanno un bel dire le Regioni. Vogliono far slittare la “riapertura” (termine orrendo) a fine gennaio? E il governo non glielo concede. Punto.

La motivazione ufficiale risiede nell’evitare stress psicologici o ben peggiori conseguenze agli studenti. Ma quale conseguenza può essere peggiore di quella di rimetterci la salute e, in casi estremi, la vita? Il punto è un altro: sono LORO che non vogliono rimetterci la faccia.

Perché altrimenti non si capisce come e perché demonizzare quello che, a tutt’oggi, è e rimane uno strumento. Validissimo, ma pur sempre uno strumento.

E’ come prendersela con i coltelli perché qualcuno potrebbe sviluppare una psicosi omicida e ucciderci qualcuno anziché affettare la carne. O con le chiavi inglesi, perché, sempre qualcuno, potrebbe usare quella del 40 per darla in testa a qualcun altro anziché svitarci i bulloni.

Qualche bravo e preparato epidemiologo ha detto che rinviare le lezioni in presenza a fine gennaio potrebbe essere utile per prevenire ulteriori infezioni e prparare strategie contenitive per il futuro. Cosaaaaa???? Ha osato dire una roba del genere? Come si permette? Noi siamo la politica, cosa c’entrano adesso gli scienziati? Decidiamo noi della salute dei cittadini, specie dei più giovani.

Non ascoltano neanche i presidi: Giannelli, già famoso per una qual certa sua “rigidità” sulla scuola in presenza, ha dichiarato che slittare al 30 gennaio potrebbe essere una operazione utile.

Si vive (e si muore) perché non si può negare agli studenti di assembrarsi all’ora della ricreazione, perché non possiamo togliere loro l’impulso creativo di sporcare le aule, attaccare il chewing-gum sotto i banchi, incendiare i cestini della carta, riprendere l’insegnante di nascosto, fare i selfie alle proprie pirlate per poi metterle su Instagram e TikTok o come cavolo si scrive.

Nulla da fare: 171.000 casi di infezione e le scuole DEVONO riaprire. Non si può stare sempre in vacanza. Come se la DaD fosse vacanza e non lavoro. E che lavoro!

Ho visto colleghi che non sapevano nemmeno aprire una mail reinventarsi per tirare a campare l’ultimo anno prima del pensionamento. Hanno fatto proprie espressioni come “Google Suite”, “Calendar” e “Classroom”. Gente che non sapeva muovere un mouse e che alla fine padroneggiava il registro elettronico meglio di Spaggiari. Invano.

Non cederanno su nulla. Ma gli conviene?

Screening per gli studenti a Roseto degli Abruzzi. Le ultimissime.

Reading Time: 3 minutes

Faccio seguito a quanto già scritto e comunicato poche ore fa, per dare ulteriori precisazioni ed opinioni sulla beckettiana situazione rosetana dell’organizzazione dello screening scolastico per gli studenti.

I nuovi fatti sono questi:

– lo screening si svolgerà l’8 e il 9 gennaio prossimi;
– la sede per le operazioni sarebbe stata individuata nella palestra delle Scuole Medie “Fedele Romani”;
– Hanno partecipato all’incontro di studio e organizzazione dello screening tenutosi in mattinata gli assessori Francesco Luciani e Lorena Mastrilli, il Presidente del Consiglio Comunale Gabriella Recchiuti, il Consigliere Provinciale Enio Pavone, diversi consiglieri comunali, i dirigenti scolastici Maria Gabriella Di Domenico (Istituto Comprensivo Roseto 1), Anna Elisa Barbone (Istituto Comprensivo Roseto 2), Daniela Maranella (Istituto “Vincenzo Moretti”), Achille Volpini (Liceo “Saffo”), il Dottor Giacomo Di Giovannantonio (medici); i rappresentanti locali di Croce Rossa e Protezione Civile e i volontari delle Guide del Borsacchio e delle Guardie Ambientali.
– Lo screening NON riguarda il personale docente e gli alunni della scuola dell’infanzia.

Le opinioni sono queste:

– Le date per lo svolgimento dei controlli sugli studenti, secondo l’ordinanza regionale, sono fissate per il 7, 8 e 9 gennaio prossimi. Per quale motivo a Roseto non si sia stabilito di gestirle anche il giorno 7 è un “misterium fidei”. Avremmo avuto più tempo per scaglionare l’afflusso dei pazienti, il loro deflusso ed evitare inutili e pericolosi assembramenti;
– Il Sindaco di Roseto, Mario Nugnes, ha riferito alla stampa quanto segue: “Vogliamo rassicurare le famiglie e gli studenti rosetani che, malgrado il poco preavviso ricevuto, ci siamo attivati con grande solerzia per organizzare questa ennesima campagna di screening.” Ho molto rispetto per la figura del Sindaco (che, pure, non ho votato) e dell’amico Nugnes, ma devo dire che questa dichiarazione è fallace tanto nella forma quanto nella sostanza. “Poco preavviso”? L’ordinanza regionale è del 31 scorso. Si sono ritrovati la mattina del 5 a mettere mano alla patata bollente. E per fortuna che il 6 è festivo! Non oso pensare a cosa sarebbe successo se si fosse trattato di un giorno feriale. E poi “ennesimo screening”? Perché? Ne saranno stati fatti, in passato (soprattutto durante la prima emergenza Covid) sì e no un paio. Dall’inizio dell’anno scolastico i ragazzi sono venuti a scuola senza obbligo vaccinale o di carta verde. Di quale “ennesimo screening” si sta parlando?
– E poi: “Nelle prossime ore, sentita la Asl di Teramo, sarà comunicata alle famiglie la suddivisione in fasce orarie degli studenti mediante lo strumento del registro elettronico.” Sono già le 18,30, al momento il cui sto scrivendo, e il mio registro elettronico non riporta alcuna segnalazione. Forse, non essendo direttamente interessato (ma perché??) la cosa sarà stata comunicata ai soli studenti e alle loro famiglie, ma allora perché non pubblicare l’informazione, oltre che sui registri elettronici, ANCHE sui siti web delle scuole interessate, che forniscono un servizio PUBBLICO? Alcune scuole hanno anche degli account sui social network (Facebook e Instagram soprattutto), si possono usare per raggiungere più capillarmente l’utenza, o dobbiamo solo vedere applausi, cuoricini, fotine, ricchi premi e cotillons?
– Last but not least: per quale motivo io non posso o non debbo fare lo screening? Solo perché sono vaccinato e sono un docente? E non potre essere positivo asintomatico, per esempio? Nelle scuole rosetane i docenti che hanno contratto il virus durante le vacanze natalizie non mancano di certo. Cos’è, noi siamo “sicuri”, forse? O dobbiamo pagarci il tampone ancora una volta, e di tasca nostra, per stare più tranquilli? Dov’è andato il senso della “comunità scolastica”, che viaggia a senso unico alternato nelle scartoffie di Governo e Regione?

Loro non mollano. Ma gli conviene??

La scuola rosetana sull’orlo del caos

Reading Time: 2 minutes

La scuola rosetana, come tutta quella abruzzese, del resto, è sull’orlo del caos (e già, quando mai??).

La comunità politica e quella dei cittadini ha accolto con superficialità e parziale disinteresse l’ordinanza regionale firmata dal Presidente Marsilio sulla riapertura delle lezioni che è stata fissata al 10 gennaio, anziché al 7, come previsto dal calendario.

Lo sappiamo da giorni. L’unica reazione è stata quella dei ragazzi, felici di stare a casa tre giorni in più. Tutto fa brodo.

Ma l’ordinanza prevedeva e prevede, per il 7, 8 e 9 gennaio prossimi, uno screening della popolazione scolastica, che verrà sottoposta a tampone antigenico rapido. A quello non ci ha fatto caso quasi nessuno.

E in questo piccolo mondo di un mondo piccolo ci siamo ritrovati, alle 16 circa del 5 gennaio, e con una festività di mezzo, a non sapere ancora come sarà organizzato il tutto, chi sarà esattamente coinvolto, quali saranno le sedi in cui si svolgerà l’analisi preliminare della popolazione scolastica, quali gli orari e quali le modalità operative, cioè con quali criteri concreti gli alunni verranno chiamati ad effettuare il tampone (alfabetico? Per classe? Per indirizzo? Alla “sans façon” con assembramento incluso nel prezzo??)

A tutt’ora, e al momento di metere in linea questo post, non risulta pubblicata sui siti ufficiali alcuna ordinanza del Sindaco in proposito. Qualche dirigente si è mosso per proprio conto con una comunicazione “informale”. Ma, si sa, le comunicazioni “informali” hanno il valore che hanno. E, comunque, sono infarcite di condizionali, di si dice, si mormora, non è ancora ufficiale, qui lo dico e qui lo nego.

Andiamo piano, per carità, dovessimo farci del male!

Nel frattempo i contagi aumentano. Tra gli studenti, tra i docenti e il personale amministrativo, che nel frattempo è tornato a lavorare in presenza, anche se non se n’è accorto nessuno. O, magari, nessuno se n’è voluto accorgere, impegnati com’eravamo a ingurgitare tamballi, mazzarelle, betoniere di agnello cacio e uovo e annessi frizzi, lazzi e triccheballàcche.

La Regione Abruzzo ha già chiesto all’esecutivo di posticipare il rientro in presenza alla fine del mese di gennaio. Vox clamantis in deserto.

La scuola è l’ultima ruota del carro di un governicchio che si fa fregare da una variante col nome greco, che fa tanto figo.

Cerchiamo di non farci fregare anche noi.

San Silvestro

Reading Time: 5 minutes

Che cosa sia successo all’ultima ora prima delle sospirate ed agnognate vacanze natalizie, nessuno lo può testimoniare. Pare che a un certo punto la Nullafacentis, che stava a girarsi i pollici (attività che le riesce benissimo) durante un’ora a disposizione in cui non è stata “disposta” (se no suda) abbia preso la parola e con la sua vocina da corno di bassetto abbia aperto bocca in Sala Docenti e le abbia dato fiato:

“Perché non organizziamo una bella festa di fine anno e aspettiamo la mezzanotte tutti insieme?? Io penso che sarebbe bellissimo, sarà che sono bellissima io [è convinta], ma io direi che si tratta proprio di una ideona, che ne dite? Qual è la vostra risposta affermativa?”

Il professor Berlusconis, quatto quatto, si è toccato le ormai inutili putenda in segno scaramantico e si è defilato uscendo dalla porta di servizio, felice dello scampato pericolo.

“Dài, forza, organizzo tutto io [è questo che ci preoccupa!] venite tutti, portate qualcosa da mangiare, anzi, io preparerò la mia squisita torta salata di zucchine e melanzane [roba nutriente, insomma] che è sempre buonissima [ella abbonda in superlativi].”

Ormai un buon terzo del collegio docenti è incastrato. E’ la maledizione della settima ora.

La Nullafacentis è tremenda. Quasi quanto le sue orribili torte salate che serve periodicamente a temperatura di frigorifero, fiera della pochezza della sua arte culinaria perché, si sa, l’importante è sorridere.

La Acidophili si è attorcigliata sotto il mobile dei cassetti, come sotto un sasso in piena estate, e pensa se con il suo timballo di peperoni e broccoli [roba leggera, ma un po’ di carne mai??] ci sta meglio l’arsenico, il vetriolo o l’acido muriatico. La De Poppibus, ormai coinvolta anche lei nella partita, scrolla le sue latterie e cerca di fare buon viso a cattivo gioco: “Va bene, vorrà dire che un betoniera di salsiccia e lenticchie la porto io!”

“E tu, cara collega De Estremitatis, cosa porti? Ho bisogno di saperlo per organizzare al meglio la tavola [la macchina organizzatrice della Nullafacentis è partita, e tutti sanno che su queste cose lei è implacabile!]

“Io faccio le penne fredde panna e viurt… e uìster… e wurst…”, si incarta la piedòfila.

“Würstel!!” le fa eco la Wunderbari, l’unica entusiasta dell’iniziativa fin da subito.

La De Chattibus è presa in contropiede: “Ammettiamo che io abbia preso altri impegni per il San Silvestro, ammettiamo che, volendo, la scuola non sia proprio la sede più opportun per una cràpula, ammettiamo che io mi faccia preparare un teglione di lasagne al forno dalla mia nonna Armanda, ma i beveraggi chi li porta??”

“Gli uomini!” soggiunge tagliente la Acidophili, attorcigliandosi sulla coda a sonagli.

“Giusto, chiarissima collega. Reverendissimo [e te dàgli di superlativi!] collega Crucefixis, il Vin Santo lo porta Lei?… e il professor Marxistis che cosa vuole portare??

“La vodka! E una confezione di caviale del Volga che ho in cantina dai tempi dell’invasione della Cecoslovacchia.”

“Un pochino di insalata russa (e sottolineo “russa”) no?” echeggia quel gran bastardo del professor Exlege.

“Prondoooooooo??? Mi sendoooooo?? Pasquale, mi sendo? Pasquà’, ma tu stai a dormì’ angòra o stai in negoNzio?? Mi devi portare dieci confezzzziòni di insalate di matematica e libri di cibernetica per una soirée coi colleghi… còòòòme? Si, ‘bbravo, preciso a Coso Robbò, là…” E’ la De Sindacatis che ha deciso di portare un contornino.

La De Ginocchinibus, causa ulteriore versamento al menisco, non può stare in piedi né mettersi a spignattare. Ma quando si tratta di muovere le mandibole non la batte nemmeno Popeye quando ingurgita gli spinaci in scatola.

“Io so fare il pandoro col mascarpone e la crema di pistacchi… Ragà’ una bomba!” fa la nostra buona segretaria del personale, la signorina Multitasking, che col tracchettìo del suo camminare rende lieto e ritmico il convivio dantesco del nostro Pio Istituto.

“Allora moltissimo benissimo, gentilissimi, direi che ci siamo!” E’ la Nullafacentis che conclude il piano dell’offerta formativa per la serata. “Ci vediamo la sera del 31 a scuola alle 21. Birba chi manca (ammazza quanto sono bellissima!)”

Io la Nullafacentis proprio non la posso soffrire, ma devo fare buon viso a cattivo gioco. A scuola non sempre si può scegliere, e comunque mi sono comprato una bottiglia di crema al whisky con cui fare bella figura alla festa, con la speranza di centellinarmela in beata solitudine e tranquillità. Mal me ne incolse, perché la sala docenti è addobbata con festoni, striscioni, coriandoli, lingue di Menelicche, nastri, decorazioni, coccarde, fili argentati, stelle filanti, palline di Natale e io avrei solo voglia di andarmene vai, lontano.

“Benvenutissimi, stimatissimi colleghi! Spero che abbiate tutto ciò che vorretissime!!!” e la festa è aperta.

“Mmmmmhhhh!!! Come è buona questa frittata… come l’hai fatta??” chiede la De Ginocchinibus alla Acidophili, giusto per sciacquarsi le corde vocali e ingurgitare qualcosa.

“Come vuoi che l’abbia fatta? Con le uova sbattute. Con cos’altro, se no? Ci ho messo dentro solo uno schizzo di cianuro giusto per dargli il sapore.”

Devo dire che la Acidophili sarà quel che sarà, ma per trarsi di impaccio da queste miserie umane e linguistiche è veramente una fuoriclasse.

La serata si ammoscia già dopo un quarto d’ora e allora il professor Marxistis se ne esce con la trovata del secolo: “Wunderbari, facci la mossa!!”

Allora la Minus Habens attacca la canzoncina attingendo dalla più fulgida tradizione napoletana: “Chi me piglia pe’ francesa, chi me piglia pe’ spagnola…” e al rullo di tamburi eccola di nuovo salire sul tavolo e scatenare le sue bellezze. Io mi asciugo una lacrima di sudore, un po’ per le bellezze un po’ perché non eravamo mai caduti così in basso.

Ma l’ora fatidica arriva per tutti, ed è quasi una liberazione. “Ragazzi, un momento di attenzionissima! Sintonizziamo gli orologi [sì, su Tele Capodistria!!]. Meno 5… 4… 3… 2… 1… Buon annoooooooooooo!!!”

La De Poppibus vorrebbe mettere il CD col Valzer delle Candele, ma siccome non ci capisce niente di tecnologia, infila a caso un disco e, come per magia, si materializza l’imbarazzante rito del trenino al ritmo dell musica brasiliana, che io non ho mai potuto sopportare.

“Tutti a fare il treninooooo!!” strilla come un’ossessa la signorina Multitasking. Allora i colleghi si mettono in fila, con dei cappellini in testa che li fanno sembrare, se possibile, ancora più ridicoli di quello che sono e la musica si diffonce: “Peppé peppé peppé… eeeeeeeehh, meu amigo Charlie…” e lì mi viene chiaro in mente cosa vogliano dire i parlanti di lingua portoghese quando tirano fuori la “saudade”.

La sconcezza si protrae per pochi minuti, fortunatamente, giusto il tempo di prendere i cellulari e chiamare i mariti, i figli, gli amanti, i fidanzati, le mamme.

“Prondoooooo? Mammà’, mi sendooooooo?? Ci ho pochi ggiga, mammà’, fai presto che sennò mi scade l’offerta Vocafone e io di cafoni non ne voglio…”, pronunzia ad alta voce la De Sindacatis.

“Sì, sì, tanto, anch’io… ma sì che domattina lo facciamo…” mormoreggia la Wunderbari.

“Sta andando tutto benissimo, la scuola è bellissima, io pure e tutti sono carinissimi! Sì, ti amo tantissimo.” E’ la Nullafacentis che amoreggia superlativamente col marito, che non si sa come diavolo faccia a sopportarla.

Alle 00.45 tutto finisce per espiazione certificata della condanna. Ognuno se ne torna a casa lesto lesto e alla fine rimaniamo solo io e la Nullafacentis come due imbecilli.

“E’ stata proprio una festa belissimissima. Adesso però mi aiuti a pulire e a rimettere a posto!” mi sorride la mefitica.

E io vorrei solo stendermi nudo sul tavolo dell’aula del Consiglio d’Istituto.

Te piace ‘o Presepe?

Reading Time: 4 minutes

Gingo Bèèè, Gingo Bèèè, Gingo din do dàààààààn… è Natale in tutti i cuori, e l’ultimo giorno di scuola prima delle sospirate e meritate vacanze somiglia al Presepe vivente che il pio Dirigente Scolastico Ferocius De Leonibus ha fortemente voluto per rappresentare il mistero gaudioso della Natività.

Tutti ammirano la sacra rappresentazione, in cui troneggiano il nostro caro bidello Antenore, vicino alla figura del collega Marxistis, nel ruolo insostituibile del bue e del somaro, che scaldano con i loro fiati grevi il bambinello appena nato e interpretato da quel buon elemento del Corbelli, che siccome la De Chattibus, nel ruolo impegnativo della Vergine Maria (la De Chattibus vergine, sì, sì, certo, certo…) gli ha schiaffato un quattro senza nemmeno farlo passare dal via, si è portato una fionda nella mangiatoia e prende a colpire di sassate chiunque gli càpiti a tiro. Il maledetto Corbelli ha una mira eccezionale, che nemmeno Sante Pollastri in bicicletta quando sparava alla polizia, e la De Estremitatis, che personifica la lavandaia, vince la classifica dei colpiti per quattro cerotti sulla fronte contro le due ferite di striscio inferte all’ignobile Exlege.

Il nostro buon bidello Aristide, recentemente tornato dalla convalescenza, ammira commosso la scena, ma siccome è a dieta e siamo, per giunta, alla vigilia di quel santo giorno, deve accontentarsi di una insalatina di magro al farro e pomodorini per colazione, anche per non rompere la tradizione.

Siccome mancavano i personaggi, il niente affatto pedissequo Ferocius ha pensato bene di attingere dai racconti dei Vangeli e di affidare la regia dell'”auto sacramental” al professor Crucefixis, che è di materia affine, nemmeno fosse una sostituzione per malattia in pieno scrutinio finale. Il Crucefixis, finora addetto al disbrigo degli affari correnti, ha accettato di buona lena, con riserva, il delicato incarico, e ha chiamato la Wunderbari a recitare il ruolo della Maddalena, che, va beh, col presepe c’entra come il cavolo a merenda, ma tanto più gente entra e più bestie si vedono. La formidabile regia dell’evento dà del filo da torcere perfino a Calderón de la Barca e a tutta la tradizione cinquecentesca spagnola degli atti unici di carattere religioso. Insomma, lui quella gente lì la piglia di tacco.

Il delicato ruolo di San Giuseppe spetta al professor Squacquarelli-Ricai, che siccome deve starsene tutta la mattina fermo a mani giunte, ha appena ingurgitato tre Imodium per murare gli intestini e non avere la noia dei suoi fastidiosi effetti collaterali improvvisi. “Che poi, Crucefixis, tu mi devi spiegare cosa cazzo significa ‘padre putativo’, che è da quando ero piccolo che lo sento dire e non ci ho mai capito una verza!! Corbelli, se mi tiri una strombolata ti metto un due grosso come un patrimonio immateriale dell’Unesco!”

Il Crucefixis, allora, prende in mano il Catechismo della Chiesa Cattolica (che, voglio dire, è la sua arma di ordinanza) e inforca gli occhiali serafico: “Scusate, ma sono presbite…”

“Ah, sì, presbiteriano!” gli fa eco quell’anima innocente della Wunderbari, che c’è poco da fare, quando una è scema è scema.

Il professor Berlusconis ha accettato di buon grado di fare il pastore, con tanto di pecora viva da cingere sulle spalle, però ha voluto invitare prima tutti i giornalisti locali e i fotografi di circostanza, per denunciare loro la terribile e imbarazzante situazione dei banchi a rotelle, forniti dall'”orrendo” governo di sinistra che ha massacrato la scuola con la DaD, prima della sua discesa in campo a Palazzo Comunale. Ma quelli lo immortalano mentre smincia le gambe alla Wunderbari che è entrata nel personaggio e ha poco da rodere, la sua carriera politica è ormai finita.

Data la scarsità numerica di insegnanti uomini, i tre Re Magi saranno impersonati dalla Nullafacentis (che è quella che porta la mirra, che anche quella nessuno sa cos’è), perennemente in ritardo perché stamattina la sua manicure le ha dato appuntamento alle 9,30, dalla De Sindacatiis, costantemente attaccata al cellulare (“Prondooooo?? Mi sendoooooo???”) e dalla De Bonis, che supplisce la De Poppibus dietro regolare ordine di servizio della Vice Preside, la quale ha rinunciato all’incarico per motivi di messa sicurezza dell’istituto, dato che per interpretare un personaggio maschile come Melchiorre avrebbe dovuto schiacciarsi a dismisura le due parannanze che si ritrova e avremmo tutti rischiato di andare a finire in un buco nero per l’implosione delle sue sise.

La parte dell’angelo custode spetta alla nostra buona segretaria del personale, la signorina Multitasking, che rivolgendosi agli astanti convenuti li esorta ad andare a firmare la domanda di ferie alla sua scrivania. “Se no ve le schiaffo d’ufficio e ve la vedete voi con le anime tormentate del purgatorio dei vostri trisavoli!! Nel girone degli ignavi, vi avrebbe messo Dante Alighieri, insieme a Minosse!!”

La Cervelletti sta per correggerla dicendole che il girone di Minosse era quello dei lussuriosi, ma tace per pura convenienza, altrimenti oggi le fanno recuperare tutto d’un picchio le due ore di permesso che ha chiesto l’anno scorso, che ormai la Vice l’ha sgamata e la marca stretta.

Il testo dell’orrenda poesia di Natale di Guido Gozzano è stato fotocopiato e distribuito ai figuranti. La De Chattibus declama con la sua cantilena:

“Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente.
Il campanile scocca
le undici lentamente”

“Ma, scusate colleghi, ammettiamo che l’oste fosse veramente di Cesarea, ammettiamo pure che la miscela fosse al 3% e quindi un po’ grassa (perché anche lei ne spara di grosse, quando ci si mette!) e il motorino non parta, mi dite perché la fate fare a me questa parte e non a San Giusepp…”

La raggiunge implacabile un manrovescio dello Squacquarelli-Ricai, che quando l’antispastico gli fa effetto riesce ad essere bastardo dentro all’ennesima potenza.

Giunti al climax della rappresentazione, gli astanti si raccolgono in un silenzio misterioso e solenne insieme. Sola si leva la voce fuori campo del professor Crucefixis che profondamente immedesimato nella parte osteggia:

“La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due?
– Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…
Maria già trascolora, divinamente affranta…
Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.”

E infatti la campanella del finis suona davvero. Il primo a precipitarsi fuor d’iscuola è il prezioso alunno Somarelli, ansioso di accendersi una canna, che per Natale i suoi genitori gli hanno regalato una fornitura di pakistano nero e vuol sentire com’è.

Lo ferma repente la buona bidella Cassandra, quella che fa i tarocchi, e gli chiede: “Somaré’, te piace ‘o presepio?”

E quello, infamone: “No!”

Ed io mi affretto lesto lesto a rifugiare tra le braccia di mia madre, altro che Gingo Bè!

Ce manchesse!

Reading Time: 3 minutes

La nostra squisita e imprescindibile segretaria si chiama la signorina Multitasking.

Man mano che si avvicinano le 8,10, orario in cui scade per lei, inesorabile come una ghigliottina, il termine ultimo per timbrare il cartellino, pena recupero di tre ore secche e filate supplementari alla fine del turno, si sente tutt’intorno un clima di generale impazienza.

Gli alunni che alle 8,08 si trovano già ai cancelli del Premiato Istituto cominciano a chiedersi inquieti: “Ma arriva??”

E il ragazzo di guardia, stile piccola vedetta lombarda: “Ancora no!!”

D’un tratto, ecco alzarsi un polverone di lontano. E’ la macchina della Multitasking che ha appena eseguito il pit-stop per il cambio gomme e si appresta a percorrere l’ultimissimo e impervio percorso, quello che la separa dal circuito interno della nostra Scuola benemerita, quello che finisce con il curvone della morte prima del breve rettilineo che la separa dall’ingresso, ultimissimo tratto (da percorrere a piedi) per arrivare al rito sacrificale della timbratura.

Il buon bidello Antenore, quello che sta sempre col cronometro in mano, è un fascio di nervi: “Malediziò’, stavolta nun gliela fa!! Un secondo e mezzo di ritardo al tempo intermedio.”

Ma la Multitasking non si dà certo per vinta. Preme a tutta forza l’acceleratore con le sue scarpine col tacco e strombazza come una forsennata col clacson per chiedere pista. Schiva una vecchietta, poi un palo della luce, scula con la parte posteriore della vettura e, tutta gasata, urla nell’abitacolo: “Mo’ nun me ferma cchiù manco la bonànema de Ayrton Senna!”

Ed è a questo punto che si sparge la voce di speranza e di incitamento tra tutto il personale scolastico: “Arriva, arriva, sta a sgommà’!!”

Alle 8,09 la bandiera a scacchi, affidata per l’occasione al buon alunno Corbelli, il quale si è preso una settimana di sospensione e necessita di svolgere attività utili alla Comunità scolastica, sventola leggiadra nell’aria gelida proveniente dal Gran Sasso d’Italia: la Multitasking ha tutte le migliori chances di concludere il circuto.

Ma ecco che si appresta un imprevisto: il professor Marxistis, calmo calmo, tomo tomo e cacchio cacchio sta occupando la parte finale del percorso per parcheggiare la sua Trabant, comprata nella DDR nel 1970 e ancora perfettamente funzionante, a culo all’indietro.

La Multitasking sbatte disperata i pugni sul volante: “Ma tu guarda!! Ce manchesse solo lu Marxistis co’ quella caffettiera. Puzza murì’ d’un accidente subito, m’ha ruvinat’ lu record stagionale, m’ha ruvinat’!!!”

Dopo che il Marxistis ha fatto perbene i suoi porci comodi, la Multitasking parcheggia alla sans façon occupando tre posti del parcheggio dedicato alle alte sfere scolastiche e, col badge tra i denti, si precipita a large falcate a concludere il primo quotidiano dovere. Timbra a un secondo e cinquantadue dall’ineluttabile, e viene accolta in trionfo in segreteria dall’applauso degli astanti.

Ma lei non se ne cura. Fedelissima al suo nome, mentre va al bar coi suoi passettini piccoli e affrettati, fa firmare contratti di supplenza, registra ferie, malattie, permessi speciali, si dà una ritoccatina al rossetto, si aggiusta la messa in piega, appioppa un calcione al gatto del buon bidello Aristide che nel frattempo ha sconfinato, controlla le e-mail sul cellulare e aggiusta il lavabo nel bagno delle signore già che c’è.

Il professor Cuoricini, di scienze motorie, dieci anni di supplenza continuata nel nostro istituto, respinto a tre prove concorsuali intermedie, insignito della medaglia di alluminio a precario a vita ne è perdutamente ma inutilmente innamorato. Ogni mattina le lascia il caffè pagato e prima di prendere servizio le chiede, tutto premuroso: “Era buono il caffè? Lo hai bevuto??” per sentirsi rispondere con cronometrica regolarità “Ma vai a morì’ ammazzato, a te e a chello cesso ‘e màmmeta, brutto deficiente, morto di fame e avanzo di galera!!”

Allora il Cuoricini, incassato il colpo, prende le sue carabattole e inizia mesto il suo turno quotidiano, pensando che sì, forse un caffè non è sufficiente per aver ragione del suo cuore. E allora domattina le stapperà una butta di Moët & Chandon da 130 euro e si farà riservare un tavolo con due bicchierini di plastica solo per loro due. Ma sì, troverà un modo per conquistarla, dovrà pur essercene uno. In fondo domani è un altro giorno. Ce manchesse!

L’è el dì de mort. Alégher!

Reading Time: 4 minutes

Il tavolo in truciolato simil-noce della nostra amatissima Aula Docenti “Herbert Kappler” ha visto passare centinaia di eventi dal suo primo apparire come nuova acquisizione di un bene dello Stato, con tanto di numero di registrazione e cartellino ministeriale acclusi.

Ogni volta che si verifica una nascita, un battesimo, una ricorrenza, una laurea, una comunione, un matrimonio, c’è sempre chi apparecchia il tavolone con enormi tovaglioni di carta, accessoriandola con piatti di carta, bicchieri di carta e vassoi vari. Di carta.

Oh, quante cose racconterebbe quel tavolo, se potesse! Ha visto di tutto, la nascita dei figli della De Poppibus, lo sposalizio in pompa magna della De Estremitatis, la licenza straordinaria del Marxistis per la visita a Cuba, l’ordinazione sacerdotale del professor Crucefixis, quattro elezioni consecutive della De Sindacatiis a RSU, l’immissione in ruolo della De Bonis (con relativo dono di un paio di barche a vela che le serviranno egregiamente come scarpe), la redazione delle prime querele del Professor Exlege, Dio lo strozzi.

L’apparecchiatura della mensa viene seguita dall’offertorio alle fauci fameliche dei colleghi di ogni leccornia dolce o salata che si possa facilmente trasportare. Si va dai panini al burro gravidi di prosciutto, salame, lonza, simpaticissimi con la loro bella bandierina della Finlandia infilata in uno stuzzicadenti, al croccante alla mandorla duro asserpentato, che una volta la Acidophili con un solo morso ci lasciò i denti del veleno. Ma la vivanda-regina di ogni rinfresco in sala docenti è sempre lui: il volovàn di pasta sfoglia con una rondella di Würstel e una cucchiaiata di maionese rancida.

Oggi è il 2 novembre. Ma nell’aria non si sente il triste rimestìo di novembre e della squallida commemorazione dei defunti. Si avverte, al contrario, un nonsoché di frizzantino, come di vita che si risveglia. E’ il compleanno della professoressa Wunderbari, e tutta la sala docenti è addobbata a festa per l’occasione: gli alunni di quinta hanno gonfiato una quindicina di profilattici Hatù-jeans a mo’ di goffi palloncini proprio per il festeggiamento, e l’alunno Somarelli, quello con la canna perennemente tra le labbra, le ha dedicato uno striscione variopinto di dieci metri con la scritta “Wunderbari, voglio uscire dalla droga ed entrare nel tuo tunnel!” Insomma, incontestabili manifestazioni di apprezzamento professionale.

La Wunderbari ha proprio pensato a tutto. Dalla gonna corta, alle calze nere con la riga dietro, fino alle scarpe tacco 12 con caviglia d’ordinanza a perfetto perpendicolo.

Ma quello che desta meraviglia negli astanti è il buffet vegano e ayurvedico messo a disposizione di quel coacervo di mascelle di rinforzo e di palati fini, pronti ad assaggiare ogni manicaretto: dalle tartine al tofu, zenzero e paprika dolce del Pakistan, alla scodella di pasta fredda condita con seitan, funghi cinesi e verdurine al vapore sautées, al cappuccino tiepido senza schiuma di caffé d’orzo e latte (di soia), al formaggio fritto (di soia), all’insalatina di fagioli freschi (di soia) con un dolce fatto di farina (di soia), olio (di soia) e zucchero (stavolta di canna!). Poi, se qualcuno gradisce un aperitivo c’è un centrifugato di sedano, carota e germe di grano.

Il professor Berlusconis è lì che mastica quel cacchio di seitan da due ore. L’ha ridotto a un bolo informe e tristemente omogeneo, ma proprio non gli scende in canna. La De Ginocchinibus si è riempita un piattuccio da consumare durante la mattinata ma l’ha tirato nel muro della prima Z con la chiara intenzione di colpire il Corbelli che invece le ha fatto marameo.

La Wunderbari è addirittura raggiante, in forma strepitosa. Ha finito di frequentare il corso annuale di Buddismo, ormai dice gli Om saltando la corda ad occhi chiusi, canta il mantra “Hare Krishna” sul motivo di “My Sweet Lord” di George Harrison, ma soprattutto è bella, bella che non te lo immagini. E cretina. Cretina come un trattore a cingoli.

Tutto d’un tratto, come presa da un raptus incontenibile, la Wunderbari sparecchia in quattro e quattr’otto liberando di nuovo il tavolo e concedendosi una pausa digestiva.

“E ora… si balla!!!”

La Wunderbari si arrampica sulle sedie e raggiunge la superficie del tavolo dove si installa ben piantata col suo maledetto tacco 12 e consegna alla collega De Poppibus il suo CD preferito, chiedendole di metterlo a tutto volume. E’ una compilation di salsa, merengue, rumba e samba masterizzata di frodo e scaricata biecamente da YouTube. La De Poppibus, dal canto suo, non sa nemmeno da che parte si gira un CD, capisco una musicassetta, ma queste diavolerie moderne non son proprio cosa per lei, e cede volentieri l’ingrato compito alla nostra vice Preside, la cara Digitalis, che, con la sua vocina da viola d’amore scordata, annuncia tutta festosa: “E adesso musica!!”

La Wunderbari si scatena. Balla, canta, ancheggia, ammicca, in un pericoloso alternarsi di sguardi e messaggi subliminali.

“Vamos a la playa, a mí me gusta bailar, el ritmo de la noche, salsa fiesta…” e poi, sempre più sudata, “Una mano en la cintura, una mano en la cintura, un movimiento sexy…” fino ad arrivare a “¡Mueve la colita!”, insomma, tutte testimonianze letterarie della tradizione medievale spagnola.

E’ tutto un movimento ritmato di polpacci, cosce, natiche. Il collega Berlusconis si sgancia la cravatta, tutto accaldato e addenta un cetriolo in pinzimonio per la disperazione. E mentre la Wunderbari canta “Bailamoooooos”, il professor Crucefixis e il collega Marxistis stramazzano a terra svenuti, praticamente all’unisono. Dal gabbiotto parte immediatamente la richiesta di soccorso al 118 che prontamente invia un’autolettiga matrimoniale per i due infartuati che, trasportati al vicino nosocomio, venivano dichiarati fuori pericolo e ricoverati in due stanze separate in osservazione. Tra i loro primi desideri qualcosa da leggere per far scorrere più velocemente sia il tempo che le gocce di soluzione fisiologica che si consuma lentamente dalla flebo. I medici hanno accondisceso di buon grado al loro desiderio, solo che quella carogna del professor Exlege, il primo a rendersi al loro capezzale, ha dato il breviario al Marxistis e il Compendio del Capitale di Errico Malatesta al Crucefixis. Poi se n’è andato con un ghigno beffardo.

Io volevo di buon grado correre tra le braccia di mia madre, ma la festa era finita e mi accontentai di una carotina avvizzita e scondita rimasta lì ad ammuffire.