Guadagnare soldi sul web è possibile. Ma bisogna farsi il culo.

Reading Time: 4 minutes

Sissignori. E’ così. Guadagnare soldi con un sito web si può, è possibile e funziona. Solo che bisogna farsi il culo.

Se avete un sito web costruito da poco, non fatevi illusioni. Probabilmente i motori di ricerca devono ancora “vederlo” e indicizzarlo a dovere. E, comunque, la prima pagina dei risultati di ricerca scordatevela. C’è gente che paga per esserci. Gli altri hanno poche, pochissime chances.

Il SEO non serve a niente. Non credete agli annunci degli acchiappacitrulli che vi promettono risultati strabilianti in poco tempo. Solitamente vi spillano un mucchio di quattrini. I criteri con cui Google mette in prima pagina una pagina piuttosto che un’altra li conosce solo Google e nessun altro. Per cui mettetevi l’animo in pace. Non ci arriverete mai.

Se qualcuno cerca “sesso on line” e voi, guarda caso, avete scritto proprio un articolo su quell’argomento (porconi!), è assai probabile che facciate fiasco.

Se, invece, avete scritto un articolo su “Come scompattare un file zip su un server Linux“, qualche possibilità in più la avete. Perché probabilmente la ricerca dell’utente finale sarà meno generica e più raffinata.

Vi dico subito una cosa: se NON avete ALMENO un milione di pagine viste al mese è ben difficile che guadagniate cifre degne di essere prese in considerazione. Per carità, anche 50 centesimi al giorno sono meglio di un calcio nei denti. Ma sono sempre 50 centesimi al giorno.

Dipende da quello che volete. Se cercate un secondo stipendio è bene che vi mettiate a lavorare, e sodo. Se vi basta, in fondo all’anno, ripagarvi l’hosting e comprarvi un pacchetto di caramelle, è legittimo, e allora questo sproloquio potrebbe fare per voi.

Ma mettetevi in testa una cosa: voi non siete Wikipedia. Se Wikipedia mettesse un banner pubblicitario (perché di questo si tratta in questo post) per un’ora al giorno su TUTTE le sue pagine, eviterebbe di chiedere un caffè a tutti e di rompere i coglioni alla gente. Non lo fa per motivi etici? Cazzi suoi, anche l’etica si paga.

A proposito di Wikipedia: sapete come fa ad essere in testa alle ricerche su Google? Perché ha molti, moltissimi link interni ed esterni. Milioni e milioni di pagine corrispondono a milioni e milioni di link. Li avete, voi? Se sì, bene. Se no, che volete che vi dica io?

Pubblicità, dunque. Come quella che vedete qui. O di altro tipo. Dipende da quanto siete disposti ad essere invasivi nei confronti del lettore finale, quanto vi importa guadagnare e quanto vi importa che la gente vi legga. Sono scelte vostre, io non ci azzecco niente.

Io ora vi dico chi sono i MIEI fornitori di pubblicità, per il resto decidete voi.

1) Google AdSense: tenetelo molto ben presente: voi ne avete un disperato bisogno. E loro, se state alle loro regole, pagano puntualmente il 21 di ogni mese a patto che abbiate maturato un payout (credito) di almeno 70 euro nel mese precedente. Se così non è, non temete, i vostri dindini saranno messi da parte finché non avrete raggiunto gli agognati 70. L’iscrizione è un po’ lenta e macchinosa. O, almeno, lo era ai miei tempi. Ora non so.

State attenti perché con Google AdSense è facilissimo farsi brasare l’account, e poi piangete. Dovete stare alle loro regole, correggere i problemi che vi vengono via via segnalati, ma, soprattutto i clic che ricevete (e i soldi che ne ricavate) devono essere autentici e genuini. Se cliccate sui banner per conto vostro dopo tre giorni vi buttano fuori e non vi pagano nemmeno il maturato. E voi non siete così scemi, vero? Attenzione anche a fare gli sboroni. Non mettete i vostri ricavi sui social. Fatevi belli con gli amici a voce, magari. Ma non pubblicate MAI i vostri ricavi su un sito web o su un social. Lo so che è una tentazione irresistibile (come tutte le tentazioni), ma non si può fare. Per cui o accettate questa regola o lasciate perdere.

NESSUNO vi pagherà mai quanto vi paga AdSense. Quindi è inutile cercare alternative sul web. Le alternative ci sono, mica no. Il guaio è che pagano molto, molto di meno. Usatele quindi come riempitivo, NON come fonte primaria. Che è e resterà SEMPRE Google AdSense. Consideratelo un matrimonio. Di convenienza ma pur sempre un matrimonio.

2) Adsterra: questi sono una sorpresa. Sono veramente bravi. Non fanno storie per accettarvi il sito e sono assai rapidi nel darvi l’OK. I contenuti non sono all’altezza di quelli di AdSense. Qualche tetta e qualche culo qua e là. Ma potete escludere gli annunci hard, se non li gradite o se non li gradiscono i vostri lettori.

Pagano una volta ogni quindici giorni, via PayPal, se avete maturato 100 dollari (dollari, NON euro) di introiti. Per il bonifico ce ne vogliono 1000. Però, con altri sistemi pagano anche con soli 5 dollari. Insomma, cazzi vostri anche qui come volete incassare.

Ci vuole un periodo di “comporto” (nemmeno molto, appena 14 giorni) per entrare nel “giro” dei pagamenti, ma una volta entrati andate sul sicuro.

Altra cosa buona: a differenza di AdSense non pagano se qualcuno fa clic sulle pubblicità, ma il 70% dei loro banner paga per visualizzazione. Sarete, cioè, pagati una cifra (miserrima) ogni volta che il banner “appare” sul vostro sito. Benetto a sapersi.

Ci ho messo anni a trovare Adsterra. Il consiglio è gratis. Valutate e decidete.

3) Adscash: sono lituani ma che ve ne frega, mica siete razzisti! Hanno dei banner pubblicitari ma ci fate poco o niente. Meglio i popup. Ma occhio che i popup sono invasivi, vengono a noia e subito. Per cui usateli con cognizione e parsimonia.

Hanno un payout molto basso, appena 25 eurini, pagano su PayPal dopo un mese dalla conclusione del periodo di rifermento. Siccome siete duri di comprendonio, ecco spiegato il tutto con un esempio: nel mese di gennaio maturate 30 euro. Bravucci, avete superato i 25. Quindi avete diritto ad essere pagati. Lo sarete (anche su PayPal) agli inizi di marzo (tra il 3 e il 6 del mese, solitamente).

Perché tutto questo? Ma allora davvero siete fuori dal mondo. Soldi, interessi. Se il vostro credito lo trattengono in banca per un mese, su quella cifra e su quell’importo, per quel periodo l’azienda che vi paga riscuote gli interessi. Voi siete uno, ma loro hanno migliaia di publisher, e alla fine dell’anno sono soldini. Che ve ne sembra?

Dimenticavo che anche qui l’importante è andare a “regime”. Poi, se siete bravini e anche fortunatelli, potete contare sui vostri bravi 25 euro al mese o più anche voi.

4) Paycash: non sono il massimo. Si occupano di popunder, che non sono invasivi come i popup, ma rompono abbastanza le balle. Pagano poco e ci mettete una vita a racimolare qualcosa. Tuttavia, col tempo e la pazienza maturano le sorbe, diceva il mi’ nonno Armando.

Quanto guadagno io? Sì, lo dico a voi!!

E chest’è!

Il sessismo dei meme

Reading Time: 3 minutes

Le Università cercano matricole. Succede, mi sembra perfettamente normale.

Ciascuna di loro ha una propria strategia pubblicitaria per raccogliere le adesioni degli studenti neoiscritti, e anche questo mi sta bene, se non fosse che devo prendere atto del fatto che anche questa è diventata una concorrenza di libero mercato. Gli studi e il diritto all’istruzione dovrebbero essere sacrosanti e avulsi da questa logica, ma tant’è, e ognuno tira l’acqua al proprio mulino.

L’Università del Piemonte Orientale ha deciso di affidarsi nientemeno che a un meme. Parola orrenda invalsa nell’uso corrente grazie ai social e a un impoverimento linguistico ormai inarrestabile.

Un meme è una fotografia solitamente malraffazzonata, che contiene una sorta di commento. Spesso una battuta, più raramente una considerazione amareggiata.

E’ tempo di social, bellezze, nessuno può più sottrarsi alla tentazione di avere qualche “like” (unica ed autentica merce di scambio nelle dinamiche umane) in più. Nemmeno le Università, che, pure, per il loro ruolo sociale ed istituzionale, potrebbero sottrarsi benissimo da queste dinamiche.

Il meme raffigura una coppia di fidanzati, o presunti tali, che si tengono mano nella mano. Passa una bella ragazza (denominata “UPO” acronimo di Università del Piemonte Orientale) e lui (“Io che cerco il futuro”) si gira a guardarle il culo, con grande disappunto della di lui druda, denominata “altre università”.

L’iniziativa ha fatto esplodere il caos nei social, causando reazioni sdegnate che la tacciavano di sessimo. L’UPO ha ritirato immediatamente il meme, con un commento del Rettore Gian Carlo Avanzi, riportato dal quotidiano “La Stampa” in questi ultimi giorni:

«Abbiamo chiesto all’agenzia che si occupa della nostra comunicazione di adeguare le tecniche utilizzate sui social media per avvicinare le nuove generazioni. È stato dunque proposto di utilizzare anche dei meme, cioè vignette di natura umoristica, spesso dissacratori, frutto di rielaborazione di altri contenuti di tendenza nel web. Quello di cui si parla è tra i più usati e replicati su Internet e gode di grande notorietà nel pubblico giovanile».

Quindi, la foto in questione sarebbe “di tendenza”, una delle più usate in Internet e godrebbe, vieppiù, “di grande notorietà nel pubblico giovanile”.

Cioè, il pubblico giovanile dei social terrebbe in grande considerazione una fotografia in cui un ragazzo che passeggia con la sua fidanzata si volta per guardare il culo di un’altra ragazza che passa. Ignoro, personalmente, che cosa pensino le docenti di quell’ateneo dell’iniziativa, spero vivamente che ce ne sia qualcuna indignata, ma il pubblico reagisce, tra l’altro, così:

«Questo è un post che mi potrei aspettare dal mio amico delle medie, non da un* social media manager di un’università»

«Agghiacciante! Con la seria aggravante che è emesso da un ente pubblico per l’istruzione»

«Sono amareggiata nel leggere sulla vostra pagina questo tipo di meme, spero vivamente sia un fake, sopratutto in questi giorni dove tutto il mondo ha occhi e orecchi pieni di attenzione e sgomento per le varie condizioni femminili»

Questo tanto per dare l’idea di quanto il pubblico abbia gradito l’iniziativa, e del favore che incontra presso i più giovani questo tipo di rappresentazioni iconografiche.

Dopo i chiarimenti, le scuse di Avanzi:

«Se la vignetta ha offeso qualcuno, UPO se ne dispiace e, in futuro, terrà conto anche dei punti di vista e delle sensibilità che in questa occasione si sono espresse in senso contrario al meme. UPO non rinuncia, peraltro, a considerare la leggerezza come un elemento fondante della natura umana».

Non mi pare che la vignetta possa aver offeso “qualcuno”. Era un’offesa in sé. Conteneva “in nuce” una carica denigratoria che travalicava l’intento umoristico. La leggerezza? Cosa c’entra la leggerezza con tutto questo? Mi pare proprio, al contrario, di ravvisare in questa rappresentazione iconografica una pesantezza innecessaria e ingiustificata che NON E’, questa no, “un elemento fondante della natura umana”. Da che mondo è mondo l’umorismo e l’ironia costituiscono il ridere CON gli altri, non certo il ridere DEGLI altri. Io posso fare diecimila battute e tutte perfettamente riuscite, se tutti ridono. Ma se qualcuno non ride, anzi, si sente indignato dalla grevità del mio discorrere, quella non è più leggerezza. E’ un segno sovrasegmentale che non giova a nessuno, anzi, danneggia una sensibilità.

Sono personalmente sollevato dal fatto che questo contenuto di gusto quanto meno discutibile sia stato cancellato. Ma purtroppo il web è impietoso e ha la memoria lunga: tutto si crea, nulla si distrugge, e la moltiplicazione dei contenuti sta ad indicarlo perfettamente.

Certo, non è stata esattamente una affermazione di stile cadere a piene mani nel linguaggio e nelle tendenze dei social, unica ambizione personale e istituzionale. Ma gli conviene?

classicistranieri.com aiuta le donne del Pakistan

Reading Time: 2 minutes

Quando iniziai la folle e disperatissima avventura di classicistranieri.com, nell’ormai lontano 2001, non avrei mai immaginato di arrivare, sia pure vent’anni dopo, come direbbe Dumas (o Guccini) ad offrire persino del lavoro a qualcuno.

Con la mia brevissima ma umanamente (e solo umanamente) gratificante esperienza con ACX da “imprenditore” dell’audiolibro (capirai!), avevo già cominciato. Poi mi hanno bloccato due account e mi sono soffermato un pochino a pensare a come risolvere l’impasse. Ho trovato un’altra piattaforma per pubblicarli (il libero mercato esiste anche alla faccia di ACX) e nuove soluzioni per le collaborazioni.

Di qualcuno che mi aiutasse avevo particolarmente bisogno. Sono una schiappa assoluta e completa in campo grafico e faccio delle copertine letteralmente di merda con Paint. E’ un mio limite. Così ho pensato, servendomi dei servizi di Fiverr, di farle fare ad altri. Anzi, ad altre.

Perché ho deciso di dare questa possibilità a delle donne che vivono in Paesi poveri del mondo.

Ho trovato una collaboratrice dal Bangladesh (ma esiste ancora?) e altre due dal Pakistan. Per ogni copertina realizzata guadagnano l’equivalente di 5 dollari. Che, voglio dire, sono pochi anche lì, ma questo mi posso permettere, con gli scalcagnati fondi di classicistranieri.com. E questo faccio.

Sono ragazze giovani, studentesse o già madri di famiglia con tre figli. Qualcuna su WhatsApp (perché per loro un messaggio WhatsApp è un evento) mi scrive di essere molto povera e di avere estremo bisogno di lavorare. Un’altra mi ringrazia dal profondo del cuore e mi dice che grazie al lavoro svolto per me è riuscita a portare al ristorante i suoi anziani genitori contadini che, poveracci, lavorano tutto il giorno e non escono mai. Altre mi hanno chiamato “creatura unica” (io, ma vi rendete conto??) e mi hanno mandato delle foto dei loro figli.

Sono piccole cose, certo insignificanti, ma ne sono molto, molto felice. Il contatto umano, l’empatia con l’utente o con chiunque avesse a che fare con la mia biblioteca virtuale, è sempre stato prioritario per me. E questo è quello che riesco a fare con poche centinaia di euro a disposizione. Mi spiace solo che chi ne ha oltre 10.000 in cassa abbia scelto altre soluzioni più imprenditoriali per l’ultilizzo del proprio denaro. Non sanno proprio cosa si perdono. Ma gli conviene?

Laura Cesaretti: licenziate i prof!

Reading Time: 3 minutes

Finora non avevo mai sentito parlare di una certa Signora Laura Cesaretti, giornalista.

Eppure seguo regolarmente “Prima Pagina”, la lettura dei giornali del giorno di Radio Tre, e a lei è toccata almeno una conduzione. Si vede che invecchio e che le sinapsi non funzionano più tanto bene.

Apprendo dal web che la Signora Cesaretti ha collaborato con “Radio Radicale”, è approdata al “Foglio” e infine sta lavorando per “il Giornale”, a Roma, Milano e Bruxelles. Insomma, una gavetta e una carriera brillanti e, immagino, non prive di soddisfazioni personali, se tanto mi dà tanto.

Ieri sera mi è capitato di rimbalzo su Twitter (io non la seguo) un suo cinguettìo che fa da contraltare a un messaggio dell’Huffington Post, in cui una certa Barbara Floridia ha scritto un articolo intitolato “No sanzioni, diamo altri ruoli ai prof. senza Green Pass” (“Green Pass” lo scrivo maiuscolo perché è imperativo categorico), in cui si ventilano proposte di impiego alternativo degli insegnanti privi del passaporto verde (e, quindi, di vaccinazione o di tampone negativo). In effetti “altri ruoli” detto così suona un po’ stonato. In quali ruoli vorrebbe collocarli la giornalista dell’Huffington Post? In qualche girone o bolgia dantesca? Non si sa. Egli è che gli insegnanti un loro ruolo ce l’hanno e farglielo cambiare è un po’ complicato, a meno che non siano loro a chiederlo. Ma, si sa, i giornalisti con il mondo della scuola pubblica non hanno molta dimestichezza, e l’articolo sarebbe stato destinato verso un più che onorevole diritto all’oblio, se non fosse per il fatto che la Cesaretti ha risposto con un lapidario “Licenziatela [si intende, immagino, la Floridia], assieme ai prof.”

Imbarazzante che una giornalista dotata del suo equilibrio invochi a gran voce il licenziamento per i docenti non vaccinati, quando nemmeno il più decreto dei decreti del Governo prevede questa extrema ratio.

Ma c’è una piccola cosa, un particolare che forse è sfuggito anche a voi. Il tweet lapidario della Cesaretti è stato cuoricinato (su Twitter un cuore corrisponde a un like) nientemeno che da Roberto Burioni. Proprio lui. Che è stato querelato presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria dal Codacons assieme ad altri due suoi illustri e stimatissimi colleghi. Cioè, Burioni ha espresso un plauso a una esternazione di una giornalista non esattamente del Manifesto che si adoperava per far conoscere ai suoi followers (tantini, complimenti!) la sua opinione favorevole al licenziare gli insegnanti.

Il bello della rete è che è impietosa, e che anche se li cancelli cerca di cancellarli in fretta certi commenti imbarazzanti, perché tutto si crea, tutto si conserva, niente o quasi niente si trasforma, tranne Wikipedia, probabilmente.

La Cesaretti ha al suo attivo qualcosa come quasi 94000 tweet. Complimenti di nuovo per la sua frenetica attività social. Che, però, non è stata sempre rose e fiori. Twitter le ha limitato l’uso del suo account per 12 ore per aver scritto a Di Maio “La prossima volta potreste per favore buttarvi da quel cazzo di balcone?”

Secondo il social si tratterebbe di incoraggiamento al suicidio. Ma dodici ore passano presto, e la Cesaretti è tornata al pubblico dei suoi followers più bella e pimpante che pria.

All’indomani della scomparsa di Stefano Rodotà scrisse dei commenti di pessimo gusto su Gustavo Zagrebelski e, più di recente, ha commentato in modo altrettanto discutibile la nascita di Andrea Di Battista, il figlio di Alessandro Di Battista e della sua compagna Sahra. “Ma hanno fatto l’amniocentesi?” scriveva. E ha liquidato il tutto (su Facebook, stavolta, non su Twitter) definendolo “solo una battutaccia, probabilmente di pessimo gusto“.

Gli avverbi di modo ci cambiano la vita.

Tuttavia, la Signora Cesaretti si è fermata a un filo dall’enciclopedismo. Qualcuno, un certo “Pamatt” ha provato a dedicarle nientemento che una pagina su Wikipedia, ma un amministratore piuttosto solerte l’ha subito cancellata. Peccato davvero.

That’s all, Folks!

Qualche riflessione sull’attacco hacker ai server della Regione Lazio

Reading Time: 2 minutes

Siamo tutti, di colpo, diventati esperti informatici.

Tutti. Politici, gente comune, commentatori, giornalisti e chi più ne ha più ne metta. Hanno criptato i dati del portale della Regione Lazio rendendoli inservibili, e tutti, d’improvviso, sappiamo che cos’è un hacker.

Da tempo ci bombardano di mail con allegati sospetti, qualcuno di noi ci clicca anche sopra e succede il patatrack. Naturalmente continuando ad usare il nostro caro Windows o affidandoci all’infallible Mac, perché di installarsi Linux e vivere un po’ più felici (e sicuri) non se ne parla.

Terrorismo, si è detto, ma anche attacco degli antivaccinisti, esperti delle reti virtuali, si è parlato delle destre sociali e perfino leggerezza di un dipendente.

Sì, perché il dipendente in questione pare stesse lavorando in smart working e qualcuno avrebbe usato la sua connessione per intrufolarsi e combinare Casamicciola. Uso il condizionale perché la questione del dipendente incauto non è stata ancora né confermata né analizzata dagli inquirenti. Sono solo voci. Che poi, voglio dire, questo qui stava lavorando, non poteva farsi un ballino di affari suoi? Però, per contro, c’è anche da dire che il computer era il suo, la connessione idem, il sistema operativo se è un colabrodo forse non è nemmeno colpa sua (“eh, ma l’ho trovato preinstallato sul PC al momento dell’acquisto…”, no, perché c’è gente così), avrà pensato che, magari, mentre lavorava, aveva tutto il sacrosanto diritto di farsi una giratina per un sito porno, un sito di scommesseo uno di scommesse, o di guardarsi la sua posta elettronica personale e di cliccare dove gli pareva a lui. Perché la libertà è anche essere sprovveduti.

E così si è preferito dale la colpa a un ben meglio identificato “interesse geopolitico”, gridare al “sabotaggio delle istituzioni”. Fabio Ghioni, che è uno (lui sì) dei massimi esperti informatici italiani, fa risalire il tutto ad un malware originario del Marocco, dell’Algeria e della Tunisia e che viene usato fin dal 2007. I riscatti, da qualche anno a questa parte, vengono richiesti in bitcoin. Poi si sa benissimo che non c’è nessunissima possibilità di recuperare i dati, nemmeno se uno paga. Si resta lì, in braghe di tela, e questo è quanto.

Sono stati infettati anche i dati del backup, che era incautamente collegato alla rete. Ora, mi chiedo, ma come si fa a rendere disponibile IN RETE un backup? Un backup te lo fai su un server sicuro e te lo tieni lì, la rete la stacchi e se ci sono problemi ripristini la copia pulita. Semplice. Qualcuno ha scritto che a gente così non affiderebbe neanche la sua lista della spesa. Io non gli affiderei nemmeno il servizio delle pulizie del mio condominio.

Ma è così. E pensare che nemmeno un dato sensibile di quelli ospitati è stato violato. Eh sì, gli antivaccinisti ne sanno una più del diavolo.

Opera rivela che il sito del Ministero della Salute ha delle pagine non sicure

Reading Time: < 1 minute

Insomma, metti che tu ti colleghi al sito del Ministero della Salute (che non è questo blog, voglio dire, è un sito istituzionale e di informazione di primario interesse e dovrebbe costituire un servizio per il pubblico di non scarza rilevanza), clicchi su un link (interno!) e Opera ti rimanda il segnale che quel sito NON è sicuro, come ci rimani? Voglio dire, io pago le tasse, che vanno anche a finire nella creazione di siti web dei vari ministeri del Governo italiano, sono un cittadino interessato a ottenere delle informazioni sulla salute pubblica (mica bruscolini!) e ricevo il segnale che quel sito o quella pagina NON sono SICURI?? Chi rilascia il certificato SSL? E come mai io con uno strumento aperto, libero e gratuito alla portata di tutti come WordPress non ho MAI avuto un problema di sicurezza dei contenuti (l’unico problema che ho avuto riguardava la scadenza del certificato che Aruba non mi aveva rinnovato automaticamente per un errore)? E, voglio dire, perché si spendono fior di quattrini nella realizzazione di siti istituzionali che poi dànno problemi di sicurezza, quando possiamo non avere problemi senza spendere niente? The answer, my friend, is blowin’ in the wind.

Il pane a 6,50 euro al kg. per toogoodtogo.it

Reading Time: 2 minutes

Ogni tanto vado a vedere il mio account su Instagram. Non spesso (ce l’ho così tanto per fare), ma ogni tanto ci vado.

Anche Instagram è pieno di pubblicità. E fin qui nulla di strano, ci càmpano, vorrei anche vedere che fosse il contrario. Ma stamattina mi sono imbattuto nella pubblicità di un sito molto interessante che volevo consigliarvi. Si tratta di toogoodtogo.it ed è una nobilissima iniziativa. Si basa sul fatto che 1/3 del cibo di ogni giorno viene buttato, e ha creato una rete di 17171 bar, ristoranti, supermercati, panetterie, hotel e quant’altro, salvando, nella sola Italia, 3,8 milioni di pasti, fino ad ora. Se avete un negozio potete affiliarvi (Coop, Grom, Venchi, Eataly e Carrefour, per esempio, lo hanno già fatto), raggiungendo una vasta clientela e guadagnando sull’invenduto. Bello. Applausi. Auguri di cuore.

Solo che è la foto che non mi convince. Si vede del pane in una vetrina di un fornaio. Costo del pane, da 6 a 6,50 euro. Ma ora dico, cos’è, oro?? Ci credo che poi un fornaio ha l’invenduto, se lo vende a quel prezzo voglio vedere chi glielo compra! Per carità, sarà anche pane di primissima qualità, non lo metto in dubbio, ma com’è che io il pane quello ai cinque cereali, buono da leccarsi i baffi, lo pago 3,50 euro al chilo, e questi vendono un pane speciale a 6,50?? Ma dove siamo arrivati, a mettere il pane in cassaforte perché nessuno ce lo rubi?

Mi viene in mente una vecchia barzelletta livornese in cui c’è un bimbetto che entra in un negozio di fornaio e chiede “Fornaio, ce n’ha pane posato?” e i fornaio “Sì, hai voglia te!” E allora il bimbo di rimbalzo: “Bravo scemo, così impari a farne di meno!!”

Voi, comunque, il pane non buttatelo via, ché ci viene dimolto bòna la pappa col pomodoro. E andate su toogoodtoogo.it, scaricatevi l’app, come ho fatto io, e cominciate a risparmiare e far risparmiare anche voi. Ne vale la pena. Tanto il fornaio il pane a 6,50 sapete dove può cacciarselo?

I numeri di classicistranieri.com

Reading Time: < 1 minute

Questi sono i numeri di classicistranieri.com per la settimana che va dall’8 al 14 luglio compresi, così come riportati da Google Analytics.

Insomma, si viaggicchia (e la tendenza è all’aumento), e si va un bel pezzo in tasca a quell’artri!

Di nuovo in linea

Reading Time: < 1 minute

Vi scrivo dal Freccia Argento da Ancona a Bologna Centrale. Mi hanno telefonato da Aruba per dirmi che è stata colpa di un loro disservizio, che si scusano, che non dovevo comprare il certificato SSL da Actalis, che loro me lo danno gratuitamente, che Actalis mi rimborserà (sì, in “pochi minuti”, immagino), che Babbo Natale esiste, che il “Che” è vivo e lotta insieme a noi. Tutto è bene quel che finisce bene, forse. Ora però leggetevi il blog, rilassatevi non rompete i coglioni, che devo scendere.

classicistranieri.com e la Chiesa per l’eiaculazione dolorosa

Reading Time: 2 minutes

Avete mai provato a digitare su Google la stringa di ricerca “classicistranieri.com”? L’ho fatto io per voi (poi ditene male!!).

Alla terza pagina dei link (non in primissima, dunque, ma nemmeno troppo penalizzato), appare un sito che ricollega la mia modesta e per nulla presuntuosa bibliotechina digitale che umilmente gestisco, collegata ad una non ben meglio identificata “Chiesa della post eiaculazione dolorosa”. Poverini, l’eiaculazione dolorosa è un male sociale e questi dovranno pur pregare il loro Dio, in una maniera o nell’altra.

Ci clicchi sopra e…

ecco, ti si apre un puttanone micidiale con tanto di poppe di fuori (sì, insomma, le puppe, le tette, le zinne, le cacciatorpediniere, o come volete chiamarle), che ti chiede se vuoi fare sesso stasera, ma si premura anche di chiederti se per caso hai compiuto 18 anni e sei consapevole di quello che fai. Cioè, usano il nome di una risorsa culturale per apparire sui motori di ricerca (ma gli conviene?) e propagandare l’attività proselitista della loro legittima e sacrosanta realtà parrocchiale. Le pie donne che popolano iconograficamente questo sito (tutte degli emeriti budelli!) vi accoglieranno facendovi introdurre l’argomento, ma se dovesse essere troppo duro o ostico avranno pietà del vostro mal perverso e vi aiuteranno a venirne a capo. Il tutto per una modica cifra di denaro (dia, dia, dia qui…) che sarà convertito in obolo per la ricerca contro l’eiaculazione dolorosa. Insomma, bisogna aver fede, speranza e carità con questi benefattori dell’umanità che oltretutto ti impestano il computer di robaccia. Voi tenetelo ben presente.

valeriodistefano.com non è raggiungibile, ma gli accessi raddoppiano da Helsinki

Reading Time: < 1 minute

…e mentre voi NON state leggendo queste righe dal blog (fortunati gli “amichi” di Facebook, che possono guardarsele in anteprima, come se fossero una roba interessante), le statistiche di statcounter.com (servizio buonino, provatelo) segnalano che il numero degli accessi è più che raddoppiato.

Che fantastica storia è la vita! La gente non riesce a leggere un cazzo, ma in compenso sono molti di più quelli che si collegano. A volte si dice la casualità, nevvero??

Ma da dove vengono tutti questi accessi? E’ presto detto, da Helsinki, Finlandia. Ora, che cosa glielo faccia fare a un tizio che sta ad Helsinki di collegarsi di continuo con il mio indirizzo web tramite Hetzner online GmbH, lo sa solo il padreterno. O forse lo so anch’io, che padreterno non sono. Hacker di merda!

Il senso del browser Opera per valeriodistefano.com

Reading Time: < 1 minute

In queste ore di latitanza del blog, in cui Actalis sta cercando (con calma, ma con mooooolta calma) di risolvere la situazione del certificato SSN scaduto (ho pagato 36 eurini per questo, non so se vi rendete conto), i browser più diffusi stanno facendo il loro sporco lavoro.

Per esempio c’è Mozilla Firefox che nella sua versione per smartphone, se cerchi di collegarti a valeriodistefano.com ti avverte che il problema potrebbe essere temporaneo e che deve comunque essere risolto lato server. Grazie tante, questo lo sapeva anche il gatto che dorme nello scatolone sul terrazzo di casa mia. Comunque non è un dato squisitamente allarmistico. Insomma, ti rassicura. Poi, se vuoi (e solo se vuoi) puoi impostare un’eccezione e navigarti il blog tranquillamente.

Ma quello che ti fa più allarmare è il messaggio di Opera: “È possibile che intrusi stiano tentando di sottrarre le tue informazioni da www.valeriodistefano.com (ad esempio password, messaggi o carte di credito).”

E che miseria! E’ solo scaduto un certificato, capisco tutto, ma addirittura accusare qualcuno (indovinate chi??) di voler catubare indirizzi e-mail e numeri di carta di credito (vi ho mai chiesto qualcosa? No. E allora?) mi sembra decisamente eccessivo. Motivo in più per non usare Opera. Date retta, tornate anche voi “al sicuro”!

L’oscuramento italiano del Project Gutenberg: è passato un anno

Reading Time: < 1 minuteUn anno fa la magistratura romana bloccava su tutto il territorio nazionale, l’accesso al Project Gutenberg, la più grande al mondo tra le biblioteche digitali.

Il provvedimento fu preso per una supposta violazione del diritto d’autore nel nostro Paese, ed è stato aperto un fascicolo, non so bene a carico di chi.

Da un anno, dunque, gli utenti italiani non possono più scaricarsi la Divina Commedia di Dante in versione e-pub. Nemmeno consultarla on line sotto forma di pagina HTML. Niente di niente. A meno di non aggirare l’ostacolo cambiando il VPN, ma mi sa che è tanticchia dubbia la legalità di questa condotta.

Come è andata a finire? La verità è che NON è andata a finire, tutto è ancora fermo come un bicchiere di Pecorino abruzzese, non si sa quali ipotesi di reato vengano contestate e a chi, e il blocco è tutt’ora operativo. Questo è quanto.

Vi ribadisco che:

– il Project Gutenberg è un sito statunitense che, come tale, obbedisce SOLO alle leggi del suo Paese. Quelle sul Copyright sono molto diverse da quelle italiane e comunitarie, per cui, i contenuti ritenuti oggetto di reato (tra cui la versione digitalizzata di “Una donna” di Sibilla Aleramo) possono essere illegali in Italia e legalissimi negli USA;
– conseguentemente non c’è nessun obbligo per il Project Gutenberg di rimuovere quei contenuti o di difendersi sul territorio italiano. Se dovessero mai ricevere una comunicazione giudiziaria in merito la butteranno nel cestino. Tutt’al più potrà arrivare loro la parcella dell’avvocato d’ufficio, ma, che io sappia, ce n’è uno che lavora “pro bono”.

Tutto lì, fine della storia. Ma, detto fra noi, se il vostro gestore è Wind una passeggiatina tra gli scaffali potete ancora farvela.

valeriodistefano.com non è (spero temporaneamente) raggiungibile dalla maggior parte dei browser: certificato SSL scaduto

Reading Time: 2 minutesMerda. Merda, merda, merda, merda, merda!

Se riuscite a leggere queste righe, che vergo a ora tarda, durante la notte, siete fortunati.

Il blog non è raggiungibile dalla maggior parte dei più comuni browser in circolazione, cioè praticamente dal 99% degli utenti di internet. Se vi collegate su valeriodistefano.com, dovreste visualizzare, a seconda del browser che utilizzate, una schermata intimidatoria tipo questa:

Vi stanno dicendo, in parole povere ma ricche, che io potrei carpirvi i numeri delle carte di credito, l’indirizzo della vostra casella e-mail, rubarvi la mamma, il tappeto di casa, le chiavi della macchina, la sorella e perfino le caramelle al vostro bambino.

Nulla di più falso. Semplicemente (semplicemente??) è scaduto il certificato SSL. Che so una sega io cos’è, ma è scaduto e va rinnovato. In decenni di esistenza di questo dominio non ne ho mai avuto bisogno, ci pensava Aruba. Ora, pare che io debba installarne uno a pagamento. Bene. Anzi, male. Quanto costerà mai un certificato SSL per un blog piccolo come il mio? Ecco presto detto, 30 eurini tondi tondi, più IVA, naturalmente, se no che gusto c’è??

Va be’, mi turo il naso e lo compro. La carta di credito da due mesi a questa parte ha minacciato di entrare in sciopero della fame per protestare contro il suo sfruttamento bieco e continuo da parte mia. Mi girano i coglioni, uh, se mi girano!

Eseguo l’acquisto, pago con PayPal e tutto, naturalmente, va a buon fine. Cioè, i miei 36,60 sono GIA’ nelle mani di chi deve fornirmi il servizio. Normalmente, mi dicono, occorrono pochi minuti per ottenerlo. Basta attendere una mail di conferma, fare l’upload del file dal pannello di controllo e il gioco (o giochino) è fatto. E’ più di un’ora che aspetto la maledetta mail, ma qui non sta arrivando un accidenti di niente. Non so che fare, mi rimane solo andare a dormire e aspettare domani. Che è pur sempre un altro giorno. Scusate.

L’informazione “sbarca” su classicistranieri.com

Reading Time: < 1 minuteclassicistranieri.com è lieta di informarvi che da due giorni è stata implementata la funzione di ripubblicazione di articoli informativi di qualità da risorse libere e con contenuti rilasciati sotto licenza Creative Commons.

Le fonti da cui traiamo questi contenuti, a tutt’oggi, sono:

* Fides News
* Global News
* LSDI
* Cronache di ordinario razzismo
* PLOS.org

Riteniamo, sia pure con queste risorse limitate, di offrire un servizio di qualità, per una informazione libera e non vincolata da diritto d’autore o da logiche di parte o di partito.

Tutto questo ci poterà vari problemi, sia tecnici che pratici. In primo luogo Google ci penalizzerà per la presenza di contenuti duplicati, ma il gioco vale comunque la candela. Non lavoriamo per acquisire nuovi utenti (anche se questo ci fa indubbiamente piacere), né per vantare dieci milioni di clic all’anno. Lavoriamo esclusivamente per i nostri lettori che troveranno nuovi contenuti e nuove possibilità di usufruire di una informazione libera. Ma libera veramente.

Buona lettura!

Valerio Di Stefano
per classicistranieri.com

Associazione Culturale AltraInformazione

Reading Time: 4 minutes

Sociale.network: una piattaforma libera e no-profit per difenderci dal discorso d’odio e dal contagio della disinformazione.

Una piattaforma social ecopacifista si unisce ad una rete decentralizzata con 5mila piattaforme e 4 milioni di utenti nel mondo, e festeggia il primo migliaio di utenti.

L’associazione ecopacifista PeaceLink (PeaceLink.it), in collaborazione con l’associazione culturale Altrinformazione (www.altrinformazione.net) festeggia i primi mille utenti registrati sulla piattaforma www.sociale.network.

MICROBLOGGING. Sociale.network è una piattaforma di “microblogging” realizzata con il software libero Mastodon, che garantisce funzionalità più avanzate di Twitter (come la riscrittura dei testi) e grazie al suo codice aperto, sicuro e trasparente tutela gli utenti da filtri, schedature, manipolazioni e profilazioni nascoste.

NIENTE PUBBLICITA’, ODIO E ANTISCIENZA. Su sociale.network è messo al bando l’inquinamento pubblicitario per cui si filtrano e manipolano i contenuti visibili sulle piattaforme commerciali, non è accettato il discorso d’odio fascista, xenofobo e sessista che espone gli utenti alla violenza verbale monetizzata dalle piattaforme commerciali, è vietata la disinformazione antiscientifica che allontana l’opinione pubblica dallo stato dell’arte della conoscenza medica, con una pericolosa “Infodemia” già oggetto di studio e di allarme presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

UN AMBIENTE SICURO PER NATIVI DIGITALI. Sociale.network è un ambiente sicuro di “comunicazione ecologica” finalizzata al progresso umano e non al profitto di chi possiede la piattaforma, per tutelare dal bullismo e dal discorso d’odio le persone che si avvicinano per la prima volta ai social network, le minoranze esposte alla violenza verbale, le nuove generazioni a cui va lasciata in eredità una sfera digitale libera da manipolazioni e interessi privati.

LA COMUNICAZIONE COME “BENE COMUNE”. Sociale.network nasce per caratterizzare lo spazio delle reti sociali come un “bene comune” da tutelare collettivamente, anche grazie al volontariato degli ingegneri di PeaceLink e Altrinformazione, una organizzazione di volontariato ecopacifista e una associazione culturale impegnate da anni nella sfera della comunicazione sociale, dei diritti digitali, del diritto all’informazione.

UNA FINESTRA SUL FEDIVERSO. Sociale.network non è una bolla chiusa e autoreferenziale di poche persone, ma fa parte di un “fediverso” decentrato e cooperativo dove interagisce con altre 5000 piattaforme libere, autogestite e federate tra loro, dove si incontrano quattro milioni di utenti sparsi in tutto il mondo, che accedono a questo ecosistema decentrato e distribuito anche attraverso app a codice libero e aperto disponibili gratuitamente per smartphone.

OGNI UTENTE E’ PADRONE DEI SUOI DATI.  In questo “fediverso” ogni comunità digitale stabilisce il proprio patto sociale e le proprie regole di convivenza civile, e il controllo dei dati resta saldamente in mano agli utenti, che possono migrare in ogni momento da una piattaforma a un’altra portandosi appresso tutte le informazioni che li riguardano, grazie al protocollo di comunicazione “ActivityPub”: una “lingua franca” di comunicazione tra piattaforme sviluppata dal World Wide Web Consortium fondato da Tim Berners-Lee, l’inventore del Web.

UN POTERE DISTRIBUITO. La decentralizzazione delle piattaforme di comunicazione (alternativa all’accentramento sui servizi offerti da un numero ristretto di aziende tecnologiche) è un antidoto contro l’accumulo di potere e di dati che ha condizionato la politica globale tramite piattaforme commerciali come Facebook e Twitter, e al tempo stesso è un rimedio efficace contro le “fughe di dati personali” come quella che ha colpito mezzo miliardo di utenti Facebook rivelando i loro telefoni cellulari e altri dati personali e sensibili.

UN SERVIZIO APERTO, LIBERO E GRATUITO. Tutte le persone interessate al potenziale di progresso umano e sociale delle nuove piattaforme di social network libere e decentrate sono invitate a iscriversi e a partecipare alle attività di sociale.network. Gli insegnanti e gli operatori socioculturali che vogliono utilizzare questo strumento per l’educazione civica alla nuova “cittadinanza elettronica” possono partecipare alla moderazione dei contenuti sulla piattaforma o al miglioramento delle regole di utilizzo del servizio.

UN CANALE DI COMUNICAZIONE PER LE ISTITUZIONI. Invitiamo le istituzioni e gli enti locali che usano Facebook, Twitter o altre piattaforme commerciali a creare dei profili di utenza su Sociale.network (o in un altro nodo del “Fediverso”) per far circolare i loro contenuti di comunicazione pubblica senza costringere i cittadini a utilizzare servizi di aziende private poco trasparenti, e ci mettiamo a disposizione di tutte le istituzioni (dal più piccolo dei comuni al più autorevole dei ministeri) interessate a creare una piattaforma simile alla nostra come spazio ufficiale di comunicazione istituzionale.

PER INFO E CONTATTI:

Sociale.network

https://www.sociale.network

staff@sociale.network

+390510827854 (Voice mailbox)

Associazione PeaceLink

https://www.peacelink.it

info@peacelink.it

Associazione Altrinformazione

https://www.altrinformazione.net

info@altrinformazione.net

RISORSE PER APPROFONDIRE:

Le community italiane che usano Mastodon:
https://mastodon.help/instances/it

Il Software Mastodon
https://mastodon.social

Il consumo critico di tecnologie informatiche (video 8min) https://peertube.uno/videos/watch/bfffa8d7-ee99-46b2-ae37-d896a5a93e4e

Minututorial che spiegano come usare Sociale.network

https://sociale.network/tags/sntutorial

Guida in Italiano a mastodon e al fediverso

https://mastodon.help/it

Prima conferenza mondiale dell’OMS sull'”Infodemia”

https://www.who.int/teams/risk-communication/infodemic-management/1st-who-infodemiology-conference

Informazioni sul protocollo ActivityPub

https://www.w3.org/TR/activitypub/

YouTube chiude il canale di ByoBlu. Hanno fatto bene.

Reading Time: 2 minutesVa be’, cambiamo argomento, ché mi son stufato.

YouTube ha chiuso Byoblu, il canale video di Claudio Messora. Lo dico subito, a scanso di equivoci: hanno fatto bene e strabene.

Il canale era fonte di diffusione di notizie non verificate e/o verificabili. “Bufale”, le chiamerebbero i debunker di Stato, realtà presentate per “alternative”, notizie date, secondo le intenzioni originali, dalla gente comune e che rappresentano un modo “altro” di vedere le cose riseptto alle verità di Stato. Non voglio parlare ci “complottismi”, ma certo è che ci siamo vicini.

I soliti benpensanti, ammantati da vesti di difensori della democrazia e della libertà di parola per tutti, accaniti difensori dell’art. 21 e delle libertà fondamentali dell’individuo, sono sussultati sulla sedia e hanno gridato al liberticidio. Niente di più falso, naturalmente. YouTube ha semplicemente rescisso un contratto tra privati, come era nella sua legittima disponibilità, per motivi che non so e che non voglio conoscere: Forse per YouTube i filmati caricati su quell’account non andavano più bene, violavano la loro policy (che ByoBlu ha regolarmente sottoscritto e accettato), quindi, come ha fatto con altri e senza particolare clamore mediatico. Non si vede perché tutta questa baraonda. A ByoBlu non è stata impedita la libertà di esprimersi, i suoi video e le sue notizie sono ancora regolarmente disponibili sul loro sito web, e devo riconoscere che non sono stati certo a guardare. Hanno fatto una raccolta fondi, hanno racimolato quasi 280.000 euro al momento in cui scrivo queste note, e hanno annunciato di voler acquistare un canale del digitale terrestre per diffondere il loro pur discutibile punto di vista. E va be’, bravi, così si fa. Sono su tutte le principali piattaforme social, da Facebook a Twitter, da Telegram a WhatsApp, passando per Linedln, Viber, Pocket, e chi più ne ha più ne metta. YouTube ha detto loro di no, punto. Le risorse sono di YouTube, i server sono i loro, la policy è quella e buonanotte al secchio.

Posso capire la delusione di aver perduto un canale di discussione, in cui gli utenti interagivano tra di loro, ma questo è il massimo che posso concedere. Ma al bavaglio, alla privazione della libertà di stampa, di espressione e di opinione, a questo proprio no.

Se porteranno a compimento il loro intento, avranno un canale televisivo sul digitale terrestre che permetterà loro di diffondere tutto quello che vogliono, senza dover rendere conto a YouTube. Cosa c’è di meglio?

Tesi complottiste? E sia, se a qualcuno interessano. Voglio poter ricevere centinaia di canali radiotelevisivi per non seguirne nessuno. Anch’io sono stato trattato da complottista-negazionista per le mie scelte personali sulla vaccina con Astrazeneca. Qualcuno mi ha anche augurato perfino di morire. Ma io ho solo spiegato le ragioni di una scelta, non ho mai detto né sostenuto che i vaccini non siano efficaci sulla stragrande maggioranza della popolazione che li riceve. Ho detto solo che certe soluzioni non vanno bene PER ME. E non mi ha bannato nessuno perché le mie opinioni ho la buona costumanza di esprimerle a casa mia. Se avessi fatto un filmato su YouTube probabilmente avrebbero bannato anche me.

Ma, per favore, ora Lorsignori (gli indignati) tacciano.

La pagina web eliminata dal sito del Ministero dell’Interno

Reading Time: 2 minutesNella giornata di oggi, sul sito ufficiale del Ministero dell’Interno è stata pubblicata una pagina intitolata “La Polizia Postale segnala falso comunicato dell’Aifa sul vaccino AstraZeneca”.

Tuttavia, dopo poche ore (l’ultimo aggiornamento segnalato è delle 12:03), la pagina veniva rimossa. Che cosa conteneva? Ecco uno screenshot della cache di Google:

La pagina è reperibile in versione permanente al link https://archive.is/PLz9A.

Cosa diceva questa pagina? Eccone il testo:

La raccomandazione ai cittadini è di denunciare messaggi fuorvianti che appaiono in rete

La Polizia Postale e delle Comunicazioni ha segnalato che sta circolando su internet un falso comunicato dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) nel quale viene fatto divieto di utilizzo di diversi lotti di vaccino AstraZeneca contro il Covid19.
L’Agenzia Italiana del Farmaco ha smentito la notizia, ribadendo che l’unico lotto di vaccino AstraZeneca oggetto del divieto d’uso sul territorio nazionale è il numero ABV2856.
La Polizia Postale e delle Comunicazioni ricorda, inoltre, che le uniche informazioni e comunicazioni attendibili che riguardano la campagna vaccinale sono quelle reperibili sul sito ufficiale dell’Agenzia Italiana del Farmaco.
La raccomandazione rivolta ai cittadini è sempre quella di non condividere notizie ricevute attraverso la messaggistica istantanea di cui non si abbia certezza della provenienza, ma di segnalarle tramite il sito del Commissariato di P. S. online della Polizia Postale e delle Comunicazioni.

Si segnala, dunque, la presenza di un “falso comunicato” dell’AIFA in rete. Questo falso comunicato segnalerebbe, a quanto apprendo, che i lotti del vaccino Astrazeneca di cui sarebbe stata sospesa la somministrazione sarebbero “diversi”, mentre l’AIFA avrebbe opportunamente rettificato tale falsa informazione, precisando che il lotto interessato era soltanto ABV2856.

Dopo neanche 5 ore, tuttavia, l’AIFA sospendeva “in via precauzionale e temporanea” TUTTI i lotti del vaccino Astrazeneca.

Come mai la pagina è stata rimossa? Forse perché, alla luce degli eventi e dei comunicati AIFA successivi non risultava più attuale? Eppure un comunicato falso è stato effettivamente messo in circolazione. Lo dimostra un post del 13/03/21 e pubblicato sul sito della Polizia di Stato:

Il testo di quanto riportato dalla Polizia di Stato e dalla pagina rimossa del Ministero dell’Interno è pressoché identico.

Silvia Bogliolo e le fate leggere

Reading Time: < 1 minuteAnche i nostri lettori hanno i loro blògghi! La Essebì ne ha messo in linea uno molto interessante e divertente. Oltretutto scritto in un italiano corretto e scorrevole. Il che non guasta. E’ giovane ma crescerà. Vi si parla, nei soli 4 post finora disponibili, di scuola e di esperienze di vaccinazioni. Con leggerezza e un velo di garbata ironia (non come me, che sono greve e pesantuccio!). Quindi ve lo segnalo con gioja e tripudio: fatele una visita. E oltre alle fate leggère, fate anche lèggere, ché ce n’è tanto bisogno!

https://silviabogliolo.wixsite.com/fateleggere

Un “augurio” di morte sul web, tanto per gradire

Reading Time: < 1 minuteE così è successo anche a me. Ho ricevuto un “augurio” (che non è esattamente una minaccia) di morte sul gruppo Facebook “Scuola, sicurezza e salute senza colore politico”. Il messaggio, che mi sembra inequivoco, è il seguente:

“Può morire anche lei, tanto uno in meno uno in più cosa cambia, caro Valerio”

Ho subito allertato i miei legali di fiducia (l’incommensurabile avvocato Laura Avolio del Foro di Teramo, che mi assiste pazientemente ed amorevolmente) e, successivamente, l’amministratrice del gruppo. Il post è stato immediatamente rimosso, ma ormai il danno era stato fatto.

Subito dopo, grazie anche al contatto telefonico diretto con membri della famiglia dell’autore del commento (che ringrazio per la loro comprensione e amicizia) siamo arrivati alla pubblicazione delle scuse dell’autore, che vi riporto qui sotto:

Per me la cosa si conclude qui. Ma devo dire che un “augurio” di morte, nella mia attività di frequentatore del web, proprio mi mancava. E va be’, tutta vita!

I primi 20 anni di classicistranieri.com

Reading Time: 2 minutes

Fotografia di Catia Vagelli. Pubblicata per gentile concessione dell’autrice.

Ieri la biblioteca multimediale on line classicistranieri.com ha compiuto 20 anni.

E’ stato un compleanno vissuto in sordina e senza troppa enfasi, come è nel nostro stile. Abbiamo preferito che la ricorrenza trascorresse indisturbata, mentre gli utenti del sito consultavano e scaricavano quello che volevano.

20 anni di lavoro, di fatica, di soddisfazioni personali, di contatti altrettanto personali, di donazioni generose, di gratuità, di fede indefessa nella cultura libera, ma libera veramente, di querele (pare che “cazzate” non si possa dire), di attacchi hacker, di direzione ostinata e contraria, migliaia e migliaia di pagine web messe in linea. Io so’ uno a lavorare, chelli so’ milioni a leggere, non li raggiungo mai, si potrebbe dire parafrasando l’immenso Massimo Troisi.

Tutto mentre gli altri annunciano pomposamente 10 milioni di utenti arrivati a raggiungere il loro sitarello. Complimenti vivissimi a loro, non c’è che dire, e i regali sotto l’albero chi li porta, Babbo Natale? No, dico, 10 milioni de che? Di accessi unici? Di pagine consultate? E quanti download? Che percentuale di ritorni?? Su 10 milioni di persone solo 121 si sono iscritte al loro gruppo Facebook, e contano appena 55 follower su Instagram. E, siccome i conti io li so fare, si tratta di appena lo 0,001% nella migliore delle ipotesi. Meno della metà nella peggiore. E allora di cosa stiamo parlando?

Noi, nel nostro piccolissimo, abbiamo preteso di seguire un cammino diverso. Non vendiamo niente, non distribuiamo gadgets a caso prezzo, non vi chiediamo due euro sulla Home Page (potete donarceli, naturalmente, ma noi non ve lo chiediamo e non ve lo chiederemo mai, dovessimo rimetterci di tasca nostra), se proprio volete aiutarci fattivamente scaricate ne nostre audioletture da Audible, ascoltatele e fateci sapere quello che ne pensate. La pubblicità provvede al costo del dominio e dell’hosting. Insomma, facciamo il nostro e non dobbiamo spiegazioni a nessuno, se non a quei 360.000 utenti all’anno (veri, certificati) che decidono, bontà loro, di visitarci. E di ricompensarci per come possono. C’è gente che ci ha dato quello che poteva, magari sotto forma di deliziose specialità culinarie e di pasticceria della loro terra. Non lo dimenticheremo mai.

E ne andiamo fieri. Fieri di un sognare, di un eterno incespicare, tra dubbi, certezze e lotte contro il copyright, la cui legge italiana seguiamo, tuttavia, alla lettera (e sarebbe bene che lo facessero anche altri).

E, in fondo, non dobbiamo niente a nessuno. Con il nostro lavoro viviamo e con il nostro denaro paghiamo. Quanti possono dire altrettanto?

Valerio Di Stefano

9500 tentativi di attacco telematico a classicistranieri.com

Reading Time: < 1 minuteNei giorni scorsi, il mio classicistranieri.com è stato attaccato da circa 6000 (cifra ampiamente sottostimata) tentativi di hackeraggio dalla Cina. Probabilmente si trattava degli stessi tizi che tentavano e ritentavano l’accesso alla piattaforma. Cosa volete farci, al ondo c’è anche gente che se la prende con la letteratura e la cultura libera. Lasciamoli fare. Purtroppo due di questi attacchi sono andati a buon fine, e sono stati cancellati alcuni file di sistema che hanno impedito, per tutta la notte, l’accesso alla parte gestita da WordPress. Le pagine statiche, invece, sono risultate tutte facilmente raggiungibili. Ci sono volute tre ore per ripristinare il tutto, grazie all’economico servizio di backup giornaliero e settimanale fornito da Aruba. Noje. Fastidii. Il giorno successivo gli attacchi sono stati 3500, tutti respinti grazie a Wordfence (servizio a pagamento, costa un po’ di lirette ma fa il suo sporco lavoro). Bisogna aver pazienza, e io ne ho. Abbiatene anche voi!

Voglio Club House!!

Reading Time: < 1 minuteHo deciso. Club House esiste e io lo voglio.

Per chi non lo sapesse, Club House è un nuovo social network basato interamente sulla voce e sullo scambio di messaggi vocali. Ne ho sentito parlare ieri mattina su Radio Uno, e ne sono rimasto entusiasta.

Non ho capito bene esattamente come funzioni, ma la voce è la voce, e la possibilità di scambiare il proprio timbro vocale con altri utenti mi titilla non poco.

Ci sono delle limitazioni che mi impediscono di partecipare subito e di mostrare il mio entusiasmo per il mezzo in questione. La prima è che non esistono ancora le app per smartphone, e che solo i possessori del niente affatto costoso iPhone possono parteciparvi, la seconda è che non ci si iscrive così alla sanfanzò, no davvero, ci vuole l’invito da uno dei membri della community, il che non è facile da ottenere.

Pare che il social network in questione sia vigilato da dei moderatori severissimi, quindi niente hate speech, niente frasi razziste, niente cuoricini, gattini, immaginette e video, solo voce. E nulla di più. Si possono creare delle stanze tematiche e perfino dei podcast.

Esiste, parallelamente alla messa in linea del social, un mercato nero di inviti che fa paura. Un invito a partecipare può arrivare a costare anche 700 dollari. Ma c’è un “ma”: se vi comportate male (e, conoscendovi, vi comporterete CERTAMENTE male!) non solo buttano fuori voi e non potrete più iscrivervi con nessun altro account (non so come facciano, fatto sta che lo fanno), ma buttano fuori anche chi vi ha proposto come utenti. Quindi occhio.

Insomma, ho detto che lo voglio e lo voglio, perdìo. E lo avrò!!

Certe richieste di amicizia che vengono da Facebook

Reading Time: 3 minutesNegli ultimi giorni sto ricevendo parecchie richieste di “amicizia” su Facebook. La cosa gonfia un po’ il mio ego, già eccessivamente smisurato (secondo quanto riferiscono fonti bene informate del settore), e va be’, è un periodo in cui sono “famosetto” per tutta una serie di circostanze più o meno professionali, e mi sembra un “rigurgito” da social network pienamente giustificato.

Solitamente approvo tutte le richieste di “amicizia” che mi arrivano, salvo poi bannare l’utente in questione se mi rompe le scatole. E ne ho bannati diversi. Diverse, soprattutto (su Facebook la nobile arte di rompere i coglioni si declina soprattutto al femminile).

Tra le richieste di “amicizia” che mi sono arrivate ieri, ce n’è una molto particolare. Ho accettato la richiesta e immediatamente ho ricevuto, in privato, un “Ciao! Come stai??” Normalmente non rispondo, ma questa volta mi è venuta voglia di iniziare a sondare il terreno. Lo faccio in maniera molto generica e la conversazione comincia. L’interlocutore si presenta come una infermiera ungherese di 33 anni che lavora in Spagna e che ha trascorso alcuni mesi a Napoli. Poco dopo, in neanche 5 minuti, mi confida le sue delusioni e pene d’amore (e va be’, son cose che succedono, ma non le sembra un po’ prematuro?? Voglio dire, aprirsi così a un estraneo -perché non siamo “amici”, siamo estranei!- non è esattamente un bel biglietto da visita. Ma continuiamo.

Ben presto l’interlocutore mi propone di passare il dialogo su WhatsApp. Eccola lì, vuole il numero di telefono. Faccio lo gnorri. Le dico che per scriverle su WhatsApp ho bisogno del SUO recapito telefonico. Me lo sciorina senza problemi su un piatto d’argento. Anche questo è strano. Una ragazza 33enne che dà senza problemi il suo numero di telefono a uno sconosciuto.

Basta una ricerca su Google del numero in questione per vederlo inserito in una roba che si chiama “todaloca.net” e che mi propone una figona in ombra direttamente sulla testata:

Bingo! Ma sarà un caso?? Oltretutto il numero proviene da un operatore ITALIANO. Una persona che vive in Spagna e che ha una scheda SIM italiana?? Può darsi, ma mi puzza.

Su “todaloca.net”, tra i numeri di telefono evidenziati, oltre ad apparire il Nostro, compaiono quasi tutti numeri italiani.

Ma andiamo a vedere il suo account Facebook. Stranamente (“stranamente”?) gli unici post che contiene sono alcune fotografie. Pochissimi i commenti. Uno da un russo che fa il pollice alzato, uno da un americano che scrive giusto una riga e mezzo di numero. Nient’altro. Niente dati personali. Non si sa di dove sia, dove lavori, quali siano i suoi studi, i luoghi in cui ha abitato, niente di niente.

La sua foto di copertina la ritrae con alcune colleghe vicino al letto di una paziente. Sia lei che le colleghe che (soprattutto!) la paziente sono perfettamente riconoscibili. Tiè, alla faccia della privacy!

Nessuna indicazione neanche sulle sue “amicizie”. Non è possibile vedere chi siano i suoi contatti. So solo che ne abbiamo due in comune. Pochine.

Ma, siccome un pochino di spagnolo lo conosco anch’io, decido di prolungare l’indagine. Da principio con una “chat” semplice. Ho bisogno di stabilire se dietro a quell’account ci sia o no un sistema di risposta automatico. Cosa volete, è l'”ispettore” da romanzo giallo che è in me. O, se volete, il Paolo Attivissimo che mi coltivo nell’anima. I messaggi che mi arrivano sono tutti estremamente generici. Il italiano ricevo cose tipo “Ciao” e “Come stai?” Troppo poco. Sembra proprio un boot.

In spagnolo la conversazione è più fluida. Le risposte arrivano con precisione cronometrica (una al minuto, ci si può rimettere l’orologio), le espressioni si ripetono, se scrivo una riga e mezzo (capirai!) ricevo un “ok”, ma il sistema pare essere ben strutturato per dare la sensazione che dietro lo schermo ci sia una persona in carne ed ossa. Se faccio un discorso appena più complesso come “Cosa stai facendo?” il sistema pare reggere, sia pure con risposte altrettanto generiche tipo “Sto lavorando”. Ma appena scrivo qualcosa di più complesso o complicato l’interlocutore pare andare in tilt. Se chiedo “Perché hai deciso di chiedermi l’amicizia?” il sistema risponde con lo stesso messaggio identico, preciso, ‘ntìfico.

Non ho ancora la prova provata che l’utente Facebook in questione sia un fake, ma, naturalmente, tutte le circostanze mi portano a pensare che lo sia.

Ora la domanda non è tanto chi si cela dietro a questa identità, perché lo so (è il suddetto “todaloca.net”) ma “cui prodest”, cioè a chi giova?? Cosa spinge una persona o una società a creare degli account palesemente fasulli? A quale scopo? Quello di raccogliere dei numeri di telefono?? Mi sembra uno sforzo francamente sovrumano per un risultato così misero. Vogliono vendermi qualcosa? Vogliono dei soldi?? Più probabilmente la risposta sta nel mezzo. Vogliono l’utente. I suoi dati, le sue abitudini, le sue amicizie, i suoi contatti, il suo pensiero, i suoi interventi. Come si dice in questi casi “Non chiederti che prodotto vogliono venderti, il prodotto sei tu”. E viandare.

L’hackeraggio di “Spaghetti Politics”: un breve aggiornamento

Reading Time: 2 minutesAlcune settimane fa ho pubblicato un post sull’hackeraggio dell’account Instagram “Spaghetti Politics”. Lo ritrovate qui:

L’account Instagram della ragazza di fronte: sparito, con 70000 follower, “SpaghettiPolitics”

Oggi su Facebook mi ha scritto la titolare dell’account, Michela Grasso, per comunicarmi che il mio articolo conterrebbe, a suo dire, delle “inesattezze”. L’ho invitata a segnalarmele. Se me le fornirà sarò lieto di pubblicare la sua versione dei fatti, prendendomi, tutt’al più, il diritto di controreplicare a mia volta.

Il tono della comunicazione della Grasso è stato franco e cordiale, quasi intimidito (“scusa il disturbo”, mi scrive alla fine. Ma quale disturbo? Io sono sempre felice quando qualcuno mi fa notare qualcosa di quello che scrivo!). Mi auguro di poter pubblicare al più presto le sue considerazioni, se e quando verranno.

Ma quello che mi lascia un pochino (ma solo un pochino) perplesso è il come mai, con tutti i giornali che si sono occupati del suo caso (Huffington Post, il Messaggero, Repubblica) con tanto di interviste personali, Michela Grasso si sia rivolta proprio a me, che sono solo un blogger di periferia. Che il blog abbia una portata immensamente superiore a quello che io avevo preventivato? A giudicare da chi mi querela pare proprio di sì.

 

PS: Ho cercato “Spaghetti Politics” su Instagram. Risulta essere un account attivo con oltre 98.000 followers (alla faccia del bicarbonato di sodio!). L’utente omonimo (che si firma con la foto di Berlusconi che porta la bandana) scrive regolarmente e risponde agli interventi degli altri iscritti. Sembrerebbe, quindi, tutto in regola. Michela Grasso ha riavuto indietro il suo account grazie all’intervento di Chiara Ferragni? Forse la stessa Michela potrà toglierci questo dubbio, se vorrà:

 

Google Meet: marcia indietro di Google. Le videoconferenze continueranno ad essere gratuite fino al 31 marzo 2021

Reading Time: < 1 minuteGoogle ci ripensa: le videochiamate su Google Meet saranno ancora gratuite e per una durata illimitata per tutti almeno fino al 31/3/2021.

Scuole, aziende e privati non dovranno più mettere le mani al portafogli a partire da questa mattina per usufruire di questo strategico servizio di bigG. Ci ripenseranno il primo aprile.

A testimonianza dell’impegno di Google, Punto Informatico riporta una traduzione tratta da uno dei blog Ufficiale dell’azienda:

“Mentre ci avviciniamo alla stagione delle festività con meno viaggi in programma per riunioni di famiglia, incontri fra genitori e insegnanti e cerimonie, vogliamo continuare ad aiutare coloro che fanno affidamento a Meet per rimanere in contatto nei prossimi mesi. Come testimonianza del nostro impegno, oggi rendiamo le chiamate illimitate di Meet (fino a 24 ore) disponibili nella versione gratuita fino al 31 marzo 2021 per gli account Gmail.”

Una soluzione coraggiosa e generosa, che permetterà il prosieguo delle attività didattiche e aziendali per tutto il periodo dell’emergenza Covid-19. Inutile, almeno per ora, pagare la versione Premium del pacchetto (molte scuole, prudenzialmente, lo hanno già fatto). Ma dal 1° aprile prossimo, le considerazioni fatte nel precedente articolo, torneranno ad essere di tragica e cogente attualità. Tireremo a campare fino al 31 marzo e poi, come tutti, vedremo il da farsi (Google non lavora certamente gratis).

Google Meet: dal 1 ottobre videoconferenze free solo per 60 minuti

Reading Time: < 1 minuteApprendo dal provvidenziale “Punto Informatico”, che a partire dalle 00.00 del 1 ottobre prossimo, Google Meet introdurrà delle limitazioni e dei paletti ai suoi servizi.

La più importante di queste limitazioni riguarda la durata delle videochiamate, che tornerà ad essere contenuta nel limite massimo di 60 minuti per gli account gratuiti. Chi vorrà fare dei meeting più lunghi dovrà mettere mano al portafogli ed iscriversi all’opzione “Premium”.

Ci saranno, inevitabilmente, delle ripercussioni su quanti fino ad ora hanno usato la versione illimitata (concessa, ma non regalata) da Google per il telelavoro e la didattica a distanza. Consigli di classe e collegi docenti in modalità Meet saranno troncati dopo un’ora, niente più chiacchiere in diretta con il collega o la collega d’ufficio, TUTTO dovrà essere contenuto nel tempo massimo di un’ora (che, ad esempio, per le lezioni on line e gli aggiornamenti lavorativi va già bene), il che avrà inevitabilmente delle ripercussioni su tutta la Pubblica amministrazione che a Meet si era affidata.

Per ora prendiamo solo atto, e attendiamo di vedere gli effetti.