Maurizio Codogno – Repubblica Italiana contro Project Gutenberg: un case study

Questa storia comincia a metà aprile, con la FIEG che chiede all’AGCOM di chiudere Telegram perché è il mezzo con cui si diffondono illegalmente i quotidiani italiani. Niente da eccepire sulla richiesta di bloccare la diffusione illegale; potremmo chiederci perché scrivere titoloni sui giornali e non andare direttamente per vie legali, ma in effetti per loro il costo marginale è nullo; meno chiaro il rivolgersi all’AGCOM e non direttamente a un giudice.

Il giudice però alla fine a quanto pare è stato chiamato in causa da qualcuno: così ha sguinzagliato la Guardia di Finanza, ha aspettato i loro risultati e a metà maggio ha disposto quell’ossimoro legale che va sotto il nome di “sequestro preventivo mediante ‘oscuramento’”, come da articolo 321 del codice di procedura penale. L’oscuramento è stato chiesto nei confronti di una decina di canali Telegram e già che c’era di un paio di dozzine di siti web, che “in esecuzione di un medesimo disegno criminoso, in violazione dell’art. 16 L.633/1941, a fine di lucro (costituito dalla cessione dei dati personali a fine di pubblicità), distribuivano, trasmettevano e diffondevano in formato pdf, riviste, giornali e libri (beni tutelati dal diritto d’autore), dopo aver acquisito illecitamente numerosissimi files informatici con il relativo contenuto, comunicandoli al pubblico, immettendoli in un sistema di reti telematiche”. (Immagino abbiano lo stampino per questo testo. Riconosco solo il “comunicandoli al pubblico” che nasce con la direttiva copyright InfoSoc del 2001, quella che sarà sostituita dalla nuova direttiva che sta per essere recepita anche da noi.

Una grande vittoria contro la pirateria? Forse. Però qualcuno si è accorto che tra i siti warez più o meno noti c’era anche quello di quello di Project Gutenberg. Alla maggior parte di voi il nome non dirà nulla, ma per i vecchietti come me Project Gutenberg (d’ora in poi PG) ha un significato molto particolare. È stato infatti il primo progetto al mondo per rendere fruibili in modo digitale le opere nel pubblico dominio (o per cui gli autori hanno dato specifica licenza, ma questo non c’entra nella nostra storia). Hanno cominciato mezzo secolo fa, nel 1971, quando Internet non esisteva ancora e i computer praticamente nemmeno: si erano insomma portati molto avanti col lavoro. Io credo di aver saputo della loro esistenza a fine anni ’80, quando computer e reti di calcolatori cominciavano a esistere; avere un testo ASCII a disposizione e visualizzarlo sul monitor 80×25 a fosfori ambra era una gran cosa. Ma a parte l’amarcord, sottolineo ancora una volta che PG ha solo opere nel pubblico dominio, controllate a una a una. Insomma non ha nulla a che fare con gli altri siti indicati nell’elenco, se non perché anche da lì si scaricano libri.

Che fare, dunque? La risposta corretta sarebbe stata “cerchiamo un avvocato che faccia istanza di dissequestro parziale, mostrando come le ipotesi di reato indicate nel provvedimento non sussistano”. E in effetti avevo cominciato a fare così, dopo aver reso noto quanto stava succedendo. Purtroppo però c’è stato qualcuno che ha pensato di scrivere direttamente ai finanzieri dicendo loro che ci doveva essere stato un grande errore, e di far dissequestrare il sito di PG. I finanzieri avrebbero risposto “sì, è vero, PG non c’entra con gli altri siti, ma…”

Il “ma” è pare che la Guardia di Finanza non abbia nessun problema a far dissequestrare il sito di PG, ma abbia trovato 5 (cinque) libri sotto copyright, libri scritti da Sibilla Aleramo e Massimo Bontempelli. Una volta tolti quei cinque libri, è tutto a posto. Ma come, direte voi. Ho detto che PG ha solo libri in pubblico dominio, e adesso una banale ispezione trova libri sotto copyright? Sì, è così. Ma…

Mettetevi comodi, perché questo secondo “ma” vi aprirà nuovi mondi. Secondo la legge italiana (ed europea), il copyright su un’opera letteraria scade dopo 70 anni dalla morte dell’autore. Aleramo e Bontempelli sono morti nel 1960, quindi le loro opere entreranno nel pubblico dominio nel 2031. Ma secondo la legge statunitense, le opere pubblicate fino al 1978 hanno un copyright di 95 anni dalla data di pubblicazione. Questo significa che le opere pubblicate prima del 1924 di un autore morto dopo il 1950 sono PD-USA ma non PD-EU. Project Gutenberg ha insomma tutti i diritti di distribuire quelle opere: per esempio, Una donna dell’Aleramo è del 1906, e La vita operosa di Bontempelli del 1921. Né si vede perché debba togliere quei libri: il suo pubblico di riferimento è quello statunitense, e c’è un disclaimer che specifica che i libri potrebbero non essere di pubblico dominio al di fuori degli USA.

Tra l’altro, ci sono casi opposti. Il romanzo The Great Gatsby di Scott Fitzgerald è del 1925, e quindi – per i prossimi sei mesi – sotto copyright negli USA. Però Scott Fitzgerald è morto da più di settant’anni, e quindi il testo è scaricabile da un parallelo progetto australiano, per l’ottima ragione che lì almeno fino al 2005 la protezione era diversa e durante l’armonizzazione con gli USA ci fu una clausola specifica per non rimettere sotto copyright testi che erano diventati di pubblico dominio… cosa che non capitò in Italia quando il copyright fu portato da 50 a 70 anni dopo la morte dell’autore. Le malelingue affermano che fu Mondadori che voleva riprendersi l’esclusiva su Pirandello a bloccare tale clausola.

La mia ipotesi – non suffragata da alcuna prova, non ho certo accesso agli atti – è che i finanzieri si siano accorti che i capi di imputazione contro PG non stavano in piedi. Lasciando perdere il “medesimo disegno criminoso” che è giusto una coloritura, PG non ha fini di lucro, non chiede dati personali e non guadagna dalla pubblicità; né ha acquisito quei testi illecitamente. A questo punto però hanno provato a vedere se trovavano qualcos’altro, e si sono accorti di quei file che a posteriori mostravano quanto loro fossero nel giusto. L’ipotesi alternativa – che cioè fossero stati subito notati – è possibile ma a mio giudizio improbabile, perché in quel caso si sarebbero fatti due provvedimenti distinti – uno per PG e l’altro per i restanti siti – e soprattutto il primo non sarebbe stato “contro ignoti”: non c’è nessun problema a scoprire chi gestisce il progetto.

Il risultato finale? Beh, gli altri siti cambieranno nome e ripartiranno più piratanti che pria; Project Gutenberg rimarrà bloccato in saecula saeculorum, visto che nessun giudice citerà mai a giudizio gli americani (per cosa, poi? Loro non hanno fatto nulla di illegale: al più è chi scarica quei libri a essere colpevole). D’altra parte PG non ha nessun rappresentante legale in Italia, e ovviamente a questo punto si guarderanno bene dal cercarlo. Il GIP si accontenterà di avere mostrato che il potente braccio della legge ha fatto il suo dovere, almeno per chi non conosce il modo per bypassare questo oscuramento. (Per la cronaca: anche se la legge permetterebbe l’oscuramento di singoli file, e nel caso di PG la cosa sarebbe tecnicamente fattibile perché i loro URL sono statici, i provider non potrebbero comunque farlo legalmente, perché in tal caso controllerebbero il traffico internet).

Una soluzione rispettosa di diritti e di obblighi potrebbe essere che PG indichi sulle pagine dei singoli libri non PD-UE (ce ne sono anche di tedeschi, per esempio) che non possono essere scaricati dall’Italia; ma dubito che la nostra magistratura accetterebbe qualcosa del genere. Mi chiedo anche se ci siano margini per affermare che il blocco totale di un sito – che ricordo essere legale per la sua legislazione, e non stiamo parlando di stati canaglia – per impedire che un piccolo numero di file illegali in Italia sia una misura proporzionata. Ma non essendo io un esperto di legge non ho certo una risposta.

Per finire, un paio di chicche. In primo luogo, sarebbe simpatico sapere chi ha i diritti per le edizioni elettroniche di quei file. Sicuramente fino al 1960 nessun contratto di cessione dei diritti prevedeva anche quelli in formato elettronico; quindi bisognerebbe scoprire se gli eredi dei summenzionati autori hanno effettivamente ceduto quei diritti. Per quanto riguarda La vita operosa, ho fatto un controllo su Amazon. Non esistono edizioni digitali acquistabili; per quanto riguarda quelle cartacee, ce n’è una pubblicata nel 2014 da Unicopli (avranno ottenuto i diritti da Mondadori, che ha pubblicato per l’ultima volta il libro nel 1970?) e un’altra edizione di Nabu Press che, almeno a giudicare dal testo, si direbbe stampata direttamente a partire dall’edizione del Project Gutenberg. Che dite, chiediamo alla magistratura di oscurare Amazon finché non tolgono quei testi oppure dimostrano che non violano il diritto d’autore?

P.S.: Tra gli altri che hanno parlato della storia, segnalo InfoSec, l’Osservatorio Balcani-Caucaso. The Submarine, Valerio Di Stefano, Il dubbio, LSDI, l’Associazione Italiana Biblioteche, Carlo Franza su un blog del Giornale. Se sapete di altre fonti (che non riprendano pedissequamente altri articoli…), segnalatemele e le aggiungerò.


NOTA SUL COPYRIGHT: Questo articolo di Maurizio Codogno è stato ripreso dal link originale https://xmau.com/wp/notiziole/2020/06/04/repubblica-italiana-contro-project-gutenberg-un-case-study/.

L’articolo è coperto da licenza Creative Commons CC-BY-NC 4.0 ed è ripubblicato su espresso permesso dell’Autore. Il blog di Maurizio Codogno (Notiziole di .mau.- Pensieri slegati che scrivo quando mi viene voglia) è disponibile all’indirizzo https://xmau.com/wp/notiziole/.

Ho installato Immuni

Alla fine Immuni è disponibile per gli Android e anche, bontà sua, per gli iPhone (versione iOs 13.5).
Dopo le innumerevoli e deplorevoli polemiche sui furti di dati, sul rispetto della privacy, superate con un provvedimento del Garante che garantisce maggiore trasparenza nella gestione dei dati epidemiologici, ma, soprattutto, che le notifiche non debbano per forza prevedere la conservazione degli indirizzi IP dei telefoni di provenienza.
Da lunedì 8 giugno, Immuni sarà utilizzato in Liguria, Marche, Abruzzo e Puglia e funzionerà pienamente. Per le altre regioni ci sarà ancora da aspettare.
Il 25 e il 28 maggio il Ministero dell’Innovazione ha pubblicato il codice sorgente dell’applicazione, praticamente il DNA di un programma informatico.Chiunque puù scaricarlo, leggerlo, modificarlo. E’ su GitHub.com, per accedervi bisogna iscriversi, lasciare l’e-mail e la password. Piuttosto antipatico.
Qualche puntigliosetto si è lamentato che in Immuni non ci sia la possibilità di acquisire uno screenshot. A parte il fatto che non mi sembra di una gravità estrema, lo trovo un valido artificio per evitare che schermate che indicano la positività di chi ti sta accanto vadano in giro per il web.

Io l’ho scaricato. Funziona bene, non è affatto “pesante” (appena 9,6 Mb.) e non dà nessun problema di installazione. Vedete di farlo anche voi.

Le ultime novità su classicistranieri.com

Sono felice (e anche un po’ borioso) di informarvi che sul mio sito classicistranieri.com, sono disponibili da oggi per il libero dowload e per il vostro personale diletto, le versioni di Ubuntu, X-Ubuntu e Lubuntu 20.04. Si tratta di versioni LTS, quindi spero che incontrino il vostro favore. Ci sono anche le ultime versioni di Libre Office (6.4.1 e 6.4.4) e di WordPress (5.4.1). Non posso darvi i link diretti, ma voi andate sul sito e nella colonna a destra (ISO files e altro) cliccate e scaricate tutto quello che vi pare. E siate felici.

La magistratura romana oscura in Italia il Project Gutenberg

Apprendo solo ora, e con evidente ritardo, che la magistratura romana ha disposto l’oscuramento per l’Italia del Project Gutenberg.

E’ un atto al limite dell’incomprensibile, perpetrato contro la più grande biblioteca al mondo (oltre 65000 titoli) di testi ed audiolibri di pubblico dominio (secondo le leggi degli Stati Uniti, in cui hanno sede i server del Progetto) realizzata da volontari per la diffusione gratuita e per il libero accesso alla cultura in svariate lingue del mondo (ricchissimo è il catalogo dei titoli in lingua italiana).

Nel documento con cui l’associazione (che vive esclusivamente delle donazioni dei propri utenti e che non vende nessun gadget) annuncia il provvedimento si legge (un po’ male, abbiate pazienza, se avete difficoltà cliccate sull’immagine per ingrandirla):

E’ quindi aperto presso il Tribunale Ordinario di Roma il procedimento penale n. 52127/20 RGNRI. Tra i reati contestati figura la violazione del comma 2 dell’articolo 171 della Legge 633/41. Che cosa dirà? Andiamolo a leggere:

Salvo quanto previsto dall’art. 171 bis e dall’art. 171 ter, è punito con la multa da euro 51 a euro 2.065 chiunque, senza averne diritto, a qualsiasi scopo e in qualsiasi forma: (omissis) a-bis) mette a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un’opera dell’ingegno protetta, o parte di essa; (,,,)

Ma qual è il capo di accusa contro il Project Gutenberg? Eccolo qui:

Si parla in primo luogo della violazione dell’art. 16 della stessa legge che recita testualmente:

1. Il diritto esclusivo di comunicazione al pubblico su filo o senza filo dell’opera ha per oggetto l’impiego di uno dei mezzi di diffusione a distanza, quali il telegrafo, il telefono, la radio, la televisione ed altri mezzi analoghi e comprende la comunicazione al pubblico via satellite, la ritrasmissione via cavo, nonché le comunicazioni al pubblico codificate con condizioni particolari di accesso; comprende, altresì, la messa a disposizione del pubblico dell’opera in maniera che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelti individualmente.

2. Il diritto di cui al comma 1 non si esaurisce con alcun atto di comunicazione al pubblico, ivi compresi gli atti di messa a disposizione del pubblico.

e si contesta il fine di lucro. Dove stia il fine di lucro nell’iniziativa del Project Gutenberg non è chiaro, soprattutto alla lettura delle parole seguenti:

“costituito dalla cessione di dati personali a fine di pubblicità”

Quali dati personali siano stati ceduti per finalità pubblicitarie non è chiaro. Sul sito gutenberg.org non mi ricordo sia mai apparsa una sola pubblicità a pagamento, e, comunque, il traffico di dati personali a fine di lucro è tutto da dimostrare. Il Project Gutenberg avrebbe inoltre trasmesso e diffuso in formato PDF (chissà perché poi solo questo, visto che gli e-book di gutenberg.org sono disponibili in HTML, TXT, E-PUB, MOBI etc…) “riviste, giornali e libri” tutelati dal diritto d’autore. Il capo di accusa prosegue chiarendo che tale materiale sarebbe stato illecitamente acquisito e immesso “in un sistema di reti telematiche mediante i seguenti siti scaricati tramite il software ‘Teleport Ultra'”. Segue l’elenco dei siti da cui il materiale sarebbe stato prelevato, tra cui il nostro.

Tutto questo per una causa da poco. Alla fine dello stesso articolo 171 della legge sul diritto d’autore si legge, infatti:

Chiunque commette la violazione di cui al primo comma, lettera a-bis), è ammesso a pagare, prima dell’apertura del dibattimento, ovvero prima dell’emissione del decreto penale di condanna, una somma corrispondente alla metà del massimo della pena stabilita dal primo comma per il reato commesso, oltre le spese del procedimento. Il pagamento estingue il reato.

Con un buon avvocato italiano, e con l’auspicabile contributo di quanti tengano alla libera cultura e alla libera informazione, il Project Gutenberg potrebbe cavarsela pagando poco più di mille euro più le spese processuali. E la partita sarebbe chiusa.

Ma quello che lascia esterrefatti è come si sia potuto oscurare il corrispondente telematico della Biblioteca di Alessandria (la storia si ripete, e come vedete non fa sconti a nessuno), solo perché alcuni dei suoi contenuti sono suppostamente coperti da copyright (in Italia, perché le leggi sul pubblico dominio degli Stati Uniti sono diverse). Si sarebbe potuta fare un’azione mirata sui singoli contenuti e non impedire agli utenti italiani di scaricarsi liberamente le opere di Dante Alighieri, pure presenti e disponibili sul sito.

Il sospetto (e badate bene che solo di sospetto si tratta) è che il dominio gutenberg.org sia andato a finire nel calderone di tutti gli altri siti dai nomi quanto meno bizzarri che ridiffondevano (illecitamente, questo sì) copie in PDF di giornali e riviste altrettanto illecitamente acquisite, e che potevano trovarsi nelle edicole e nelle librerie. Uno svarione dei magistrati, insomma. Che intanto oscurano, poi a controllare e a verificare le singole posizioni personali si vedrà.

Molte notizie si sono susseguite sul web dopo la pubblicazione della notizia dell’oscuramento del sito, tra le quali quella della sua riattivazione. Nulla di più falso. Il dominio gutenberg.org è e continua ad essere irraggiungibile.

Ma qual è stata la reazione del sancta sanctorum della cultura libera in Italia? E’ stata pressoché inesistente. Liber Liber non ha pubblicato ancora nessun atto di solidarietà nei confronti della sorella maggiore statunitense. Paolo Attivissimo si è limitato a un tweet, continuando a occuparsi, sul suo blog, di esopianeti, macchine elettriche, convention virtuali di fantascienza e app anti cororonavirus. Da David Puente nemmeno una riga, troppo impegnato a debunkare Al Bano, i NoVax e a rispondere a chi non la pensa come lui. Restano solo le dichiarazioni di Maurizio Codogno, portavoce di Wikimedia Italia:

«Temiamo si voglia buttare il bambino con l’acqua sporca. Non vorremmo che la lotta contro la distribuzione illegale di materiale sotto copyright abbia come effetto collaterale la chiusura di risorse che contribuiscono legalmente alla diffusione della conoscenza libera. Speriamo che la situazione si risolva al meglio nel più breve tempo possibile».

Troppo poco per cavarsela sperando che tutto si risolva per il meglio e in breve tempo. Qui ci vogliono solo mano ferma e indignazione. E portafogli aperti. Invito tutti voi, una volta che il dominio gutenberg.org sarà tornato visibile il Italia (sì, ma quando?) a effettuare una donazione al progetto, che ha un valore infinitamente superiore a quello che possiamo minimamente immaginare.

AGGIORNAMENTO DEL 28/05/2020:

a) Questa mattina ho riprovato a collegarmi con il dominio gutenberg.org. La connessione TIM mi dà sito irraggiungibile, mentre dal telefonino, con scheda Wind (che probabilmente si appoggia a DNS stranieri), sono riuscito regolarmente, e con sollievo, a visualizzare la home page del progetto:

Mi è stato riferito da un’utente Vodafone (grazie per la collaborazione!) che su quella rete il sito è ugualmente irraggiungibile. Stiamo navigando a vista.

b) il provvisorio collegamento favorito dalla Wind mi ha permesso di effettuare, tramite PayPal, una donazione di 20 euro al Progetto. Se fossimo almeno in 200 a farlo sarebbero coperte le spese della multa, del procedimento e ci resterebbe anche qualche soldino per l’avvocato. E non credo sia diffcile trovare altre 200 persone disposte a donare altrettanto (i Wikipediani più incalliti battano un colpo, per favore!)

c) Qualcuno mi ha chiesto se sono preoccupato per la mia biblioteca digitale classicistranieri.com che, pure, distribuisce numerosi libri digitali prodotti dal Project Gutenberg. Risposta: nemmeno un po’. Sono altri, quelli più boriosi e presuntuosi che distribuiscono opere protette dal diritto d’autore come se nulla fosse, a doversi preoccupare. Se, poi, succederà qualcosa, risponderemo nel merito usando tutti gli strumenti di legge a nostra disposizione. Viviamo in uno stato di diritto e non di polizia.

d) Più che altro sono preoccupato per un altro aspetto. La magistratura romana che ha imprudentemente oscurato gutenberg.org è la stessa (anche se non sarà lo stesso il Pubblico Ministero, ovviamente, o almeno così credo e voglio credere) che mi indaga per diffamazione nei confronti di una amica di Paolo Attivissimo. Per fortuna nel mio caso non c’è stato nessun sequestro preventivo, né dell’articolo “incriminato”, né, tanto meno, dell’intero blog. E’ una questione di sensibilità soggettiva del PM. Sono grato ancora oggi agli inquirenti per questo.

e) Ieri ho ricevuto una mail riservata da parte di Maurizio Codogno che mi spiega alcuni dettagli della situazione. Rispetto il suo volere e il suo diritto alla riservatezza, ma ci tenevo a ringraziarlo pubblicamente.

f) E’ arrivata la mail di ringraziamento per la donazione da parte di Gregory B. Newby. Eccola:

g) Data la rilevanza dell’argomento, questo articolo resterà in prima posizione sul blog per una settimana. Chi volesse leggere gli ulteriori aggiornamenti abbia la cortesia di scorrere un pochino più sotto.

AGGIORNAMENTO DEL 29/05/2020

Non posso darvi ulteriori informazioni, per il rispetto che si deve alle indagini e agli inquirenti (che fanno solo il loro lavoro), ma le novità non sono buone, niente affatto.

Vi fornisco comunque, come ulteriore documentazione, le motivazioni del GIP, così come riportate dal sito thesubmarine.it:

AGGIORNAMENTO DEL 30/05/2020

La versione beta (quindi non so quanto effettivamente affidabile) del Progetto è ancora raggiungibile dall’Italia (meglio che niente) all’indirizzo https://dev.gutenberg.org:

Al capoverso 14, intitolato “For Copyrighted content” è scritto:

There are thousands of items in the Project Gutenberg collection which are still under copyright protection. Each copyrighted item is clearly indicated as copyrighted in the eBook’s header. Unless there is an included license with the copyrighted item (such as a creative commons license), you will need to contact the copyright holder for any needed permission. Project Gutenberg cannot do this on your behalf, and does not have any ability to sublicense copyrighted works.

Come ci fa giustamente notare il lettore Federico Leva, il pulsante PayPal per le donazioni al Project Gutenberg è comunque attivo al link:

https://www.paypal.com/cgi-bin/webscr?cmd=_s-xclick&hosted_button_id=XKAL6BZL3YPSN

AGGIORNAMENTO DEL 04/06/2020

Ho ripubblicato un interessante articolo di Maurizio Codogno sul caso Gutenberg. Lo trovate qui.

Dalla sua lettura apprendo che nel frattempo c’è stata l’imprudentissima iniziativa di un singolo che ha contattato la GdF, stuzzicandola un po’, e ricevendo la risposta che sì, il Project Gutenberg non c’entra nulla con chi rilanciava via Telegram copie integrali di quotidiani e riviste in PDF (grazie) ma che, comunque, avevano trovato cinque libri in pubblico dominio negli USA e sotto copyright da noi. Nella fattispecie il titolo di Massimo Bontempelli citato dallo stesso Codogno, e alcune opere di Sibilla Aleramo (tra cui il conosciutissimo “Una donna”). Sia Bontempelli che la Aleramo sono deceduti nel 1960, circostanza questa che rende impossibile la redistribuzione dei loro testi qui da noi.

Ribadisco il punto di vista che l’iniziativa personale di quel Tizio è stata imprudente e azzardata. Solo la difesa può avere accesso agli atti.

Per quanto concerne il titolo “La vita operosa” di Bontempelli, ne ho trovata un’altra edizione in PDF su academia.edu

Il server si trova fisicamente in California, ed è riconducibile ad Amazon, come rivela la ricerca del whois:

Quindi lo possono fare.

Però per far scaricare le opere che ospitano (cosa che mi sono ben guardato dal fare con il file di Bontempelli) chiedono le credenziali Google, Facebook o l’indirizzo e-mail. Conferimento obbligatorio. A cosa servono questi dati? Non è che adesso oscurano anche loro?

Ma guarda un po’. A volte si dicono le coincidenze…

(screenshot tratto da Corriere.it)

Io non sono mai stato un grande estimatore dei prodotti della Apple, anzi, mi stanno piuttosto antipatici. Non vedo la necessità di spendere un fottìo di quattrini per un attrezzo che, alla fine, serve alla maggior parte dei suoi utenti per le cose quotidiane che fanno tutti, scrivere testi, gestire tabelle, fare presentazioni in Powerpoint, collegarsi a Internet, chattare, inviare e ricevere e-mail. Riconosco che i prodotti Apple (ma più che altro le applicazioni che a questo sistema sono dedicate) sono particolarmente indicate per chi si occupa di grafica avanzata, ma per gli utenti cosiddetti “normali”, prodotti come GIMP, o il purtuttavia noiosetto Photoshop vanno più che bene. Oggi è uscita la notizia di una falla in iOS (dalla 11 alla 13.5) che permette di sbloccare gli iPhone. Toh, lo volevi? O ciucciàtevelo un gocciolino il telefonino figo…

Finalmente sequestrati gli account Facebook e YouTube di Rosario Marcianò

Mi fa piacere esprimere la massima soddisfazione per l’operato della Polizia Postale, sezione di Imperia, che su mandato della Procura della Repubblica ha sequestrato gli account social (sicuramente quelli di Facebook) di Rosario Marcianò. E in particolare risultano sequestrati l’account YouTube, la pagina personale di Facebook, e quella denominata “Tanker Enemy”. C’è da dire che nonostante l’iconografia che vi riporto in testa a queste note campeggi indisturbata come un vessillo sulla pagina Facebook incriminata, i post di Rosario Marcianò precedenti alla data del sequestro sono ancora visibili. Inoltre, su Facebook, è possibile inserire ancora dei commenti per cui il sequestro è un po’ a metà. Di certo Marcianò non può più esprimere le sue idee sulle scie chimiche e tutte le tesi complottiste che lo hanno visto, nel bene e nel male (ma soprattutto nel male) protagonista. Dopo svariate vicissitudini giudiziare, tra le quali mi preme ricordare il processo che lo ha visto soccombere con l’accusa di diffamazione nei confronti della giornalista Silvia Bencivelli (che Paolo Attivissimo chiama impropriamente “collega”, forse perché è lui che vorrebbe essere collega di una persona della levatura della Bencivelli). L’accusa per Marcianò è quella di avere postato un video, poi rimosso, in cui invita i suoi seguaci e la popolazione a negare l’esistenza del coronavirus e di scendere per le strade in modo da screare scompiglio nelle forze dell’ordine per intasare la macchina burocratica delle denunce e la magistratura inquirente:

“l’idea migliore sarebbe quella di uscire tutti per strada come facevamo prima in modo tale che poi Carabinieri e Polizia non sappiano più come fare per fermare tutti quanti e gli uffici giudiziari saranno intasati di denunce e non potranno più fare niente. Allora si che loro saranno paralizzati.”

Non è più questione di negare a qualcuno il diritto di opinione, o di esprimere le proprie convinzioni ancorché bislacche, ma di eliminare veri e propri reati dalla rete. In questo caso si parla di istigazione a delinquere. Saranno i magistrati a fare chiarezza sulle reali responsabilità di Marcianò, non certo io. L’essenziale è che questa persona sia stata messa nelle condizioni di non nuocere ulteriormente, anche se dubito che la cosa duri a lungo (sequestrato un account se ne fa sempre un altro).

“Chiusura di tutte le scuole d’Italia fino al 5 aprile 2020” Ma è un fake.

Se su WhatsApp avete ricevuto una news con un testo più o meno simile a questo:

Il presidente del consiglio Conte Giuseppe dispone la chiusura di tutte le scuole d’Italia di ogni grado e ordine per la grave e allarmante situazione che incombe sulla nostra nazione. Al fine di tutelare la salute nazionale e degli studenti fino al 5 aprile 2020 le scuole di ogni grado e ordine saranno chiuse. A breve uscirà la disposizione ufficiale sul sito del ministero.

sappiate che è una fake news. Per ora.

Emanuele Castrucci: il GIP di Siena respinge la richiesta di sequestro dell’account Twitter

Vi ricorderete dei contenuti a sfondo hitleriano di certi tweet del professor Emanuele Castrucci, docente di Filosofia del Diritto presso l’Università di Siena. Ebbene oggi il GIP di Siena, dottoressa Roberta Malavasi ha rigettato la richiesta della Procura della Repubblica di sequestrare l’account Twitter del docente perché non sussisterebbero gli estremi per il reato di propaganda e istigazione all’odio razziale, ma solo una rilettura storica e apologetica della figura di Hitler. La procura ha già fatto sapere di intendere proporre ricorso contro questa decisione:

„Noi dissentiamo da questa interpretazione. Ritenendo che ci sia istigazione all’odio razziale, con la foto di Hitler che è un’ulteriore prova a sostegno. Quel tweet è stato poi rimosso dal professore. Per questo presenteremo ricorso al tribunale del Riesame chiedendo il sequestro del profilo“

Nel frattempo Castrucci ha regolarmente continuato a twittare. Ed è stato sospeso per decreto firmato dal rettore Frati dall’attività accademica e didattica, in attesa che si avvii la procedura per la sua destituzione.

Di certo c’è che la sentenza del GIP Malavasi pone un grosso punto interrogativo: e se davvero è stato fatto un gran polverone per nulla? E se davvero quei tweet fossero il risultato dell’espressione delle proprie, sia pure aberranti, idee personali e fossero il risultato dell’esercizio del diritto della libertà di pensiero individuale? Si starebbe giocando coi diritti di una persona, con il suo lavoro, con la sua reputazione e con la sua attività accademica. Tutto questo se è vero, come è vero, che le sentenze hanno un loro valore.

Se, invece, si vuol fare come Oscar Giannino, che in un tweet di oggi a commento della vicenda scrive che:

allora è perfettamente inutile che la magistratura si occupi di queste delicate vicende. La logica del “dicano quello che vogliono, tanto io non cambierò mai di una virgola il mio pensiero in merito” (che, guarda caso, in questo frangente è un pensiero completamente diverso da quello che ha mosso le motivazioni della sentenza) non funziona. O, meglio, per funzionare funziona anche ma non porta da nessuna parte. Prima non avevamo che puri indizi e tutta la nostra rabbia da vomitare addosso al revisionista di turno, adesso abbiamo una sentenza. Che non è definitiva, si badi bene. Ma che segna un primo importante passo nell’accertamento di una verità che, se confermata, ribalterà tutto il castello accusatorio che si è mosso nei confronti di Castrucci. Bella figura, sì…

 

La programmazione di Radio Tre nell’Internet Day

Martedì 29 ottobre 2019, a cinquant’anni dalla prima trasmissione dati, la Rai celebra internet attraverso una programmazione dedicata che percorrerà l’intera offerta del servizio pubblico. Anche il palinsesto di Rai Radio 3 parteciperà all’#InternetDay con interventi, musica e approfondimenti che costelleranno il palinsesto dell’intera giornata.

A che punto è, o forse sarebbe meglio chiedersi: esiste ancora il digital divide, il divario tra chi ha accesso a internet e chi ne è escluso? Così si inizia a Radio3 Mondo (11.00-11.30) con Marco Cochi, esperto di Africa e sviluppo tecnologico, per poi passare a Radio3 Scienza (11.30-11.20) dove in programma c’è una conversazione con Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford, direttore del Digital Ethics Lab e creatore del concetto di “OnLife” come superamento della divisione di online e offline.

Sono passati cinquant’anni dai primi esperimenti nelle università californiane, ma quand’è esattamente che internet è diventata un’abitudine? Da questa domanda nasce Cinquantaseikappa – 5 canzoni dalla preistoria della Rete la playlist de L’idealista (14.30-15.00) che per l’occasione trasmetterà cinque canzoni che a cavallo degli anni Zero hanno raccontato l’arrivo di internet, dei suoi miti e dei suoi riti.

Alle 15.00 a Fahrenheit si indagheranno gli aspetti legati ai social e alla disintermediazione, mentre a Hollywood Party (19.00-19.45) si rifletterà su come le piattaforme di streaming stiano cambiando la fruizione cinematografica, quesito simile a quello di Radio3 Suite che nella prima parte (20.30-21.00) si chiederà come si è evoluto l’ascolto della musica classica.

Tre Soldi (19.45-20.00) dedicherà l’audiodocumentario della settimana alle mondo digitale: Memoria di massa – il dilemma digitale di Renato Rinaldi e Andrea Collavino, infatti, è un progetto che indaga i problemi relativi al mantenimento delle memorie digitali a cui oggi viene affidato tutto il patrimonio di testi, immagini e filmati che la società produce.

Infine Battiti (00.00-1.30), che nella seconda parte proporrà un’intervista al compositore Roberto Paci Dalò su come la musica sia cambiata con l’avvento di internet dal punto di vista della produzione, della fruizione e della circolazione, dagli scambi di file musicali in tempo reale con la finalità di scrittura collettiva ai dischi ed etichette che esistono solo in rete, dal consumo della musica liquida alle web radio.

dalla newsletter di Radio Tre

Cathy La Torre e “Odiare ti costa”

Sono sempre felice quando possodire di essermi sbagliato, e in questo caso lo sono. Ho sbagliato a sottovalutare il talento di Cathy La Torre, avvocato e attivista del mondo LGBT, ideatrice e strenuo difensore dell’iniziativa #odiareticosta. Quando apparirono i primi comunicati stampa su Facebook, “Odiare ti costa” mi sembrava uno slogan un po’ usurato e di maniera per definire una iniziativa lodevole negli intenti ma poco incisiva agli atti pratici, quella di portare gli haters della rete tutti in tribunale per diffamazione. Ma non sotto il profilo penale, che secondo gli organizzatori e i sostenitori dell’iniziativa avrebbe poca incisività per la modestia delle pene irrogate e per la troppa facilità a farla franca (va beh, qui però dipende dai punti di vista), bensì in sede civile, per colpire gli haters in quello che hanno di più caro al mondo, il portafoglio. E ci stanno riuscendo molto bene, se è vero come è vero che uno dei primi haters individuati è un certo “Michele” che di notte scrive cose inenarrabili sul conto di Cathy La Torre, e di giorno posta le sue fotografie di buon padre di famiglia. Pare che l’autore di offese del tipo “Mamma mia che cessa che sei, mi fai schifo, sei vomitevole” sia un agente di polizia penitenziaria. Un bel lavoro, dunque, e un ottimo biglietto da visita. Complimenti a Cathy La Torre e al suo staff.

Messaggi che si autodistruggono su WhatsApp

La versione on line del quotidiano “La Stampa” riferisce che fonti bene accreditate riferiscano a loro volta (uso solo fonti di prima mano, come vedete :-)) che dalla prossima versione di WhatsApp (per ora sarebbe in circolazione soltanto la “Beta”) saranno implementate nuove funzionalità tra cui quella dell’autodistruzione dei messaggi spediti dopo un certo periodo di tempo che può variare da un minimo di cinque secondi a un massimo di un’ora. Riferisce ancora “La Stampa” però, che per il momento la funzionalità “potrebbe essere dedicata solo alle conversazioni con più partecipanti e non a quelle tra singoli utenti”. In breve, l’autodistruzione dei messaggi si può programmare soltanto per quelle comunicazioni che avvengono attraverso i “gruppi” e non in comunicazioni tradizionalmente intese da utente a utente. Ora, uno che cosa lo manda a fare un messaggio se tanto dopo pochi minuti deve essere autodistrutto? Capisco gli amanti che debbeno tenere segreta la loro relazione clandestina e che abbiano interesse a cancellare tutte le tracce delle loro losche e pericolose malefatte, o che si vogliano scambiare contenuti di carattere intimo senza per questo essere sgamati da nessuno, ma chi è che immette contenuti multimediali compromettenti (o tali da avere bisogno di essere cancellati) in un gruppo, in modo che possano vederli (sia pure per un periodo di tempo estremamente limitato) in più persone?? E poi un metodo per arginare la estrema volatilità di questo tipo di comunicazioni c’è: fare un immediato screenshot del messaggio destinato all’autodistruzione. A meno che il mittente non abbia impostato 5 secondi di tempo per la cancellazione automatica (nel qual caso uno non avrebbe nemmeno il tempo materiale per leggerlo), dovrebbe essercene tutto il tempo. Così, in caso di offese, diffamazioni e quant’altro (nei gruppi sono particolarmente frequenti) siete tutelati. E anche se volete farla pagare al vostro (ormai ex) amante.

Come nasce l’hate speech

Prendete Tommaso Casalini, un allenatore della sezione giovanile del Grosseto Calcio.  Poi aggiungeteci una buona e generosa dose di Greta Thunberg. Otterrete così un’emusione esplosiva, che spingerà l’allenatore a scrivere su Facebook un apprezzamento nei confronti della Thunberg del tipo: «Questa troia di 16 anni può andare a battere, l’età l’ha». L’amalgama così creato, spingerà la società di calcio a licenziare seduta-stante e senza possibilità di appello l’allenatore dei giovani, autore di una simile atrocità, «per comportamento non consono alla linea tracciata dalla società che punta sui valori morali prima ancora che su valori tecnici». Il tutto sempre via Facebook, tanto per ribedire le regole della legge del contrappasso. E hanno fatto bene. Anzi, benissimo.

Cosa avrà spinto un allenatore che è sempre a contatto coi giovani ed è, oltretutto, responsabile della loro formazione umana prima ancora che sportiva a scrivere una roba del genere nei confronti di una ragazza che potrebbe avere poco più dell’età dei suoi “pulcini”, non si sa. Lui ha scritto: «Desidero chiedere pubblicamente scusa a tutti, a cominciare da Greta Thunberg per il post che ho scritto. Un’esternazione scritta in un momento di rabbia con un linguaggio assolutamente sbagliato e con un contenuto del quale mi pento». Le cose si fanno, tanto poi per pentirsi c’è sempre tempo. Un momento di rabbia, una tastiera a disposizione, la possibilità di farla franca o perché sei troppo visibile (come in questo caso) e famosetto, quindi chi vuoi che ti tocchi, o perché sei troppo anonimo, confuso tra mille rivoli di hate speeching in rete. Oppure perché sei troppo sprovveduto, e allora scrivi quello che ti viene in mente, aprendo la bocca e facendo cantar lo spirito, come diceva la mia professoressa di matematica, andandoti a divertire con gli amici poco dopo e dimenticando tutto il resto che risale fino a un quarto d’ora prima.

Quando uno sbaglia «è giusto che si assuma la responsabilità dei propri errori, pertanto accetto di buon grado la decisione », scrive ancora Casalini. E meno male che se n’è accorto di avere sbagliato, che Greta Thunberg è minorenne, che probabilmente ha cose molto più importanti da fare che dar retta ai discorsi d’odio rivolti contro la sua persona, che i suoi genitori non avranno, probabilmente, nessuna intenzione di intraprendere un’azione legale nei suoi confronti, ma resta comunque l’ombra di un gesto da condannare, se non altro per la faciloneria e la grettezza con cui è stato posto in essere. Ma Casalini non è il solo ad aver imbrattato di fango digitale il nome di Greta Thunberg. Provate a leggere il prossimo post e vi renderete conto che c’è di peggio.

Google: il diritto all’oblio non può essere applicato a livello globale

Nel 2016, la Francia, attraverso la Commissione Nazionale Informatica delle Libertà (CNIL) aveva condannato il motore di ricerca più usato nel mondo a pagare 100.000 euro per la mancata rimozione di alcuni link a livello mondiale. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha dato ragione al colosso informatico sostenendo che il diritto all’oblio riguarda solo gli stati membri dell’Unione Europea e non può avere un effetto di portata mondiale sui motori di ricerca.