Riccardino è qui!

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Quando Andrea Camilleri morì, pover’uomo, mi trovavo in Toscana. Rimasi talmente male per la notizia della scomparsa di uno dei maggiori rappresentanti della letteratura contemporanea che, avvezzo com’ero alle avventure del suo Montalbano, della sua odiosissima zita Livia (una che non sa nemmeno cucinare), di Catarella, del “fimminaro” Mimì Auguello, di Gallo, Fazio e di tutti gli altri, che presi il computer in mano, e, aperto il Blocco Note, come faccio sempre, per ogni articolo che scrvo sul blog (o allora? A me il foglo bianco m’ispira!) scrissi una sorta di brevissimo raccontino seguendo lo stile e la Lingua del Maestro. Lo potete trovare qui:

La morte del commissario Montalbano

Mi sembrava una fine onorevole, quella che avevo prospettato. Insomma, perché abbia un senso, tutto deve finire, anche Montalbano, come diceva un mio grande maestro. E oggi, la fine, quella vera, del Commissario Montalbano, è uscita in libreria ed è arrivata (proprio nello stesso giorno, non so come facciano -quelli di Amazon-, ma è bene che lo facciano, come diceva Napo Orso Capo quando Babà faceva la motocicletta).

Il tilefono sonò che era appena appena arrinisciuto a pigliare sonno, o almeno accussì gli parsi, doppo ore e ore passate ad arramazzarisi dintra al letto.”

Potrebbe essere Catarella, che gli racconta che c’è un morto ammazzato catàfero stecchito. O Livia che gli scassa i cabasisi per dargli il buongiorno alle cinque di mattina. No, è un certo Riccardino. E qui comincia la storia, l’ultima, quella vera, quella della fine di Montalbano, che non si sa se murìu, morì o morse, questo ve lo dico quando arrivo all’ultima pagina.
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Liviamo!

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Dante scriveva che i nomi sono la conseguenza delle cose. Io dico che, a maggior ragione, lo sono delle persone.

Il resto lo fa la letteratura.

Voglio dire, ci sono nomi che sono talmente incancreniti nell’immaginario collettivo, da essere incollati a una idea. Ri-voglio dire, il nome Beatrice rimanda a una persona graziosa e giovane, non a una vecchietta arzilla e muscolosa. Io ne feci la protagonista di un mio raccontino fortunatello proprio perché mi serviva una fanciulla che morisse all’età di 11-12 anni. Se l’avessi chiamata Abelarda non avrei ottenuto lo stesso effetto (i cultori di certi fumetti di serie B ricorderanno la manesca nonnina amica del gorilla Bongo).
Più che la letteratura a volte può il cinema, o tutti e due. Alice era nome degregoriano per eccellenza negli anni ’70, era quella che guardava i gatti, con aria un po’ gattina anche lei, e non sapeva di Cesare che aspettava il suo amore ballerina da sei ore ormai (Pavese era un uomo costante). Nel decennio successivo uscì il film “Amici miei atto II”, quello in cui il malefico Lucianino descrive la moglie del Mascetti come “una donna secca e rifinita come il suo nome: Alice”. Si potrebbero fare ricerche demografiche e interessantissime tesi di laurea sulla frequenza del nome “Alice” nella popolazione italiana a seguito della vulgata di certi preconcetti.
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Quella stronza di Livia: L’eta’ del dubbio

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Arridero, Finalmenti.

"Come stai?" spiò Montalbano.

"Bene, e tu?"

"Sono infognato in un’indagine che… A proposito, tu lo conosci un certo Emile Lennec?"

"Cos’è, un altro scherzo a modo tuo?"

"Lo conosci o no?"

"Certo che sì. L’abbiamo conosciuto insieme."

"Dove?"

"A Marinella."

"Non se l’arricordava per niente."

"Davvero? E chi è?"

"Si tratta di…" pincipiò lei.

S’interrumpì, fece ‘na risateddra.

"Si tratta di uno che è esattamente come tuo figlio."

"Dài, Livia, non…"

Ma lei aviva riattaccato. La richiamò. Il tilèfono squillò a vacante.

E questa era la punizione che Livia gli aveva assignata per la faccenna del picciliddro inesistenti. Quella fìmmina non gliene perdonava una che era una, mannaggia!


(da "L’età del dubbio", pag. 128)

Quella stronza di Livia – Camurrie d’agosto

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Prende vita oggidì questa imprescindibile sezione del blog, dedicata a chi ama i romanzi di Andrea Camilleri e al caro Fabio Montale (o Reginaldi Pilade) che di tutto questo ennesimo troiaio è co-ispiratore insigne.

Laura era l’amica del cori di Livia, quella alla quale confidava i misteri gaudiosi e macari quelli tanticchia meno gaudiosi.

"Vengono qua?"

"Sì, ti dispiace?"

"Per niente, tu sai bene che Laura e suo marito mi sono simpatici ma…"

"Spiegami questo ma".

Bih, che camurria!

"Pensavo che finalmente avremmo potuto stare un po’ più a lungo da soli e…"

"Ahahah!"

Risata tipo strega di Biancaneve e i sette nani.

"Perché ridi, scusa?"

"Perché sai benissimo che a restare sola sarò io, io, capisci, mentre tu passerai la giornata e forse anche la nottata al commissariato dietro l’ammazzato di turno!"

"Ma no, Livia, qua d’agosto, col caldo che fa, macari gli assassini aspettano l’autunno".

"Così’è, una battuta di spirito? Dovrei ridere?"

(Andrea Camilleri, La vampa d’agosto, Sellerio)