David Puente e i docenti che si dànno fuoco

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Voglio premettere, in prima battuta, che personalmente non ho NULLA contro David Puente.

Non mi interessa la sua persona, non mi interessa il suo credo religioso, non mi importa niente della sua vita privata, delle sue innumerevoli querele (che ha tutto il diritto di sporgere, se pensa di essere stato vittima di un reato, come chiunque altro), con chi viva e dove, quali siano i suoi affetti e quali i suoi nemici.

Mi interessa, al contrario, e molto, il suo modo di fare giornalismo, di esprimere UNA verità (la sua) e di farla emergere come LA verità (assoluta). Quello sì, mi interessa. Anzi, mi preoccupa.

Un esempio? Eccolo.

A Rende, nei giorni scorsi, un docente si è dato fuoco davanti alla caserma dei Carabinieri. Punto, la notizia è questa.

Poi ci sono le illazioni, il ricamato sopra, gli elementi “sovrasegmentali”, come si direbbe in linguistica. Ovvero che il docente avrebbe compiuto l’estremo gesto in quanto sospeso dal lavoro e senza stipendio e che sia addirittura morto per le conseguenze della sua azione.

Tutti pettegolezzi riportati sui social network, Facebook e Twitter in primis.

Puente fa una accurata disamina del “caso”, in un articolo pubblicato su “Open”, di cui è vicedirettore, intitolato “No! Un docente non si è dato fuoco a Rende perché sospeso dal lavoro per mancata vaccinazione anti Covid” (quando si dice avere il dono della sintesi!)

Un debunker, un addetto al “fact checking”, insomma, dovrebbe, appunto, smontare il FATTO, lasciando perdere le inutili equazioni successive della gente.

Invece si mette a smentire quanto diffuso da un certo Floriano su Facebook (immagino che abbia un putiferio di followers e un potere di influenza esagerato sull’opinione pubblica, perché se no non si spiega!). Le altre fonti “smontate” da Puente? Semplice! Un post Facebook, poi smentito, del sindacato Uil Scuola Monza e Brianza e un altro di Marco Rizzo (che non mi risulta sia un esponente di un partito politico con milioni di voti). In più un altro post, anch’esso poi modificto, della senatrice Bianca Laura Granato, e un altro di rassegneitalia.info che annuncia la morte (per fortuna non avvenuta del povero insegnante. Spicca anche un post Telegram dell’Avvocato Mauro Sandri.

Le fonti per questa acrobatica operazione di ristabilimento della verità? Semplice anche questo: una smentita di Michele De Simone, militante in Fratelli d’Italia, cugino del professore. E, inoltre, un servizio del TGR Calabria (che, finora, mi sembra l’unico degno di menzione).

Tutto per dimostrare che:

– il docente era vaccinato;
– che non era stato sospeso dal servizio né dallo stipendio;
– che aveva richiesto due giorni di permesso per motivi personali.

Ma tu pensa! I docenti hanno diritto a tre giorni di assenza all’anno per motivi personali e lui ne aveva richiesti ben due! A volte non ci si crede.

Lo scopo? Smentire delle voci. Che erano poco più che pettegolezzi (oltretutto, in certi casi, smentiti a loro volta). Ora, il pettegolezzo non fa notizia. E’ poco più di un “venticello, un’auretta assai gentile”, come affermano note citazioni rossiniane.

In tutto l’articolo non vi è un cenno di umana pietà verso la vicenda di un uomo che, se non si è dato fuoco per i motivi riportati dai sindacati (i sindacati…), almeno lo avrà fatto per sacrosante ragioni SUE e solo SUE.

Perché se il suo non è stato un gesto di protesta “no-vax”, come si affretta a chiarire il solerte giornalista, allora è l’epilogo di un disagio personale che può e deve essere rispettato come tale.

E invece no. Notizie sulle non-notizie. Che sono delle non-notizie a loro volta.

Lui non mollerà mai. Ma gli conviene?

Quelli che David Puente

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Da qualche giorno mi sono iscritto al canale Telegram di David Puente. Così, giusto per vedere che aria tira e attirare su di me un po’ di insulti, che, regolarmente, non mi sono mancati. Per ora non sono stato ancora espulso dalle sacre stanze virtuali, vedremo in seguito.

Puente ha annuncito di aver depositato ben nove querele destinate all’autorità giudiziaria per tutelare i propri diritti. Nulla di che, per me ne può proporre anche duecento, se crede. Però lo dice, anzi, lo scrive ed augura a tutti, sornione, buone feste. Grazie ma alle mie festività ci penso da solo.

Ora, voglio dire, sarai anche un giornalista neo-professionista, non dico di no, ma come semplice cittadino dovresti sapere che è imprudente dire che hai querelato (chi? Per che cosa?), se non altro perché col deposito della querela scattano delle indagini e i malviventi che ti hanno recato un danno, sentendo puzza di bruciato potrebbero manipolare degli elementi probatori a loro carico, alleggerendo così, e di molto, la loro posizione.

Invece no, tutto coram populo. Ci dev’essere una grande soddisfazione a comunicare alla gente di essere degli onesti cittadini, rispettosi delle leggi e di chi quelle leggi è chiamato ad applicarle. Invece io penso che siano cose del tutto normali e che, anzi, si possa e si debba tacerne. Opinioni.

Ma quello che fa rabbrividire sono le reazioni, i commenti, i riverberi alla notizia non-notizia.

E’ gente così, quella che segue Puente. Dall’applauso facile, dall’emoticon scontato (si sa, scrivere costa fatica), poco incline alla critica e, soprattutto, molto interessata al profitto (degli altri, beninteso). Secondo qualcuno il querelante dovrebbe spillare molti soldi ai querelati. Certo, perché le querele, notoriamente, si faanno per denaro, non per avere giustizia e ottenere un condanna a carico della controparte. Così il debunker può invitare a cena tutti i suoi seguaci. Che, evidentemente, o non mangiano a sufficienza a casa loro o, molto più probabilmente, non aspettano altro che siano gli altri ad esporsi e a metterci la firma sopra.

E poi un cosa: ma che fine hanno fatto tutte le innumerevoli querele che ha sporto David Puente? Quante si sono risolte con una condanna? Quante con una assoluzione e quante sono state archiviate? Perché è facile dire “ho querelato”. Molto più difficile è avere ragione in sede giudiziaria-

Come sempre fate attenzione. Ma MOLTA attenzione.

David Puente è (diventato) giornalista professionista

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Il 24 novembre scorso, il debunker David Puente, vaccinista a oltranza e che tra breve dovrà abituarsi anche lui al tampone obbligatorio a pagamento per i vaccinati se vorrà godersi un cinemino con la famiglia, ha annunciato all’universo mondo con un twit, tweet, Twitter (la parte per il tutto) o tuìt, ora non so, che ha superato l’orale dell’esame di giornalista professonista, della cui denominazione, evidentemente, deve aver cominciato a fregiarsi quasi fin da subito se è vero, come è vero, che l’ha abbinata, ipso facto, alla presentazione del suo account Facebook.

Ora, per carità, complimentoni. Son traguardi importanti nella vita di una persona, questo non lo metto in dubbio. Soprattutto perché me ne ero interessato qualche tempo fa, del fatto che Puente non risultasse ancora iscritto all’ordine dei giornalisti, nonostante una copiosa e intensa attività scrittoria contro terrapiattisti, complottisti, Rosario Marcianò, Luc Montagnier, i no-vax, i lavoratori del porto di Trieste chi va liscio a briscola.

Adesso, finalmente, potranno gridarlo i suoi fans, ma soprattutto potrà esserne più che orgoglioso egli stesso, che riconosono in lui un modello di giornalismo irraggiungibile attraverso la puntuale verica e l’eventuale confutazione di qualsiasi tesi (e con questo intendo proprio QUALUNQUE).

E per dimostrare, immagini alla mano, che lo scientifically correct è l’unico approccio possibile in questo mondo ormai arrivato all’Armagheddon di se stesso. E anche perché oggi come oggi un fatto non è reso credibile se non gli fai un selfie (o, peggio ancora, un “fotina”, come si diceva ai miei tempi) e non lo schiaffi ovunque. Ti sei laureato, hai avuto un figlio, o sei semplicemente un pantofolaio che ama starsene a casa? Tutto bene, ma se non ce lo fai vedere non ci crediamo. Troppo comodo, nulla esiste se non è contestualmente provato.

Ecco, dunque, che per aderire alle suddette logiche, David Puente ci fornisce, in pari data, una attestazione di aver superato l’esame in questione. Oh, certo, molto bene. Il tutto è su carta intesta dell’ordine dei giornalisti, va beh, c’è quell’erroruccio veniale che mette “Venezuela” minuscolo, ma SOPRATTUTTO, quello che manca è la FIRMA di chi dichiara e attesta una circostanza siffatta.

In breve, perfino l’attestato di frequenza del corso di specializzazione in doppie punti per i parrucchieri per signora, viene firmato da qualcuno. Magari con uno svolazzo irriconoscibile, magari con una firma non autografa ma tragicamente stampata su migliaia di pezzi di cartoncino tutti uguali. Ma è comunque già qualcosa. Qui non c’è niente, nada, nichts, rien, nothing. E, sia chiaro, questo NON VUOL DIRE AFFATTO che, secondo me, l’attestato sia falso, alterato o, peggio ancora, che l’esame non sia mai stato sostenuto e che quanto viene riportato sia frutto di un fotomontaggio o similia. No, significa semplicemente che quel documento non porta NESSUNISSIMA firma. Punto.

E, inoltre, qual è il punteggio minimo e massimo con cui si supera una prova del genere? Perché non viene riportata una valutazione di merito? Perché, se guardo l’elenco di coloro che hanno superato, al pari di Puente, la prova orale, non posso sapere chi ha preso di più e chi ha preso di meno di lui?

Risposta non c’è, o forse chi lo sa, caduta nel vento sarà…

Il senso di David Puente per il caso di Camilla Canepa

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Camilla Canepa morì per trombosi il 10 giugno scorso, una settimana dopo l’inoculazione di una dose di vaccino anticovid AstraZeneca.

Aveva 18 anni, non aveva preso alcun farmaco e non soffriva di alcuna patologia pregressa. La morte «è ragionevolmente da riferirsi a un effetto avverso da somministrazione del vaccino anti Covid», scrivono il medico legale Luca Tajana e l’ematologo Franco Piovella nella relazione depositata in procura ai pm che indagano sul caso.

Questi sono i fatti.

Open.OnLine di Enrico Mentana, dove David Puente svolge funzioni di “Fact checker”, l’11 giugno scorso, pubblicò un articolo redazionale, dal titolo “Camilla, la ragazza morta dopo AstraZeneca, soffriva di patologia autoimmune. Era in cura con una terapia ormonale”. Titolo clamorosamente sbugiardato dalle conclusioni dei periti sugli esami autoptici in quanto è stato constatato, dichiarato e firmato che a) la giovane non soffriva di alcuna patologia; b) non assumeva alcuna terapia farmacologica.

La cosa curiosa, è che da una ricerca effettuata su Open.OnLine, NESSUN articolo risalente all’epoca del decesso della povera vittima è attribuito o attribuibile a David Puente. Si tratta per lo più di redazionali. Le uniche firme con tanto di nome e cognome sono quelle di Giada Giorgi, Luca Covino e Alessandro D’Amato. E a rileggere quegli scritti a distanza di mesi c’è solo da registrare come siano state distanti, allora, la verità giornalistica e l’ipotesi scientifica dagli accertamenti medici di oggi.

“Camilla Canepa (…) soffriva di piastrinopenia autoimmune e seguiva una terapia ormonale da tempo”, scriveva Giada Giorgi introducendo un’intervista all’immunologo Giuseppe Remuzzi. La relazione dei periti della Procura di Genova, invece, evidenzia come la vittima non soffrisse di patologie pregresse.

“Sulla scheda di Camilla (…), riferisce il Corriere della Sera, di questa malattia non c’è traccia. Non solo. La 18enne di Sestri Levante, secondo quanto si è appreso, aveva sviluppato anche una ciste nell’ultimo periodo per la quale, dal 29 maggio scorso, aveva iniziato ad assumere due farmaci: uno a base di ormoni, il Progynova, e uno di estrogeni, il Dufaston.” scrive Luca Covino il 12 giugno. Le indagini della Procura hanno invece rilevato che il certificato anamnestico fosse corretto (logico pensare che se la povera ragazza non soffriva di alcuna patologia, non abbia indicato nulla).

“Di certo c’è che Camilla, se soffriva di una malattia autoimmune, non doveva essere vaccinata con AstraZeneca”, chiosa Alessandro D’Amato il 14 giugno, e questo, voglio dire, pare addirittura lapalissiano.

La strategia della verità costruita da Open OnLine è chiara: allontanare il sospetto ad ogni costo sulle responsabilità del vaccino. Hanno tirato fuori perfino il medico di base che non avrebbe bene indirizzato la propria paziente verso il vaccino più adatto a lei. “Avrebbe dovuto essere inserita tra i soggetti fragili a cui somministrare Pfizer o Moderna”, borbotta ancora Alessandro D’Amore che, evidentemente, ne sa più del medico di base di casa Canepa. Quindi, se non è colpa del medico sarà colpa certamente di qualche infermità di cui la giovane soffriva, per forza, e se questo non dovesse bastare, di qualche medicamento a base di ormoni che stava assumendo. Se, poi, queste spiegazioni non dovessero essere a loro volta sufficienti, c’è sempre la carta della scheda anamnestica, redatta dalla vittima di sua stessa mano. Come a dire con Guccini “ed allora questo sbaglio è stato proprio tutto tuo, noi non siamo perseguibili per legge”. Se non poteva e non doveva essere stato il vaccino ad uccidere, doveva essere stato per forza il cameriere nel vestibolo col candelabro, certo, certo.

Dunque cosa c’entra David Puente? C’entra, e molto, perché, guarda caso, il Nostro si prodiga in una redazione di 7 tweet sull’argomento pubblicati il 21 ottobre scorso. Cosa glielo abbia fatto fare, Dio solo lo sa, visto che, fino a quel momento, non aveva scritto sul giornale neanche una riga sull’argomento. Ma conosciamo molto bene la tendenza di David Puente all’autoimmolazione in nome della causa comune. Ricordo molto bene quando chiese scusa, vergognandosi un pochino, perché qualcun altro (non lui!) aveva pubblicato su Open OnLine i dati personali dei genitori di Matteo Renzi. Le sue “excusationes non petitae” appaiono oltretutto di una certa gravità, tanto più che qui si tratta della morte di una persona:

“Oggi si parla delle 74 pagine di relazione sul decesso di Camilla Canepa”, scrive Puente, e va beh, sentiamo cosa avrà mai da dirci.

“Cosa ci sarebbe scritto nella relazione? Premetto di non averla ancora letta e vorrei poterla consultare (…)”: ma sì, certo, le relazioni dei medici legali che fanno le perizie di parte (e la “parte” in questo caso è la Procura) sono lì apposta per essere consultate dai giornalisti o sedicenti tali. Non esiste nemmeno uno straccio di segreto istruttorio, un po’ di riservatezza, o, se si vuole, un minimo di rispetto per chi non c’è più e/o per la sua famiglia. Oh, saranno anche atti coperti da riserbo, ma vuoi mettere? David Puente non li ha letti, come si permettono costoro di tenerli al sicuro?

“Possiamo dichiarare con certezza che secondo i medici legali la vaccinazione aveva causato la morte di Camilla Canepa? Nel leggere quel “ragionevolmente” non mi fornisce una certezza al 100%, ma ripeto: vorrei leggere la relazione e chiedere un parere ad altri esperti.” Altri esperti? Ma perché, David Puente è un esperto? E’ un medico legale? E’ stato incaricato da una Procura della Repubblica di eseguire un esame autoptico e di fornire un referto? Non mi pare. Per cui, da buon aspirante giornalista, Puente si attacca alle parole, agli avverbi di modo, alle sottigliezze linguistiche. Per lui “ragionevolmente” non basta a definire la certezza matematica del nesso causa (vaccino) ed effetto (morte). Perché per lui “ragionevolmente” significa “con buona probabilità”, non “con ragione”. E poi, ammesso che Puente desideri il parere di altri esperti che non siano lui stesso (che esperto non è, evidentemente), dovrebbe sempre sentire persone che hanno fatto o fanno consulenze per i tribunali. E non basterebbe nemmeno, perché, guarda caso, la Procura di Genova ha incaricato proprio QUESTI esperti e non altri, e si dà il caso che le loro conclusioni verranno portate davanti a un giudice e, se reggeranno, diventeranno verità a tutti gli effetti.

“Leggere quella relazione è il minimo e dovrebbe farlo qualunque giornalista interessato a trattare il caso di Camilla Canepa”: quindi non lui, evidentemente.

“Che Camilla Canepa sia morta per colpa del vaccino o per altra causa è doveroso accertarlo, ricordando alle vittime dei NoVax quello che abbiamo sempre scritto considerando i fatti e i dati: se mai venissero confermati i decessi da vaccino, questi sarebbero estremamente rari.” Certo che è doveroso accertarlo. Se ne sta occupando la magistratura, infatti, che a differenza dell’informazione è lì per questo. Della serie: “Non può essere stato il vaccino. Ma anche se fosse stato il vaccino una sola morte non avrebbe una incidenza così grave sul totale dei vaccinati. Quindi il vaccino è sicuro.” Certo, questo vale in termini statistici. Ma per noi che ragioniamo in termini di vite umane, la perdita di Camilla Canepa è un prezzo fin troppo esagerato da pagare.

La “collega” di David Puente

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Una giornalista di Rai News 24 è stata aggredita durante una manifestazione dei cosiddetti “No Green Pass”.

Un atto esecrabile, posto in essere da persone senza scrupoli, pazzi scriteriati, teppisti di infimo ordine, a prescindere dalla loro posizione ideologica sui vaccini.

David Puente, debunker, sulla sua pagina Facebook esprime tutta la sua solidarietà a questa brava professionista chiamandola “collega”.

“Collega”? Ma “collega” de che? La signora in questione è regolarmente iscritta all’albo nazionale dei giornalisti come professionista, e David Puente NO.

Non è un dettaglio da poco. Si è “colleghi” tra pari, non tra dispari.

E’ come se un supplente di scuola privata senza abilitazione e senza che abbia superato uno straccio di concorso pubblico, si dichiarasse “collega” di un docente di ruolo con anni di servizio in una scuola statale.

Stare “bassi” non è mi stato così urgente. Fate attenzione. Molta attenzione.

David Puente è iscritto all’ordine dei giornalisti?

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Mi sono sempre chiesto se David Puente sia iscritto o no all’ordine dei giornalisti.

Oggi mi sono sentito diligente e ho deciso di prendere qualche informazione.

La risposta al quesito è: sul sito dell’Ordine dei Giornalisti del Consiglio Regionale Friuli Venezia Giulia, appare l’iscrizione, in data 1/11/2018, di Puente Anzil David Alejandro (il Nostro) come PRATICANTE.

Secondo Wikipedia (così sarete contenti), “possono divenire giornalisti professionisti solamente coloro che hanno svolto almeno 18 mesi di tirocinio detto “praticantato”, in una redazione dove vi sono assunti già altri professionisti”. Inoltre, “trascorsi i 18 mesi, il praticante giornalista deve superare un esame di idoneità professionale, scritto e orale, davanti a una commissione nazionale dell’Ordine, presieduta da un magistrato.”

La prova di idoneità professionale per l’ammissione nell’elenco dei giornalisti professionisti viene anche impropriamente detta “Esame di Stato”. Wikipedia chiarisce che la prova “consiste in una prova scritta, della durata di 8 ore, e una prova orale di tecnica e pratica del giornalismo, integrata dalla conoscenza delle norme giuridiche che hanno attinenza con la materia del giornalismo.”

David Puente ha sostenuto, ed eventualmente superato questa prova?

Non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che una ricerca sull’albo dei giornalisti professionisti pubblicisti e professionisti ha dato questo risultato:

 

Occhio! Wikipedia ti guarda.

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Wikipedia ha censurato una voce a Giuseppe De Donno, il medico italiano deceduto il 27 luglio scorso.

Voilà, c’est l’unique question, come avrebbe detto Albert Camus. Tutto il resto sono semplicemente discorsi, come la difesa d’ufficio che fa dell’enciclopedia più discutibile del mondo il debunker David Puente dal titolo “Censurata la pagina Wikipedia di Giuseppe De Donno? No. Violate le regole dell’enciclopedia” pubblicata su “Open On Line” il 2 agosto scorso. Una difesa d’ufficio innecessaria e che si scontra con la realtà dei FATTI, senza addurre responsabilità ai complottisti o ai complottismi di qualsiasi sorta.

Vediamo cosa è successo:

– il 31 luglio scorso nasceva su Wikipedia la pagina relativa al Dott. De Donno. In precedenza era presente sull’enciclopedia una voce su un “Giuseppe De Donno”, omonimo della persona di nostro interesse.

– La discussione successiva tra gli esperti, gli utenti e i moderatori, rilevava una supposta violazione del copyright (cosa volete, ormai con le violazioni del Copyright ci vado a nozze!) da parte di un certo “Ceppicone”:
23:28, 31 lug 2021 Ceppicone (discussione | contributi) ha cancellato la pagina Giuseppe De Donno ((C13) Testo in violazione di copyright da: CopyViol da https://www.repubblica…)
Un altro utente ha segnalato la coincidenza di testi tratti da notizie dell’agenzia ANSA.

– Il testo dell’articolo 70 della Legge 633/41 e successive modifiche recita: “1. Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l’utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali.”

Tale “Caulfield” rimuoveva (per la seconda volta? Guardate la strana disposizione degli orari, la cancellano a rate) la pagina.
19:51, 31 lug 2021 Caulfield (discussione | contributi) ha cancellato la pagina Giuseppe De Donno ((C13) Testo in violazione di copyright da: https://www.ansa…)

– Solo il 2 agosto la voce dedicata al Dr. De Donno viene ripristinata, creata ex novo, ma aperta alle modifiche dei soli utenti registrati, e questa pagina così modificata è attualmente raggiungibile dagli utenti finali del sito.

Ora:

– Non c’è stata alcuna violazione del copyright. I brani delle opere contestati sono stati riprodotti a norma di legge in quanto la riproduzione è stata effettuata “per finalità illustrative e per fini non commerciali.” Sarebbe bastato citare la fonte e mettere il tutto tra virgolette.

– La rimozione della pagine è indubbiamente avvenuta, sia pure per poche ore. La pagina è stata SOSTITUITA, non MODIFICATA in itinere. Non vi è traccia per gli utenti degli interventi correttivi e/o censori del suddetto “Ceppicone” o di chi per lui (a Livorno il termine “Ceppione”, toscanismo per “Ceppicone” significa “grossa testa” o anche, per traslato, “individuo dalla grossa testa), quelle modifiche sono recuperabili esclusivamente dagli amministratori.

– Si può parlare a buon diritto di una gestione arbitraria e addirittura censoria delle modifiche di Wikipedia. Che farebbe solo bene a scrivere “pubblichiamo solo quello che pare a noi”, anziché definirsi “Enciclopedia libera”. Ma “libera” di che cosa? Di censurare i contributi della gente? Di non pubblicare che Selvaggia Lucarelli è una giornalista pubblicista? Non è ben chiaro.

– Fidarsi di un “Ceppicone” qualunque sarà anche un bene, non dico di no. Ma non fidarsi dei vari “Patatina”, “Bamboletta”, “JackFrusciante”, “Paoletto”, “ScassaMinchia” e via pseudonomeggiando è assai meglio.

Quello che emerge da questi fatti, inoltre, è che l’articolo di David Puente presenta non poche incongruenze e contraddittorietà. Ma sono i debunker, è il loro mestiere. Ma gli conviene?

David Puente pasticcia con le sentenze della Corte Costituzionale

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C’è molta disinformazione sull’obbligo vaccinale, ma questo lo sapevamo da tempo.

Gira da svariate ere geologiche in rete una citazione di una sentenza della Corte Costituzionale (la dichiarata 308/90) che reciterebbe (erroneamente) quanto segue:

“Non è permesso il sacrificio della salute individuale a vantaggio di quella collettiva. Ciò significa che è sempre fatto salvo il diritto individuale alla salute, anche di fronte al generico interesse collettivo.”

Sgomberiamo il campo dagli equivoci: quella citazione NON ESISTE in NESSUNA sentenza della Corte Costituzionale. Ma esiste qualcosa di simile nella sentenza n. 307 (e NON 308) del 1990:

“Tale rilievo esige che in nome di esso, e quindi della solidarietà verso gli altri, ciascuno possa essere obbligato, restando così legittimamente limitata la sua autodeterminazione, a un dato trattamento sanitario, anche se questo importi un rischio specifico, ma non postula il sacrificio della salute di ciascuno per la tutela della salute degli altri. Un corretto bilanciamento fra le due suindicate dimensioni del valore della salute – e lo stesso spirito di solidarietà (da ritenere ovviamente reciproca) fra individuo e collettività che sta a base dell’imposizione del trattamento sanitario – implica il riconoscimento, per il caso che il rischio si avveri, di una protezione ulteriore a favore del soggetto passivo del trattamento. In particolare finirebbe con l’essere sacrificato il contenuto minimale proprio del diritto alla salute a lui garantito, se non gli fosse comunque assicurato, a carico della collettività, e per essa dello Stato che dispone il trattamento obbligatorio, il rimedio di un equo ristoro del danno patito.”

Ciò detto, David Puente, nel maldestro tentativo di debunkare la notizia (ci riesce solo parzialmente, in realtà) in un articolo del 9 marzo 2021, intitolato “Lo stato di emergenza è stato annullato dai tribunali? Il messaggio su WhatsApp che disinforma” (se vi interessa cercàtevelo con Google, io non intendo produrre traffico a beneficio di questa pubblicazione), pubblicato su Open Online, rimanda, attraverso un link, al testo della sentenza 308/90 che nulla ha a che fare con la materia del contendere, visto che la sentenza che ci interessa è la 307 dello stesso anno. Sarebbe bastata una piccola, piccolissima dose di attenzione in più da parte di Puente, per riuscire a trovare il corretto riferimento. Invece no, linka una sentenza che riguarda la legge della Regione Liguria riapprovata il 15 novembre 1989. Cosa ha fatto Puente? Ha preso per buono il riferimento (sbagliato) della sua fonte, ha fatto una ricerca su Google, ha trovato un testo che nulla aveva a che vedere con i suoi parametri, e ha scritto che quella frase NON si trova nella sentenza. Per forza, era la sentenza sbagliata! Se c’è un filo conduttore che ci riporta alla verità delle dinamiche dei fatti, questo è proprio l’errore. Puente voleva dimostrare la falsità di una citazione, ma ha preso per buono il fatto che il riferimento a quella sentenza fosse proprio quello del documento originale. Invece anche quello era sbagliato, e l’errore si è protratto mettendolo vieppiù nei pasticci.

Ma un brivido mi percorre la schiena. Leggendo quello che scrive Puente nel suo articolo apprendo che:

“C’è un’altra sentenza, la 307/1990 che riguarda proprio il tema dei vaccini dove viene dichiarato legittimo l’obbligo vaccinale siccome questo rispetta l’articolo 32 della Costituzione italiana:”

A sostegno della propria tesi, Puente cita una parte della sentenza, la seguente:

“Da ciò si desume che la legge impositiva di un trattamento sanitario non è incompatibile con l’art. 32 della Costituzione se il trattamento sia diretto non solo a migliorare o a preservare lo stato di salute di chi vi è assoggettato, ma anche a preservare lo stato di salute degli altri, giacchè è proprio tale ulteriore scopo, attinente alla salute come interesse della collettività, a giustificare la compressione di quella autodeterminazione dell’uomo che inerisce al diritto di ciascuno alla salute in quanto diritto fondamentale.”

Il problema è che Puente cita solo UNA parte (certamente quella che più si confà alla sua linea di pensiero) della logica che sottende al pronunciamento della Consulta. Infatti, proseguendo la lettura nel testo della Corte, si apprende quanto segue:

“Ma si desume soprattutto che un trattamento sanitario può essere imposto solo nella previsione che esso non incida negativamente sullo stato di salute di colui che vi è assoggettato, salvo che per quelle sole conseguenze, che, per la loro temporaneità e scarsa entità, appaiano normali di ogni intervento sanitario, e pertanto tollerabili.”

Com’è che David Puente “taglia” questa parte fondamentale? Si può imporre un trattamento sanitario SOLO se questo non incide sulla salute del soggetto. Questo è il senso, il nòcciolo, il Kern della questione. Una informazione “monca” di questo particolare è una non-informazione. Di più, appare come un tentativo poco riuscito di piegare a sé un testo di altissimo valore giuridico che concilia le esigenze della collettività ma contempera anche quelle del singolo. Eppure c’è un sacco di gente che dà retta a questi “debunker” che partecipano a trasmissioni televisive e radiofoniche che amplificano il loro pensiero fino a farlo apparire corretto, tanto nella forma quanto nella sostanza.

Da parte mia, con questo, vi è solo la soddisfazione di aver debunkato il debunker ancora una volta. Ma è una magra soddisfazione. Certa gente non cambierà mai. Ma gli conviene?

Il vaccinismo a oltranza di David Puente

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David Puente ha fatto carriera. Fino a poco tempo fa, su Twitter, si dichiarava un aspirante “giornalista” presso Open On Line, adesso la dicitura è cambiata e il Nostro è diventato “Responsabile del progetto Fact Checking di Open Gol”, che non so bene cosa voglia dire, ma sembra una cosa importante.

Andando a cercare la stringa “David Puente” su Google, inoltre, si legge che sarebbe addirittura un “produttore televisivo”.

Eh, sì, il tempo passa inesorabile e i debunker fanno carriera.

Tra i suoi ultimi interventi su Twitter (vi ricordo che sono stato bannato dal suo account, ma tanto ho tutti i mezzi per leggerlo e criticarlo lo stesso), figura anche un intervento piuttosto discutibile che mi piace sottoporre alla vostra attenzione.

Ora, che David Puente sia un vaccinista lo sappiamo tutti, non è una novità. Che dire? Beato lui che se lo può permettere e che non ha mai avuto reazioni gravemente avverse, come le ho avute io (inizio di shoc anafilattico), alla somministrazione di un siero. Purtroppo io devo andarci molto, ma molto più cauto. Non posso permettermi di scegliere tra le due alternative proposte.

Che ci siano due scelte, quella di vaccinarsi e quella di non vaccinarsi è altrettanto lapalissiano, tanto da rasentare quasi lo scontato e l’ovvio.

Quello che, invece, non è affatto dimostrato è che il non vaccinarsi prolunghi la pandemia (che Puente scrive in modalità assolutamente maiuscola, nemmeno fosse una categoria dello spirito kantiana) e favorisca lo sviluppo di nuove varianti. Né che, per contro, il vaccinarsi impedisca questo processo, visto che la vaccinazione completa offre solo un’alta percentuale di copertura dal rischio di non ammalarsi (non di non contrarre l’infezione). Il virus esiste ed evolve “ex se”, non sta a guardare se uno è vaccinato o no. In Italia sono già stati indivituati due casi di variante Epsilon e pare proprio che questo tipo di variante riesca ad eludere totalmente gli anticorpi prodotti dalla magica punturina. Di che cosa stiamo parlando? Di niente, di fuffa, di argomentazioni totalmente generiche. Il New Zeland Herald riferisce, inoltre, che sono stati registrati altri casi di un’altra variante, la Lambda, presente in oltre 30 paesi, Regno Unito e Australia compresi.

Ciò che tutti pagheremo molto, ma molto caro, sarà l’aver puntato tutto sui vaccini e niente, ma proprio niente, sulle cure.

 

Cosa c’entrano David Puente e Roberto Burioni con il caso di Camilla Canepa? Poco, anzi, pochissimo. Pur tuttavia…

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Il caso della morte di Camilla Canepa, la 18enne deceduta a Genova per una trombosi, successivamente all’inoculazione della prima dose del vaccino Astrazeneca, è stata, a livello informativo e di reazione dell’opinione pubblica, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso.

In realtà i casi di morte quanto meno “sospetta”, a seguito della somministrazione del siero vaccinale svedese, erano stati molti e svariati. Troppi gli insegnanti deceduti, troppi i militari. Casi strazianti, di cui, pure, a suo tempo, vi avevo dato conto su questo blog.

A voler ben vedere, negli ultimi giorni si è verificato un altro decesso per circostanze analoghe: all’ospedale di Cosenza (che, voglio dire, si trova in Italia, mica all’estero!) è morta Alessia Reda, 24 anni, per un’embolia polmonare. Aveva assunto il siero Moderna. Altre due donne di Crotone sono ricoverate in gravissimo stato presso il reparto rianimazione del locale nosocomio. Nel savonese un’altra giovane donna è stata sottoposta a un delicatissimo intervento chirurgico per l’asportazione di un trombo.

Ma sul caso di Camilla Canepa si è rivoltato il modo di presentare la notizia. Ormai il re è nudo. Non si dice più che la morte è avvenuta DOPO la somministrazione del vaccino, e non necessariamente PER CAUSA di essa. Era l’artificio retorico con cui i giornali si paravano le terga per non andare contro alla verità ufficiale e non rischiare una querela multimilionaria da parte delle case farmaceutiche. Si diceva, allora, che bisognava assolutamente e inderogabilmente attendere i risultati degli esami autoptici. Intanto, però, interi lotti venivano bloccati, impedendone così la diffusione, la somministrazione è stata sospesa, poi è ripresa, si è detto all’inizio che Astrazeneca non doveva essere somministrato a persone con meno di 55 anni di età, poi l’asticella è stata riportata sui 65, poi ulteriormente alzata agli over 65 (ad libitum). Oggi si parla di non vaccinare gli under 60.

Guardate me, per esempio: ho 57 anni. All’inizio non rientravo nel novero della popolazione vaccinabile. Poi ci sono rientrato per un pelo, e poi ne sono stato buttato fuori di nuovo. Insomma, io che svolgo una professione per cui è prevista l’inoculazione di Astrazeneca, questo vaccino lo devo fare o no? Perché non è che lo posso fare o non fare a rate!

Ma, sia pure con cautela, la finestra si è aperta. Adesso non c’è più quella cautela prudenziale e anche un po’ retorica e ipocritamente fasulla per cui “si sa ma non si può dire”. Perché ci si trincerava dietro all’evidenza meramente statistica per cui i benefici erano superiori ai rischi (ma vallo un po’ a raccontare a chi ha rischiato sulla propria pelle e ce l’ha rimessa!), e tanto bastava. Adesso i giornali riportano le opinioni della virologa Viola che ha affermato: «Sbagliato proporlo ai giovani, diamolo solo agli over 55» e, successivamente, «Le Regioni non devono fare la corsa a chi somministra più dosi. Attenzione ai rischi maggiori dei benefici». E arriva a ipotizzare che la seconda dose di Astrazeneca non vada fatta.

Cioè, ci sono dei casi in cui i rischi (e il rischio è anche quello della vita, evidentemente) sono maggiori dei benefici e ce lo vengono a dire adesso? Dopo gli Open Day? Ma si può sapere cosa cazzo sono gli Open Day rispetto alla vita di una persona? In breve, quello che cercano di dirci, sia pure con maldestra e condizionale grammatica, è che di vaccino qualcuno può anche morire. Che non è vero che i vaccini sono sicuri in modo ASSOLUTO e per TUTTI, ma che occorre MOLTA prudenza nella loro somministrazione, perché, si veda il caso, c’è anche chi ci può rimettere la pelle. Ma questo lo sapevano e lo sapevamo da quel dì.

Certo, c’è chi ha anche detto che l apovera ragazza deceduta abbia voluto fare il vaccino un po’ per lo stesso motivo per cui lo fanno tutti i giovani, godersi le vacanze senza il pericolo di infettare e di essere infettati. E se anche fosse? Perché, non è forse un diritto godersi le vacanze (la ragazza stava per affrontare l’esame di Stato) dopo un periodo di studio? E per questo bisogna rischiare di morire?

E infine c’è il silenzio assordante di virologi e immunologi. Nessun cenno sul caso di Camilla Canepa da parte dell’account Twitter di Roberto Burioni (che, invece, ci informa prontamente di un provvedimento del GIP del Tribunale di Milano che ha deciso il sequestro di servizi che lo diffamano).

Silenzio anche da parte dei più accaniti debunker favorevoli al vaccino: David Puente, al contrario, annuncia lieto e festante che presto si sottoporrà anche lui all’inoculazione del vaccino (quale non si sa ancora):

La gente è così. Non è capace di vivere le proprie scelte da sola, non è contenta finché non le ha comunicate agli altri. Come quelli che su Facebook scrivono “Vaccino? Fatto!” o adornano la foto del loro profilo con “Io mi sono vaccinato/a”. Come se gliene interessasse a qualcuno.

Beato chi ci crede. Noi no, non ci crediamo.

Luc Montagnier – David Puente 2-0

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Una delle persone più “attenzionate” periodicamente da David Puente è sicuramente Luc Montagnier, Premio Nobel per la Medicina (1986) per aver scoperto il virus dell’HIV, professore a tempo pieno presso l’Università di Shangai, già collaboratore dell’Istituto Pasteur. Insomma, non esattamente l’ultimo venuto. Una persona a cui si dovrebbe un minimo di rispetto, oltre che il massimo della gratitudine per quello che ha fatto per l’Umanità intera.

Cosa ha fatto Montagnier, ormai 88enne, ingravescentem aetatem, da attirarsi l’attenzione dei debunker? Ha detto questo, secondo quanto riportato dallo stesso Puente: “La vaccinazione di massa? Un errore enorme, sta creando le varianti.” Questo è bastato al debunker per tacciare questa affermazione di “disinformazione”, linkando un articolo della collega Juanne Pill di open.online, che, almeno a prima e svogliata lettura non mi pare sconfessi le affermazioni di Montagnier.

Ma a parte questo, devo riconoscere di non avere contezza delle competenze scientifiche di Juanne Pill e su questo mi taccio. Ho invece contezza di quelle di David Puente, che non mi risulta abbia titoli, docenze, Premi Nobel per la Medicina, esperienza e competenza per definire la frase citata l’“ennesima sparata di Montagnier”.

Se un Premio Nobel per la Medicina mi dice che la vaccinazione di massa è stata un errore, il minimo che si possa fare è ascoltarlo e prendere sul serio le sue parole. O, almeno, prenderle anche con il beneficio dell’inventario, perché no, ma non è che si tacciano così, impromptu, di “disinformazione” solo perché riprese imprudentemente da un manipolo di complottisti (uno dei pericoli maggiori del genere umano, evidentemente, roba che il coronavirus diventa una carrettata di buccia di cocomero e di semini sputati) che se le sono scambiate via WhatsApp (capirai!). Ora, se una giornalista competente e preparata come, ad esempio, Silvia Bencivelli, specializzata in giornalismo scientifico, mi dicesse che quelle parole vanno prese con le molle e vagliate alla luce di altri documenti, protocolli, affermazioni e dichiarazioni, ci posso credere. Ma che sia un debunker, basandosi esclusivamente sul lavoro di una collega (quindi neanche fatto da lui personalmente) a minimizzare e a archiviare con una sola parola il pensiero di un medico come Montagnier, questo no, non lo posso accettare. E non lo dovrebbe accettare nessuno.

Il senso di David Puente per i Maneskin e per le non-notizie

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Dunque, come sapete, David Puente mi ha bannato su Twitter e io non posso più vedere i suoi post. Allora, con la massima tranquillità, vediamo di che cosa si è occupato negli ultimi tempi, come abbiamo sempre fatto.

Non poteva non essere una ghiotta occasione quella dell’illazione sul conto di un componente del gruppo dei Maneskin (o come si scrive, tanto non ha importanza!) di aver assunto cocaina a un tavolo dell’Eurovisione dopo l’annuncio della vittoria dell’Italia a questa certamente imprescindibile kermesse canora.

Ora, un debunker dovrebbe occuparsi principalmente di smontare ed eventualmente confutare le NOTIZIE. Non i pettegolezzi, le insinuazioni, le illazioni, le maldicenze, le diffamazioni (per quelle ci pensano i giudici). Perché quella che riguardava questo sgradevole aspetto (sgradevole per chiunque, non solo per il solista dei Maleskin) era una NON-NOTIZIA. Non è vero che siccome un pettegolezzo di bassa lega viene pubblicato su un giornale francese e rilanciato da qualche agenzia di stampa diventa automaticamente una “notizia” o una “fake news”. Ci vogliono prima di tutto le fonti (vere o false che siano) e su QUELLE si può, eventualmente, dimostrare che una notizia è falsa, non certo sulle congetture, sui “sentito dire”, o sulle supposizioni personali. Tanto più se esternate sulla scia di un (ingiustificato) entusiasmo dell’opinione pubblica verso la vittoria del gruppo, entuasiasmo peraltro rientrato prontamente come un fuoco di paglia (chi ne parla più dei Maleskin e della loro canzonetta? Nessuno.)

David Puente, non avendo elementi da confutare (non certo per colpa sua, ovviamente, ma proprio perché nessuno aveva prove della accusa che stava portando avanti), dapprima ha scritto che per “sniffare” o “pippare” coca da quella distanza, il cantante avrebbe dovuto avere un naso da formichiere (“Accusano Damiano dei @thisismaneskin di “pippare cocaina” durante l’#Eurovision e in piena diretta TV, ma gli utenti non si rendono conto di un dettaglio: per arrivare al tavolo ci voleva un naso a formichiere! #maneskin”) e, successivamente, assume questa sua personalissima conclusione a valore di prova:

oltretutto mostrando un “meme” o, comunque, una elaborazione grafica di qualità incerta e sicuramente raffazzonata. Beh, ma così sono bravi tutti. Basta che qualcuno pensi qualcosa, la elabori graficamente, e quella è la prova? Sinceramente mi sembra un po’ pochino.

Comunque la vicenda è andata a finire bene, il cantante dei Maneskin è uscito pulito da ogni sospetto ma, soprattutto, da un test antidroga a cui si è volontariamente sottoposto. Quindi non per merito della demolizione di una non-notizia da parte di David Puente.

C’è anche un aspetto etico che mi preme sottolineare. Scrive Puente: “Damiano, però, è fortunato! Perché? Perché può rispondere con forza alle accuse! Al di là delle vittorie, lui come altri “Vip” ha una potenza di fuoco sui social e nei media che un “comune mortale” non può permettersi.”

E’ vero. Il cantante dei Maneskin (ma perché chiamarlo confidenzialmente per nome? Personalmente non ci sono mai andato a fare colazione insieme, but that’s another story) ha decisamente una visibilità diversa da quella di un “comune mortale” sui social media, in TV, alla radio, alle conferenze stampa e in ogni dove. Ma non è vero che anche un comune mortale non possa adeguatamente difendersi nelle sedi giudiziarie appropriate, se ritiene di aver subito un torto o se viene indagato perché sospettato di aver commesso un reato. No, questo proprio no. Perché non è sui social o sui media che ci si defende. Non è pilotando l’opinione pubblica che ci si fa giustizia, ma coi FATTI. E tenendo la schiena dritta, anche se qualcuno te la vuol schiacciare verso il basso. Le non-notizie lasciamole pure ai francesi. Che si incazzano, e le balle ancora gli girano.

David Puente mi ha bloccato su Twitter

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Come avete letto sul titolo di questo post, sono stato bloccato da David Puente su Twitter. Ecco qua:

Ma chi l’ha detto che non posso vedere i suoi tweet?

 

Tutt’al più non potrò più commentare su Twitter i suoi interventi (ma tanto lo facevo assai poco anche prima). Ma quanto a commentare ho canali a sufficienza per poter continuare a farlo. Ma gli conviene?

Le pulizie di primavera del debunker

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“E’ primavera, svegliatevi bambine!” E a primavera ognuno fa le pulizie. A casa propria, negli ambienti di lavoro, sulla propria rubrica telefonica o sui propri account sui cocial network. E’ proprio vero, l’inverno ha estremo bisogno di un bel repulisti.

Anche i debunker non sfuggono a questa regola ferrea, e giorni fa, sul suo account Twitter, David Puente ha annunciato di aver bannato molti utenti della sua pagina Facebook, anonimi ed “estremamente maleducati”, sempre a suo dire. Ha anche redatto una sorta di policy che i commentatori dei suoi contenuti dovranno seguire alla lettera, pena l’espulsione. Ha poi serenamente annunciato di aver bannato tantissimi “cafoni”, che vanno a sommarsi alla schiera degli “ignobili ed anonimi conigli” di cui al tweet precedente.

Un gran lavoro, non c’è che dire, che meritava senz’altro di essere annunciato con toni trionfalistici, già vorremmo correre lieti ad addobbare i nostri veroni per tutto questo ben di Dio di notizie utili e preziose, ma veniamo frenati da una sorta di infantile pudore: non è che, per caso, siano solo ed esclusivamente affari che riguardano David Puente e nient’altro che lui? No, perché il dubbio, che ha modalità insinuanti di sottoporsi al vaglio delle persone, prima o poi ti viene.

Perché David Puente sente il bisogno non solo di fare tutto questo repulisti (fin qui, ripeto, è una questione che riguarda solo lui), e, addirittura, ne dà una comunicazione “coram populo” (e allora la questione riguarda il pubblico e non afferisce più alla sfera del personale)? Cosa sottende questa dichiarazione “urbi et orbi”? Non lo sappiamo, naturalmente, né ci viene la benché minima voglia di insinuarlo. Quello che è certo è che Puente appare particolarmente teso e determinato a farla finita con questi “conigli” (animali adorabili, finché si tratta di animali).

Un utente di Twitter gli fa timidamente notare, a un certo punto della conversazione, che anche lui ha ricevuto insulti da dei fan di Puente.

Non lo avesse mai fatto! Il debunker lo ha congedato con un “La saluto!” Non si sa, dopo aver scritto queste due parole, che tipo di provvedimenti abbia preso, se l’abbia bannato o se, in misura più mite, lo abbia solo “silenziato”. Certo è che per così poco (cosa aveva mai detto quell’utente? Che anche lui era stato offeso e da dei follower dello stesso David Puente, per giunta, tutto lì), se sono stati presi dei provvedimenti il clima di tensione negli account di Puente deve essere altissimo.

Ma cosa dice questa famigerata “policy” che dovrebbe disciplinare la pagnina Facebook del debunker in questione? Eccola, sono solo poche righe:

Colpisce l’uso dell’aggettivo “retroattivo”. Insomma, queste regole non varrebbero solo dal 25/02 in poi, ma anche per tutti quei commenti che a personale e insindacabile giudizio del padrone di casa, costituiscano insulto, offesa, dileggio, minaccia, razzismo, sessismo e chi più ne ha più ne metta. ANCHE se sono stati prodotti prima dell’entrata in vigore delle nuove regole.

E’ appena il caso di sottolineare come in un stato democratico e di diritto, una norma non è quasi mai retroattiva. Vige sempre e per tutti che “Fin qui abbiamo fatto così, d’ora in poi si fa colà”. Lo stabilisce anche la Costituzione quando afferma, a puro titolo di esempio, che nessun cittadino può essere condannato per un fatto o evento criminoso verificatosi prima dell’entrata in vigore di una determinata legge. E’ chiaro che se io oggi rubo, ma domani entra in vigore una legge che dice che è reato rubare, io per quel fatto non posso essere punito. E’ un principio sacrosanto.

Insomma, io credo fermamente che chiunque sia ospitato in casa di altri debba attenersi alle regole del padrone. Ma poi succede che un certo Thomas segnala l’opportunità di denunciare un video alla Procura della Repubblica e che Puente, per tutta risposta, gli dia del “bugiardo patentato”:

E dunque? Il padrone di casa mette delle regole retrattive, la retroattività dovrebbe valere anche per lui, ma lui ha il diritto di dare del “bugiardo patentato” a chi vuole, mentre i suoi ospiti dovrebbero starsene zitti e, se del caso, prendere la porta, andarsene e non farsi più vedere? Per carità, liberissimo. Ci sono fior di fumatori accaniti che dicono che in casa loro non si fuma, e hanno il posacenere pieno di cicche, ma almeno che ci sia non dico la prudenza, ma quanto meno l’accortezza di dire “Queste regole non valgono per me”. Così uno lo sa e decide se entrare in quella casa o no.

Insomma, la tensione non è mai ottima consigliera. Specie se si finisce un tweet (in risposta a se stessi, oltretutto) con un “Porca puttana”.

Le debunker s’amuse!

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Ora, io voglio credere, anzi, DEBBO credere, che un debunker, come qualsiasi altro utente di un social network, sostanzialmente su ciò che è di sua pertinenza, possa pubblicare quello che più gli pare e piace, se non commette reato. Io stesso no è che su Facebook pubblichi sempre e soltanto delle cose serie. Spesso si ha voglia e disponibilità di scherzare, di fare battute, di mettere qualche discorso che non c’entra niente, di rempire il proprio account Instagram di gatti, di infilarci qualche faccina o un hastag particolare.

Tutto lecito. Anche per i giornalisti, o praticanti tali che siano. Ma quando si legge, come si legge, che un giornalista come David Puente, specializzato nello sbugiardare chi racconta “bufale” (e non vedo il perché ci si ostini a utilizzare questo termine antianimalesco per distinguere le notizie false, le bufale sono animali intelligentissimi, e mai si sognerebbero di pubblicare una fake news), nel difendere le ragioni dei vaccini dalla disinformazione, nel confutare tesi complottiste (che, in verità, hanno la caratteristica peculiare di confutarsi da sole) si debba adeguare (e non voglio dire di peggio) a stilemi ormai noti e superati, a immagini di dubbio gusto e a sempiterne credenze popolari (come quelle per cui la masturbazione contribuirebbe a rendere ciechi). Ecco il testo:

“Diventa miope critico del cinema pornografico. Oscurati in via precauzionale i siti porno, dicono che troppe solitarie facciano perdere la vista. Le autorità vogliono vederci chiaro.”

Troppe “solitarie”? “Oscurati in via precauzionale i siti porno”? Ma di che cosa si sta parlando?? Io capisco che uno abbia voglia di scherzare, ma sulla sospensione dei vaccini di Astrazeneca non c’è da scherzare. Se sei un pro-vax la cosa ti interessa perché si tratta comunque di un fatto grave e allarmante su cui devi porre rimedio, se hai già ricevuto la prima somministrazione di Astrazeneca dovresti essere preoccupato perché non sai (ancora) quando avrai la seconda, se sei un no-vax del cavolo, dovresti prenderla tremendamente sul serio perché è un clamoroso autogol a tuo favore. Se sei un libero pensatore, si tratta di un dato che ti può servire, per decidere, in tutta libertà di coscienza, se vaccinarti con quel siero o no. In breve, sono cose troppo serie per sostituirle, sia pure a livello ridanciano o boccaccesco, con delle “solitarie” generiche.

E gli hashtag? Eccoli: #QuasiMezzanotte #SuperataLaFasciaProtetta #SiScherza. A parte il fatto che non è da escludere che un pubblico di followers minori di David Puente possa aver visto il post in orario diurno e non protetto (il post è ancora lì da 3-4 giorni), meno male che si scherza, pensa un po’ te se l’ispirato autore avesse fatto tremendamente sul serio.

Gli altro due hashtag sono, invece, estremamente generici: #IoVaccino #Covid19. Le pagine relative a questi hashtag hanno un numero di visualizzazioni decisamente alto e contengono un numero elevato di tweet. Quindi con questi due link, si migliora la visibilità dello “scherzo” in questione. Una persona interessata al Covid 19 o a chi si vaccina, può trovarsi tranquillamente, tra i risultati di ricerca, il “divertissement” di David Puente sulle “solitarie”. Ma, appunto, che diàmine c’entrano questi hastag con l’argomento del post? La risposta è semplice: nulla. Non c’entrano NULLA. David Puente vuole vaccinarsi? Benissimo, che lo faccia, saranno ben suoi sacrosanti diritti. Ma perché c’è bisogno di dirlo, anche in un post dal contenuto “scherzoso”, e che ha tutto un altro tipo di messaggio? E che messaggio! Voglio dire, i social network, Facebook in particolare, sono pieni di foto dei profili di persone che annunciano liete il loro essersi vaccinate. Perché? Non sono cose personali? Sì, lo sono. Eppure c’è questa tendenza modaiola e irrefrenabile al mettersi in mostra, come se un gesto come la vaccinazione fosse, di per sé, un merito, e non la conseguenza dell’attenzione verso se stessi e gli altri. Se io scrivessi, sotto la mia foto “Io NON mi sono (ancora) vaccinato”, in fondo direi la verità. Solo che mi ritroverei una valanga di sputi virtuali, di accidenti, auguri di morte (mi è già capitato!) e quant’altro, se non addirittura i carabinieri in casa. This is the question. Se ti vaccini tutti ti applaudono con le manine virtuali degli emoticons. Se non ti vaccinini anàtema su di te. Non importa se te lo ha consigliato il medico, non importa se hai avuto un episodio di principio di anafilassi vaccinale in passato. Perché oggi, vaccinarsi è “in”, è di “tendenza”. Se non ti vaccini il minimo che ti possa capitare (ma proprio il minimo) è che non ti si fili nessuno. E quindi la gente se ne va in giro virtualmente ad indossare un vaccino, proprio come una volta si indossavano i pantaloni a zampa d’elefante, o come i paninari indossavano il giubbotto Moncler, o le scarpe della Timberland. Vieni visto per quello che appari, non per quello che sei. E, nel dubbio, è sempre meglio apparire.

E anche un hastag “solitario”, oggi può fare la differenza.

Cose di Twitter: David Puente chiede le prove, e l’associazione gli risponde picche

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Recentemente David Puente ha pubblicato su Twitter, in ben sei interventi, la storia della sua richiesta (fatta con “estrema educazione”, secondo quanto riferito dallo stesso giornalista praticante) di “prove” della loro attività, lamentandosi successivamente della risposta brusca e un po’ sgarbata che ha ricevuto. Ma ecco i tweet in questione:

Siccome la lettura di quanto riportato da David Puente potrebbe risultare un po’ ostica e difficoltosa, riepilogo io, a beneficio dei lettori, l’accaduto.

David Puente ha contattato via e-mail una non specificata associazione, le prove della sua attività. Ne avrebbe ricevuto le risposte che ha riportato e di cui ha dato parziale evidenza, oltre alla dichiarata PEC rivolta dall’associazione in questione alla redazione del giornale per cui collabora (e della quale, invece, non esiste nessuna evidenza, neanche di screenshot, se non un semplice virgolettato).

Ora, entrando nel merito della questione (e mi sento legittimato a farlo perché Puente pubblica buona parte del carteggio su un luogo pubblico o pubblicamente accessibile), mi viene da osservare che ricevere una mail in cui si richiedono prove del proprio operato da un certo signor “Verifica” (ma verifica di cosa, poi?), ancorché con la firma del giornalista praticante in questione, non è che sia un gran bel biglietto da visita. Tenuto conto che una e-mail è quanto di più incerto e falsificabile possa esistere al mondo (chiunque può spedire una e-mail a nome di chiunque, lo dimostrano gli innumerevoli messaggi di spamming con attachement di malware che io stesso ricevo quotidianamente, anche apparentemente da me stesso), David Puente avrebbe potuto modificare, per l’occasione, il campo “From” lasciando inalterata la parte relativa all’indirizzo di posta elettronica di provenienza.

Fermo restando che non è dato sapere in merito a COSA è stata fatta la richiesta di prove, la risposta della controparte, sia pure esacerbata nei toni, appare più che legittima e giustificata.

Non esiste al mondo che un giornalista, un blogger, un collaboratore di testata o chi per loro chiedano direttamente a una associazione le prove di quanto da lei affermato. Piuttosto, si criticano i contenuti noti, e ci si lamenta del fatto che manca l’evidenza (scientifica o giudiziaria, si veda il caso) di quanto affermato. Io sono il primo a prendere con le dovute molle la dichiarazione secondo la quale l’associazione Liber Liber abbia ricevuto 10 milioni di visite in un anno sul suo sito web. Ma mai mi sognerei al mondo di scrivere a Liber Liber per chiedere di fornire la prova provata di tutto ciò. Primo, perché ho di meglio da fare. Secondo perché, secondo il principio dell’onere della prova, spetta al blogger (o al giornalista, o al collaboratore, o a chi per lui) dimostrare che certe affermazioni non sono vere (o gonfiate, o mal interpretate), magari paragonandole con altri dati incongruenti in suo possesso. Ed è quello che, nel caso dell’associazione Liber Liber, ho fatto.

Invece David Puente ha bussato alla porta degli altri, e questi gli hanno risposto picche. O, come si dice dalle mie parti, “ci ha trovato l’uscio di noce”. Non spetta a loro fornire le prove di quanto affermato (ancorché si tratti di tesi verosimilmente strampalate e risibili) o scritto, a meno che non ci sia di mezzo un reato (diffamazione, minaccia o quant’altro, ma di questo David Puente non parla) ma a chi indaga spetta invece l’onere di dimostrare che quelle affermazioni, semplicemente, non sono vere.

In breve, gli hanno detto “Tu in casa nostra non entri!” E’ scortese? Forse. L’associazione ha usato toni eccessivi rispetto a quello impiegato con “estrema educazione” da Puente? Senz’altro. Ma è un loro diritto fare accomodare in casa loro chi vogliono e respingere gli ospiti sgraditi.

Puente afferma, non senza un certo candore, “voglio capire come prosegue questa storia”. Come deve proseguire? Che intanto hanno risposto, il resto lo vedranno con i loro legali. Intendiamoci, a me pare che nella corrispondenza evidenziata da Puente (e devo basarmi solo su quella, perché se c’è o c’è stata della ulteriore corrispondenza non mi è dato di saperlo) non ci sia alcun estremo di reato. Ma se loro ritengono diversamente è loro diritto anche andare in causa, se lo credono opportuno. Magari poi dopo la perdono, però, se si sentono, ancorché infondatamente (lo deciderà un giudice, questo, non David Puente né l’associazione in questione), minacciati o derisi nella loro dignità, possono ricorrere le vie legali che ritengono più opportune. E, aggiungo, ci mancherebbe anche altro. Il giudice si farà una grassa risata? Il PM chiederà l’archiviazione? E sia. Questo è nell’ordine naturale delle cose.

Infine, alcune riflessioni sulla osservazione di Puente secondo cui “Se non c’è nulla da nascondere non vedo alcun problema.” Questa è una questione antica come il mondo ma è del tutto destituita di fondamento. Io posso non aver nulla da nascondere, ma richiedo quelle garanzie minime (e quando dico minime intendo proprio dire minime) che tutelino la mia persona e/o le mie fonti. Se ricevo della corrispondenza, fosse anche solo la bolletta dell’acqua, non è che la faccio vedere a tutti, solo perché non ho nulla da nascondere. Se invio un biglietto di auguri a un amico uso un cartoncino e una busta chiusa perché sono più tutelato. E, in fondo, che cosa avrei da nascondere? Si tratta solo di poche frasi di convenevoli, in fondo. Se prendo un’Aspirina perché ho qualche linea di febbre, non c’è niente di male, né tanto meno da nascondere, ma mica devo farlo sapere all’universo mondo solo perché l’universo mondo me lo chiede! Voglio dire, si può anche rispondere con un “fatti i fatti tuoi, non mi scocciare!” Ma questi della corrispondenza e dell’Aspirina, direte voi, sono esempi “viziati” dalla tutela della privacy, riguardano comunque dati personali e/o sensibili. Ma perché, secondo voi se dubitate della veridicità di una notizia e chiedete al giornalista che l’ha riportata di indicarvi quali sono le sue fonti, secondo voi quello lo fa perché, tanto, non ha nulla da nascondere? Ma via, non odo fiabe dall’età di bimbo, che ebbi breve.

Insomma, come dire, Puente un po’ se l’è cercata, e la controparte ha reagito sparando cannonate a raffica contro la classica mosca che dava fastidio. E la domanda, alla fin dei conti, tanto per cambiare, è sempre la stessa: “Chi debunka i debunker?”

David Puente a “Presa diretta”

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Anch’io, come molti, spero, ho seguito l’interessante puntata di “Presa diretta”, condotta da Riccardo Iacona, jersera su RaiTre, e dedicata all’odio in rete. Solo che, non appena iniziata l’anteprima, ho avuto una sensazione di sobbalzo e un sussulto sul divano su cui ero seduto, perché il programma è cominciato con una breve ma significativa intervista a David Puente, il debunker e “praticante giornalista” (sic) presso Open, oggetto a sua volta di odio sociale e destinatario di minacce di morte e messaggi inqualificabili della più svariata specie. E siccome quell’attacco non mi è piaciuto affatto, e considerato che il canone RAI contribuisco a pagarlo anch’io, credo di avere il sacrosanto e rispettabile diritto a dire la mia.
David Puente, come dicevo, è certamente una vittima. E, in quanto vittima, è un soggetto debole che lo Stato deve proteggere in tutti i modi. Come tutte le vittime di reato, fossero anche dei crudeli assassini senza nessuna pietà. E’ vittima di un manipolo di complottisti che la Magistratura sta mandando in galera uno per uno. Con la lentezza proverbiale della giustizia italiana e tutte le garanzie della difesa, beninteso. Gente scomposta, buona più a urlare e ad emettere sommarie condanne a morte che a esprimere opinioni. Ma i processi vanno avanti, e vi ho parlato in un altro post della condanna per diffamazione a carico di Rosario Marcianò, nonché dei suoi residui carichi pendenti. Tutti procedimenti in cui, va detto chiaramente, David Puente non è parte lesa.

Io sono profondamente addolorato per il fatto che un uomo giovane come il Dottor Puente sia costretto a cambiare città, assieme a tutta la sua famiglia che non c’entra nulla, indirizzo, numero di telefono e a vivere in semiclandestinità, come se fosse un ricercato (e in certo qual modo “ricercato” lo è, e da gente senza troppi scrupoli verbali, evidentemente). Ma l’inizio della trasmissione dedicato al suo “caso” mi è sembrato decisamente fuori luogo.

Puente ha dedicato mezza vita intera non soltato a smascherare le bufale, ovvero le notizie false che circolano sul web, ma anche e soprattutto a perseguire i cosiddetti “complottisti”, in quella che appare ai miei occhi una vera e propria “crociata” (sono innumerevoli i suoi interventi a riguardo, e va da sé che il termine “crociata” è qui usato in senso meramente iperbolico) contro costoro. E’ una persona che si sa difendere, e lo fa con dedizione certosina, denunciando e querelando con costanza pressoché quotidiana ogni attacco (e per “ogni” intendo dire esattamente “ogni”) alla sua persona. E fa bene, la Magistratura poi fa il resto: procedede, archivia o lascia passare i termini per la prescrizione, a seconda dei casi. In uno Stato democratico funziona così. Solo che non si ha notizia (o, almeno, il Dottor Puente nei suoi canali ufficiali non ce ne dà contezza) dell’esito di questa valanga di querele e di segnalazioni che, pure, con dedizione, ha rivolto agli inquirenti. Cosa sta succedendo nei palazzi della giustizia? Qualcuno è stato rinviato a giudizio? Si sono celebrati dei processi almeno in primo grado? Quante condanne? Quante assoluzioni? Quante archiviazioni? E per quali motivi? Semplicemente non lo sappiamo. E’ chiaro che di fronte alla pressoché totale assenza di notizie nel merito dei fatti (e non in quello della personale sensibilità del Dottor Puente) uno qualche dubbio (ancora legittimo, nel dibattito democratico, almeno spero) se lo fa venire. Paradossalmente, l’unica notizia che si ha di un procedimento giudiziario riguarda proprio David Puente, ma non in veste di parte offesa, bensì di indagato, procedimento che si è risolto, e buon per lui, con una archiviazione da parte del Giudice per Indagini Preliminari.

Ci sono giornalisti che vivono sotto scorta per le loro indagini sulla mafia, sulla criminalità organizzata, sulle collusioni dei poteri forti, per avere scoperchiato i pentoloni degli interessi di parte nella Terra dei Fuochi, e la trasmissione ne ha dato giusta e doverosa contezza. Ci sono blogger che vivono all’estero, in paesi dove la rete è censurata, gente che viene arrestata per le proprie opinioni, in Ungheria (qui dietro, voglio dire) una radio si è vista relegata a trasmettere solo sul web, Patrick Zaky marcisce in un carcere egiziano, vittima di uno stillicidio personale assurdo, la verità su Giulio Regeni è di là da arrivare, ci sono donne che subiscono il cyberodio sotto forma di stalking pesante da parte di persecutori che pretendono di averle solo e perennemente per sé, spesso ci rimettono la pelle senza che nessuno se ne curi e senza che nessuno ne parli, ma è possibile che la diffamazione riguardi solo Laura Boldrini (che diede a Puente e altri debunker il compito di formare una estemporanea task force contro le bufale, culminata nella creazione di un sito web, rispondente all’indirizzo bastabufale.it e che è stato completamente abbandonato, tanto da visualizzare messaggi di errore come quello che segue, dovuto all’incuria della piattaforma WordPress, lasciata in balia di se stessa)?

Ed è mai possibile che a Giorgia Meloni, per contrappasso, David Puente rivolga una sorta di incondizionata solidarietà perché ritiene che sia “il minimo”? Ma ci sono donne che di odio (non solo on line, evidentemente) muoiono davvero! Ma è possibile che di fronte alla pedopornografia on line, agli atti di bullismo sui social a danno dei minori, continui e reiterati, ai provvedimenti del Garante per la Privacy contro Tik Tok la precedenza venga data a un “praticante giornalista” (la definizione non è mia) che vede nel complottismo e nel terrapiattismo il peggiore dei mali?

Che, poi, a chi si deve il fatto che una persona come Rosario Marcianò sia stata più volte condannata per le opinioni che ha diffuso sul web? Ai genitori di Valeria Solesin e alla tenacia di giornaliste e donne coraggiose come Silvia Bencivelli, ecco a chi si deve. Sono loro che ci hanno messo la faccia, la firma e la sofferenza di anni di indagini e di giudizio.

Quello che sta accadendo a David Puente è certamente odioso e riprovevole in sé, ma è un dato, a mio avviso, sicuramente secondario rispetto alla montagna di fango che l’odio in rete sta ributtando su vittime certamente più deboli e incapaci di difendersi. Certo, la prima serata RAI è sicuramente una vetrina appetibile per chiunque, ma l’effetto Streisand è sempre in agguato. Anche per i debunker.

Io non sono solidale con Giorgia Meloni (variazioni su un tema di Selvaggia Lucarelli)

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Prendo spunto, per il prosieguo del mio discorrere, ancora da un tweet del “giornalista praticante” David Puente che afferma in maniera anche abbastanza categorica che la solidarietà a Giorgia Meloni per gli insulti ricevuti dal Professor Gozzini, nei confronti del quale è partito l’iter disciplinare, sia “il minimo”, una sorta di atto dovuto a prescindere, un gesto trasversale e democratico che deve coinvolgere tutte le persone sensibili al dialogo sessista (dialogo?) e che debba riguardare tutte le vittime, a prescindere dal loro colore politico di appartenenza.

Ebbene, dopo averci pensato un bel po’ e “a contratiempo, acaso”, come dice il Sommo Poeta, io ho deciso, per quel che vale (e vale assai poco), di ritirarmi dal coro unanime, anche istituzionale, della “solidarietà a prescindere” e di non dare la mia solidarietà a Giorgia Meloni per quello che le è accaduto.

Non voglio dire, e non dico, che il Professor Gozzini abbia fatto bene a profferire quelle parole in sé odiose e stigmatizzabili (la Meloni potrà agilmente perseguirle in sede giudiziaria, con ottime possibilità di ottenere una vittoria a mani basse). Semplicemente ritengo che il mio interlocutore, il mio pari, il mio simile, il mio compagno (nell’accezione meramente toscana di “uguale”), sia colui o colei che ha fatto del suo credo politico una radice indelebile e ben piantata nell’antifascismo. E’ per questo che non posso tollerare chi afferma “ho un rapporto sereno con il fascismo”, perché il fascismo non è un’opinione, è un crimine, e non può esserci nessun rapporto sereno con un’ideologia e un regime sanguinari fino al midollo. O vogliamo dimenticarci (o, peggio, non considerare nemmeno) delle leggi razziali e del bagno di sangue che rappresentò l’entrata dell’Italia nella seconda guerra mondiale?

Non posso e non voglio dichiarare la mia solidarietà umana e di genere (e il genere è quello umano) per chi si è dichiarata pronta “alle barricate” sullo ius soli, per chi ha denigrato l’esperienza di migliaia di poveracci pronti ad attraversare il Mediterraneo in imbarcazioni di fortuna, per chi dichiara che i genitori sono “padre e madre” ignorando, o, ancor peggio, non sapendo proprio per niente, che le dinamiche familiari sono estremamente variegate e multiformi, ma che, soprattutto, hanno bisogno di un minimo di delicatezza e di rispetto. Non può, a questo punto, Giorgia Meloni, pretendere per sé quella solidarietà che non riserva alle categorie fragili, come la comunità LGBT. Non è umanamente possibile solidarizzare con chi dichiara “frasi gravi” quelle pronunciate da un consigliere comunale di Fratelli d’Italia (“Lesbiche e gay ammazzateli tutti”) ma che precisa di non voler e non dover prendere alcuna lezione dal PD, perché, nonostante il PD sia una formazione politica a cui mi vanto di non appartenere, a maggior ragione non me la sento di prendere lezioni da Giorgia Meloni.

Non è possibile, infine, solidarizzare con chi annuncia di voler presentare una interrogazione parlamentare SOLO perché YouTube ha sospeso i proventi pubblicitari e gli abbonamenti al canale di @byoblu, testata giornalistica nota per diffondere contenuti alquanto discutibili. Che problema c’è? Hanno sottoscritto un contratto con un privato (YouTube, appunto), il privato non approva i contenuti dei loro filmati e prende dei provvedimenti. Sono sulla LORO piattaforma, e sulle sue risorse YouTube ospita chi vuole e dà limitazioni a chi pare a lui. Se proprio ci tengono tanto a diffondere le loro verità e il loro punto di vista, si prendano un sito web e le diffondano per conto loro. Oppure si affidino ad altre piattaforme (Vimeo esiste), ma francamente un’interrogazione parlamentare addirittura appare come minimo fuori luogo.

E come dimenticare che, mentre l’aula del Senato tributava un saluto caloroso in piedi a Liliana Segre, il gruppo di Fratelli d’Italia restava seduto sui propri scranni?

Ognuno la pensi come vuole, ma la solidarietà è un abbraccio pieno e incondizionato che, in questo caso, non me la sento proprio di dare.

L’onnipresenza di David Puente sui casi giudiziari di Rosario Marcianò

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Rosario Marcianò, quintessenza pura del complottismo Made in Italy, è stato condannato per diffamazione alla pena di un anno di reclusione per aver negato la veridicità della strage di Batclan, dove morì la nostra connazionale Valeria Solesin. Oltre alla pena detentiva, Marcianò è stato condannato a risarcire le parti civili costituitesi in giudizio (20.000 euro ciascuna) e al pagamento delle spese legali. Il procedimento si è svolto con il rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo della pena in caso di affermazione di colpevolezza (anche in un rito abbreviato si può uscire assoli con formula piena, ma non è questo il caso). E questo è.

La notizia è stata pubblicata, tra le altre fonti, anche da OpenOnLine, il quotidiano diretto da Enrico Mentana per il quale lavora il debunker David Puente, che ha fatto dell’opposizione a Rosario Marcianò e ai suoi complottismi, un punto fermo e irremovibile della propria attività giornalistica. E di chi è l’articolo su Open che tratta della recente condanna a carico di Marcianò? Di David Puente, sissignori. Ora, io non ho nulla in contrario a che il signor Puente si tolga qualche soddisfazioncella ogni tanto, e scriva di un argomento e di un personaggio a cui ha dedicato tanto tempo ed energie. Solo che, siccome lo vedo molto coinvolto emotivamente, avrei preferito che a vergare il pezzo fosse un altro componente della redazione, che avrebbe potuto dare una visione più distaccata e neutra della vicenda. Non credo che manchino in Open firme valide o in grado di scrivere qualche riga sull’accaduto. Sarebbe come se, per assurdo, un giornale affidasse a Mario Calabresi un articolo storico sull’uccisione del padre. Non dubito che sia legittimo, dico soltanto che, forse, Calabresi sarebbe tanto coinvolto emotivamente, che l’articolo rischierebbe di perdere la sua storicità per far spazio ad una compartecipazione personale così difficile da evitare. E’ una questione di sensibilità giornalistica, semplicemente.

Se si va a cercare su Google la stringa “david puente rosario marcianò” esce una prima pagina piena zeppa di risultati risalenti alle pagine Facebook, ai post su Twitter e a quelli sul blog personale del giornalista

Ma cominciamo a leggerlo, questo articolo. Esordisce così:

“I complottisti, prima o poi, pagano”, così titolava un articolo di Open del 19 ottobre 2020 sul processo a Rosario Marcianò per le orrende falsità su Valeria Solesin e la sua famiglia.

Allora andiamolo a vedere questo articolo precedente, visto che, oltretutto, è regolarmente linkato. Da chi è firmato? Ma naturalmente da David Puente. E il cerchio si chiude.

Sulla cronaca giudiziaria non bisogna dare opinioni provenienti da una sola fonte, soprattutto quando questa fonte è così ampiamente coinvolta, direttamente o indirettamente, nei fatti narrati. Ripeto, avrei preferito un redazionale.

Quello che è certo è che io sono un garantista, e che il mio garantismo mi impone, a mio mal grado, di considerare Rosario Marcianò colpevole solo in presenza di una sentenza passata in giudicato. Quella di cui David Puente parla oggi non lo è. Dunque andiamo avanti e attendiamo. Nel frattempo chi debunka i debunker?

AGGIORNAMENTO DEL 28/02/2021

E per chi avesse ancora dei dubbi sul profondo coinvolgimento emotivo di David Puente ecco i suoi ultimi tweet sul tema:

Le metamorfosi dei debunker

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Tutto cominciò quando Laura Boldrini, nella sua veste di Presidente della Camera, decise di organizzare una task force di debunker, ovvero di giornalisti e persone che, pur non essendo iscritte all’ordine, o fregiandosi del titolo di “giornalista” perché facenti parte di un sindacato svizzero e dovendo rispondere delle proprie azioni solo alla legislazione del paese elvetivo, si occupano di “bufale” (termine orrendo), ovvero di evidenziare notizie false e tendenziose che invadono il web.

Facevano parte di quel gruppo, in ordine rigorosamente alfabetico, Paolo Attivissimo, Michelangelo Coltelli (responsabile di butac.it, già querelato per diffamazione e oscurato dalla magistratura), David Puente e Walter Quattrociocchi. Di quell’esperienza, oltre che una sgangherata conferenza stampa e una riunione preliminare per decidere il da farsi, rimane solo un sito, bastabufale.it, che continua a raccogliere firme (non si sa di chi, non si sa quante, i nomi vengono prudenzialmente oscurati per motivi di privacy, ma i dati, anche quelli trasmissibili e pubblicabili, non sono disponibili, quindi non si sa che cosa ci faccia ancora quel sito on line) su un appello per il diritto a una corretta informazione. Nobile intento caduto nel vuoto, nonostante l’adesione di molti personaggi della cultura, dello sport e dello spettacolo, come Claudio Amendola, Geppi Cucciari, Carlo Verdone, Paola Cortellesi, Francesco Totti, Ferzan Ozpetek, Lucio Caracciolo e altri del cui nome non voglio ricordarmi, come direbbe il Sommo Poeta.

Rimane anche una polemica su una porzione di pasta all’amatriciana, che Paolo Attivissimo avrebbe consumato a sue spese durante il suo soggiorno romano. E anche la domanda, questa volta più interessante, del perché una persona come lo stesso Attivissimo che fa parte del CICAP, abbia ammesso candidamente in un suo storico post di avere visto i defunti:

C’è anche chi ha posto il problema della collaborazione di Attivissimo con “la Verità” di Maurizio Belpietro, giornale non propriamente di sinistra, dopo essere stato collaboratore di Le Scienze (diretto da Marco Cattaneo). Insomma una gragnuola di critiche e di dissensi che si abbatterono sul povero giornalista svizzero, diplomato in Lingue (secondo quanto riporta l’inossidabile Wikipedia), titolo che non esiste (esiste il diploma di Liceo Linguistico), che non fecero altro che aumentare il livello della bufera.

Fatto sta che il sito è ancora presente, e questi sono i dati del registrante secondo quanto riportato dal Whois.

Tra l’altro il browser Google Chrome segnala bastabufale.it come sito “Non sicuro”.

Ma non è finita qui. Ieri sono venuto a sapere, e con evidente ritardo (cosa volete, sono scemo, sono disinformato, o, più semplicemente, di queste cose non me ne importa un fico secco) che è stata istituita un’altra commissione, questa volta da Andrea Martella, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega all’editoria, in quota PD, per il contrasto alle bufale sul coronavirus. Tra i nomi dei facenti parte del gruppo, Ruben Razzante, Luisa Verdoliva, Giovanni Zagni, Fabiana Zollo, Roberta Villa, Riccardo Luna, Francesco Piccinini e, indovinate un po’, David Puente.

Mentana, che è il direttore della testata gionalistica on line “Open”, sul principio si era opposto a che Puente facesse parte del gruppo, ma il debunker più che mai di stato, ha risposto con questo lungo intervento alle riserve del suo direttore:

Oggi il mio editore, Enrico Mentana, mi aveva chiesto di non partecipare alla “task force” di esperti per combattere le fake news intorno al coronavirus. Il motivo era legato alla politicizzazione strumentale della vicenda da parte di alcuni esponenti di forze politiche.
Avevo accettato di far parte della “task force” nonostante sia una cosa molto delicata ed ero consapevole delle reazioni che potevano suscitare da più parti, non solo di una. Avevo accettato, ma seguendo le mie linee guida che chi mi segue conosce molto bene: no ai “ministeri della verità”, no alle “sante inquisizioni”, no ai bavagli o censure e operare in ambito culturale al fine di contrastare civilmente un fenomeno che danneggia tutti, nessuno escluso, soprattutto in questo momento così delicato dovuto a una orribile pandemia.
Avevo accettato per partecipare e monitorare il lavoro della “task force”, di cui riconosco figure professionali con i quali non credo di avere problemi a condividere queste mie posizioni. Avevo ritenuto sfavorevole starne fuori e poi eventualmente piangere sul latte versato da altri, almeno dall’interno potevo dire la mia e dare una mano non al Governo, ma ai cittadini e al mondo dell’informazione.
Ho parlato con il mio editore e gli ho illustrato le motivazioni che mi avevano portato ad accettare di far parte di questo progetto con il senso civico che mi contraddistingue. Ringrazio Enrico Mentana perché non mi ha obbligato, ma ha fatto una richiesta rispettando la mia eventuale decisione. Detto questo, siamo entrambi d’accordo che non sarà certo un politico, quale che sia, a impedirmi di lavorare. Continuerò il mio lavoro di fact-cheking con Open, come sempre, e allo stesso tempo farò parte della “task force” per i motivi che ho spiegato anche in questo post.
#Coronavirus

Ma qual è la storia di David Puente? Ha iniziato con la Casaleggio e Associati, occupandosi del blog e della cominicazione di Antonio Di Pietro, che esiste ancora, ma appare più come un blog personale che come quello di un ex leader politico, l’ultimo post risale al 26 gennaio 2020 e i commenti ai post sono chiusi -perché si ha così tanta paura della libertà di espressione e di dissenso?-. Successivamente il Nostro abbraccia le idee grilline, e sposa la causa di alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle, movimento che lascerà in tempi successivi, pur restando in rapporti cordiali ed amichevoli con Casaleggio. Il resto lo sapete, la Boldrini lo nota e lo fa suo nel gruppo di lavoro del progetto-appello anti fake news. Adesso il matrimonio con il PD che la benedizione (o, se si vuole, con il “non expedit”) di Mentana.

Roberta Villa, già collaboratrice ventennale del Corriere della Sera, nel commentare, ha dichiarato in un’inervista al Foglio:

“Chi ci dà di censori sbaglia: non toccherà certo a noi stabilire cosa è vero e cosa no”

Ah no? Viene istituita una task force per correggere, individuare, stabilire quali siano le fake news sull’epidemia da Covid 19 e non toccherà certo a loro stabilire cosa è vero e cosa no? E allora che ci stanno a fare?

E continua:

“Dovremo invece ragionare con diverse competenze sul fenomeno, per capire se esiste un approccio strategico che permetta di migliorare l’ecosistema informativo. Che sia meglio un approccio a livello politico oppure di incentivi, questo è da studiare”.

Cos’è un “appoccio strategico”, ma, soprattutto, cosa significa “ecosistema informativo”? La Villa non lo spiega. Quello che è certo è che ci sono state svariate obiezioni, soprattutto da parte di esponenti dell’opposizione. Giorgia Meloni ha scritto:

“Il governo istituisce una sedicente task force anti fake news che avrà il compito di assicurarsi che sia diffusa solo la verità sul Covid-19 (proprio come il Ministero della Verità di orwelliana memoria). Sempre il governo ha scelto di imperio gli ‘esperti’, tra loro neppure un medico o un virologo, che decideranno cosa si può dire e cosa no. Utile ricordare che tra le ‘fake news’ c’erano fino a ieri anche il fatto che gli asintomatici trasmettono il virus, che fosse utile tenere in quarantena chi proviene da zone a rischio, che fosse saggio indossare la mascherina in pubblico. Credo che si stiano limitando le libertà fondamentali e costituzionali con eccessiva disinvoltura. P.S. Mi manderanno in un campo di riedcazione per queste mie parole o si limiteranno a oscurare il post su Facebook?”.

A parte l’inesattezza della Meloni sulla presenza di medici nella task force, è vero che esiste libertà di opinione e che con un organismo di controllo sulle notizie fasulle, si rischia che questa libertà venga limitata da personaggi che la cosa più terribile che hanno visto è qualche complottista che se ne sta per conto suo a difendere le proprie follie (è legittimo anche esprimere idee folli, purché queste idee non diffamino nessuno). Sta alla sensibilità del lettore finale, ed esclusivamente alla sua coscienza, credere a Burioni o ai terrapiattisti. Non abbiamo bisogno di task force di parte o, peggio ancora, di partito.

Eppure il pubblico plaudente dei debunker si fa sentire. Prendo, a puro titolo di esempio, un commento pubblico di un recente post Facebook di Puente in cui il Nostro pubblica la foto di Bolsonaro affetto da Covid 19, con un sondino naso-gastrico (niente ossigeno), affermando che la foto è autentica (grazie!) ma che sarebbe “decontestualizzata”. Ometto l’identità della commentatrice (anche se il post è pubblico) e raggiungibile da chiunque:

Cosa significa “Non perdere la tua verginità”? Non si sa, né l’autrice del commento ce lo chiarisce. La verginità è dichiarare vera ma “decontestualizzata” una fotografia? Mi pare ben poca cosa.

E comunque di questa task force io ho paura.

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Twitter: facciamo i conti in tasca a Paolo Attivissimo e David Puente

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Oggi facciamo i conti in tasca a Paolo Attivissimo e a David Puente per quanto riguarda i loro account Twitter. Pochi strumenti. Una calcolatrice, le regole sulle proporzioni che mi ha insegnato la Gabellieri, la mia professoressa di matematica delle medie, Twitter (appunto!), un sito dedicato a scoprire gli account fasulli, molta pazienza, e vari screenshot.

PAOLO ATTIVISSIMO ha al suo attivo 4141528 followers. Un numero apparentemente impressionante. Ma da un controllo effettuato su:

https://www.twitteraudit.com

sia pure su un campione di tre anni fa (vecchiotto, ma il numero dei followers non è cambiato significativamente), risulta che il numero di followers REALI corrisponde esattamente al 56%. Il resto sono solo fake, account fasulli, che nulla hanno a che vedere con un interesse REALE (e due!) nei confronti del titolare dell’account e, presumibilmente, in quelli dei suoi contenuti (quelli dell’account, non quelli del titolare).

Certo, 250000 e rotti account rimanenti sono comunque un grosso pubblico, ma andiamo a vedere CHI segue attentamente Paolo Attivissimo e cosa succede DAVVERO ai suoi tweet.

Prendiamone uno, a puro titolo esemplificativo, questo, l’ultimo inserito dal Superlativo:

Al momento dello screenshot aveva totalizzato 66 risposte, 71 retweet e 316 like. Che corrispondono esattamente allo 0,0159%, allo 0,0171%, e allo 0,07% (una percentuale di James Bond cuoricinanti) rispettivamente. Percentuali certamente irrisorie rispetto al numero dei followers.

E DAVID PUENTE? Eccoci, David Puente ha attualmente 45983 follower. Quasi un decimo di quelli di Attivissimo. Sono proporzioni sorprendenti e stupefacenti, per certi versi, visto che tutti e due si occupano di bufale, ma purtuttavia superiori oltre del doppio ai 26132 aficionados di BUTAC (Bufale Un Tanto Al Chilo).

Quanti sono gli account fasulli secondo Twitteraudit? Pochissimi (bravo!), giusto il 4%.

Una percentuale assolutamente fisiologica che ci indurrebbe a supporre percentuali più elevate, quanto a commenti, retweet e cuoricinazioni affettuose assortite, rispetto a quelle di Paolo Attivissimo. Nemmeno per sogno. Prendiamo anche qui un tweet a caso:

Conta 5 commenti (0,0109% sul numero totale di followers), 5 retweet (stessa percentuale) e 60 like (lo 0,13%).

Sono numeri ottimistici, perché dànno per scontato (ma non troppo), che chi interagisce con un tweet sia PER FORZA un follower di quell’account. Potrebbe essere benissimo un estraneo che ha letto quel contenuto attraverso un retweet.

Insomma, sono percentuali che se fossero dati elettorali verrebbero conteggiati (conteggiati? Mah, magari sì) nella voce “Altre liste”. Se invece che account Twitter fossero delle grandi città si direbbe che a Attivissimo e Puente rispondono soltanto gli inquilini del condominio in cui abitano e forse nemmeno tutti.

Voi mi direte “E tu? Com’è la tua situazione su Twitter?”. Ve lo dico subito, pessima. Ma io non mi occupo di astronauti (se non in Tribunale), di spazio, non mi compro la Tesla (vado in giro con una Panda, figuràtevi!), non faccio i meme, non mi occupo dei terrapiattisti, non trovo che il problema principale dell’Umanità siano i complottisti. Il mio account Twitter riporta quasi esclusivamente i link agli aggiornamenti e agli articoli del blog, per chi ne sia interessato.

Parlo di e-book, cultura, cultura libera (sì, c’è differenza), software libero, diffondo conoscenza, rifletto su argomenti che attengono alla diffamazione, alla scuola, ai diritti, all’informazione, alla politica, non sono mai stato assoldato dalla Presidenza della Camera, non ho mai percepito nemmeno un centesimo che non venisse dalle donazioni o dalla pubblicità di AdSense (men che meno dai politici, uomini, ominicchi e quaqquaraqquà), non lavoro per nessun giornale.

Chi volete mai che mi si fili? Certo, se postassi tette e culi sarebbe diverso. Ma se Sparta piange, Atene non ride.

David Puente debunka Calimero

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La notizia qual è? Che il Project Gutenberg è stato oscurato in Italia e che gli utenti del nostro Paese non hanno accesso alla cultura libera? No di certo. La notizia è che qualcuno ha fatto uno screenshot in cui appare la falsa notizia secondo cui sull’Huffington Post sarebbe apparsa la notizia secondo cui il canale Disney+ avrebbe rimosso la programmazione dei cartoni animati di Calimero perché “veicola razzismo nei bimbi” (“perché sono piccolo e nero”, ricordate??).

Cioè, la magistratura si muove oscurando un intero sito con più di 65000 opere liberamente e gratuitamente disponibili, e uno dei debunker di Stato di boldriniana memoria di chi si occupa? Di Calimero. E lo fa con dovizia di particolari, citando l’autore della porcheria, tale Johnny Frassu, e risalendo alle sue bravate precedenti, sul massacro dei panda in Corea del Nord, e su un’aggressione nei confronti del leghista Iwobi.

Tutto va bene, per carità, ma tutto ha anche un limite. Calimero (che, oltretutto, non è nemmeno di proprietà della Disney, come puntualmente sottolineato dal Solerte, e basterebbe questo a smontare il falso screenshot) non può e non deve essere una “notizia”. In un mondo, quello dei debunker, in cui si devono smontare le notizie false, si devono scegliere quelle notizie che abbiano un vero e proprio interesse pubblico, non certo i divertissements di qualche burlone che si trincera dietro allo pseudonimato. D’accordo, tutto fa brodo, meglio (per un giornalista) un articolo in più su Calimero sul giornale di Mentana che nessun articolo, ma, benedetto il cielo, viviamo in un mondo in cui le false notizie o le notizie da dare sono ben altre.

Auguriamoci che questi debunker se ne rendano conto e che comincino a parlarci di cose molto più serie, loro che hanno una indubbia visibilità (se ben meritata o no lo lascio decidere al lettore) e un’autorevolezza che deriva dalla loro nomina a consulenti dell’ex Presidente della Camera dei Deputati. Noi abbiamo solo un blog minimale. Ma ne andiamo orgogliosi.

Ava come lava!

Luc Montagnier vs David Puente 1-0

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Il 17 aprile scorso, il quotidiano online “Open”, diretto da Enrico Mentana (lo stesso che annunciò che se avese saputo che Conte avesse fatto nomi e cognomi dei suoi detrattori di destra non avrebbe mandato in onda il suo intervento), ha pubblicato un articolo a firma di David Puente e Juanne Pili, intitolato “Il nuovo Coronavirus è stato creato in laboratorio per trovare un vaccino contro l’Hiv? Lo dice Montagnier, ma non è così!”.
Nel pieno rispetto della libertà di espressione e di stampa, l’unica cosa che c’è da osservare è che non è possibile che due giornalisti, di cui uno debunker noto per la sua lotta ai complottisti, possano avere maggiore competenza di un premio Nobel per la medicina con quattro lauree.
In questo momento di emergenza sanitaria che tutti ci coinvolge, abbiamo sempre più bisogno di opinioni autorevoli come quelle del Prof. Montagnier e sempre meno di quelle dei cacciatori di bufale. Iosto con Montagnier. Per il resto beato chi ci crede. Noi, no, non ci crediamo.

Diffamazione: archiviata la posizione di David Puente presso il Tribunale di Roma

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Mi corre l’obbligo morale, prima ancora che deontologico (noi blogger non abbiamo una deontologia a cui sottostare, grazie al cielo, a differenza dei giornalisti agiamo perché abbiamo una morale interna a cui rispondere, prima ancora che a codici e a regolamenti scritti) di comunicarvi che la posizione del blogger e giornalista David Puente, già indagato per diffamazione aggravata e violazione dell’art. 13 della Legge 47/1948 assieme a Mario Calabresi, Carlo Bonini e Giuliano Ettore Foschini, è stata archiviata dall’ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari in quanto la notizia di reato risulterebbe manifestamente infondata. Ne ha dato notizia lo stesso David Puente il 7 gennaio scorso attraverso la sua pagina Facebook e il suo account Twitter. Nella segnalazione David Puente conclude:

Questo potrebbe piacere a qualche mio hater, felice che abbia dovuto pagare (l’avvocato, NdR) nonostante la mia innocenza.

Ho sempre criticato David Puente per alcune modalità di fare giornalismo e di intendere il concetto di notizia. Altre volte l’ho criticato nel merito per alcuni “svarioni” che ha commesso (come, ad esempio, l’identificazione di Pietro Pacciani con la figura del Mostro di Firenze, quando il Pacciani non fu nemmeno condannato in via definitiva per i delitti che gli furono contestati). Ma personalmente non lo odio. Quindi, se il termine “hater” era riferito anche a me, lo rimando volentieri al mittente perché decisamente inadeguato. Il diritto di criticare non è il diritto di odiare, la critica può essere anche veemente e dura (e francamente non mi sembra il mio caso), ma l’odio è ben altra cosa. Ma, si sa, gli “hater” vanno molto di moda, è una definizione valida per tutte le stagioni, ci rientrano dentro pesci grossi e pesci piccoli, leoni da tastiera e scettici, destrorsi e sinistri, solo che io non sono né un pesce, né un destrorso, né un sinistro. Anzi, sono uno che quando viene querelato, come è successo a Puente, l’avvocato se lo paga di tasca sua, senza avere una testata giornalistica che gli copra le spalle, e non si lamenta di questa circostanza. Anzi, gli pare perfino perfettamente normale che se un avvocato lavora per tutelare i suoi interessi, innocente o colpevole che sia, poi venga pagato. E la differenza fondamentale è proprio questa.

Diffamazione nei confronti di Mauro Voerzio: Giulietto Chiesa patteggia. Ma si è dichiarato colpevole o innocente?

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Sono andato a cercare su Google il link a qualche fonte che approfondisse la sentenza che sanziona Giulietto Chiesa a 1500 euro di multa per diffamazione nei confronti del giornalista Mauro Voerzio. Ho trovato questo riferimento

che riferisce che

“Accusato di aver diffamato un reporter italiano nel Donbass, Chiesa non si è dichiarato colpevole…”

mentre andando a controllare la fonte in questione (un articolo di David Puente su Open) si apprende che

“…Chiesa non si è dichiarato innocente preferendo patteggiare”

Insomma, Chiesa si è dichiarato colpevole o innocente? Di certo c’è che patteggiando ha scelto un rito alternativo che costituisce un vero e proprio mostro giuridico. La sentenza per patteggiamento, infatti, pur essendo equiparata a sentenza di condanna, non è ontologicamente una sentenza di condanna, perché per poter arrivare a stabilire la responsabilità penale del reo occorre un procedimento dibattimentale che arrivi alla prova provata mediante il contraddittorio tra le parti (contraddittorio che nell’applicazione della pena su richiesta dell’imputato e del pubblico ministero evidentemente non c’è). Insomma, Chiesa innocente non è, e colpevole nemmeno.

Condiscono l’articolo di Open le scansioni della prima pagina della sentenza di applicazione della pena su richiesta (quella in cui si comminano i 1500 euro di multa, appunto) e il Decreto di Citazione diretta a giudizio in cui si evince il capo di imputazione. Tutto normale, per carità, si tratta di atti pubblici, anche se dalla lettura del dispositivo di sentenza si evince che la stessa è stata emessa “in camera di consiglio”. Mi chiedo, dunque, se fosse stato veramente necessario pubblicare quei documenti che non dànno nessun apporto ulteriore alle informazioni già contenute nell’articolo (entità della pena applicata, scelta del rito alternativo da parte dell’imputato, frasi suppostamente diffamatorie contestate). Me lo chiedo. Ma non trovo nessuna risposta

Era solo un ragazzo

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Un giovane di 24 anni, Luca Sacchi, è stato ucciso mentre difendeva la fidanzata da un’aggressione e da uno scippo. Non c’è nulla da dire, è una tragedia. A poche ore dalla morte dello sventurato giovane, è apparso questo commento di David Puente sulla sua pagina Facebook (e, successivamente, sotto forma di screenshot, anche sul suo profilo Twitter):

La cosa che Puente mette in rilievo e stigmatizza (e fa bene!) è che “La prima curiosità che ‘smuove le coscienze’ è scoprire la nazionalità della vittima e degli aggressori, poi magari anche le loro posizioni politiche”. Da qui una serie di brevi valutazioni sulle possibili (quattro) reazioni riscontrate e una conclusione che ci appare un po’ semplicistica e frettolosa per cui “Se vi riconoscete in questi ‘commenti’ non vi dispiace che un ragzzzo è stato ucciso. Avete altro per la testa.” Peccato però, che proprio mentre Puente pubblicava queste note, sul sito del giornale on line per cui scrive appariva un redazionale di cui vi offro lo screenshot di seguito:

e in cui si legge: “Era un giovane di idee sovraniste, come si vede chiaramente dai post sulla sua pagina Facebook”.

Cioè, la prima “curiosità che ha smosso le coscienze” è stata proprio quella che Puente condannava, cioè la stigmatizzazione delle idee politiche della vittima. Non si parla di questo giovane in quanto vittima, ma in quanto morto, e se è vero come è vero che i morti non sono tutti uguali, lo sono almeno le vittime di reati infami come quello che ha tolto la vita a Luca Sacchi.

Sono stati in molti quelli che hanno tempestivamente fatto notare a Puente che il suo giornale stava facendo esattamente quello che lui stigmatizzava e che gli hanno domandato se non sentisse il bisogno, lui, persona retta e pulita, di distaccarsi da quello che ha scritto la redazione e assumere una posizione nettamente diversa e più defilata, dissociandosi dal tono da chiacchiericcio del redazionale, pur pubblicato dal giornale (Open On Line) per cui lui presta la sua opera di giornalista e cacciatore di bufale.

A tutt’oggi non c’è stata alcuna risposta di Puente. Eppure mesi fa, quando Open On Line per sbaglio o per maldestrìa pubblicò i dati personali dei genitori di Matteo Renzi, violando potenzialmente la loro privacy, solo allo scopo di rendere noto all’opinione pubblica un ordine giudiziario e il suo contenuto, David Puente fece un “mea culpa” personale (come se quei dati li avesse poi pubblicati lui!) e si dissociò dalla scelta del suo giornale che subito corse ai ripari fotoscioppàndo e sbianchettando l’immagine inizialmente pubblicata in modo integrale (ne parlai a suo tempo qui). Allora, naturalmente, si trattava soltanto di una leggerezza e di una “stupida” (“stupida”?) violazione della privacy, non della messa in linea delle idee politiche di un ragazzo a seguito della sua morte. Voglio dire, questi atti mi sembrano enormemente più gravi.

Restano su tutto (questo sì) l’imbarazzante silenzio di David Puente e l’altrettanto imbarazzante atteggiamento del suo giornale nei confronti delle idee politiche di Luca Sacchi. Che era solo un ragazzo.

 

Aggiornamento delle 12:50: Giulia Marchina, giornalista di OpenOnLine, in risposta a un post poco elegante di un utente, ha scritto su Instagram che Luca Sacchi sarebbe stato uno “sbruffone” (o, almeno, a tal guisa si sarebbe atteggiato): “Il mio lavoro è fatto anche di cose poco piacevoli, come scoprire che una persona appena morta si atteggiava a sbruffone“ (…) “Il mio lavoro mi impone di raccontare i fatti, senza sconto alcuno, altrimenti avrei fatto un altro mestiere”. “Se Luca fosse stato un novax lo avrei detto se avesse avuto la tessera del Pd idem”. Vi posto lo screenshot integrale dell’intervento.

Ancora su @vanitosa95: il senso di Open Online per il fake

Reading Time: 3 minutesIl 21 ottobre scorso pubblicavo sul blog un post sulla storia di @vanitosa95, troll e hater bloccato su Twitter dalle numerose segnalazioni degli utenti, che augurava cancri e tumori a iosa a piccoli e grandi personaggi della politica, soprattutto a quelli di sinistra, nonché agli utenti che si fossero, putacaso, trovati in disaccordo con Salvini.

Nel post riportavo alcune delle frasi di odio che l’utente aveva tradotto in svariati tweet, omettendo di riportare la fotografia (chiaramente fasulla e farlocca) che l’hater in questione aveva pubblicato. Scrivevo che: ” i messaggi di questa persona, di cui ho oscurato la foto (non per rispetto della sua privacy, perché non ne ho nessuno, ma per rispetto di quella della persona a cui è stata probabilmente carpita) mi hanno turbato al punto di venirne a parlare con voi “.

Guarda caso, il giorno dopo, esce, alle 14,49, un articolo di David Puente su Open On Line, intitolato “Tutti dietro a Vanitosa95, ma Open vi aveva avvertito. Altri dettagli sull’account e la foto del troll” in cui l’articolista riferisce testualmente: “Qualcuno ha pensato che fosse meglio censurare la foto per una questione di privacy e sicuramente qualcuno potrebbe sostenere che pubblicarla metterebbe a rischio la persona ritratta a causa delle solita – e inutile – «caccia all’uomo».” Non si capisce bene a chi si riferisca l’autore del pezzo quando cita questo “Qualcuno” (ma possiamo bene immaginarcelo).

Segue una lunga disamina per dimostrare che la foto messa da @vanitosa95 sul suo profilo Twitter corrisponde in realtà a quella di una persona transessuale e che le immagini di questa persona erano già apparse su un sito a carattere pornografico.

Per quanto riguarda il nostro blog, nella sua piccola essenza di risorsa di opinione, ho solo da dire che personalmente non ritengo necessario dimostrare che @vanitosa95 sia un troll o, meglio, un hater, perché si tratta di un dato ormai dimostrato per tabulas. E allora ripubblicare la foto che l’odiatore di rete del giorno (tanto verrà abilmente sostituito da qualcun altro, non temete) ha utilizzato per corredare il proprio profilo, diventa inutile e ridondante. In breve, non ho bisogno che mi si dimostri che la foto ritraeva una determinata persona per credere che chi l’ha impunemente usata sia una persona fasulla che cercava solo visibilità. In breve, “un utente intento a pubblicare contenuti provocatori”, per dirla con le stesse parole di Puente.

Qualcuno dirà che si trattava di un transessuale la cui immagine è contenuta in un sito pornografico a disposizione di chiunque voglia andare a visitarlo. Dunque un’immagine pubblica. Vero. Ma non è detto che il nome o l’immagine di questa persona debbano per forza essere associati a un odiatore seriale. La privacy è un valore, e non è detto che quello che è pubblico o che si è autorizzati in qualunque modo a pubblicare debba essere divulgato per forza quando non ha alcun valore dal punto di vista della definizione dei fatti e di quello che si vuole dire. Quella di @vanitosa95 è stata un’utenza del tutto fasulla. La falsità di questo account è stata dimostrata dai contenuti di odio che questo account ha veicolato. Punto. Basta così.Il resto non serve a nulla. Che cosa aggiunge alla nostra conoscenza il sapere che l’ignaro personaggio dell’immagine riportata è un transessuale? Assolutamente nulla. E sarà anche un transessuale da sito porno, ma magari non ha mai augurato il cancro a nessuno e allora non si vede il motivo di metterlo ulteriormente in vetrina.

Non si tratta, quindi, di utilizzare o non utilizzare elementi già pubblici per avvalorare una tesi, ma di verificare a monte se quegli elementi (pubblici, non pubblici, o autorizzati che siano) sono utili alla notizia che si intende dare oppure no.

Soprattutto quando sono riferiti alla sessualità, alla notorietà e alla immagine di terzi.

Open pubblica in chiaro i dati personali dei genitori di Renzi. E David Puente chiede scusa.

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Stavolta invece è successo che per dare informazione dell’arresto dei genitori di Matteo Renzi, il giornale online Open, diretto da Enrico Mentana, ha pubblicato una immagine del provvedimento di ordine di arresto emesso dal GIP di Firenze nei confronti dei due coniugi. Lo ha fatto lasciando ben visibili gli indirizzi dei tre arrestati, più altri dati personali. Sul web si è scatenata una bufera e dopo un’ora l’immagine era già stata corretta e sbianchettata. Successivamente a questa correzione sono uscite le scuse del direttore e quelle del redattore David Puente (sì, sempre lui!) che non si sa cosa c’entri con l’accaduto, visto che ha dichiarato espressamente di non aver pubblicato personalmente quei dati. Ma chiude il suo messaggio di “mea culpa nulla culpa” con la chiosa “Cose che non dovrebbero mai e poi mai accadere“. Già, però accadono. E sono, più precisamente, accadute proprio a casa sua, nella nicchia che David Puente si è costruito alla protezione dell’ala consolatriche di Enrico Mentana. Guarda caso. Intendiamoci, la residenza di un individuo, qualunque individuo anche non indagato, è un dato pubblico e conoscibile da chiunque, e come tale va trattato. Un altro atto pubblico, una volta che viene notificato agli indagati e ai loro difensori, è l’atto di disposizione degli arresti domiciliari nei confronti di Tiziano Renzi e della moglie. Quindi non si tratta di stabilire se quel dato è pubblico o no (è evidente che lo è), ma se sia opportuno o no (e sicuramente non lo è) ripubblicarlo per farlo conoscere a un pubblico più ampio di quello che ne è già a conoscenza. E la risposta è una sola: è opportuno nella misura in cui quella pubblicazione aggiunge informazioni alla notizia principale. Ovvero se dice qualcosa in più rispetto all’originale. Se lo integra, se lo rafforza, se lo amplia. Ma a cosa mi serve sapere dove abitano i Renzi, rispetto al fatto che nei loro confronti sono stati disposti gli arresti domiciliari? A niente. Un atto inutile non è un atto inutile e basta. E’ anche un atto dannoso perché non apporta nulla di buono o di costruttivo all’intenzione iniziale, che è e dovrebbe essere quella di informare su un provvedimento della magistratura inquirente. Ecco perché pubblicare l’indirizzo degli arrestati in chiaro è stata una azione quanto meno discutibile e di dubbia perspicacia professionale. Così come è stata spiazzante la mossa di David Puente. Se si fosse trattato di una mossa scacchistica sarebbe stata annotata almeno con due punti interrogativi. Che c’entra chiedere scusa per una colpa che non è sua? In un mondo normale le responsabilità sono personali. Quindi in primo luogo la responsabilità è di chi ha pubblicato quella fotografia per intero, senza modificarla in alcun modo. Poi c’è la responsabilità del direttore responsabile, che infatti ha chiesto scusa. Poi basta. A meno che, moralmente, non ci si senta colpevoli di un fatto per il solo appartenere alla squadra e all’ambiente in cui quel fatto è stato commesso. Un po’ come succede nel calcio: se vince vince tutta la squadra, se perde perde tutta la squadra, siamo tutti responsabili nella buona e nella cattiva sorte, come nei matrimoni. E allora, alla luce di questa visione delle cose molto diffusa ma ciò nondimeno perversa, il senso di colpa, che qui è grande e profondo come la Fossa delle Marianne, salta fuori e uno decide di fare outing e di battersi il petto in chiesa pentendosi dei suoi peccati e delle sue piramidali nequizie. Ma nessuno dice che un giornale di informazione che si spaccia come libero, che vanta tra i suoi collaboratori giovinotti rampanti, giornalisti promettenti e debunker di stato, stavolta ha tragicamente toppato. Tutt’al più è stato un “errore”. Ecco, sì, l’accanimento sulla pelle di persone deboli perché indagate e con la libertà ristretta ai confini della loro abitazione lo chiamano “errore”. Cambiano il nome alle cose. Chiedono scusa, vanno in giro per qualche tempo col ciclicio “ruttando austeri ‘ci vuol pazienza, siempre adelante ma con juicio'” (come dice il Poeta), fanno penitenza e poi si autoassolvono, che vuoi fare? Ormai è successo, ci dispiace, siamo costernati, ma andiamo avanti. E’ il giornalismo, bellezze. C’è sempre spazio per le scuse, ma pietà l’è morta.

David Puente assunto da Enrico Mentana nello staff del suo nuovo giornale on line

Reading Time: 3 minutespuente

FACCIO SUBITO UNA PREMESSA: David Puente è stato oggetto, nei giorni scorsi, di un attacco vile senza nessuna giustificazione. Qualcuno (si occuperà la magistratura di individuarlo) ha diffuso una notizia falsa, in cui si afferma che il debunker sarebbe stato oggetto di una perquisizione domiciliare alla ricerca di materiale pedopornografico. Si fa riferimento anche alle origini (vere o supposte) ebraiche del blogger. Il tutto con il logo e il marchio del quotidiano “la Repubblica”, quasi a voler dare una sorta di parvenza di autorevolezza alla vigliaccata in questione. Queste sono cose da condannare senza appello. Per quanto mi riguarda continuerò a criticare Puente per quello che fa, che dice e che scrive. Non mi interessano né le sue preferenze sessuali, né la sua provenienza etnica, né la sua fede religiosa.

E ORA COMINCIAMO. David Puente è stato nominato da Enrico Mentana come primo (in ordine di tempo) collaboratore del nuovo giornale on line del giornalista de La7. Che non esiste (ancora). Ma, intanto, la notizia ha creato unanime consenso nel mondo di certi radical-chic di sinistra che hanno subito battuto le manine ed esaltato la scelta. Ora, io non so se David Puente sia iscritto all’albo dei giornalisti o meno, ma questo è il requisito fondamentale che mi aspetto da un qualsiasi collaboratore di una qualsiasi testata, on line o cartacea che sia. Finché uno fa il blogger per conto suo (e io ne so qualcosa) può scrivere quello che gli pare. Ma quando si va a scrivere per  un giornale ci sono requisiti che non sono di per sé indispensabili (non ho detto che l’essere iscritto all’albo dei giornalisti sia la conditio sine qua non della collaborazione di Puente con Mentana, ma che me lo aspetto, così come mi aspetto che la farmacista che gestisce il negozio che mi vende l’Aspirina sia laureata in farmacia) ma che rendono il sito ricco di autorevolezza (e non di “autorità”).

Fatto sta che per il momento David Puente è stato nominato collaboratore di un bel niente, visto che il sito non c’è ancora. Arriverà? Sarà a giorni? A settimane? A mesi? Ma oggi come oggi non c’è. Inutile applaudire il niente.

Come niente fu quella nomina pubblicizzata in pompa magna da parte della Boldrini nella task force del quadriumvirato di ricerca sulle fake news con il marchio della Camera dei Deputati. Ci fu un linguaggio estremamente pomposo nell’annunciare l’iniziativa. Ho ritrovato in rete il virgolettato:

“Sono in contatto con esperti, i cosiddetti debunker: – ha spiegato la presidente durante un incontro con la stampa – il debunking è l’attività che smaschera le bufale” attraverso una verifica attenta e puntuale sulle fonti e sulla trasmissione della notizia. ”Sono Paolo Attivissimo (Il Disinformatico), Michelangelo Coltelli (Bufale un tanto al chilo), David Puente (Davidpuente.it) e Walter Quattrociocchi del CSSLab dell’IMT di Lucca  e consegneremo l’appello ai grandi social network che devono essere seri”.

Ma poi cos’hanno fatto? Sono andati in giro per le scuole italiane a sensibilizzare i giovani studenti? Hanno creato qualche sito di informazione vera oltre a quel Basta Bufale che raccoglie solo firme e che è stato abbandonato sul web a far scorrerere a video una serie (in)finita di testimonial? Hanno tenuto conferenze e incontri (più di uno, voglio dire) alla Camera dei Deputati per sensibilizzare l’opinione pubblica, i giornali (rei, secondo il mangiatore di amatriciana Paolo Attivissimo, di essere le prime fonti di diffusione delle notizie fasulle), i media sul pericolo della diffusione delle “bufale” (termine orrendo ma a loro piace tanto)? Anzi, ci risulta che il sito “Bufale un tanto al chilo” sia stato oggetto di sequestro preventivo per una accusa per diffamazione. La risposta è caduta nel vento, come dice una orrenda traduzione cattolica di Bob Dylan.

E poi sono curioso di vedere che cosa tireranno fuori un collaboratore che “silenzia” i suoi contatti su Twitter e un direttore che dà del “coglione” al cronista dell’agenzia Dire, aggiungendo l’epiteto “sparapalle” solo perché il cronista in questione aveva avuto l’ardire di chiedergli  se “Il suo editore di La7, Urbano Cairo, sarà anche quello del suo giornale online?” (se avete voglia di saperne di più leggete qui).

Much ado about nothing.

David Puente: Ritengo che Salvini “abbia fatto un ottimo lavoro dal punto di vista comunicativo”

Reading Time: < 1 minuterollingstone

Ritengo che Salvini «abbia fatto un ottimo lavoro da un punto di vista comunicativo: Luca Morisi  sa il fatto suo, è indubbio. Oggi, a furia di messaggi polarizzanti, il rapporto con il suo elettorato è consolidato, difficile da scardinare. In futuro potrebbe anche sentirsi libero di dire qualcosa di pesante»

da: “Ci resta solo la verità”, su rollingstone.it
https://www.rollingstone.it/rolling-affairs/reportage/ci-resta-solo-la-verita/426980/#Part2