Le metamorfosi dei debunker

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Tutto cominciò quando Laura Boldrini, nella sua veste di Presidente della Camera, decise di organizzare una task force di debunker, ovvero di giornalisti e persone che, pur non essendo iscritte all’ordine, o fregiandosi del titolo di “giornalista” perché facenti parte di un sindacato svizzero e dovendo rispondere delle proprie azioni solo alla legislazione del paese elvetivo, si occupano di “bufale” (termine orrendo), ovvero di evidenziare notizie false e tendenziose che invadono il web.

Facevano parte di quel gruppo, in ordine rigorosamente alfabetico, Paolo Attivissimo, Michelangelo Coltelli (responsabile di butac.it, già querelato per diffamazione e oscurato dalla magistratura), David Puente e Walter Quattrociocchi. Di quell’esperienza, oltre che una sgangherata conferenza stampa e una riunione preliminare per decidere il da farsi, rimane solo un sito, bastabufale.it, che continua a raccogliere firme (non si sa di chi, non si sa quante, i nomi vengono prudenzialmente oscurati per motivi di privacy, ma i dati, anche quelli trasmissibili e pubblicabili, non sono disponibili, quindi non si sa che cosa ci faccia ancora quel sito on line) su un appello per il diritto a una corretta informazione. Nobile intento caduto nel vuoto, nonostante l’adesione di molti personaggi della cultura, dello sport e dello spettacolo, come Claudio Amendola, Geppi Cucciari, Carlo Verdone, Paola Cortellesi, Francesco Totti, Ferzan Ozpetek, Lucio Caracciolo e altri del cui nome non voglio ricordarmi, come direbbe il Sommo Poeta.
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Twitter: facciamo i conti in tasca a Paolo Attivissimo e David Puente

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Oggi facciamo i conti in tasca a Paolo Attivissimo e a David Puente per quanto riguarda i loro account Twitter. Pochi strumenti. Una calcolatrice, le regole sulle proporzioni che mi ha insegnato la Gabellieri, la mia professoressa di matematica delle medie, Twitter (appunto!), un sito dedicato a scoprire gli account fasulli, molta pazienza, e vari screenshot.

PAOLO ATTIVISSIMO ha al suo attivo 4141528 followers. Un numero apparentemente impressionante. Ma da un controllo effettuato su:

https://www.twitteraudit.com

sia pure su un campione di tre anni fa (vecchiotto, ma il numero dei followers non è cambiato significativamente), risulta che il numero di followers REALI corrisponde esattamente al 56%. Il resto sono solo fake, account fasulli, che nulla hanno a che vedere con un interesse REALE (e due!) nei confronti del titolare dell’account e, presumibilmente, in quelli dei suoi contenuti (quelli dell’account, non quelli del titolare).

Certo, 250000 e rotti account rimanenti sono comunque un grosso pubblico, ma andiamo a vedere CHI segue attentamente Paolo Attivissimo e cosa succede DAVVERO ai suoi tweet.

Prendiamone uno, a puro titolo esemplificativo, questo, l’ultimo inserito dal Superlativo:

Al momento dello screenshot aveva totalizzato 66 risposte, 71 retweet e 316 like. Che corrispondono esattamente allo 0,0159%, allo 0,0171%, e allo 0,07% (una percentuale di James Bond cuoricinanti) rispettivamente. Percentuali certamente irrisorie rispetto al numero dei followers.
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David Puente debunka Calimero

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La notizia qual è? Che il Project Gutenberg è stato oscurato in Italia e che gli utenti del nostro Paese non hanno accesso alla cultura libera? No di certo. La notizia è che qualcuno ha fatto uno screenshot in cui appare la falsa notizia secondo cui sull’Huffington Post sarebbe apparsa la notizia secondo cui il canale Disney+ avrebbe rimosso la programmazione dei cartoni animati di Calimero perché “veicola razzismo nei bimbi” (“perché sono piccolo e nero”, ricordate??).

Cioè, la magistratura si muove oscurando un intero sito con più di 65000 opere liberamente e gratuitamente disponibili, e uno dei debunker di Stato di boldriniana memoria di chi si occupa? Di Calimero. E lo fa con dovizia di particolari, citando l’autore della porcheria, tale Johnny Frassu, e risalendo alle sue bravate precedenti, sul massacro dei panda in Corea del Nord, e su un’aggressione nei confronti del leghista Iwobi.

Tutto va bene, per carità, ma tutto ha anche un limite. Calimero (che, oltretutto, non è nemmeno di proprietà della Disney, come puntualmente sottolineato dal Solerte, e basterebbe questo a smontare il falso screenshot) non può e non deve essere una “notizia”. In un mondo, quello dei debunker, in cui si devono smontare le notizie false, si devono scegliere quelle notizie che abbiano un vero e proprio interesse pubblico, non certo i divertissements di qualche burlone che si trincera dietro allo pseudonimato. D’accordo, tutto fa brodo, meglio (per un giornalista) un articolo in più su Calimero sul giornale di Mentana che nessun articolo, ma, benedetto il cielo, viviamo in un mondo in cui le false notizie o le notizie da dare sono ben altre.
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Luc Montagnier vs David Puente 1-0

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Il 17 aprile scorso, il quotidiano online “Open”, diretto da Enrico Mentana (lo stesso che annunciò che se avese saputo che Conte avesse fatto nomi e cognomi dei suoi detrattori di destra non avrebbe mandato in onda il suo intervento), ha pubblicato un articolo a firma di David Puente e Juanne Pili, intitolato “Il nuovo Coronavirus è stato creato in laboratorio per trovare un vaccino contro l’Hiv? Lo dice Montagnier, ma non è così!”.
Nel pieno rispetto della libertà di espressione e di stampa, l’unica cosa che c’è da osservare è che non è possibile che due giornalisti, di cui uno debunker noto per la sua lotta ai complottisti, possano avere maggiore competenza di un premio Nobel per la medicina con quattro lauree.
In questo momento di emergenza sanitaria che tutti ci coinvolge, abbiamo sempre più bisogno di opinioni autorevoli come quelle del Prof. Montagnier e sempre meno di quelle dei cacciatori di bufale. Iosto con Montagnier. Per il resto beato chi ci crede. Noi, no, non ci crediamo.

Diffamazione: archiviata la posizione di David Puente presso il Tribunale di Roma

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Mi corre l’obbligo morale, prima ancora che deontologico (noi blogger non abbiamo una deontologia a cui sottostare, grazie al cielo, a differenza dei giornalisti agiamo perché abbiamo una morale interna a cui rispondere, prima ancora che a codici e a regolamenti scritti) di comunicarvi che la posizione del blogger e giornalista David Puente, già indagato per diffamazione aggravata e violazione dell’art. 13 della Legge 47/1948 assieme a Mario Calabresi, Carlo Bonini e Giuliano Ettore Foschini, è stata archiviata dall’ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari in quanto la notizia di reato risulterebbe manifestamente infondata. Ne ha dato notizia lo stesso David Puente il 7 gennaio scorso attraverso la sua pagina Facebook e il suo account Twitter. Nella segnalazione David Puente conclude:

Questo potrebbe piacere a qualche mio hater, felice che abbia dovuto pagare (l’avvocato, NdR) nonostante la mia innocenza.

Ho sempre criticato David Puente per alcune modalità di fare giornalismo e di intendere il concetto di notizia. Altre volte l’ho criticato nel merito per alcuni “svarioni” che ha commesso (come, ad esempio, l’identificazione di Pietro Pacciani con la figura del Mostro di Firenze, quando il Pacciani non fu nemmeno condannato in via definitiva per i delitti che gli furono contestati). Ma personalmente non lo odio. Quindi, se il termine “hater” era riferito anche a me, lo rimando volentieri al mittente perché decisamente inadeguato. Il diritto di criticare non è il diritto di odiare, la critica può essere anche veemente e dura (e francamente non mi sembra il mio caso), ma l’odio è ben altra cosa. Ma, si sa, gli “hater” vanno molto di moda, è una definizione valida per tutte le stagioni, ci rientrano dentro pesci grossi e pesci piccoli, leoni da tastiera e scettici, destrorsi e sinistri, solo che io non sono né un pesce, né un destrorso, né un sinistro. Anzi, sono uno che quando viene querelato, come è successo a Puente, l’avvocato se lo paga di tasca sua, senza avere una testata giornalistica che gli copra le spalle, e non si lamenta di questa circostanza. Anzi, gli pare perfino perfettamente normale che se un avvocato lavora per tutelare i suoi interessi, innocente o colpevole che sia, poi venga pagato. E la differenza fondamentale è proprio questa.

Diffamazione nei confronti di Mauro Voerzio: Giulietto Chiesa patteggia. Ma si è dichiarato colpevole o innocente?

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Sono andato a cercare su Google il link a qualche fonte che approfondisse la sentenza che sanziona Giulietto Chiesa a 1500 euro di multa per diffamazione nei confronti del giornalista Mauro Voerzio. Ho trovato questo riferimento

che riferisce che

“Accusato di aver diffamato un reporter italiano nel Donbass, Chiesa non si è dichiarato colpevole…”

mentre andando a controllare la fonte in questione (un articolo di David Puente su Open) si apprende che

“…Chiesa non si è dichiarato innocente preferendo patteggiare”

Insomma, Chiesa si è dichiarato colpevole o innocente? Di certo c’è che patteggiando ha scelto un rito alternativo che costituisce un vero e proprio mostro giuridico. La sentenza per patteggiamento, infatti, pur essendo equiparata a sentenza di condanna, non è ontologicamente una sentenza di condanna, perché per poter arrivare a stabilire la responsabilità penale del reo occorre un procedimento dibattimentale che arrivi alla prova provata mediante il contraddittorio tra le parti (contraddittorio che nell’applicazione della pena su richiesta dell’imputato e del pubblico ministero evidentemente non c’è). Insomma, Chiesa innocente non è, e colpevole nemmeno.

Condiscono l’articolo di Open le scansioni della prima pagina della sentenza di applicazione della pena su richiesta (quella in cui si comminano i 1500 euro di multa, appunto) e il Decreto di Citazione diretta a giudizio in cui si evince il capo di imputazione. Tutto normale, per carità, si tratta di atti pubblici, anche se dalla lettura del dispositivo di sentenza si evince che la stessa è stata emessa “in camera di consiglio”. Mi chiedo, dunque, se fosse stato veramente necessario pubblicare quei documenti che non dànno nessun apporto ulteriore alle informazioni già contenute nell’articolo (entità della pena applicata, scelta del rito alternativo da parte dell’imputato, frasi suppostamente diffamatorie contestate). Me lo chiedo. Ma non trovo nessuna risposta

Era solo un ragazzo

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Un giovane di 24 anni, Luca Sacchi, è stato ucciso mentre difendeva la fidanzata da un’aggressione e da uno scippo. Non c’è nulla da dire, è una tragedia. A poche ore dalla morte dello sventurato giovane, è apparso questo commento di David Puente sulla sua pagina Facebook (e, successivamente, sotto forma di screenshot, anche sul suo profilo Twitter):

La cosa che Puente mette in rilievo e stigmatizza (e fa bene!) è che “La prima curiosità che ‘smuove le coscienze’ è scoprire la nazionalità della vittima e degli aggressori, poi magari anche le loro posizioni politiche”. Da qui una serie di brevi valutazioni sulle possibili (quattro) reazioni riscontrate e una conclusione che ci appare un po’ semplicistica e frettolosa per cui “Se vi riconoscete in questi ‘commenti’ non vi dispiace che un ragzzzo è stato ucciso. Avete altro per la testa.” Peccato però, che proprio mentre Puente pubblicava queste note, sul sito del giornale on line per cui scrive appariva un redazionale di cui vi offro lo screenshot di seguito:

e in cui si legge: “Era un giovane di idee sovraniste, come si vede chiaramente dai post sulla sua pagina Facebook”.

Cioè, la prima “curiosità che ha smosso le coscienze” è stata proprio quella che Puente condannava, cioè la stigmatizzazione delle idee politiche della vittima. Non si parla di questo giovane in quanto vittima, ma in quanto morto, e se è vero come è vero che i morti non sono tutti uguali, lo sono almeno le vittime di reati infami come quello che ha tolto la vita a Luca Sacchi.

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Ancora su @vanitosa95: il senso di Open Online per il fake

Reading Time: 3 minutesIl 21 ottobre scorso pubblicavo sul blog un post sulla storia di @vanitosa95, troll e hater bloccato su Twitter dalle numerose segnalazioni degli utenti, che augurava cancri e tumori a iosa a piccoli e grandi personaggi della politica, soprattutto a quelli di sinistra, nonché agli utenti che si fossero, putacaso, trovati in disaccordo con Salvini.

Nel post riportavo alcune delle frasi di odio che l’utente aveva tradotto in svariati tweet, omettendo di riportare la fotografia (chiaramente fasulla e farlocca) che l’hater in questione aveva pubblicato. Scrivevo che: ” i messaggi di questa persona, di cui ho oscurato la foto (non per rispetto della sua privacy, perché non ne ho nessuno, ma per rispetto di quella della persona a cui è stata probabilmente carpita) mi hanno turbato al punto di venirne a parlare con voi “.

Guarda caso, il giorno dopo, esce, alle 14,49, un articolo di David Puente su Open On Line, intitolato “Tutti dietro a Vanitosa95, ma Open vi aveva avvertito. Altri dettagli sull’account e la foto del troll” in cui l’articolista riferisce testualmente: “Qualcuno ha pensato che fosse meglio censurare la foto per una questione di privacy e sicuramente qualcuno potrebbe sostenere che pubblicarla metterebbe a rischio la persona ritratta a causa delle solita – e inutile – «caccia all’uomo».” Non si capisce bene a chi si riferisca l’autore del pezzo quando cita questo “Qualcuno” (ma possiamo bene immaginarcelo).
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Open pubblica in chiaro i dati personali dei genitori di Renzi. E David Puente chiede scusa.

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Stavolta invece è successo che per dare informazione dell’arresto dei genitori di Matteo Renzi, il giornale online Open, diretto da Enrico Mentana, ha pubblicato una immagine del provvedimento di ordine di arresto emesso dal GIP di Firenze nei confronti dei due coniugi. Lo ha fatto lasciando ben visibili gli indirizzi dei tre arrestati, più altri dati personali. Sul web si è scatenata una bufera e dopo un’ora l’immagine era già stata corretta e sbianchettata. Successivamente a questa correzione sono uscite le scuse del direttore e quelle del redattore David Puente (sì, sempre lui!) che non si sa cosa c’entri con l’accaduto, visto che ha dichiarato espressamente di non aver pubblicato personalmente quei dati. Ma chiude il suo messaggio di “mea culpa nulla culpa” con la chiosa “Cose che non dovrebbero mai e poi mai accadere“. Già, però accadono. E sono, più precisamente, accadute proprio a casa sua, nella nicchia che David Puente si è costruito alla protezione dell’ala consolatriche di Enrico Mentana. Guarda caso. Intendiamoci, la residenza di un individuo, qualunque individuo anche non indagato, è un dato pubblico e conoscibile da chiunque, e come tale va trattato. Un altro atto pubblico, una volta che viene notificato agli indagati e ai loro difensori, è l’atto di disposizione degli arresti domiciliari nei confronti di Tiziano Renzi e della moglie. Quindi non si tratta di stabilire se quel dato è pubblico o no (è evidente che lo è), ma se sia opportuno o no (e sicuramente non lo è) ripubblicarlo per farlo conoscere a un pubblico più ampio di quello che ne è già a conoscenza. E la risposta è una sola: è opportuno nella misura in cui quella pubblicazione aggiunge informazioni alla notizia principale. Ovvero se dice qualcosa in più rispetto all’originale. Se lo integra, se lo rafforza, se lo amplia. Ma a cosa mi serve sapere dove abitano i Renzi, rispetto al fatto che nei loro confronti sono stati disposti gli arresti domiciliari? A niente. Un atto inutile non è un atto inutile e basta. E’ anche un atto dannoso perché non apporta nulla di buono o di costruttivo all’intenzione iniziale, che è e dovrebbe essere quella di informare su un provvedimento della magistratura inquirente. Ecco perché pubblicare l’indirizzo degli arrestati in chiaro è stata una azione quanto meno discutibile e di dubbia perspicacia professionale. Così come è stata spiazzante la mossa di David Puente. Se si fosse trattato di una mossa scacchistica sarebbe stata annotata almeno con due punti interrogativi. Che c’entra chiedere scusa per una colpa che non è sua? In un mondo normale le responsabilità sono personali. Quindi in primo luogo la responsabilità è di chi ha pubblicato quella fotografia per intero, senza modificarla in alcun modo. Poi c’è la responsabilità del direttore responsabile, che infatti ha chiesto scusa. Poi basta. A meno che, moralmente, non ci si senta colpevoli di un fatto per il solo appartenere alla squadra e all’ambiente in cui quel fatto è stato commesso. Un po’ come succede nel calcio: se vince vince tutta la squadra, se perde perde tutta la squadra, siamo tutti responsabili nella buona e nella cattiva sorte, come nei matrimoni. E allora, alla luce di questa visione delle cose molto diffusa ma ciò nondimeno perversa, il senso di colpa, che qui è grande e profondo come la Fossa delle Marianne, salta fuori e uno decide di fare outing e di battersi il petto in chiesa pentendosi dei suoi peccati e delle sue piramidali nequizie. Ma nessuno dice che un giornale di informazione che si spaccia come libero, che vanta tra i suoi collaboratori giovinotti rampanti, giornalisti promettenti e debunker di stato, stavolta ha tragicamente toppato. Tutt’al più è stato un “errore”. Ecco, sì, l’accanimento sulla pelle di persone deboli perché indagate e con la libertà ristretta ai confini della loro abitazione lo chiamano “errore”. Cambiano il nome alle cose. Chiedono scusa, vanno in giro per qualche tempo col ciclicio “ruttando austeri ‘ci vuol pazienza, siempre adelante ma con juicio'” (come dice il Poeta), fanno penitenza e poi si autoassolvono, che vuoi fare? Ormai è successo, ci dispiace, siamo costernati, ma andiamo avanti. E’ il giornalismo, bellezze. C’è sempre spazio per le scuse, ma pietà l’è morta.

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David Puente assunto da Enrico Mentana nello staff del suo nuovo giornale on line

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FACCIO SUBITO UNA PREMESSA: David Puente è stato oggetto, nei giorni scorsi, di un attacco vile senza nessuna giustificazione. Qualcuno (si occuperà la magistratura di individuarlo) ha diffuso una notizia falsa, in cui si afferma che il debunker sarebbe stato oggetto di una perquisizione domiciliare alla ricerca di materiale pedopornografico. Si fa riferimento anche alle origini (vere o supposte) ebraiche del blogger. Il tutto con il logo e il marchio del quotidiano “la Repubblica”, quasi a voler dare una sorta di parvenza di autorevolezza alla vigliaccata in questione. Queste sono cose da condannare senza appello. Per quanto mi riguarda continuerò a criticare Puente per quello che fa, che dice e che scrive. Non mi interessano né le sue preferenze sessuali, né la sua provenienza etnica, né la sua fede religiosa.

E ORA COMINCIAMO. David Puente è stato nominato da Enrico Mentana come primo (in ordine di tempo) collaboratore del nuovo giornale on line del giornalista de La7. Che non esiste (ancora). Ma, intanto, la notizia ha creato unanime consenso nel mondo di certi radical-chic di sinistra che hanno subito battuto le manine ed esaltato la scelta. Ora, io non so se David Puente sia iscritto all’albo dei giornalisti o meno, ma questo è il requisito fondamentale che mi aspetto da un qualsiasi collaboratore di una qualsiasi testata, on line o cartacea che sia. Finché uno fa il blogger per conto suo (e io ne so qualcosa) può scrivere quello che gli pare. Ma quando si va a scrivere per  un giornale ci sono requisiti che non sono di per sé indispensabili (non ho detto che l’essere iscritto all’albo dei giornalisti sia la conditio sine qua non della collaborazione di Puente con Mentana, ma che me lo aspetto, così come mi aspetto che la farmacista che gestisce il negozio che mi vende l’Aspirina sia laureata in farmacia) ma che rendono il sito ricco di autorevolezza (e non di “autorità”).
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David Puente: Ritengo che Salvini “abbia fatto un ottimo lavoro dal punto di vista comunicativo”

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Ritengo che Salvini «abbia fatto un ottimo lavoro da un punto di vista comunicativo: Luca Morisi  sa il fatto suo, è indubbio. Oggi, a furia di messaggi polarizzanti, il rapporto con il suo elettorato è consolidato, difficile da scardinare. In futuro potrebbe anche sentirsi libero di dire qualcosa di pesante»

da: “Ci resta solo la verità”, su rollingstone.it
https://www.rollingstone.it/rolling-affairs/reportage/ci-resta-solo-la-verita/426980/#Part2

Il “silenziatore” di David Puente: ecco com’è andata

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Dunque vediamo un po’ che cosa ha spinto David Puente a “silenziarmi” (verbo poetico usato da Twitter per chiamare in altro modo meno violento e diretto la semplice e banale censura).

Scrive Puente:

“Oggi è successa una cosa molto brutta. Ho ricevuto una richiesta di aiuto da un amico in difficoltà, la sua compagna ha un problema di salute […] ed è caduta vittima di un malvivente online.”

Nello spazio tra parentesi quadre riservato ai puntini di sospensione Puente ha riportato la localizzazione della patologia che ha colpito la signora. Io l’ho omessa perché non mi pare il caso di riportarla. Comunque rispondo a Puente:

“Gentile da parte sua dare particolari sulla localizzazione della patologia che ha colpito la signora. Senza questo particolare la notizia sarebbe stata esattamente la stessa ma lei ha voluto rendere Twitter anche oggi un posto peggiore. La privacy è un valore. Vergogna!”

La replica lascia perplessi:

“Immagino che lei abbia con se la discussione privata tra me e la vittima.”

A parte l’errore di ortografia commesso nello scrivere “con se” che va scritto “con sé”, con l’accento acuto, è evidente che io non posso avere le conversazioni telematiche private di nessuno a meno che non decida di renderle pubbliche lui stesso (col consenso della controparte, evidentemente). E non si sa neanche che cosa volesse dire con questo intervento: forse che la signora che si è rivolta a lui gli ha dato l’autorizzazione di parlare del suo problema di salute? E peché io dovrei avere la disponibilità di una eventuale informazione del genere?? Non si sa, né Puente, chiaramente, lo spiega.
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Anche David Puente ha deciso di filtrarmi su Twitter

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Io non faccio uso smisurato di Twitter. Più che altro lo leggo tanto, quello sì, perché ho una combinazione di contributi e notizie piuttosto interessante e spesso le breaking news sono prima su Twitter che sui giornali (provare per credere, l’ho sperimentato in almeno quattro o cinque occasioni).

Però scrivo poco, anzi, pochissimo, faccio qualche commento (quelli sì), e rilancio gli articoli del blog, perché magari qualcuno viene a leggere quello che scrivo.

Comunque devo dire che anche su Twitter mi sono dato da fare a restare antipatico a un bel po’ di personcine e personaggetti che, evidentemente, non avendo altre preoccupazioni per il capo, hanno pensato bene di bannarmi e/o censurarmi a vari livelli. Che, poi, voglio dire, la censura su Twitter è sempre piuttosto blanda. Generalmente non si riesce mai a “bannare” del tutto una persona, tutto quello che si può fare è impedirgli di “vedere” i contenuti del proprio miniblog e, eventualmente, di commentare. Il primo impedimento abbiamo già visto che è facilmente aggirabile, quindi è possibile continuare a leggere tranquillamente quello che uno scrive.

L’ultima persona in ordine di tempo che ha messo un filtro sul mio account è David Puente (debunker di stato), che, seguendo le orme passate del suo amico, collega e mentore Paolo Attivissimo (debunker di stato svizzero), ha deciso che con me non si può parlare e mi ha messo il filtrino. Posso commentare, ma a lui i miei commenti non arrivano, non li legge, li ignora, ha altro da fare e insomma, vedremo in un post separato com’è andata la vicenda.
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David Puente e il “caso” Bencivelli

Reading Time: 5 minutesQuesto articolo -un po’ lunghetto, per la verità- viene pubblicato volutamente SENZA materiale iconografico. Leggendolo con pazienza e un pochino di attenzione vi renderete conto del perché.

Ritengo che il caso del procedimento penale che ha portato alla vittoria della giornalista Silvia Bencivelli per episodi di diffamazione, dopo cinque anni di iter giudiziario, non sia stato doverosamente e compiutamente riportato e trattato come si dovrebbe (e come avrebbe meritato) dai cosiddetti “debunker di stato” (definizione felice proveniente, purtroppo, da ambienti poco altrettanto “felici” dal punto di vista delle verità scientifiche delle tesi che portano avanti).

E’ stato un procedimento importante, perché ha visto vincere una donna, una brava giornalista, una persona che non ha portato la causa alle vette delle più alte risonanze del web (come avrebbe potuto, se lo avesse voluto, e come sarebbe stato anche suo preciso diritto) ma lo ha mantenuto all’interno delle aule giudiziarie fino al pronunciamento favorevole in primo grado con la condanna a otto mesi di reclusione dell’imputato. Ha comportato molta sofferenza da parte della persona offesa e tutti questi elementi certamente meritavano di essere analizzati con maggiore dovizia di particolari.

Sui blog di Paolo Attivissimo e David Puente non è apparso assolutamente nulla. Nessuna analisi dei fatti, non uno scritto che riportasse solidarietà alla Bencivelli (eppure ce n’era tanto, ma tanto bisogno!), nessuna “cronaca” dell’andamento del processo, nessun cenno alla sentenza finale. Arringhe difensive e requisitorie dei PM, manco a parlarne. Eppure, per precedenti condanne allo stesso imputato, Paolo Attivissimo aveva trionfeggiato, mentre per David Puente, la lotta contro l’imputato è diventata ormai un vessillo da portare con onore, quasi una questione di tipo personale. Sul suo blog è apparso, questo sì, un articolo intitolato “XY accusa Silvia Bencivelli tagliando un video a piacere“. Ma della notizia non c’è traccia.
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Per David Puente Pietro Pacciani è il mostro di Firenze

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(screenshot da www.davidpuente.it/blog/)
(screenshot da www.davidpuente.it/blog/)

David Puente è un “blogger”, “laureato in Scienze e Tecnologie Multimediali presso l’Università degli Studi di Udine”, “esperto informatico” e “debunker”. Questo, almeno, quello che si ricava dalle prime sommarie informazioni che si ricevono quando si digita la stringa “David Puente” nel motore di ricerca di Google.

Fa parte del quadriumvirato di persone che facevano da consulenti a Laura Boldrini, quando era ancora Presidente della Camera, per lo smascheramento delle cosiddette “bufale”, o “fake news” che dir si voglia. Oggi, come gli altri tre suoi compagni di viaggio, vive una visibilità istituzionale decisamente più modesta ed isolata.

Quello del “debunker” è un mestiere che va molto di moda. Si tratta di ridare verità a quelle notizie che verità non hanno e ristabilire un principio di realtà dei fatti ch3e altrimenti sfuggirebbe al lettore più disattento, oppure più semplicemente più sprovveduto. Lodevole iniziativa. Per essere un debunker affidabile bisogna essere prima di tutto autorevoli. Non basta, cioè, che quello che si scrive a confutazione di una tesi o di una ipotesi sia vero in sé, bisogna anche essere delle persone credibili, perché se si prende il vizietto, come è già successo, di andare a fare le pulci ai giornali nazionali con maggiore e più ampia diffusione perfino sugli errori di ortografia, poi non ci si può permettere il lusso di sbagliare un verbo in francese dichiarando al contempo un titolo di studio come quello del “diploma in lingue”. E’ già successo e succederà di nuovo. Questo blog è qui anche per segnalarlo (ma non solo).
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