Un giorno da pecora elettrica

Quando si bruciano i libri è segnale di forte o di censura, come è tristemente accaduto nel secolo scorso, o di falsa e spocchiosa saggezza, come accadde per i volumi della biblioteca di Don Chisciotte, messi al rogo dopo un processo sommario per tentare di salvare la mente già malata del povero Chisciano.

Poi ci sono le librerie messe a fuoco. E quando si mette a fuoco una libreria indipendente non è più questione di censura, ma di criminalità organizzata. I libri e le librerie come punto di incontro, come agglomerato umano prima ancora che urbano, fanno paura a chi spaccia. Il sapere porta via clienti alla destrutturazione cerebrale programmata e allora le fiamme, che vengono da sempre viste come purificatrici di una infezione intellettuale che non c’è, fanno il loro dovere, mettendo a rischio la vita di persone innocenti (quelle che abitano nel condominio) e facendo piazza pulita di ogni idea o ideologia possibilmente messa a testo e stampata.

E lo stato? Eh, lo stato non c’era. La libreria “Pecora Elettrica” aveva subìto un precedente attentato, era perfettamente prevedibile che la malavita organizzata avrebbe di nuovo, prima o poi, bussato alla porta e richiesto il conto. Ma non si è fatto nulla per prevenire, anzi, a Centocelle gli sciagurati incendiari hanno avuto vita facile e via libera perché tanto dei libri non importa un fico secco a nessuno. Ma che si aspetta, che ci scappi il morto? Mentre ci facciamo queste domande scontate, dalla risposta che dovrebbe essere anch’essa scontata (ma che non arriva mai da chi dovrebbe arrivare), la cultura, la voglia di incontrarsi per prendere un caffè, dare un’occhiata all’ultima novità uscita, vanno a farsi benedire. Non sono solo carta, sono valori. E’ memoria, è tempo. E’ quello che possiamo trasmettere ai nostri figli. E’ quello che non passa mentre tutto va.

71 Views

Quella sua maglietta fina

Sulla maglietta blu venduta in un super o ipermercato Carrefour della Capitale si vedono un omino e una donnina che litigano. Lei alza la voce e lui, per reazione, la spinge fuori dalla vignetta facendola precipitare. La scritta reca la duplice didascalia “Problem/Solved”. Come a dire che il problema di una donna particolarmente petulante si risolve buttandola di sotto o escludendola comunque dal contento della interazione verbale (a voler essere proprio buoni e a voler leggere il messaggio nel modo più neutro e meno cattivo possibile). La maglietta, come era prevedibile, non è piaciuta agli ambienti della sinistra (qui un tweet di Monica Cirinnà)

e Carrefour è stata costretta, ammettendo che la messa in vendita dell’indumento è stata il frutto di un mero errore, a ritirare il prodotto dagli scaffali.

In breve, se ne è fatto un gran parlare. ma è solo la punta dell’iceberg, perché a inserire la chiave di ricerca “problem solved maglietta” su Google si vine rimandati a un maremagnum di soluzioni che riportano vignette anche peggiori di quella tolta dalla vendita da Carrefour. Su E-bay, a 16 euro e spiccoli è disponibile questa:

mentre su Amazon è possibile assicurarsi lo stesso modello per meno di 15 euro, spese di spedizione escluse (va detto che su Amazon è una ditta privata a vendere e che le magliette non vengono direttamente spedite dal colosso):

Tutte cose perfettamente raggiungibili ed acquistabili da chiunque con pochi clic e una carta di credito, anche prepagata. Ora io non credo che la gente che invitava a boicottare Carrefour e che si è (giustamente) indignata per il messaggio veicolato dalla t-shirt incriminata abbia fatto caso alla scritta “T-shirt divertente” con cui Amazon descrive l’indumento posto in vendita. Non c’è nulla di divertente, in realtà, ma chissà quanti di coloro che si sono lamentati di Carrefour si sono lasciati sfuggire E-bay e Amazon. Magari comprano regolarmente su questi due siti. Ha da farne di strada la cultura di ciascuno prima di potersi definire autenticamente “di protesta”. Ma intanto qualcuno si è vendicato, e sul web sono cominciate a circolare anche le versioni femministe:

215 Views

La morte di Laura Arconti

«Sono nata nel 1925, un anno speciale: l’anno in cui Gaetano Salvemini aveva abbandonato definitivamente l’Italia e la sua cattedra fiorentina, per riparare negli Stati Uniti; l’anno in cui cominciava l’odissea dei fratelli Rosselli, tra esilio, processi, prigionia, evasioni rocambolesche, e il loro “Non mollare” stampato alla macchia, e distribuito clandestinamente, e al quale collaborava anche Ernesto Rossi; una collaborazione che pagò cara, fu processato una prima volta, e costretto a rifugiarsi in Francia.

Per tutti questi motivi mi piace pensare che il Partito Radicale fosse scritto nel mio destino fin dalla mia nascita.

Alle elezioni politiche del 1958 votai radicale, segnando un simbolo che allora veniva scherzosamente chiamato “la bicicletta”, perché era costituito dai due del PRI e del Partito Radicale. Nessun radicale arrivò in Parlamento, furono eletti sei deputati repubblicani. Andavo ai convegni degli “Amici del Mondo” all’Eliseo; il mercoledì correvo all’edicola, a comprare “Il Mondo”. Non so come dire la gioia che era legata alla lettura di quel settimanale, quel caro “lenzuolo” del mercoledì: un’esperienza indimenticabile: la prosa stringata e limpida, la bella lingua italiana, i titoli che sintetizzavano nitidamente i contenuti, le splendide fotografie… Si diceva che Mario Pannunzio scegliesse personalmente titoli e fotografie, ed era vero probabilmente, perché si sentiva la mano di un Maestro. Nel 1966, quando Pannunzio chiuse “Il Mondo”, per me fu un lutto; rinnovato l’anno dopo, quando morì Ernesto Rossi, alla vigilia della prima grande manifestazione della “religiosità anticlericale” dei radicali, che egli doveva presiedere al Teatro Adriano a Roma.

Io lavoravo da vent’anni, stavo preparando una svolta della mia attività, destinata a cambiare totalmente la mia vita, e questo mi impegnava a fondo. Ora mi vergogno di ammetterlo, ma non pensavo minimamente di militare nel Partito, tantomeno ad iscrivermi. Poi arrivò il referendum sul divorzio, il lunghissimo digiuno di Marco Pannella che chiedeva l’accesso all’informazione televisiva per la LID e gli altri soggetti non presenti in Parlamento. Marco viveva questo digiuno all’hotel Minerva; spinta dall’ammirazione per lui, e dall’ansia per la sua salute, decisi di telefonare al Minerva, chiedendo di parlare con “qualcuno dell’entourage di Marco Pannella”. Mi rispose lui stesso, gli chiesi che cosa potessi fare per dare una mano. “Vai al partito”, mi disse, “porta un po’ di soldi, lavora con i compagni”.

Gli lasciai all’albergo una rosa rossa e una lettera, contenente il più importante contributo finanziario che riuscii a mettere insieme; il giorno dopo ero al Partito in via di Torre Argentina 18, a smanettare sul ciclostile. Due giorni dopo ero in giro per la città, con una scatola da scarpe sigillata ed aperta da una fessura come un salvadanaio, a chieder soldi alla gente per il Partito Radicale.

Così è cominciata la mia lunga militanza radicale, e i digiuni di dialogo, le manifestazioni, le marce ed i sit-in, le nottate di “filo diretto” anticoncordatario a “Radio Radicale”, la raccolta delle firme referendarie, l’Associazione “Vita e Disarmo”, la posta di Marco, il lavoro di segreteria della Presidenza nei Congressi; e la fedeltà della puntuale iscrizione, anno dopo anno, a tutte le organizzazioni radicali.

Mi è stato chiesto di raccontare come e perché mi sono iscritta al Partito Radicale. Ebbene, io sto ancora chiedendomi perché non mi sono iscritta assai prima, fin dal 1955, come avrei dovuto: poiché le ragioni della libertà, che ho nel cuore, le ho ritrovate soltanto in casa radicale.»*

*Il testo è tratto da “Il radicale ignoto” a cura di Valter Vecellio, edito nel 2010, pp. 24,25,26

350 Views

Montante & Contante

Io sono profondamente contrario all’uso generalizzato dei pagamenti elettronici (mediante bancomat o carta di credito) a discapito del contante. Almeno per importi molto piccoli e quotidiani. Come il caffè al bar, il giornale in edicola, il pranzo al fast food, la ricarica telefonica, la spesa al supermercato, la prestazione del barbiere, le sigarette dal tabaccaio, l’ordinazione su Amazon.
Al commerciante la transazione elettronica COSTA (la banca che gli concede il POS si trattiene una percentuale sul prezzo finale del prodotto) e potrebbe “caricare” questo costo sull’utente finale con conseguente aumento dei prezzi.
Ma, soprattutto, il contante è sinonimo di anonimato, e l’anonimato è un valore. Perché dovrei lasciare una traccia elettronica solo perché scelgo di bere un caffè nel bar Tale piuttosto che nel bar Talaltro? Per non parlare della spesa al supermercato, in cui il pagamento elettronico è relazionato all’emissione di uno scontrino numerato in cui viene dettagliato tutto ciò che compro, nei minimi particolari (perfino l’etto di prosciutto del banco della salumeria riporta l’origine: San Daniele, Parma, toscano, nostrano etc…). Si avrebbe così un ulteriore mezzo per profilare i gusti e le abitudini dell’utente, le banche avrebbero una base di dati formidabile, compresi i dati sensibili (il sistema del pagamento elettronico incrociato con lo scontrino funziona anche per le farmacie, per cui sarebbe relativamente semplice verificare se quel giorno, con quel pagamento, ho comprato una scatola di profilattici, piuttosto che un antipressivo triciclico, piuttosto che un’Aspirina, anzi, per le farmacie il database si amplia ulteriormente perché lo scontrino è deducibile dalla dichiarazione dei redditi, e il cerchio della tracciabilità si allarga).
Perché non posso acquistare un’automobile in contanti? Cos’hanno i miei soldi, puzzano? Si presume forse che provengano da attività illecite? Se è così bisogna dimostrarlo. Se non lo si dimostra non vedo perché negarmi il diritto di pagare cash.
Dice: ma c’è da combattere l’evasione fiscale. Senz’altro. Ma perché i cittadini dovrebbero essere obbligati a pagare anche cifre ridicole con un dispositivo elettronico SOLO perché lo stato non riesce a mettere una pezza alla piaga dilagante dell’evasione, magari con leggi estremamente più severe (rendiamoci conto che per un reato ridicolo come la diffamazione sono ancora previsti tre anni di carcere, mentre per le piccole evasioni fiscali non è prevista nessuna sanzione detentiva e se diffami una persona crei un danno SOLO a quella persona, mentre se evadi il fisco crei un danno a tutta la comunità) e controlli incrociati più capillari. Gli strumenti, ancorché a volte inadeguati, ci sono. Si tratta di usarli. Il mio bancomat non fermerà di certo le mafie, il flusso immenso di soldi neri della criminalità organizzata, ma neanche il malcostume spicciolo del dentista che ti dice che ti fa il lavoro a 300 euro senza fattura e a 400 con la fattura (e beati voi se spendete solo 400 euro dal dentista!). Ma, soprattutto, davanti al pericolo dell’eccessiva profilazione dell’utente finale, rivendico il mio diritto a pagare in contanti e a sparire, anziché far parte di un numero indefinito di dati a disposizione dei poteri forti.

248 Views

Polli & rampolli (pochissimi i rampolli)

Uno degli argomenti più pregnanti e cogenti di queste ultime ore, uno di quelli che tocca la sensibilità umana con la purezza filosofica in cui si estrinseca è se i tortellini ripieni di pollo, nati per chi professa una religione che non permette di cibarsi di carne di maiale, siano in qualche modo “legittimi” o meno. Spaventato dalla portata etica e morale di questo argomento ho deciso di offrirvi queste inadeguate ma purtuttavia sussiegose riflessioni. I tortellini si fanno con il prosciutto crudo, cioè con la carne di maiale, su questo non ci piove. Può darsi che qualcuno abbia inteso questo obbrobrio dei tortellini ripieni di carne di pollo come un gesto di rispetto nei confronti di chi professa una religione diversa ed è ospite al proprio desco. In breve, se io ho degli ospiti musulmani, come posso farli sentire accolti a casa mia senza intaccare i loro principii? Ma semplice, coi tortellini di pollo. Cioè facendo a pezzi una ricetta tradizionale italiana che ha trovato terreno granitico nel lavoro domestico e manuale di centinaia e centinaia di massaie che confezionano la perfezione del tortellino tramandandone l’autenticità. Voglio dire, se ho un ospite vegetariano, non gli faccio i tortellini ripieni di verdurine sautées perché farei un obbrobrio. Gli farò, piuttosto, che so, del tofu con i funghi (che schifo il tofu!), una omelette alle erbe (in onore del personaggio di Pereira), un formaggio fritto o il cavolo che gli si frega, ma non vado a bestemmiare i tortellini. Il tortellino, che si dice abbia la forma dell’ombelico di Venere, è sacro e intoccabile. Non si rinuncia all’autenticità del nostro essere per andare incontro all’Altro. L’Altro, se proprio non può, i tortellini non li mangerà, mangerà qualcos’altro. Ma perché, dei ravioli al brasato di manzo li vogliamo buttare? Eppure non sono tanto dissimili né difficili da fare. I tortellini di pollo sono l’espressione di chi non ha fantasia, cultura, voglia di fare, gusto per le cose buone. Sono solo delle novità che possono trovare, tutt’al più, spazio in una vaschetta di plastica al reparto frigorifero del supermercato dove mi auguro che abbiano vita breve. Il rispetto non è “ti faccio qualcosa di diverso perché l’originale non lo puoi mangiare”, ma, “visto che tu non puoi mangiare il maiale non lo mangio nemmeno io”. E’ estremamente semplice. E costa poco dal punto di vista dell’economia domestica. Ma costa molto da quello dell’accoglienza.

231 Views

Fenomenologia dei fan di Giulia De Lellis

Io non so chi sia, o, meglio, non sapevo chi fosse Giulia De lellis prima di qualche giorno fa. Avevo visto che ha scritto (ma a quattro mani con tale Stella Pulpo) un libro dal titolo chilometrico sulle corna (“Le corna stanno bene su tutto ma io stavo meglio senza”), ma ignoravo che facesse l’influencer, mestiere che, oltre alla notorietà dei follower sui social network, deve anche dare l’occasione per guadagnare un bel po’ di soldini che, voglio dire, mica uno ci sputa sopra, non c’è niente di male ad essere famosina (la stessa De Lellis ha dichiarato, in un virgolettato riportato da “Il Messaggero” di avere 4 milioni e 200000 follower su Instagram), belloccia e ricchetta, vendere tante copie in libreria e balzare subito nella top ten delle vendite di quelle cose che i giovani di oggi rifuggono come la peste e che noi matusa ci ostiniamo a chiamare “libri”. Eppure di fan ne ha tanti, anzi, tantissimi. Le 13-14 che la seguono parlano un linguaggio che non ammette repliche. Giulia è “bellissima” (e va beh…), il suo libro è “stupendo” e chi non la pensa in questo modo vuol dire che “non ha capito niente”. Cinquecento persone assiepate davanti alla libreria Mondadori di via Tuscolana a Roma per attenderla. Bello, voglio dire, una imperativa e categorica dimostrazione di affetto. Però ripenso a cosa leggevo io quando avevo 13-14 anni. Italo Calvino, con la famosa trilogia di romanzi, Leonardo Sciascia (“il giorno della civetta” era obbligatorio se andavi al Liceo che frequentavo), la Fenomenologia di Mike Bongiorno di Umberto Eco che mi ha fatto ridere e sorridere per averla letta più e più volte. Ecco, magari io avrei fatto una fila chilometrica per uno di loro tre. O per comprare un biglietto dei miei idoli di allora: Lou Reed, Neil Young, e poi Joni Mitchell, gli Who e via discorrendo. E certo che anch’io pensavo che chi non leggeva quello che leggevo io e non ascoltava quello che io ascoltavo non aveva capito niente della vita, della letteratura e della musica. Ma sono cose che a 14 anni si dicono. E, in più (che poi è in meno), non avevo Instagram né un altro straccio di social network a disposizione. Voglio dire, altri modelli, altri miti, altri punti di riferimento, rispetto al pur rispettabile romanzo commercialotto della De Lellis. Cosa càspita è successo nel frattempo? Si è perso il valore di ciò che è arte, musica, letteratura. Non voglio dire che il libro sulle corna della Giulia nazionale (tanto nazionale che io non la conoscevo) non si possa o non si debba leggere, tutt’altro. Si può e si deve leggere con gli adeguati filtri che un approccio corretto alla lettura può e deve fornire. Cioè sapendo che si tratta di semplice evasione, di un tipo di lettura di pura fruizione e che la letteratura “elevata” è altro. Invece questi quattordicenni prendono tutto come una verità assoluta, come miele che scende dalla barba di Aronne, per citare l’Antico, brandiscono la loro copia del libro (delle oltre 53000 vendute da Mondadori in appena 10 giorni) e la mostrano all’obiettivo dei fotografi e si mostrano essi stessi all’obiettivo dei fotografi per finire poi a far circolare di nuovo le foto scattate con la loro eroina sui social network e viandare in un vortice di eterni ritorni di immagine, clic, like, cuoricini, emoji, faccine e compagnia cantante. Tutto questo a 14 anni. Se poi si calcola che qualcuno ha proposto l’acquisizione del diritto di voto al compimento dei 16 anni, cioè appena due anni dopo, si capisce perfettamente dove si andrà a parare.

302 Views

Non toccate le merendine!

Tassare le merendine e le bevande gassate zuccherate è l’ultima spiaggia di un governo che non sa più come raggranellare il gruzzolo per (ufficialmente) pagare gli aumenti di stipendio agli insegnanti. Le merendine sono quelle cose dall’aria apparentemente innocente e suadente che piacciono tanto ai bambini. Io a mia figlia a volte do il plum-cake confezionato, mangia la cioccolata confezionata, insomma, non sono quello che si dice un padre esattamente “modello” nell’educazione alimentare della mia bambina. Ma le merendine ricordano un mondo infantile che forse i nostri governanti, armati di bramosia di denaro, hanno completamente rimosso. Ora, voglio dire, non dico di no, le merendine faranno anche male, ma alzi la mano chi non ha provato, almeno una volta, bombette innocue come il Buondì Motta o la Girella (la morale è ancora quella) fino ad arrivare alle deliziose e ormai introvabili Camille alla mandorla e alla carota del Mulino Bianco. E perché tassare la Coca-Cola? E la Lemonsoda, e l’Oransoda, e il Chinotto (cazzo, se mi toccano il chinotto divento una belva!), e la Cedrata Tassoni. E il the al limone e alla pesca verranno tassati?? Sono bibite zuccherine, sia pure non gassate e si vendono anche in lattina-barattolo. Tasseranno l’Esta-Thè?? CHe mette in commercio quelle cose buonissime che sono i grissini da pucciare nella Nutella con il the da bere accanto. Non sarà il massimo della salute, ma ci sono un sacco di cose che fanno male, vogliono davvero che i nostri ragazzi vadano a scuola con pane e olio, pane e pomodoro, pane e salame (ecco, magari questo…), un frutto (Gesù, mi vengono i brividi ogni volta che sento dire “un frutto”, perché mi ricorda il menu triste dell’ospedale in cui ti davano sempre la solita mela rachitica, così lo zainetto profuma di merenda), uno jogurt (come cazzo si scrive “jogurt”? “Yoghurt”, “Yogurth”…), chje per carità, milioni di fermenti lattici vivi, ma lo jogurt è una delle cose più tristi da dare a un bambino per merenda, fa benissimo ma lo digerisci dopo tre ore, mentre una merendina, gonfiata di idrogeni e di grassi, chissà perché la digerisci come una schioppettata. Ma non ci sono cose che fanno peggio delle merendine e delle bevande gassate? Che so, il fumo, il gioco d’azzardo, l’alcol e tutte queste belle robe qui? Allora i nostri governanti tassino (o “tassassero”, come si direbbe in slang) quelle. Oppure facciano il sacrosanto favore di mettersi a dieta. Ma lascino stare i sogni dei bambini!

273 Views

Gli equivoci sul Buscopan

C’è un po’ di confusione sui farmaci in queste ore.

Sono state ritirate centinaia di lotti di specialità medicinali a base/con ranitidina, tra cui Raniben compresse, Ulcex compresse, Ranibloc, Ranitidina EG da 300 mg., Zentiva, Zantac, Hexal iniettabile e, dulcis in fundo, il Buscopan antiacido. Attenzione, non tutte le confezioni di questi farmaci sono state oggetto di precauzione, ma solo quelle provenienti da determinati lotti.

L’AIFA ha ratificato il divieto di utilizzo di Buscopan Antiacido, farmaco da banco, che nulla ha a che vedere con il Buscopan tradizionale, che può continuare ad essere assunto senza alcun problema.

La sostanza sotto i riflettori, presente in alcuni lotti di farmaci a base di ranitidina è la “N-nitrosodimetilammina (Ndma) (…) classificata come sostanza probabilmente cancerogena per l’uomo dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)” (virgolettato da corriere.it).

Comunque sia, prima di iniziare ad assumere qualsiasi farmaco, consultatevi almeno con il vostro medico di base (e non ci sarebbe neanche bisogno che ve lo dica io).

991 Views

Greta: tutta la verità in un tweet

Ah, beh, allora…

Io non so se la bambina che Salvini ha preso in braccio e portato sul palco della Lega riunita a Pontida sia o meno una di quelle elencate nel caso Bibbiano. Non so nemmeno se “Greta” sia il vero nome della bambina e se Salvini, còlto probabilmente da un momento di rispetto delle forme e delle apparenze, abbia voluto usare questo nome per preservare la minore dall’identificazione (fatto sta che l’ha mostrata pubblicamente). Non so che senso abbia il tweet di Selvaggia Lucarelli e che cosa voglia dimostrare (i soliti debunker di Stato sono all’opera per spulciare i documenti del caso Bibbiano e per vedere quante volte vi compaia il nome “Greta”) né che tipo di informazione voglia dare. So solo che mi disgusta l’uso dei bambini, soprattutto se portatori inconsapevoli e certamente innocenti di una situazione sociale delicata, a fini di propaganda politica. “Greta” avrebbe potuto essere tranquillamente Matilde, Alessandra, Roberta, Marisa, Clotilde o chissà che cos’altro. Potrebbe essere stata strappata dall’affetto dei suoi genitori o avere una famiglia felicissima che vota Lega, è felicemente razzista e salviniana, ed è orgogliosa di avere affidato la figlia alle braccia forti e rassicuranti del Capitano. Mi diede da pensare, tempo fa, anche la foto di Bersani con in braccio una bambina di colore. A che serve?? Cosa ne sanno i bambini delle logiche politiche di intenerimento dei cuori del proprio bacino di votanti che sottendono a queste operazioni bieche e deprecabili? Nulla. Sono lì, inermi, impossibilitati a reagire e a dire la loro, mentre il solito giornalismo di maniera tipico di una rete ormai marcita fino al midollo nella propria sete di trovare la notizia che corregge la non notizia a tutti i costi, e che vede bufale per ogni dove, fa suoi stilemi e uscite sensazionalistiche grondanti di retorica e di inutilità fattuale. Facciano pure, Lorsignori, ci abitueremo anche alla nausea persistente che ci causa questo modo di fare informazione. Ma nella politica i bambini non devono entrare.

323 Views

Brasil, meu Brasil Brasileiro

La lettrice Bucalossi Armida mi scrive e mi chiede perché non mi sono occupato del tema degli incendi in Amazzonia.

Perché mi è sempre stato difficile parlare di temi di attualità internazionale, ecco perché. Eppure la rivista “Internazionale” è una delle migliori pubblicazioni che siano a disposizione del lettore italiano. E poi mi chiedo che cosa si possa dire o fare di più sulla tragedia che ha colpito il Brasile e la Bolivia.

E’ colpa nostra, c’è poco da fare. Delle grandi imprese zootecniche e agro-industriali che disboscano grandi aree della foresta pluviale. Alberi tagliati nel periodo di luglio e agosto, che vengono lasciati ad asciugare e seccare per poi essere bruciati. così, quando la stagione delle piogge ricomincia, il terreno, ormai privo di vegetazione, favorisce la crescita di nuove piante che servono per l’allevamento del bestiame, responsabile di una percentuale molto elevata di deforestazione. La foresta pluviale produce quantitativi notevolissimi di ossigeno che se diminuti fino al 25% potrebbero far verificare danni notevolissimi al riscaldamento globale e alla salvaguardia delle biodiversità, nonché alla meravigliosa varietà di oltre 400 tribù che vivono nella foresta.

Non lo dico io, lo dice l’ADN Kronos.

E allora che cosa possiamo fare noi, a parte augurarci che il popolo brasiliano riesca a trovare un presidente più affidabile di Jair Bolsonaro, che ha subito minimizzato la gravità della situazione dando la colpa alle fake news, parlado addirittura di “bufala antosovranista”?

Possiamo mangiare meno carne, stare attenti a non consumare troppa acqua, usare la bicletta o andare a piedi più spesso, ma sono gocce nell’oceano.

Oppure possiamo non lasciarci abbindolare dagli hashtag da milioni di clic e dalle immagini del web e delle campagne ufficiali di sensibilizzazione. Come la foto ufficiale della mobilitazione internazionale che è, questo sì, una foto dell’Amazzonia che brucia, ma è el 2013. Come la foto che Cristiano Ronaldo ha pubblicato su Instagram e che ha ricevuto più di otto milioni di like che è un incendio del Rio Grande do Sul. O il coniglietto semicarbonizzato fotografato a Malibu nel 2018 e diventato virale, così come l’immagine di una scimmietta martoriata dalle bruciature scattata nel 2016 in India (e non in Brasile). #prayforAmazonia un paio di balle. Ci vogliono comportamenti virtuosi e sensibilizzazioni individuali e collettive ai temi ambientali. Se perfino il G7 ci dice che non ci sono fondi sufficienti per affrontare il problema e aiutare il Brasile abbiamo sbagliato completamente rotta. Siamo tutti responsabili, nessuno si senta escluso.

108 Views

Ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame

Una signora 80enne di Genova ha rubato per fame. Pane, carne e una bottiglia di limoncello. Valore totale della merce 20 euro. Al processo il suo legale ha invocato la scriminante dello stato di necessità. Il giudice non ha sposato la tesi della difesa e ha condannato la signora alla pena di due mesi e venti giorni di reclusione. Per 20 euro. Per la fame. Per pochi beni di prima necessità (perché a volte è necessario anche l’alcol, ci sono da affogarci dentro la povertà, l’emarginazione e la depressione di una condizione di indigenza). Sono i casi in cui dura lex sed lex, questo sì, ma la giustizia svirgola clamorosamente il tiro nella porta della valutazione della effettiva gravità dei fatti e della proporzionalità tra quest’ultima e la pena comminata.

“Così lo impiccheranno con una corda d’oro/è un privilegio raro/rubò sei cervi nel parco del re/vendendoli per denaro”.

118 Views