L’hackeraggio di “Spaghetti Politics”: un breve aggiornamento

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Alcune settimane fa ho pubblicato un post sull’hackeraggio dell’account Instagram “Spaghetti Politics”. Lo ritrovate qui:

L’account Instagram della ragazza di fronte: sparito, con 70000 follower, “SpaghettiPolitics”

Oggi su Facebook mi ha scritto la titolare dell’account, Michela Grasso, per comunicarmi che il mio articolo conterrebbe, a suo dire, delle “inesattezze”. L’ho invitata a segnalarmele. Se me le fornirà sarò lieto di pubblicare la sua versione dei fatti, prendendomi, tutt’al più, il diritto di controreplicare a mia volta.

Il tono della comunicazione della Grasso è stato franco e cordiale, quasi intimidito (“scusa il disturbo”, mi scrive alla fine. Ma quale disturbo? Io sono sempre felice quando qualcuno mi fa notare qualcosa di quello che scrivo!). Mi auguro di poter pubblicare al più presto le sue considerazioni, se e quando verranno.

Ma quello che mi lascia un pochino (ma solo un pochino) perplesso è il come mai, con tutti i giornali che si sono occupati del suo caso (Huffington Post, il Messaggero, Repubblica) con tanto di interviste personali, Michela Grasso si sia rivolta proprio a me, che sono solo un blogger di periferia. Che il blog abbia una portata immensamente superiore a quello che io avevo preventivato? A giudicare da chi mi querela pare proprio di sì.

 

PS: Ho cercato “Spaghetti Politics” su Instagram. Risulta essere un account attivo con oltre 98.000 followers (alla faccia del bicarbonato di sodio!). L’utente omonimo (che si firma con la foto di Berlusconi che porta la bandana) scrive regolarmente e risponde agli interventi degli altri iscritti. Sembrerebbe, quindi, tutto in regola. Michela Grasso ha riavuto indietro il suo account grazie all’intervento di Chiara Ferragni? Forse la stessa Michela potrà toglierci questo dubbio, se vorrà:

 

Addio Quino!

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Quino ci ha lasciato.

E con lui Mafalda, la creatura più intelligente, introspettiva, filosofica, rivoluzionaria e determinata che abbia potuto creare.

A dirla tutta, Quino smise di disegnare Mafalda già fin dal 1973, sostenendo di non avere più idee per il personaggio, e di non poter sostenere, e far sostenere a una bambina con i capelli a caschetto, tutto il peso del mondo.

Mafalda, che diceva che le faceva male il Vietnam, come Unamuno diceva che gli faceva male la Spagna (esattamente come a un essere umano può far male il cuore), è stata sfruttata da certi movimenti pseudofemministi del cavolo, come icona (o iconcina) di una lotta sgangherata e priva di interpreti carismatici, al punto da fare affidamento di un personaggio fumettistico, complesso, profondo, variegato, che lotta, anziché con striscioni e cartelli, con i simboli della sua intransigente presa di posizione: la radio, il mappamondo, e la protesta quotidiano contro la zuppa ammannita dalla madre, simbolo di una realtà borghese incancrenita nei suoi riti quotidiani che impedisce alla bambina di accedere ai suoi piaceri (il dolce).

Mafalda, dunque, o almeno la produzione di Quino che la riguarda, è un’opera di oltre 2500 “tiras” (strisce). Ma è un liber unicum, come “I fiori del male” di Baudelaire, un lavoro perfettamente compiuto, che ha un principio e una fine, come tutto quello che ha un senso nel mondo (e il mio maestro mi insegnò che “para que tenga sentido todo tiene que acabar”).

Oggi Mafalda viene ulteriormente strumentalizzata da chi ne riprende vignette e immagini, cancella con un colpo di Photoshop le battute originali, e le fa dire quello che gli pare, lo diffonde su Facebook come se si trattasse di un’opera originale, con aggiunta di cuoricini e gattini assortiti, e la svilisce, ignorandone completamente l’essenza.

Mi fa piacere pensare che Quino avrebbe completamente stigmatizzato tutto questo, ma ormai che importanza ha?

L’Enciclopedia Britannica è qui

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Da due giorni sono il fortunato possessore di un’edizione del 1969 dell’Enciclopedia Britannica.

Devo ringraziare l’oratorio della Parrocchia del Sacro Cuore, l’amico Domenico Spina e i volontari del centro, per avermi messo a disposizione gratuitamente (bastava che io me la andassi a prendere, naturalmente) un’opera gigantesca (21 volumi, compresi indici e appendici) e restata lì per anni a prendere polvere, muffa, e quel caratteristico odore di parrocchia.

Ma non importa, ne sono felice. La Britannica è sempre un bel colpo. Tolti ragnetti e ragnatele, adesso se ne sta a cuocere al sole aspettando che venga attenuato il suo odor d’incenso e quello di tutto il tempo che è passato. In attesa di una degna sistemazione nella mia piccola ma accogliente casuzza.

Ringrazio anche l’amico Roberto Di Giovannantonio per avermi segnalato la poesia “Frank Drummer” dallo Spoon River di Edgar Lee Masters (“è in gamba, sai…”, direbbe il Poeta) che termina con un laconico “Yet at the start there was a clear vision, / A high and urgent purpose in my soul / Which drove me on trying to memorize / The Encyclopedia Britannica!” che De André ha rielaborato in “io cercai di imparare la Treccani a memoria“. Solo che la Britannica è molto più della Treccani. Molto, ma molto di più.

Insomma, via, son felicetto.

I 70 anni dalla morte di Cesare Pavese

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” (…) questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo.”

In questi giorni ricorrono i 70 anni dalla morte di Cesare Pavese, lo stesso Cesare che, secondo il Poeta, perduto nella pioggia, aspettava da sei ore il suo amore ballerina.

Se ne andò congedandosi dal mondo, pregando tutti di non fare rumore, dichiarando di perdonare tutti e a tutti chiedere perdono. Uomo di cultura amplissima, non fu solo scrittore, ma anche lettore, scopritore di talenti, eccellentissimo traduttore (se leggete la sua traduzione di Moby Dick di Melville, non leggete solo un romanzo, ma un romanzo nel romanzo).

Da 1 gennaio 2021, i diritti d’autore delle opere di Cesare Pavese scadranno. Chiunque potrà ripubblicarle, gratuitamente o a pagamento, e sarà l’occasione per diffonderle e far conoscere uno degli scrittori più rappresentativi del nostro Novecento.

La Cassazione e la chiusura delle discoteche

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Che poi uno dice le discoteche, le discoteche, hanno chiuso le discoteche, non si può più ballare, non ci si può più assembrare, non si può più nemmeno restare tutti pigiati come le sardine a fare gli scemi, ad ascoltare la tecno, non ci si può più nemmeno sballare, alcol, spini e figa, niente più di tutto questo, tutto chiuso, closed, geschlossen, fermé, cerrado. Mio Dio, e ora come si fa? Ma è una disgrazia enorme, una catastrofe che si è abbattuta sui nostri giovani che non hanno più neanche il diritto di divertirsi e di evadere un po’ il sabato sera, di rientrare a casa a ore impossibili, che i genitori li aspettano con gli occhi a palla fino alla mattina alle cinque, preoccupati, mentre loro muovevano il culo al ritmo del DJ di turno. Che poi io mi sono sempre chiesto a che cazzo servono le discoteche, e me lo chiedo tutt’oggi, così come mi domando perché cazzo mai le hanno lasciate aperte fino ad oggi. Gente che se ne frega del contagio, che si stipa in locali chiassosi dove non è possibile scambiare una parola, povera gioventù, che si vede privata del diritto sacrosanto di bersi un mojito, un gin tonic, un Cuba libre (ma chi lo beve più il Cuba libre??), e poi un whisky, un Bayley’s, una tequila col sale, un amaro del Capo, o qualsivoglia altra bevanda che aumenti il tasso alcolemico e diminuisca la capacità di intendere e di volere. E dopo la discoteca, neanche una violenzina carnale piccola piccola, neanche uno stuprino di massa (sa com’è, signora, son ragazzi, dovranno pur sfogarsi in qualche modo), tanto si sa da sempre, il mascho è cacciatore e la femmina com’è? Puttana, ecco com’è! Vogliono negare a questi ragazzi la libertà di non portare la mascherina e di tornare a casa mezzi fatti, col sacrosanto diritto di andarsi a sfracellare da qualche parte, di ammazzarsi come vogliono loro, o di ammazzare qualcuno, se gli gira. Ha proprio ragione la Santanché, sa, signora? Fa bene a ballare “Paradise” a Forte dei Marmi e a criticare il governo che censura il divertimento solo perché c’è in giro questo Cowadsss, Cowud… sì, insomma, questo virus, che non voglio dire nulla, ma stanno ora stanno proprio esagerando.

E poi, non le dico, signora mia, ci si è messa di mezzo anche la Cassazione. Pensi che hanno detto che una volta che hanno finito il ciclo di studi, i genitori non sono più tenuti a mantenerli, che devono cercarsi un lavoro, anche se non è adatto a quello che hanno studiato, ma che pensino a condannare i delinquenti quelli veri, altro che i nostri figli, che hanno solo 35 anni e hanno tutto il diritto a una vita allegra e senza pensieri, che dove stanno meglio che in casa con i loro genitori? Bamboccioni, li chiamavano, pensi un po’ Lei, ma lo so io quanto sacrificio ci è voluto per comprare uno straccio di diploma a mio figlio. Prima la scuola privata, quattro anni in uno, e lui studiava, studiava, uh, se studiava, ché alle scuole private son seri, sa, mica come alla scuola pubblica, che gli insegnanti si sono fatti due mesi in più di vacanza, senza far nulla, pagati con le tasche di noi contribuenti, e con la scusa delle lezioni a distanza si sono rintanati in casa e mentre dicevano di fare lezione chi cucinava, chi si distraeva, chi faceva altre cose. E tutto questo a chi giova? A quei disgraziati dei padri separati, che sono dei veri e propri senzadìo, che non vogliono cacciare una lira dai propri portamonete, che quando i figli avranno terminato le superiori o l’università diranno: “Ecco, ora non sono più tenuto a mantenerti, vai e trovati un lavoro” e se ne laveranno le mani. E l’onere su chi ricade, signora mia? Ma su noi mamme, che mio figlio mi ha già detto che vuole andare un mese a Ibiza per imparare bene lo spagnolo (lui è tanto portato per le lingue estere, sa??) e per fare nuove esperienze, e io, da mamma, che faccio, glielo nego? Mi sentirei una maledetta, non posso nemmeno pensarci. Ah, che mondo, signora mia, che mondo! Via, ora la devo lasciare, devo andare al supermercato a fare la spesa, perché mio figlio ha detto che, poverino, vuole il vitel tonné, che è una delle pochissime cose che riesce a digerire. Uh, è tanto delicato, sa? Ma anche nei supermercati pensi che prima di toccare la frutta vogliono che ci si disinfetti le mani e che si indossino i guanti! Si vede proprio che questo governo non li capisce questi giovani.

Il ritorno di fiammella della notizia delle dimissioni di Samantha Cristoforetti dall’Aeronautica Militare

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Samantha Cristoforetti si dimise dall’Aeronautica Militare il 31/12/2019.

Lo annunciò, fornendone alcune motivazioni e spiegazioni in un suo post sul suo account Twitter ufficiale, il 2/1 scorso:

Alla notizia non diedi peso, pensando che non valesse la pena parlarne, visto che si trattava di questioni personali, che nulla avevano a che vedere con la pubblicità di “AstroSamantha” (anche questa noda degli astronauti di chiamarsi “Astro-qualcosa” finirà un giorno!). E per “pubblicità” non intendo certo la réclame, ma il suo essere un personaggio pubblico.

In questi giorni, però, la notizia delle sue dimissioni sta rimbalzando di nuovo sui social. A puro titolo di esempio, ecco uno dei (tanti) post che ho trovato:

Vi si legge, tra l’altro, che:

“per ragioni politiche in Italia le preferiscano un altro astronauta, che pur essendo costato al contribuente una dozzina di milioni in preparazione non ha passato gli esami ed i test, venendo comunque promosso ad un grado militare superiore alla Nostra”

Non faccio il nome dell’astronauta che sarebbe stato preferito alla Cristoforetti (del resto non lo fa neanche il post), perché ha la rettifica facile e io non sono in grado di pagarmi gli avvocati per difendermi da eventuali repliche e precisazioni (per quelle ci sono i commenti, che sono sempre aperti a tutti).

Riporto però per intero le precisazioni (un po’ lunghine, ma non importa, abbiamo spazio) della Cristoforetti, così come riportate da bufale.net:

“Tornata da una breve vacanza con la famiglia, vorrei fare alcune brevi precisazioni a proposito delle notizie che mi riguardano riportate nei giorni scorsi dalla stampa.

È vero che mi sono congedata dall’Aeronautica Militare il giorno 31.12.2019 transitando nel complemento. Era mia facoltà chiedere la cessazione del servizio da quando, nel settembre 2019, ho concluso i miei obblighi di ferma.
In previsione di questa “scadenza” avevo informato i vertici dell’Aeronautica Militare già all’inizio del 2019 sul fatto che avrei riflettuto, nel corso dell’anno, sull’opportunità o meno di continuare la doppia dipendenza da ESA e dalla Forza Armata, resa possibile dalla legge 1114/62.

Dal 2009 sono infatti impegnata in ESA in qualità di astronauta. Da ESA dipendo per l’impiego quotidiano e da ESA percepisco lo stipendio. L’appartenenza alla Forza Armata ha avuto negli ultimi 10 anni un valore simbolico e affettivo.

Le Superiori Autorità hanno inoltre sempre saputo, perché l’ho sempre detto chiaramente, che non avevo anche per il futuro intenzione di lasciare il mio incarico in ESA. Per questo ho ritenuto poco utile interrompere le mie attività per svariati mesi per svolgere i corsi necessari all’avanzamento a Ufficiale Superiore, e vi ho quindi rinunciato, rinunciando contestualmente di mia volontà all’avanzamento nel grado.

Riguardo ai motivi per i quali mi sono congedata e alle varie ipotesi che ho letto:

1) non sto cambiando mestiere o assumendo un nuovo incarico: continuo ad essere un’astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea e conto di tornare presto nello spazio;

2) non mi sento oggetto di discriminazione di genere: non posso entrare nella testa delle persone, ed è vero che siamo tutti, ma proprio tutti, pieni di bias di ogni tipo, ma io non ho motivo concreto di lamentare alcuna discriminazione di questo tipo;

3) ho avuto il massimo supporto da parte della delegazione italiana alla Ministeriale ESA dello scorso novembre, tanto che l’Italia ha ottenuto l’impegno per un secondo volo per me entro qualche anno; ho già allora manifestato pubblicamente la mia gratitudine al capo delegazione, Sottosegretario Fraccaro, e a tutto il team della Presidenza del Consiglio e di ASI, quest’ultimo guidato dal Presidente Saccoccia;

4) semplicemente, ho avuto occasione di esprimere alla Forza Armata, nelle sedi appropriate, il mio disaccordo riguardo ad alcune situazioni e, contestualmente, ho ritenuto per coerenza e per mia serenità congedarmi. In schiettezza e reciproca cordialità, senza alcuna polemica. Speravo anche con discrezione, ma su questo nulla ho potuto.

La formazione di pilota militare è un’ottima strada, seppur certamente non l’unica, per prepararsi a fare l’astronauta. In vista di una nuova selezione astronauti prevista entro un paio d’anni, mi auguro che tanti e tante giovani Ufficiali vogliano partecipare e a loro va il mio “in bocca al lupo”. Alle tante amiche e ai tanti amici che vestono l’uniforme azzurra, il mio affetto. A tutte le donne e a tutti gli uomini dell’Aeronautica Militare e di tutte le Forze Armate il mio grazie, da cittadina italiana, per il servizio che prestano al Paese. Sono stata orgogliosa di essere una Vostra collega.”

Ecco, tutto qui. La Cristoforetti ha avuto SOLO delle divergenze di opinione con l’Aeronautica, che ha fatto presenti nelle “sedi opportune”, e che costituiscono, soltanto, motivi personali (come si scriveva un tempo nelle giustificazioni quando si andava a scuola). Non si sente vittima di alcuna discriminazione di genere, se è questo che i soliti gattini da tastiera vogliono insinuare, e si è congedata spontaneamente dall’Aeronautica senza rancori e senza lasciare aspetti non chiariti in sospeso.

Perché, dunque, questo ritorno di fuochino sul web? Perché è questo che ci interessa. Il come mai una notizia di più di otto mesi fa stia ancora rimbalzando sui social, come se non si trattasse di una vicenda definitivamente chiusa, come se ci fosse ancora qualcosa da dire, da recriminare, da sottolineare, da evidenziare.

Samantha Cristoforetti si è dimessa perché sono affari suoi. Punto. Non parliamone più, adesso.

Perché è vero che non ne parla nessuno e che la notizia ha avuto poco risalto sulla stampa italiana. Ma in genere le scelte personali della gente non interessano all’opinione pubblica, anche quando si tratta di personaggi noti, conosciuti e stimati, come nel caso della Nostra.

Lasciamola cadere così, “come una cosa posata in un angolo e dimenticata“, come scriveva il Poeta.

Paolo Attivissimo (che si autodefinisce “amico” dell’astronauta) ci ha tenuto a farci sapere che alla Cristoforetti piacciono StarTreck e BattleStar Galactica (che non so nemmeno cosa sia e me ne vanto). Ecco, queste sì sono le notizie senza le quali l’opinione pubblica non riuscirebbe più a vivere!

Agli zoppi pedate negli stinchi

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Io sono zoppo. Non ho nessuna difficoltà a dirlo pubblicamente. Ma veramente zoppo. Però devo dire che in questa condizione mi ci ritrovo dimolto bene. La gente mi cede il posto sull’autobus, senza fare nemmeno una domanda, le macchine inchiodano con un stridìo di pneumatici che fanno sggnììììììk sull’asfalto bollente dell’estate torrida (ma nemmeno tanto) rosetana, quando attraverso sulle strisce pedonali, qualche persona di buon cuore mi cede il posto nella fila alla posta, insomma, è una bella vita. Perché mettere sotto sulle strisce una persona qualsiasi passi, ma un invalido al 50% no.

In quanto zoppo, io non posso mettere le scarpe normali che portano tutti. Ho bisogno di scarpe ortopediche fatte su misura. E la ASL me ne paga un paio l’anno. Generalmente si tratta di modelli che ordino per affrontare l’inverno. Quindi mi ritrovo, in fondo all’anno, con il problema di che cosa mettermi d’estate.

Quest’anno un paio di scarpe (nate male già di loro) ha deciso di abbandonarmi sul più bello e sfracellarsi mettendomi in pericolo mentre camminavo per la strada ed esponendomi a rischi non indifferenti, nonché a dolori lancinanti ai piedi, che ho particolarmente delicati da quando subirono un intervento chirurgico.

Per cui ho deciso di ordinare un paio di scarpe estive (c’è un ricco catalogo con dei modelli eleganti e anche un po’ sbarazzini, anche se ho ripiegato su una roba un po’ più francescana), visto che sono costretto a portare “obtorto collo” delle scarpe invernali portate e riportate poi, ma che almeno mi sorreggono. Sono al lumicino anche loro, ma finché vanno, tutto fa verdura, diceva quello che vendeva la frutta.

Ordino, decido di pagare (400 euro ballanti e sonanti) perché QUEL paio di scarpe NON rientra tra quelle che mi “passa” la Mutua, ma le scarpe non arrivano. Appetto una settimana, poi due, poi tre, poi stamattina chiamo e mi incazzo. Non c’è niente da fare, ho poco da incazzarmi, se ho bisogno di un paio di scarpe nuove devo aspettare i loro tempi tecnici che sono di una quarantina di giorni dal momento della consegna alla consegna del prodotto finito. In più il personale è in ferie e non sarà al completo fino al 17 agosto (cioè quando rientreranno un po’ tutti). E io mi ritroverò, bene che mi vada, a pagare 400 euro per un paio di scarpe che porterò sì e no una settimana, massimo due, toh!

Poi l’estate, finalmente, finirà, e io sarò costretto ad andare in giro con i sandali gfrancescani d’inverno, sentendo così quella ascesi tipica del fraticello di Assisi, quando doveva calpestare la neve coi piedi coperti solo dai suoi sandali, cioè praticamente a piedi nudi. Esattamente come adesso sono costretto a portare scarponcini alti il 6 agosto, con un effetto bollore straordinario e un grato sentore di Bleu d’Auvergne (o di marcetto abruzzese, ora non so).

E’ proprio vero quel che si dice a Livorno: agli zoppi pedate negli stinchi.

I 100 meravigliosi anni di Franca Valeri

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E brava Franca Valeri, che oggi ha raggiunto la non disprezzabile età di 100 anni.

Attrice poliedrica, meravigliosa caratterista, appassionata di musica lirica, regista, creatrice di espressioni ormai entrate nel linguaggio comune, come quel “Cretinetti!”, ripetuto a spron battuto ne “Il Vedovo”, al marito interpretato da un altrettanto eccellente Alberto Sordi. Indimenticabili la signorina snob, Cesira la manicure e la Sora Cecioni, alla quale sono particolarmente affezionato. Genio delle pause teatrali (“Mammà?? Che te sei dimenticata quarche cosa su la tomba de nonno?….. Ah, l’ombrello!….”), ha saputo coniugare il teatro col cinema e la televisione con naturalezza ed efficacia. La sua filosofia di vita si racchiude nel titolo del suo ultimo libro autobiografico “Bugiarda no, reticente”.

Dice che arrivare a 100 anni bisogna sempre far lavorare il cervello. E il suo lavora come quello di una ragazzina di 20. Auguri, cara signora.

Foto di Associazione Amici di Piero ChiaraFranca Valeri, CC BY 2.0, Collegamento

I messaggi all’una di notte di Sofia e Julia

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Son tre sere che quando mi accingo ad andare a dormire (o a rompere i coglioni a quelli di Facebook per protestare, vedete un po’ voi), o addirittura ho preso sonno da poco, mi sento disturbare da un nojosissimo bzzz bzzz, che poi sarebbe il vibrare del mio cellulare (non mi piacciono i suonini ogni volta che arriva un messaggio WhatsApp o di altri genere, quindi silenzio quasi tutto, anche perché c’è gente che mi scrive alle quattremmezzo di notte e io non voglio pigliarmi un coccolone solo perché qualcuno mi augura una buona giornata).2

Dunque, cospettone, chi mai potrà essere che mi scrive all’una e zerosette??

Ma certo, sono Sofia (che mi chiede “Ciao, come stai? Incontriamoci?” -no, perché ci mette anche il punto interrogativo, ci mette) e Julia, che invece ha inserito 5 immagini (della cui natura non voglio nemmeno stare a discutere) e mi invita a chattare.

Il tutto perché ho installato Google Chrome sul cellulare, invece di continuare ad usare l’ottimo Mozilla Firefox che non ha mai perso un colpo (anzi!), devo aver preso qualche troiaio di malware da qualche parte, e ora mi arrivano questi inviti, diciamo così, “galanti” da parte di figone dalle grandi tette.

Soluzione: disinstallo Google Chrome e sono a posto. Macché, non me lo fa disinstallare, il marrano, resta lì solo per notificarmi le proposte di incontro di queste “segnorine” (con l’accento sulla e!).

Il prode, ma purtuttavia niente affatto vigliacco Baluganti Ampelio si sganascerà dalle risate (ah, le rysa!) ma vedrai che per e-mail o qualche cos’altro qualche puttanone gli tocca anche a lui. Prima o poi.

Riccardino è qui!

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Quando Andrea Camilleri morì, pover’uomo, mi trovavo in Toscana. Rimasi talmente male per la notizia della scomparsa di uno dei maggiori rappresentanti della letteratura contemporanea che, avvezzo com’ero alle avventure del suo Montalbano, della sua odiosissima zita Livia (una che non sa nemmeno cucinare), di Catarella, del “fimminaro” Mimì Auguello, di Gallo, Fazio e di tutti gli altri, che presi il computer in mano, e, aperto il Blocco Note, come faccio sempre, per ogni articolo che scrvo sul blog (o allora? A me il foglo bianco m’ispira!) scrissi una sorta di brevissimo raccontino seguendo lo stile e la Lingua del Maestro. Lo potete trovare qui:

La morte del commissario Montalbano

Mi sembrava una fine onorevole, quella che avevo prospettato. Insomma, perché abbia un senso, tutto deve finire, anche Montalbano, come diceva un mio grande maestro. E oggi, la fine, quella vera, del Commissario Montalbano, è uscita in libreria ed è arrivata (proprio nello stesso giorno, non so come facciano -quelli di Amazon-, ma è bene che lo facciano, come diceva Napo Orso Capo quando Babà faceva la motocicletta).

Il tilefono sonò che era appena appena arrinisciuto a pigliare sonno, o almeno accussì gli parsi, doppo ore e ore passate ad arramazzarisi dintra al letto.”

Potrebbe essere Catarella, che gli racconta che c’è un morto ammazzato catàfero stecchito. O Livia che gli scassa i cabasisi per dargli il buongiorno alle cinque di mattina. No, è un certo Riccardino. E qui comincia la storia, l’ultima, quella vera, quella della fine di Montalbano, che non si sa se murìu, morì o morse, questo ve lo dico quando arrivo all’ultima pagina.

Così tutto finisce. Così tutto si conclude. Compràtelo (subito!!) anche voi, e godetevi il senso delle cose attraverso la loro inevitabile fine.

Il figlio di Selvaggia Lucarelli identificato dalla polizia

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Leon è il figlio 15enne di Selvaggia Lucarelli. La mia non simpatia verso la giornalista e show-girl è abbastanza nota, ma le colpe dei genitori non dovrebbero mai ricadere sui figli.

Se i figli hanno colpe, la cosa più giusta da fare è che se ne assumano la responsabilità diretta. E Leon, nell’ingenuità della sua adolescenza, ha contestato Salvini dandogli dell’omofobo e del razzista. Ora, indubbiamente Salvini una condanna per razzismo ce l’ha. Si tratta di una pena di 5700 euro per un coro contro i napoletani intonato alla Festa della Lega Nord a Pontida nel 2009.

La cosa è passata un po’ in sordina, perché la pena di cui si tratta è stata comminata mediante un decreto penale di condanna, senza passare per un vero e proprio processo penale. Non risulta che Salvini abbia fatto opposizione, come era suo diritto fare, né che abbia richiesto un processo o una condotta riparatoria del danno (cosa che avrebbe potuto estinguere il reato e, dunque, la condanna).

Ma si dà il caso che in Italia sia proibito dare del ladro al ladro, della puttana alla puttana, dell’omofobo all’omofobo, del razzista al razzista. Dunque, per le sue esternazioni, anche se profferite a voce bassa e senza aggressività, Leon è stato identificato dalla polizia.

Incontenibili i commenti sui social che condannano questa azione delle forze dell’ordine. Tutti a dire che se la sono presa con un ragazzino che ha espresso un’opinione. Ma “razzista e omofobo” non sono delle opinioni, anche se corrispondono a una verità giudiziaria, peraltro passata in giudicato senza un processo vero e proprio.

Mi dispiace, ma in Italia è così che si fa. Se partecipi a una manifestazione, ancorché pacifica, e trascendi nel linguaggio nei confronti di chiunque, il minimo che ti possa capitare è che la polizia ti chieda chi sei. Poi non succederà nulla, sei minorenne, e magari te la cavi con una rampogna del giudice e un periodo di messa in prova presso i servizi sociali (istituto previsto per i minori, ma anche per i maggiorenni), però intanto si sa chi sei. Chiedono i documenti anche a chi dorme nella macchina, figuriamoci a chi dà dell’omofobo e del razzista a un politico.

Ma poi, voglio dire, Salvini ha avuto ed ha procedimenti giudiziari per oltraggio a pubblico ufficiale, vilipendio delle istituzioni costituzionali, vilipendio alla magistratura, truffa per rimborsi elettorali, violazione del copyright, sequestro di persona, diffamazione e presunto uso illegittimo dei voli di stato, secondo quanto riporta il “casellario giudiziale” del leader della Lega pubblicato dall’implacabile Wikipedia, ti metti a dirgli che è un omofobo e un razzista?

La madre difende il figlio a spada tratta, in un articolo pubblicato su tpi.it:

“Leon si è difeso benissimo da solo, non è traumatizzato, non sta leggendo gli insulti sui social e non è permeabile all’odio leghista, ma una cosa è certa: cercare di intimidirlo, è stato squallido”.

e ancora

“Mio figlio ha espresso il suo desiderio di dirgli quello che pensa, quello di cui parla in casa, quello di cui discute con i suoi amici della scuola, alcuni dei quali vicini a famosi gruppi studenteschi di sinistra”

Bello di mammà’.

C’è da ricordare che, sempre secondo quanto afferma Wikipedia:

“Nel novembre 2016 (Selvaggia Lucarelli, ndr) viene condannata in primo grado per diffamazione dopo che nel 2010 aveva dichiarato che la vincitrice di Miss Lazio 2010 Alessia Mancini fosse transessuale.”

Un minore va tutelato. E lo si tutela identificandolo e segnalandolo per quello che ha fatto o che ha detto. Ed educandolo al principio costituzionale che ogni cittadino è uguale davanti alla legge.

Mezzo chilo di pasta per sei persone (?)

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In uno dei suoi vecchi spettacoli, Beppe Grillo, quando era ancora vivo, era solito dire “Io sono di Genova, a me non me lo metti in quel posto lì, io ti conto i peli del culo uno a uno!” Che è un po’ quello che faccio io, che, pure, di Genova non sono, ma che ho comunque quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, e che mi sento un po’ pur parente di quelle gente che c’è là che come noi è forse un po’ selvatica.

Compro un pacco di pasta al discount (Penny Market) e sulla confezione da 500 grammi trovo scritto che è bastevole per sei persone. Cioè, sei persone mangiano 500 grammi di pasta? Ma sono poco più di 80 grammi a testa! Che ci fa uno con 80 grammi di pasta? Nulla. La mi’ nonna Angiolina mi diceva che per una persona ce ne vogliono almeno 100. Se non di più. Io che la mattina mi sveglio con una pentola di minestrone, cosa ci faccio con 80 grammi di pasta a pranzo? Mi ci devo aggiungere perlomeno una bistecca. 80 grammi di spaghettino aglio e olio ti dànno la sensazione scarsamente bastevole di un antipastino amuse-bouche, come dicono quelli che di cucina se ne intendono.

Occhio che vi tengo d’occhio!

La garanzia supplementare di due anni al masterizzatore esterno che è prevista per legge

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Come vi dicevo, provate a cercare un posto su Fazio (il mio nuovo computer) in cui infilare i CD-ROM e i DVD! Non c’è. Provate anche ad accedre al vano della batteria. Macché, non c’è verso. Per il primo problema non ho avuto dubbi, ho ordinato (santa Amazon!) subito un lettore e masterizzatore di DVD e di CD esterno. Nessuna paura, solo 17 euro e spiccoli.

La cosa che mi ha stupito è che per soli ulteriori tre euro e rotti mi hanno offerto una “estensione” della garanzia a 2 anni, per guasti, malfunzionamenti, disgrazie assortite.

Non è un problema di denaro, evidentemente tre euro non mi cambiano la vita. Il problema è di legge. Se io compro un apparecchio (presso un negozio, o un fornitore on line), chi me lo vende (fa fede lo scontrino fiscale) è responsabile del buon funzionamento dell’accrocchio per 2 anni. Se ho dei problemi posso restituirlo, farlo riparare e, se non è possibile, sotituirlo con una carabàttola che abbia le stesse caratteristiche e lo stesso valore (o valore superiore). Così funziona. Perché devo pagare qualcosa che mi viene già garantito? Non si sa.

Quello che si sa è che la descrizione dell’apparecchio (rigorosamente Made in China) è tradotta con una di quelle diavolerie di traduzione automatica (probabilmente da un originale francese) e non ci si capisce quasi nulla. Mah, basta che funzioni…

Storie di ordinaria informaticcia: benvenuto Fazio!

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Ed eccolo qui l’ultimo arrivato in casa (nella nuova casa, intendo) Di Stefano. Per il mio vizio di dare un nome ai computer, ho scelto di chiamare tutti i dispositivi che mi capitano tra le mani con nomi di poliziotti, investigatori, collaboratori, commissari e quant’altro. E’ logico che nomi come “Montalbano”, “Ricciardi” o “Schiavone” sono fin troppo abusati e intoccabili per la loro sacralità. Così mi accontento di aver chiamato il mio primo PC portatile su cui installai Ubuntu “Catarella” (per via dell’informaticcia). Adesso, poverino, lo dovrò rottamare. Funziona ancora, ma ci ho installato una versione di LUbuntu (la distribuzione Linux per computer vecchissimi) a 32 bit, non c’è stato verso, è troppo pesante anche quella per il povero Catarella personalmente di persona, sissignòri.

Nemmeno tanto tempo fa cambiai Catarella con un PC su cui installai Linux Mint (e mi ci trovavo tanto, ma tanto bene!), ovviamente accanto a Windows. Lo chiamai Maione perché era il nome dell’assistente del commissario Ricciardi, vista anche la sua mole fisica, che corrisponde (corrispondeva) all’aumento considerevole delle risorse dell’apparecchio. Poi Maione cominciò a scollarsi. Le parti dello schermo (quelle cornici di plastica che lo reggevano) cominciarono a cedere e non si chiudeva più. Vari circuiti erano “a vista” e per usarlo dovevo stare attento che non mi si rompessero i perni che lo reggevano. Insomma, per dirla alla livornese, stava ritto colle ‘àccole! Ho provato ad aggiustarlo con l’Attak ma è stato peggio el tacòn del buso. Non solo le parti scollate non si sono riattaccate (tranne pochissime cosette) ma l’Attack è evaporato e mi ha imbiancato una parte dello schermo. Insomma, un troiaio indicibile (ancorché tuttavia utilizzabile, sia pure con cautela). E sicché addio Maione.

Ora ciò questo coso qui. Non ho ancora installato Linux perché mi dà un errore che non riesco a bypassare (mi sembra di sentir or ora l’amena voce del caro lettore Baluganti Ampelio dirmi “tanto sei poìno duro!”). Ma intanto mi sono preso tre giorni per scegliere il nome. Alla fine ho deciso: Fazio. Come il padre e il figlio che aiutano Montalbano nel suo lavoro da giovane e da maturo, quelli con la fissazione dei dati anagrafici. Mi sembra un bel nome, breve e adatto alle funzioni di ricordo che dovrà fare il Terabyte di hard disk interno che riempirò con calma.

Ma c’è una cosa che mi inquieta. Provate un po’ a trovare uno straccio di lettore DVD, masterizzatore o quant’altro. Non c’è, non li montano più. Esattamente come ora fanno i telefonini senza la possibilità di accedere al vano batteria (per cui se la batteria ti si sputtana, o esaurisce il suo ciclo vita semplicemente bitti via il telefonino – e dire che ho risuscitato un Nokia 3410 solo ritrovando la batteria corrispondente! -) ora non trovi più un PC con un lettore CD-DVD, masterizzatore incormporato. Vuoi guardarti un film, vuoi salvare dei dati? Vuoi creare (legalmente, come faccio io) un CD dai dischi scaricati da Magnatune.com (di cui sono socio a vita)? Non puoi farlo. O, meglio, puoi farlo, ti compri un masterizzatorino esterno, su Amazon ne ho trovato uno a appena 18 eurini, e se penso che il mio primo masterizzatore a velocità 2x mi è costato 800.000 lire di allora mi viene freddo. Ho da utilizzare degli archivi su Cd-ROM e su DVD, non posso prescindere da questo. Ieri ho comprato la rivista Linux PRO (ho anche sottoscritto un abbonamento, così, tanto per aiutarli), e da questo numero non dànno più il CD allegato. Costa lavoro, tempi di distribuzione. E poi quando lo butti via (tanto prima o poi invecchia!) inquina e non rispetta l’ambiente. Tutta robaccia indifferenziata, e parecchia plastica e carta da buttare. Meglio tenere on line l’immagine ISO così uno se la scarica (avercela una connessione internet illimitata!!) e ci fa quello che gli pare.

Così va il mondo, caro Fazio. Il CD e il DVD sono roba vetusta. Poco importa se puoi ancora ascoltarci un po’ di musica, o lavorarci su programmi che hai regolarmente comprato e di cui sei il liegittimo possessore in versione originale. Vocabolari, repetori, libri di testo, allegati. Tutto in malora! E’ l’informaticcia, bellezza.

Il pietismo del Mattino di Napoli sul dolore dei padri separati che uccidono i figli.

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Io non riesco a capire con quale criterio gli articolisti e i titolisti del “Mattino” di Napoli abbiano potuto partorire un commento, una chiosa, una nota a margine sulla tristissima vicenda di Margno, nella Valsàssina (meglio metterci l’accento) in cui un uomo, incapace di accettare le separazione dalla moglie che era in atto, ha ucciso prima i due figli, poi ha mandato un SMS alla moglie con la scritta “Non li rivedrai mai più”, e successivamente è andato a togliersi la vita buttandosi da non so dove.

C’è una donna che perde due figli, cazzo, ha l’esistenza sconvolta dal gesto di uno stronzo che non ha avuto nemmeno il coraggio di assumersi le proprie responsabilità davanti alla giustizia e alla società, facendo estinguere i reato per “morte del reo”, due bambini che non c’entravano nulla sono morti soffocati per mano del loro stesso padre, e il Mattino ha anche il coraggio di scrivere “Il dramma dei papà separati”? Ma cos’è, uno scherzo? Il giornalismo serio non può essere questo. Ci sono tanti papà separati (io sono uno di loro -non lo sapevate? Bene, adesso lo sapete-), alcuni vanno a mangiare alla Caritas o all’Opera di San Francesco per i poveri quando hanno bisogno di una doccia o di un cambio pulito (è a loro che dono il mio 5 x mille, fatelo anche voi), gente che dorme sotto i ponti perché la stronza della moglie ha portato via loro tutto, casa, figli, affetti e soprattutto soldi. TANTI soldi.

Ma questo non è il dramma di un padre separato, cazzo, questa è follia pura e semplice. Ripeto, ci sono padri separati che vivono in condizioni suqallide e disagiate, ma non si permetterebbero mai di reagire in questo modo. E allora tutto questo che senso ha se non quello di una battuta fuori luogo, di uno svarione, di uno scarso savoir faire, di un giornalismo rivoltante e disgustoso che antepone la sofferenza di un padre che stava per separarsi al dolore di una madre che perde in un colpo solo due figli e un (ex) marito. L’informazione non può assolutamente permettersi il lusso di confondere il ruolo della vittima con quella del carnefice, dell’imputato (che, ahimé, in questo caso non si farà mai processare) dalla parte lesa. Se no che informazione è? Io, veramente, non so, quale disagio stiano vivendo i titolisti che hanno scritto quel commento, né credo di avere voglia di saperlo.

I foglietti illustrativi dei farmaci

Reading Time: < 1 minuteL’altro giorno in farmacia ho comprato un lassativo molto noto e conosciuto. Cosa volete, son problemi che riguardano i vivi. E siccome io leggo sempre e per intero i foglietti illustrativi dei medicinali, sono arrivato al punto di leggere:

Si rivolga al medico se non si sente meglio o se si sente peggio dopo 7 giorni.

Caspita, dopo sette giorni di stipsi uno non va dal medico, va direttamente in ospedale per una sospetta occlusione intestinale! Cosa vuol dire “se non si sente meglio”? Io compro un farmaco perché sto male, mica male da morire, per carità, ma, insomma, ho un disturbo, vorrei un rimedio, di più, voglio un farmaco che agisca CHIMICAMENTE sulla mia transitoria patologia e, possibilmente me la risolva o me la migliori. Lo so benissimo che potrei rivolgermi al medico, ma in certi casi anche un semplice farmaco da banco può fare qualcosa. Forse.

La Parrocchia di Santa Rosa: “dementi”?

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fonte: Facebook

Era un po’ di tempo che volevo mostrarvi questo curioso e umoristico svarione su Facebook, da parte della Parrocchia Santa Rosa, in occasione dell’annuncio delle funzioni religiose per la trascorsa domenica “in Albis”. Scrivono “Vi ricordiamo l’appuntamento di domenica domani dementi a 18 aprile”.

Dementi?

40 anni fa l’assassinio di Walter Tobagi

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Nessuno si è accorto, o, se se n’è accorto, ha dato scarsissima rilevanza al fatto, che ieri ricorreva il quarantesimo anniversario della barbara uccisione del giornalista Walter Tobagi. Eh, sì, abbiamo il coronavirus, l’ANM si sta sciogliendo come un croccante all’amarena al sole, abbiamo la movida a cui pensare, può mai essere possibile che qualcuno si ricordi di Walter Tobagi, della maestria giornalistica che rappresentava, del sacrificio estremo per la libertà di espressione e di giornalismo (quello vero, quello dell’Ordine, non quello rivendicato dai debunker svizzeri che si iscrivono ai sindacati), del suo lavoroper Avanti!, Avvenire e per lo stesso Corriere della Sera? Gli spararono Mario Marano e Marco Barbone. Il secondo fu condannato a una pena ridicola (8 anni e 9 mesi), e fu subito scarcerato dopo tre anni di detenzione in libertà provvisoria. Alla figura del suo assassino materiale l’inutilissima e implacabile Wikipedia ha dedicato una voce apposita, considerandolo di rilevanza enciclopedica e facendolo entrare così nel novero della cultura universale. Poi dice uno compra la Treccani! Di Walter Tobagi ci resta indelebile la memoria e l’eredità più grande, quella rappresentata da sua figlia Benedetta, che ne ha accolto e raccolto la lezione, diventando una giornalista di rigore e regalandoci lezioni di metodo storico e storiografico come quella rappresentata dal suo libro sulla strage di Piazza Fontana.