Non ci sono prove scientifiche che stabiliscano una correlazione tra l’Ibuprofene e il peggioramento del decorso della malattia da COVID19

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Variazioni su un tema dell’Avigan

Insomma, via, c’è stato uno, un illustre sconosciuto, che dal Giappone ha postato un video su Facebook o su Twitter (ora non so bene) che dice che lì in terra nipponica il coronavirus non esiste (infatti hanno fatto slittare in avanti le Olimpiadi proprio per questo), e che non esiste perché c’è un farmaco, l’Avigan, che fa miracoli e che lo combatte e lo debella, ma al resto del mondo non lo fanno sapere, per cui imparate e, naturalmente, come è prevedibile in questi casi, “fate girare”. Ah sì, e cosa sarà questo Avigan che schiaccia il coronavirus come se fosse una piàttola appena uscita da un buco nel muro? Via, via, dice il popolino ignorante e cafone dei social network, facciamolo “girare” perdavvero, sicché gira che ti rigira si arriva a farlo diventare virale perdavvero questo filmato. E la gente, piano piano, apprende dell’esistenza di questo Avigan e della sua presunta efficacia contro il coronavirus. Non solo lo apprende, ci crede. Tanto che Zaia per il Veneto, seguito dalla regione Piemonte, decidono di iniziare a sperimentarlo, con quali risultati non è ancora dato di sapere. La FUJIFILM Toyama Chemical fa sapere che sul farmaco, testato anche in Cina, “al momento NON ESISTONO PROVE SCIENTIFICHE cliniche pubbliche che dimostrino l’efficacia e la sicurezza di Avigan contro Covid-19 nei pazienti”. Ma nulla, in Italia l’AIFA ha dato il via libera alla sperimentazione pur specificando che l’Avigan viene sperimentato anche altrove, che è un farmaco piuttosto conosciuto, e che presenta una serie di controndicazioni, anche di un certo rilievo. Tutto questo perché qualcuno ha messo un video su Internet.

(da un’idea di Emiliano Rubbi)

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Fake news? Ketoprofene, ibuprofene e predisposizione all’infezione da coronavirus

Ho ricevuto ieri da un’amica (oh, un’amica, mica il primo bioterrorista incontrato per strada!) questo messaggio via WhatsApp (ho effettuato solo un paio di modifiche per citare i principi attivi al posto dei nomi commerciali dei medicinali citati). Io ora non so se sia vero o meno che chi assume ibuprofene (farmaco di cui faccio uso) sia più criticamente esposto alla contaminazione da coronavirus rispetto a chi usa il paracetamolo. Magari si sono osservate frequenze particolari di contaminazione da virus a carico di chi ha fatto uso di questo tipo di farmaci antiinfiammatori e antidolorifici, ma l’equazione che il ketoprofene e l’ibuprofene favoriscano di fatto l’infezione e rendano più recettivial virus per il loro effetto sugli alveoli polmonari, questo non è minimamente dimostrato. Così come non è stata dimostrata l’efficacia del farmaco russo, del preparato giapponese, dell’uso di dosi massicce di vitamina C. Fate MOLTA attenzione a prendere sul serio queste notizie. Le informazioni dovrebbero venire dalle autorità sanitarie e non dai social network!

Ciao a Tutti, ultime info da un medico amico che sta in prima linea in questa battaglia per il coronavirus: non prendere in questo periodo antinfiammatori in genere ma in particolare del tipo ketoprofene o a base di Ibuprofene perché rendono gli alveoli polmonari più ricettivi al virus. Preferire piuttosto il paracetamolo. Diffondetelo per favore. I ragazzi che si sono ammalati con forme gravi sembra avessero assunto questi farmaci per ovviare magari al semplice mal di testa. Un caro saluto a tutti con affetto

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Non finirà

Non finirà. Questa mattina alle 11, come tanti, come quasi tutti, ho ascoltato la radio che ha trasmesso l’inno nazionale italiano, seguito da tre canzoni che hanno fatto la storia della nostra nazione, “Azzurro” di Paolo Conte, “La canzone del sole” di Mogol-Battisti e “Nel blu dipinto di blu” di Modugno. L’idea era quella di far uscire la gente sulle terrazze con la radio a tutto volume e cantare a squarciagola tutti assieme, sciorinando un tricolore dai nostri veroni. Sarà che ho un quartiere molto poco collaborativo, ma non ho visto nessuno che si sia messo ad intonare i brani scelti per la mattinata alla radio. Anzi, non è fregato un tubo a nessuno se qualcuno sta annaffiando le sue rose, di quella che aveva bionde trecce ed occhi azzurri, e di volare nel cielo infinito. La gente sta in casa ed ha paura. Perché non finirà. Qualche titolo un po’ allarmistico ma con buone possibilità di prenderci ha anticipato questa mattina che le scuole riprenderanno possibilmente a settembre nella peggiore delle ipotesi. Già, ma non c’è ipotesi diversa da quella peggiore, se si guarda a tutto quello che sta succedendo. Cambierà tutto. Cambieranno i nostri rapporti sociali, il nostro modo di spostarci (saremo molto più sedentari di prima), di fare la spesa, la gente perderà il lavoro, i più fortunati che lo manterranno dovranno riconvertirsi, non ci saranno più trasferte e mobilità frenetica, le lezioni le faremo con il computer e con Skype (qualcuno ha già scoperto Google Suite), il collegamento a internet e gli smartphone diventeranno beni di primissima necessità anziché articoli di lusso, compreremo molte più cose on line e andremo molto di meno nei piccoli negozi sotto casa (ammesso che possano riaprire quanto prima), guarderemo molto di più la televisione e andremo molto di meno al cinema (sempre ammesso che anche i cinema possano riaprire), spenderemo meno soldi in carburanti per automobile e molti di più in connessione alla rete, fibra ottica e quant’altro. Ci telefoneremo molto di più ma ci vedremo sempre di meno e non dovremo fare null’altro che adattarci a queste nuove modalità di vivere. Sempre che uno non schianti prima, magari perché qualche coglione ha eluso le ordinanze della quarantena e ha infettato mezzo mondo. Come quella positiva al coronavirus, a Mestre, che è andata a fare la spesa al Lidl, ha litigato con la cassiera e le ha sputato in faccia. Sono solo esempi. Ma la nostra vita non c’è più. Cancellata da un virus e da una serie di (sacrosante) ordinanze governative, mentre noi stiamo ancora qui a guardarci i piedi e a chiederci quando finirà. Non finirà.

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Quelli che “quando tutta questa emergenza finirà ci abbracceremo”

E poi ci sono quelli che “quando tutta questa emergenza finirà ci abbracceremo”.
Gente che fino a dieci giorni fa quando si incontrava per strada si sarebbe sputata in faccia per un mese intero, gente che faceva il leone da tastiera in internet e sui social, mandando a quel paese ora questo e ora quello, che improvvisamente si ritrova risvegliata da questi sentimenti buonisti (e buonistici!) e appende sui propri veroni a sciorinare le bandiere italiane che neanche lo storico incipit della novella “Libertà” del Verga.
“Quando tutta questa emergenza sarà finita ci abbracceremo”, dicono. Ma perché ci si deve per forza abbracciare?? Non ci si potrebbe tornare ad ignorare o a sopportare pesantemente come prima? La normalità prima del coronavirus non era quella di volersi tutti bene a tutti i costi, ma anche quella di starsi sui coglioni. Io, se mai sopravviverò a questo virus, voglio tornare a essere odiato come prima. Non me ne faccio di niente dell’abbraccio di un sopravvissuto, la democrazia sarà anche stare tutti bene e tirare un sospiro di sollievo per il passato pericolo, ma è anche e soprattutto essere diversi, profondamente e radicalmente diversi. Ecco, io non so cosa farmene di essere uno dei tanti che lottano contro un virus nel periodo dell’emergenza, quello che voglio recuperare è la mia dimensione di persona nel periodo della normalità. Questa è la vera sfida. Così come è sfida il capire che sì, ci sarà senz’altro un momento in cui tutto questo finirà, ma per ora quel momento non è ancora arrivato e quindi c’è ben poco da ravanare, l’arrosto è finito, dobbiamo accontentarci di pucciare il pane nell’intingolo che è rimasto, che xé anca massa, come scriveva il Goldoni. La sfida non è stare in casa, ma sopravvivere al coronavirus per tornare ad ignorarci e a starci sui coglioni. Non è una passeggiata. E’ il Camino di Santiago de Compostela. E lo abbiamo appena iniziato.

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Fake News: il messaggio vocale con voce femminile che annuncia che il coronavirus resta vivo 9 giorni sull’asfalto

Attenzione! Ricevo (e come me penso che li riceviate anche voi) messaggi vocali via WhatsApp che, citando un non ben meglio identificato (sarebbe troppo) medico di Milano, dicono con voce femminile e accento meneghino che il virus resta sull’asfalto per 9 giorni e consigliano fortemente di usare un solo paio di scarpe e lasciarle fuori. Questi messaggi -con poche e insignificabili varianti- dicono che i TG e la carta stampata non si occupano dell’argomento per non creare panico nella popolazione. Naturalmente c’è chi ci crede. O chi, nel dubbio, pur non credendoci, fa “girare” il tutto perché non si sa mai. State attenti.

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Follia, virus letale

E’ follia che una BOZZA di un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri in cui si prevedono misure di prevenzione importanti come la “chiusura” di una regione intera e di 11 province (non ci basterà l’Armata Rossa per perimetrarne i confini) venga data alla stampa non si sa da chi -o, meglio, si saprebbe anche- prima ancora della sua versione ufficiale e, soprattutto, della pubblicazione del testo definitivo sulla Gazzetta Ufficiale;

è follia che in seguito alla diramazione delle notizie contenute nella suddetta bozza la gente si sia riversata alla stazione di Milano in attesa del primo treno utile verso il Sud, con l’intento di abbandonare la “zona rossa” e il rischio di contagiare molte più persone;

è follia quella dei due arzilli vecchietti della zona di Codogno che hanno “sforato” i confini e le raccomandazioni per andare a sciare in Trentino, (cazzo gli è venuto in mente anche a loro);

è follia proibire di avvicinarsi a meno di un metro di distanza quando i supermercati sono pieni di gente che ti alita sul viso e sulle spalle e la cassiera te la ritrovi a trenta centimetri e potrebbe trasmetterti di tutto. Oppure potresti trasmetterlo tu a lei;

è follia tutta questa follia, ben più mortale di un coronavirus.

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Ma non è colpa di una società malata

Dice la gente che sia colpa si una “società malata”. Non è la società che è malata. E’ il senso dell’ordine e della giustizia, quello per cui se un bambino di 15 anni ti punta addosso una pistola finta e vuole il tuo Rolex tu che sei delle forze dell’ordine ti senti autorizzato solo per questo a piantargli tre pallottole in testa sparate con la tua pistola vera perché secondo te il tuo Rolex del cazzo vale comunque la vita di una persona, sempre e comunque. Questo è un problema di gente indegna di portare la divisa che indossa e che deve essere allontanata dal suo corpo di appartenenza nel più breve tempo possibile e regolarmente sottoposto a un processo penale, con tutte le garanzie del caso che si vogliono e che si debbono riconoscere a qualsiasi imputato (perché non vogliamo perdere lo stato di diritto solo perché qualcuno non ha saputo difenderlo) ma che non possono spostare di una virgola una responsabilità troppo grande per chi era addetto alla sicurezza dei cittadini e a garantire il normale svolgimento della vita civile. Vostro disgustato.

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E’ arrivata la caona

Vai, s’è avuta.

Il coronavirus non è un virus mortale, ma, guarda caso, la gente muore lo stesso. Dati, dati, dati. Numeri. Contagiati, morti, regioni interessate. Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia che dichiara lo stato di emergenza, Emilia Romagna, Lazio a volte pare di sì, altri dicono di no, c’è stato un caso a Firenze, ma no, era solo un falso allarme, per prevenire il contagio bisogna mettersi le mascherine, ma trovi subito l’esperto virologo di turno che ti dice che le mascherine non servono a una beneamata cippa e allora che cazzo bisogna fare? Nulla. Non puoi fare nulla. Il virus è come il pensiero, e il pensiero, diceva il Poeta, è come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare. Stiamo lottando contro l’infinitamente piccolo e, contemporaneamente, contro l’infinitamente potenzialmente mortale, altro che cazzi. Ci stiamo rendendo conto che Décartes (Cartesio) non ci aveva capito nulla. Quella che sì, aveva capito tutto era la mia professoressa di chimica e biologia al Liceo, la Bussotti, Dio ce la conservi, che mi cercava di spiegare (e io duro pinato!) che “cogito ergo sum” era una gran cazzata perché il virus non cogitat, però ergo est lo stesso. Stiamo cercando di applicare delle logiche e delle strategie difensive di tipo squisitamente umano contro qualcosa che umano non è. Il virus fa quello che gli pare. Punto. Contagia, si sposta, uccide con voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometrie esistenziali. E noi siamo ancora qui a cercare il paziente zero che ha infettato il 38enne ricoverato in gravi condizioni, perché, si veda il caso, quello che inizialmente era stato individuato come tale, poi è risultato non aver mai contratto il coronavirus del cavolo. La gente muore, il contagio si diffonde e noi stiamo ancora qui a guardarci le dita dei piedi come se fossero uno spettacolo interessante. “Non bisogna farci prendere dal panico”, ma ci sono comuni e località completamente chiusi, vuoti, deserti, la gente sta in casa, se vuoi fare un po’ di spesa devi fare la fila davanti ai supermercati con la mascherina che non serve a niente, le scuole chiudono a Milano per una settimana (e per saperlo ho dovuto consultare “El Pais”, il quotidiano spagnolo), non si sa che ne sarà della validità dell’anno scolastico, i pronto soccorso sono chiusi, se hai sintomi assimilabili al coronavirus della Madonna chiami il 1500, il 1500 è subissato di telefonate, i cattolici non possono andare alla messa, se ci vanno devono evitare il segno della pace, la comunione si dà in mano, a casa bisogna stare a due metri di distanza, l’incubazione del virus è di 14 giorni, no, invece dicono in Corea che è di 27, non bisogna avere paura ma intanto il governo prevee di mandare l’esercito per far rispettare il provvedimento sull’emergenza, come fai a dire che la gente non deve essere preoccupata? La gente ha paura, altro che. E la paura più grande è che siamo subissati dalle notizie ma non abbiamo quasi nessuna informazione. Bisognerebbe dare spazio sui giornali, in televisione, alla radio, sui social, sul web, a testimonianze come quella di Roberto Burioni. E invece siamo subissati di messaggi allarmistici o rassicuranti (a seconda delle scuole di pensiero, come se l’approccio a un virus fosse una questione di scuole di pensiero) veicolati da virologi della domenica, perché davanti all’emergenza tutti si sentono in dovere, ma peggio ancora in diritto, di dire tutto su tutto. E la gente, come se non bastasse, si prende la briga di bersi di tutto. Perché la gente ha paura, ma ha anche sete di una informazione corretta, asciutta ma soprattutto efficace. Abbiamo il diritto di sapere, ma soprattutto abbiamo il diritto di avere paura. Perché l’ignoto fa paura, la malattia fa paura, la morte fa paura. Ma soprattutto è l’ignoranza che genera la paura, che è quella di non sapere, che è quella che disorienta, e quando sei disorientato vai nel panico. Il disorientamento è la vera malattia del nostro tempo, altro che coronavirus. E così viviamo, isolati dal mondo perché siamo stati isolati dal sapere e dall’incapacità di vagliare criticamente le notizie che ci arrivano. Perché di coronavirus forse non si muore. Se non si ha la conoscenza si muore come degli stronzi.

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E’ morta Nellina Laganà

Apprendo adesso dall’inossidabile Twitter che purtroppo oggi ci ha lasciati per un male incurabile Nellina Laganà, attrice, attivista, donna di forte carattere, che ha regalato ai suoi spettatori e al mondo una parte di sé. Nel 2018 si fece prima promotrice di una iniziativa per i 177 migranti della nave Diciotti: portò loro un arancino a testa. Un pugnetto di riso per la solidarietà. Era piena di grazia, intelligenza ed ironia. bellezza e leggerezza. Macherà molto a tutto il mondo che l’ha amata.

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La vera storia di Piccole Donne

Io credo di essere uno dei pochi uomini che ha letto, apprezzato, e letteralmente libato “Piccole donne” di Louisa May Alcott. Un romanzo meraviglioso, intramontabile, immortale, che spero di leggere a mia figlia. O, meglio, spero che se lo legga da sola, quando potrà e sarà in grado di apprezzarlo.
E’ uscita una nuova trasposizione cinematografica della storia delle quattro sorelle March scritta e diretta da Greta Gerwig. Ne ho visti alcuni spezzoni (non credo che andrò a vedere il film per intero) e l’ambientazione mi è sembrata un po’ inadeguata. A casa March c’è un albero di Natale stratosferico, Beth suona su un pianoforte a coda anziché su un vecchio pianofortaccio scordato, e si respira ben poco della povertà della famiglia che resta privata del padre, dei vestiti con le toppe, delle soffitte polverose, con la presenza di una strepitosa Meryl Streep nei panni della vecchia e ricca zia. E Jo? C’è anche quella, naturalmente, con tutte le sue indimenticabili battaglie protofemministe a dispetto delle rigide disposizioni della società del suo tempo. Ma nessuno si ricorda della fine che fa Jo, di lì al termine del ciclo dei romanzi che la riguardano (I ragazzi di Jo): sposa (ultima tra le quattro sorelle) Friedrich (Fritz), uno molto più vecchio di lei, poverissimo, con cui metterà su addirittura un collegio per l’educazione di un esercito di bambini, e metterà in pratica (a differenza di Amy e Meg) i precetti e gli insegnamenti dei suoi genitori, che sono gli stessi della Alcott, che ha sì, (de)scritto un personaggio intrigante e intraprendente, ma che andrà a finire all’interno di un contesto estremamente conformista e conservatore, di cui diverrà indiscussa e indiscutibile protagonista. Amy è quella che aveva capito tutto! Accompagna la zia March e la zia Carrol in Europa dove svilupperà e consoliderà le proprie doti artistiche, sposa Laurie (che era innamorato di Jo), vive nell’alta società (che il suo delicato stomaco purtuttavia ripugna) e si dedica a una vita “sregolata e frivola”. E chiamala fessa!

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Le belle forme

Milàn l’è un gran Milàn. Una “prima” alla Scala strepitosa con uno Chailly in splendida forma nel riproporre l’attualissima Tosca nella versione filologicamente ristabilita della prima assoluta diretta dallo stesso Puccini nel 1900. Straordinari i cantanti, meravigliosi le scenografie e i costumi. Regia impeccabile, serata al di sopra di ogni aspettativa con la RAI che finalmente ha onorato la sua funzione di servizio pubblico e ha reso una serata memorabile. C’era tutto. Ella fragrante, l’uscio dell’orto che stridea, l’arte e l’amore di cui visse Tosca che non fece mai male ad anima viva. Una recondita armonia che ha dato lustro alla cultura italiana nel mondo. E non ho amato mai tanto la vita.

foto tratta da www.repubblica.it

 

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Il consigliere triestino Fabio Tuiach scappa dall’Italia e si arruola nella Legione Straniera

“Inviterei anche io questa simpatica nonnina, (Liliana Segre) come Salvini, a bere un the. Massima stima, grande ammirazione però mi ha un po’ confuso e da profondamente cattolico mi sono sentito un po’ offeso perché ha detto che Gesù era ebreo”.

«Liliana Segre ha detto che Gesù Cristo era ebreo: da profondamente cattolico mi sono sentito offeso».

Questo l’intervento del consigliere comunale Fabio Tuiach durante la discussione sulla cittadinanza onoraria alla senatrice Segre.

A pochi giorni da questa gaffe Fabio Tuiach ha deciso di scappare dall’Italia,  lasciare la politica e la città di Trieste, per trasferirsi in Francia, rinunciare al suo incarico politico e prendere l’aspettativa dal suo lavoro da portuale e arruolarsi nella Legione Straniera.

«Sono in treno per la Francia, vedo se posso arruolarmi nella Legione straniera e cambiare vita. Per adesso mi prendo un mesetto di pausa dal lavoro e dal Comune, poi deciderò quale vita scegliere»

«Marciare ha degli effetti miracolosi sulla mente e io sono un uomo di sport. Sono sempre stato massacrato per la mia fede, anche i nostri santi partivano per le crociate con la benedizione del Papa».

«Io sono un guerriero e quando le cose si mettono male, vado a marciare. Ora, se passo le selezioni, avrei la possibilità di diventare francese e avere una seconda opportunità nella mia vita a 39 anni. Non so quanto starò via, forse un mese ma forse potrei non tornare più».

Tra le altre gaffe di Tuiach, quella secondo cuii Maometto era un “pedofilo” e il tentativo di far passare una mozione per vietare i gay pride.

fonti: leggo.it e globalist.it

Un ringraziamento all’avvocato Cathy La Torre che ha segnalato la notizia via Twitter.

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