La Parrocchia di Santa Rosa: “dementi”?

 

fonte: Facebook

Era un po’ di tempo che volevo mostrarvi questo curioso e umoristico svarione su Facebook, da parte della Parrocchia Santa Rosa, in occasione dell’annuncio delle funzioni religiose per la trascorsa domenica “in Albis”. Scrivono “Vi ricordiamo l’appuntamento di domenica domani dementi a 18 aprile”.

Dementi?

40 anni fa l’assassinio di Walter Tobagi

Nessuno si è accorto, o, se se n’è accorto, ha dato scarsissima rilevanza al fatto, che ieri ricorreva il quarantesimo anniversario della barbara uccisione del giornalista Walter Tobagi. Eh, sì, abbiamo il coronavirus, l’ANM si sta sciogliendo come un croccante all’amarena al sole, abbiamo la movida a cui pensare, può mai essere possibile che qualcuno si ricordi di Walter Tobagi, della maestria giornalistica che rappresentava, del sacrificio estremo per la libertà di espressione e di giornalismo (quello vero, quello dell’Ordine, non quello rivendicato dai debunker svizzeri che si iscrivono ai sindacati), del suo lavoroper Avanti!, Avvenire e per lo stesso Corriere della Sera? Gli spararono Mario Marano e Marco Barbone. Il secondo fu condannato a una pena ridicola (8 anni e 9 mesi), e fu subito scarcerato dopo tre anni di detenzione in libertà provvisoria. Alla figura del suo assassino materiale l’inutilissima e implacabile Wikipedia ha dedicato una voce apposita, considerandolo di rilevanza enciclopedica e facendolo entrare così nel novero della cultura universale. Poi dice uno compra la Treccani! Di Walter Tobagi ci resta indelebile la memoria e l’eredità più grande, quella rappresentata da sua figlia Benedetta, che ne ha accolto e raccolto la lezione, diventando una giornalista di rigore e regalandoci lezioni di metodo storico e storiografico come quella rappresentata dal suo libro sulla strage di Piazza Fontana.

Non ci sono prove scientifiche che stabiliscano una correlazione tra l’Ibuprofene e il peggioramento del decorso della malattia da COVID19

Variazioni su un tema dell’Avigan

Insomma, via, c’è stato uno, un illustre sconosciuto, che dal Giappone ha postato un video su Facebook o su Twitter (ora non so bene) che dice che lì in terra nipponica il coronavirus non esiste (infatti hanno fatto slittare in avanti le Olimpiadi proprio per questo), e che non esiste perché c’è un farmaco, l’Avigan, che fa miracoli e che lo combatte e lo debella, ma al resto del mondo non lo fanno sapere, per cui imparate e, naturalmente, come è prevedibile in questi casi, “fate girare”. Ah sì, e cosa sarà questo Avigan che schiaccia il coronavirus come se fosse una piàttola appena uscita da un buco nel muro? Via, via, dice il popolino ignorante e cafone dei social network, facciamolo “girare” perdavvero, sicché gira che ti rigira si arriva a farlo diventare virale perdavvero questo filmato. E la gente, piano piano, apprende dell’esistenza di questo Avigan e della sua presunta efficacia contro il coronavirus. Non solo lo apprende, ci crede. Tanto che Zaia per il Veneto, seguito dalla regione Piemonte, decidono di iniziare a sperimentarlo, con quali risultati non è ancora dato di sapere. La FUJIFILM Toyama Chemical fa sapere che sul farmaco, testato anche in Cina, “al momento NON ESISTONO PROVE SCIENTIFICHE cliniche pubbliche che dimostrino l’efficacia e la sicurezza di Avigan contro Covid-19 nei pazienti”. Ma nulla, in Italia l’AIFA ha dato il via libera alla sperimentazione pur specificando che l’Avigan viene sperimentato anche altrove, che è un farmaco piuttosto conosciuto, e che presenta una serie di controndicazioni, anche di un certo rilievo. Tutto questo perché qualcuno ha messo un video su Internet.

(da un’idea di Emiliano Rubbi)

Fake news? Ketoprofene, ibuprofene e predisposizione all’infezione da coronavirus

Ho ricevuto ieri da un’amica (oh, un’amica, mica il primo bioterrorista incontrato per strada!) questo messaggio via WhatsApp (ho effettuato solo un paio di modifiche per citare i principi attivi al posto dei nomi commerciali dei medicinali citati). Io ora non so se sia vero o meno che chi assume ibuprofene (farmaco di cui faccio uso) sia più criticamente esposto alla contaminazione da coronavirus rispetto a chi usa il paracetamolo. Magari si sono osservate frequenze particolari di contaminazione da virus a carico di chi ha fatto uso di questo tipo di farmaci antiinfiammatori e antidolorifici, ma l’equazione che il ketoprofene e l’ibuprofene favoriscano di fatto l’infezione e rendano più recettivial virus per il loro effetto sugli alveoli polmonari, questo non è minimamente dimostrato. Così come non è stata dimostrata l’efficacia del farmaco russo, del preparato giapponese, dell’uso di dosi massicce di vitamina C. Fate MOLTA attenzione a prendere sul serio queste notizie. Le informazioni dovrebbero venire dalle autorità sanitarie e non dai social network!

Ciao a Tutti, ultime info da un medico amico che sta in prima linea in questa battaglia per il coronavirus: non prendere in questo periodo antinfiammatori in genere ma in particolare del tipo ketoprofene o a base di Ibuprofene perché rendono gli alveoli polmonari più ricettivi al virus. Preferire piuttosto il paracetamolo. Diffondetelo per favore. I ragazzi che si sono ammalati con forme gravi sembra avessero assunto questi farmaci per ovviare magari al semplice mal di testa. Un caro saluto a tutti con affetto

Non finirà

Non finirà. Questa mattina alle 11, come tanti, come quasi tutti, ho ascoltato la radio che ha trasmesso l’inno nazionale italiano, seguito da tre canzoni che hanno fatto la storia della nostra nazione, “Azzurro” di Paolo Conte, “La canzone del sole” di Mogol-Battisti e “Nel blu dipinto di blu” di Modugno. L’idea era quella di far uscire la gente sulle terrazze con la radio a tutto volume e cantare a squarciagola tutti assieme, sciorinando un tricolore dai nostri veroni. Sarà che ho un quartiere molto poco collaborativo, ma non ho visto nessuno che si sia messo ad intonare i brani scelti per la mattinata alla radio. Anzi, non è fregato un tubo a nessuno se qualcuno sta annaffiando le sue rose, di quella che aveva bionde trecce ed occhi azzurri, e di volare nel cielo infinito. La gente sta in casa ed ha paura. Perché non finirà. Qualche titolo un po’ allarmistico ma con buone possibilità di prenderci ha anticipato questa mattina che le scuole riprenderanno possibilmente a settembre nella peggiore delle ipotesi. Già, ma non c’è ipotesi diversa da quella peggiore, se si guarda a tutto quello che sta succedendo. Cambierà tutto. Cambieranno i nostri rapporti sociali, il nostro modo di spostarci (saremo molto più sedentari di prima), di fare la spesa, la gente perderà il lavoro, i più fortunati che lo manterranno dovranno riconvertirsi, non ci saranno più trasferte e mobilità frenetica, le lezioni le faremo con il computer e con Skype (qualcuno ha già scoperto Google Suite), il collegamento a internet e gli smartphone diventeranno beni di primissima necessità anziché articoli di lusso, compreremo molte più cose on line e andremo molto di meno nei piccoli negozi sotto casa (ammesso che possano riaprire quanto prima), guarderemo molto di più la televisione e andremo molto di meno al cinema (sempre ammesso che anche i cinema possano riaprire), spenderemo meno soldi in carburanti per automobile e molti di più in connessione alla rete, fibra ottica e quant’altro. Ci telefoneremo molto di più ma ci vedremo sempre di meno e non dovremo fare null’altro che adattarci a queste nuove modalità di vivere. Sempre che uno non schianti prima, magari perché qualche coglione ha eluso le ordinanze della quarantena e ha infettato mezzo mondo. Come quella positiva al coronavirus, a Mestre, che è andata a fare la spesa al Lidl, ha litigato con la cassiera e le ha sputato in faccia. Sono solo esempi. Ma la nostra vita non c’è più. Cancellata da un virus e da una serie di (sacrosante) ordinanze governative, mentre noi stiamo ancora qui a guardarci i piedi e a chiederci quando finirà. Non finirà.

Quelli che “quando tutta questa emergenza finirà ci abbracceremo”

E poi ci sono quelli che “quando tutta questa emergenza finirà ci abbracceremo”.
Gente che fino a dieci giorni fa quando si incontrava per strada si sarebbe sputata in faccia per un mese intero, gente che faceva il leone da tastiera in internet e sui social, mandando a quel paese ora questo e ora quello, che improvvisamente si ritrova risvegliata da questi sentimenti buonisti (e buonistici!) e appende sui propri veroni a sciorinare le bandiere italiane che neanche lo storico incipit della novella “Libertà” del Verga.
“Quando tutta questa emergenza sarà finita ci abbracceremo”, dicono. Ma perché ci si deve per forza abbracciare?? Non ci si potrebbe tornare ad ignorare o a sopportare pesantemente come prima? La normalità prima del coronavirus non era quella di volersi tutti bene a tutti i costi, ma anche quella di starsi sui coglioni. Io, se mai sopravviverò a questo virus, voglio tornare a essere odiato come prima. Non me ne faccio di niente dell’abbraccio di un sopravvissuto, la democrazia sarà anche stare tutti bene e tirare un sospiro di sollievo per il passato pericolo, ma è anche e soprattutto essere diversi, profondamente e radicalmente diversi. Ecco, io non so cosa farmene di essere uno dei tanti che lottano contro un virus nel periodo dell’emergenza, quello che voglio recuperare è la mia dimensione di persona nel periodo della normalità. Questa è la vera sfida. Così come è sfida il capire che sì, ci sarà senz’altro un momento in cui tutto questo finirà, ma per ora quel momento non è ancora arrivato e quindi c’è ben poco da ravanare, l’arrosto è finito, dobbiamo accontentarci di pucciare il pane nell’intingolo che è rimasto, che xé anca massa, come scriveva il Goldoni. La sfida non è stare in casa, ma sopravvivere al coronavirus per tornare ad ignorarci e a starci sui coglioni. Non è una passeggiata. E’ il Camino di Santiago de Compostela. E lo abbiamo appena iniziato.

Fake News: il messaggio vocale con voce femminile che annuncia che il coronavirus resta vivo 9 giorni sull’asfalto

Attenzione! Ricevo (e come me penso che li riceviate anche voi) messaggi vocali via WhatsApp che, citando un non ben meglio identificato (sarebbe troppo) medico di Milano, dicono con voce femminile e accento meneghino che il virus resta sull’asfalto per 9 giorni e consigliano fortemente di usare un solo paio di scarpe e lasciarle fuori. Questi messaggi -con poche e insignificabili varianti- dicono che i TG e la carta stampata non si occupano dell’argomento per non creare panico nella popolazione. Naturalmente c’è chi ci crede. O chi, nel dubbio, pur non credendoci, fa “girare” il tutto perché non si sa mai. State attenti.

Follia, virus letale

E’ follia che una BOZZA di un Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri in cui si prevedono misure di prevenzione importanti come la “chiusura” di una regione intera e di 11 province (non ci basterà l’Armata Rossa per perimetrarne i confini) venga data alla stampa non si sa da chi -o, meglio, si saprebbe anche- prima ancora della sua versione ufficiale e, soprattutto, della pubblicazione del testo definitivo sulla Gazzetta Ufficiale;

è follia che in seguito alla diramazione delle notizie contenute nella suddetta bozza la gente si sia riversata alla stazione di Milano in attesa del primo treno utile verso il Sud, con l’intento di abbandonare la “zona rossa” e il rischio di contagiare molte più persone;

è follia quella dei due arzilli vecchietti della zona di Codogno che hanno “sforato” i confini e le raccomandazioni per andare a sciare in Trentino, (cazzo gli è venuto in mente anche a loro);

è follia proibire di avvicinarsi a meno di un metro di distanza quando i supermercati sono pieni di gente che ti alita sul viso e sulle spalle e la cassiera te la ritrovi a trenta centimetri e potrebbe trasmetterti di tutto. Oppure potresti trasmetterlo tu a lei;

è follia tutta questa follia, ben più mortale di un coronavirus.

Ma non è colpa di una società malata

Dice la gente che sia colpa si una “società malata”. Non è la società che è malata. E’ il senso dell’ordine e della giustizia, quello per cui se un bambino di 15 anni ti punta addosso una pistola finta e vuole il tuo Rolex tu che sei delle forze dell’ordine ti senti autorizzato solo per questo a piantargli tre pallottole in testa sparate con la tua pistola vera perché secondo te il tuo Rolex del cazzo vale comunque la vita di una persona, sempre e comunque. Questo è un problema di gente indegna di portare la divisa che indossa e che deve essere allontanata dal suo corpo di appartenenza nel più breve tempo possibile e regolarmente sottoposto a un processo penale, con tutte le garanzie del caso che si vogliono e che si debbono riconoscere a qualsiasi imputato (perché non vogliamo perdere lo stato di diritto solo perché qualcuno non ha saputo difenderlo) ma che non possono spostare di una virgola una responsabilità troppo grande per chi era addetto alla sicurezza dei cittadini e a garantire il normale svolgimento della vita civile. Vostro disgustato.

E’ arrivata la caona

Vai, s’è avuta.

Il coronavirus non è un virus mortale, ma, guarda caso, la gente muore lo stesso. Dati, dati, dati. Numeri. Contagiati, morti, regioni interessate. Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia che dichiara lo stato di emergenza, Emilia Romagna, Lazio a volte pare di sì, altri dicono di no, c’è stato un caso a Firenze, ma no, era solo un falso allarme, per prevenire il contagio bisogna mettersi le mascherine, ma trovi subito l’esperto virologo di turno che ti dice che le mascherine non servono a una beneamata cippa e allora che cazzo bisogna fare? Nulla. Non puoi fare nulla. Il virus è come il pensiero, e il pensiero, diceva il Poeta, è come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare. Stiamo lottando contro l’infinitamente piccolo e, contemporaneamente, contro l’infinitamente potenzialmente mortale, altro che cazzi. Ci stiamo rendendo conto che Décartes (Cartesio) non ci aveva capito nulla. Quella che sì, aveva capito tutto era la mia professoressa di chimica e biologia al Liceo, la Bussotti, Dio ce la conservi, che mi cercava di spiegare (e io duro pinato!) che “cogito ergo sum” era una gran cazzata perché il virus non cogitat, però ergo est lo stesso. Stiamo cercando di applicare delle logiche e delle strategie difensive di tipo squisitamente umano contro qualcosa che umano non è. Il virus fa quello che gli pare. Punto. Contagia, si sposta, uccide con voli imprevedibili ed ascese velocissime, traiettorie impercettibili, codici di geometrie esistenziali. E noi siamo ancora qui a cercare il paziente zero che ha infettato il 38enne ricoverato in gravi condizioni, perché, si veda il caso, quello che inizialmente era stato individuato come tale, poi è risultato non aver mai contratto il coronavirus del cavolo. La gente muore, il contagio si diffonde e noi stiamo ancora qui a guardarci le dita dei piedi come se fossero uno spettacolo interessante. “Non bisogna farci prendere dal panico”, ma ci sono comuni e località completamente chiusi, vuoti, deserti, la gente sta in casa, se vuoi fare un po’ di spesa devi fare la fila davanti ai supermercati con la mascherina che non serve a niente, le scuole chiudono a Milano per una settimana (e per saperlo ho dovuto consultare “El Pais”, il quotidiano spagnolo), non si sa che ne sarà della validità dell’anno scolastico, i pronto soccorso sono chiusi, se hai sintomi assimilabili al coronavirus della Madonna chiami il 1500, il 1500 è subissato di telefonate, i cattolici non possono andare alla messa, se ci vanno devono evitare il segno della pace, la comunione si dà in mano, a casa bisogna stare a due metri di distanza, l’incubazione del virus è di 14 giorni, no, invece dicono in Corea che è di 27, non bisogna avere paura ma intanto il governo prevee di mandare l’esercito per far rispettare il provvedimento sull’emergenza, come fai a dire che la gente non deve essere preoccupata? La gente ha paura, altro che. E la paura più grande è che siamo subissati dalle notizie ma non abbiamo quasi nessuna informazione. Bisognerebbe dare spazio sui giornali, in televisione, alla radio, sui social, sul web, a testimonianze come quella di Roberto Burioni. E invece siamo subissati di messaggi allarmistici o rassicuranti (a seconda delle scuole di pensiero, come se l’approccio a un virus fosse una questione di scuole di pensiero) veicolati da virologi della domenica, perché davanti all’emergenza tutti si sentono in dovere, ma peggio ancora in diritto, di dire tutto su tutto. E la gente, come se non bastasse, si prende la briga di bersi di tutto. Perché la gente ha paura, ma ha anche sete di una informazione corretta, asciutta ma soprattutto efficace. Abbiamo il diritto di sapere, ma soprattutto abbiamo il diritto di avere paura. Perché l’ignoto fa paura, la malattia fa paura, la morte fa paura. Ma soprattutto è l’ignoranza che genera la paura, che è quella di non sapere, che è quella che disorienta, e quando sei disorientato vai nel panico. Il disorientamento è la vera malattia del nostro tempo, altro che coronavirus. E così viviamo, isolati dal mondo perché siamo stati isolati dal sapere e dall’incapacità di vagliare criticamente le notizie che ci arrivano. Perché di coronavirus forse non si muore. Se non si ha la conoscenza si muore come degli stronzi.

E’ morta Nellina Laganà

Apprendo adesso dall’inossidabile Twitter che purtroppo oggi ci ha lasciati per un male incurabile Nellina Laganà, attrice, attivista, donna di forte carattere, che ha regalato ai suoi spettatori e al mondo una parte di sé. Nel 2018 si fece prima promotrice di una iniziativa per i 177 migranti della nave Diciotti: portò loro un arancino a testa. Un pugnetto di riso per la solidarietà. Era piena di grazia, intelligenza ed ironia. bellezza e leggerezza. Macherà molto a tutto il mondo che l’ha amata.