Tampone e lenticchie

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Il discorso di fine anno e di fine mandato del Presidente della Repubblica non ha avuto né pregi né difetti. E’ stato un discorso neutro, più che neutrale, non vincolto da particolari eccessi sopra le righe, né condizionato da toni verso il basso.

Ha rappresentato, come era legittimo e doveroso aspettarsi, una ferma e netta difesa delle istituzioni, prima tra tutte quella dello stesso ruolo del Capo dello Stato. Una difesa a 360° che non h tenuto conto della crasi sociale e della spaccatura istituzionale che si è ormai venuta a creare tra la gente e chi, direttamente o indirettamente, la rappresenta.

Perché, poi, quando la gente perde la fiducia nei poteri fondamentali della nazione, è difficile sanare quella spaccatura a forma di voragine che si viene a creare tra chi il potere lo attribuisce e chi lo esercita.

Il governo-minestrone di Draghi sta prendendo le redini dei cavalli che guidano il carro e comanda indiscusso a suon di decreti, depauperando il Parlamento della sua funzione principale, o rendendolo addirittura esecutore di meri atti materiali di ratifica o poco più. Lo dico e lo ripeto da due anni: una pandemia come quella che stiamo vivendo non giustifica la rinuncia e l’abdicazione allo stato di diritto. Mai.

Ed è così che, da un giorno all’altro, chi è stato a contatto con un positivo, se fino a ieri doveva mettersi in quarantena, fiduciaria o obbligatoria che sia, da domani non deve farlo più. Se una mascherina era uno strumento di prevenzione o, al massimo, una buona abitudine fino all’altro giorno, da domani sarà semplicemente un coadiuvante per la vita sociale e basterà, ex se, a fare in modo che chi si è potenzialmente contagiato non contagi anche gli altri.

Circoleremo come tanto zombie, consci intimamente del nostro misfatto di aver avuto a che fare con dei positivi, conspevoli (ma anche no) della nostra funzione di potenziali untori di manzoniana memoria.

Intanto sulla scuola si sta prendendo in considerazione l’ipotesi di lasciare in DaD gli alunni non vaccinati. La cosa è solo allo stato embrionale, vedremo, se con il passare del tempo, sarà partoria da questa genìa di politici, o si risolverà, tout-court in un aborto istituzionale. Però intanto ciò che è grave è che ci stanno pensando. Ma come, la DaD che costituisce il peggiore incubo del nostro Ministro dell’Istruzione, quella che era da evitare come la peste bubbonica perché se no i ragazzi crescevano frustrati e socialmente isolati, verrebbe affibbiata a chi non si vaccina? Ma non è mica un obbligo! E come posso io, Stato, emarginare o dequalificare un soggetto, specie se minore, in obbligo scolastico, o, comunque, col diritto sacrosanto all’istruzione, solo perché i suoi genitori (non certo lui, che, lo ripeto, è minorenne) hanno scelto di non vaccinarlo. Come faccio a dirgli “no, tu non sei obbligato a vaccinarti, ma se non ti vaccini ti metto dietro un computer e i tuoi compagni li rivedi col cannocchiale?” Perché stiamo parlando di bambini, non dimentichiamocelo.

E a proposito di scuola, il Presidente della Repubblica ha fatto un gentile e sentito richiamo alle parole del Professor Pietro Carmina, morto nel disastro di Ravanusa. E’ così, siamo arrivati a questo. A citare le frasi e il pensiero degli altri. Il discorso del Quirinale rappresenta la fotografia più nitida e vivida, ancorché impietosa, del degrado politico, morale, culturale e civile dell’Italia pandemica.

Siamo un popolo a cui manca la cultura. Per questo andiamo a cercarla da chi ce l’ha.

Nelle scorse ore Tomaso Montanari, che, se non erro (e non erro) è rettore di una Università italiana, ha ravvisato un particolare che a molti era sfuggito. Durante la ripresa del discorso presidenziale si intravedevano delle palme dai giardini del Quirinale, attraverso le finestre dello studio di Mattarella. Montanari ha parlato di “repubblica delle banane” scatenando un vespaio. Il capo della comunicazione del Quirinale Giovanni Grasso si scomoda per fargli addirittura notare che le palme non fanno le banane, ma i datteri. Cavoli, sono questioni di fondamentale importanza, queste, non ci si può mica passare un briscolino sopra! Bisogna smuovere il capo del servizio di comunicazione della Presidenza della Repubblica per sottolineare che dàtteri battono banane uno a zero. Questo significa che se una persona di altissimo profilo istituzionale si dedica a controbattere a delle opinioni (condivisibili o non condivisibili) di un intellettuale sui social network siamo veramente giunti alla fine dello Stato di diritto e del diritto allo Stato.

Il mandato di Matterella scadrà ufficialmente il 3 febbraio prossimo. Ma tranquilli, Berlusconi si è già candidato a succedergli.

Il senso di Selvaggia Lucarelli per l’obbligo tamponale prossimo venturo

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Ecco, prendiamo Selvaggia Lucarelli, tanto per fare un esempio di quelli soliti.

Ha postato questo complicatissimo messaggio su Facebook in cui si dichiara dispostissima a mostrare l’esito del tampone qualora questo diventi un obbligo e qualora le sia richiesto per partecipare a eventi che siano determinati da una massiccia presenza di persone. Nulla di che, lodevole posizione, ma vorrei anche vedere il contrario.

Lei che aveva denominato qualche “no-vax” come “poltiglia verde”, lei che non voleva più partecipare a “Ballando sotto le stelle” (trasmissione notoriamente di ampio respiro culturale offerta del nostro servizio pubblico, e pagata coi NOSTRI soldi) perché c’era Mietta che aveva il Covid, si è trovata rincartapecorita e intricata nei fili della matassa della più complessa legislazione europea in materia di pandemia.

Pare, infatti, che sia prossimo il varo della normativa che impone, anche a chi si è vaccinato con tre dosi, il possesso e l’esibizione degli esiti del tampone rapido, per poter accedere una serie particolare di eventi, quasi tutti a carattere ludico o cultural-ricreativo.

Io personalmente ci provo un gusto che levàtevi. Persone come la Lucarelli, che rappresentano l’ala più intransigente del pensiero pro-vax, costrette a “cacciare” dal portafogli 15 euro a botta per partecipare alla presentazione dei loro stessi libri, a proiezioni di prima visione, a aperitivini di circostanza. Siccome io il tampone me lo sono pagato ogni 48 ore per poter LAVORARE (e non per andare a prendere lo Spritz), non vedo perché loro non possano fare altrettanto per attività alternative su cui, mi pare, la repubblica democratica italiana non si fonda.

Non si sa, inoltre quali teatri frequenti la Lucarelli, per pagare SOLO 10 euro di biglietto. Ma, a parte questo, ciò che appare assurdo è la retorica dei pro-vax che hanno usato argomentazioni assurde per sostenere le proprie posizioni. Come quella della patente, ve la ricordate? “Per guidare ci vuole la patente, non si vede perché certa gente non voglia vaccinarsi per lavorare!” A parte il fatto che avere la patente prevede l’acquisizione di certe nozioni teoriche e di una certa manualità, cosa che per il vccino non è prevista (non bisogna conoscere DNA e RNA per ricevere Pfizer), ma adesso che il tampone sarà obbligatorio in certi ambiti ristretti, cazzarola di Bhudda, lo vuoi fare o no?? E quando dicevano “Eh, ma i vaccini vanno fatti per senso civico, per mostrare un po’ di solidarietà nei confronti degli altri!” Gli altri?? C’è gente che se li mangerebbe vivi gli altri. Comunque, adesso, lorsignori facciano il favore di fare il sacrificio di farsi stantuffare il naso ogni qualvolta la loro vita sociale cozza con l’interesse dei singoli individui. O vogliono andare al cinema rischiando di infettare il vecchietto vicino di poltrona?

E’ gente così. Non gliene frega niente se da settembre un docente non vaccinato ha dovuto pagarsi un tampone ogni 48 ore, ma si lamentano che prossimamente i sanitari possano doverne esibire uno ogni quattro giorni.

Io lo dico sempre: io mi sono vaccinato per farmi i cazzi miei, e loro??

Tamponatevi sempre. Tamponatevi tutti. Tamponatevi e basta!

Trieste ha una scontrosa grazia

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E hanno, da capo, la prepotenza di chi sta dalla parte giusta, “buon sangue non mente”, avrebbe detto Pasolini.

Sono in assetto antisommossa. Si parla dell’uso degli idranti e dei manganelli per evacuare il Varco 4 del porto di Trieste, occupato da gente pacifica e, soprattutto, disarmata.

Quando la polizia ha caricato con gli idranti, qualcuno dei manifestanti si è buttato a terra stringendosi al compagno più vicino per farsi coraggio. Qualcun altro aveva un rosario in mano. Sono gesti altamente eversivi, si sa. Come si permette la gente di esprimere il proprio dissenso? Pregando, poi!

Dicono che due di loro sono in stato di fermo. Benissimo, se si sospetta che abbiano commesso dei reati quella è la procedura. Nessuno pretende per loro l’impunità. Ma dal momento che questi cittadini italiani (perché tali sono e restano) vengono fermati, la loro incolumità è affidata allo Stato. E non deve essere torto loro un capello. Né oggi, né domani né mai.

Il già citato Pierpaolo Pasolini, ebbe a scrivere un lungo poema sui fatti di Valle Giulia, nel ’68. Gli studenti si scontrarono coi poliziotti e l’intellettuale, inaspettatamente, prese le parti di questi ultimi:

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.

A Trieste nessuno ha fatto a botte. A Trieste i poliziotti sono stati accolti, il primo giorno, con i fiori consegnati dalle donne portuali e dalle mogli dei lavoratori. Lavoratori che sono tutto meno che i figli di papà “paurosi, incerti, disperati, prepotenti ricattatori e sicuri”. Sono povera gente, che ha moglie e figli a casa. Che probabilmente oggi non avrà guadagnato nemmeno quel tanto che basta per dar loro da mangiare. Gente lasciata sola dai sindacati (i sindacati…), abbandonata a se stessa dall’opinione pubblica, irrisa dalla stampa, gente che il massimo che può aver fatto è stato impedire di parlare a un fascista o boicottare il lavoro di una troupe del TG3. Se sono reati vanno perseguiti. Se non lo sono queste persone vanno lasciate in pace.

Dicono che qualcuno si è sentito male. E vorrei anche vedere il contrario. Solo chi ha il callo dell’azione giudiziaria resisterebbe a muri di camionette e lancio di lacrimogeni.

Dov’erano i poliziotti quando i fascisti assaltavano la sede della CGIL? Perché non c’erano? Perché non hanno fermato un individuo pericoloso e violento come quello che era sottoposto all’obbligo del braccialetto elettronico, di cui si dovevano conoscere i movimenti in tempo pressoché reale?

Chi ha dato l’ordine, perché un ordine è stato dato, deve dimettersi e subito. Così come il senatore Pd Andrea Marcucci che ha dichiarato: “Le forze dell’ordine vanno ringraziate sempre, anche per come stanno facendo rispettare la legge, ora a Trieste. (…) Al porto di Trieste, c’è un presidio, che più dei portuali, è ad opera di una sorta di ‘nazionale del dissenso’.” Abbia, quanto meno, un po’ più di rispetto per chi i tamponi se li paga ogni 48 ore per poter andare a lavorare, obbedendo a una norma legislativa che il suo partito, essendo forza di maggioranza, ha fortemente voluto. E poi il “dissenso”? Ma il dissenso è la fonte primaria della democrazia e della libertà di pensiero, di opinione e di espressione. Che sono diritti costituzionalmente garantiti. E che si stanno disgregando, neanche troppo lentamente, a colpi di manganello.

Gli assalti fascisti alla CGIL e il neofascismo di sinistra

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E’ certo che l’assalto vandalico perpetrato nei confronti della sede della CGIL di Roma è un gesto esecrabile che va condannato senza mezzi termini.

Ma c’è comunque qualcosa che non torna in tutto questo solidarismo, dovuto ma criticabile. Parliamone un po’ di questa CGIL, locomotiva trainante della triade sindacale maggiore. E’ stata attaccata da un manipolo di fascisti che sono stati immediatamente identificati e posti in stato di fermo. Uno di loro era sottoposto alla misura del braccialtto elettronico, e ci sarebbe anche da chiedersi il perché. Li hanno presi perché i fascisti storici e radicati nella nostra società civile sono estremamente prevedibili.

Non altrettanto prevedibili sono i fascismi che si sono insinuati in una certa sinistra di maniera, appoggiata da sempre dalle sigle sindacali di maggioranza. Che da almeno un trentennio hanno abdicato alla loro funzione di tutela dei lavoratori diventando, lentamente ma inesorabilmente, dei fornitori di servizi a pagamento. Vuoi una consulenza di diritto sul lavoro? Vai al CAF. Devi chiedere il contributo per l’asilo dei tuoi figli? Ci pensa il CAF. Devi calcolare l’ISEE della tua famiglia? Ci pensa il CAF. Si offrono come intermediari tra te e lo Stato. “Vieni, ci pensiamo noi…” ti fanno sentire sicuro, e tu non fai altro che delegare, delegare, delegare. Dovrebbero difendere i diritti dei lavoratori, non calcolarti tra quanto andrai in pensione. I diritti dei lavoratori si difendono nelle piazze, nei circoli, tra la gente, perché il lavoro è il fondamento della Repubblica. Non in un ufficio polveroso pieno di carte e di fascicoli, con i computer antidiluviani che viaggiano ancora con Windows XP e le segretarie scortesi che ti fanno capire che LORO ti stanno facendo un favore. E i favori, in un’ottica di potere, si ripagano.

E’ così che funziona. In cambio ti chiedono la tua fedeltà. In fondo una tessera costa poco e può dare tanto. E diventi uno di loro.

Uno di quelli che non fanno NIENTE per salvaguardare i lavoratori che devono pagarsi un diritto costituzionalmente riconosciuto come quello al lavoro tramite un green pass da rinnovare ogni 48 ore, complici di partiti politici che governano in allegra alleanza con la Lega e con Forza Italia. O, ancor peggio, inerti. Ricevono la solidarietà e l’abbraccio di Draghi, ma la base, la famosa “base” di cui si parlava tanto nei comunismi degli anno ’70, quella non l’ascolta più nessuno. E la “base” è incazzata. Giustamente MOLTO incazzata.

E dal 15 ottobre il malessere sociale, che fino ad ora apparteneva ad alcune categorie di lavoratori, si estenderà a TUTTI, dipendenti pubblici o privati che siano, senza alcuna distinzione. Sarà il caos totale. E infatti i lavoratori portuali di Trieste (che NON sono la CGIL) si sono già mossi e hanno ottenuto risultati incoraggianti dal Ministero degli Interni che sta cominciando ad aprire alla possibilità di tamponi gratuiti (con costi a carico delle aziende) per la loro categoria. Questi, che nel frattempo hanno paralizzato il 90% del lavoro rendendo di fatto immobile il porto, hanno risposto ciccia, e hanno preannunciato il prosieguo delle loro proteste finché il green pass non venga abolito per TUTTI. Senza sfasciare nulla, senza attaccare nessuna sede sindacale, senza che nessuno abbia dovuto ricorrere alle cure del Pronto Soccorso.

E, infine, dulcis in fundo (o venenum in cauda), l’abolizione dell’articolo 18 dallo Statuto dei Lavoratori ce lo vogliamo ricordare o no? E vogliamo parlare di Landini che va in giro con l’auto blu??

E mentre tutti parlavano dell’assalto alla CGIL, quasi nessuno si è degnato di far cenno all’assalto nei confronti dei sanitari e del personale medico del Pronto Soccorso dell’Ospedale Umberto I di Roma. Anche loro sono lavoratori. E chi li tutela, la CGIL? Ma via…

Ordine del giorno Trizzino: i virologi gridano “al bavaglio!”

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Giorgio Trizzino è un deputato del Gruppo Misto. Ha proposto un ordine del giorno contenuto nel decreto green pass bis (ordine del giorno regolarmente accolto dall’esecutivo) in cui esplica l’opportunità di vincolare la partecipazione di medici e scienziati a dibattiti e programmi televisivi a un’autorizzazione preventiva rilasciata dall’autorità sanitaria presso la quale operano.

Mi sembra assolutamente una proposta di buon senso e l’appoggio penamente. Non si vede perché un poliziotto o un militare, per rilasciare un’intervista alla stampa debbano sottostare a questi obblighi da parte dei corpi di appartenenza e un medico no. Se rilasciano dichiarazioni al servizio pubblico vengono pagati (perché non credo che lo facciano gratis e per gli occhi belli color del mare) coi soldi pubblici, ed è giusto che paghino in prima persona in caso di dichiarazioni false, tendenziose o inutilmente allarmistiche. Anche perché ne va di mezzo l’onore e il prestigio dell’azienda sanitaria o dell’Universita in cui insegnano, operano e lavorano.

Se io devo fare una collaborazione con una qualsiasi Università DEVO chiedere il permesso al mio dirigente scolastico. E se non me la dà, io quella collaborazione non la posso fare e fine della storia.

Permettete che nell’intervento di un medico esperto in una TV pubblica ci sia molto di più di una semplice collaborazione occasionale (un virologo come Burioni ha partecipato regolarmente a tutte le puntate di un tal show della domenica su Rai Tre)? Si tratta di dare informazioni alla gente, non certo di convincerla a vaccinarsi, perché quella è una scelta personale.

Naturalmente si è scatenato cielo, terra e mare e si è gridato subito al bavaglio, alla censura e alla privazione del diritto costituzionale di parola.

Matteo Bassetti ha dichiarato:

«Io sono professore universitario e come tale parlo quanto voglio e nessuno mi mette il bavaglio, perché altrimenti siamo di fronte al fascismo. Io ho i titoli per parlare del virus e del vaccino, impedirmi di parlare sarebbe gravissimo»

Bene, lui è professore universitario con tanto di titoli e rivendica il diritto di parlare quanto vuole. Ma allora si faccia un sito web, un profilo social, un canale YouTube, quello che vuole, dove può dire privatamente quello che crede (nessuno glielo vieta). Ma finché usa il nome dell’Università per andare alla TV pubblica, io, utente, voglio essere preservato nel mio diritto all’informazione. Se tutti i professori universitari potessero dire quello che vogliono avrebbero ragione quei docenti che, da storici, scrivono su Facebook che l’olocausto è una baggianata. E invece sono stati giustamente radiati dagli Atenei di appartenenza. Non basta essere delle autorità, bisogna anche essere autorevoli. Fascismo? E meno male che se n’è accorto. Ma non si è reso conto, al contempo, che il neofascismo deriva proprio da quella sinistra marchettara e di maniera che si è alleata con la Lega e con Berlusconi per andare al governo e gestire la cosa politica del Paese.

Più defilato Massimo Galli:

«Siamo al grottesco, impedire ai medici di esprimersi è come dire che un avvocato non può discutere di argomenti giuridici in tv»

Nesssuno impedisce ai medici di esprimersi, evidentemente. Si dice solo che la partecipazione a programmi televisivi debba essere regolamentata nell’esclusivo interesse dell’opinione pubblica e di chi ti dà i quattrini per il tuo lavoro. Non si puà obbedire a Dio e a Mammona!

Oltre le righe Andrea Crisanti:

«Penso sia una buffonata e che l’idea gli sia venuta dopo una visita in Corea del Nord. Posso pure capire che si è esagerato, ma è un problema di rapporto tra domanda e offerta: c’è una domanda gigantesca da parte delle persone di informarsi, che i media intercettano, e l’offerta viene da chi ha da dire qualcosa»

Domanda e offerta? Ma che si sta parlando, di un sacco di patate, di un etto di prosciutto cotto o di una tonnellata di frutta all’ingrosso? Non è una legge di mercato, cazzo, è un dovere istituzionale. Siamo in piena pandemia, con la gente che muore per strada e non vogliamo informare la gente? Ma DOBBIAMO farlo. Ed è logico che il servizio pubblico si rivolga a persone di provata esperienza e qualifica che rappresentano istituzioni sanitarie e universitarie. E’ il minimo. Quello della gente di acquisire informazioni è un bisogno primario, come l’acqua, e deve essere soddisfatto gratuitamente e dato a TUTTI.

L’evocazione dei fascismi e del totalitarismo da Corea del Nord rappresentano la reazione più scomposta e inopportuna da parte di Lorsignori. Perché mentre loro gridano al tradimento, sul vicequestore Schilirò pende un provvedimento disciplinare per aver legittimamente espresso un’opinione su green pass. E guardate che non sono cose belle.

Il senso del MOIGE per Lino Banfi

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Io, lo confesso, non ho una spiccata simpatia per il MOIGE (Movimento Italiano Genitori Onlus), Ma trovo che, questa volta, l’abbiamo imbroccata in pieno.

Hanno presentato una denuncia all’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria e al Comitato Tv Minori contro lo spot di TimVision in cui il nuovo testimonial Lino Banfi Lino Banfi pronunciava il suo storico “porca putténa”.

Sia chiaro, non è il mio bigottismo un po’ rétro che mi fa parlare. “Porca putténa” è un tormentone. Come “chézzo, raghézzi!”, come la “chépa” e tanti altri.

Abbiamo imparato ad ascoltarli da una quarantina d’anni a questa parte, in quei filmetti di serie B, poi diventati, non si sa bene perché, quasi dei “cult”, quella in cui l’insegnante era scuola col ripetente, la soldatessa in caserma, la casalinga con l’idraulico e viandare. Tette e culi in abbondanza, sesso con estrema moderazione. Poi Banfi si è rifatto un personaggio con Nonno Libero e anche quella è storia.

Ma se la metti in prima serata è vero che l’ascoltano anche i bambini. E i bambini son bambini. Si sa, ascoltano, assorbono come spugne, ripetono, riportano a scuola, ripropongono in maldestre imitazioni stilemi e tormentoni del vivere quotidiano. Hanno cinque (l’età di mia figlia), sei, sette, otto anni, mica di più. Ce li vedete? “La vuoi la mia merendina, porca putténa?” Oppure “Passami la gomma, chézzo!” “Raghézzi, quando suona la campanella che mi fa mèle la chépa?” Non è esattamente bellissimo.

Non è un attacco alla volgarità, è un attacco al cattivo gusto. E l’hanno spuntata.

Che, poi, voglio dire, è pur vero che i bambini ne sentono di tutti i colori. I più grandicelli hanno il cellulare, guardano i loro rapper preferiti su YouTube, che li rincoglioniscono di stronzate, hanno TicToc o come diavolo si scrive, fanno i balletti, gli interventi volgari, scorregge, rutti, ammiccamenti, qualcuna comincia già a mostrare il reggiseno, che voglio dire, vai a letto che domattina devi andare a scuola a studiare e hai ancora il latte sulla bocca, ma non li fermi mica, non li puoi fermare. Poi, più grandicelli ancora, passano su Instagram e lì è il delirio.

Se qualcuno ci sta attento non è mica una roba brutta. E stateci attenti anche voi. Porca putténa.

Roberto Benigni e i bambini afghani

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Le dichiarazioni di Roberto Benigni, Leone d’oro alla carriera “in pectore” alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (1-11 settembre 2021) destano viva perplessità e preoccupazione.

Benigni è un artista che non ha bisogno di visibilità. Per quella è più che sufficiente la Divina Commedia, che è un’opera entrata in pubblico dominio, e che chiunque può sfruttare, pubblicare e rappresentare a proprio piacimento, anche per farci dei sacrosanti quattrini.

Le esternazioni dell’attore, riferite ai bambini afghani gettati dalle loro madri oltre i fili spinati e pronunciate a Viareggio, dove ha ricevuto un riconoscimento dal Presidente del 92/o Premio letterario Viareggio-Repaci, sono già abbastanza eloquenti “ex se”:

“Io sono loro, io sono quel bambino (…)”

Non è John Fitzgerald Kennedy che davanti al muro che divideva le due Germanie pronunciava lo storico “Ich bin ein Berliner”. La storia si ripete, questo sì, ma in modalità e sfaccettature sempre nuove ed articolate.

Quei bambini sono carne viva, esseri umani veri, sono la rappresentazione della tragedia più inimmaginabile che un essere umano possa concepire. Non avranno un futuro. Il gesto di gettarli oltre un filo spinato nelle braccia dei soldati delle truppe d’occupazione non è di speranza. E’ di disperazione e di condanna a vita.

Se io dovessi fare mie le parole di Roberto Benigni avrei quanto meno una sensazione di forte sobbalzo e di allarme. Io sono una persona fortunata. Ho ancora una madre (loro probabilmente non la ricorderanno nemmeno, da adulti, la loro madre), ho un lavoro, ho una casa, ho una figlia che mi ama. Le loro madri non l’avranno mai più un figlio che le possa ancora amare. Ho anche del denaro da parte. Pochissimo, s’intende, ma mi aiuta a far fronte alle mie necessità primarie. Questi bambini non hanno NIENTE. Sono destinati all’oblio degli uomini e di Dio, privati perfino della loro identità (chi ricorderà mai i loro nomi e cognomi?) Come diceva Manu Chao? “Soy una raya en el mar, fantasma en la ciudad”. Ecco cosa sono diventati quei bambini, fantasmi, figure meramente ectoplasmatiche, ombre. Puri reietti della società. E no, io non sono loro. Io mi muovo, sono vivo, quando giro per strada le persone mi chiamano per nome perché ho un nome. Mangio a sufficienza e posso contare su del cibo sano, loro chissà come verranno nutriti. Io ho relazioni sociali, ma questi bambini, per bene che vada, quando saranno adulti, non parleranno più nemmeno la lingua del loro paese di origine.

Non ho nulla da dire sulla conversione religiosa e spiritualistica di Roberto Benigni. Mi limito ad osservare che è diventata molto frequenti negli ambienti di una certa gauche-caviar di maniera, la stessa che si riconosceva nei monologhi di Cioni Mario di Gaspare fu Giulia o in “Berlinguer ti voglio bene” e che, poi, arricchitasi, ha pianto alla visione delle scene di “La vita è bella”. Che era un’altra cosa. Benigni è passato dall'”Inno del corpo sciolto” alle rivisitazioni di Pinocchio, dalle bestemmie e dalle imprecazioni che contornavano le sue interminabili filippiche teatrali (vi ricordate quella sul fascista a cui augurava un figlio che somigliava a Berlinguer?) a “Vergine madre, figlia del tuo figlio”. Per carità, mi va benissimo, sacrosanti fatti suoi, ma permettete che uno qualche legittimo dubbio se lo faccia venire.

Ma i bambini no, per favore. I bambini vanno lasciati stare. Perché accomunarli a noi stessi, o accomunare noi stessi a loro significa disconoscere la vergogna dell’innegabile crasi che il genere umano ha impresso sulle loro persone privandole perfino della loro dignità. Noi NON siamo quei bambini. Siamo i loro carnefici. Mettiamocelo bene in testa. Noi non siamo il corpicino gettato oltre il filo spinato. Siamo, piuttosto, il filo spinato stesso che divide noi da loro, che regala a noi una vita agiata e alle persone che restano dall’altra parte una vita segnata per sempre dalla tirannide e dalla dittatura.

O guardate un po’ se è la stessa cosa sì o no…

In lode e gloria della pasta liscia

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Allora, io AMO la pasta liscia, va bene?

In casa mia si usano, a titolo di esempio, SOLO penne lisce. Assolutamente NON rigate. Chi le vuole se le mangia, per chi non le vuole o non le apprezza sufficientemente, quella è la porta (ma un pezzo di formaggio lo si trova sempre). Non transigo su questo.

Non fidatevi di chi vi dice che le penne lisce sono migliori perché “tengono meglio il sugo”. E’ una balla colossale. Intanto perché la penna liscia, se trafilata al bronzo (bronzo ci vuole!!), è ruvidissima e il sugo lo trattiene molto bene. In secondo luogo perché le penne rigate, spesso trafilate con materiali di minore qualità, che non sono il bronzo, dànno notevoli problemi di cottura: la parte esterna (quella a immediato contatto con l’acqua bollente) rigata è molto più cotta della struttura interna della penna. Così, mordendole, le penne rigate fanno la pappa all’esterno e restano meno cotte all’interno.

E poi la tradizione della pasta italiana PURA è liscia. Deriva dallo zito (squisito formato napoletano) e lo zito non è mai rigato, nossignori. Avete mai mangiato i pàccheri? I pàccheri sono di una bontà e di una perfezione assolute. Eppure sono lisci. Avrete sicuramente deliziato il vostro palato con un piatto di bucatini all’amatriciana almeno una volta nella vita. Vi immaginate quando risucchiate il bucatino con la bocca, gustando il condimento che si è rifugiato nel buco al suo interno se doveste sentire il fastidio o la molestia di una rigatura? Assolutamente improponibile.

L’italiano VERO mangia pasta liscia. Il resto sono solo inutili e patetiche speculazioni. Ma gli conviene?

Vaccini-casini

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Ho fatto la visita allergologica per la eventuale somministrazione del vaccino anti-Covid19. Sono cazzi.

Vi offro la mia testimonianza, per quella che è e per quello che vale.

Qualcuno saprà che all’età di 20 anni ho avuto una reazione importante alla somministrazione di un vaccino. Quindi prima di fare quello anticovid voglio vederci chiaro. Semplicemente.

1) NON ESISTE alcun test allergologico alle componenti attive dei vaccini attualmente in circolazione. I testi si possono fare sui farmaci (antibiotici, antidolorifici, antitermici e quant’altro), ma non sui vaccini. Come se il vaccino non fosse un farmaco.

Esiste, tuttavia, una direttiva che prescrive test allergologici sugli eccipienti.

L’eccipiente più comune è il macrogol. Che, per chi non lo sapesse, viene usato come blando lassativo o, in dosi sensibilmente maggiori, per la preparazione ad esami clinici come la colonscopia.

Ho già preso il macrogol in passato. Nessuna reazione. Ma che cosa possa farmi la componente attiva del vaccino è un’incertezza assoluta.

2) Mi è stato consigliato di procedere all’inoculazione in ambiente ospedaliero (ricovero) rigorosamente protetto. Con il cortisone in vena pronto all’uso e una stretta osservazione nelle ore successive. Il problema è che possono insorgere effetti collaterali anche a distanza di una settimana.

Tuttavia il medico scriverà sul referto che eventuali reazioni avverse sono del tutto IMPREVEDIBILI, e che non darà la sicurezza al 100% che non ve ne siano.

Quindi, vengo lasciato solo con la mia coscienza e la mia sensibilità (per me siamo anche in troppi!) a decidere: o corro il rischio o non mi vaccino. Il rischio è la vita.

Io in cuor mio ho già deciso.

Ma nel frattempo c’è sempre qualche coglione che mi chiama “no-vax”.

E chest’è.

Alla cara memoria di Gino Strada

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Ricordiamo con affetto Gino Strada, uomo buono e mite, troppo criticato in vita e, dunque, nel giusto.

Aspettiamo con disgusto le lacrime da coccodrillo di chi l’ha stroncato mentre era ancora vivo e impegnato a rendere il mondo un posto migliore. Le nostre, ce le piangiamo nel silenzio della ragione.

Buon viaggio, Dottor Strada!

Selvaggia Lucarelli vs. Enrico Montesano

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Bisogna smetterla di aver paura degli altri.

Ma soprattutto bisogna smetterla di chiedere agli altri se sono vaccinati o no. Come se questo ci riguardasse, come se questo aiutasse, di fatto, a distinguere gli uni dagli altri, lo yin dallo yang, il buono dal cattivo, Stan Laurel da Oliver Hardy. Basta, non se ne può più. Non sono una persona migliore o peggiore, sia che mi sia vaccinato, sia che non abbia potuto o voluto farlo.

Ti fanno sentire una merda umana. Eppure anche il Garante della Privacy ha stabilito che neanche il datore di lavoro può chiedere a un suo sottoposto se è stato vaccinato o no. Semplicemente perché sono affari che afferiscono alla sua sfera personale, dati sensibili e non c’è trippa per gatti.

Ieri una querelle tra Selvaggia Lucarelli (sì, quella che mi ha corcato di ban sui suoi account Facebook e Twitter) e l’attore Enrico Montesano mi ha riportato la questione alla luce.

La Lucarelli, probabilmente in un eccesso di zelo giornalistico, ha rivelato, con un Tweet, all’universo mondo che Enrico Montesano si sarebbe ammalato di Covid.

Ecco il testo del Tweet (la Lucarelli non lo sa ma io la leggo lo stesso):

“Visto che non ha mai avuto il coraggio di dirlo, ma ama insultare e cavalcare le peggiori teorie complottiste, lo dico io: Enrico Montesano ha avuto il Covid, è stato ricoverato, è stato salvato dai medici e dalla scienza. Quella scienza a cui ha chiesto aiuto, quando stava male”

Montesano, dal canto suo, risponde:

“In un tweet la sig.ra Lucarelli afferma cose assolutamente false sul mio conto. Mi riservo di agire nelle sedi opportune a tutela della mia persona”

Insomma, secondo la Lucarelli, l’attore (già interprete di personaggi memorabili come Felice Allegria e la romantica donna inglese che scrive sul suo diario del suo amore per un certo Salvatore) sarebbe colpevole di avere punte di pensiero complottiste e/o negazioniste, ma nel momento in cui ha contratto il Covid non avrebbe esitato a rivolgersi alla scienza che l’ha guarito.

E va beh, a parte il fatto che Montesano smentisce, e non è un dato da poco, ma se anche fosse? Mi risulta che la scienza medica non si applichi soltanto a chi ci crede o ne osserva gli insegnamenti e i precetti, ma a CHIUNQUE. Non si può curare per ideologie. Non è così che funziona. E poi come si permette la Lucarelli di rivelare una circostanza che, se fosse vera, riguarderebbe solo ed esclusivamente la salute di una persona, sia pure nota al pubblico? Non sono dati pubblici, sono dati privati che più restano privati e meglio è.

Appare, invero, assai maldestra questa rivelazione. Montesano ha avuto il Covid? E adesso che lo sappiamo cosa ci cambia? Il punto non è che non sia una notizia, il punto è che è una NON-notizia, che acquista un suo senso, se di senso si può parlare, una sua spiegazione almeno, nel fatto che Montesano la pensi come la pensa. Quali sono le vere notizie che possono riguardare un attore? L’uscita di un suo film, il debutto di un suo spettacolo, eventuali pendenze giudiziarie, fatti di cronaca che lo coinvolgono, qualche vernecchia sulla vita privata, al limite (ma proprio al limite), ma NON il fatto che si sia ammalato e che sia stato, per giunta, anche curato a prescindere dalle proprie idee, perché questo io lo PRETENDO per TUTTI, indistintamente, e guai se non fosse così.

L’ultima parola è della Lucarelli:

“Non solo è vero, ma come sai te l’ho detto anche in privato tempo fa che avevo saputo della tua malattia. E ti sei ben guardato dallo smentire. Parliamone pure in altre sedi. Volentieri”.

E sette suo.

Il ricatto della punturina

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Io non sono vaccinato.

Davvero, non ho ricevuto nemmeno la prima dose. Non è una scelta politica o ideologica. Ho solo (solo?) avuto, all’età di 20 anni, una reazione importante alla somministrazione di un vaccino antitetanico, un inizio di anafilassi che ha rischiato di portarmi al Creatore. Ma sono ancora qui.

Non sono un no-vax. Non sono nemmeno uno scettico. Sono solo uno che ci tiene alla propria pelle e che prende le sue dovute precauzioni.

Dal 6 agosto, come molti miei “correligionari” (li chiamano così gli idioti di Facebook) non potrò più andare a consumare un caffè a un tavolo interno di un bar, né in piscina, o al cinema, o a teatro.

Ma c’è di più. Sono un insegnante, anche se non amo parlare della mia professione in pubblico. Prendetelo come un dato, questa è la mia professione. Tra qualche tempo, neanche troppo, sarò costretto a vaccinarmi, considerato l’orientamento inequivocabile del governo di rendere obbligatoria la vaccinazione anti Covid-19 per il personale scolastico. Insomma, da una parte rischio di avere ancora delle gravi conseguenze e degli importanti effetti collaterali, dall’altra rischio seriamente il lavoro. Perché non si sa ancora che cosa accadrà a chi, una volta approvato il dispositivo di legge, o insisterà a non volersi vaccinare, o manifesterà la volontà di proseguire sulla sua scelta, ma si parla addirittura di sospensione dal ruolo con il posto rilevato da un precario. Così dovranno pagare due stipendi. Ammesso e non concesso che chi sarà sospeso dal ruolo lo stipendio lo conservi (l’altra ipotesi, remota ma realistica, è quella del licenziamento).

Ed è questa la faccia sconvolgente dell’azione di governo. Se non ti vaccini e non cedi al ricatto della punturina, non lavori più e non puoi accedere neanche ai mezzi di trasporto (altro che caffettuccio al bar!), comunque tu la pensi. “La Costituzione? Eh, beh, la Costituzione, si fa presto a parlare del diritto alla libertà di cura, ma qui ci sono dei giovani che rischiano di contagiare e di essere contagiati, non si può guardare tanto per il sottile.” Già, ma allora perché non impongono l’iniezione anche agli studenti? Non dico ai minori di 12 anni, ma almeno a quelli di età superiore. E perché io, come insegnante, quando ricevo in presenza i genitori, non ho il diritto di richiedere (sono un pubblico ufficiale, posso farlo) il green pass per vedere se sono vaccinati o no? No, questo non è assolutamente previsto, ti vaccini tu, che sarai anche non vaccinato, ma almeno negativo (a meno che non si vogliano mettere in dubbio le risultanze delle analisi cliniche), che non hai mai giocato a racchettoni sulla spiaggia, che non sei mai andato in piazza a fare lo scemo quando l’Italia ha vinto gli Europei, che non fai lo struscio nel centro città per il weekend, che vai sempre in giro con la mascherina anche se non è più prescritto, perché le precauzioni non sono mai troppe, che stai a casa ed esci il meno possibile (essere degli asociali può salvare la vita a volte).

Dicono che bisogna evitare a tutti i costi la DAD a settembre, unica responsabile del disatro totale delle risultanze deludenti delle prove INVALSI, per cui gli alunni non conoscono più l’italiano, non hanno dimestichezza con la matematica e parlano l’inglese come Stanlio e Ollio. Nessuno dice che la DAD ci ha salvato la vita. Nessuno dice che, nonostante la distanza, le difficoltà, le connessioni scolastiche che non ci sono, ci sono alunni e alunne che hanno raggiunto delle eccellenze, testimoniate dai voti attribuiti dal consiglio di classe, perché quando i ragazzi studiano, guarda caso, riescono. Ma per loro fa più una lezione frontale di un sussidio digitale. E’ sempre più efficace scrivere sulla lavagna che invitare gli alunni a cercare una soluzione su internet, fosse anche su quello scempio di Wikipedia. Non ti vaccini perché se no rischi di stare male? Se oltretutto sei favorevole alla DAD te ne puoi andare per strada. Chi ha più bisogno di te? Di te che fino ad ora dovevi compilare il registro elettronico, partecipare ai consigli di classe, ai collegi docenti, ai ricevimenti generali dei genitori, alle riunioni di dipartimento, ai consigli di classe straordinari, agli esami di stato. Di te che il fatto che questi ragazzi non conoscano l’italiano lo sapevi da almeno 20 anni (e dovevi insegnare loro lo spagnolo, figuriamoci un po’, questi non riconoscono un complemento oggetto da un trattori a cingoli, e io devo parlare di “accusativo personale”). Di te che, se non vuoi fare la punturina o hai avuto quello che hai avuto, ora puoi anche andare a chiedere l’elemosina.

Grandezza e decadenza di Franco Battiato

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Franco Battiato ci ha lasciati senza la sua formidabile musica e la sua indiscussa originalità artistica, e questo mette una tristezza infinita.

Nel 1982, quando si verificò il successo planetario de “La voce del padrone”, io, oltre che a conoscere a memoria, nota per nota, TUTTO l’album e a condividere ogni singola parola dei suoi testi, andavo in giro come lui. Mi mettevo una giacca e un cravattino e andavo a scuola. La Essebì mi guardava come se fossi uno scemo. E lo ero. Mi ci mancavano solo i sandali e la palma dietro e poi ero il ritratto spiaccicato, priciso ‘ntìfico della copertina dell’ellepì.

Battiato per me era un Dio, e tanto faceva. Come tutti gli Dei, mi è caduto in disgrazia molto presto.

Fermo restando che capolavori di musica sperimentale come “Fetus”, “Pollution”, “L’Egitto prima delle sabbie” e altri album interessantissimi come “L’era del cinghiale bianco”, “Patriots” e lo stesso “La voce del padrone” sono dei capolavori assoluti, è pur vero che la dimensione spiritualistica del cantautore, culminata con la collaborazione con Manlio Sgalambro, ne ha decretato un discreto bagaglio di introiti commerciali e una picchiata indescrivibile a livello artistico. In buona sostanza, se Battiato era un Dio, tutta la produzione discografica da “Come un cammello in una grondaia” è la sua Götterdämmerung. L’incredibile eclettismo, la capacità di sperimentare linguaggi musicali nuovi e sempre diversi, l’abilità di citare ora questo ora quel verso (ricordate il mare nel cassetto e le mille bolle blu??), la geniale collaborazione con poeti del calibro di Fleur Jaeggy (“avete anche voi visto camminare le aquile?”), con musicisti come Giusto Pio, cantanti come Giuni Russo (va beh, lì c’è l’intoppo di “Un’estate al mare”, ma gliela perdoniamo volentieri) hanno ceduto il passo a una spiritualità spicciola e annacquata, che cominciò a farsi sentire fin da “Fisiognomica” con un famosissimo brano che si intitolava “E ti vengo a cercare”. Bello, sì, interessante, molto partecipato, ma unanimemente sopravvalutato. Fu l’anticamera di una produzione posteriore che portò a esempi di canzoni in cui Battiato ha spento la sua genialità per dedicarsi a composizioncine tutto sommato più banali e certamente non all’altezza del suo genio, culminata con un brano di qualità discutibile come “La cura”.

Non per nulla quel brano è a tutt’oggi il più famoso di Battiato. Molto più di certi contenuti musicali e testuali analoghi (come “Gli uccelli”, tanto per citarne una carina).

La gente è fatta così. Dalle uno scatolone vuoto, riempito di nulla, mettici dentro un po’ di amore (possibilmente asessuato, ché il sesso fa male alla salute!), qualche parola assolutamente generica, condisci il tutto con una diluzione omeopatica di “meccaniche divine”, un po’ di filosofia di quella che si compra un tanto al chilo ad ogni angolo di strada, agita bene il tutto, shakera (“agitato, non mescolato”, come il drink di James Bond) e servi ben ghiacciato, così che non s’abbia a divinare gli ingredienti del frullatone, e il successo di vendita è assicurato.

Poi puoi anche aver scritto capolavori di rara intelligenza e di straordinaria sintesi come “Prospettiva Nevskij”, con quel vento a trenta gradi sotto zero, le donne curve sui telai, i cumuli di neve, l’incontro con Igor Stravinskij, gli orinali messi sotto i letti e i film di Eisenstein, niente da fare, la gente ti ricorderà sempre per una minestrina allungata.

Non c’è nulla da fare, sono un inguaribile vintage. “Il mio stile è vecchio come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore”, avrebbe detto lo stesso Battiato, e preferisco ricordarlo così, ancora lento. Come i treni di Tozeur.

La linguistica e la questione israelo-palestinese

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La questione israelo-palestinese è e rimane soprattutto un tema linguistico. E quando si parla di linguistica, esce fuori il filologo linguistico-computazionale che è in me. Sono un linguista. Non ritengo alieno da que QUALSIASI argomento che riguardi questa materia. Dalla psicolinguistica alla linguistica generativo-trasformazionale, passando per la linguistica storica e per la geografia linguistica.

E quando il nome di uno stato sovrano assume un’aggettivazione, mi salta la mosca al naso. Perché definire Israele uno “stato ebraico”, significa dare una connotazione religiosa a un qualcosa che non dovrebbe averla. Non che sia indice di una teocrazia, beninteso, ma del fatto che si agisce in nome e per conto di un principio religioso aprioristico, per cui tutto quello che si fa è frutto di una legge che deve ricondurre quello stato prima di tutto a un Dio, e poi agli uomini.

E se si deve agire in nome di un Dio, qualunque esso sia, prima o poi si comincia a sparare e ad ammazzare. Ce lo insegna la storia, dalle crociate alla cacciata dei mori da Granada, passando per una serie interminabile di circostanze ed eventi. E così, in nome di un Dio, o sotto la sua ispirazione, prima o poi la gente spara. Sono cazzi, sapete? Se è vero come è vero che durante un attacco israeliano a un campo profughi, sono state uccise 10 persone di cui 8 bambini e 2 donne. Cioè, voglio dire, in nome di un Dio ammazzano i bambini, le donne inermi, chi non c’entra niente, la popolazione civile che soffre in maniera impietosa e indicibile di un ritorno alla logica della guerra che non giova a nessuno. Non solo. Un raid israeliano ha distrutto il palazzo dei media a Gaza. Con chi se la prendono questi signori? Ma con l’informazione, perbacco. L’edificio ospitava, tra l’altro, le sedi di Al Jazeera e della Associated Press. E hanno avvertito tutti che il palazzo sarebbe stato bombardato entro un’ora. Un’ora. In un’ora un guiornalista non ha nemmeno il tempo di chiudere il suo computer, portarsi via i file più importanti, mettersi un paio di ciabatte, radunare i suoi effetti personali e scendere in strada.

Commenta al Jazeera: “ciò che Israele ha fatto è un atto barbaro che prende di mira la sicurezza dei nostri giornalisti e impedisce loro di rivelare la verità”. Il preavviso concesso è stato “molto breve. Condanniamo la distruzione da parte di Israele del nostro ufficio a Gaza e chiediamo alla comunità internazionale di proteggere i giornalisti. E’ chiaro che chi ha intrapreso questa guerra non solo vuole diffondere frustrazione e morte a Gaza ma anche silenziare i media che stanno testimoniando la verità”.

Le parole sono importanti, diceva qualcuno. Dal loro uso dipende il destino dell’intero genere umano. Compreso quello di Letta, Salvini e Di Maio, che Israele la appoggiano apertamente, nel silenzio-assenso assordante di una sinistra che non esiste più.

La meglio gioventù di ‘sto par de ciufoli

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Cazzo. Cazzo cazzo cazzo cazzo! Eh, no, cazzo, non può essere. Non può essere che una ragazza, si presume maggiorenne, si presenti alla TV (va beh, Rete 4, è un canale privato, ma ha la sua brava visibilità, nel bene e nel male…), apra bocca e dia fiato alle corde vocali senza far passare il vocifericolìo dalle sinapsi cerebrali.

E non è mica una ragazza così per dire, è una della “movida” di Roma, miga bàe!! Una di quelle tutte aperitivini, Spritz, passeggiatine, sguardi altezzosi e spregio del prossimo, se è vero come è vero che questa “segnorina”, come si dice a Livorno, ma con l’accento sulla “e”, si è permessa il lusso di pronunciare quanto segue, nel corso di una trasmissione che si chiama “Diritto e rovescio” (che non credo di aver mai guardato, e probabilmente sono stato molto accorto in questa mia insindacabile decisione):

«Quelli che muoiono di Covid quanti anni hanno? I giovani della mia età non muoiono di Covid, ma neanche mio padre che ha 50 anni muore di Covid. Muoiono le persone anziane. I nonni? Quello che dico io è che arrivati a un certo punto, anche se tengo molto ai miei nonni, se devono mori’, morissero».

E così è. I nonni che ci stanno a fare? Che li vacciniamo a fare? Ne avranno, sempre per dirla alla livornese, per due o tre cacate tutt’al più, si tolgano dalle palle, se proprio devono, e lascino a noi questo meraviglioso mondo che ci godiamo coi soldi di mamma e papà (perché di lavorare o di studiare qualcosa non se ne parla, vero??), che ci lascino soprattutto il nostro cellulare con il prezioso WhatsApp, così mandiamo le fotine, i bacini, i cuoricini, le maldicenze a questo o a quell’altro amico, poco importa se lo incontriamo per strada, tanto in quel caso lì manco ce lo filiamo. E che la smettano di rompere i coglioni questi vecchi, che ormai la loro vita di lavoro l’hanno vissuta, e lascino aperta la strada a noi, fulgidi fancazzisti del mondo del futuro. Beninteso, la “segnorina” di cui sopra, ci tiene a precisare che lei vuole tanto bene ed è profondamente affezionata ai suoi nonni. Meno male, se li odiava che cosa faceva, li seppelliva vivi scavando loro la fossa a mani nude? E poi i giovani della sua età NON muoiono di Covid, no, macché, il terribile morbo non li scalfisce nemmeno un gocciolino, loro sono forti, coriacei e duraturi, sfuggiranno alla contaminazione, diventeranno i padroni del mondo di domani, i nostri medici, i nostri avvocati, i nostri impiegati comunali, faranno figli a cui insegneranno che la vera vita non è imparare qualcosa o avere solidarietà verso chi soffre, bensì apparire, apparire, apparire sempre. Alla TV, in un video su YouTube, in un’intervista del piffero, confondendo i congiuntivi col condizionale, ma sempre dimostrandosi spregiosi e odiosi fino al midollo, con sussiego, supponenza e alterigia senza pari, ma soprattutto con una sconfinata e desolante ignoranza e zero senso della solidarietà.

Ma sì che prima o poi bisogna anche morire un pochino. Basta con queste vecchie cariatidi, la cui pensione sociale da 400 e rotti euro al mese viene pagata coi soldi delle tasse che evadono i loro ricchi genitori bottegai, ora non emettendo uno scontrino, ora affittando la mansardina ai Parioli in nero, ora emettendo fatture di comodo.

E’ la meglio gioventù. Aspettiamo che cresca quella peggiore.

La destra antisemita alla tastiera di un PC

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Offesa all’onore e prestigio del Presidente della Repubblica. Istigazione a delinquere. Sono le accuse formulate a 11 indagati dalla Procura della Repubblica di Roma. Tre di loro gravitano negli ambienti dell’estrema destra, e uno degli indagati è il professor Marco Gervasoni, in servizio presso l’Università del Molise (che, voglio dire, è in Italia), dove insegna Storia Contemporanea. Dopo una serie di perquisizioni domiciliari, i ROS hanno inquadrato le reiterate azioni di questi galantuomini come espressioni di «una elaborata strategia di aggressione alle più alte Istituzioni del Paese». E che minuetto!

Adesso viene la quadriglia: il Professore era già stato attenzionato dal Senato Accademico (Commissione Etica) per una esternazione, sempre fatta via social, nel confronti della Vice Presidente della Regione Emilia Romagna Elly Schlein, quando ebbe ad esprimersi nella seguente guisa: “Ma che è, ‘n òmo?” Non conosco l’esito di quel provvedimento, ma so per certo che nel settembre 2019 il Nostro fu estromesso dalla Luiss, dove insegnava Storia Comparata dei Sistemi Politici, per aver scritto «Ha ragione Giorgia Meloni, la nave va affondata. Quindi Sea Watch bum bum, a meno che non si trovi un mezzo meno rumoroso».

Ora io non so e non voglio minimamente sapere se le pregresse esternazioni, unite alla contestazione di reato mossa dalla Procura di Roma o semplicemente da sole possano fare in modo che il Professore venga almeno sospeso dall’insegnamento in attesa, quanto meno, di una sentenza di primo grado. Certo è che un indagato per offesa al Capo dello Stato e l’insegnamento della Storia Contemporanea, stridono come un si e un do suonati insieme. Perché, voglio dire, non è che il Professore ha le sue idee (che è liberissimo di esprimere come meglio crede e dove meglio crede) e nella vita privata fa il fruttivendolo. Non è accusato di una semplice diffamazione spaziale come ce ne sono tante a impolverare le scrivanie, gli scaffali e l’oziosa sonnolenza di certi pubblici ministeri, qui si tratta di offese al Capo dello Stato. Che, guarda caso, fa parte (che il Professore lo voglia o no) di quella Storia Contemporanea che lui è tenuto a insegnare. Se ha questa facilità di scilinguàgnolo, come potrebbe, ad esempio, assistere con la dovuta serenità uno studente che si presentasse a lui con una tesi di laurea o di dottorato sul settennato di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica? C’è un corto circuto evidente. Questa persona avrebbe offeso il prestigio del Capo dello Stato, non quello di un ipotricotico qualsiasi. E quindi, a questo punto, è bene o che si faccia da parte o che, meglio, lo facciano da parte all’Università in attesa di veder chiarita la sua posizione processuale. Se sarà assolto riceverà tutti gli arretrati con i dovuti interessi legali, se sarà condannato, amen, se ne andrà per la strada da cui è venuto, assieme agli altri 10 indagati, di cui lui rappresenta solo la punta dell’iceberg, la parte più visibile, quella di cui si sono fatti i nomi. Degli altri il Corriere on line riferisce che “si tratta di soggetti di età compresa tra i 44 e i 65 anni, tra i quali figurano impiegati e professionisti.” E che bellezza, dopo il minuetto e la quadriglia viene la voglia di farsi quattro salti con la mazurka di periferia. Dalle prime indagini sarebbe emerso anche che il Gervasoni fosse “in collegamento con gruppi e militanti di ispirazione suprematista e antisemita tramite la piattaforma social russa VKontakte.” E questa è la tarantella finale.

Sono loro. Sono nelle nostre università. Sono nel tessuto sociale e culturale del paese. Sono i professori a cui affidiamo i nostri figli in età universitaria e non per giocarci a tressette, briscola e scopa, ma perché abbiano una formazione solida e una laurea, cioè un passaporto spendibile per il loro futuro. Sono il vicino di casa, che di giorno salutiamo con un sorriso e che di notte si pianta davanti a un cacchio di social network russo a sparare le proprie esternazioni antisemite e a offendere le alte cariche dello Stato. Quanto meno cerchiamo di stare un po’ attentini, sì?

Le conquiste sociali del Primo Maggio: le tette di Chadia Rodríguez

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Il Primo Maggio è la festa del lavoro e dei lavoratori. Ce la siamo conquistata a forza di sacrifici umani e di lotte sociali inenarrabili. C’è chi il primo maggio ha perso la vita, solo perché manifestava con le bandiere rosse del PCI a Portella della Ginestra, negli anni ’50.

Il primo maggio è, più o meno come il 25 aprile, una occasione per riflettere sui valori e sulle circostanze che hanno fondato la nostra Costituzione. Ai miei tempi si andava a fare la scampagnata a base di prosciutto e baccelli (it.: fave), si incontravano le altre famiglie, ci si scambiava il cibo, lo si offriva agli altri e si assaggiavano le cose portate dagli altri lavoratori. Insomma, era bello. Anzi, bellissimo.

Adesso il massimo che si fa è andare a strafarsi di canne al concertone. Io il concertone del primo maggio proprio non lo sopporto. Non capisco cosa abbia tutta quella gente da applaudine e quei canterini da strillare. Le canzoni sono insopportabili, difficilmente riportano riferimenti alla solennità della festa, e poi dura tre ore, il massimo che un orecchio umano possa sopportare.

Dal palco gli artisti rivendicano la libertà. Ieri Chadia Rodríguez ha chiamato a sé il pubblico rivendicando i suoi nobili intenti: “Viva la libertà d’amore e l’amore di essere liberi di amare chi vogliamo e come vogliamo”. Lodevole intento. Solo che per rivendicarlo, durante la sua esibizione (mai termine fu più azzeccato), ha pensato bene di togliersi la parte di sopra dei vestiti e di rimanere in un topless castigato da due paracapezzoli provvidenziali. Della serie: guardatemi, sono qui, ho le tette.

La Repubblica italiana, fondata sulle libertà individuali e sul lavoro, ieri non ha trovato nulla di meglio da fare che consentire, a suo probabile mal grado, a una sua cittadina (è italiana la Rodríguez? Non lo so…) di salire su un palco, e di farsi vedere le puppe, di agitarle e sventolarle davanti alle telecamere di Rai Tre, cantando “Piacere, mi chiamo Chadia / Sono sempre stata una tipa strana / Sono cresciuta sola in mezzo alla strada / Senza fare la ladra né la puttana / Ho fatto una corazza, un’armatura/ Che mi protegge dalla gente, dalla paura / Io non avevo il seno grosso né la statura / Il corridoio della scuola era una tortura / Mi hanno chiamato povera fischiando / In branco, ma da soli poi piangono / E mi devono soldi e rispetto / Mi guardo gonfiando il petto allo specchio”, che, a voler ben vedere, con la libertà di amare chi si vuole ed eventualmente sposare chi si ama ci azzecca come il cavolo a merenda.

Libera boccia in libero stato, dunque, e libera sia qualsiasi donna di decidere di far vedere i suoi seni a chi vuole, se lo vuole, queste sì che sono le conquiste del lavoro, aveva ragione Cetto Laqualunque, ci vuole “Cchiù pilu pe’ tutti”, altro che questa minchiata del lavoro!! Vuoi mettere la soddisfazione di avere la libertà di farti vedere in diretta nazionale e difendere il diritto all’amore avendo davanti il servizio pubblico di stato e una manica di imbecilli pronti a scattare “fotine” coi loro cellulari e farle diventare virali??

E io che pensavo al lavoro come fonte di liberazione e di libertà. Invece non ci ho proprio capito una bella sega di nulla.

La lettera agli studenti del Direttore dell’USR Marche Marco Ugo Filisetti: ma il fascismo non è un “sogno”

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Il 21 aprile scorso, il Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale delle Marche Marco Ugo Filisetti, ha inviato a tutti gli studenti della Regione una lettera che qui vi ripropongo, in occasione dell’imminente festività dell’ormai trascorso 25 aprile.

Vi si leggono passaggi e frasi che, a mio parere, stonano con il significato autentico della festa. Come questa:

“Quell’immane conflitto (la seconda guerra mondiale, nda) ha visto un’Italia scissa e martoriata, un’Italia che si è fronteggiata per le rispettive ragioni, per i rispettivi sogni di cui era carica: uno scontro marcato dal ferro e dal sangue che ci ha diviso, frantumato.
Ma dopo quella grande catastrofe ci sia ora il superamento delle antitesi disperate, delle demonizzazioni reciproche, il riconoscimento per tutti nella propria storia, per ricostruire giorno per giorno questa Italia, per proiettare nel mondo un’Italia unita, forte, libera, che possa fronteggiare col lavoro la competizione mondiale.”

Ora, c’è da osservare che nel testo della lettera non c’è il purtuttavia minimo richiamo al valore supremo che ha caratterizzato quel 25 aprile: l’antifascismo. C’è solo una generica allusione alla contrapposizione di due “ideologie” contrastanti. Già, ma il fascismo non è un’ideologia, è un crimine, non un “sogno”. Non si fronteggiavano, faccio per dire, i comunisti e i liberali. Si fronteggiavano la giustizia sociale e la negazione dei diritti individuali. Non dimentichiamo che tra le fila dei partigiani figuravano anche molti cattolici. Come Tina Anselmi, tanto per fare un nome a caso. Si sono fronteggiati la dittatura contro la democrazia, il regime autoritario contro il pluralismo delle idee, la ragione contro il torto.

Non si può parlare di “demonizzazioni reciproche”, perché l’unico vero demonio era il regime di Mussolini. E quelle che Filisetti chiama “antitesi disperate” non vanno affatto superato, perché se no si perde completamente il senso della storia. Se non si ricorda alle giovani generazioni che chi ha vinto, con la forza della ragione più che con quella delle armi (perché di armi ne avevano assai pochine, poveretti) sono stati i partigiani, e che è stato il loro sacrificio, non quello dei fascisti, a concimare la terra su cui sarebbe fiorita la Costituzione della Repubblica (“dal letame nascono i fior”), si fa un torto alla verità.

Le leggi razziali, la sciagurata decisione di entrare in guerra, 20 anni di regime, l’alleanza con la Germania nazista di Hitler. Queste furono sciagure, altro che “sogni”. Non si può dire “superiamo tutto” perché i fascismi, oggi, sono tanti e variegati. Occorre stare molto all’erta perché quei crimini e quei criminali non sono morti, hanno trasmesso la loro follia fino addirittura ai nostri giovani, quegli stessi giovani che il Direttore dell’USR Marche invita a ritrovare l’entusiasmo dell’amicizia: già, ma come si fa ad essere amici di un crimine o, peggio ancora, di un criminale?

Un testo, dunque, che presenta connotazioni di forte criticità e che si presta a molteplici interpretazioni. Forse avrebbe trovato miglior destino in uno dei tanti cassetti polverosi della Pubblica Amministrazione.

Bollette insolute

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– Buonasera signor Valerio, qui è la Società XYZ. La chiamo perché ci risultano insolute due fatture per la fornitura dell’energia elettrica…
– Sì, dica… (yawn!!)
– Ecco, come le dicevo, non ci risultano pagate le ultime due bollette emesse…
– Ho capito, quali?
– Le ultime due.
– Potrebbe darmi data e numero delle fatture insolute? (Yawn!)
– Non ho a disposizione questi dati, signor Valerio, questo è solo l’ufficio recupero crediti. Il totale è di 214 euro e spiccioli. Vuole saldare subito con carta di credito?
– Mah, non saprei… mi mandi un link, che poi controllo. Comunque io non ho mai ricevuto alcuna fattura da voi, né nessun sollecito, se volete potete procedere tranquillamente con la disattivazione del servizio, tanto, per quello che mi frega…
– Ma… come…
– …tanto più che non sono nemmeno vostro cliente! Io ho un altro gestore… Buonasera.
– (sconsolata) ‘sera…

La solidarietà a Giacomo Gorini

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Giacomo Gorini è uno degli scienziati che hanno partecipato al vaccino Oxford/AZ. Recentemente è stato invitato a parlare della sua esperienza (che, ovviamente, per male che vada, è sempre l’esperienza di uno scienziato, mica dell’ultimo bischero del Bar Sport!) agli alunni di una scuola superiore.

Quale migliore occasione di confrontarsi? Uno scienziato viene a scuola a parlare di sé e del suo lavoro. In una scuola, poi. Che dovrebbe essere il luogo più aperto e democratico che esista al mondo.

Gli hanno mandato una mail che riproduco qui sotto, seguendo quanto riportato da Gorini sul suo profilo Twitter.

Insomma, l’incontro non si farà. Troppe notizie allarmanti sui vaccini AstraZeneca, l’incontro “potrebbe diventare occasione di discussione circa l’affidabilità/sicurezza del vaccino medesimo”. E allora? A scuola non sono ammesse le discussioni? A scuola non si può chiedere, osservare, dubitare, confutare, uscire perplessi da un incontro? Ma io penso che in un contesto del genere sia il minimo! Ma negare il confronto “onde evitare problemi e probabili sterili ed inutili polemiche” annullando addirittura l’appuntamento, appare come quanto più di antiscolastico e antieducativo possa esistere.

Se avessi un figlio in età di scuola superiore (ne ho solo una di 5 anni) probabilmente non lo farei sottoporre all’inoculazione di AstraZeneca, ma lo manderei a confrontarsi con uno scienziato che ha contribuito alla sua realizzazione a calci nel culo. Perché bisogna ascoltare, rielaborare e farsi una posizione con la propria testa. Se, a seguito di questo, mio figlio venisse da me e mi chiedesse di farsi vaccinare glielo permetterei. Un po’ preoccupato ma glielo permetterei. Perché non sono nessuno per imporre niente a nessuno. Perché, forse, e sottolineo forse, dopo un incontro del genere potrei cambiare idea anch’io, figuriamoci un ragazzo adolescente.

Ma la scuola è così, ha paura. E la paura è sempre stata cattiva consigliera. La paura si combatte con l’informazione e la formazione. La scuola in questione ha perso una preziosa occasione per starsene zitta. Spero solo che sia l’unica.

“Come trarre profitto dal coronavirus” e l'”Iron Man della vita reale”

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Solitamente quando segnalo una mail di spamming, sono solito omettere i dati essenziali. Questa volta farò una dovuta eccezione perché mi pare che la gravità dei contenuti la meriti.

Dunque: ho ricevuto una mail dall’indirizzo apparente “info@timebuluo.com”. Il mittente apparente è un tale “Aretino Bressi”. Il suject è più che eloquente: “Paolo Rocca rivela come trarre profitto dal coronavirus”.

Eccone il testo:

“La settimana scorsa, durante il programma Porta a Porta, Paolo Rocca, un Iron Man della vita reale, ha svelato come sta traendo profitto dal coronavirus. Paolo Rocca afferma che la sua ultima impresa può aiutare le persone comuni a guadagnare oltre 10.000 euro al mese, grazie a piccoli investimenti durante i periodi di crisi.
Con il mondo che combatte contro il coronavirus, i mercati sono molto volatili. Il suo progetto aiuta a trarre profitto dai movimenti dei mercati, sia al rialzo che al ribasso. Oltre 57.000 persone, ad oggi, si sono registrate e hanno guadagnato oltre 15.765.000,00 euro al momento della redazione di questo articolo.
Il nuovo progetto di Paolo Rocca è rimasto segreto fino alla scorsa settimana. Durante il programma Porta a Porta, Paolo Rocca ha annunciato che questa piattaforma è “il posto migliore sulla Terra per il proprio denaro, durante la pandemia di coronavirus”.

Ora io non dubito che questo signore, già definito nel testo “un Iron Man della vita reale”, sia andato a Porta a Porta, trasmissione televisiva che, per scelta personale, non seguo. Non dubito nemmeno che le 57000 persone di cui si parla abbiano guadagnato tutti quei quattrini. Se lo dicono loro… Quello che voglio sottolineare è il messaggio sotteso del subject, secondo il quale sarebbe possibile trarre profitti dal coronavirus. E anche il fatto che c’è gente negli ospedali che si fa un mazzo tanto per curare i malati di covid nelle terapie intensive e nei reparti ordinari per poco più di 1200 euro al mese, famiglie che sono ridotte sul lastrico perché non possono riaprire la loro attività commerciale, gente che si arrabatta per combinare il pranzo con la cena, intere famiglie nelle zone rosse, persone che hanno perduto i propri cari per la malattia. Insomma, una mail, una iniziativa e una trsmissione televisiva del genere mi sono sembrate quanto meno inopportune, ecco.

Sono cose che possono accadere nella casella di posta elettronica di chiunque e che vanno denunciate. Non certo alla Magistratura (non c’è alcun tipo di reato nel rivelare un metodo per diventare ricchi, sia pure in tempi così difficili), bensì all’opinione pubblica. Perché la gente sappia e, possibilmente, si indigni.

AstraZeneca: le ragioni di una scelta

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Sono stato convocato per domenica mattina prossima per la somministrazione del vaccino AstraZeneca. La convocazione non mi ha affatto tranquillizzato, tutt’altro. Mi sono agitato, hanno comiciato a sudarmi le mani e ho dovuto prendere un tranquillante (alla mia età me lo posso permettere, di qualcosa bisogna pur morire, e una benzodiazepina al bisogno non ha mai ammazzato nessuno).

Una volta che mi sono calmato e ho ripreso contatto con la realtà, bello pacifico e con 20 mg. di prazepam in circolazione, mi sono messo (con calma, ma con molta calma) a cercare e leggere documentazioni ufficiali (parlo dell’AIFA, non delle opinioni di qualche no-vax impazzito o di qualche virologo improvvisato sul web) sul vaccino AstraZeneca. E mi sono imbattuto sul foglietto illustrativo (il cosiddetto “bugiardino”) del farmaco. “Già”, mi sono detto, “chissà che cosa ci sarà scritto?” Andiamo a vedere.

La prima sezione del documento (aggiornato al 2/2/2021, secondo la documentazione in mio possesso), riporta una sezione dedicata alla avvertenze e alle precauzioni:

Dunque, stando ad AIFA, io che ho avuto una pregressa reazione sfavorevole a un vaccino, dovrei, prima di effettuarlo, consultarmi con il mio medico, con il farmacista o con l’infermiere. Che, voglio dire, non mi sembrano “esattamente” la stessa cosa. Ma non solo io, anche chi è svenuto più semplicemente (semplicemente?) dopo un’iniezione con un ago (e a quanti sarà capitato!). Quindi, prima di domenica io dovrei parlare con il mio medico e spiegargli chiaramente la situazione. Ma perché, allora, il preavviso è stato assolutamente incongruo? Me la vogliono dare o no almeno una settimana perché io possa tranquillamente consultare il mio medico curante? Perché se io ricevo la convocazione di giovedì sera alle 21 per domenica mattina alle 9, non è che il venerdì il mio medico tiene aperto l’ambulatorio per me che ho urgenza di consigli sul fare o non fare la vaccinazione AstraZeneca, magari è aperto quando io sono in servizio, e non ho nessunissima intenzione di chiedere un giorno di ferie o di malattia per una cosa del genere. Ma queste sono cose personali, andiamo oltre con la lettura:

In breve, il vaccino AstraZeneca potrebbe non essere efficace completamente su tutti quelli che lo ricevono. Quindi io, oltre al rischio che si ripetano gli effetti come minimo “sgradevoli” subiti con una semplice antitetanica, devo mettere in preventivo anche il fatto che la vaccinazione sia parzialmente o totalmente inefficace. Altrove l’AIFA attesta l’efficacia del vaccino attorno all’82%. Ho riportato lo screenshot nel mio precedente post sul blog. Dunque, oltre ai rischi in premessa, rischierei di trovarmi in quel 18% di persone (che non mi sembra una percentuale così insignificante, si parla pur sempre di persone senzienti e sofferenti) che se ne escono (sfigati loro!) con un “nulla di fatto” e potrei beccarmi il Covid tranquillamente. O, magari, prendermelo sì, ma “in forma leggera”, come dicono gli stupidi. O gli omeopati.
Ma c’è di più: ci sarebbero “dati limitati” sull’efficacia del vaccino AstraZeneca sulla popolazione interessata di età superiore ai 55 anni. Io ne ho 57, come la mettiamo? E com’è che, se ci sono questi “dati limitati”, dal 2 febbraio in poi la somministrazione del farmaco è stata allargata fino ai 65enni e, in seconda battuta, agli over-65? C’è indubbiamente qualcosa che non torna, perché o i dati, nel frattempo (e cioè in poco più di un mese) sono diventati sufficientemente affidabili, numericamente e qualitativamente, su un campione rapppresentativo di pazienti, oppure non si vede il motivo per cui una categoria di soggetti debba ritenersi vaccinabile dalla sera alla mattina, e con una decisione unilaterale, per giunta.

Veniamo ora agli effetti indesiderati o collaterali che dir si voglia. Qui non mi è bastata una schermata intera e ho dovuto suddividere gli screenshot, ma abbiate pazienza e andiamo per gradi:

Dicono che non tutte le persone manifestano questi effetti, e lo spero bene. Ma non c’è scritto QUANTE persone abbiano manifestato uno o più di questi effetti collaterali. Scrupolosi come sono avranno almeno traccia di questi eventi avversi, ma il lettore del “bugiardino” non li conosce. Perché se la percentuale è relativamente bassa (bassa sì, ma bisognerebbe raccontarlo a quelli che quegli effetti li hanno subiti e sofferti) uno può anche decidere, in piena autonomia, di correre il rischio. Viceversa può decidere di non correrlo anche se la percentuale è bassa.

Più dettagliata sotto questo profilo appare, invece, la schermata successiva

Apprendo da quello che leggo, che un effetto indesiderato come l’ingrossamento dei linfonodi, il senso di vertigine, la diminuzione dell’appetito o la sonnolenza, possono riguardare una persona su cento. Che non mi sembra esattamente un valore “Non comune”. Perché se la matematica non è un’opinione (e non lo è) su una popolazione di un milione di vaccinati, 10.000 svilupperebbero queste sintomatologie collaterali. E 10.000 persone non sono bruscolini.

Tra gli effetti “molto comuni” (quindi estremamente frequenti), figurerebbero mal di testa, brividi, sensazione di febbre, malessere generale e quant’altro potete leggere. Che anche queste, voglio dire, non sono cose esattamente piacevoli. Per carità, nulla che non si possa trattare con una buona dose di riposo e con un po’ di paracetamolo, all’occorrenza, ma com’è che per trattare degli effetti indesiderati io devo ricorrere a un medicamento supplementare? Perché anche il paracetamolo, nel suo piccolo, i suoi bravi effetti collaterali li ha. E’ il gatto che si rincorre la coda.

Nel mezzo ci sono i sintomi dichiarati semplicemente (semplicemente?) “comuni” (una persona ogni 10, e neanche questo mi sembra un dato particolarmente lusinghiero): febbre, vomito o diarrea.

Ed ecco che cosa contiene il farmaco:

Io ho molto rispetto per gli scimpanzé, e anche per gli OGM, a cui non sono contrario per preconcetto. Ma mi preoccupa un po’ (tanto!) che l’adenovirus operi una codifica per la glicoproteina Spike del SARS Cov-2. Io non sono un biologo, ma ho portato il DNA come argomento di scienze all’esame di terza media, quando la terza media aveva appena appena un valore. Io, fino ad ora (ma potrei morire domani, come diceva Cat Stevens), ho sempre avuto un DNA perfettamente funzionante e, nonostante le mie disfunzioni motorie, godo di buona salute fisica e psichica. Voglio sapere CHE COSA va a scrivere nel mio DNA questo vettore. Adenina, timina, citosina e guanina, con i loro legami a idrogeno non sono un’opinione, sono un linguaggio universale. Se si altera un linguaggio finisce che nessuno ti capisce più.

E cosa ne dicono le autorità e gli esperti? Come ripeto non me ne sono occupato in dettaglio, ho preferito attenermi ai fatti descritti. Ma mi piace concludere questa disamina con la dichiarazione del Prof. Massimo Galli, riportata dall’Agenzia ADN-Kronos:

“Non c’è farmaco e non c’è vaccino su cui possiamo dire a priori ‘non mi farà male tra 10 anni’.”

E tanto fa. La mia decisione personale (e sulla mia salute decido io) è che non mi sottoporrò all’inoculazione del vaccino AstraZeneca perché PER ME, il rapporto rischio/benefici è troppo alto. Mi hanno dato quello dicendomi (o non dicendomelo affatto, si veda il caso) che “o mangi questa minestra o salti dalla finestra”. Ma di minestre ce ne sono tante. Non escludo di recarmi a San Marino, o in Austria, dove potrò sottopormi a vaccinazioni che non compromettano il mio patrimonio genetico. Se no volerò a Cuba. Non voglio sottrarmi alla vaccinazione, voglio solo rifiutare di essere trattato con un vaccino che dice di sé di avere risultati incerti ed effetti collaterali importanti. Sono disposto ad assumermi tutte le responsabilità di questa scelta. Schiena dritta e viandare.

“Andrà tutto bene” compie un anno (e io 57, ma non è questo il punto)

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Vedete, la cosa che più mi fa girare i coglioni, non è il fatto di compiere 57 anni, oggi. Invecchiare è l’unico modo che conosco per non morire giovani, e tanto fa. No, la cosa che mi fa tremendamente incazzare, ma incazzare di brutto, è che oggi compie un anno uno dei messaggi più assurdi e retorici che la mente umana del genio italiota abbia concepito: quell’“Andrà tutto bene!” di cui si sono riempiti la bocca tutti, ma proprio tutti, all’inizio della pandemia. Lenzuoli con scritte enormi appesi alle finestre delle abitazioni, era diventato quasi un mantra con cui la gente aveva preso la pessima abitudine di salutarsi per strada. Naturalmente non è andato tutto bene, e se oggi ci ritroviamo con le pezze al culo, nella melma più totale, con la gente che muore sola nelle rianimazioni degli ospedali, lo dobbiamo anche a quel briciolo di incoscienza che caratterizzava la società italiana appena un anno fa, la stessa che poi si è evoluta nei recenti assembramenti delle nostre metropoli, di gente che rifiutava la mascherina perché voleva bere un cazzo di Spritz per gustarsi un sorso di “normalità” (è questa la normalità, o bischeri!), di gente che se n’è andata da Barbara D’Urso a lamentarsi della DaD perché non poteva più andarsi a prendere il caffè al bar (fatevelo da sole e in casa il caffè, o mammine!). E così, quelle scritte disgraziate e buoniste, le abbiamo rimosse dai balconi e dalla memoria. Ecco, così si fa. Si nega il problema, così il problema non c’è più. Struzzi, siete tutti struzzi!

Fenomenologia di Geppi Cucciari e di “Che succ3de”

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Era un bel po’ di tempo che volevo scrivervi questo post. Oggi è arrivato il momento.

C’è una trasmissione in TV che mi fa venire puntualmente i nervi. Voi direte “E allora non guardarla!”. E invece no, la guardo perché anch’io pago il servizio pubblico radiotelevisivo attraverso la corresponsione di una cospicua cifra del canone, e quindi ho il diritto a criticare quello che non mi piace.

La trasmissioni in questione si chiama “Che succede?”, ribattezzata “Che succ3de” perché trasmessa da Rai Tre, e me la sorbisco tutte le sere perché fra il TG dell 19, l’informazione regionale, Blob (che è davvero una bella trasmissione) ma soprattutto “Un posto al sole”, di cui sono un accanito fan (sì, io guardo “Un posto al sole”, problemi??), “Che succ3de” si insinua ratta come la folgore e io sono troppo pigro per pigiare un qualsiasi tasto del telecomando per cambiare canale, suppur temporaneamente.

Conduce l’onnipresente Geppi Cucciari. Onnipresente perché è come il prezzemolo, in ogni dove, anche alla radio dove co-conduce “Un giorno da pecora” su Radio Uno, con quell’altro che non ricordo mai come si chiami, e non fanno altro che definirsi “simpatici”. “Cara la mia simpatica Geppi Cucciari su Radio Uno!!” E’ diventato ormai un tormentone.

Geppi Cucciari ha una caratteristica fondamentale: non mi fa ridere. Non mi fa ridere ei, non mi fanno ridere le soluzioni trovate dalla redazione per rallegrare il programma, non mi fa ridere il suo cominciare la trasmissione sempre con la stessa frase (“Eh, la ‘ggente, la ‘gente…”), non mi fa ridere, soprattutto, quel suo voler cercare la battuta ad ogni costo (logico che alla fine le vengano male, o che siano, quanto meno, discutibili) il suo mettere in piazza gli affaruncoli amorosi degli altri, etero o gay che siano non importa, quel suo intervistare nonnine ultracentenarie come se fossero delle amabili “sciure” ultracinquantenni dei nostri tempi, mi dànno perfino fastidio i suoi polpacci ben torniti e le sue pettinature sbarazzine, messe a bella vista per imporre al pubblico una donna evidentemente ben piantata fisicamente. Mi dà fastidio tutto della trasmissione, per dirla in parole povere ma ricche. La trovo sovrabbondante come chi conduce, troppo concentrata, troppo ricca, troppo di tutto, insomma, l’esagerazione fatta TV. E, si sa, quando si esagera la satira si rischia sempre di andare a finire nel grottesco.

Ma soprattutto mi ha dato fastidio una sua battuta dell’altro ieri sulle terapie a base di litio. Che è un noto antidepressivo. Ora, per carità, libertà di satira quanto si vuole, ma c’è gente per cui il litio è un vero e proprio salvavita. Non si permetterebbe certo la Cucciari di criticare le terapie chemioterapiche, o i vaccini anticovid, tanto per dirme un paio. E questo trattare la depressione, e, ancor peggio, il malato depresso, come se fosse uno che va fuori di testa, e non come un malato a tutti gli effetti, fa prudere le dita per il nervoso. Non si scherza sulle sofferenze degli altri.

Così come non si scherza sui miti. La trasmissione ha l’abitudine di concludersi con una brevissima striscia di un minuto o poco più intitolata “Un Conte al sole”. Funziona così: si prendono degli spezzoni tratti dalla soap “Un posto al sole”, e li si accompagnano da altrettanti frammenti da interviste e dichiarazioni di Giuseppe Conte, funambolico Presidente del Consiglio. Ne esce fuori una conversazione surreale che oggi fa ridere, domani fa ridere, dopodomani fa ridere, la settimana prossima fa ridere ma dopo dieci giorni ha già bell’e rotto i coglioni. L’altra sera, invece del solito scambio di battute tra Giuseppe Conte e un protagonista della soap, la controparte di Alex, ragazzina carina come nessuno, ma stronzetta al punto giusto, indecisa se partecipare o meno a una chiamata di lavoro a Madrid, era nientemeno che Enrico Berlinguer. Che anche in un montaggio televisivo post mortem è riuscito a rivelare tutta la sua “gracia” e il suo “ángel”, come scriveva Federico García Lorca. Toccare una figura storica, molto amata da tante persone (perfino da chi la pensava in modo diametralmente opposto) e che costituisce un caro ricordo della memoria collettiva. Ecco, Enrico Berlinguer non si tocca. Come non si tocca Pertini, come non si toccano Falcone e Borsellino, come non si tocca Madre Teresa di Calcutta. Per dire. Il concetto di “blasfemia” non è solo relegato al sacro, ma si riferisce anche alle espressioni più laiche e più pure della società. Ce lo vedete voi “Un Che Guevara al sole”??

Lascino stare, lorsignori. La satira non è ridere DEGLI altri, ma ridere CON gli altri.

Vostro aff.mo e, perché no, anche un po’ disturbato di stomaco.

Selvaggia Lucarelli e i milanesi che escono per andare al supermercato

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Selvaggia Lucarelli ha scritto solo una riga e mezza su Twitter, lo scorso 16 gennaio. Tanto tuonò, che le sono piovute addosso critiche e perfino insulti da parte dei suoi stessi follower.

Il motivo del contendere era che a Milano, quel giorno, secondo la Lucarelli i supermercati e i pochissimi negozi aperti erano pieni. Ma Dio mio, la gente avrà pur diritto a mangiare anche durante la pandemia o cosa? Soprattutto se si va, come si andava, verso un periodo di zona rossa gliela vuoi dare al popolino la possibilità di rifocillarsi, mettersi qualcosa in casa, fare quello che si dice la spesa?? Anch’io ho visto il fornaio vicino a casa mia pieno di gente e con la fila fuori, la settimana scorsa. Ma, perdìo, la gente faceva la fila per andare a comprare il pane, mica un telefonino nuovo! Insomma, apriti cielo e spalàncati terra, una gragnuola di critiche senza fine che sono durate per i tre giorni e mezzo successivi.

E’ ben nota l’abitutine/tendenza della Lucarelli a estromettere dai suoi possedimenti Facebook e Twitter (come se fossero effettivamente suoi, oltretutto) chiunque la critichi o la pensi in maniera radicalmente diversa da lei. Lo ha fatto anche con me, ma per non fare inutili piagnistei, riporto qui di seguito l’arguto commento dell’utente “Pepi” su Twitter.

E’ inutile, non c’è più lavoro, non c’è più decoro, diceva il Poeta. Questa signora se ne va in giro ad osservare e a stigmatizzare la gente che va in giro per necessità e non sempre per piacere. E le critiche ricevute le stanno meglio di un vestito nuovo. Aspettiamo con ansia che denunci anche le file e gli assembramenti della gente che va alla mensa della Caritas per cercare un pasto caldo e un po’ di dignità.

Le “Abissine” del pastificio la Molisana

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La gente muore per strada e noi italiani ci scanniamo per le “Abissine” rigate del pastificio “La Molisana”, reo di aver messo in commercio un nuovo (nuovo??) formato di pasta con un nome decisamente coloniale, e con una campagna di marketing forse questo sì, imprudente, rivolta a rieccheggiare il nostro passato pastaiolo di mussoliniana memoria. Si è fatto un “caso” per la pasta, ma vi rendete conto?? E’ pur vero che esiste ancora la divisione in fazioni tra chi preferische le penne rigate e chi le vuole rigidamente lisce (io faccio parte dei sostenitori del “liscio”, ché liscio è lo zito, e tanto fa), c’è chi preferische gli spaghetti grossi a quelli sottili, chi detesta i bucatini e chi li adora (sempre io), chi detesta il fusillo perché “non sa di niente”, chi lo adora perché nella spirale “si insinua meglio il sugo”. Ma che politici di chiara fama, e tutta l’opinione pubblica si sia intestardita a denunciare sospetti di ritorno delle ideologie e della retorica di regime proprio non lo capisco. Per un formato di pasta? Ma abbiamo o non abbiamo cose più serie di cui occuparci? Che, tra l’altro, a me la pasta “La Molisana” piace moltissimo, la compro regolarmente e la mangio con gran foga, ingrassando come un maiale e mettendo su panza.

Una cara persona mi raccontava tempo fa di un suo conoscente, in difficoltà economica, ma dotato di una grandissima dignità personale, che le diceva “…e poi alla domenica in famiglia si mangia la pasta Barilla!” C’è un misto di tenerezza e di commozione nel leggere e nel sentire una frase del genere. Gente che può permettersi la pasta Barilla solo alla domenica, cancella d’un colpo la polemica sterile su quella che è solo una campagna di marketing sbagliata e maldestra. Campagna e polemica che hanno fatto sì che “la Molisana” abbia ritirato la pubblicità evocatrice, chiesto scusa ai consumatori e rinominato il formato incriminato con una denominazione più generica e “innocente”.

Much ado about nothing!

Schiavi dello SPID

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Ecco, prendiamo l’INPS, per esempio. A parte la storia del suo dirigente massimo che si vede raddoppiare lo stipendio a sua insaputa e non vuole indietro nemmeno gli arretrati, c’è da dire che stanno introducendo lo SPID come sistema di riconoscimento delle loro interfacce telematiche, al posto della solita UserId e password d’ordinanza. Ma, tranquilli, sarà un passaggio graduale, assicurano.

Ora io lo SPID ce l’ho, come molti altri. Non so di che farmene, ma ce l’ho. Per averlo sono dovuto andare alle Poste, per farmi riconoscere, insomma, a dire che io sono io, e che volevo lo SPID. Poi mi sono dovuto scaricare una app (brutto termine con cui si designano i “programmi” -così si chiamavano una volta- per un determinato sistema operativo) ufficiale, di modo che quando ho bisogno dello SPID (molto raramente, per fortuna), devo avere nell’ordine:

1) un PC con Google Chrome (se no è facile che non me lo prenda);
2) il telefono accanto;
3) una connessione internet.

La tecnologia ce la dovrebbe rendere più semplice, la vita, non complicarcela. Mia madre (78 anni e tanta voglia di rompere i coglioni) ha un telefono che non ha internet, un comune, comunissimo e banalissimo telefono-voce, come quello di Baluganti Ampelio, che però mia madre ci vede poco, ed è anche coi numeri più grandi. Ce la vedete voi con un computer, con il telefonimo multifunzioni e con la connessione internet accanto??

Le persone anziane saranno condizionate inevitabilmente da questo cambiamento, e si dà il caso che le persone anziane, per la maggior parte, non sappiano né cosa sia lo SPID, né come si maneggia un computer, né come si sditeggia su un telefonino. Mia madre non capisce una veneratissima sega di internet, di WhatsApp, di chat, di videochiamate e di uant’altro, figuriamoci se va a impelagarsi con lo SPID!

E invece ad ogni pensionato l’INPS dovrebbe consegnare una UserId e una Password (sì, attenti alla sicurezza, ma non esageriamo, su, anche questo vizio di fornire la password in due riprese, metà via SMS e metà per posta deve finire, prima o poi), in modo che possa accedere, se lo vuole e se sa farlo, per conto suo.

E’ un esercito di anziani che stanno andando in tilt. E se uno il telefono non ce l’ha? E se uno non sa nemmeno cosa voglia dire navigare in internet. O se uno, come mia madre, ci vede poco? Lo costringiamo a digitare in tastierine microscopiche, gli consigliamo l’app che deve “scaricare” (mia madre la cosa più impegnativa che ha scaricato è stata un paio di cassettate di meloni primaticci e cocomeri da battaglia), deve pagarsi il computer, la rata mensile della connessione internet, magari con 400 euro al mese di pensione sociale e senza reddito di cittadinanza del cavolo?

Ai nostri anziani l’INPS non deve complicare la vita. Dovrebbe investire di più in sportelli aperti al pubblico, con un orario flessibile, e in personale specificamente formato a risolvere i loro problemi, e possibilmente gentile e non scostante. Questa è la vera tecnologia, quella umana, quella che puoi guardare in faccia, quella che ti indica il giusto cammino da seguire quando sei disorientato. E a disorientare i nostri anziani ci vuole un lampo, oggi come oggi.

Siamo lasciati in balìa di noi stessi. Siamo schiavi di una APP. Se ti dimentichi qualcosa sei fottuto. E quelli a dire “Noi non ci possiamo fare niente, è la tecnologia, è il progresso!”. La vera tecnologia ce l’aveva la mi’ nonna Angiolina: la borsetta di finto coccodrillo da tirare in testa all’occorrenza ai furbetti, agli arroganti, ai profittatori e ai menefreghisti.

 

Gli ex galeotti costituenti di Piero Sansonetti

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Piero Sansonetti l’ha detta grossa.

“Chi ha scritto la Costituzione? Un gruppo di ex galeotti”. E, facendo seguito a una denuncia di Marco Travaglio che “sottolinea (“giustamente”, scrive Sansonetti) le condanne ricevute da molti socialisti del NO”. Ora, è un peccato per Travaglio (e, di conseguenza, per Sansonetti), che mentre il Sì trionfava, il sindaco di Torino Chiara Appendino, pentastellata, venisse condannata a sei mesi di reclusione per falso ideologico in primo grado.

L’articolo è un’accozzaglia di luoghi comuni, primo fra tutti quello dei socialisti condannati. Non si ricordano o, evidentemente, fanno finta di non ricordarsi, Travaglio e Sansonetti, che lo stesso Beppe Grillo fu radiato dalla RAI per cinque anni, per una battuta sui socialisti (“Ma se sono tutti socialisti a chi rubano?”). La memoria è troppo labile, e la penna troppo svelta a definire “ex galeotti” i nostri padri costituenti. L’amnistia del 48 fu un errore? Non credo proprio.

E allora si scrive, confortati dal supporto del direttore di un giornale politicamente schierato, e che è solo l’ombra di se stesso (io mi abbonai al “Fatto Quotidiano” quando uscì nelle edicole, ed era Direttore Antonio Padellaro).

Tra i nomi dei carcerati e dei condannati, quello di personalità limpide come Alcide De Gasperi (che socialista non era di certo), Giuseppe Saragat, Pietro Nenni e Sandro Pertini (che scrisse a sua madre disconoscendo qualsiasi provvedimento di clemenza richiesto dalla donna a suo favore). Due Presidenti della Repubblica e un Presidente del Consiglio che, durante il fascismo, hanno sacrificato la propria libertà personale e di pensiero in nome della libertà.

E’ un livello giornalistico francamente preoccupante, le povere ossa degli “ex galeotti” che tanto hanno combattuto per garantirci libertà di espressione e di stampa (la stessa libertà che Sansonetti usa per scrivere i suoi interventi) si stanno rivoltando nelle tombe dove queste persone dovrebbero, invece, riposare (“giustamente”) in pace.

Il cocomero di Suárez

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Ecco, Luis Suárez, per esempio. Io non sapevo nemmeno che esistesse, voglio dire che ero proprio ignaro della sua presenza fisica su questa terra. Pare che abbia giocato come attaccante dell’Atlético Madrid e della nazionale uruguaiana (o “uruguagia” come dicono quelli che vogliono scimmiottare lo spagnolo). Insomma, “ha la genialità di uno Schiaffino”, come dice il Poeta.

Non starò qui ad affrontare le questioni giudiziarie che riguardano il suo caso, assunto a ruolo di prima pagina e di svariati approfondimenti sulla carta stampata e sul web. Quella è roba che riguarda la magistratura. Dico solo che è indagato il Rettore dell’Università per stranieri di Perugia, e questo è un caso grave. Ma alla magistratura l’onere di dimostrare le responsabilità di chi si suppone aver facilitato l’esame di italiano come L2 di Suárez con domande preventivamente “patteggiate”, ovverosia concordate, per il conseguimento del livello B1, necessario per l’ottenimento della cittadinanza italiana. Pare tra l’altro, secondo quanto riferisce “il Post”, che le indagini della Procura siano state sospese per garantire maggior riservatezza, dopo la fuga di notizie riguardanti un presunto prossimo interrogatorio dello stesso calciatore.

Mi interessa quello che gli hanno chiesto in sede di esame. Il livello B1 è un livello medio-alto che prevede una certa conoscenza, fluidità e competenza nell’espressione scritta e orale. Voglio dire, non è facilissimo conseguirlo, per uno straniero.

L’esame (svolto il 17 settembre scorso) esordisce con un “Come ti chiami?”. Che, voglio dire, non è esattamente una domanda da livello B1. Tutt’al più con una domanda così si esordisce in un esame di livello A2, o addirittura A1 (principianti assoluti), quando è previsto il diploma (non tutti gli istituti lo conferiscono).

Insomma, una domanda difficile. Avrà risposto “Mi chiamo Luis Suárez” e gli avranno detto “molto bene, vede? Sa coniugare anche i verbi!!”.

Ma si prosegue con “Una città italiana?” E Suárez ha risposto “Torino”! Per forza, va alla Juve, almeno quella la conoscerà. “Ma bravo, clap clap!” Si finisce dopo appena 12 minuti (un record) con una domanda sulla vita personale, professionale e familiare di Suárez a cui il candidato risponde: «Faccio il calciatore e sono da sei anni a Barcellona». Che non è che sia una frase proprio esattissima in italiano. Avrebbe potuto sostituire quel “sono” con “vivo”, così, per dimostrare di avere una qual certa padronanza lessicale.

Uno degli indagati, nelle intercettazioni, dice «Non coniuga i verbi», «parla all’infinito», e l’interlocutore (indagato pure lui): «Comunque allora…tornando seri…hai una grande responsabilità perché se lo bocciate ci fanno gli attentati terroristici». E l’altro: «Ma te pare che lo bocciamo!». (fonte: leggo.it)

Gli hanno fatto anche vedere la foto di un cocomero e di un supermercato, e Suárez ha individuato subito e di colpo i termini giusti per definirli.

Tutto qui. E lo scritto? Eh, pare che lo scritto non ci sia. O almeno non se ne parla? Neanche un test a crocette, un esercizio di riempimento con i modi e i tempi verbali di un testo semplice al presente indicativo? Pare proprio di no. 12 minuti e via.

Quello delle certificazioni linguistiche è un busine$$ immenso. Le famiglie degli alunni delle scuole superiori pagano fior di quattrini agli enti certificatori esterni per far prendere un livello B1 agli studenti, in vista di una prossima iscrizione all’Università e, quinid, del conseguimento dei relativi punti di credito.

Ma quale ente certificatore è migliore e più affidabile della scuola pubblica? Voglio dire, studi inglese e/o altre lingue da 5 anni, chi meglio della tua scuola di appartenenza può “certificare” (e dovrebbe farlo gratis) le tue conoscenze?? C’è un insegnante che ti ha seguito (quando c’è continuità didattica) da quando avevi i calzoni corti a quando ti sei fatto crescere la barba, chi meglio di lui sa e sa valuatare (gratis!) come sai la lingua, come scrivi, come ti esprimi, se hai ricchezza lessicale o no, di che cosa sai parlare.

Eventuali esami dovrebbero essere fatti in sede, e invece tutto quello che si fa è pagare gli insegnanti per PREPARARE gli alunni al conseguimento della tanto agognata certificazione linguistica. Ma l’esame lo fanno FUORI e con tanto di pagamento di bollettino di conto corrente postale (dì, dì, dìa qui…)

E’ gioco al massacro che deve finire. Cocomeri o no.

Selvaggia Lucarelli deferita all’Ordine dei Giornalisti

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Selvaggia Lucarelli, una di quelle che assieme a Barbara Collevecchio, Federica Angeli e Asia Argento mi hanno bannato da Twitter (Paolo Attivissimo e David Puente li seguo regolarmente, ci hanno ripensato), è stata deferita all’Ordine dei Giornalisti (è giornalista pubblicista dal 2009) per aver aver violato i principii professionali della Carta di Treviso sulla professione giornalistica, che tutelano la privacy dei minori.

Le è stato contestato di aver reso riconoscibile il figlio in un suo articolo per tpi.it, dopo che a Leon Pappalardo, l’erede della giornalista e show-girl di “Ballando sotto le stelle”, erano stati chiesti i documenti per avere dato del razzista e dell’omofobo al governo di Matteo Salvini.

La Lucarelli ha replicato in un tweet (che riporto secondo la versione che ne dà leggo.it, non potendo accedere all’account @stanzaselvaggia a causa del blocco):

«Quindi: mio figlio dice la sua a Salvini, senza che nessuno sappia chi è. La polizia lo costringe a dire nome e cognome di fronte e telecamere e 100 persone. Alcun siti e la Lega pubblicano nome e video. Io solo DOPO spiego cosa è successo e vengo deferita dall’odg. Geniale»

Geniale o no che sia, esiste un’etica giornalistica ben precisa, che, secondo la testata on line milanotoday.it, non si esaurisce con la riconoscibilità dell’identità del minore. Segnala il sito:

„secondo il Testo unico dei doveri del giornalista, un giornalista rimane tale in ogni ambito della propria esistenza, ed è pertanto tenuto a rispettare le norme del Testo in ogni situazione e contesto, anche se coinvolto personalmente.“

E’ una questione di etica, non di procedure. Si può capire il risentimento di una madre che si vede identificare dalla polizia il figlio 15enne, ma non si può giustificare la violazione di un documento che dovrebbe costituire una linea guida indelebile ed imprescindibile per ogni giornalista iscritto all’Ordine. In breve, e per dirla in parole povere ma ricche, hanno fatto bene. Staremo a vedere (e vi terrò informati) quali saranno le conseguenze di questo deferimento.

Di certo c’è solo che si tratta dell’ennesimo episodio di giornalismo triste e raffazzonato a cui ci stiamo, purtroppo, lentamente ma inesorabilmente, abituando.

(si veda anche: https://www.milanotoday.it/attualita/lucarelli-deferita-ordine-giornalisti.html)

Due marò!

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La Corte Permanente di Arbitrato de L’Aja ha riconosciuto la giurisdizione italiana per la celebrazione del processo nei confronti dei due fucilieri di marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Il 15 febbraio 2012 due pescatori indiani furono uccisi con armi da fuoco, scambiati probabilmente per pirati. I due militari furono immediatamente accusati dell’omicidio dalla magistratura indiana, e questa sentenza risolve un delicatissimo problema di competenza giurisdizionale, nonché una questione diplomatica tra Italia e India che si protraeva da troppo tempo.

Soddisfazione tra le parti in causa e perfino a livello istituzionale. L’ammiragio De Giorgi ha perfino dichiarato

“Una sentenza giusta: l’Italia ha agito rispettando il diritto”.

E ancora:

“Con il senno di poi sono tutti maestri. Chi si è trovato a gestire gli eventi dall’Italia ha agito sulla base delle informazioni disponibili al momento, nei tempi ristretti in cui si è sviluppata la vicenda. Certamente la catena di comando adottata per la protezione dei mercantili che vedeva il comando operativo assegnato al Capo di Stato Maggiore della Difesa invece che al Capo di Stato Maggiore della Marina, come sarebbe stato naturale, vista la specificità marittima dell’operazione, è risultata poco funzionale, aumentando le isteresi decisionali. Indubbiamente non ha aiutato”.

Soddisfazione, dicevo. Troppa soddisfazione. Intanto c’è da dire che la Corte Permanente de L’Aja ha sì, riconosciuto la giurisdizione del nostro paese nel giudizio dontro i due marò, ma ha anche riconosciuto all’India i danni fisici, i danni materiali e i danni morali in favore del comandante e dell’equipaggio del peschereccio indiano, perché l’Italia avrebbe violato la libertà di navigazione così come stabilita dagli articoli 87 e 90 della Convenzione delle Onu sul Diritto del Mare.

E poi ci sono due morti. Due vite innocenti strappate all’affetto delle loro famiglie. Poveracci che stavano solo pescando e che si sono ritrovati con qualche pallottola in corpo. Morti. Cadaveri. Uccisi.

Se esista una responsabilità diretta, ma soprattutto causale, tra il comportamento dei due marò e la morte di questi due disgraziati, lo stabilirà dunque il Tribunale di Roma. Ma ci sarà un processo. DOVRA’ esserci un processo, e lì c’è ben poco di che essere soddisfatti. Anzi, fossi in loro, e se fossi uno dei politici che hanno applaudito acriticamente alla sentenza di ieri, sarei MOLTO preoccupato. Perché la Commissione permanente ha dato sì, ragione all’Italia per quanto riguarda la competenza giurisdizionale, ma ha stabilito che la nave italiana ha violato un codice della navigazione. Perché si trovava lì? Che pericolo costituivano due pescatori indiani? Sono domande a cui deve dare una risposta (e una risposta chiara, univoca e incontestabile) la magistratura, che si porrà in contraddittorio con la difesa degli imputati davanti a dei giudici terzi in tre gradi di giudizio, perché è così che si fa in Italia.

Insomma, io con l’ipotesi di essere accusato, indagato e imputato per duplice omicidio sul groppone tanto tranquillo non ci starei.

fonti: corriere.it e AGCOM.