Eppur si muore

Io non so a voi, ma a me quelli che dicono “Andrà tutto bene!” fanno paura. Ma non è che mi inquietino, mi innervosiscano, mi turbino l’animo, no, mi fanno proprio paura. Si presentano in vari modi, sotto forma di innocuo hashtag (innocuo?), di bandiera dell’Italia con la scritta malefica sulla parte bianca, mentre magari dall’interno dell’abitazione rieccheggiano le note immortali del nostro inno nazionale (ma di essser pronti alla morte nemmeno l’ombra!). Mi fanno paura perché sono degli scriteriati che non riescono a vedere la vera portata del pericolo. Fanno danni almeno quanto chi all’inizio della pandemia da coronavirus aveva dichiarato che si trattava di una semplice influenza, solo un po’ più forte. Fanno danni perché non sanno inquadrare il problema. E sono un po’ come quelli secondo cui dal 3 aprile (data limite per i comportamenti virtuosi, la chiusura di scuole e negozi, inseriti nel decreto del presidente del consiglio dei ministri) tutto tornerà alla normalità. Un gran paio di balle. Se oggi le cose vanno male il 3 aprile, se possibile, andranno anche peggio. Dice “ma allora le scuole riapriranno a maggio?” Eh, forse sì. Perché tutto va bene, stare a casa, evitare i contatti, uscire solo per fare la spesa o per necessità urgenti di salute, ma sottovalutare il pericolo, no, quello non va proprio bene. Hanno fatto bene gli inglesi a mettere paura alla gente: calcolano che l’80% della popolazione britannica si infetterà, che ci saranno molte migliaia di morti e circa otto milioni di ospedalizzati con un sistema sanitario al collasso. Naturalmente si tratta “solo” di una proiezione, di una stima, di una previsione per il futuro. Ma che succederebbe se questa previsione dovesse verificarsi anche solo in piccolissima parte? La Merkel ha preannunciato che il 60-70% dei tedeschi si ammalerà. Dal Giappone arriva la notizia che una persona, prima infettata e poi guarita si è infettata di nuovo. Il picco non è stato ancora raggiunto, e abbiamo, in Italia, la più grossa percentuale di decessi rispetto ai contagiati che ci sia nel mondo, Cina esclusa. Perché nessuno lo dice, ma di coronavirus si muore. Possibile che TUTTI i morti fino ad ora siano state persone anziane e disabilitate, con problemi pregressi di altre gravi patologie? Possibile che non sia morto qualcuno giovane e in buona salute? I morti fino a ieri erano 1809, eppure c’è ancora chi afferma che chi muore lo fa CON il coronavirus e non DI coronavirus. Nulla da fare, non lo vogliamo proprio capire. E intanto qualche coglione se ne frega dei divieti e le persone si infettano e muoiono come degli stronzi. Paura, bisogna avere paura. La paura è un sentimento che ti permette di non fidarti, di non volere a tutti i costi convincerti che “Ce la faremo!” quando è evidente che non ce la stiamo proprio facendo. La paura fa bene perché ci dà l’immagine del reale, non si ferma all’illusione di cantare le canzoni di Pino Daniele dai balconi (“l’acqua te ‘nfonne e va”? Mah….), alle false speranze e alle previsioni illusorie di chi ci dice che sì, “andrà tutto bene”. Io navigo a vista, non so voi.

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Sì, io sto con la vittima

Dopo la pubblicazione delle mie poche righe in difesa della vittima 15enne del carabiniere di 23 anni di Napoli, uccisa a colpi di pistola dopo il tentativo di rapina di un Rolex, ho ricevuto, soprattutto sull’ineffabile Facebook, culla di critiche, giudizi, pregiudizi e ditini puntati, una serie praticamente infinita di “osservazioni” a cui ho fatto fatica a stare dietro, anche se, fino ad ora, ci sono riuscito, la più gentile delle quali mi chiedeva e si chiedeva se del caso io non avesso subìto un trauma cranico di recente, perché, si sa, a star dalla parte dello Stato di diritto vuol dire che si è un po’ “picchiati”.
Torno più diffusamente sul tema e cerco di rispondere alle critiche che mi sono pervenute.
Quello che abbiamo di certo in tutta questa vicenda è che un malvivente di 15 anni è stato ucciso da un carabiniere di 23 che prima lo ha raggiunto con un colpo al torace, poi gli ha inferto un altro colpo alla nuca. E sappiamo anche che il carabiniere è stato raggiunto da una indagine per omicidio volontario, atto dovuto, certo, per lo svolgimento di attività di irripetibili, ma intanto il capo di accusa non è quello di eccesso colposo in legittima difesa, come ci si aspettava.
Le opinioni ruotano intorno a questi fatti. Che nessuno, dico, nessuno, può mettere in discussione. E’ accertato cioè che un rapinatore-bambino (perché se non si è bambini a 15 anni…. su, via…) è morto e che ad ucciderlo, anche per sua stessa ammissione, sia stato il Carabiniere.
Io, naturalmente, non so niente, ho solo la parola come arma di denuncia e di espressione, non certo una pistola d’ordinanza, ma il Carabiniere in quel momento rappresentava (in servizio o no) lo Stato. E quando lo Stato si trova davanti a un crimine, la prima cosa da fare, paradossalmente, non è preservare la vittima di quel crimine (che infatti si è “preservata” da sola), ma proprio preservare l’autore del reato perché non faccia ulteriore danno e male a se stesso e agli altri. “Nessuno tocchi Caino”, diceva qualcuno. E questo è il compito di chi appartiene alle forze dell’ordine: prevenire e reprimere i reati.
Se, quindi, quando un individuo in un momento particolare della sua esistenza viene affidato allo Stato, non gli deve succedere niente. La storia (che non è più cronaca, ma sono atti accertati giudizialmente) è piena di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi che gridano verità, perché nel momento in cui erano sotto le mani delle forze dell’ordine, affidati quindi allo Stato, sono stati uccisi, poco importa se con l’anima levàta a forza di botte, come diceva il poeta, o con due colpi di arma da fuoco. Primo, non nuocere.
Alla notizia della morte del giovane, parenti, amici, baby gang di stocazzo hanno devastato e distrutto il Pronto Soccorso dove il ragazzo era stato ricoverato nel tentativo estremo e vano di salvargli la vita. E’ un atto vandalico sicuramente esecrabile e da condannare subito, mi auguro solo che gli autori del gesto paghino in fretta per quello che hanno commesso, ma è anche una non-notizia, o, meglio, una notizia che è servita ai mezzi di comunicazione di massa per distrarre l’attenzione dalla responsabilità oggettiva del carabiniere.
Qualcuno, su Facebook, mi scrive: “ma se non c’eri?!?… Che ne sai dell’effettiva dinamica??…” E’ vero, io non c’ero. Non c’era nemmeno chi ha esteso questo giudizio. Ma la ricostruzione dei magistrati (che non c’erano nemmeno loro, peraltro) li ha portati a emettere un provvedimento di indagine per omicidio volontario e, come ho già detto, non per eccesso colposo in legittima difesa. Li chiamano “atti dovuti”. Il che significa che l’autore dell’uccisione del ragazzo dovrà comparire davanti a un giudice (che non c’era neanche lui al momento dei fatti, ma che i fatti dovrà giudicarli) e che, se riconosciuto colpevole, gli infliggerà una pena. Che non c’è? No, la pena ci sarà, e io mi auguro solo che alla fine di una serie di procedimenti penali per omicidio volontario, se questa persona verrà riconosciuta colpevole, nel momento in cui la pena diventa definitiva e passata in giudicato, questa persona (che si sarà adeguatamente e prontamente difesa davanti ai suoi giudici) paghi il suo debito con la giustizia come accadrebbe a qualunque cittadino italiano, anche non carabiniere. E mi auguro anche che, per favore, smetta la divisa che indossava. Magari nel frattempo può svolgere qualche servizio non armato, che so, lavoro di ufficio. Ma intanto almeno che gli venga tolta quella pistola che portava con sé con tanta disinvoltura. Anche questi sono atti dovuti nei confronti dei cittadini che pagano per lo stipendio di chi li deve proteggere, e che nel momento più alto del pericolo, non poteva mettere a repentaglio la vita di nessuno, che si trattasse di una persona onesta o di un malvivente.
Altra critica che mi sono sentito rivolgere è quella di essermi erto a “giudice” di questa triste storia. Quella del “Non giudicate e non sarete giudicati” è una eredità che ci viene dal Cristianesimo ed è un sistema molto comodo e confortevole di addormentare il pensiero autonomo. E comunque io non ho mai giudicato nessuno. Anzi, caso mai ho auspicato che chi ha commesso un reato di questa gravità fosse giudicato, e al più presto, con tutte le garanzie, dai suoi giudici naturali e terreni. Del giudizio divino ci occuperemo dopo, se mai.

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Sì, io sto con Burioni

Il mio ultimo articolo “Ma non muoiono solo i vecchi” mi ha portato svariate critiche, soprattutto su Facebook. Qualcuno mi ha sottolineato il fatto che sono troppo esagerato, “come la maggioranza degli italiani”. Mi si rimprovera di dar troppo retta a “quel che dice quel tizio che è sempre in tv” e di non tenere “in considerazione quei medici che hanno un’ottica diversa”. E’ vero, io sto dalla parte di Burioni, e non perché mi stia umanamente e personalmente simpatico (tutt’altro), ma perché è un virologo, una persona preparata, un uomo di scienza la cui opinione (che fa benissimo a rappresentare in TV e sui media, così almeno la gente le conosce e si può fare un’idea il più possibile realistica dell’evolversi della situazione) conta indubbiamente qualcosa. Più della mia sicuramente. Io infatti non sono un virologo. E, con tutto il rispetto dovuto alla carica istituzionale, non è un virologo nemmeno il Presidente della Regione Lombardia Fontana che nelle ultime ore ha definito l’infezione da coronavirus “Poco più di una normale influenza”. E ha aggiunto che non sono parole sue. Benissimo, ma allora chi è che asserisce tutto questo? Nomi, cognomi, qualifiche. Non si sa. E allora preferisco Burioni a degli illustrissimi sconsciuti che dànno informazioni non direttamente e con chissà quale autorità scientifica. Almeno Burioni ci mette il nome e la faccia. Ci sono anche stati, questo sì, medici di indubbio valore e spessore umano e scientifico come Maria Rita Gismondo che ha definito la patologia “Un’infezione appena più seria di un’influenza” (ne ho dato conto riproducendo il suo intervento su Facebook sul mio blog). Bene, questa è l’opinione di una autorevole professionista. Ma allora perché dopo poche ore dalla pubblicazione ha rimosso il post? Perché è stata eccessivamente e ingiustamente criticata? Perché (come ammette la stessa interessata) non ce la faceva più a gestire, leggere e rispondere ai commenti? Può darsi. Fatto sta che il suo parere non c’è più. E come fa a fare da contraltare a quello che dice Burioni quello che non c’è, che non trovo, che ha vita breve, che sparisce? E’ poco più di una semplice influenza? Burioni ha torto? Potrebbe essere certamente così, non lo voglio minimamente mettere in dubbio, ma il punto è che il coronavirus non lo conosciamo. Non sappiamo nulla di lui, tanto da dover mettere in quarantena o in isolamento ospedaliero chi ne viene affetto. Tutto quello che sappiamo sul coronavirus è quello che esperiamo quotidianamente nel trattamento degli infettati, nell’osservazione delle migrazioni dei portatori di virus, nei dati che ci provengono dal Ministero della Salute. In Toscana, da dove vi sto scrivendo in queste ore, attualmente ci sono due soggetti positivi. Fino a ieri non c’erano. Uno è reduce da Codogno, l’altro è andato a Singapore. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, tuttavia, ci tranquillizza: il 95% dei casi di contagio da coronavirus si risolve in maniera positiva con la guarigione. Quindi su 100 persone 95 guariscono. E le altre 5? Muoiono tutti come stronzi?? E’ una percentuale altissima, non possiamo permetterci di sottovalutare il pericolo. E’ (anche) per questo che sto dalla parte di Burioni.

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Camilla, Gaia, Pietro e certi giornalismi

Per la vigilia di Natale mi sono concesso il piccolo lusso di comprarmi il quotidiano mattutino. “Il Fatto Quotidiano”. Prima bestemmia per il prezzo, 1 euro e 80 a copia. Va beh, è per una buona causa. All’interno un articolo di Selvaggia Lucarelli (sì, me ne sto occupando frequentamente in questi giorni) sul tragico incidente di Roma che è costato la vita a due ragazze minorenni, Gaia e Camilla, investite da un ventenne, Pietro. Si tratta di una tragedia immane. Tre famiglie praticamente distrutte. Lui rischia l’arresto e l’incriminazione per duplice omicidio stradale. Sono cose su cui non si scherza. Il titolo del pezzo della Lucarelli è “Il giornalismo becero che emette sentenze e distrugge persone”. Se la prende, la Lucarelli, con la morbosità di certi giornali (era un titolo di “Repubblica”) che hanno definito Pietro, a grossi caratteri e in prima pagina “Autista drogato”,

“per evocare l’immagine di un tizio strafatto senza neppure sapere se si fosse fatto mezza canna o si fosse sniffato un grammo di cocaina”

Ma che differenza fa? Il conducente è stato riconosciuto “non negativo” all’uso di sostanze stupefacenti. Certo, non è una buona ragione per sbatterlo in prima pagina e dargli del “drogato”. Ma un deplorevole giornalismo non cambia comunque un fatto accertato dagli inquirenti. Così come è un fatto accertato che il tasso alcolemico dell’autista sia risultato dell’1,4% per litro. Non è un buon motivo per dargli dell’ubriacone o dell’alcolista cronico (magari aveva bevuto “solo” un litro di vino), certo, ma è anche vero che il limte massimo tollerato per chi ha la patente da almeno tre anni è dello 0,5% per litro. E poi:

“Senza sapere se la droga e l’alcol fossero stati la causa dell’incidente o un fatto serio, certo, ma slegato dall’evento tragico.”

E’ senz’altro probabile che l’evento tragico sia stato causato da circostanze “slegate” dall’assunzione di sostanze stupefacenti. Ma certamente con l’1,4 di alcolemia e dopo aver fatto uso di una mezza canna o di un grammo di cocaina che sia non ti puoi mettere alla guida di un veicolo. Anche perché l’uso contemporaneo di sostanze psicoattive provoca un effetto sinergico che non si sa quali effetti possa indurre rispetto alla condizione di attenzione “normale” di una persona sobria.

C’è poi il problema della patente. Il giovane era stato oggetto di tre diverse segnalazioni dal 2017 ad oggi, la patente gli era stata ritirata a ottobre. Non si sa come sia stato possibile che ne sia tornato in possesso prima del termine di tre mesi previsto dalla normativa. La Lucarelli altresì stigmatizza:

“E poi un altro titolo con foto del colpevole già processato e condannato da certa stampa: Ecco chi è Pietro, il ragazzo che HA UCCISO (maiuscolo nel testo) Gaia e Camilla.”, dando per scontato, tra l’altro che le abbia uccise lui e non chi le ha investite successivamente, altra ipotesi riportata più volte sui giornali”

Coincidenza (o fatalità) vuole che nella stessa pagina del giornale un pezzo di Vincenzo Bisbiglia titoli: “Investite solo da Genovese, il tasso alcolemico era dell’1,4. Gaia e Camilla, 16 anni, morte sul colpo. Nessun’altra auto le ha travolte”. E ovviamente il maiuscolo “HA UCCISO” nasconde, a questo punto, un altro fatto accertato: la responsabilità della morte delle sventurate ragazze non è attribuibile a terzi. Se è da dimostrare (in un apposito giudizio penale e non certo sui giornali) la responsabilità diretta del conducente nella morte di Gaia e Camilla è certo almeno allo stato dei fatti che le ragazze sono morte in conseguenza dell’incidente da lui provocato. E non sarà certo il suo eventuale arresto a determinarne la responsabilità penale diretta, ma è vero che l’omicidio stradale è quella fattispecie di reato che punisce proprio chi si mette alla guida “in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psico-fisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti” e provoca la morte di una persona.

In breve, la difesa della Lucarelli fa acqua da tutte le parti. Purtroppo. Perché che ci sia del pessimo giornalismo che tende a mettere alla gogna il presunto colpevole è un dato vero dalla notte dei tempi (come si fa a dimenticare Bruno Vespa che sentenziò che Pietro Valpreda era colpevole della strage di Piazza Fontana?) e la Lucarelli, da giornalista, non dovrebbe stupirsene. Se ne indigna, giustamente, ma occorre, in casi delicati come questo, separare il dato oggettivo (“ha ucciso”) dai contorni colpevolisti e sbattimostristi (“Ecco chi è Pietro”). Se no il titolo del giornale va a farsi benedire. E non è proprio il caso di mettere in discussione i dati rilevati, specialmente quando si tratta della morte di due persone.

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Piccole bacchettatine via Twitter a Roberto Saviano

Gentile anche da parte sua fare riferimento alla morte della madre di Cappato, che è un fatto personale e intimo e non pubblico come una sentenza della Corte d’Assise.

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Cannabis Light

Io su tutta questa manfrina della Cannabis Light non è che ci abbia capito molto. Ho capito che in Senato la Presidente Alberti Casellati  non ha dato il via libera alla parte della manovra economica che avrebbe dato il via alla commercializzazione della cannabis con una ridotta percentuale di delta-9-tetraidrocannabinolo (in ogni caso non superiore allo 0,5%). Soprattutto non capisco la tipologia “light” di una qualsivoglia sostanza legale o illegale. Dalla CocaCola alle Camel. Se lo 0,5% di tetraidrocannabinolo rende la sostanza psicoattiva assimilabile all’effetto di una camomilla, perché non ti fai una camomilla direttamente e la smetti di rompere i coglioni con queste cazzate secondo cui una quantità moderata di una qualsiasi droga (comprese la nicotina, la caffeina e l’alcol) non fa male? Non fa male un bicchiere di vino a pasto? Prova un po’ a dare un bicchiere di vino a pasto a una donna incinta, poi lo vedi se fa male o no. Oppure prova a darlo a una persona che sta per mettersi alla guida e che verrà sottoposta all’alcool-test. E’ questa mania di cercare a tutti i costi il leggero, il legale, il “non-fa-male”, come quelli che dicono che di eroina, di cocaina, di alcol si muore, mentre di marijuana “no xé mai morto nisuni” (come cantavano i Pitura Freska). Sarà anche vero, ma non è un buon motivo. Si vuole differenziare l’uso dall’abuso? Oppure legittimare il fumo di Cannabis per il cosiddetto uso ricreativo? Come sarebbe a dire che io mi “ricreo”? Mi ricreo se faccio una passeggiata, una partita a scacchi, se guardo un bel film, se leggo un buon libro, se faccio quattro chiacchiere con un amico. Cosa mi significa l’uso di sostante stupefacenti a scopo prettamente ludico e quasi di gigioneggiamento? O una sostanza la usi o non la usi. Questa è l’unica differenza. E non è questo quello che si voleva significare quando con i radicali si facevano le battaglie a favore della regolamentazione delle droghe cosiddette “leggere”. Lì si trattava di togliere alle mafie e alla criminalità organizzata parte significativa degli introiti e che lo stato si facesse carico della piccola criminalità che sarebbe venuta a togliersi dalle strade dello spaccio, dell’acquisto di quantità non per uso personale, non di salvare l’immagine del consumatore “light” di Cannabis o di diffondere la cultura dello sballo, dell’essere “fatti” appena appena un pochino (uno sballo light, appunto). Perché la cultura della modica quantità è la cultura della morte, la cultura della vita è rinviare la materia a un più ampio ed approfondito dibattito parlamentare, perché il senso del testo unico sugli stupefacenti venga del tutto rivisto alla luce delle nuove sensibilità sociali.

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Emanuele Castrucci: il GIP di Siena respinge la richiesta di sequestro dell’account Twitter

Vi ricorderete dei contenuti a sfondo hitleriano di certi tweet del professor Emanuele Castrucci, docente di Filosofia del Diritto presso l’Università di Siena. Ebbene oggi il GIP di Siena, dottoressa Roberta Malavasi ha rigettato la richiesta della Procura della Repubblica di sequestrare l’account Twitter del docente perché non sussisterebbero gli estremi per il reato di propaganda e istigazione all’odio razziale, ma solo una rilettura storica e apologetica della figura di Hitler. La procura ha già fatto sapere di intendere proporre ricorso contro questa decisione:

„Noi dissentiamo da questa interpretazione. Ritenendo che ci sia istigazione all’odio razziale, con la foto di Hitler che è un’ulteriore prova a sostegno. Quel tweet è stato poi rimosso dal professore. Per questo presenteremo ricorso al tribunale del Riesame chiedendo il sequestro del profilo“

Nel frattempo Castrucci ha regolarmente continuato a twittare. Ed è stato sospeso per decreto firmato dal rettore Frati dall’attività accademica e didattica, in attesa che si avvii la procedura per la sua destituzione.

Di certo c’è che la sentenza del GIP Malavasi pone un grosso punto interrogativo: e se davvero è stato fatto un gran polverone per nulla? E se davvero quei tweet fossero il risultato dell’espressione delle proprie, sia pure aberranti, idee personali e fossero il risultato dell’esercizio del diritto della libertà di pensiero individuale? Si starebbe giocando coi diritti di una persona, con il suo lavoro, con la sua reputazione e con la sua attività accademica. Tutto questo se è vero, come è vero, che le sentenze hanno un loro valore.

Se, invece, si vuol fare come Oscar Giannino, che in un tweet di oggi a commento della vicenda scrive che:

allora è perfettamente inutile che la magistratura si occupi di queste delicate vicende. La logica del “dicano quello che vogliono, tanto io non cambierò mai di una virgola il mio pensiero in merito” (che, guarda caso, in questo frangente è un pensiero completamente diverso da quello che ha mosso le motivazioni della sentenza) non funziona. O, meglio, per funzionare funziona anche ma non porta da nessuna parte. Prima non avevamo che puri indizi e tutta la nostra rabbia da vomitare addosso al revisionista di turno, adesso abbiamo una sentenza. Che non è definitiva, si badi bene. Ma che segna un primo importante passo nell’accertamento di una verità che, se confermata, ribalterà tutto il castello accusatorio che si è mosso nei confronti di Castrucci. Bella figura, sì…

 

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Lucia Borgonzoni e le passeggiate nei boschi che curano la depressione

Il professor Roberto Burioni ha recentemente riesumato questo Tweet di Lucia Borgonzoni, senatrice della Lega e candidata Presidente della Regione Emilia-Romagna per il centro-destra. In Senato ha sfoggiato la T-Shirt “Parliamo di Bibbiano” lo scorso 10 settembre 2019, inducendo la presidente Alberti Casellati a sospendere brevemente la seduta dopo essere stata invitata a ricomporsi.

Va detto che, a proposito del contenuto del Tweet che qui vi riporto, il sito http://altraroba.altervista.org esiste sul serio e che ha realmente pubblicato un articolo dal titolo “E se gli psichiatri prescrivessero gite nei boschi anziché antidepressivi?”. Lo potete leggere a questo link.

Vi si legge, tra l’altro che:

Una camminata o escursione in un bosco corrisponde ad una pratica naturale di aromaterapia.

e che

Evidenze scientifiche hanno dimostrato come questa possa ridurre in maniera significativa ansia, depressione e rabbia.

La Borgonzoni ha fatto suo il contenuto di questo articolo e lo ha rilanciato dalla sua pagina Twitter nel giugno scorso (prima di cambiare account in “Lucia Borgonzoni Presidente“).

Va detto, a scanso di equivoci, che la depressione è una malattia molto seria, con grandissimi costi sociali, e che per affrontarla occorrono anni di cure farmacologiche e psicoterapeutiche. Per “cure farmacologiche” intendo proprio uso di psicofarmaci antidepressivi, chimica, iterazioni con le sinapsi, produzione di serotonina. Non si può delegare alla naturopatia, a una semplice passeggiata nei boschi, la risoluzione anche solo parziale di questo tipo di sintomatologie. Non esistono medicine alternative -dice il dottor Burioni-, esistono soltanto alternative pericolose alla medicina. Tutto le soluzioni a base “di yoga, di erbe, psiche, di omeopatia, non servono a niente, sono totalmente inutili, completamente inefficaci quando non addirittura dannosi. Questo gli psichiatri lo sanno bene, e fanno bene a prescrivere solo psicofarmaci antidepressivi e/o ansiolitici a chi si rivolge a loro per chiedere un aiuto. La preparazione e l’esperienza di uno psichiatra nel curare la depressione non possono assolutamente essere sostituite da un approccio naturistico. La depressione non è una slogatura a una caviglia, per cui vanno ancora bene gli impacchi di arnica, come descriveva Louisa May Alcott in “Piccole donne“. La depressione è una bestia bruttissima che in molti casi non guarisce, ma che si continua a tenere sotto controllo vivendo una vita soddisfacente. Ma resta sempre lì, latente, estremamente subdola, pronta ad aggredire di nuovo. E la vita del malato di depressione, credetemi, è tutt’altro che vita. Come quella dei familiari che hanno la sventura di stargli accanto.

Non bisogna confondere l’efficacia di un principio attivo con l’aria fresca. Non si può tollerare l’esternazione di chi afferma che

Grazie alla presenza di fragranze e profumi, in particolare modo quelli emanati dalle conifere (fitoncidi), comunemente noti come “oli essenziali legnosi”, il rischio di problemi psicosociali legati allo stress risulta essere inferiore negli individui che compiono regolarmente tali immersioni nei boschi come parte integrante del loro stile di vita.

perché questi dati vanno opportunamente dimostrati con studi scientifici seri e rigorosi, pubblicati su riviste mediche di provati rigore e fama. Lo so anch’io che respirare l’aria dei boschi fa bene, ma la depressione, l’ansia, lo stress, la rabbia sono ben altro e hanno bisogno di approcci medici adeguati per essere risolutivo. Ne va della salute del paziente depresso e del suo entourage sociale e familiare. Non scherziamo.

Saluti allopatici.

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Il professor Emanuele Castrucci dell’Università di Siena elogia Hitler su Twitter

«Hitler, anche se non era certamente un santo, in quel momento difendeva l’intera civiltà europea»

“Vi hanno detto che sono stato un mostro per non farvi sapere che ho combattuto contro i veri mostri che oggi vi governano dominando il mondo.”

(Emanuele Castrucci, professore di Filosofia del diritto e filosofia politica, Università di Siena)

 

“Caro @marcocongiu, il Prof. Castrucci scrive a titolo personale e se assume la responsabilità.
L’Università di Siena, come dimostrato in molteplici occasioni, è dichiaratamente anti-fascista e rifugge qualsiasi forma di revisionismo storico nei confronti del nazismo.”

(Francesco Frati, rettore dell’Università di Siena, tweet del 1 dicembre 2019)

Trovo vergognose le esternazioni revisioniste e neonaziste del Prof. Castrucci. Tali affermazioni infangano il nome di USiena, che ho intenzione di difendere. Ho dato mandato agli uffici di attivare i provvedimenti conseguenti alla gravità del caso.

(Francesco Frati, rettore dell’Università di Siena, tweet del 2 dicembre 2019)

 «Posso solo dire che mi sono limitato ad esprimere un giudizio storico personale avvalendomi, al di fuori della mia attività didattica, del principio di libertà di pensiero che, come ben sa, è tutelato costituzionalmente»

(Emanuele Castrucci – Dichiarazione a Corriere.it)

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La scorta a Liliana Segre

Sarebbe troppo facile dire che l’assegnazione di due carabinieri di scorta a Liliana Segre per le continue minacce ricevute sui social network e tramite canali più tradizionali (ma non per questo meno pericolosi) rappresenta la sconfitta totale dello stato e ne dimostra sia il fallimento che l’incapacità a reagire se non con la limitazione della libertà di una cittadina italiana di 89 anni, che ha sofferto sulla propria pelle l’orrore di Auschwitz, sopravvivendo alla catastrofe umana dell’olocausto e che ha avuto il solo merito di proporre la costituzione di una commissione che contrasti l’odio (sia esso in rete o espresso in altra forma).

Sarebbe troppo facile stigmatizzare la contemporanea negazione della cittadinanza onoraria a Liliana Segre da parte della città di Pescara per mano dei consiglieri comunali della Lega perché “mancano i presupposti per dare la cittadinanza onoraria perché manca un legame con il nostro territorio: a questo punto dovremmo conferirla anche ai tanti rappresentanti delle istituzioni che ricevono pubbliche offese e minacce” come se lotta all’antisemitismo, al razzismo, all’intolleranza, all’odio, l’affermazione dei valori democratici, la solidarietà con una donna che ha patito l’indicibile non possano essere patrimonio di una città che ha ricevuto la medaglia d’oro al merito civile con la motivazione «Centro strategico sulla linea verso il Nord della Penisola e per il collegamento con la Capitale, durante l’ultimo conflitto mondiale fu teatro di continui e devastanti bombardamenti da parte dell’aviazione alleata e dovette subire le razzie e la distruzione di fabbricati, strade, ponti e uffici pubblici da parte dell’esercito germanico in ritirata.»

Sarebbe troppo facile dire che vogliamo bene a Liliana Segre per quello che rappresenta e che comprendiamo perefttamente il suo stupore, la sua amarezza, la sua delusione davanti al voto di astensione delle destre al Senato della Repubblica su un provvedimento che avrebbe dovuto raggiungere come minimo l’unanimità.

Sarebbe troppo facile. Però è tutto vero.

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La morte di Hevrin Khalaf

Hervin Khalaf aveva solo 35 anni. Curda, ingegnere, attivista per i diritti delle donne, segretario generale del Partito Futuro siriano,tra Manbij e Qamishlo è stata tradita da un’imboscata delle milizie filo-turche mentre si recava al confine con la Siria. E’ stata lapidata e uccisa. Intanto gli stati europei, nonostante tanti bei discorsi di circostanza, hanno continuato per anni a rifornire la Turchia di armi che adesso vengono utilizzate nella folle logica di sterminio del popolo curdo. Ecco. E poi dite che non mi occupo di avvenimenti internazionali…
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L’ergastolo ostativo

Sgomberiamo il campo da un malinteso: la questione sull’ergastolo ostativo NON è stato sollevato dalla mancata concessione degli arresti domiciliari a Giovanni Brusca da parte della Corte di Cassazione, ma dal caso di Marcello Viola, condannato all’ergastolo per i reati di sequestro di persona, omicidio, possesso di armi e, naturalmente, associazione a delinquere di stampo mafioso. Viola, dopo essere stato sottoposto al regime di carcere duro previsto dal famoso articolo 41-bis, ne era uscito e aveva richiesto sia un permesso premio che la possibilità di accedere alla liberazione condizionale, entrambe negategli perché l’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario stabilisce che coloro che si siano macchiati di gravi reati (di mafia o di terrorismo, per esempio) non abbiano diritto né ai “benefici penitenziari” né alle misure alternative alla detenzione. Ecco che, in questi casi, l’ergastolo coincide con il ciclo vitale del condannato, al contrario di quanto accade per un ergastolo “semplice” per cui sono ammessi permessi premio, semilibertà, libertà condizionale e altri benefici prima della scadenza naturale dell’espiazione della pena (che, solitamente, in questi casi, non corrisponde al “fine pena mai”, ma viene anticipata anche grazie a buona condotta e quant’altro). Anche chi è stato condannato all’ergastolo e si trova sotto quanto previsto dall’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario può accedere ai benefici, batsa che collaborino con la giustizia. Viola non solo non ha mai collaborato, ma si è sempre dichiarato innocente in ordine ai fatti ascrittigli. Si è rivolto alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo che gli ha dato ragione (lo Stato italiano è stato condannato alla refusione delle spee di giudizio, fissate in 6000 euro) e che si è dichiarata contraria all’istituzione dell’ergastolo ostativo. La CEDU, nel giugno scorso, ha condannato l’Italia perché l’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario violerebbe l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani che impedisce trattamenti contrari al senso di umanità. In particolare viene stigmatizzato l’articolo 4-bis là dove restringe la possibilità di una liberazione condizionale alla piena collaborazione del condannato per gravi reati con la giustizia, fissando la valutazione della pericolosità del soggetto al momento della commissione del fatto-reato e non al termine di un percorso di rieducazione. In pratica, secondo l’articolo 3 della Convenzione dei diritti umani, è impossibile privare un individuo della propria libertà senza dargli la possibilità, un giorno, di riacquistarla.

Fin qui quello che è successo. L’opinione è che a livello europeo si sia ignorata (o non si conosca per niente) la storia recente del nostro paese. Parliamo dell’uccisione di Salvo Lima, di Falcone che salta in aria con tre agenti della scorta e con la moglie, della strage di via D’Amelio in cui persero la vita il giudice Borsellino e gli agenti della sua scorta, della strage dei Georgofili, dei 15 feriti per una bomba a Roma nel maggio del ’93, dell’assassinio di Don Pino Puglisi. L’ergastolo ostativo è una norma che affronta il problema della pericolosità della mafia nei confronti dello Stato e che dà una risposta allo stragismo indifferenziato. E’ un argine, certo labile in confronto alla gravità dei fatti storicamente attestati e di cui ho fatto un breve riassunto, ma necessario. E’ uno strumento in mano ai giudici, che valutano caso per caso e sentenziano. E’ un antidoto contro la perdita della memoria da parte dell’opinione pubblica. Nessuno tocchi Caino non significa che il detenuto abbia sempre ragione.

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Il reddito di cittadinanza alla brigatista Saraceni

Ho preso spunto da un tweet dell’ex ministro Marianna Madia che annuncia un’interrogazione sul caso dell’assegnazione del reddito di cittadinanza (un assegno pari a circa 620 euro) alla brigatista rossa Federica Saraceni, condannata a 21 anni e mezzo di carcere per l’omicidio del giuslavorista Massimo D’Antona (Roma, maggio 1999).

C’è poco da interrogarsi e da interrogare il parlamento, viviamo in uno stato di diritto e se tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, se la Saraceni non percepisce altri redditi, se l’INPS dà il via libera al conferimento del sussidio, se tutte le condizioni di legge sono soddisfatte, non si vede perché una persona che è stata condannata sia pure  per un delitto infame e che ha scontato la sua pena detentiva non possa accedere a un istituto previsto per legge.

Mi sembra di buon senso quanto dichiarato dal padre della brigatista, l’ex magistrato ed onorevole dei DS Luigi Saraceni, che ha dichiarato:

“La legge prevede che lei abbia il sussidio. Al di là del caso particolare di mia figlia. Una persona che è stata condannata alla fine di una lunga pena, che non ha un reddito, mi dica cosa dovrebbe fare: darsi alla prostituzione, la buttiamo nella discarica, le diciamo di andare a fare delle rapine? Oppure ce ne prendiamo carico?” (…) “Lo chiedo non alla destra becera e reazionaria. Mi rivolgo alla sinistra. Dico a Marianna Madia che mia figlia percepiva prima il reddito di inclusione, che è stato introdotto dal governo Renzi, l’onorevole si dovrebbe mettere d’accordo con sé stessa”.

Esistono poi, certamente, il dolore e l’indignazione della vedova D’Antona ( “L’ingiustizia non la subisco io, ma la subiscono tutti i cittadini. La norma va rivista”.) ma c’è da chiedersi quante volte debba pagare il proprio debito una persona prima di estinguerlo con la società intera, e se veramente la funzione della pena debba essere quella di rieducare il reo (anche se la Saraceni non ha dato segni di pentimento e in questo c’è solo da dire che lo Stato ha fallito) o quella di farne carne di infima qualità e da macello, persone da buttare nel tritacarne dell’oblio. Qui non si tratta di difendere una brigatista, ma lo stato di diritto che vigila su tutta la comunità, detenuti compresi. “La norma prevede che se la persona ha ricevuto una condanna nei dieci anni precedenti c’è il blocco” “lei l’ha ricevuta 12 anni fa. Basta leggere la legge”, ha detto Fulbright.

Già, basta leggere la legge. Ma le letture preferite di certa politica sono quelle dell’odio, dell’astio, del rancore e della revisione dell’apparato legislativo sulla base di un solo caso-limite verificatosi nel tempo. E non si tratta di difendere chi ha ucciso Massimo D’Antona, ma dare a chi ha diritto ciò di cui ha diritto, senza se e senza ma.

Prima gli onesti? Prima gli italiani? Prima i “nostri”? No, prima chi ha bisogno.

 

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Quelli che Greta Thunberg

Voi che criticate tanto Greta Thunberg e che vi accanite con una ragazzina malata e sedicenne. Voi che vi scandalizzate tanto che una adolescente si occupi del clima e abbia la forza di gridare davanti ai potenti “mi avete rubato l’infanzia!”, mentre le vostre figlie sedicenni si fotografano le tette e il culo e le sbattono su Istagram per collezionare like. Voi che inorridite pensando che Greta sia messa su dai poteri dei genitori e della società progressista svedese in cui vive, voi che pensate che va bene la preoccupazione per l’ambiente ma qui si esagera, ci sono tanti problemi più importanti, e per risolverli non trovate niente di meglio che rinchiudervi in una cabina elettorale e votare Salvini perché è giusto così e ha fatto tante cose buone. Voi che domani mattina manderete i vostri figli a fare “sciopero” per le questioni climatiche di cui parla Greta Thunberg senza sapere un’acca di quello che dice e, soprattutto, senza farlo sapere ai vostri figli, tanto poi se la scuola richiede la giustificazione gliela fornite con la dicitura “indisposizione”, o “mal di testa” o, peggio “motivi familiari”, come se fosse morto il gatto. Voi che ritenete che Greta Thunberg non pensi ad altro che all’ambiente e avete una figlia altrettanto sedicenne che se ne va con le cuffiette all’orecchio e con il cellulare in mano perché toccatele tutto ma non la protesi di se stessa. Voi che avete una figlia sedicenne perfettamente in salute, bella, alta, slanciata, col tacco 12, roba da titolo di Miss Pizzeria, e ve ne fregate bellamente delle sedicenni che stanno male e vanno in giro con le scarpe basse e le treccine. Voi siete tutto questo e molto di peggio.

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