Selvaggia Lucarelli deferita all’Ordine dei Giornalisti

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Selvaggia Lucarelli, una di quelle che assieme a Barbara Collevecchio, Federica Angeli e Asia Argento mi hanno bannato da Twitter (Paolo Attivissimo e David Puente li seguo regolarmente, ci hanno ripensato), è stata deferita all’Ordine dei Giornalisti (è giornalista pubblicista dal 2009) per aver aver violato i principii professionali della Carta di Treviso sulla professione giornalistica, che tutelano la privacy dei minori.

Le è stato contestato di aver reso riconoscibile il figlio in un suo articolo per tpi.it, dopo che a Leon Pappalardo, l’erede della giornalista e show-girl di “Ballando sotto le stelle”, erano stati chiesti i documenti per avere dato del razzista e dell’omofobo al governo di Matteo Salvini.

La Lucarelli ha replicato in un tweet (che riporto secondo la versione che ne dà leggo.it, non potendo accedere all’account @stanzaselvaggia a causa del blocco):

«Quindi: mio figlio dice la sua a Salvini, senza che nessuno sappia chi è. La polizia lo costringe a dire nome e cognome di fronte e telecamere e 100 persone. Alcun siti e la Lega pubblicano nome e video. Io solo DOPO spiego cosa è successo e vengo deferita dall’odg. Geniale»

Geniale o no che sia, esiste un’etica giornalistica ben precisa, che, secondo la testata on line milanotoday.it, non si esaurisce con la riconoscibilità dell’identità del minore. Segnala il sito:
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Due marò!

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La Corte Permanente di Arbitrato de L’Aja ha riconosciuto la giurisdizione italiana per la celebrazione del processo nei confronti dei due fucilieri di marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Il 15 febbraio 2012 due pescatori indiani furono uccisi con armi da fuoco, scambiati probabilmente per pirati. I due militari furono immediatamente accusati dell’omicidio dalla magistratura indiana, e questa sentenza risolve un delicatissimo problema di competenza giurisdizionale, nonché una questione diplomatica tra Italia e India che si protraeva da troppo tempo.

Soddisfazione tra le parti in causa e perfino a livello istituzionale. L’ammiragio De Giorgi ha perfino dichiarato

“Una sentenza giusta: l’Italia ha agito rispettando il diritto”.

E ancora:

“Con il senno di poi sono tutti maestri. Chi si è trovato a gestire gli eventi dall’Italia ha agito sulla base delle informazioni disponibili al momento, nei tempi ristretti in cui si è sviluppata la vicenda. Certamente la catena di comando adottata per la protezione dei mercantili che vedeva il comando operativo assegnato al Capo di Stato Maggiore della Difesa invece che al Capo di Stato Maggiore della Marina, come sarebbe stato naturale, vista la specificità marittima dell’operazione, è risultata poco funzionale, aumentando le isteresi decisionali. Indubbiamente non ha aiutato”.

Soddisfazione, dicevo. Troppa soddisfazione. Intanto c’è da dire che la Corte Permanente de L’Aja ha sì, riconosciuto la giurisdizione del nostro paese nel giudizio dontro i due marò, ma ha anche riconosciuto all’India i danni fisici, i danni materiali e i danni morali in favore del comandante e dell’equipaggio del peschereccio indiano, perché l’Italia avrebbe violato la libertà di navigazione così come stabilita dagli articoli 87 e 90 della Convenzione delle Onu sul Diritto del Mare.
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Vittorio Feltri si è dimesso dall’ordine dei giornalisti. Non è detto che sia un male!

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“Dopo cinquant’anni di carriera si è dimesso dall’Ordine rinunciando a titoli e posti di comando nei giornali, compreso nel suo Libero (lo fondò nel 2000). Perché lo abbia fatto lo spiegherà lui, ma io immagino che sia una scelta dolorosa per sottrarsi una volta per tutte all’accanimento con cui da anni l’Ordine dei giornalisti cerca di imbavagliarlo e limitarne la libertà di pensiero a colpi di processi disciplinari per presunti reati di opinione e continue minacce di sospensione e radiazione”

(Alessandro Sallusti)

“Limitarne la libertà”? Wikipedia riferisce:

Nel 1996 Feltri, direttore all’epoca del Giornale, e il cronista Giancarlo Perna sono stati condannati dal Tribunale di Monza per diffamazione a mezzo stampa ai danni del giudice antimafia Antonino Caponnetto. Il procedimento riguardava un articolo del 20 marzo 1994 nel quale si mettevano in discussione, fra gli altri elementi, i rapporti tra Giovanni Falcone e lo stesso Caponnetto.
Nel giugno 1997 Feltri è stato condannato in primo grado dal tribunale di Monza con Gianluigi Nuzzi, per diffamazione a mezzo stampa nei confronti di Antonio Di Pietro, per un articolo comparso sul Il Giornale il 30 gennaio 1996, in cui si sosteneva che negli anni di Mani Pulite “i verbali finivano direttamente in edicola e soprattutto all’Espresso”.
Nel gennaio 2003 è stato condannato dal tribunale di Roma, insieme a Paolo Giordano, a seguito di querela presentata da Francesco De Gregori, per avere travisato il pensiero del cantautore su Togliatti e sul PCI in un’intervista del 1997 dal titolo De Gregori su Porzus accusa Togliatti e il partito comunista, pubblicata sul Il Giornale, di cui Feltri era direttore.
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“Open on line” parla del caso di Bolzano. Ma pubblica la foto di una scuola di Ancona

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“Open On line”, il giornale telematico fondato e diretto da Enrico Mentana (sì, lo stesso che ha detto che se avesse saputo che nella conferenza stampa, una delle tante, di Conte, il Presidente del Consiglio avesse nominato alcuni esponenti dell’attuale opposizione, non avrebbe mandato in onda quell’intervento), per il quale lavora alacremente il debunker David Puente, oggi ha riportato anche lui il caso del sovrintendente di Bolzano al cui figlio sarebbero stati corretti degli “errori formali” riferiti alle valutazioni del secondo quadrimestre.

L’articolo è stato corredato da una immagine che riproduce un cartello che reca la scritta di “scuola chiusa”. Sembrerebbe quasi, dal titolone e dall’immagine, che la scuola di Bolzano sia chiusa, per qualche motivo. Niente di più falso. Se guardate bene la foto (magari ingrandendola a dovere cliccandoci sopra), sullo sfondo, quasi in trasparenza, c’è un avviso del Comune di Ancona. Che c’entra Ancona con Bolzano? Che c’entra la foto con il contenuto dell’articolo?

Nulla.

E continuano a chiamarla “informazione”. Noi del caso di Bolzano ne abbiamo parlato qui:

Bolzano: consiglio di classe riconvocato per la “correzione di un errore formale”. Un 6 e un 7 diventano 8.

La censura di “Via col vento”

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Negli USA, nazione di bigotti, come dice Guccini, per disincentivare la tendenza al razzismo hanno sospeto la proiezione e la programmazione televisiva di “Via col vento”.

Primi risultati: la polizia uccide un altro afroamericano di 27 anni con tre colpi di pistola alla schiena!

Hattie McDaniel (Mami) fu la prima afroamericana a vincere un Premio Oscar. Di che stiamo parlando?

Pretty Boy Floyd

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“Il cielo dell’America son mille cieli sopra a un continente…”

“Quell’oceano è di sogni e di sabbia
Poi si alza un sipario di nebbia
E come un circo illusorio s’illumina l’America”

“…nazione di bigotti…”

(Francesco Guccini)

C’è poco da fare manifestazioni, in Italia, sulla morte di George Floyd. Assembramenti e inginocchiamenti per più di otto minuti dimostrano che la gente non ha capito nulla, e non solo delle disposizioni per la prevenzione da coronavirus. Noi l’agonia di George Floyd l’abbiamo già vissuta. Si chiamava Federico Aldrovandi e fu ucciso dagli agenti di polizia che lo avevano fermato, e che, in seguito, furo condannati a 3 anni e 6 mesi di reclusione, per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi” (sentenza confermata in Cassazione). I condannati si chiamavano Paolo Forlani, Monica Segatto, Luca Pollastri ed Enzo Pontani. Può succedere a qualunque cittadino di essere fermato per qualsiasi motivo (sia pure solo per una semplice identificazione). Ma nel momento in cui un cittadino è fermato è affidato allo Stato e non gli deve succedere nulla. Nulla. Invece Federico Aldrovandi fu ucciso e oggi sembra non ricordarsene nessuno. Fatta la giustizia caduta la memoria. Quello che è accaduto a George Floyd in America può succedere a ciascuno di noi in Italia. Non è la cultura del WASP contro il nero presumibilmente delinquente in quanto tale, a farla da padrone. E’ la cultura del potere che permea le forze dell’ordine (che sono organismi pagati dallo Stato), è il preconcetto che il fermato, in quanto tale sia per forza colpevole (ma questo lo stabilisce la Magistratura, non loro), di più, che sia un individuo a cui poter comminare la morte. La persona più intelligente che io abbia mai incontrato dice sempre che “chi ha a disposizione un’arma prima o poi la usa”. E ha ragione.
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Citrus sinensis

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Un gruppo di colorati, aranciosi e “allegri mattacchioni”, come li ha definiti su Facebook il Maestro Federico Maria Sardelli, si è riunito a Milano e in varie altre città d’Italia per proclamare, senza mascherine e senza nessun rispetto della distanza di sicurezza interpersonale che “la pandemia non esiste”. C’è stata una bella e giustificata indignazione sul web. 16000 morti in Lombardia e un gruppo ben nutrito e assembrato di persone hanno dato retta all’ex Gen. Pappalardo che, anche a Bari, davanti al Teatro Piccinni, ci ha tenuto a sottolineare che l’emergenza coronavirus nel nostro paese “è una cagata pazzesca”. I manifestanti hanno risposto gridando “libertà, assassini, buffoni”, sono stati esposti striscioni tricolori ed è stato intonato (?) l’inno di Mameli. Famiglia Cristiana, cioè la principale testata giornalistica di opposizione, l’ha definita “la più imponente riunione di idioti degli ultimi decenni“, secondo quanto riferito da un articolo a firma di Francesco Anfossi. Il Gen. Pappalardo, in passato, ha notificato al Presidente della Repubblica Mattarella un verbale di arresto e per questo gesto è in attesa di giudizio per vilipendio al Capo dello Stato. Ma quello che resta inspiegabile è come le autorità e le forze dell’ordine, una volta informate delle manifestazioni (che non possono essere effettuate senza autorizzazione), non si siano nemmeno preoccupate di andare a vedere, a puro titolo di esempio, cosa scrive il succitato su Facebook o quanti e quali gruppi esistano sul social network a suo sostegno e quali siano i loro contenuti. Sarebbe bastato? Probabilmente no (la libertà di opinione, per quanto bislacca sia, in Italia è sacrosanta), ma sarebbe stato sufficiente per mettere in allarme chi si doveva occupare di identificare i partecipanti e, di conseguenza, multarli. Era stato solo il Questore di Roma a impedire la manifestazione evidenziando un “alto rischio per l’ordine e la sicurezza pubblica”. Naturalmente, l’ex Gen. Antonio Pappalardo si vede dedicata una voce nientemeno che su Wikipedia. Eh, è enciclopedico, lui.
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Enzo Bianchi allontanato dal Vaticano dalla Comunità di Bose

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screenshot da: lastampa.it

Quest’omino qui si chiama Enzo Bianchi. E’ un religioso, fondatore, nel 1965 della Comunità di Bose, piuttosto noto all’opinione pubblica perché spesso è ospite o conduttore di trasmissioni televisive o radiofoniche. La Comunità monastica di Bose è stata negli ultimi giorni oggetto di un’ispezione di tre inviati del Papa. L’ispezione avrebbe evidenziato gravi problemi di relazione tra Bianchi e il successore del Priore della Comunità Luciano Manicardi. La decisione del Vaticano è che Enzo Bianchi lasci la sua Comunità, a meno che non si trovi (e non è escluso) un accordo all’ultimo minuto tra lo stesso Bianchi e Manicardi. Bianchi è stato collaboratore e pubblicista di quotidiani come La Stampa, la Repubblica, L’Osservatore Romano, Avvenire, Famiglia Cristiana, La Croix, Panorama e La Vie. Qualche ignorante gli ha dato dell’ignorante in teologia, eppure è stato nominato da papa Francesco consultore del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, e nel 2000 l’Università degli Studi di Torino gli ha conferito la laurea honoris causa in Scienze politiche. Ha una bibliografia sterminata, è uno studioso serio, intelligente e capace, un divulgatore sensibile e attento, un uomo dotato di qualità umane straordinarie. Dovrebbe forse stupire che sia stato allontanato dalla stessa Comunità che ha fondato?

Silvia Romano si è convertita all’Islam. E sono solo affari suoi.

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La liberazione di Silvia Romano, in un momento di emergenza sanitaria quale quello che stiamo vivendo, avrebbe dovuto renderci tutti più contenti e sollevati. E non escludo che per la maggioranza delle persone, me compreso, sia stato così.
Invece c’è stato il solito vomito acidulo dei consueti leoni da tastiera (per non parlare dei titoli aberranti di quotidiani a tiratura e diffusione nazionale e della definizione di “neo-terrorista” affibbiatale da un parlamentare della repubblica, salvo poi scusarsi per l’infelice espressione) che ne ha stigmatizzato, e con parole irripetibili, la conversione alla religione islamica, come se questo fosse una colpa da espiare. Qualcuno si è perfino divertito a lanciare dei cocci di bottiglia contro la sua abitazione e a riempire di insulti il suo profilo Facebook.
Non so, e non posso sapere, se la conversione all’Islam di Silvia Romano sia stata un atto originato da una libera determinazione o da una costrizione psicologica, So solo che la nostra Costituzione garantisce a chiunque la libertà religiosa, che Silvia Romano è una persona maggiorenne e che ha diritto di fare della sua vita quello che vuole, Una scelta religiosa non potrà e non dovrà sottrarla all’affetto dei suoi cari e delle tante persone che le vogliono bene. Almeno finché vivremo in uno stato laico e di diritto.

Eppur si muore

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Io non so a voi, ma a me quelli che dicono “Andrà tutto bene!” fanno paura. Ma non è che mi inquietino, mi innervosiscano, mi turbino l’animo, no, mi fanno proprio paura. Si presentano in vari modi, sotto forma di innocuo hashtag (innocuo?), di bandiera dell’Italia con la scritta malefica sulla parte bianca, mentre magari dall’interno dell’abitazione rieccheggiano le note immortali del nostro inno nazionale (ma di essser pronti alla morte nemmeno l’ombra!). Mi fanno paura perché sono degli scriteriati che non riescono a vedere la vera portata del pericolo. Fanno danni almeno quanto chi all’inizio della pandemia da coronavirus aveva dichiarato che si trattava di una semplice influenza, solo un po’ più forte. Fanno danni perché non sanno inquadrare il problema. E sono un po’ come quelli secondo cui dal 3 aprile (data limite per i comportamenti virtuosi, la chiusura di scuole e negozi, inseriti nel decreto del presidente del consiglio dei ministri) tutto tornerà alla normalità. Un gran paio di balle. Se oggi le cose vanno male il 3 aprile, se possibile, andranno anche peggio. Dice “ma allora le scuole riapriranno a maggio?” Eh, forse sì. Perché tutto va bene, stare a casa, evitare i contatti, uscire solo per fare la spesa o per necessità urgenti di salute, ma sottovalutare il pericolo, no, quello non va proprio bene. Hanno fatto bene gli inglesi a mettere paura alla gente: calcolano che l’80% della popolazione britannica si infetterà, che ci saranno molte migliaia di morti e circa otto milioni di ospedalizzati con un sistema sanitario al collasso. Naturalmente si tratta “solo” di una proiezione, di una stima, di una previsione per il futuro. Ma che succederebbe se questa previsione dovesse verificarsi anche solo in piccolissima parte? La Merkel ha preannunciato che il 60-70% dei tedeschi si ammalerà. Dal Giappone arriva la notizia che una persona, prima infettata e poi guarita si è infettata di nuovo. Il picco non è stato ancora raggiunto, e abbiamo, in Italia, la più grossa percentuale di decessi rispetto ai contagiati che ci sia nel mondo, Cina esclusa. Perché nessuno lo dice, ma di coronavirus si muore. Possibile che TUTTI i morti fino ad ora siano state persone anziane e disabilitate, con problemi pregressi di altre gravi patologie? Possibile che non sia morto qualcuno giovane e in buona salute? I morti fino a ieri erano 1809, eppure c’è ancora chi afferma che chi muore lo fa CON il coronavirus e non DI coronavirus. Nulla da fare, non lo vogliamo proprio capire. E intanto qualche coglione se ne frega dei divieti e le persone si infettano e muoiono come degli stronzi. Paura, bisogna avere paura. La paura è un sentimento che ti permette di non fidarti, di non volere a tutti i costi convincerti che “Ce la faremo!” quando è evidente che non ce la stiamo proprio facendo. La paura fa bene perché ci dà l’immagine del reale, non si ferma all’illusione di cantare le canzoni di Pino Daniele dai balconi (“l’acqua te ‘nfonne e va”? Mah….), alle false speranze e alle previsioni illusorie di chi ci dice che sì, “andrà tutto bene”. Io navigo a vista, non so voi.

Sì, io sto con la vittima

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Dopo la pubblicazione delle mie poche righe in difesa della vittima 15enne del carabiniere di 23 anni di Napoli, uccisa a colpi di pistola dopo il tentativo di rapina di un Rolex, ho ricevuto, soprattutto sull’ineffabile Facebook, culla di critiche, giudizi, pregiudizi e ditini puntati, una serie praticamente infinita di “osservazioni” a cui ho fatto fatica a stare dietro, anche se, fino ad ora, ci sono riuscito, la più gentile delle quali mi chiedeva e si chiedeva se del caso io non avesso subìto un trauma cranico di recente, perché, si sa, a star dalla parte dello Stato di diritto vuol dire che si è un po’ “picchiati”.
Torno più diffusamente sul tema e cerco di rispondere alle critiche che mi sono pervenute.
Quello che abbiamo di certo in tutta questa vicenda è che un malvivente di 15 anni è stato ucciso da un carabiniere di 23 che prima lo ha raggiunto con un colpo al torace, poi gli ha inferto un altro colpo alla nuca. E sappiamo anche che il carabiniere è stato raggiunto da una indagine per omicidio volontario, atto dovuto, certo, per lo svolgimento di attività di irripetibili, ma intanto il capo di accusa non è quello di eccesso colposo in legittima difesa, come ci si aspettava. Continua a leggere

Sì, io sto con Burioni

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Il mio ultimo articolo “Ma non muoiono solo i vecchi” mi ha portato svariate critiche, soprattutto su Facebook. Qualcuno mi ha sottolineato il fatto che sono troppo esagerato, “come la maggioranza degli italiani”. Mi si rimprovera di dar troppo retta a “quel che dice quel tizio che è sempre in tv” e di non tenere “in considerazione quei medici che hanno un’ottica diversa”. E’ vero, io sto dalla parte di Burioni, e non perché mi stia umanamente e personalmente simpatico (tutt’altro), ma perché è un virologo, una persona preparata, un uomo di scienza la cui opinione (che fa benissimo a rappresentare in TV e sui media, così almeno la gente le conosce e si può fare un’idea il più possibile realistica dell’evolversi della situazione) conta indubbiamente qualcosa. Più della mia sicuramente. Io infatti non sono un virologo. E, con tutto il rispetto dovuto alla carica istituzionale, non è un virologo nemmeno il Presidente della Regione Lombardia Fontana che nelle ultime ore ha definito l’infezione da coronavirus “Poco più di una normale influenza”. E ha aggiunto che non sono parole sue. Benissimo, ma allora chi è che asserisce tutto questo? Nomi, cognomi, qualifiche. Non si sa. E allora preferisco Burioni a degli illustrissimi sconsciuti che dànno informazioni non direttamente e con chissà quale autorità scientifica. Almeno Burioni ci mette il nome e la faccia. Ci sono anche stati, questo sì, medici di indubbio valore e spessore umano e scientifico come Maria Rita Gismondo che ha definito la patologia “Un’infezione appena più seria di un’influenza” (ne ho dato conto riproducendo il suo intervento su Facebook sul mio blog). Bene, questa è l’opinione di una autorevole professionista. Ma allora perché dopo poche ore dalla pubblicazione ha rimosso il post? Perché è stata eccessivamente e ingiustamente criticata? Perché (come ammette la stessa interessata) non ce la faceva più a gestire, leggere e rispondere ai commenti? Può darsi. Fatto sta che il suo parere non c’è più. E come fa a fare da contraltare a quello che dice Burioni quello che non c’è, che non trovo, che ha vita breve, che sparisce? E’ poco più di una semplice influenza? Burioni ha torto? Potrebbe essere certamente così, non lo voglio minimamente mettere in dubbio, ma il punto è che il coronavirus non lo conosciamo. Non sappiamo nulla di lui, tanto da dover mettere in quarantena o in isolamento ospedaliero chi ne viene affetto. Tutto quello che sappiamo sul coronavirus è quello che esperiamo quotidianamente nel trattamento degli infettati, nell’osservazione delle migrazioni dei portatori di virus, nei dati che ci provengono dal Ministero della Salute. In Toscana, da dove vi sto scrivendo in queste ore, attualmente ci sono due soggetti positivi. Fino a ieri non c’erano. Uno è reduce da Codogno, l’altro è andato a Singapore. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, tuttavia, ci tranquillizza: il 95% dei casi di contagio da coronavirus si risolve in maniera positiva con la guarigione. Quindi su 100 persone 95 guariscono. E le altre 5? Muoiono tutti come stronzi?? E’ una percentuale altissima, non possiamo permetterci di sottovalutare il pericolo. E’ (anche) per questo che sto dalla parte di Burioni.

Camilla, Gaia, Pietro e certi giornalismi

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Per la vigilia di Natale mi sono concesso il piccolo lusso di comprarmi il quotidiano mattutino. “Il Fatto Quotidiano”. Prima bestemmia per il prezzo, 1 euro e 80 a copia. Va beh, è per una buona causa. All’interno un articolo di Selvaggia Lucarelli (sì, me ne sto occupando frequentamente in questi giorni) sul tragico incidente di Roma che è costato la vita a due ragazze minorenni, Gaia e Camilla, investite da un ventenne, Pietro. Si tratta di una tragedia immane. Tre famiglie praticamente distrutte. Lui rischia l’arresto e l’incriminazione per duplice omicidio stradale. Sono cose su cui non si scherza. Il titolo del pezzo della Lucarelli è “Il giornalismo becero che emette sentenze e distrugge persone”. Se la prende, la Lucarelli, con la morbosità di certi giornali (era un titolo di “Repubblica”) che hanno definito Pietro, a grossi caratteri e in prima pagina “Autista drogato”,

“per evocare l’immagine di un tizio strafatto senza neppure sapere se si fosse fatto mezza canna o si fosse sniffato un grammo di cocaina”

Ma che differenza fa? Il conducente è stato riconosciuto “non negativo” all’uso di sostanze stupefacenti. Certo, non è una buona ragione per sbatterlo in prima pagina e dargli del “drogato”. Ma un deplorevole giornalismo non cambia comunque un fatto accertato dagli inquirenti. Così come è un fatto accertato che il tasso alcolemico dell’autista sia risultato dell’1,4% per litro. Non è un buon motivo per dargli dell’ubriacone o dell’alcolista cronico (magari aveva bevuto “solo” un litro di vino), certo, ma è anche vero che il limte massimo tollerato per chi ha la patente da almeno tre anni è dello 0,5% per litro. E poi:
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Piccole bacchettatine via Twitter a Roberto Saviano

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Gentile anche da parte sua fare riferimento alla morte della madre di Cappato, che è un fatto personale e intimo e non pubblico come una sentenza della Corte d’Assise.

Cannabis Light

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Io su tutta questa manfrina della Cannabis Light non è che ci abbia capito molto. Ho capito che in Senato la Presidente Alberti Casellati  non ha dato il via libera alla parte della manovra economica che avrebbe dato il via alla commercializzazione della cannabis con una ridotta percentuale di delta-9-tetraidrocannabinolo (in ogni caso non superiore allo 0,5%). Soprattutto non capisco la tipologia “light” di una qualsivoglia sostanza legale o illegale. Dalla CocaCola alle Camel. Se lo 0,5% di tetraidrocannabinolo rende la sostanza psicoattiva assimilabile all’effetto di una camomilla, perché non ti fai una camomilla direttamente e la smetti di rompere i coglioni con queste cazzate secondo cui una quantità moderata di una qualsiasi droga (comprese la nicotina, la caffeina e l’alcol) non fa male? Non fa male un bicchiere di vino a pasto? Prova un po’ a dare un bicchiere di vino a pasto a una donna incinta, poi lo vedi se fa male o no. Oppure prova a darlo a una persona che sta per mettersi alla guida e che verrà sottoposta all’alcool-test. E’ questa mania di cercare a tutti i costi il leggero, il legale, il “non-fa-male”, come quelli che dicono che di eroina, di cocaina, di alcol si muore, mentre di marijuana “no xé mai morto nisuni” (come cantavano i Pitura Freska). Sarà anche vero, ma non è un buon motivo. Si vuole differenziare l’uso dall’abuso? Oppure legittimare il fumo di Cannabis per il cosiddetto uso ricreativo? Come sarebbe a dire che io mi “ricreo”? Mi ricreo se faccio una passeggiata, una partita a scacchi, se guardo un bel film, se leggo un buon libro, se faccio quattro chiacchiere con un amico. Cosa mi significa l’uso di sostante stupefacenti a scopo prettamente ludico e quasi di gigioneggiamento? O una sostanza la usi o non la usi. Questa è l’unica differenza. E non è questo quello che si voleva significare quando con i radicali si facevano le battaglie a favore della regolamentazione delle droghe cosiddette “leggere”. Lì si trattava di togliere alle mafie e alla criminalità organizzata parte significativa degli introiti e che lo stato si facesse carico della piccola criminalità che sarebbe venuta a togliersi dalle strade dello spaccio, dell’acquisto di quantità non per uso personale, non di salvare l’immagine del consumatore “light” di Cannabis o di diffondere la cultura dello sballo, dell’essere “fatti” appena appena un pochino (uno sballo light, appunto). Perché la cultura della modica quantità è la cultura della morte, la cultura della vita è rinviare la materia a un più ampio ed approfondito dibattito parlamentare, perché il senso del testo unico sugli stupefacenti venga del tutto rivisto alla luce delle nuove sensibilità sociali.

Emanuele Castrucci: il GIP di Siena respinge la richiesta di sequestro dell’account Twitter

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Vi ricorderete dei contenuti a sfondo hitleriano di certi tweet del professor Emanuele Castrucci, docente di Filosofia del Diritto presso l’Università di Siena. Ebbene oggi il GIP di Siena, dottoressa Roberta Malavasi ha rigettato la richiesta della Procura della Repubblica di sequestrare l’account Twitter del docente perché non sussisterebbero gli estremi per il reato di propaganda e istigazione all’odio razziale, ma solo una rilettura storica e apologetica della figura di Hitler. La procura ha già fatto sapere di intendere proporre ricorso contro questa decisione:

„Noi dissentiamo da questa interpretazione. Ritenendo che ci sia istigazione all’odio razziale, con la foto di Hitler che è un’ulteriore prova a sostegno. Quel tweet è stato poi rimosso dal professore. Per questo presenteremo ricorso al tribunale del Riesame chiedendo il sequestro del profilo“

Nel frattempo Castrucci ha regolarmente continuato a twittare. Ed è stato sospeso per decreto firmato dal rettore Frati dall’attività accademica e didattica, in attesa che si avvii la procedura per la sua destituzione.

Di certo c’è che la sentenza del GIP Malavasi pone un grosso punto interrogativo: e se davvero è stato fatto un gran polverone per nulla? E se davvero quei tweet fossero il risultato dell’espressione delle proprie, sia pure aberranti, idee personali e fossero il risultato dell’esercizio del diritto della libertà di pensiero individuale? Si starebbe giocando coi diritti di una persona, con il suo lavoro, con la sua reputazione e con la sua attività accademica. Tutto questo se è vero, come è vero, che le sentenze hanno un loro valore.
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Lucia Borgonzoni e le passeggiate nei boschi che curano la depressione

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Il professor Roberto Burioni ha recentemente riesumato questo Tweet di Lucia Borgonzoni, senatrice della Lega e candidata Presidente della Regione Emilia-Romagna per il centro-destra. In Senato ha sfoggiato la T-Shirt “Parliamo di Bibbiano” lo scorso 10 settembre 2019, inducendo la presidente Alberti Casellati a sospendere brevemente la seduta dopo essere stata invitata a ricomporsi.

Va detto che, a proposito del contenuto del Tweet che qui vi riporto, il sito http://altraroba.altervista.org esiste sul serio e che ha realmente pubblicato un articolo dal titolo “E se gli psichiatri prescrivessero gite nei boschi anziché antidepressivi?”. Lo potete leggere a questo link.

Vi si legge, tra l’altro che:

Una camminata o escursione in un bosco corrisponde ad una pratica naturale di aromaterapia.

e che

Evidenze scientifiche hanno dimostrato come questa possa ridurre in maniera significativa ansia, depressione e rabbia.

La Borgonzoni ha fatto suo il contenuto di questo articolo e lo ha rilanciato dalla sua pagina Twitter nel giugno scorso (prima di cambiare account in “Lucia Borgonzoni Presidente“).

Va detto, a scanso di equivoci, che la depressione è una malattia molto seria, con grandissimi costi sociali, e che per affrontarla occorrono anni di cure farmacologiche e psicoterapeutiche. Per “cure farmacologiche” intendo proprio uso di psicofarmaci antidepressivi, chimica, iterazioni con le sinapsi, produzione di serotonina. Non si può delegare alla naturopatia, a una semplice passeggiata nei boschi, la risoluzione anche solo parziale di questo tipo di sintomatologie. Non esistono medicine alternative -dice il dottor Burioni-, esistono soltanto alternative pericolose alla medicina. Tutto le soluzioni a base “di yoga, di erbe, psiche, di omeopatia”, non servono a niente, sono totalmente inutili, completamente inefficaci quando non addirittura dannosi. Questo gli psichiatri lo sanno bene, e fanno bene a prescrivere solo psicofarmaci antidepressivi e/o ansiolitici a chi si rivolge a loro per chiedere un aiuto. La preparazione e l’esperienza di uno psichiatra nel curare la depressione non possono assolutamente essere sostituite da un approccio naturistico. La depressione non è una slogatura a una caviglia, per cui vanno ancora bene gli impacchi di arnica, come descriveva Louisa May Alcott in “Piccole donne“. La depressione è una bestia bruttissima che in molti casi non guarisce, ma che si continua a tenere sotto controllo vivendo una vita soddisfacente. Ma resta sempre lì, latente, estremamente subdola, pronta ad aggredire di nuovo. E la vita del malato di depressione, credetemi, è tutt’altro che vita. Come quella dei familiari che hanno la sventura di stargli accanto.
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Il professor Emanuele Castrucci dell’Università di Siena elogia Hitler su Twitter

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«Hitler, anche se non era certamente un santo, in quel momento difendeva l’intera civiltà europea»

“Vi hanno detto che sono stato un mostro per non farvi sapere che ho combattuto contro i veri mostri che oggi vi governano dominando il mondo.”

(Emanuele Castrucci, professore di Filosofia del diritto e filosofia politica, Università di Siena)

 

“Caro @marcocongiu, il Prof. Castrucci scrive a titolo personale e se assume la responsabilità.
L’Università di Siena, come dimostrato in molteplici occasioni, è dichiaratamente anti-fascista e rifugge qualsiasi forma di revisionismo storico nei confronti del nazismo.”

(Francesco Frati, rettore dell’Università di Siena, tweet del 1 dicembre 2019)

Trovo vergognose le esternazioni revisioniste e neonaziste del Prof. Castrucci. Tali affermazioni infangano il nome di USiena, che ho intenzione di difendere. Ho dato mandato agli uffici di attivare i provvedimenti conseguenti alla gravità del caso.

(Francesco Frati, rettore dell’Università di Siena, tweet del 2 dicembre 2019)

 «Posso solo dire che mi sono limitato ad esprimere un giudizio storico personale avvalendomi, al di fuori della mia attività didattica, del principio di libertà di pensiero che, come ben sa, è tutelato costituzionalmente»

(Emanuele Castrucci – Dichiarazione a Corriere.it)

La scorta a Liliana Segre

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Sarebbe troppo facile dire che l’assegnazione di due carabinieri di scorta a Liliana Segre per le continue minacce ricevute sui social network e tramite canali più tradizionali (ma non per questo meno pericolosi) rappresenta la sconfitta totale dello stato e ne dimostra sia il fallimento che l’incapacità a reagire se non con la limitazione della libertà di una cittadina italiana di 89 anni, che ha sofferto sulla propria pelle l’orrore di Auschwitz, sopravvivendo alla catastrofe umana dell’olocausto e che ha avuto il solo merito di proporre la costituzione di una commissione che contrasti l’odio (sia esso in rete o espresso in altra forma).

Sarebbe troppo facile stigmatizzare la contemporanea negazione della cittadinanza onoraria a Liliana Segre da parte della città di Pescara per mano dei consiglieri comunali della Lega perché “mancano i presupposti per dare la cittadinanza onoraria perché manca un legame con il nostro territorio: a questo punto dovremmo conferirla anche ai tanti rappresentanti delle istituzioni che ricevono pubbliche offese e minacce” come se lotta all’antisemitismo, al razzismo, all’intolleranza, all’odio, l’affermazione dei valori democratici, la solidarietà con una donna che ha patito l’indicibile non possano essere patrimonio di una città che ha ricevuto la medaglia d’oro al merito civile con la motivazione «Centro strategico sulla linea verso il Nord della Penisola e per il collegamento con la Capitale, durante l’ultimo conflitto mondiale fu teatro di continui e devastanti bombardamenti da parte dell’aviazione alleata e dovette subire le razzie e la distruzione di fabbricati, strade, ponti e uffici pubblici da parte dell’esercito germanico in ritirata.»
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