La scorta a Liliana Segre

Sarebbe troppo facile dire che l’assegnazione di due carabinieri di scorta a Liliana Segre per le continue minacce ricevute sui social network e tramite canali più tradizionali (ma non per questo meno pericolosi) rappresenta la sconfitta totale dello stato e ne dimostra sia il fallimento che l’incapacità a reagire se non con la limitazione della libertà di una cittadina italiana di 89 anni, che ha sofferto sulla propria pelle l’orrore di Auschwitz, sopravvivendo alla catastrofe umana dell’olocausto e che ha avuto il solo merito di proporre la costituzione di una commissione che contrasti l’odio (sia esso in rete o espresso in altra forma).

Sarebbe troppo facile stigmatizzare la contemporanea negazione della cittadinanza onoraria a Liliana Segre da parte della città di Pescara per mano dei consiglieri comunali della Lega perché “mancano i presupposti per dare la cittadinanza onoraria perché manca un legame con il nostro territorio: a questo punto dovremmo conferirla anche ai tanti rappresentanti delle istituzioni che ricevono pubbliche offese e minacce” come se lotta all’antisemitismo, al razzismo, all’intolleranza, all’odio, l’affermazione dei valori democratici, la solidarietà con una donna che ha patito l’indicibile non possano essere patrimonio di una città che ha ricevuto la medaglia d’oro al merito civile con la motivazione «Centro strategico sulla linea verso il Nord della Penisola e per il collegamento con la Capitale, durante l’ultimo conflitto mondiale fu teatro di continui e devastanti bombardamenti da parte dell’aviazione alleata e dovette subire le razzie e la distruzione di fabbricati, strade, ponti e uffici pubblici da parte dell’esercito germanico in ritirata.»

Sarebbe troppo facile dire che vogliamo bene a Liliana Segre per quello che rappresenta e che comprendiamo perefttamente il suo stupore, la sua amarezza, la sua delusione davanti al voto di astensione delle destre al Senato della Repubblica su un provvedimento che avrebbe dovuto raggiungere come minimo l’unanimità.

Sarebbe troppo facile. Però è tutto vero.

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La morte di Hevrin Khalaf

Hervin Khalaf aveva solo 35 anni. Curda, ingegnere, attivista per i diritti delle donne, segretario generale del Partito Futuro siriano,tra Manbij e Qamishlo è stata tradita da un’imboscata delle milizie filo-turche mentre si recava al confine con la Siria. E’ stata lapidata e uccisa. Intanto gli stati europei, nonostante tanti bei discorsi di circostanza, hanno continuato per anni a rifornire la Turchia di armi che adesso vengono utilizzate nella folle logica di sterminio del popolo curdo. Ecco. E poi dite che non mi occupo di avvenimenti internazionali…
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L’ergastolo ostativo

Sgomberiamo il campo da un malinteso: la questione sull’ergastolo ostativo NON è stato sollevato dalla mancata concessione degli arresti domiciliari a Giovanni Brusca da parte della Corte di Cassazione, ma dal caso di Marcello Viola, condannato all’ergastolo per i reati di sequestro di persona, omicidio, possesso di armi e, naturalmente, associazione a delinquere di stampo mafioso. Viola, dopo essere stato sottoposto al regime di carcere duro previsto dal famoso articolo 41-bis, ne era uscito e aveva richiesto sia un permesso premio che la possibilità di accedere alla liberazione condizionale, entrambe negategli perché l’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario stabilisce che coloro che si siano macchiati di gravi reati (di mafia o di terrorismo, per esempio) non abbiano diritto né ai “benefici penitenziari” né alle misure alternative alla detenzione. Ecco che, in questi casi, l’ergastolo coincide con il ciclo vitale del condannato, al contrario di quanto accade per un ergastolo “semplice” per cui sono ammessi permessi premio, semilibertà, libertà condizionale e altri benefici prima della scadenza naturale dell’espiazione della pena (che, solitamente, in questi casi, non corrisponde al “fine pena mai”, ma viene anticipata anche grazie a buona condotta e quant’altro). Anche chi è stato condannato all’ergastolo e si trova sotto quanto previsto dall’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario può accedere ai benefici, batsa che collaborino con la giustizia. Viola non solo non ha mai collaborato, ma si è sempre dichiarato innocente in ordine ai fatti ascrittigli. Si è rivolto alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo che gli ha dato ragione (lo Stato italiano è stato condannato alla refusione delle spee di giudizio, fissate in 6000 euro) e che si è dichiarata contraria all’istituzione dell’ergastolo ostativo. La CEDU, nel giugno scorso, ha condannato l’Italia perché l’articolo 4-bis dell’ordinamento penitenziario violerebbe l’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani che impedisce trattamenti contrari al senso di umanità. In particolare viene stigmatizzato l’articolo 4-bis là dove restringe la possibilità di una liberazione condizionale alla piena collaborazione del condannato per gravi reati con la giustizia, fissando la valutazione della pericolosità del soggetto al momento della commissione del fatto-reato e non al termine di un percorso di rieducazione. In pratica, secondo l’articolo 3 della Convenzione dei diritti umani, è impossibile privare un individuo della propria libertà senza dargli la possibilità, un giorno, di riacquistarla.

Fin qui quello che è successo. L’opinione è che a livello europeo si sia ignorata (o non si conosca per niente) la storia recente del nostro paese. Parliamo dell’uccisione di Salvo Lima, di Falcone che salta in aria con tre agenti della scorta e con la moglie, della strage di via D’Amelio in cui persero la vita il giudice Borsellino e gli agenti della sua scorta, della strage dei Georgofili, dei 15 feriti per una bomba a Roma nel maggio del ’93, dell’assassinio di Don Pino Puglisi. L’ergastolo ostativo è una norma che affronta il problema della pericolosità della mafia nei confronti dello Stato e che dà una risposta allo stragismo indifferenziato. E’ un argine, certo labile in confronto alla gravità dei fatti storicamente attestati e di cui ho fatto un breve riassunto, ma necessario. E’ uno strumento in mano ai giudici, che valutano caso per caso e sentenziano. E’ un antidoto contro la perdita della memoria da parte dell’opinione pubblica. Nessuno tocchi Caino non significa che il detenuto abbia sempre ragione.

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Il reddito di cittadinanza alla brigatista Saraceni

Ho preso spunto da un tweet dell’ex ministro Marianna Madia che annuncia un’interrogazione sul caso dell’assegnazione del reddito di cittadinanza (un assegno pari a circa 620 euro) alla brigatista rossa Federica Saraceni, condannata a 21 anni e mezzo di carcere per l’omicidio del giuslavorista Massimo D’Antona (Roma, maggio 1999).

C’è poco da interrogarsi e da interrogare il parlamento, viviamo in uno stato di diritto e se tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, se la Saraceni non percepisce altri redditi, se l’INPS dà il via libera al conferimento del sussidio, se tutte le condizioni di legge sono soddisfatte, non si vede perché una persona che è stata condannata sia pure  per un delitto infame e che ha scontato la sua pena detentiva non possa accedere a un istituto previsto per legge.

Mi sembra di buon senso quanto dichiarato dal padre della brigatista, l’ex magistrato ed onorevole dei DS Luigi Saraceni, che ha dichiarato:

“La legge prevede che lei abbia il sussidio. Al di là del caso particolare di mia figlia. Una persona che è stata condannata alla fine di una lunga pena, che non ha un reddito, mi dica cosa dovrebbe fare: darsi alla prostituzione, la buttiamo nella discarica, le diciamo di andare a fare delle rapine? Oppure ce ne prendiamo carico?” (…) “Lo chiedo non alla destra becera e reazionaria. Mi rivolgo alla sinistra. Dico a Marianna Madia che mia figlia percepiva prima il reddito di inclusione, che è stato introdotto dal governo Renzi, l’onorevole si dovrebbe mettere d’accordo con sé stessa”.

Esistono poi, certamente, il dolore e l’indignazione della vedova D’Antona ( “L’ingiustizia non la subisco io, ma la subiscono tutti i cittadini. La norma va rivista”.) ma c’è da chiedersi quante volte debba pagare il proprio debito una persona prima di estinguerlo con la società intera, e se veramente la funzione della pena debba essere quella di rieducare il reo (anche se la Saraceni non ha dato segni di pentimento e in questo c’è solo da dire che lo Stato ha fallito) o quella di farne carne di infima qualità e da macello, persone da buttare nel tritacarne dell’oblio. Qui non si tratta di difendere una brigatista, ma lo stato di diritto che vigila su tutta la comunità, detenuti compresi. “La norma prevede che se la persona ha ricevuto una condanna nei dieci anni precedenti c’è il blocco” “lei l’ha ricevuta 12 anni fa. Basta leggere la legge”, ha detto Fulbright.

Già, basta leggere la legge. Ma le letture preferite di certa politica sono quelle dell’odio, dell’astio, del rancore e della revisione dell’apparato legislativo sulla base di un solo caso-limite verificatosi nel tempo. E non si tratta di difendere chi ha ucciso Massimo D’Antona, ma dare a chi ha diritto ciò di cui ha diritto, senza se e senza ma.

Prima gli onesti? Prima gli italiani? Prima i “nostri”? No, prima chi ha bisogno.

 

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Quelli che Greta Thunberg

Voi che criticate tanto Greta Thunberg e che vi accanite con una ragazzina malata e sedicenne. Voi che vi scandalizzate tanto che una adolescente si occupi del clima e abbia la forza di gridare davanti ai potenti “mi avete rubato l’infanzia!”, mentre le vostre figlie sedicenni si fotografano le tette e il culo e le sbattono su Istagram per collezionare like. Voi che inorridite pensando che Greta sia messa su dai poteri dei genitori e della società progressista svedese in cui vive, voi che pensate che va bene la preoccupazione per l’ambiente ma qui si esagera, ci sono tanti problemi più importanti, e per risolverli non trovate niente di meglio che rinchiudervi in una cabina elettorale e votare Salvini perché è giusto così e ha fatto tante cose buone. Voi che domani mattina manderete i vostri figli a fare “sciopero” per le questioni climatiche di cui parla Greta Thunberg senza sapere un’acca di quello che dice e, soprattutto, senza farlo sapere ai vostri figli, tanto poi se la scuola richiede la giustificazione gliela fornite con la dicitura “indisposizione”, o “mal di testa” o, peggio “motivi familiari”, come se fosse morto il gatto. Voi che ritenete che Greta Thunberg non pensi ad altro che all’ambiente e avete una figlia altrettanto sedicenne che se ne va con le cuffiette all’orecchio e con il cellulare in mano perché toccatele tutto ma non la protesi di se stessa. Voi che avete una figlia sedicenne perfettamente in salute, bella, alta, slanciata, col tacco 12, roba da titolo di Miss Pizzeria, e ve ne fregate bellamente delle sedicenni che stanno male e vanno in giro con le scarpe basse e le treccine. Voi siete tutto questo e molto di peggio.

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Quei fascismi che si burlano della Costituzione

E’ stato tristissimo, iersera, vedere sui TG le immagini tragiche e sconsolanti, dei militanti di destra che manifestavano in piazza contro un voto di fiducia a un governo legittimamente costituito. E’ stato increscioso vedere i saluti romani davanti a Montecitorio, è stato raggelante veder prendere in giro la Costituzione che non prevede che i governi debbano essere eletti dal popolo, ma sostenuti da una maggiioranza parlamentare comunque costituita, in nome della quale (in nome della Costituzione, non della maggioranza, s’intende), pure, lorsignori invocavano (invano, devo dire) il diritto a manifestare e a dissentire. Maalox.

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Il “gigante buono” e altri giornalismi spiccioli assortiti

Certo che ce ne vuole di coraggio per definire Massimo Sebastianigigante buono”, un assassino reo confesso responsabile dell’uccisione di Elisa, una donna (ma se fosse stata l’uccisione di un uomo sarebbe stata esattamente la stessa cosa), rea di non volerlo più vedere. E’ un giornalismo ai limiti, fuori da ogni etica, non immorale, che ci vorrebbe anche poco, ma totalmente a-morale, che è ancora peggio. La definizione di “gigante buono” ci riporta alla memoria i cartoni animati dei caroselli della Ferrero della nostra infanzia, quelli in cui il gigante, che doveva pensarci lui, se la prendeva con un inerme Jo Condor che diceva “Ma mi lasci, non ciò il paracadute, non ciò la mutua…”. E tutto finiva in dolcezza. Questa invece è una storia da dimenticare, è una storia da non raccontare, è una storia sconclusionata e via bubolando. Come sconclusionata è la mania voyeristica accessoria di più di un quotidiano on line che rivela l’omosessualità della sventurata vittima. Quale elemento di conoscenza accessorio viene aggiunto se rivelo che è stata uccisa una persona omosessuale, piuttosto che eterosessuale? E forse l’omosessualità della vittima serve per lenire la responsabilità dell’assassino? Questa mania di andare a rimestare il torbido a tutti i costi (anche se gli elementi portati alla cronaca in pasto ai lettori che, come tanti lupi famelici, ci si avventano feroci, non arricchiscono minimamente la verità fattuale di quel che è accaduto) a cosa serve, e soprattutto, a chi giova? Naturalmente non ci sono risposte, e i giornali che hanno riportato la circostanza non ce ne daranno. Restano solo la storia, la sofferenza e la confessione di una vittima e del suo carnefice. Che carnefice è e resta. Altro che “gigante buono”. Se no qui stiamo a prenderci per le natiche…

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L’insegnante Eliana Frontini sospesa dal ruolo in attesa dell’esito del provvedimento disciplinare

Il Corriere della Sera ha pubblicato oggi la notizia secondo la quale Eliana Frontini, l’insegnante autrice dei commenti denigratori sulla figura del Carabiniere ucciso a Roma, e di cui vi ho parlato due giorni or sono (a proposito, grazie per essere stati così numerosi a cliccare su quella segnalazione), è stata sospesa dal ruolo in attesa che si definisca il procedimento disciplinare nei suoi confronti. Contemporaneamente sarebbe già sta querelata dal Sap per diffamazione e si ipotizzerebbe per lei un’indagine con l’accusa di vilipendio.

Fin qui i fatti, per questo breve aggiornamento che vi dovevo. Non ho nulla da dire nel merito.

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Le foto dei presunti assassini di Mario Cerciello Rega

Sui social e sulle edizioni on line dei principali quotidiani italiani stanno circolando documenti fotografici agghiaccianti.
Il primo in assoluto è la foto di uno dei due fermati per l’assassinio di Mario Cerciello Rega, in una caserma dei Carabinieri, con i polsi ammanettati e una benda sugli occhi. Scelgo di non ripubblicare questa immagini (e l’altra dicui vi parlerò tra qualche riga) un po’ perché la potete trovare tranquillamente in rete se proprio siete così morbosi da volerla vedere, un po’ perché ritengo doveroso non dare ulteriore risonanza (sia pure nei limiti dell’utenza di questo blog).
Mi chiedo dunque se sia decente e rispettoso di uno stato di diritto trattare un cittadino straniero fermato (e quindi custodito dallo Stato) in modo da superare ogni limite alla decenza e al tollerabile. Non si pensa alle conseguenze che gesti simili possono comportare (e le conseguenze a cui faccio riferimento sono sia il trattamento inumano del fermato, sia la diffusione della foto che non ha nessuna ragion di esistere) e la cosa più grave è che questo tipo di iconografia è stata diffusa proprio da ambienti o persone vicine ai carabinieri. Viviamo in uno stato di diritto. Abbiamo dato i natali a Cesare Beccaria, tanti per intenderci.
Io non so se l’uso delle manette sia stato legale e legittimo nel caso in specie, non faccio né il magistrato né l’avvocato, ma certamente risulta anomalo l’uso della benda sugli occhi. Per fare cosa? Per impedirgli di vedere, d’accordo, ma questo impedirgli di vedere non suona un po’ come una pena accessoria e ingiustificata? Per un reo confesso, poi.
L’altra foto che circola insistentemente, grazie anche a un articolo bello e intelligente pubblicato da Wired, è quella relativa alla bufala dei cittadini nordafricani inizialmente sospettati dell’assassinio del povero carabiniere. Nello screenshot relativo ad un post su una pagina Facebook si vedono quattro fotografie di cittadini nordafricani, con la dicitura “Catturati”. Vi si legge anche: “3 cittadini di origine marocchine (sic!) e uno di origine algerine… se uccidi uno di noi… hai il tempo contato e ti trascineremo davanti ad un giudice!” La pagina Facebook su cui è apparsa l’immagine dei quattro nordafricani (che non c’entravano niente con il delitto, evidentemente) risulterebbe, sempre a detta di Wired, “amministrata da due carabinieri attualmente in servizio”.
L’Arma dei Carabinieri, naturalmente e doverosamente, ha aperto delle inchieste disciplinari per far luce su ambedue i casi. Vedremo in seguito se ci saranno aspetti di interesse e competenza delle rispettive Procure della Repubblica.

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Eliana Frontini, insegnante, e la sua vergogna su Facebook: “Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza”

Ma come si fa ad inveire sulla morte del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, scrivendo un post squallido e agghiacciante su Facebook che riporta: “Uno di meno, e chiaramente con uno sguardo poco intelligente, non ne sentiremo la mancanza”. La proprietaria dell’account Facebook da cui il tutto è partito si chiama Eliana Frontini e fa l’insegnante in un istituto tecnico di Novara. E questo è incredibilmente, assurdamente, totalmente imbarazzante. In un gioco perverso di scatole cinesi che si perpetua nei social e che sembra non avere fine.

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Il sessantotto secondo Ratzinger

Quando il papa emerito Joseph Ratzinger, alias Benedetto XVI, fece il gran rifiuto, so ripropose di vivere il resto della sua vita in obbedienza al suo successore e in preghiera. Lodevole intento. Solo che giorni fa deve essersi accorto di essere ancora felicemente e augustamente papante e ha pubblicato, per una rivista culturale tedesca, uno scritto corposissimo -segno evidente e tangibile della vivacità della sua attività intellettuale e della sua già citata papanza- in cui, in estremi $oldoni, identifica l’origine del dramma della pedofilia nella Chiesa con la decadenza morale del sessantotto. Ora, è chiaro a chiunque che i casi di “particolare attenzione” sessuale su minori da parte di sacerdoti e ministri di culto sono vecchi come il mondo e che non ci siamo svegliati una mattina del sessantotto per ritrovarci con tutta una serie di indegnità morali riprovevoli e schifose. C’è chi è pronto a testimoniare di aver subito vuolenze fisiche, psichiche e spirituali anche negli anni che vanno dal primissimo dopoguerra al boom economico, quando queste attenzioni morbose sui minori da parte di qualche pretaccio laido e privo di morale venivano considerate all’ordine del giorno e perfettamente “normali”. Si faceva ma non se ne parlava, in un clima di cupa e dolorosa omertà. Se qualche prete veniva pizzicato con le mani nelle mutandine di un bambino, il massimo che gli potesse capitare era essere confinato in qualche paesino di montagna dove poteva continuare a svolgere indisturbato le sue azioni schifose. Il sessantotto, buon per lui, non c’entra proprio un accidente di niente. Anzi, se c’è un merito di quell’anno formidabile è stato proprio quello di dare vita alla liberazione dai tabù sessuali. Finalmente di sesso si poteva parlare. Magari uno non ne parlava esattamente nella propria famiglia di origine (si era pur sempre nella sempiterna prima repubblica cristianuccia e bigottella) ma magari con i compagni (anche in senso politico), con gli amici, con chi si aveva intorno e a portata di mano, tanta era la sete di conoscenza e la voglia di sapere e sperimentare. Di sesso, dunque, e di tutte le sue sfaccettature e brutture si poteva finalmente parlare, discutere, confrontarsi. E denunciare. Per cui se qualcosa ha fatto il sessantotto è stato proprio il dare la possibilità a tutti di far venir fuori gli scandali, di far scoppiare i sozzi bubboni sottesi alla facciata perbenista e ipocrita della Chiesa, di affermare la propria identità come esseri sessuati e con una rinnovata padronanza di sé. Il sessantotto, tra i meriti che ha -e ne ha indubbiamente più d’uno- è stato il più grosso momento di autoanalisi collettiva che la storia recente ricordi. Non ci venga a raccontare bùbbole il Papa Emerito e cerchiamo di rimettere le cose al loro posto, ché a far degli errori storici si commettono delle gravi storture alla realtà e questo non è bello. In Australia, Stati Uniti, Irlanda, la pedofilia della Chiesa continua e assume punti di assoluta e completa rilevanza, e lì non c’è stato nessun sessantotto, fenomeno tipicamente europeo e segnatamente italo-francese. La Chiesa, attraverso la voce del suo rappresentante intellettualmente più significativo, ha perso una occasione magistrale per fare un mea culpa secolare ed evitare di dare la responsabilità ai soliti ammuffiti comunisti e/o comunismi. Peccato. Peccato davvero (in senso polisemico, si intende).

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Nel segno della croce

E va bene, è il simbolo della cristianità europea, va bene anche che si sia raccolto in poche ore oltre un miliardo per la sua ricistruzione, va bene che il gallo che era alla sommità della guglia e che conteneva delle preziosissime reliquie si sia carbonizzato e addio Carmela, va bene perfino che la gente si ricordi del romanzo di Victor Hugo, del gobbo Quasimodo e di quella gran figa di Esmeralda, mi sta perfino bene che a qualcuno venga istintivamente in mente (non bisognerebbe combinare avverbi e sostantivi in rima baciata!) Riccardo Cocciante, ma che sia più importante l’incendio di Notre Dame di Parigi rispetto a quello di una favela in Brasile, magari unica e umile abitazione di una famiglia povera in canna, o che valga di più una pietra gotica di una cattedrale della vita di un povero disgraziato che scappa dal suo martoriato paese attraverso la Libia (bella situazioncina anche lì, sì…) e muore come uno stronzo attraversando un tratto di mare assassino, ecco a questo non ci credo. Quindi smettetela con la retorica di Je suis Notre Dame ché non ci fate una bella figura. Intanto perché nessuno vi ha dato fuoco, e poi perché i templi sono fatti per essere distrutti, non per sopravvivere al tempo. L’arte e la religiosità sono cose nobilissime ma Parigi val bene una messa all’aperto e quel che si distrugge si ricostruirà. Non sarà più lo stesso?? Pazienza, si può fare a meno di una simbologia forte se si ha il valore delle cose. Ormai il rogo della pur splendida Notre Dame non dovrebbe più stupire nessuno e le prime pagine dei giornali sono lì per ben altre tragedie. Resettiamo.

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