Schiavi dello SPID

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Ecco, prendiamo l’INPS, per esempio. A parte la storia del suo dirigente massimo che si vede raddoppiare lo stipendio a sua insaputa e non vuole indietro nemmeno gli arretrati, c’è da dire che stanno introducendo lo SPID come sistema di riconoscimento delle loro interfacce telematiche, al posto della solita UserId e password d’ordinanza. Ma, tranquilli, sarà un passaggio graduale, assicurano.

Ora io lo SPID ce l’ho, come molti altri. Non so di che farmene, ma ce l’ho. Per averlo sono dovuto andare alle Poste, per farmi riconoscere, insomma, a dire che io sono io, e che volevo lo SPID. Poi mi sono dovuto scaricare una app (brutto termine con cui si designano i “programmi” -così si chiamavano una volta- per un determinato sistema operativo) ufficiale, di modo che quando ho bisogno dello SPID (molto raramente, per fortuna), devo avere nell’ordine:

1) un PC con Google Chrome (se no è facile che non me lo prenda);
2) il telefono accanto;
3) una connessione internet.

La tecnologia ce la dovrebbe rendere più semplice, la vita, non complicarcela. Mia madre (78 anni e tanta voglia di rompere i coglioni) ha un telefono che non ha internet, un comune, comunissimo e banalissimo telefono-voce, come quello di Baluganti Ampelio, che però mia madre ci vede poco, ed è anche coi numeri più grandi. Ce la vedete voi con un computer, con il telefonimo multifunzioni e con la connessione internet accanto??

Le persone anziane saranno condizionate inevitabilmente da questo cambiamento, e si dà il caso che le persone anziane, per la maggior parte, non sappiano né cosa sia lo SPID, né come si maneggia un computer, né come si sditeggia su un telefonino. Mia madre non capisce una veneratissima sega di internet, di WhatsApp, di chat, di videochiamate e di uant’altro, figuriamoci se va a impelagarsi con lo SPID!

E invece ad ogni pensionato l’INPS dovrebbe consegnare una UserId e una Password (sì, attenti alla sicurezza, ma non esageriamo, su, anche questo vizio di fornire la password in due riprese, metà via SMS e metà per posta deve finire, prima o poi), in modo che possa accedere, se lo vuole e se sa farlo, per conto suo.

E’ un esercito di anziani che stanno andando in tilt. E se uno il telefono non ce l’ha? E se uno non sa nemmeno cosa voglia dire navigare in internet. O se uno, come mia madre, ci vede poco? Lo costringiamo a digitare in tastierine microscopiche, gli consigliamo l’app che deve “scaricare” (mia madre la cosa più impegnativa che ha scaricato è stata un paio di cassettate di meloni primaticci e cocomeri da battaglia), deve pagarsi il computer, la rata mensile della connessione internet, magari con 400 euro al mese di pensione sociale e senza reddito di cittadinanza del cavolo?

Ai nostri anziani l’INPS non deve complicare la vita. Dovrebbe investire di più in sportelli aperti al pubblico, con un orario flessibile, e in personale specificamente formato a risolvere i loro problemi, e possibilmente gentile e non scostante. Questa è la vera tecnologia, quella umana, quella che puoi guardare in faccia, quella che ti indica il giusto cammino da seguire quando sei disorientato. E a disorientare i nostri anziani ci vuole un lampo, oggi come oggi.

Siamo lasciati in balìa di noi stessi. Siamo schiavi di una APP. Se ti dimentichi qualcosa sei fottuto. E quelli a dire “Noi non ci possiamo fare niente, è la tecnologia, è il progresso!”. La vera tecnologia ce l’aveva la mi’ nonna Angiolina: la borsetta di finto coccodrillo da tirare in testa all’occorrenza ai furbetti, agli arroganti, ai profittatori e ai menefreghisti.

 

Gli ex galeotti costituenti di Piero Sansonetti

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Piero Sansonetti l’ha detta grossa.

“Chi ha scritto la Costituzione? Un gruppo di ex galeotti”. E, facendo seguito a una denuncia di Marco Travaglio che “sottolinea (“giustamente”, scrive Sansonetti) le condanne ricevute da molti socialisti del NO”. Ora, è un peccato per Travaglio (e, di conseguenza, per Sansonetti), che mentre il Sì trionfava, il sindaco di Torino Chiara Appendino, pentastellata, venisse condannata a sei mesi di reclusione per falso ideologico in primo grado.

L’articolo è un’accozzaglia di luoghi comuni, primo fra tutti quello dei socialisti condannati. Non si ricordano o, evidentemente, fanno finta di non ricordarsi, Travaglio e Sansonetti, che lo stesso Beppe Grillo fu radiato dalla RAI per cinque anni, per una battuta sui socialisti (“Ma se sono tutti socialisti a chi rubano?”). La memoria è troppo labile, e la penna troppo svelta a definire “ex galeotti” i nostri padri costituenti. L’amnistia del 48 fu un errore? Non credo proprio.

E allora si scrive, confortati dal supporto del direttore di un giornale politicamente schierato, e che è solo l’ombra di se stesso (io mi abbonai al “Fatto Quotidiano” quando uscì nelle edicole, ed era Direttore Antonio Padellaro).

Tra i nomi dei carcerati e dei condannati, quello di personalità limpide come Alcide De Gasperi (che socialista non era di certo), Giuseppe Saragat, Pietro Nenni e Sandro Pertini (che scrisse a sua madre disconoscendo qualsiasi provvedimento di clemenza richiesto dalla donna a suo favore). Due Presidenti della Repubblica e un Presidente del Consiglio che, durante il fascismo, hanno sacrificato la propria libertà personale e di pensiero in nome della libertà.

E’ un livello giornalistico francamente preoccupante, le povere ossa degli “ex galeotti” che tanto hanno combattuto per garantirci libertà di espressione e di stampa (la stessa libertà che Sansonetti usa per scrivere i suoi interventi) si stanno rivoltando nelle tombe dove queste persone dovrebbero, invece, riposare (“giustamente”) in pace.

Il cocomero di Suárez

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Ecco, Luis Suárez, per esempio. Io non sapevo nemmeno che esistesse, voglio dire che ero proprio ignaro della sua presenza fisica su questa terra. Pare che abbia giocato come attaccante dell’Atlético Madrid e della nazionale uruguaiana (o “uruguagia” come dicono quelli che vogliono scimmiottare lo spagnolo). Insomma, “ha la genialità di uno Schiaffino”, come dice il Poeta.

Non starò qui ad affrontare le questioni giudiziarie che riguardano il suo caso, assunto a ruolo di prima pagina e di svariati approfondimenti sulla carta stampata e sul web. Quella è roba che riguarda la magistratura. Dico solo che è indagato il Rettore dell’Università per stranieri di Perugia, e questo è un caso grave. Ma alla magistratura l’onere di dimostrare le responsabilità di chi si suppone aver facilitato l’esame di italiano come L2 di Suárez con domande preventivamente “patteggiate”, ovverosia concordate, per il conseguimento del livello B1, necessario per l’ottenimento della cittadinanza italiana. Pare tra l’altro, secondo quanto riferisce “il Post”, che le indagini della Procura siano state sospese per garantire maggior riservatezza, dopo la fuga di notizie riguardanti un presunto prossimo interrogatorio dello stesso calciatore.

Mi interessa quello che gli hanno chiesto in sede di esame. Il livello B1 è un livello medio-alto che prevede una certa conoscenza, fluidità e competenza nell’espressione scritta e orale. Voglio dire, non è facilissimo conseguirlo, per uno straniero.

L’esame (svolto il 17 settembre scorso) esordisce con un “Come ti chiami?”. Che, voglio dire, non è esattamente una domanda da livello B1. Tutt’al più con una domanda così si esordisce in un esame di livello A2, o addirittura A1 (principianti assoluti), quando è previsto il diploma (non tutti gli istituti lo conferiscono).

Insomma, una domanda difficile. Avrà risposto “Mi chiamo Luis Suárez” e gli avranno detto “molto bene, vede? Sa coniugare anche i verbi!!”.

Ma si prosegue con “Una città italiana?” E Suárez ha risposto “Torino”! Per forza, va alla Juve, almeno quella la conoscerà. “Ma bravo, clap clap!” Si finisce dopo appena 12 minuti (un record) con una domanda sulla vita personale, professionale e familiare di Suárez a cui il candidato risponde: «Faccio il calciatore e sono da sei anni a Barcellona». Che non è che sia una frase proprio esattissima in italiano. Avrebbe potuto sostituire quel “sono” con “vivo”, così, per dimostrare di avere una qual certa padronanza lessicale.

Uno degli indagati, nelle intercettazioni, dice «Non coniuga i verbi», «parla all’infinito», e l’interlocutore (indagato pure lui): «Comunque allora…tornando seri…hai una grande responsabilità perché se lo bocciate ci fanno gli attentati terroristici». E l’altro: «Ma te pare che lo bocciamo!». (fonte: leggo.it)

Gli hanno fatto anche vedere la foto di un cocomero e di un supermercato, e Suárez ha individuato subito e di colpo i termini giusti per definirli.

Tutto qui. E lo scritto? Eh, pare che lo scritto non ci sia. O almeno non se ne parla? Neanche un test a crocette, un esercizio di riempimento con i modi e i tempi verbali di un testo semplice al presente indicativo? Pare proprio di no. 12 minuti e via.

Quello delle certificazioni linguistiche è un busine$$ immenso. Le famiglie degli alunni delle scuole superiori pagano fior di quattrini agli enti certificatori esterni per far prendere un livello B1 agli studenti, in vista di una prossima iscrizione all’Università e, quinid, del conseguimento dei relativi punti di credito.

Ma quale ente certificatore è migliore e più affidabile della scuola pubblica? Voglio dire, studi inglese e/o altre lingue da 5 anni, chi meglio della tua scuola di appartenenza può “certificare” (e dovrebbe farlo gratis) le tue conoscenze?? C’è un insegnante che ti ha seguito (quando c’è continuità didattica) da quando avevi i calzoni corti a quando ti sei fatto crescere la barba, chi meglio di lui sa e sa valuatare (gratis!) come sai la lingua, come scrivi, come ti esprimi, se hai ricchezza lessicale o no, di che cosa sai parlare.

Eventuali esami dovrebbero essere fatti in sede, e invece tutto quello che si fa è pagare gli insegnanti per PREPARARE gli alunni al conseguimento della tanto agognata certificazione linguistica. Ma l’esame lo fanno FUORI e con tanto di pagamento di bollettino di conto corrente postale (dì, dì, dìa qui…)

E’ gioco al massacro che deve finire. Cocomeri o no.

Selvaggia Lucarelli deferita all’Ordine dei Giornalisti

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Selvaggia Lucarelli, una di quelle che assieme a Barbara Collevecchio, Federica Angeli e Asia Argento mi hanno bannato da Twitter (Paolo Attivissimo e David Puente li seguo regolarmente, ci hanno ripensato), è stata deferita all’Ordine dei Giornalisti (è giornalista pubblicista dal 2009) per aver aver violato i principii professionali della Carta di Treviso sulla professione giornalistica, che tutelano la privacy dei minori.

Le è stato contestato di aver reso riconoscibile il figlio in un suo articolo per tpi.it, dopo che a Leon Pappalardo, l’erede della giornalista e show-girl di “Ballando sotto le stelle”, erano stati chiesti i documenti per avere dato del razzista e dell’omofobo al governo di Matteo Salvini.

La Lucarelli ha replicato in un tweet (che riporto secondo la versione che ne dà leggo.it, non potendo accedere all’account @stanzaselvaggia a causa del blocco):

«Quindi: mio figlio dice la sua a Salvini, senza che nessuno sappia chi è. La polizia lo costringe a dire nome e cognome di fronte e telecamere e 100 persone. Alcun siti e la Lega pubblicano nome e video. Io solo DOPO spiego cosa è successo e vengo deferita dall’odg. Geniale»

Geniale o no che sia, esiste un’etica giornalistica ben precisa, che, secondo la testata on line milanotoday.it, non si esaurisce con la riconoscibilità dell’identità del minore. Segnala il sito:

„secondo il Testo unico dei doveri del giornalista, un giornalista rimane tale in ogni ambito della propria esistenza, ed è pertanto tenuto a rispettare le norme del Testo in ogni situazione e contesto, anche se coinvolto personalmente.“

E’ una questione di etica, non di procedure. Si può capire il risentimento di una madre che si vede identificare dalla polizia il figlio 15enne, ma non si può giustificare la violazione di un documento che dovrebbe costituire una linea guida indelebile ed imprescindibile per ogni giornalista iscritto all’Ordine. In breve, e per dirla in parole povere ma ricche, hanno fatto bene. Staremo a vedere (e vi terrò informati) quali saranno le conseguenze di questo deferimento.

Di certo c’è solo che si tratta dell’ennesimo episodio di giornalismo triste e raffazzonato a cui ci stiamo, purtroppo, lentamente ma inesorabilmente, abituando.

(si veda anche: https://www.milanotoday.it/attualita/lucarelli-deferita-ordine-giornalisti.html)

Due marò!

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La Corte Permanente di Arbitrato de L’Aja ha riconosciuto la giurisdizione italiana per la celebrazione del processo nei confronti dei due fucilieri di marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Il 15 febbraio 2012 due pescatori indiani furono uccisi con armi da fuoco, scambiati probabilmente per pirati. I due militari furono immediatamente accusati dell’omicidio dalla magistratura indiana, e questa sentenza risolve un delicatissimo problema di competenza giurisdizionale, nonché una questione diplomatica tra Italia e India che si protraeva da troppo tempo.

Soddisfazione tra le parti in causa e perfino a livello istituzionale. L’ammiragio De Giorgi ha perfino dichiarato

“Una sentenza giusta: l’Italia ha agito rispettando il diritto”.

E ancora:

“Con il senno di poi sono tutti maestri. Chi si è trovato a gestire gli eventi dall’Italia ha agito sulla base delle informazioni disponibili al momento, nei tempi ristretti in cui si è sviluppata la vicenda. Certamente la catena di comando adottata per la protezione dei mercantili che vedeva il comando operativo assegnato al Capo di Stato Maggiore della Difesa invece che al Capo di Stato Maggiore della Marina, come sarebbe stato naturale, vista la specificità marittima dell’operazione, è risultata poco funzionale, aumentando le isteresi decisionali. Indubbiamente non ha aiutato”.

Soddisfazione, dicevo. Troppa soddisfazione. Intanto c’è da dire che la Corte Permanente de L’Aja ha sì, riconosciuto la giurisdizione del nostro paese nel giudizio dontro i due marò, ma ha anche riconosciuto all’India i danni fisici, i danni materiali e i danni morali in favore del comandante e dell’equipaggio del peschereccio indiano, perché l’Italia avrebbe violato la libertà di navigazione così come stabilita dagli articoli 87 e 90 della Convenzione delle Onu sul Diritto del Mare.

E poi ci sono due morti. Due vite innocenti strappate all’affetto delle loro famiglie. Poveracci che stavano solo pescando e che si sono ritrovati con qualche pallottola in corpo. Morti. Cadaveri. Uccisi.

Se esista una responsabilità diretta, ma soprattutto causale, tra il comportamento dei due marò e la morte di questi due disgraziati, lo stabilirà dunque il Tribunale di Roma. Ma ci sarà un processo. DOVRA’ esserci un processo, e lì c’è ben poco di che essere soddisfatti. Anzi, fossi in loro, e se fossi uno dei politici che hanno applaudito acriticamente alla sentenza di ieri, sarei MOLTO preoccupato. Perché la Commissione permanente ha dato sì, ragione all’Italia per quanto riguarda la competenza giurisdizionale, ma ha stabilito che la nave italiana ha violato un codice della navigazione. Perché si trovava lì? Che pericolo costituivano due pescatori indiani? Sono domande a cui deve dare una risposta (e una risposta chiara, univoca e incontestabile) la magistratura, che si porrà in contraddittorio con la difesa degli imputati davanti a dei giudici terzi in tre gradi di giudizio, perché è così che si fa in Italia.

Insomma, io con l’ipotesi di essere accusato, indagato e imputato per duplice omicidio sul groppone tanto tranquillo non ci starei.

fonti: corriere.it e AGCOM.

Vittorio Feltri si è dimesso dall’ordine dei giornalisti. Non è detto che sia un male!

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“Dopo cinquant’anni di carriera si è dimesso dall’Ordine rinunciando a titoli e posti di comando nei giornali, compreso nel suo Libero (lo fondò nel 2000). Perché lo abbia fatto lo spiegherà lui, ma io immagino che sia una scelta dolorosa per sottrarsi una volta per tutte all’accanimento con cui da anni l’Ordine dei giornalisti cerca di imbavagliarlo e limitarne la libertà di pensiero a colpi di processi disciplinari per presunti reati di opinione e continue minacce di sospensione e radiazione”

(Alessandro Sallusti)

“Limitarne la libertà”? Wikipedia riferisce:

Nel 1996 Feltri, direttore all’epoca del Giornale, e il cronista Giancarlo Perna sono stati condannati dal Tribunale di Monza per diffamazione a mezzo stampa ai danni del giudice antimafia Antonino Caponnetto. Il procedimento riguardava un articolo del 20 marzo 1994 nel quale si mettevano in discussione, fra gli altri elementi, i rapporti tra Giovanni Falcone e lo stesso Caponnetto.
Nel giugno 1997 Feltri è stato condannato in primo grado dal tribunale di Monza con Gianluigi Nuzzi, per diffamazione a mezzo stampa nei confronti di Antonio Di Pietro, per un articolo comparso sul Il Giornale il 30 gennaio 1996, in cui si sosteneva che negli anni di Mani Pulite “i verbali finivano direttamente in edicola e soprattutto all’Espresso”.
Nel gennaio 2003 è stato condannato dal tribunale di Roma, insieme a Paolo Giordano, a seguito di querela presentata da Francesco De Gregori, per avere travisato il pensiero del cantautore su Togliatti e sul PCI in un’intervista del 1997 dal titolo De Gregori su Porzus accusa Togliatti e il partito comunista, pubblicata sul Il Giornale, di cui Feltri era direttore.
Il 14 febbraio 2006 è condannato dal giudice monocratico di Bologna, Letizio Magliaro, a un anno e sei mesi di carcere per diffamazione nei confronti del senatore del PDS Gerardo Chiaromonte. La condanna si riferisce a un articolo comparso sul Quotidiano Nazionale alla fine degli anni Novanta, secondo il quale il nome del senatore compariva nel dossier Mitrokhin.
Il 2 luglio 2007 è assolto dalla quinta sezione penale della Corte di cassazione dall’accusa di diffamazione nei confronti dell’ex PM Gherardo Colombo per un editoriale pubblicato su Il Giorno nel 1999, nel quale, in contraddizione con quanto affermato dallo stesso Feltri ne Il Giornale del 25 novembre 1994 (non ho mai scritto che Di Pietro e colleghi hanno graziato il Pds: che prove avrei per affermare una cosa simile?), si accusava il pool di Mani Pulite di aver svolto indagini esclusivamente su Silvio Berlusconi e non più sugli ex comunisti. La sentenza di assoluzione si riferisce al diritto di critica garantito dall’articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana.
Il 7 agosto 2007 è condannato assieme a Francobaldo Chiocci e alla società Europea di Edizioni SPA dalla Corte di cassazione a versare un risarcimento di 45 000 euro in favore di Rosario Bentivegna, uno degli autori dell’Attentato di via Rasella, per il reato di diffamazione. Il quotidiano Il Giornale aveva pubblicato alcuni articoli, tra i quali un editoriale di Feltri, nei quali Bentivegna era stato paragonato a Erich Priebke (per cui Feltri aveva chiesto la grazia).
Nel dicembre 2011, il Tribunale di Milano condanna Feltri a risarcire l’ex senatore dei Verdi, tra i fondatori dell’Arcigay, Gianpaolo Silvestri con 50mila euro, per un insulto a sfondo omofobo pronunciato dal giornalista e rivolto al senatore nel 2007 durante il programma Pensieri&Bamba su Odeon TV.

Sulla difesa di Raffele Sollecito per l’omicidio di Meredith Kercher, Feltri aveva testualmente riferito:

“Raffaele non aveva interesse ad uccidere questa ragazza. Dal punto di vista sessuale, Meredith non era certo una meta inarrivabile. (…) Stava per laurearsi, aveva una fidanzata bellissima, mentre Meredith non era una meta inarrivabile (…) La volevi scopare? Non era neanche una ragazza eccezionale. (…) Perché sei tornato qui a farti condannare? Tanto si sa che qui se ti vogliono fottere, ti fottono. Io nel dubbio di essere condannato mi tolgo dalle palle.”

E un’altra affermazione, dopo essere stato ripreso dal conduttore de La Zanzara di Radio 24 per bere dello champagne durante la diretta.

“Ho lavorato da stamattina alle dieci fino alle venti, dov’è il problema? Non sarò libero di andare a mangiarmi un boccone e bere un po’ di champagne? Alla faccia di Parenzo. Ma che te frega, Parenzo, perché voi ebrei non bevete lo champagne? Bevetelo sto champagne, così sareste un po’ più allegri e non mi rompereste i coglioni con la Shoah. E Madonna, sono decenni che rompono i coglioni con la Shoah, ma basta. Per l’amor di Dio. Non se ne può più”

E, nell’aprile scorso:

“Io non credo ai complessi d’inferiorità, io credo che i meridionali in molti casi siano inferiori”

No, non è detto che le dimissioni di Feltri dall’ordine dei giornalisti sia necessariamente un male.

“Open on line” parla del caso di Bolzano. Ma pubblica la foto di una scuola di Ancona

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“Open On line”, il giornale telematico fondato e diretto da Enrico Mentana (sì, lo stesso che ha detto che se avesse saputo che nella conferenza stampa, una delle tante, di Conte, il Presidente del Consiglio avesse nominato alcuni esponenti dell’attuale opposizione, non avrebbe mandato in onda quell’intervento), per il quale lavora alacremente il debunker David Puente, oggi ha riportato anche lui il caso del sovrintendente di Bolzano al cui figlio sarebbero stati corretti degli “errori formali” riferiti alle valutazioni del secondo quadrimestre.

L’articolo è stato corredato da una immagine che riproduce un cartello che reca la scritta di “scuola chiusa”. Sembrerebbe quasi, dal titolone e dall’immagine, che la scuola di Bolzano sia chiusa, per qualche motivo. Niente di più falso. Se guardate bene la foto (magari ingrandendola a dovere cliccandoci sopra), sullo sfondo, quasi in trasparenza, c’è un avviso del Comune di Ancona. Che c’entra Ancona con Bolzano? Che c’entra la foto con il contenuto dell’articolo?

Nulla.

E continuano a chiamarla “informazione”. Noi del caso di Bolzano ne abbiamo parlato qui:

Bolzano: consiglio di classe riconvocato per la “correzione di un errore formale”. Un 6 e un 7 diventano 8.

La censura di “Via col vento”

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Negli USA, nazione di bigotti, come dice Guccini, per disincentivare la tendenza al razzismo hanno sospeto la proiezione e la programmazione televisiva di “Via col vento”.

Primi risultati: la polizia uccide un altro afroamericano di 27 anni con tre colpi di pistola alla schiena!

Hattie McDaniel (Mami) fu la prima afroamericana a vincere un Premio Oscar. Di che stiamo parlando?

Pretty Boy Floyd

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“Il cielo dell’America son mille cieli sopra a un continente…”

“Quell’oceano è di sogni e di sabbia
Poi si alza un sipario di nebbia
E come un circo illusorio s’illumina l’America”

“…nazione di bigotti…”

(Francesco Guccini)

C’è poco da fare manifestazioni, in Italia, sulla morte di George Floyd. Assembramenti e inginocchiamenti per più di otto minuti dimostrano che la gente non ha capito nulla, e non solo delle disposizioni per la prevenzione da coronavirus. Noi l’agonia di George Floyd l’abbiamo già vissuta. Si chiamava Federico Aldrovandi e fu ucciso dagli agenti di polizia che lo avevano fermato, e che, in seguito, furo condannati a 3 anni e 6 mesi di reclusione, per “eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi” (sentenza confermata in Cassazione). I condannati si chiamavano Paolo Forlani, Monica Segatto, Luca Pollastri ed Enzo Pontani. Può succedere a qualunque cittadino di essere fermato per qualsiasi motivo (sia pure solo per una semplice identificazione). Ma nel momento in cui un cittadino è fermato è affidato allo Stato e non gli deve succedere nulla. Nulla. Invece Federico Aldrovandi fu ucciso e oggi sembra non ricordarsene nessuno. Fatta la giustizia caduta la memoria. Quello che è accaduto a George Floyd in America può succedere a ciascuno di noi in Italia. Non è la cultura del WASP contro il nero presumibilmente delinquente in quanto tale, a farla da padrone. E’ la cultura del potere che permea le forze dell’ordine (che sono organismi pagati dallo Stato), è il preconcetto che il fermato, in quanto tale sia per forza colpevole (ma questo lo stabilisce la Magistratura, non loro), di più, che sia un individuo a cui poter comminare la morte. La persona più intelligente che io abbia mai incontrato dice sempre che “chi ha a disposizione un’arma prima o poi la usa”. E ha ragione.

PS: “Pretty Boy Floyd” è il titolo di una canzone di Woody Guthrie e dei Birds. Non rompete i coglioni.

Citrus sinensis

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Un gruppo di colorati, aranciosi e “allegri mattacchioni”, come li ha definiti su Facebook il Maestro Federico Maria Sardelli, si è riunito a Milano e in varie altre città d’Italia per proclamare, senza mascherine e senza nessun rispetto della distanza di sicurezza interpersonale che “la pandemia non esiste”. C’è stata una bella e giustificata indignazione sul web. 16000 morti in Lombardia e un gruppo ben nutrito e assembrato di persone hanno dato retta all’ex Gen. Pappalardo che, anche a Bari, davanti al Teatro Piccinni, ci ha tenuto a sottolineare che l’emergenza coronavirus nel nostro paese “è una cagata pazzesca”. I manifestanti hanno risposto gridando “libertà, assassini, buffoni”, sono stati esposti striscioni tricolori ed è stato intonato (?) l’inno di Mameli. Famiglia Cristiana, cioè la principale testata giornalistica di opposizione, l’ha definita “la più imponente riunione di idioti degli ultimi decenni“, secondo quanto riferito da un articolo a firma di Francesco Anfossi. Il Gen. Pappalardo, in passato, ha notificato al Presidente della Repubblica Mattarella un verbale di arresto e per questo gesto è in attesa di giudizio per vilipendio al Capo dello Stato. Ma quello che resta inspiegabile è come le autorità e le forze dell’ordine, una volta informate delle manifestazioni (che non possono essere effettuate senza autorizzazione), non si siano nemmeno preoccupate di andare a vedere, a puro titolo di esempio, cosa scrive il succitato su Facebook o quanti e quali gruppi esistano sul social network a suo sostegno e quali siano i loro contenuti. Sarebbe bastato? Probabilmente no (la libertà di opinione, per quanto bislacca sia, in Italia è sacrosanta), ma sarebbe stato sufficiente per mettere in allarme chi si doveva occupare di identificare i partecipanti e, di conseguenza, multarli. Era stato solo il Questore di Roma a impedire la manifestazione evidenziando un “alto rischio per l’ordine e la sicurezza pubblica”. Naturalmente, l’ex Gen. Antonio Pappalardo si vede dedicata una voce nientemeno che su Wikipedia. Eh, è enciclopedico, lui.

AGGIORNAMENTO DEL 01/06/2020

Secondo quanto riferitoda ADN-Kronos, si profilerebbe per il Gen. Pappalardo una denuncia per violazione delle disposizioni che riguardano l’assembramento e l’obbligo di protezioni individuali per la prevenzione da Covid 19. Pappalardo avrebbe replicato:

“Io denunciato? Ma da chi? Da quelli che non sono neanche costituzionali? E dov’è il reato? La situazione è all’inverso, è il governo che è responsabile di reati gravissimi, altro che mascherine…”

Vi lascio con una deliziosa creazione del già citato Maestro Federico Maria Sardelli, su espressa autorizzazione del medesimo.

Enzo Bianchi allontanato dal Vaticano dalla Comunità di Bose

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screenshot da: lastampa.it

Quest’omino qui si chiama Enzo Bianchi. E’ un religioso, fondatore, nel 1965 della Comunità di Bose, piuttosto noto all’opinione pubblica perché spesso è ospite o conduttore di trasmissioni televisive o radiofoniche. La Comunità monastica di Bose è stata negli ultimi giorni oggetto di un’ispezione di tre inviati del Papa. L’ispezione avrebbe evidenziato gravi problemi di relazione tra Bianchi e il successore del Priore della Comunità Luciano Manicardi. La decisione del Vaticano è che Enzo Bianchi lasci la sua Comunità, a meno che non si trovi (e non è escluso) un accordo all’ultimo minuto tra lo stesso Bianchi e Manicardi. Bianchi è stato collaboratore e pubblicista di quotidiani come La Stampa, la Repubblica, L’Osservatore Romano, Avvenire, Famiglia Cristiana, La Croix, Panorama e La Vie. Qualche ignorante gli ha dato dell’ignorante in teologia, eppure è stato nominato da papa Francesco consultore del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, e nel 2000 l’Università degli Studi di Torino gli ha conferito la laurea honoris causa in Scienze politiche. Ha una bibliografia sterminata, è uno studioso serio, intelligente e capace, un divulgatore sensibile e attento, un uomo dotato di qualità umane straordinarie. Dovrebbe forse stupire che sia stato allontanato dalla stessa Comunità che ha fondato?

Silvia Romano si è convertita all’Islam. E sono solo affari suoi.

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La liberazione di Silvia Romano, in un momento di emergenza sanitaria quale quello che stiamo vivendo, avrebbe dovuto renderci tutti più contenti e sollevati. E non escludo che per la maggioranza delle persone, me compreso, sia stato così.
Invece c’è stato il solito vomito acidulo dei consueti leoni da tastiera (per non parlare dei titoli aberranti di quotidiani a tiratura e diffusione nazionale e della definizione di “neo-terrorista” affibbiatale da un parlamentare della repubblica, salvo poi scusarsi per l’infelice espressione) che ne ha stigmatizzato, e con parole irripetibili, la conversione alla religione islamica, come se questo fosse una colpa da espiare. Qualcuno si è perfino divertito a lanciare dei cocci di bottiglia contro la sua abitazione e a riempire di insulti il suo profilo Facebook.
Non so, e non posso sapere, se la conversione all’Islam di Silvia Romano sia stata un atto originato da una libera determinazione o da una costrizione psicologica, So solo che la nostra Costituzione garantisce a chiunque la libertà religiosa, che Silvia Romano è una persona maggiorenne e che ha diritto di fare della sua vita quello che vuole, Una scelta religiosa non potrà e non dovrà sottrarla all’affetto dei suoi cari e delle tante persone che le vogliono bene. Almeno finché vivremo in uno stato laico e di diritto.

Eppur si muore

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Io non so a voi, ma a me quelli che dicono “Andrà tutto bene!” fanno paura. Ma non è che mi inquietino, mi innervosiscano, mi turbino l’animo, no, mi fanno proprio paura. Si presentano in vari modi, sotto forma di innocuo hashtag (innocuo?), di bandiera dell’Italia con la scritta malefica sulla parte bianca, mentre magari dall’interno dell’abitazione rieccheggiano le note immortali del nostro inno nazionale (ma di essser pronti alla morte nemmeno l’ombra!). Mi fanno paura perché sono degli scriteriati che non riescono a vedere la vera portata del pericolo. Fanno danni almeno quanto chi all’inizio della pandemia da coronavirus aveva dichiarato che si trattava di una semplice influenza, solo un po’ più forte. Fanno danni perché non sanno inquadrare il problema. E sono un po’ come quelli secondo cui dal 3 aprile (data limite per i comportamenti virtuosi, la chiusura di scuole e negozi, inseriti nel decreto del presidente del consiglio dei ministri) tutto tornerà alla normalità. Un gran paio di balle. Se oggi le cose vanno male il 3 aprile, se possibile, andranno anche peggio. Dice “ma allora le scuole riapriranno a maggio?” Eh, forse sì. Perché tutto va bene, stare a casa, evitare i contatti, uscire solo per fare la spesa o per necessità urgenti di salute, ma sottovalutare il pericolo, no, quello non va proprio bene. Hanno fatto bene gli inglesi a mettere paura alla gente: calcolano che l’80% della popolazione britannica si infetterà, che ci saranno molte migliaia di morti e circa otto milioni di ospedalizzati con un sistema sanitario al collasso. Naturalmente si tratta “solo” di una proiezione, di una stima, di una previsione per il futuro. Ma che succederebbe se questa previsione dovesse verificarsi anche solo in piccolissima parte? La Merkel ha preannunciato che il 60-70% dei tedeschi si ammalerà. Dal Giappone arriva la notizia che una persona, prima infettata e poi guarita si è infettata di nuovo. Il picco non è stato ancora raggiunto, e abbiamo, in Italia, la più grossa percentuale di decessi rispetto ai contagiati che ci sia nel mondo, Cina esclusa. Perché nessuno lo dice, ma di coronavirus si muore. Possibile che TUTTI i morti fino ad ora siano state persone anziane e disabilitate, con problemi pregressi di altre gravi patologie? Possibile che non sia morto qualcuno giovane e in buona salute? I morti fino a ieri erano 1809, eppure c’è ancora chi afferma che chi muore lo fa CON il coronavirus e non DI coronavirus. Nulla da fare, non lo vogliamo proprio capire. E intanto qualche coglione se ne frega dei divieti e le persone si infettano e muoiono come degli stronzi. Paura, bisogna avere paura. La paura è un sentimento che ti permette di non fidarti, di non volere a tutti i costi convincerti che “Ce la faremo!” quando è evidente che non ce la stiamo proprio facendo. La paura fa bene perché ci dà l’immagine del reale, non si ferma all’illusione di cantare le canzoni di Pino Daniele dai balconi (“l’acqua te ‘nfonne e va”? Mah….), alle false speranze e alle previsioni illusorie di chi ci dice che sì, “andrà tutto bene”. Io navigo a vista, non so voi.

Sì, io sto con la vittima

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Dopo la pubblicazione delle mie poche righe in difesa della vittima 15enne del carabiniere di 23 anni di Napoli, uccisa a colpi di pistola dopo il tentativo di rapina di un Rolex, ho ricevuto, soprattutto sull’ineffabile Facebook, culla di critiche, giudizi, pregiudizi e ditini puntati, una serie praticamente infinita di “osservazioni” a cui ho fatto fatica a stare dietro, anche se, fino ad ora, ci sono riuscito, la più gentile delle quali mi chiedeva e si chiedeva se del caso io non avesso subìto un trauma cranico di recente, perché, si sa, a star dalla parte dello Stato di diritto vuol dire che si è un po’ “picchiati”.
Torno più diffusamente sul tema e cerco di rispondere alle critiche che mi sono pervenute.
Quello che abbiamo di certo in tutta questa vicenda è che un malvivente di 15 anni è stato ucciso da un carabiniere di 23 che prima lo ha raggiunto con un colpo al torace, poi gli ha inferto un altro colpo alla nuca. E sappiamo anche che il carabiniere è stato raggiunto da una indagine per omicidio volontario, atto dovuto, certo, per lo svolgimento di attività di irripetibili, ma intanto il capo di accusa non è quello di eccesso colposo in legittima difesa, come ci si aspettava.
Le opinioni ruotano intorno a questi fatti. Che nessuno, dico, nessuno, può mettere in discussione. E’ accertato cioè che un rapinatore-bambino (perché se non si è bambini a 15 anni…. su, via…) è morto e che ad ucciderlo, anche per sua stessa ammissione, sia stato il Carabiniere.
Io, naturalmente, non so niente, ho solo la parola come arma di denuncia e di espressione, non certo una pistola d’ordinanza, ma il Carabiniere in quel momento rappresentava (in servizio o no) lo Stato. E quando lo Stato si trova davanti a un crimine, la prima cosa da fare, paradossalmente, non è preservare la vittima di quel crimine (che infatti si è “preservata” da sola), ma proprio preservare l’autore del reato perché non faccia ulteriore danno e male a se stesso e agli altri. “Nessuno tocchi Caino”, diceva qualcuno. E questo è il compito di chi appartiene alle forze dell’ordine: prevenire e reprimere i reati.
Se, quindi, quando un individuo in un momento particolare della sua esistenza viene affidato allo Stato, non gli deve succedere niente. La storia (che non è più cronaca, ma sono atti accertati giudizialmente) è piena di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi che gridano verità, perché nel momento in cui erano sotto le mani delle forze dell’ordine, affidati quindi allo Stato, sono stati uccisi, poco importa se con l’anima levàta a forza di botte, come diceva il poeta, o con due colpi di arma da fuoco. Primo, non nuocere.
Alla notizia della morte del giovane, parenti, amici, baby gang di stocazzo hanno devastato e distrutto il Pronto Soccorso dove il ragazzo era stato ricoverato nel tentativo estremo e vano di salvargli la vita. E’ un atto vandalico sicuramente esecrabile e da condannare subito, mi auguro solo che gli autori del gesto paghino in fretta per quello che hanno commesso, ma è anche una non-notizia, o, meglio, una notizia che è servita ai mezzi di comunicazione di massa per distrarre l’attenzione dalla responsabilità oggettiva del carabiniere.
Qualcuno, su Facebook, mi scrive: “ma se non c’eri?!?… Che ne sai dell’effettiva dinamica??…” E’ vero, io non c’ero. Non c’era nemmeno chi ha esteso questo giudizio. Ma la ricostruzione dei magistrati (che non c’erano nemmeno loro, peraltro) li ha portati a emettere un provvedimento di indagine per omicidio volontario e, come ho già detto, non per eccesso colposo in legittima difesa. Li chiamano “atti dovuti”. Il che significa che l’autore dell’uccisione del ragazzo dovrà comparire davanti a un giudice (che non c’era neanche lui al momento dei fatti, ma che i fatti dovrà giudicarli) e che, se riconosciuto colpevole, gli infliggerà una pena. Che non c’è? No, la pena ci sarà, e io mi auguro solo che alla fine di una serie di procedimenti penali per omicidio volontario, se questa persona verrà riconosciuta colpevole, nel momento in cui la pena diventa definitiva e passata in giudicato, questa persona (che si sarà adeguatamente e prontamente difesa davanti ai suoi giudici) paghi il suo debito con la giustizia come accadrebbe a qualunque cittadino italiano, anche non carabiniere. E mi auguro anche che, per favore, smetta la divisa che indossava. Magari nel frattempo può svolgere qualche servizio non armato, che so, lavoro di ufficio. Ma intanto almeno che gli venga tolta quella pistola che portava con sé con tanta disinvoltura. Anche questi sono atti dovuti nei confronti dei cittadini che pagano per lo stipendio di chi li deve proteggere, e che nel momento più alto del pericolo, non poteva mettere a repentaglio la vita di nessuno, che si trattasse di una persona onesta o di un malvivente.
Altra critica che mi sono sentito rivolgere è quella di essermi erto a “giudice” di questa triste storia. Quella del “Non giudicate e non sarete giudicati” è una eredità che ci viene dal Cristianesimo ed è un sistema molto comodo e confortevole di addormentare il pensiero autonomo. E comunque io non ho mai giudicato nessuno. Anzi, caso mai ho auspicato che chi ha commesso un reato di questa gravità fosse giudicato, e al più presto, con tutte le garanzie, dai suoi giudici naturali e terreni. Del giudizio divino ci occuperemo dopo, se mai.

Sì, io sto con Burioni

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Il mio ultimo articolo “Ma non muoiono solo i vecchi” mi ha portato svariate critiche, soprattutto su Facebook. Qualcuno mi ha sottolineato il fatto che sono troppo esagerato, “come la maggioranza degli italiani”. Mi si rimprovera di dar troppo retta a “quel che dice quel tizio che è sempre in tv” e di non tenere “in considerazione quei medici che hanno un’ottica diversa”. E’ vero, io sto dalla parte di Burioni, e non perché mi stia umanamente e personalmente simpatico (tutt’altro), ma perché è un virologo, una persona preparata, un uomo di scienza la cui opinione (che fa benissimo a rappresentare in TV e sui media, così almeno la gente le conosce e si può fare un’idea il più possibile realistica dell’evolversi della situazione) conta indubbiamente qualcosa. Più della mia sicuramente. Io infatti non sono un virologo. E, con tutto il rispetto dovuto alla carica istituzionale, non è un virologo nemmeno il Presidente della Regione Lombardia Fontana che nelle ultime ore ha definito l’infezione da coronavirus “Poco più di una normale influenza”. E ha aggiunto che non sono parole sue. Benissimo, ma allora chi è che asserisce tutto questo? Nomi, cognomi, qualifiche. Non si sa. E allora preferisco Burioni a degli illustrissimi sconsciuti che dànno informazioni non direttamente e con chissà quale autorità scientifica. Almeno Burioni ci mette il nome e la faccia. Ci sono anche stati, questo sì, medici di indubbio valore e spessore umano e scientifico come Maria Rita Gismondo che ha definito la patologia “Un’infezione appena più seria di un’influenza” (ne ho dato conto riproducendo il suo intervento su Facebook sul mio blog). Bene, questa è l’opinione di una autorevole professionista. Ma allora perché dopo poche ore dalla pubblicazione ha rimosso il post? Perché è stata eccessivamente e ingiustamente criticata? Perché (come ammette la stessa interessata) non ce la faceva più a gestire, leggere e rispondere ai commenti? Può darsi. Fatto sta che il suo parere non c’è più. E come fa a fare da contraltare a quello che dice Burioni quello che non c’è, che non trovo, che ha vita breve, che sparisce? E’ poco più di una semplice influenza? Burioni ha torto? Potrebbe essere certamente così, non lo voglio minimamente mettere in dubbio, ma il punto è che il coronavirus non lo conosciamo. Non sappiamo nulla di lui, tanto da dover mettere in quarantena o in isolamento ospedaliero chi ne viene affetto. Tutto quello che sappiamo sul coronavirus è quello che esperiamo quotidianamente nel trattamento degli infettati, nell’osservazione delle migrazioni dei portatori di virus, nei dati che ci provengono dal Ministero della Salute. In Toscana, da dove vi sto scrivendo in queste ore, attualmente ci sono due soggetti positivi. Fino a ieri non c’erano. Uno è reduce da Codogno, l’altro è andato a Singapore. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, tuttavia, ci tranquillizza: il 95% dei casi di contagio da coronavirus si risolve in maniera positiva con la guarigione. Quindi su 100 persone 95 guariscono. E le altre 5? Muoiono tutti come stronzi?? E’ una percentuale altissima, non possiamo permetterci di sottovalutare il pericolo. E’ (anche) per questo che sto dalla parte di Burioni.

Camilla, Gaia, Pietro e certi giornalismi

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Per la vigilia di Natale mi sono concesso il piccolo lusso di comprarmi il quotidiano mattutino. “Il Fatto Quotidiano”. Prima bestemmia per il prezzo, 1 euro e 80 a copia. Va beh, è per una buona causa. All’interno un articolo di Selvaggia Lucarelli (sì, me ne sto occupando frequentamente in questi giorni) sul tragico incidente di Roma che è costato la vita a due ragazze minorenni, Gaia e Camilla, investite da un ventenne, Pietro. Si tratta di una tragedia immane. Tre famiglie praticamente distrutte. Lui rischia l’arresto e l’incriminazione per duplice omicidio stradale. Sono cose su cui non si scherza. Il titolo del pezzo della Lucarelli è “Il giornalismo becero che emette sentenze e distrugge persone”. Se la prende, la Lucarelli, con la morbosità di certi giornali (era un titolo di “Repubblica”) che hanno definito Pietro, a grossi caratteri e in prima pagina “Autista drogato”,

“per evocare l’immagine di un tizio strafatto senza neppure sapere se si fosse fatto mezza canna o si fosse sniffato un grammo di cocaina”

Ma che differenza fa? Il conducente è stato riconosciuto “non negativo” all’uso di sostanze stupefacenti. Certo, non è una buona ragione per sbatterlo in prima pagina e dargli del “drogato”. Ma un deplorevole giornalismo non cambia comunque un fatto accertato dagli inquirenti. Così come è un fatto accertato che il tasso alcolemico dell’autista sia risultato dell’1,4% per litro. Non è un buon motivo per dargli dell’ubriacone o dell’alcolista cronico (magari aveva bevuto “solo” un litro di vino), certo, ma è anche vero che il limte massimo tollerato per chi ha la patente da almeno tre anni è dello 0,5% per litro. E poi:

“Senza sapere se la droga e l’alcol fossero stati la causa dell’incidente o un fatto serio, certo, ma slegato dall’evento tragico.”

E’ senz’altro probabile che l’evento tragico sia stato causato da circostanze “slegate” dall’assunzione di sostanze stupefacenti. Ma certamente con l’1,4 di alcolemia e dopo aver fatto uso di una mezza canna o di un grammo di cocaina che sia non ti puoi mettere alla guida di un veicolo. Anche perché l’uso contemporaneo di sostanze psicoattive provoca un effetto sinergico che non si sa quali effetti possa indurre rispetto alla condizione di attenzione “normale” di una persona sobria.

C’è poi il problema della patente. Il giovane era stato oggetto di tre diverse segnalazioni dal 2017 ad oggi, la patente gli era stata ritirata a ottobre. Non si sa come sia stato possibile che ne sia tornato in possesso prima del termine di tre mesi previsto dalla normativa. La Lucarelli altresì stigmatizza:

“E poi un altro titolo con foto del colpevole già processato e condannato da certa stampa: Ecco chi è Pietro, il ragazzo che HA UCCISO (maiuscolo nel testo) Gaia e Camilla.”, dando per scontato, tra l’altro che le abbia uccise lui e non chi le ha investite successivamente, altra ipotesi riportata più volte sui giornali”

Coincidenza (o fatalità) vuole che nella stessa pagina del giornale un pezzo di Vincenzo Bisbiglia titoli: “Investite solo da Genovese, il tasso alcolemico era dell’1,4. Gaia e Camilla, 16 anni, morte sul colpo. Nessun’altra auto le ha travolte”. E ovviamente il maiuscolo “HA UCCISO” nasconde, a questo punto, un altro fatto accertato: la responsabilità della morte delle sventurate ragazze non è attribuibile a terzi. Se è da dimostrare (in un apposito giudizio penale e non certo sui giornali) la responsabilità diretta del conducente nella morte di Gaia e Camilla è certo almeno allo stato dei fatti che le ragazze sono morte in conseguenza dell’incidente da lui provocato. E non sarà certo il suo eventuale arresto a determinarne la responsabilità penale diretta, ma è vero che l’omicidio stradale è quella fattispecie di reato che punisce proprio chi si mette alla guida “in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psico-fisica conseguente all’assunzione di sostanze stupefacenti” e provoca la morte di una persona.

In breve, la difesa della Lucarelli fa acqua da tutte le parti. Purtroppo. Perché che ci sia del pessimo giornalismo che tende a mettere alla gogna il presunto colpevole è un dato vero dalla notte dei tempi (come si fa a dimenticare Bruno Vespa che sentenziò che Pietro Valpreda era colpevole della strage di Piazza Fontana?) e la Lucarelli, da giornalista, non dovrebbe stupirsene. Se ne indigna, giustamente, ma occorre, in casi delicati come questo, separare il dato oggettivo (“ha ucciso”) dai contorni colpevolisti e sbattimostristi (“Ecco chi è Pietro”). Se no il titolo del giornale va a farsi benedire. E non è proprio il caso di mettere in discussione i dati rilevati, specialmente quando si tratta della morte di due persone.

Piccole bacchettatine via Twitter a Roberto Saviano

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Gentile anche da parte sua fare riferimento alla morte della madre di Cappato, che è un fatto personale e intimo e non pubblico come una sentenza della Corte d’Assise.

Cannabis Light

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Io su tutta questa manfrina della Cannabis Light non è che ci abbia capito molto. Ho capito che in Senato la Presidente Alberti Casellati  non ha dato il via libera alla parte della manovra economica che avrebbe dato il via alla commercializzazione della cannabis con una ridotta percentuale di delta-9-tetraidrocannabinolo (in ogni caso non superiore allo 0,5%). Soprattutto non capisco la tipologia “light” di una qualsivoglia sostanza legale o illegale. Dalla CocaCola alle Camel. Se lo 0,5% di tetraidrocannabinolo rende la sostanza psicoattiva assimilabile all’effetto di una camomilla, perché non ti fai una camomilla direttamente e la smetti di rompere i coglioni con queste cazzate secondo cui una quantità moderata di una qualsiasi droga (comprese la nicotina, la caffeina e l’alcol) non fa male? Non fa male un bicchiere di vino a pasto? Prova un po’ a dare un bicchiere di vino a pasto a una donna incinta, poi lo vedi se fa male o no. Oppure prova a darlo a una persona che sta per mettersi alla guida e che verrà sottoposta all’alcool-test. E’ questa mania di cercare a tutti i costi il leggero, il legale, il “non-fa-male”, come quelli che dicono che di eroina, di cocaina, di alcol si muore, mentre di marijuana “no xé mai morto nisuni” (come cantavano i Pitura Freska). Sarà anche vero, ma non è un buon motivo. Si vuole differenziare l’uso dall’abuso? Oppure legittimare il fumo di Cannabis per il cosiddetto uso ricreativo? Come sarebbe a dire che io mi “ricreo”? Mi ricreo se faccio una passeggiata, una partita a scacchi, se guardo un bel film, se leggo un buon libro, se faccio quattro chiacchiere con un amico. Cosa mi significa l’uso di sostante stupefacenti a scopo prettamente ludico e quasi di gigioneggiamento? O una sostanza la usi o non la usi. Questa è l’unica differenza. E non è questo quello che si voleva significare quando con i radicali si facevano le battaglie a favore della regolamentazione delle droghe cosiddette “leggere”. Lì si trattava di togliere alle mafie e alla criminalità organizzata parte significativa degli introiti e che lo stato si facesse carico della piccola criminalità che sarebbe venuta a togliersi dalle strade dello spaccio, dell’acquisto di quantità non per uso personale, non di salvare l’immagine del consumatore “light” di Cannabis o di diffondere la cultura dello sballo, dell’essere “fatti” appena appena un pochino (uno sballo light, appunto). Perché la cultura della modica quantità è la cultura della morte, la cultura della vita è rinviare la materia a un più ampio ed approfondito dibattito parlamentare, perché il senso del testo unico sugli stupefacenti venga del tutto rivisto alla luce delle nuove sensibilità sociali.

Emanuele Castrucci: il GIP di Siena respinge la richiesta di sequestro dell’account Twitter

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Vi ricorderete dei contenuti a sfondo hitleriano di certi tweet del professor Emanuele Castrucci, docente di Filosofia del Diritto presso l’Università di Siena. Ebbene oggi il GIP di Siena, dottoressa Roberta Malavasi ha rigettato la richiesta della Procura della Repubblica di sequestrare l’account Twitter del docente perché non sussisterebbero gli estremi per il reato di propaganda e istigazione all’odio razziale, ma solo una rilettura storica e apologetica della figura di Hitler. La procura ha già fatto sapere di intendere proporre ricorso contro questa decisione:

„Noi dissentiamo da questa interpretazione. Ritenendo che ci sia istigazione all’odio razziale, con la foto di Hitler che è un’ulteriore prova a sostegno. Quel tweet è stato poi rimosso dal professore. Per questo presenteremo ricorso al tribunale del Riesame chiedendo il sequestro del profilo“

Nel frattempo Castrucci ha regolarmente continuato a twittare. Ed è stato sospeso per decreto firmato dal rettore Frati dall’attività accademica e didattica, in attesa che si avvii la procedura per la sua destituzione.

Di certo c’è che la sentenza del GIP Malavasi pone un grosso punto interrogativo: e se davvero è stato fatto un gran polverone per nulla? E se davvero quei tweet fossero il risultato dell’espressione delle proprie, sia pure aberranti, idee personali e fossero il risultato dell’esercizio del diritto della libertà di pensiero individuale? Si starebbe giocando coi diritti di una persona, con il suo lavoro, con la sua reputazione e con la sua attività accademica. Tutto questo se è vero, come è vero, che le sentenze hanno un loro valore.

Se, invece, si vuol fare come Oscar Giannino, che in un tweet di oggi a commento della vicenda scrive che:

allora è perfettamente inutile che la magistratura si occupi di queste delicate vicende. La logica del “dicano quello che vogliono, tanto io non cambierò mai di una virgola il mio pensiero in merito” (che, guarda caso, in questo frangente è un pensiero completamente diverso da quello che ha mosso le motivazioni della sentenza) non funziona. O, meglio, per funzionare funziona anche ma non porta da nessuna parte. Prima non avevamo che puri indizi e tutta la nostra rabbia da vomitare addosso al revisionista di turno, adesso abbiamo una sentenza. Che non è definitiva, si badi bene. Ma che segna un primo importante passo nell’accertamento di una verità che, se confermata, ribalterà tutto il castello accusatorio che si è mosso nei confronti di Castrucci. Bella figura, sì…