Vita e opere di Roberto Di Giovannantonio (forse)

Io non ho mai capito se ho ragione io, che il calcio lo prendo come una condanna ai lavori forzati, o se abbia ragione Roberto Di Giovannantonio che lo considera una delle cose più belle della vita e come tale lo vive e ne ricava gioia.

Fatto sta che Roberto Di Giovannantonio, tifoso del Napoli senza che io sia mai riuscito minimamente a capire il perché, è l’unica persona in grado di ricordarsi gesti, papere, ciabattate, gol, nomi, formazioni di una partita (non necessariamente e per forza del Napoli, voglio dire). Io non mi ricorderei nemmeno i nomi delle squadre in campo, voglio dire, e ci metterei quei dieci minuti o un quarto d’ora per associare i colori delle casacche con le squadre che giocano.

Roberto Di Giovannantonio gestisce, a Giulianova, un circolo culturale chiamato “Il nome della rosa” dove se vi càpita di andarci una sera a trovarlo sentirete bestemmiare fin da fuori a voce sostenuta, ma se entrate (fate piano per non disturbare, mi raccomando!) troverete una équipe di esperti giocatori di Subbuteo che si dedicano al loro gioco preferito in un inverosimile campionato della fantasia (sono convinto che vi trovereste un incontro stile Chelsea-Albinoleffe, ma è perché i giocatori del Subbuteo reperibili sul mercato avevano quei colori).

C’è da invidiarlo Roberto Di Giovannantonio, per tutto questo. E anche per il fatto che quando regala qualcosa in occasione di qualche compleanno si butta sempre su un libro di considerevoli dimensioni in quanto a numero di pagine. Il classico “mattone”, insomma. Qualcosa che dura nel tempo e che fa bene tenere vicino al comodino nelle lunghe sere invernali. Credo che oltre a questo tipo di regali sopravviva da qualche parte ormai il tradizionale e mai dimenticato “cappottino per l’inverno” (“così lo sfrutti”, ça va sans dire).

E così “Il nome della rosa” chiude, a fine maggio (il mese delle rose per eccellenza). Roberto Di Giovannantonio sarà possibile vederlo andare in bicicletta su e giù per il paese mentre pensa a un torneo internazionale di Subbuteo da organizzare l’anno prossimo in due stanze. E c’è da esser certi che ci riuscirà.

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I 50 anni di Federico Maria Sardelli

Fedrico Maria Sardelli accanto al padre Marc

E con gioia ed emozione e perfino cor un filino di prosciutto in mezzo ai denti che mi appresto a festeggiare il cinquantesimo genetliaco di Federico Maria Sardelli.
La circostanza m’ingenera un gocciolino di giramento di coglioni, giacché, se Egli è 50enne, a me mi ci manca uno sputo, e quindi seddercaso mi tasto parecchio i succitati giranti.
Massì, dà gusto, gioia e cartelle esattoriali del gàsse. E’ come miele che scende sulla barba di Aronne, è come il mignolino che sbatte contro lo spigolo, come il gomito che picchia sul bracciòlo della poltrona (sòcera) degnare il Nostro dell’augurio più fervido e dell’auspicio più sussiegoso e pieno di invidia.
Perché lui è bravo e ineguagliabile. Sia che si dedichi a cazzate immonde, sia che si occupi del catalogo delle opere vivaldiane. Perché lui guarda tutti con supponenza (specialmente le mezze seghe cui può affibbiare due stiaffi dati bene), sia che si trovi nell’adottiva Firenze, sia che vada in giro per l’Europa assieme all’Ensemble Modo Stytiquo da lui fondato, a spifferare musica barocca. Perché se dice che lui Bach non se lo fila nemmeno di mezza pezza, niuno osa replicargli (macché, tutti zitti, chéti e vigliacchi!!), mentre se lo dico io mi piglian tutti per le terga? E come mai se lui prende un foglino di carta e una pennina fa un mezzo capo di lavoro, sia che dipinga, che componga o che faccia gli schizzi propedeutici ai tatuaggi sul torace smerigliato, mentre se lo faccio io mi vien fuori un gran troiaio? Perché lui è l’unico che è riuscito a trombarsi Luana la Bebisitter mentre io no??

No, via, basta, mi son rotto i coglioni di festeggiare il compleanno del Sardelli, m’importassai a me dei suoi cinquantanni, m’ha rovinato il ferragosto, malidett… natodanc… guarda lì, son sempre le quattremmezz…

(sì, è Egli)
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Paolo Francalacci e Adamo ed Eva

Paolo Francalacci dell’Università di Sassari (Dipartimento di Zoologia e Genetica Evoluzionista) è una delle persone migliori che io abbia mai conosciuto.

Dotato di un senso dell’ironia e dell’autoironia travolgente, ha condotto, molti anni fa, “Tempo perso”, la trasmissione satirica domeniale trasmessa da Antennaerre, l’emittente radiofonica che più “locale” non si poteva, in cui io e Paolo prestavamo il nostro tempo perso (appunto!) per trasmettere musica (ci univa allora -e spero ancora- la passione per il folk). E’ l’unico che possedeva un rarissimo disco del Carnascialia, mai ristampato, che mi piaceva moltissimo e che ancor oggi gli invidio.

Paolo Francalacci ha scoperto che Adamo ed Eva sono nati insieme.

La cosa dovrebbe essere spiegata un po’ meglio, in realtà, ma non ne ho voglia. Attraverso un campione molto significativo di DNA, Paolo e i suoi collaboratori sono riusciti a dimostrare che l’invalsa convinzione per cui la donna abbia cominciato ad evolversi prima dell’uomo era falsa, abbiamo cominciato a evolverci geneticamente nello stesso momento.

Non so spiegarvelo meglio, e se volete saperne qualcosa di più leggetevi sia l’articolo su Science che hanno pubblicato i nostri eroi, sia l’intervista sul Los Angeles Times che Paolo ha rilasciato (circostanza che lo gonfierà notoriamente di tronfiaggine, ma noi andiamo ugualmente orgogliosi del suo lavoro).

Che Paolo fosse un ganzo lo sapevamo. Dunque applausi (sì, ma ora Paolo offrici il ponce a tutti, eh???).

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E’ morto Marco Bellotto: il diritto di non rispondere

Vorrei ricordare assieme a voi Marco Bellotto, giornalista e attivista finissimo, autore di un saggio dal titolo storico (“Il diritto di non rispondere”).

E’ morto ad Addis Abeba. Aveva solo 46 anni.

Fa parte dei ricordi di quel Veneto in cui ho vissuto e che si sta allontanando sempre più dalla memoria e dal vissuto.

Abbraccio quanti gli hanno voluto bene. E quanti, come me, non ne hanno avuto il tempo.

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In ricordo di Enio Marabotti

Oggi vi prego di ricordare assieme a me la cara persona di

ENIO MARABOTTI

che ha permesso di accedere a me e a tanti altri ragazzi e adolescenti della fine degli anni ’70 al dono irripetibile di

Antennaerre (FM 96,3 MHz)

emittente radiofonica, culla di cultura, incontri, voglia di fare, musica e libertà di espressione.

Abbraccio commosso Simonetta, Claudio, la cui rinnovata amicizia di cultore di cose lusitane mi è tanto gradita, e Marco le cui cure di medico sono state supporto insostituibile in momenti davvero difficili del mio passato.

Auguro a chiunque di trovare e coltivare nella propria vita quello che uomini come Enio hanno regalato a me e a tanti altri.

Grazie, Enio, ci siamo tutti. Ti vogliamo bene.

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Nas caricias quentes: in morte di Antonio Tabucchi

Avere avuto la possibilità, anche solo per un’ora, di incrociare Antonio Tabucchi come insegnante è stata una delle esperienze più singolari che potessero accadermi.

L’ho sempre detto e sostenuto: ho avuto la fortuna di avere maestri straordinari. Antonio Tabucchi è stato uno di loro.

Mentre la sua fama di scrittore decollava con “Sostiene Pereira”, io ero uno studente di lingua e letteratura portoghese che scopriva Camoes, Eça de Queiroz e la cronachistica portoghese del trecento, la letteratura di viaggi che si trasformava sempre più in picaresca, ma lasciamo perdere le disquisizioni.

La più grande consolazione che ho, è che Antonio Tabucchi è morto fuori dall’Italia, in un Paese libero e che amava, in quella Lisbona che sfavillava, come all’inizio del romanzo di Pereira.
E lontano da quelle accuse di diffamazione e da quelle richieste di risarcimento milionarie esose che, pure, non ne incresparono l’integrità morale e il rigore intelletyuale neppure di un millimetro.

A Maria José de Lancastre, che non si ricorderà di me, ma poco importa di me, il ringraziamento per averci dato, assieme a Tabucchi, tutti i Pessoa possibili.

Resti con noi, Professor Tabucchi. Nas caricias quentes.

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Il mi’ zio Piero

Anche il mi’ povero zio Piero morì il 6 di febbraio, per l’esattezza il 6 febbraio del 1986.

La sera prima mi disse “Domattina cosa fai, vai all’Università?? Ecco, bravo, io invece son di fèsta!!”. Era in pensione.

Il mi’ zio Piero contribuì alla mia educazione musicale. Mi comprò uno stereo che mi sembrava bellissimo (era uno Schneider!), contribuì al completamento della mia raccolta de “I Grandi Musicisti” della Fratelli Fabbri Editori dedicata alla musica classica con dischi a 33 giri con incisioni davvero pregevoli (avrei raccolto volentieri anche quelli del jazz, ma di jazz non ho mai capito una venerata, e nemmeno il mi’ zio Piero, a dirla tutta).

Mi insegnò la passione per la registrazione, per la conservazione dei suoni e delle voci, passione che non mi ha mai abbandonato.

Aveva un registratore a nastro, un Philips con le bobine piccole (il mi’ zio Piero, con incredibile fantasia li chiamava “i rotolini”), di quelli col microfono esterno che ssssssstttttttttt!! non si deve parlare mentre si registra sennò viene la voce e rovina tutto.

Il suo vicino di casa si chiamava Beppe il Papi. Era un bestemmiatore di professione. Aveva fatto della bestemmia un’arte, una forma letteraria, praticamente un atto creativo demiurgico a sé. Scandiva le bestemmie come quello delle previsioni del tempo scandisce le temperature minime, anzi, di più, come la voce alla radio che legge il bollettino per i naviganti (ma c’è ancora??). Allora il mi’ zio Piero, dal terrazzo di sopra, calava il microfono in direzione della voce di Beppe il Papi che sacramentava in endecasillabi a rima baciata, lo immortalava sui “rotolini”, e ridacchiava di gusto.

Il mi’ zio Piero è lo sposo nella fotografia, quando sposò la mi’ zia Iolanda. Il mi’ nonno Armando è il primo da sinistra, dritto come un fuso e bello come tutti se lo ricordano. La mi’ nonna Angiolina nella foto non c’era (dev’essersi rotta i coglioni prima ancora del flash del fotografo). Dietro al mi’ zio Piero c’è il pòvero Eraldo, pescatore.

E quella piccina che fa da damigella, con la ghigna a tagliòla è la mi’ mamma.

(cliccate sull’immagine per vederla con una definizione maggiore)

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Peter Dickmeis (1992 – 2012)

Peter Dickmeis, il mio “Onkel Peter” (in Toscana il mi’ nonno Armando lo chiamava affettuosamente “lo zio Pépe”, perché non ne sapeva pronunciare il nome), morì il 6 febbraio 1992, vent’anni fa.

Questa fu l’ultima volta in cui lo vidi. Era il luglio 1991. Io sono quello in mezzo all’età di 25 anni. Non vorrei mai tornare indietro, per essere quello che ero allora.

Vorrei farlo per lo zio Peter. Quest’uomo che mi ha dato tanto. Quest’uomo che mi ha fatto sempre sentire a casa mia. Quell’indirizzo fu, era, è e sarà, tanto per cambiare, sempre lo stesso: Saalerstrasse, 40.

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Il maestro Federico Maria Sardelli e il suo Mac

E allora diciamocelo senza tema veruna: il divin maestro (Ma’Estro?) Federico Maria Sardelli fa dimolto il ganzino con il Mac (su, via, ora non vorrei dire…). Dèccovelo rivelato in codesta imago in cui appare in secondo ma evidentissimo piano, mentre gioca ollàin a briscola stiappona, anziché sonare il piffero barzotto
E ora mi ci manca che all’allegra congrega dei  "mecchisti" s’aggreghi il pur non del tutto sopportabile Baluganti Ampelio, poi s’è fatto tombola…
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Due nuovi corali di Federico Maria Sardelli (“Vom Himmel hoch”, “O Heiland”)

A parecchi è piaciuto il mio post su Federico Maria Sardelli.

In particolare al paralipòmeno in questione, il quale mi ha spedito proprio oggi questa mail, di cui vo’ tronfio e sussiegoso, e che mostro al Cinghiale Mannaro, a Lu Cumpare, nonché a Baluganti Ampelio come trofeo di cui vantarmi con l’universo mondo e quell’altro.



Desidero rendere edotti i lettori anche del dono che il Maestro (ipocondriaco!) Federico Maria Sardelli ha lasciato a tutti nojaltri, ovvero la composizione, in occasione del Santo Natale 2009, di due corali su testi di Martin Lutero, rispettivamente "Vom Himmel Hoch"



e "O Heiland".



Pei suoi ammiratori e per le sue ammiratrici torno a proporre un suo ritratto, specificando, però, che ora mi avreste rotto assai i coglioni fra tutti, voi e il Sardelli.

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Federico Maria Sardelli

Federico Maria “Boria” Sardelli lo conobbi mentre ero al Liceo.

Lui era un anno avanti (essendo venuto a rompere i coglioni al mondo nel giorno di ferragosto del 1963, appena otto mesi prima di me), ma non ho mai capito perché ci incrociavamo sempre, forse perché era l’unico, o uno dei pochissimi, a frequentare l’indirizzo musicale dell’ormai pluripremiato Liceo Scientifico “Francesco Cecioni” di Livorno, noto per avere avuto tra i suoi discepoli, oltre a me e al Sardelli, anche il regista Paolo Virzì e la Brigiotti Maila, che nella vita non ha mai fatto un cazzo, ma che viene universalmente ricordata per la pregevolezza delle sue puppe, che, pure, il buon Sardelli non disdegnava di sminciare.

Dire che il Sardelli sia un troiaio è dire il vero ma è anche sminuire la portata della sua genialità.

Federico Maria Sardelli è pittore e musicista, e questo basta.

Figlio d’arte, del grande Marc (Marcello) Sardelli, primo illustratore del Vernacoliere, si è sempre barcamenato tra acqueforti e partiture, spesso fondendo le sue abilità.

Un giorno mi prestò un disco con dei concerti per chitarra (liuto) di Vivaldi. Vivaldi e Sardelli sono un tutt’uno. Il Sardelli, lungo lungo, secco secco, volava su e giù per le scale del Liceo cantando col suo vocione da contrabbasso scordato: “RErre RERRERrèRRe RERRERRE” ed era lo storico attacco del “Gloria” di Vivaldi.

Sguardo spiritato, credo sia stato l’ultimo degli antichi che io abbia mai conosciuto a portare le bretelle.

Uno degli episodi che ricorso con maggiore affetto fu una volta che, mentre aspettavo l’autobus, ci mettemmo io, il Sardelli e altri due in Via Grande a Livorno sottoi una pioggia battente a cantare “Le gocce cadono ma che fa/se ci bagnamo un po’/domani il sole ci potrà asciugaaaaaaar…”

L’indomani col cazzo che il sole mi asciugò perché presi un febbrone da cavallo, mentre lui tornò a scuola a dirigere Vivaldi canticchiandolo alla rinfusa e, quindi, a rompere i coglioni e il cerchio si chiudeva.

Anni dopo, nemmeno troppi, a dirigere Vivaldi e non solo ci sarebbe riuscito davvero, quando fondò l’Orchestra “Modo Antiquo. Da lì alla nomination al Grammy per una incisione integrale dei Concerti Grossi op. 6 di Corelli fu come sputare per terra. E’ direttore della “Vivaldiana”, una collana di musiche in facsimile di Vivaldi e del Vivaldi Werkeverzeichnis. La sua discografia e la sua bibliografia sono ingentissime, ma siccome si rompeva i coglioni, allora ha voluto coltivare la sua attività di vignettista satirico per il “Vernacoliere” di cui è una delle firme di maggior prestigio.

Dotato di un senso dell’umorismo al limite del surreale, è autore di personaggi indimenticabili come il Mago Afono, Omar e Clem Momigliano, nonché di serie come “Asilo”, il “Bibliotecario”, “Trippa”, i “Miracoli di Padre Pio” molte delle quali raccolte in volume.

In breve, si dedica alle cazzate e alle cose serie con uguale impegno, non dimenticando di metterci una bella e generosa manciata di alterigia e supponenza, che non guasta mai e credo che queste siano la maggiori e migliori lezioni che egli abbia potuto darmi.

Federico Maria Sardelli non è barocco in senso aggettivale, pur riconoscendogli una non comune ridondanza nelle chiome e nell’aspetto fisico che, diciamocelo pure, fa parecchio caà, egli è la personificazione del Barocco musicale scesa in terra tra il XX e il XXI secolo. Compositore egli stesso, le sue partiture sono delle opere pittoriche di squisita originalità. Vi basti guardare, per rendervene conto, il frontespizio di questo Concerto Spirituale per la morte del Pastore Giovanni Scuderi (della Chiesa Valdese di Livorno, persona di straordinario spessore spirituale, umano e culturale, favaini con Paparàzzinghé’!):

Ma più che questo vale la pena ascoltare un minuto di una delle sue numerosissime composizioni. Ho scelto una Ciaccona in onore di Jean-Baptiste Lully, datata 2009, che è più barocca dello stesso musicista cui è, sia pure indegnamente e ruffianamente, dedicata.

Conoscere il Sardelli mi ha dato veramente molta gioia e, probabilmente, anche un po’ di acidità di stomaco.

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Marco Travaglio

Marco Travaglio sono andato a "vederlo" l’altroieri sera a Pineto (una decina di minuti di auto da casa mia).

Mia moglie mi manda un SMS e mi fa "Andiamo a sentire Travaglio, stasera? Pare che sia al Centro Polifunzionale di Pineto…". Le rispondo, ovviamente, di sì. Un po’ perché Travaglio è una di quelle persone da non perdere, un po’ perché mia moglie mi dice sempre che se non avesse sposato me avrebbe sposato lui che, per inciso, aggiunge, è nato nel 1964 e io non so se questa circostanza dovrebbe consolarmi o farmi incazzare ancora di più.

Per la strada nessun manifesto, nessun cartello, nessun tipo di avviso che faccia da "reminder" all’evento. Men che meno al Centro Polifunzionale. Voglio dire, se vai al cinema o a teatro il minimo che ti possa succedere è ritrovarti il cartellone del film o dello spettacolo fuori o, quanto meno, appiccicato sul vetro delle porta d’ingresso.

Lì invece niente. Che viene Travaglio te ne accorgi solo dal banchettino di libri suoi che sono posti in vendita fuori. Banchetto che, tra l’altro, ti ricorda che non è vero un cazzo che ce li hai tutti i libri di Travaglio, e allora vai a fare lo sborone con i tuoi colleghi, vai…

Travaglio quando arriva attraversa il pubblico. Voglio dire, non è entrato da dietro il palco, non l’hanno fatto passare da un’entratina laterale, no, me lo sono visto a un certo punto sbucare da dietro e ho detto "Buonasera". Mi ha fatto un sorriso che mi è sembrato sincero e ha contraccambiato il saluto. Poi mia moglie gli ha detto: "Salve, Marco, bentornato!" Allora lui le ha fatto un sorriso ancora più sincero e aperto. E’ il potere degli imperativi biologici, nascere femmine, l’ho sempre detto, dà qualche chance in più.

Travaglio è un fiume di parole. Montanelli diceva che la sua arma, formidabile e micidiale al tempo stesso è il suo archivio. Ma il punto non è tanto il fatto che Travaglio sia in possesso di un archivio, per quanto monumentale, no, il punto è che l’archivio è lui. Ha una capacità incredibile di ricordare fatti, eventi, citazioni, e precisa con puntualità millimetrica qualunque argomento gli venga sottoposto.

E così, smonta luoghi comuni (come il fatto che Berlusconi sia sempre stato assolto), e ha il potere di tirar fuori dalla naftalina della memoria tutto quello che ci eravamo, nel frattempo, dimenticati, perché alla memoria prodigiosa del giornalista corrisponde la memoria corta della gente, disposta a farsi prendere per il culo perché si è dimenticata di tutte le volte che ci è stata presa fino a ieri. Siamo così, noi italiani, abbiamo i tempi di prescrizione molto brevi.

Travaglio dal vivo è un po’ più magro di quello che appare in televisione, aveva un raffreddore e un’influenza incipienti che non gli hanno tuttavia impedito di essere brillantissimo, ironico, sferzante e profondo. Cioè quello che tutti i giornalisti dovrebebro essere. E non gli ha impedito nemmeno di firmare un autografo. A mia moglie, naturalmente.



Ho conosciuto, o, anche più semplicemente, incrociato molte persone nella mia vita. Alcune importanti tout-court, altre molto meno o, semplicemente, importanti nei rispettivi campi di indagine e di lavoro. Tutte sono state importanti per me. Credo di essere una persona fortunata. In questa sezione vi parlo di qualcuno di loro.
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