La lunga morte di Stefano Cucchi e il ritorno delle parole per dirlo

cucchi

Ci sono storie che ritornano ciclicamente e che sembrano non voler mai finire, se non altro per far riposare in pace che non c’è più.

La morte di Stefano Cucchi pesa come un macigno sulla coscienza di una intera società, troppo distratta nel definirne i responsabili, e troppo avara verbalmente da poter usare parole diverse da “di fame e sete” e “per cause ignote alla scienza medica”. Nemmeno un pochino di imbarazzo. Neanche l’ombra della più pudica vergogna. Parole vuote, parole senza senso, che non definiscono un “chi”, ma, casomai, vanno a cercare un “cosa”, che è ben diverso. E non è questo quello che deve fare la giustizia italiana.

Da questa mattina, finalmente, quando si è saputo della nofica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari agli indagati dell’inchiesta bis per la morte di Cucchi le parole hanno ricominciato ad assumere un senso, un valore.
La prima è “omicidio preterintenzionale”: articolo 584 del Codice Penale: “Chiunque, con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 (Percosse) e 582 (Lesione personale), cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni.”
Poi ci sono i nomi, quelli a cui questo reato è stato contestato: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco. Che, naturalmente, non sono colpevoli solo perché hanno ricevuto un avviso di conclusione delle indagini (che preclude a una richiesta di rinvio a giudizio, come previsto dalle nostre leggi), ma quanto meno la si è smessa di incolpare la fame e la sete e tutto quello che la “scienza medica” non sa o non può spiegare.
Dare i nomi significa formulare delle ipotesi (e, per carità, solo delle ipotesi, allo stato attuale delle cose) a carico di soggetti precisi, e non campare in aria spiegazioni all’acqua di rose. Dare dei nomi significa poter indicare dei presunti responsabili quando si scrive, come i magistrati inquirenti hanno scritto, “Fu colpito dai tre carabinieri che lo avevano arrestato con schiaffi, pugni e calci” (Pignatone e Musarò).

Poi, come sempre, sarà il processo a dire chi, cosa e come, a misurare e bilanciare responsabilità ed eventualmente assolvere, se del caso. Ma da oggi l’orizzonte si fa più chiaro. E’ bello doppo ‘l morir vivere anchora.

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Coraggio, Gabo

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No te preocupes, Gabo, non è niente. E’ poco più di un annuncio. E’ la morte che arriva, annunciata, come per Santiago Nasar che si alzò alle 5,30 del mattino per aspettare il battello con cui sarebbe arrivato il vescovo.

E’ l’ora di rendersi conto che non si riuscirà ad arrivare alla fine del romanzo che stiamo leggendo, e sorridere -solo una smorfia, per carità- del fatto che è il romanzo che ci sta leggendo e che noi ci lasciamo trasportare dall’odor di guayaba, che i funerali della Mamá Grande sono in realtà i nostri, ma chissà se saremo davvero noi quelli nella bara (l'”ataúd” di conio castigliano) o se saremo tornati a Macondo a perdere trentatré sollevazioni armate e a conoscere i ghiaccio.

Stiamo perdendo, Gabo, sì. Non basta vivere per raccontarla. Non basta neanche morire perché qualche rete televisiva ti rinomini “Gabriel Maria Marquez”, così, senza accenti, senza sapere che l’accento in spagnolo è molto più che ortografia.

E’ la traccia del tuo scrivere, dico, del tuo sangue, nella neve. Non ne resterà traccia se non nella memoria di qualche scheda di biblioteca, e qualcuno si chiederà come mai “Márquez” non si trova alla lettera M.

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Faccio in fretta un altro inventario

C’era qualcosa che non mi tornava nella decisione de “Il Fatto Quotidiano on line” di rinunciare all’uso delle licenze Creative Commons. Non che non fosse un suo diritto, beninteso, bene o male gli articoli che pubblicano sono di loro proprietà e possono decidere di cambiare clausole per il copyright quando vogliono. Salvo farci un po’ la figura dei geek “pentiti”.

Ma mi sembrava un fatto che, comunque, non si spiegava “da solo”.

Adesso è tutto chiaro: “il Fatto Quotidiano” (non solo la versione on line, ma tutto l’accrocchio editoriale) è quotato in borsa.

Il giornale dei lettori, quello che aveva come unico padrone il pubblico che lo leggeva e che poteva decretarne la sorte, comprandolo o no, adesso è (anche) una forma di investimento.

E allora io che lo compro (o che non lo compro) non sono più padrone di una bella cippa di nulla se, più su di me che vado in edicola a comprarmi il giornale in senso di quotidiano c’è qualcuno che va in banca a comprarsi il giornale nel senso di azioni.

Se prima c’era una qualcosa che era anche mio, in virtù del fatto che compravo un quotidiano che non percepisce alcun finanziamento pubblico, e che mi legittimava a riprodurre notizie, commenti, cronache e corsivi, adesso quel “qualcosa” non c’è più. O, meglio, è di importanza secondaria. Ma, soprattutto, appartiene ad altri.

Comprare “il Fatto Quotidiano“, oggi, non è poi molto diverso dal comprare la licenza di un sistema operativo per un computer: si compra un permesso (quello a leggere), non un bene (il giornale con gli articoli dentro).

Nella notazione scacchistica questa mossa la segnerebbero con un solenne “??“. Senza contare che negli scacchi si ricorda anche il “matto dell’imbecille”: nemmeno tre mosse e hai perso la partita. E io non gioco a scacchi.

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Non ha stato lui, ha stata lei!

Screenshot dal sito ansa.it

Quello dei tre bambini di Lecco doveva essere per forza di cose un assassino, e, sia chiaro, di sesso maschile. Punto, non poteva e non doveva essere niente e nessun altro.

Lo aveva detto il Ministro degli Interni Alfano: “Noi non daremo scampo a chi ha compiuto questo gesto efferato. Inseguiremo l’assassino sinche’ non l’avremo preso e poi lo faremo stare in carcere sino alla fine dei suoi giorni”. Perché ‘o malamente è ‘o malamente.

Del resto quale migliore storia da dare in pasto a una opinione pubblica vacanziera e domenicale di quella di un uomo che ammazza i suoi tre figli, ferisce la loro madre e se la dà a gambe con la sua nuova compagna dopo aver finito il turno di lavoro e aver guidato tutta la notte da Lecco a Bari?

Sarebbe stato pane saporito e prezioso, anche se un po’ raffermo, per le trasmissioni che campano sulla violenza degli uomini puzzoni e traditori contro le donne madri e, proprio per questo, belle, innocenti, angeli, e costituzionalmente incapaci di fare del male, soprattutto ai figli. Si sarebbe potuto usare la parola “femminicidio” per l’ennesima volta, quanto meno preceduta dall’aggettivo “tentato” che ci rivela che se non è zuppa è pan bagnato, ovvero che il puzzone in questione se non è riuscito ad ammazzarla, quanto meno ci ha provato.

E invece è stata lei. Una donna. Una mamma. Di tre figlie. E le ha ammazzate tutte e tre. Tre femminicidi. Ora com’è che se le avesse ammazzate un uomo sarebbe stato un assassino, mentre ora che si è scoperto che è stata la madre è una “donna disperata“? E non ci dovrebbe stare una donna, per quanto disperata, in carcere fino alla fine dei suoi giorni, seguendo l’Alfano-pensiero?

E non c’era nessuna ragione di non dare scampo a chi aveva commesso l’efferato crimine: era già lì. Ma vi immaginate l’inseguimento (mancato), fino in Albania, del presunto assassino? Peggio di Monsieur Fix con Phileas Fogg nel giro del mondo in ottanta giorni.

Perché il suo delitto è stato mille volte peggiore di quello di aver ucciso le sue figlie, lui ha commesso il reato di non entrarci niente. 

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Non gli rompete!

Che poi uno si ritrova a ricordare Francesco di Giacomo in una Italia idiota e contraddittoria ipnotizzata dal Governo Renzi da una parte e dal Festival di Sanremo dall’altra.

Di Giacomo non apparteneva certo a questa kermesse di lustrini e di paillettes (sia essa malamente sfilante nei dintorni di Palazzo Kitsch o deambulante su tacchi a spillo e sui tappeti rossi microfonati) e lo dimostrava con la sua presenza massiccia e il volto accigliato di chi ha vissuto la musica per poi perderla in un incidente stradale, proprio nel momento più favorevole per dimenticarsi di lui.

Da piccolo qualcuno, non ricordo chi, mi diede una cassetta del Banco del Mutuo Soccorso per farmela ascoltare. Il disco era “Darwin” (e, per inciso, esisteva già la linea “Orizzonte” della Ricordi). Era un disco “difficile”, granitico, pieno di gorgeggi di una voce matura e tenorile. Poi venne “Io sono nato libero” e con quel disco la prima incisione di “Non mi rompete”. Ecco, di quel brano mi piacevano le liriche. “…lasciate che io dorma questo sonno/sia tranquillo da bambino/sia che puzzi del russare da ubriaco”. Chi è che non vorrebbe dormire di un sonno così profondo, come quello di un ubriaco che russa? Meraviglia.

E il Banco del Mutuo Soccorso era il “Banco”; la Premiata Forneria Marconi era la “Premiata”. A Milano, per esagerazione di apocope, il Perigeo era il “Peri”. Bastava poco per indicare proprio QUEL gruppo. E il “Banco”, la “Premiata” e il “Peri” avevano ognuno una identità. Bei tempi.

E se n’è andato così, Francesco Di Giacomo, trascinato dai cavalli del maestrale.

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Mostro per un giorno

Lui è andato in vacanza con la fidanzata. Si fa qualche foto con lei poi rientra.

Al rientro scopre che gli hanno sterminato la famiglia. Madre, padre e nonnina.

Naturalmente viene ascoltato come “persona informata sui fatti” dalle forze dell’ordine. Che poi non si sa su quali fatti debba essere informato. Su quelli che si sono svolti quando lui non c’era?

Lo interrogano per sette ore. Poi lo rilasciano. Senza che la sua posizione giuridica cambi. Per rilassarsi un po’ porta i cani a fare una passeggiata. In un campo trova alcune tazzine di un servizio appartenuto ai genitori. Dice “Perbacco, ma questo è un elemento nuovo! Devo subito andare a parlare con gli inquirenti perché questo è un ulteriore elemento di indagine.”

Lo trattengono altre cinque ore. Lo rilasciano senza che la sua posizione cambi minimamente. Ma intanto il sospetto serpeggia. Perché se l’hanno interrogato, e per dodici ore in totale in due giorni, “qualche ragione ci sarà”.
Si fa assistere da un legale. Non è tenuto a farlo, anzi, proprio non deve, esssendo un testimone. Però il suo avvocato va lo stesso. Non può entrare nella stanza dell’interogatorio, quindi si ferma a parlare coi giornalisti che gli chiedono se non gli sembri inusuale la sua presenza in quel luogo.

Il ragionamento sotteso, in realtà,  è semplice: il suo assistito potrebbe passare dallo stato di persona informata sui fatti a quello di indagato di triplice omicidio. In quel caso, sì che avrebbe bisogno di un difensore. E se il difensore è qui è segno che questa circostanza sta per avverarsi. Stiamo per avere il mostro di Caselle.

Vero. Stavano per averlo. Solo che il mostro di Caselle non era lui. Era un altro. Che il giorno dopo ha confessato.

Il figlio e nipote delle vittime ha commesso un reato ben più orrendo ed esecrabile di quello di cui si sentiva sentore: lui non era responsabile. Era innocente.

E l’innocenza si paga almeno con la greve moneta del sospetto.

 

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Caterina Simonsen sta con la sperimentazione animale. Io no.

Caterina Simonsen ha 25 anni. E’ affetta da patologie molto gravi. Non le elenco perché farlo mi è doloroso e ho ancora quel po’ di rispetto per la privacy (a proposito, vi ho mai detto che mi interessa il tema della privacy?) delle persone che mi induce a fregarmene del fatto che siano note attraverso la stampa, non è un buon motivo per elencarle a mia volta.

Sul suo profilo Facebook (pubblicamente disponibile), giorni fa, ha pubblicato la sua foto (questa sì, la ripubblico, perché è la stessa Caterina che attraverso la foto vuole veicolare il suo pensiero -esprimere e criticare il suo pensiero è cosa ben diversa dal dire ciò di cui soffre, e poi ho tolto il viso, presente nell’originale-) in cui loda la sperimentazione animale che le avrebbe permesso di sopravvivere fino alla sua attuale età di 25 anni.

Scrive testualmente:

“Io, Caterina S. ho 25 anni. Grazie alla vera ricerca [sottolineato e con cuoricino, Ndt] che include la sperimentazione animale. [sic!] Senza la ricerca sarei morta [evidenziato] a 9 anni [evidenziato]. Mi avete regalato un, seppur breve, futuro [sottolineato]. Sono stata adolescente [evidenziato]. Grazie ai ricercatori, ai medici e al SSN e AIFA.
#iostoconlaricerca
#iostoconelenacattaneo
#oradenunciateancheme
#ioesisto
#siatelethon”

Per questa fotografia ha ricevuto molta solidarietà. Ma anche vagonate di volgari, gratuiti, insopportabili e inaccettabili insulti. Ha fatto bene, quindi, a consegnare alla Polizia Postale questi messaggi sgradevoli e poco opportuni di persone che difendevano le posizioni animaliste (o che, più che le loro posizioni animaliste, difendevano il loro personale livore).

Per quel che mi riguarda ho solo da obiettare che detesto qualsiasi sofferenza inferta agli animali, soprattutto quella gratuita e ingiustificata. E per ogni farmaco sperimentato con successo su animali di laboratorio ce ne sono centinaia che non arrivano alla commercializzazione, proprio perché, in laboratorio, dànno esiti negativi, con buona pace degli animali che sono stati utilizzati per la sperimentazione.

La Simonsen è iscritta alla Facoltà di Veterinaria. Deduco, quindi, che ami gli animali al punto da volerli curare, e non utilizzare come oggetti di sperimentazione. Le auguro sinceramente di riuscirci in una vita ancora lunga e piena di soddisfazioni.

Si dichiara anche vegetariana. Benissimo, è una sua scelta personale che non so se abbia a che vedere con le patologie di cui soffre, con una scelta etica di ordine personale o con la scelta dei suoi studi. Io so solo che anche il mondo animale mangia carne. I cani e i catti che portiamo dal veterinario, per esempio. Molti animali ne cacciano altri perché devono mangiare, sopravvivere. Quando vediamo il leone che mangia la gazzella veniamo còlti da in senso di panico e diciamo, serafici, “E’ la legge della natura!” (perché la gazzella è tanto bellina e il leone è tanto crudele, ma il leone ha fame!).
La gallina che mangia il lombrico non è forse crudele? No, è affamata. Anche se la gallina è cretina e bruttina e il lombrico fa schifo.

Le contraddizioni fanno parte dell’animo umano. E credo che anche da quelle (legittime!) di Caterina Simonsen si possa dissentire. Senza offendere. Ma dissentire.

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Due missili balistici intercettati nel Mediterraneo orientale

L’agenzia russa RT riferisce dell’intercettazione di due missili balistici verso il Mediterraneo orientale. Il lancio dovrebbe avere avuto luogo alle 06:16 GMT.

Perdonate la stringatezza della notizia ma ci tenevo a dirvi che qualcuno probabilmente ha iniziato a giocare ai soldatini. O a Risiko. Per il resto è una breaking news e non si hanno particolari ulteriori.

Accontentetevi, eh?

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