La lunga morte di Stefano Cucchi e il ritorno delle parole per dirlo

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cucchi

Ci sono storie che ritornano ciclicamente e che sembrano non voler mai finire, se non altro per far riposare in pace che non c’è più.

La morte di Stefano Cucchi pesa come un macigno sulla coscienza di una intera società, troppo distratta nel definirne i responsabili, e troppo avara verbalmente da poter usare parole diverse da “di fame e sete” e “per cause ignote alla scienza medica”. Nemmeno un pochino di imbarazzo. Neanche l’ombra della più pudica vergogna. Parole vuote, parole senza senso, che non definiscono un “chi”, ma, casomai, vanno a cercare un “cosa”, che è ben diverso. E non è questo quello che deve fare la giustizia italiana.

Da questa mattina, finalmente, quando si è saputo della nofica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari agli indagati dell’inchiesta bis per la morte di Cucchi le parole hanno ricominciato ad assumere un senso, un valore.
La prima è “omicidio preterintenzionale”: articolo 584 del Codice Penale: “Chiunque, con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 (Percosse) e 582 (Lesione personale), cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni.”
Poi ci sono i nomi, quelli a cui questo reato è stato contestato: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco. Che, naturalmente, non sono colpevoli solo perché hanno ricevuto un avviso di conclusione delle indagini (che preclude a una richiesta di rinvio a giudizio, come previsto dalle nostre leggi), ma quanto meno la si è smessa di incolpare la fame e la sete e tutto quello che la “scienza medica” non sa o non può spiegare.
Dare i nomi significa formulare delle ipotesi (e, per carità, solo delle ipotesi, allo stato attuale delle cose) a carico di soggetti precisi, e non campare in aria spiegazioni all’acqua di rose. Dare dei nomi significa poter indicare dei presunti responsabili quando si scrive, come i magistrati inquirenti hanno scritto, “Fu colpito dai tre carabinieri che lo avevano arrestato con schiaffi, pugni e calci” (Pignatone e Musarò).

Poi, come sempre, sarà il processo a dire chi, cosa e come, a misurare e bilanciare responsabilità ed eventualmente assolvere, se del caso. Ma da oggi l’orizzonte si fa più chiaro. E’ bello doppo ‘l morir vivere anchora.

Coraggio, Gabo

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No te preocupes, Gabo, non è niente. E’ poco più di un annuncio. E’ la morte che arriva, annunciata, come per Santiago Nasar che si alzò alle 5,30 del mattino per aspettare il battello con cui sarebbe arrivato il vescovo.

E’ l’ora di rendersi conto che non si riuscirà ad arrivare alla fine del romanzo che stiamo leggendo, e sorridere -solo una smorfia, per carità- del fatto che è il romanzo che ci sta leggendo e che noi ci lasciamo trasportare dall’odor di guayaba, che i funerali della Mamá Grande sono in realtà i nostri, ma chissà se saremo davvero noi quelli nella bara (l'”ataúd” di conio castigliano) o se saremo tornati a Macondo a perdere trentatré sollevazioni armate e a conoscere i ghiaccio.

Stiamo perdendo, Gabo, sì. Non basta vivere per raccontarla. Non basta neanche morire perché qualche rete televisiva ti rinomini “Gabriel Maria Marquez”, così, senza accenti, senza sapere che l’accento in spagnolo è molto più che ortografia.

E’ la traccia del tuo scrivere, dico, del tuo sangue, nella neve. Non ne resterà traccia se non nella memoria di qualche scheda di biblioteca, e qualcuno si chiederà come mai “Márquez” non si trova alla lettera M.

Faccio in fretta un altro inventario

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C’era qualcosa che non mi tornava nella decisione de “Il Fatto Quotidiano on line” di rinunciare all’uso delle licenze Creative Commons. Non che non fosse un suo diritto, beninteso, bene o male gli articoli che pubblicano sono di loro proprietà e possono decidere di cambiare clausole per il copyright quando vogliono. Salvo farci un po’ la figura dei geek “pentiti”.

Ma mi sembrava un fatto che, comunque, non si spiegava “da solo”.

Adesso è tutto chiaro: “il Fatto Quotidiano” (non solo la versione on line, ma tutto l’accrocchio editoriale) è quotato in borsa.

Il giornale dei lettori, quello che aveva come unico padrone il pubblico che lo leggeva e che poteva decretarne la sorte, comprandolo o no, adesso è (anche) una forma di investimento.

E allora io che lo compro (o che non lo compro) non sono più padrone di una bella cippa di nulla se, più su di me che vado in edicola a comprarmi il giornale in senso di quotidiano c’è qualcuno che va in banca a comprarsi il giornale nel senso di azioni.

Se prima c’era una qualcosa che era anche mio, in virtù del fatto che compravo un quotidiano che non percepisce alcun finanziamento pubblico, e che mi legittimava a riprodurre notizie, commenti, cronache e corsivi, adesso quel “qualcosa” non c’è più. O, meglio, è di importanza secondaria. Ma, soprattutto, appartiene ad altri.

Comprare “il Fatto Quotidiano“, oggi, non è poi molto diverso dal comprare la licenza di un sistema operativo per un computer: si compra un permesso (quello a leggere), non un bene (il giornale con gli articoli dentro).

Nella notazione scacchistica questa mossa la segnerebbero con un solenne “??“. Senza contare che negli scacchi si ricorda anche il “matto dell’imbecille”: nemmeno tre mosse e hai perso la partita. E io non gioco a scacchi.

Non ha stato lui, ha stata lei!

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Screenshot dal sito ansa.it

Quello dei tre bambini di Lecco doveva essere per forza di cose un assassino, e, sia chiaro, di sesso maschile. Punto, non poteva e non doveva essere niente e nessun altro.

Lo aveva detto il Ministro degli Interni Alfano: “Noi non daremo scampo a chi ha compiuto questo gesto efferato. Inseguiremo l’assassino sinche’ non l’avremo preso e poi lo faremo stare in carcere sino alla fine dei suoi giorni”. Perché ‘o malamente è ‘o malamente.

Del resto quale migliore storia da dare in pasto a una opinione pubblica vacanziera e domenicale di quella di un uomo che ammazza i suoi tre figli, ferisce la loro madre e se la dà a gambe con la sua nuova compagna dopo aver finito il turno di lavoro e aver guidato tutta la notte da Lecco a Bari?

Sarebbe stato pane saporito e prezioso, anche se un po’ raffermo, per le trasmissioni che campano sulla violenza degli uomini puzzoni e traditori contro le donne madri e, proprio per questo, belle, innocenti, angeli, e costituzionalmente incapaci di fare del male, soprattutto ai figli. Si sarebbe potuto usare la parola “femminicidio” per l’ennesima volta, quanto meno preceduta dall’aggettivo “tentato” che ci rivela che se non è zuppa è pan bagnato, ovvero che il puzzone in questione se non è riuscito ad ammazzarla, quanto meno ci ha provato.

E invece è stata lei. Una donna. Una mamma. Di tre figlie. E le ha ammazzate tutte e tre. Tre femminicidi. Ora com’è che se le avesse ammazzate un uomo sarebbe stato un assassino, mentre ora che si è scoperto che è stata la madre è una “donna disperata“? E non ci dovrebbe stare una donna, per quanto disperata, in carcere fino alla fine dei suoi giorni, seguendo l’Alfano-pensiero?

E non c’era nessuna ragione di non dare scampo a chi aveva commesso l’efferato crimine: era già lì. Ma vi immaginate l’inseguimento (mancato), fino in Albania, del presunto assassino? Peggio di Monsieur Fix con Phileas Fogg nel giro del mondo in ottanta giorni.

Perché il suo delitto è stato mille volte peggiore di quello di aver ucciso le sue figlie, lui ha commesso il reato di non entrarci niente. 

Non gli rompete!

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Che poi uno si ritrova a ricordare Francesco di Giacomo in una Italia idiota e contraddittoria ipnotizzata dal Governo Renzi da una parte e dal Festival di Sanremo dall’altra.

Di Giacomo non apparteneva certo a questa kermesse di lustrini e di paillettes (sia essa malamente sfilante nei dintorni di Palazzo Kitsch o deambulante su tacchi a spillo e sui tappeti rossi microfonati) e lo dimostrava con la sua presenza massiccia e il volto accigliato di chi ha vissuto la musica per poi perderla in un incidente stradale, proprio nel momento più favorevole per dimenticarsi di lui.

Da piccolo qualcuno, non ricordo chi, mi diede una cassetta del Banco del Mutuo Soccorso per farmela ascoltare. Il disco era “Darwin” (e, per inciso, esisteva già la linea “Orizzonte” della Ricordi). Era un disco “difficile”, granitico, pieno di gorgeggi di una voce matura e tenorile. Poi venne “Io sono nato libero” e con quel disco la prima incisione di “Non mi rompete”. Ecco, di quel brano mi piacevano le liriche. “…lasciate che io dorma questo sonno/sia tranquillo da bambino/sia che puzzi del russare da ubriaco”. Chi è che non vorrebbe dormire di un sonno così profondo, come quello di un ubriaco che russa? Meraviglia.

E il Banco del Mutuo Soccorso era il “Banco”; la Premiata Forneria Marconi era la “Premiata”. A Milano, per esagerazione di apocope, il Perigeo era il “Peri”. Bastava poco per indicare proprio QUEL gruppo. E il “Banco”, la “Premiata” e il “Peri” avevano ognuno una identità. Bei tempi.

E se n’è andato così, Francesco Di Giacomo, trascinato dai cavalli del maestrale.

Mostro per un giorno

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Lui è andato in vacanza con la fidanzata. Si fa qualche foto con lei poi rientra.

Al rientro scopre che gli hanno sterminato la famiglia. Madre, padre e nonnina.

Naturalmente viene ascoltato come “persona informata sui fatti” dalle forze dell’ordine. Che poi non si sa su quali fatti debba essere informato. Su quelli che si sono svolti quando lui non c’era?

Lo interrogano per sette ore. Poi lo rilasciano. Senza che la sua posizione giuridica cambi. Per rilassarsi un po’ porta i cani a fare una passeggiata. In un campo trova alcune tazzine di un servizio appartenuto ai genitori. Dice “Perbacco, ma questo è un elemento nuovo! Devo subito andare a parlare con gli inquirenti perché questo è un ulteriore elemento di indagine.”

Lo trattengono altre cinque ore. Lo rilasciano senza che la sua posizione cambi minimamente. Ma intanto il sospetto serpeggia. Perché se l’hanno interrogato, e per dodici ore in totale in due giorni, “qualche ragione ci sarà”.
Si fa assistere da un legale. Non è tenuto a farlo, anzi, proprio non deve, esssendo un testimone. Però il suo avvocato va lo stesso. Non può entrare nella stanza dell’interogatorio, quindi si ferma a parlare coi giornalisti che gli chiedono se non gli sembri inusuale la sua presenza in quel luogo.

Il ragionamento sotteso, in realtà,  è semplice: il suo assistito potrebbe passare dallo stato di persona informata sui fatti a quello di indagato di triplice omicidio. In quel caso, sì che avrebbe bisogno di un difensore. E se il difensore è qui è segno che questa circostanza sta per avverarsi. Stiamo per avere il mostro di Caselle.

Vero. Stavano per averlo. Solo che il mostro di Caselle non era lui. Era un altro. Che il giorno dopo ha confessato.

Il figlio e nipote delle vittime ha commesso un reato ben più orrendo ed esecrabile di quello di cui si sentiva sentore: lui non era responsabile. Era innocente.

E l’innocenza si paga almeno con la greve moneta del sospetto.

 

Caterina Simonsen sta con la sperimentazione animale. Io no.

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Caterina Simonsen ha 25 anni. E’ affetta da patologie molto gravi. Non le elenco perché farlo mi è doloroso e ho ancora quel po’ di rispetto per la privacy (a proposito, vi ho mai detto che mi interessa il tema della privacy?) delle persone che mi induce a fregarmene del fatto che siano note attraverso la stampa, non è un buon motivo per elencarle a mia volta.

Sul suo profilo Facebook (pubblicamente disponibile), giorni fa, ha pubblicato la sua foto (questa sì, la ripubblico, perché è la stessa Caterina che attraverso la foto vuole veicolare il suo pensiero -esprimere e criticare il suo pensiero è cosa ben diversa dal dire ciò di cui soffre, e poi ho tolto il viso, presente nell’originale-) in cui loda la sperimentazione animale che le avrebbe permesso di sopravvivere fino alla sua attuale età di 25 anni.

Scrive testualmente:

“Io, Caterina S. ho 25 anni. Grazie alla vera ricerca [sottolineato e con cuoricino, Ndt] che include la sperimentazione animale. [sic!] Senza la ricerca sarei morta [evidenziato] a 9 anni [evidenziato]. Mi avete regalato un, seppur breve, futuro [sottolineato]. Sono stata adolescente [evidenziato]. Grazie ai ricercatori, ai medici e al SSN e AIFA.
#iostoconlaricerca
#iostoconelenacattaneo
#oradenunciateancheme
#ioesisto
#siatelethon”

Per questa fotografia ha ricevuto molta solidarietà. Ma anche vagonate di volgari, gratuiti, insopportabili e inaccettabili insulti. Ha fatto bene, quindi, a consegnare alla Polizia Postale questi messaggi sgradevoli e poco opportuni di persone che difendevano le posizioni animaliste (o che, più che le loro posizioni animaliste, difendevano il loro personale livore).

Per quel che mi riguarda ho solo da obiettare che detesto qualsiasi sofferenza inferta agli animali, soprattutto quella gratuita e ingiustificata. E per ogni farmaco sperimentato con successo su animali di laboratorio ce ne sono centinaia che non arrivano alla commercializzazione, proprio perché, in laboratorio, dànno esiti negativi, con buona pace degli animali che sono stati utilizzati per la sperimentazione.

La Simonsen è iscritta alla Facoltà di Veterinaria. Deduco, quindi, che ami gli animali al punto da volerli curare, e non utilizzare come oggetti di sperimentazione. Le auguro sinceramente di riuscirci in una vita ancora lunga e piena di soddisfazioni.

Si dichiara anche vegetariana. Benissimo, è una sua scelta personale che non so se abbia a che vedere con le patologie di cui soffre, con una scelta etica di ordine personale o con la scelta dei suoi studi. Io so solo che anche il mondo animale mangia carne. I cani e i catti che portiamo dal veterinario, per esempio. Molti animali ne cacciano altri perché devono mangiare, sopravvivere. Quando vediamo il leone che mangia la gazzella veniamo còlti da in senso di panico e diciamo, serafici, “E’ la legge della natura!” (perché la gazzella è tanto bellina e il leone è tanto crudele, ma il leone ha fame!).
La gallina che mangia il lombrico non è forse crudele? No, è affamata. Anche se la gallina è cretina e bruttina e il lombrico fa schifo.

Le contraddizioni fanno parte dell’animo umano. E credo che anche da quelle (legittime!) di Caterina Simonsen si possa dissentire. Senza offendere. Ma dissentire.

Due missili balistici intercettati nel Mediterraneo orientale

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L’agenzia russa RT riferisce dell’intercettazione di due missili balistici verso il Mediterraneo orientale. Il lancio dovrebbe avere avuto luogo alle 06:16 GMT.

Perdonate la stringatezza della notizia ma ci tenevo a dirvi che qualcuno probabilmente ha iniziato a giocare ai soldatini. O a Risiko. Per il resto è una breaking news e non si hanno particolari ulteriori.

Accontentetevi, eh?

La morte di Carlotta Nobile

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Apprendo solo oggi della morte di Carlotta Nobile, violinista bravissima ed esecutrice di nerbo.

Aveva solo 24 anni, era direttrice artistica presso l’Accademia di Santa Sofia. La sua giovane età rende la notizia ancora più triste.

Non voglio rimpolpare il coro del “morbo crudele”, né quello dell'”ora gli angeli ascolteranno il tuo violino”. Lei non era un angelo. Era Carlotta Nobile.

Le mille e una morte di Nelson Mandela

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E’ una delle tante notizie-bufala che circolano nel web in questi giorni sull’avvenuta morte di Nelson Mandela, che avvenuta non è affatto.

Con periodicità pressoché quotidiana, siti di notizie e social network, sulla base di qualche falsa pista e con la bramosia di essere i primi, si accaniscono (e non solo terapeuticamente) nell’ultima fase della vita di questo galantuomo e pretendono di avere il controllo sul suo trapasso e su quando il Sud Africa piangerà il suo ex Presidente.

E’ un modo di procedere tipicamente da web: intanto le notizie si dànno, poi se non sono vere si è sempre in tempo a cancellarle.

Dimenticando che Nelson Mandela è sempre meglio tenerselo vivo, ancorché attaccato ai tubi della terapia intensiva. Non muore la storia, no.

Margherita Hack: e liberaci da Dio!

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Un autografo di Margherita Hack dalla mia biblioteca personale

Sulla morte di Margherita Hack, lo scrivevo altrove, bisogna fare solo silenzio.

Ma se c’è qualcosa per cui essere pubblicamente grati alla mente raffinatissima di questa donna è di averci educati a liberarci di Dio.

In ogni località che toccava, per presentare un suo libro o per incontrare la gente, diventava teatro delle risposte alle stesse domande da parte del pubblico (era un classico sentirle chiedere “Professoressa, ma esistono gli extraterrestri??”). Veniva stuzzicata sul suo ateismo, e lei, anziché trattare questo dato come una caratteristica inalienabilmente personale, lo ha trasformato in forza di educazione e di conoscenza per gli altri.

E se abbiamo gli occhi più aperti su Dio e sull’universo lo dobbiamo a lei.

Saimos do Facebook

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Il Brasile, terra meravigliosa e paese ingiustamente considerato “in via di sviluppo”, senza poi chiarire in sviluppo rispetto a che cosa, è cornice di una delle proteste di consistenti, violente e sanguinolente di questo noiosissimo inizio di millennio.
Dovremmo imparare molto dal Brasile, specialmente da questo manifestante che, armato soltanto di un cartello e di una testa per pensare, ricorda a tutti che per protestare è necessario uscire da Facebook e entrare nelle piazze.
In Italia, naturalmente, accadrà soltanto che chi è su Facebook ci rimane, perché essere su Facebook è un po’ come tenere il culo su una poltroncina che è sempre nostra per piccina ch’ella sia.
La rete ci fa incontrare. Poi, quando ce n’è bisogno, si va fuori.

Tunisia: arrestata Amina Tyler

Amina Tyler
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Amina Tyler

Amina Tyler è stata arrestata in Tunisia. Durante alcune proteste e scontri tra polizia e salafiti si è messa a seno nudo per essersi denudata davanti alla moschea Okba Ibn Nafaa.

E’ già stata più volte minacciata di morte per altre sue esibizioni nuda su Twitter e Facebook, sempre a scopo di protesta.

Ha solo 19 anni.

Noi italiani siamo decisamente buffi e contraddittori. Ci indignamo “super partes” se la Boldrini e la Carfagna sono oggetto rispettivamente di manipolazione dell’immagine e insulti mentre non ci arrabbiamo per niente se a una parlamentare qualche hacker gigione ha fregato la posta elettronica con tutte le foto, anche quelle intimissime, che aveva il sacrosanto diritto di inviare a chi voleva.

E, soprattutto, Facebook e Twitter li usiamo per veicolare soverchie stronzate, non certo la solidarietà a questa ragazza che, pure, dovrebbe essere massiccia e dovrebbe vedere le donne in prima linea.

Eh, siamo fatti così: inchinevoli coi potenti e menefreghisti coi derelitti.

Il Governo Monti è appeso a un filo

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Il Governo Monti è appeso a un filo.

Ieri Corrado Passera aveva dichiarato ad “Agorà” che «Qualunque segnale che faccia pensare all’estero che l’Italia torni indietro invece che fare passi avanti è controproducente» e che «Non posso entrare nelle dinamiche dei singoli partiti ma come Italia dobbiamo dare la sensazione che il Paese va avanti. Tutto ciò che può fare immaginare al resto del mondo, ai nostri partner, che si torna indietro non è bene per l’Italia».

Un riferimento un po’ velato ma abbastanza chiaro alla (ri)discesa in campo di Berlusconi. Del resto l’intervistatore gli aveva fatto una domanda diretta.

Il PDL ha staccato la spina, passando dalla maggioranza all’astensione (nuova funzione politica di cui non conoscevo l’esistenza, pensavo che l’astensione fosse una possibilità di voto, non di coalizione politica, per quelle bastano la maggioranza e l’opposizione). Per cui, pur non facendo mancare la maggioranza parlamentare, il PDL non vota e il governo perde la maggioranza assoluta. Della serie “Noi ci siamo, ma occhio che se ti votano contro poi sono affari tuoi”.

Ha dell’incredibile il commento dl Presidente dei Senatori PD Angela Finicchiaro: «Se il principale partito della strana maggioranza che sostiene Monti non vota la fiducia, e lo fa in modo irresponsabile, in un momento delicatissimo per il Paese, vuol dire che il governo non ha più la maggioranza. Cosa succede in questi casi? Credo che Monti dovrebbe recarsi al Quirinale».

Allora, intanto diciamo che in questa “strana maggioranza” il PD c’è dentro fino al collo (non mi pare che il PD abbia mai costituito una vera e propria opposizione nel Paese) e se il Governo Monti dovesse andare al Quirinale (la Finocchiaro non ci dice a fare che cosa: a rassegnare le dimissioni? A conferire col Capo dello Stato per decidere il da farsi?? A prendere un caffè??? Dio mio come sono complicati i parlamentari quando vogliono dare per scontato quello che scontato non è!!)

E chi è che sta spianando la strada al ritorno di Berlusconi spingendo Monti a recarsi al Quirinale?

Per ora il PD non ce la sta facendo. Il Governo Monti cadrà sull’incandidabilità dei condannati.

Il primo Ministro Danese Helle Thorning-Schmidt ha perso una scarpa

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Foto: Afp/Dedouach

Il primo Ministro Danese Helle Thorning-Schmidt, una signora (sì, perché in Danimarca il primo ministro è donna, da noi siamo ancora in leggera controtendenza) durante una visita ufficiale in Francia, al momento di scendere dalla macchina che la conduceva all’Eliseo per la visita al Presidente Hollande, come Cenerentola ha perso una scarpina e… ooops, è dovuta scendere dalla vettura col piedino di fuori, la calzatura in mano e un sorriso che non era d’impaccio, come a dire “Va beh, son cose che succedono”.

Appunto, son cose che succedono. Ed è proprio per questo che un evento simile non dovrebbe costituire una notizia. Può capitare a chiunque, anche un primo ministro indossa delle scarpe. Cos’è, una gaffe? Un incidente diplomatico?? No, è poco meno di un pettegolezzo (credo che a nessuno interessi dei piedi nudi o calzati della signora Helle Thorning-Schmidt), di una brezzolina lieve, di mezzo bichiere di acqua del rubinetto a livello di interesse sociale.

Ma, si sa, quando qualcuno perde la scarpina le matrigne e le sorellastre ci ricamano immediatamente sopra.

La figlia di Beppe Grillo segnalata alla Prefettura per uso personale di sostanze stupefacenti

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La figlia di Beppe Grillo, Luna, è stata fermata e pare abbia consegnato spontaneamente alle forze dell’ordine un quantitativo di cocaina per uso personale.

Per questo motivo, come d’obbligo, è stata segnalata in Prefettura come “consumatrice di sostanze stupefacenti”.

E’ una delle tante procedure da medioevo che abbiamo in Italia, e che non fa altro che dare pane ai denti dei giornalisti, quegli stessi giornalisti che rivendicano una stampa libera e indipendente (con i contributi pubblici!) e si indignano perché la Lega Nord ha fatto loro lo sgambetto sul decreto di riforma del reato di diffamazione.

E’ ovvio che l’attenzione è sviata. Si colpisce, mettendola sui giornali, la figlia di Beppe Grillo per insinuare qualcosa sul padre, come se padre e figlia fossero la stessa persona.

Ma quello che non si dice è che abbiamo un sistema giuridico e giudiziario al collasso per cui se detieni un certo quantitativo per uso personale di cocaina vieni segnalato alla Prefettura, fermo restando che non si tratta di un reato, mentre se fai un uso smodato di alcol, anche se ti fermano non vieni segnalato alla Prefettura come consumatore abituale di una sostanza stupefacente (non ci sono dubbi che l’alcol lo sia, viene segnalato sulla tabella ufficiale delle droghe dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) e si aspetta che accada il danno irreparabile per poter prendere dei provvedimenti. Che so, che uno vada a schiantarsi contro qualcun altro e lo ammazzi.

Ma l’alcolismo non fa notizia come la figlia di Beppe Grillo. Perche’ se la figlia di Grillo tira di coca piu’ o meno abitualmente magari hai la possibilita’ di mettere in cattiva luce il padre, mentre se qualcuno beve non si ha la possibilita’ di sputtanare nessuno.

E’ l’informazione, bellezza.

Nichi Vendola assolto dall’accusa di abuso d’ufficio. Ma non è un comune cittadino.

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Immagine tratta da http://it.wikipedia.org/wiki/Nichi_Vendola

Dunque Nichi Vendola è stato assolto dall’accusa di abuso di ufficio perché il fatto non sussiste.

La formula assolutoria più ampia per il Governatore della Puglia, dunque. Ne sono sinceramente felice per lui, pur non essendo Vendola esattamente nei miei santi.

Negli ultimi giorni Vendola aveva dichiarato che se fosse intervenuta una sentenza di condanna si sarebbe ritirato a vita privata per difendersi dalle accuse a suo carico come un normale cittadino. L’intenzione gli fa onore, indubbiamente.

Ma ci sono diverse cose da osservare.

La prima è che la sentenza di assoluzione di questa mattina è stata emessa in un giudizio svoltosi con il rito abbreviato (diritto imprescindibile di Nichi Vendola), in cui tutti gli atti, dalla formulazione dell’accusa, alle argomentazioni della difesa, alla sentenza di assoluzione, si sono svolti mentre Vendola era e non ha mai smesso di essere Presidente della Regione. Si è difeso in primo grado, dunque, questo sì. Nei modi previsti dalla legge e con tutte le garanzie previste.
Ma non da normale cittadino.

La seconda è che Nichi Vendola risulta avere pendente un altro procedimento giudiziario per i reati di abuso d’ufficio, peculato e falso, per una presunta transazione da 45 milioni di euro tra la Regione Puglia e l’ospedale ecclesiastico Miulli di Acquaviva delle Fonti.
E non mi risulta che, almento in questa fase delle indagini, fino a sentenza del GUP, Vendola si stia difendendo da comune cittadino (un comune cittadino non dà appuntamento ai giornalisti per una conferenza stampa).

E non si può certo dire che un cittadino italiano, davanti alla legge, sia tale solo dopo una sentenza di colpevolezza di primo grado.

Dalle urla di “Vendola colpevole!” al “Viva Vendola!” il passo è stato troppo breve. E’ d’uopo non aderire né al giustizialismo forcaiolo degli uni, né al trionfalismo ingiustificato degli altri.  

Cittadella: “Io sono un ispettore di polizia e lei non è nessuno”

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Foto tratta da ilgazzettino.it
E’ accaduto a Cittadella (PD).

A Cittadella ho vissuto e lavorato per quattro anni. E’ una cittadina a cui voglio molto bene. Quindi questo è un episodio che mi tocca in modo particolare dal punto di vista emotivo.

E’ accaduto all’Istituto Comprensivo di Cittadella. Lì è stato prelevato dalla polizia Leonardo, un bambino di dieci anni, in applicazione a un’ordinanza del Tribunale dei Minori che ne prevedeva l’affidamento al padre, rigettando una richiesta di sospensiva presentata dalla madre.

Un video di un minuto e mezzo, probabilmente girato da una donna che il piccolo Leonardo chiamava “zia”, e trasmesso ieri sera da “Chi l’ha visto?”, e oggi disponibile su tutti i siti delle principali testate on line, dimostra in maniera chiara e inequivocabile le modalità con cui tale ordinanza è stata eseguita.
Il bambino ha cercato di divincolarsi dalla stretta degli agenti che, si vede dal filmato, lo portano via prendendolo per le caviglie e per le spalle. Chiede aiuto alla zia. Poi viene caricato sull’auto dove continua a cercare di liberarsi dalla stretta degli agenti.

E’ assolutamente terribile, agghiacciante e indegno di un paese civile che un minore che viene affidato allo Stato per l’esecuzione di una legittima ordinanza della magistratura che ne dispone l’affidamento al padre venga trascinato via a viva forza. E’ un bambino di dieci anni. E lo Stato, rappresentato in quel momento da quegli agenti, non poteva e non doveva creargli un tale choc.

La dirigente Marina Zanon ha dichiarato: “Abbiamo fatto uscire dalla classe i compagni dell’alunno destinatario del provvedimento del giudice e solo dopo sono entrati gli assistenti sociali e i poliziotti. Tutto all’interno della scuola si è svolto senza urla e senza che gli altri compagni di scuola vedessero, in quanto sono rimasti dentro le aule fino a quando il bimbo è stato portato in auto.”
Bene. Ma come si sente un bambino che vede allontanarsi i compagni e subito dopo entrare assistenti sociali e poliziotti? C’è da chiedersi se ci fosse, assieme alle forze di polizia e agli assistenti sociali almeno uno psicologo infantile di supporto al bambino. Se non c’era, perché? E’ già tanto che tutto si sia svolto in modo più o meno “tranquillo fino a quel momento”.

E perché un prelevamento di un minore viene effettuato a scuola, luogo in cui un individuo (che sia alunno, insegnante, dirigente o collaboratore) dovrebbe sentirsi protetto nel massimo grado del termine?

Ma c’è una cosa ancor più agghiacciante e riprovevole che è stata documentata in quel filmato. Quando una persona (probabilmente l’autrice del video, zia del minore), ha chiesto se l’istanza di sospensione che era alla base dell’ordinanza del giudice fosse stata rigettata o accolta, si è sentita rispondere: “Io sono un ispettore di polizia e lei non è nessuno”.

Non è tollerabile che un rappresentante delle forze dell’ordine possa trattare con queste parole un cittadino. Perché in quel momento rappresenta quello stesso Stato a cui il cittadino si rivolge per avere spiegazioni, e quello stesso stato che sta trascinando un minore con modalità che, per usare un eufemismo, potrebbero essere definite “non del tutto ortodosse”.
Probabilmente voleva dire: “Io sto eseguendo degli ordini della magistratura e non sono tenuta a darle informazioni in merito.” Già, poteva dirlo. Magari voleva anche dirlo. Ma non lo ha detto.
Dicendo “Lei non è nessuno” non ha detto “Lei non ha diritto a sapere queste cose” o “Io non sono tenuta a dirgliele”.
Ha creato uno stigma tra l’autorità (che non è autoritarismo!) e il cittadino.
E questo è di una gravità inaudita.

Anche perché mi risulta che una decisione del giudice del Tribunale dei Minori che decide di rigettare un ricorso, sia un atto pubblico. Quindi conoscibile da chiunque. Non a caso “Chi l’ha visto” ha dato conto di alcuni stralci di quella ordinanza. Per cui i casi sono due, o “Chi l’ha visto” ha violato un segreto d’ufficio o effettivamente quelle decisioni erano di pubblico dominio e, quindi, non c’era nessun motivo per tenerle nascoste.

Che la logica dell’“io so’ io/e voi nun zète un cazzo” resti relegata a un meraviglioso sonetto del Belli. O alle trasposizioni cinematografiche del Marchese del Grillo di Mario Monicelli.

Questo è uno Stato di diritto.