La magistratura romana oscura in Italia il Project Gutenberg

Apprendo solo ora, e con evidente ritardo, che la magistratura romana ha disposto l’oscuramento per l’Italia del Project Gutenberg.

E’ un atto al limite dell’incomprensibile, perpetrato contro la più grande biblioteca al mondo (oltre 65000 titoli) di testi ed audiolibri di pubblico dominio (secondo le leggi degli Stati Uniti, in cui hanno sede i server del Progetto) realizzata da volontari per la diffusione gratuita e per il libero accesso alla cultura in svariate lingue del mondo (ricchissimo è il catalogo dei titoli in lingua italiana).

Nel documento con cui l’associazione (che vive esclusivamente delle donazioni dei propri utenti e che non vende nessun gadget) annuncia il provvedimento si legge (un po’ male, abbiate pazienza, se avete difficoltà cliccate sull’immagine per ingrandirla):

E’ quindi aperto presso il Tribunale Ordinario di Roma il procedimento penale n. 52127/20 RGNRI. Tra i reati contestati figura la violazione del comma 2 dell’articolo 171 della Legge 633/41. Che cosa dirà? Andiamolo a leggere:

Salvo quanto previsto dall’art. 171 bis e dall’art. 171 ter, è punito con la multa da euro 51 a euro 2.065 chiunque, senza averne diritto, a qualsiasi scopo e in qualsiasi forma: (omissis) a-bis) mette a disposizione del pubblico, immettendola in un sistema di reti telematiche, mediante connessioni di qualsiasi genere, un’opera dell’ingegno protetta, o parte di essa; (,,,)

Ma qual è il capo di accusa contro il Project Gutenberg? Eccolo qui:

Si parla in primo luogo della violazione dell’art. 16 della stessa legge che recita testualmente:

1. Il diritto esclusivo di comunicazione al pubblico su filo o senza filo dell’opera ha per oggetto l’impiego di uno dei mezzi di diffusione a distanza, quali il telegrafo, il telefono, la radio, la televisione ed altri mezzi analoghi e comprende la comunicazione al pubblico via satellite, la ritrasmissione via cavo, nonché le comunicazioni al pubblico codificate con condizioni particolari di accesso; comprende, altresì, la messa a disposizione del pubblico dell’opera in maniera che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelti individualmente.

2. Il diritto di cui al comma 1 non si esaurisce con alcun atto di comunicazione al pubblico, ivi compresi gli atti di messa a disposizione del pubblico.

e si contesta il fine di lucro. Dove stia il fine di lucro nell’iniziativa del Project Gutenberg non è chiaro, soprattutto alla lettura delle parole seguenti:

“costituito dalla cessione di dati personali a fine di pubblicità”

Quali dati personali siano stati ceduti per finalità pubblicitarie non è chiaro. Sul sito gutenberg.org non mi ricordo sia mai apparsa una sola pubblicità a pagamento, e, comunque, il traffico di dati personali a fine di lucro è tutto da dimostrare. Il Project Gutenberg avrebbe inoltre trasmesso e diffuso in formato PDF (chissà perché poi solo questo, visto che gli e-book di gutenberg.org sono disponibili in HTML, TXT, E-PUB, MOBI etc…) “riviste, giornali e libri” tutelati dal diritto d’autore. Il capo di accusa prosegue chiarendo che tale materiale sarebbe stato illecitamente acquisito e immesso “in un sistema di reti telematiche mediante i seguenti siti scaricati tramite il software ‘Teleport Ultra'”. Segue l’elenco dei siti da cui il materiale sarebbe stato prelevato, tra cui il nostro.

Tutto questo per una causa da poco. Alla fine dello stesso articolo 171 della legge sul diritto d’autore si legge, infatti:

Chiunque commette la violazione di cui al primo comma, lettera a-bis), è ammesso a pagare, prima dell’apertura del dibattimento, ovvero prima dell’emissione del decreto penale di condanna, una somma corrispondente alla metà del massimo della pena stabilita dal primo comma per il reato commesso, oltre le spese del procedimento. Il pagamento estingue il reato.

Con un buon avvocato italiano, e con l’auspicabile contributo di quanti tengano alla libera cultura e alla libera informazione, il Project Gutenberg potrebbe cavarsela pagando poco più di mille euro più le spese processuali. E la partita sarebbe chiusa.

Ma quello che lascia esterrefatti è come si sia potuto oscurare il corrispondente telematico della Biblioteca di Alessandria (la storia si ripete, e come vedete non fa sconti a nessuno), solo perché alcuni dei suoi contenuti sono suppostamente coperti da copyright (in Italia, perché le leggi sul pubblico dominio degli Stati Uniti sono diverse). Si sarebbe potuta fare un’azione mirata sui singoli contenuti e non impedire agli utenti italiani di scaricarsi liberamente le opere di Dante Alighieri, pure presenti e disponibili sul sito.

Il sospetto (e badate bene che solo di sospetto si tratta) è che il dominio gutenberg.org sia andato a finire nel calderone di tutti gli altri siti dai nomi quanto meno bizzarri che ridiffondevano (illecitamente, questo sì) copie in PDF di giornali e riviste altrettanto illecitamente acquisite, e che potevano trovarsi nelle edicole e nelle librerie. Uno svarione dei magistrati, insomma. Che intanto oscurano, poi a controllare e a verificare le singole posizioni personali si vedrà.

Molte notizie si sono susseguite sul web dopo la pubblicazione della notizia dell’oscuramento del sito, tra le quali quella della sua riattivazione. Nulla di più falso. Il dominio gutenberg.org è e continua ad essere irraggiungibile.

Ma qual è stata la reazione del sancta sanctorum della cultura libera in Italia? E’ stata pressoché inesistente. Liber Liber non ha pubblicato ancora nessun atto di solidarietà nei confronti della sorella maggiore statunitense. Paolo Attivissimo si è limitato a un tweet, continuando a occuparsi, sul suo blog, di esopianeti, macchine elettriche, convention virtuali di fantascienza e app anti cororonavirus. Da David Puente nemmeno una riga, troppo impegnato a debunkare Al Bano, i NoVax e a rispondere a chi non la pensa come lui. Restano solo le dichiarazioni di Maurizio Codogno, portavoce di Wikimedia Italia:

«Temiamo si voglia buttare il bambino con l’acqua sporca. Non vorremmo che la lotta contro la distribuzione illegale di materiale sotto copyright abbia come effetto collaterale la chiusura di risorse che contribuiscono legalmente alla diffusione della conoscenza libera. Speriamo che la situazione si risolva al meglio nel più breve tempo possibile».

Troppo poco per cavarsela sperando che tutto si risolva per il meglio e in breve tempo. Qui ci vogliono solo mano ferma e indignazione. E portafogli aperti. Invito tutti voi, una volta che il dominio gutenberg.org sarà tornato visibile il Italia (sì, ma quando?) a effettuare una donazione al progetto, che ha un valore infinitamente superiore a quello che possiamo minimamente immaginare.

AGGIORNAMENTO DEL 28/05/2020:

a) Questa mattina ho riprovato a collegarmi con il dominio gutenberg.org. La connessione TIM mi dà sito irraggiungibile, mentre dal telefonino, con scheda Wind (che probabilmente si appoggia a DNS stranieri), sono riuscito regolarmente, e con sollievo, a visualizzare la home page del progetto:

Mi è stato riferito da un’utente Vodafone (grazie per la collaborazione!) che su quella rete il sito è ugualmente irraggiungibile. Stiamo navigando a vista.

b) il provvisorio collegamento favorito dalla Wind mi ha permesso di effettuare, tramite PayPal, una donazione di 20 euro al Progetto. Se fossimo almeno in 200 a farlo sarebbero coperte le spese della multa, del procedimento e ci resterebbe anche qualche soldino per l’avvocato. E non credo sia diffcile trovare altre 200 persone disposte a donare altrettanto (i Wikipediani più incalliti battano un colpo, per favore!)

c) Qualcuno mi ha chiesto se sono preoccupato per la mia biblioteca digitale classicistranieri.com che, pure, distribuisce numerosi libri digitali prodotti dal Project Gutenberg. Risposta: nemmeno un po’. Sono altri, quelli più boriosi e presuntuosi che distribuiscono opere protette dal diritto d’autore come se nulla fosse, a doversi preoccupare. Se, poi, succederà qualcosa, risponderemo nel merito usando tutti gli strumenti di legge a nostra disposizione. Viviamo in uno stato di diritto e non di polizia.

d) Più che altro sono preoccupato per un altro aspetto. La magistratura romana che ha imprudentemente oscurato gutenberg.org è la stessa (anche se non sarà lo stesso il Pubblico Ministero, ovviamente, o almeno così credo e voglio credere) che mi indaga per diffamazione nei confronti di una amica di Paolo Attivissimo. Per fortuna nel mio caso non c’è stato nessun sequestro preventivo, né dell’articolo “incriminato”, né, tanto meno, dell’intero blog. E’ una questione di sensibilità soggettiva del PM. Sono grato ancora oggi agli inquirenti per questo.

e) Ieri ho ricevuto una mail riservata da parte di Maurizio Codogno che mi spiega alcuni dettagli della situazione. Rispetto il suo volere e il suo diritto alla riservatezza, ma ci tenevo a ringraziarlo pubblicamente.

f) E’ arrivata la mail di ringraziamento per la donazione da parte di Gregory B. Newby. Eccola:

g) Data la rilevanza dell’argomento, questo articolo resterà in prima posizione sul blog per una settimana. Chi volesse leggere gli ulteriori aggiornamenti abbia la cortesia di scorrere un pochino più sotto.

AGGIORNAMENTO DEL 29/05/2020

Non posso darvi ulteriori informazioni, per il rispetto che si deve alle indagini e agli inquirenti (che fanno solo il loro lavoro), ma le novità non sono buone, niente affatto.

Vi fornisco comunque, come ulteriore documentazione, le motivazioni del GIP, così come riportate dal sito thesubmarine.it:

AGGIORNAMENTO DEL 30/05/2020

La versione beta (quindi non so quanto effettivamente affidabile) del Progetto è ancora raggiungibile dall’Italia (meglio che niente) all’indirizzo https://dev.gutenberg.org:

Al capoverso 14, intitolato “For Copyrighted content” è scritto:

There are thousands of items in the Project Gutenberg collection which are still under copyright protection. Each copyrighted item is clearly indicated as copyrighted in the eBook’s header. Unless there is an included license with the copyrighted item (such as a creative commons license), you will need to contact the copyright holder for any needed permission. Project Gutenberg cannot do this on your behalf, and does not have any ability to sublicense copyrighted works.

Come ci fa giustamente notare il lettore Federico Leva, il pulsante PayPal per le donazioni al Project Gutenberg è comunque attivo al link:

https://www.paypal.com/cgi-bin/webscr?cmd=_s-xclick&hosted_button_id=XKAL6BZL3YPSN

Marta Cartabia: “La giustizia giusta è riconciliazione, non vendetta”

 “Una giustizia giusta, se vogliamo usare quest’espressione, è una giustizia che permette di guardare al futuro, che non si pietrifica su fatti passati che pure sono indelebili. La giustizia giusta è riconciliazione, non vendetta. Perché la giustizia vendicativa – ce lo insegna la tragedia greca, in particolare l’Orestea di Eschilo – distrugge insieme gli individui e la polis, mentre una giustizia riconciliativa realizza l’armonia sociale. Come insegna la storia di Liz, senza cancellare nulla, bisogna che sia possibile aprire una prospettiva nuova per la singola esistenza individuale e per l’intera comunità”

Marta Cartabia, Intervista a “Repubblica”

Bonafede: “Gli innocenti non finiscono in carcere”

Annalisa Cuzzocrea: «Mi chiedo se lei ogni tanto non pensa agli innocenti che finiscono in carcere»

Alfonso Bonafede: «Cosa c’entrano gli innocenti che finiscono in carcere? Gli innocenti non finiscono in carcere»

Annalisa Cuzzocrea: «Dal 1992 al 2018 27mila persone sono state risarcite dallo Stato perché sono finite in carcere da innocenti, quindi gli innocenti finiscono in carcere»


Aggiornamento delle ore 10:40.

Successivamente a questo scambio di battute il Ministro Bonafede ha pubblicato su Facebook un intervento in cui chiarisce il senso di quanto riportato nell’intervista:

Ci tengo a chiarire perché non voglio che ci siano strumentalizzazioni su un punto così delicato.

Nell’intervista di ieri sera, mentre si stava parlando di assoluzioni e condanne, ho specificato che gli “innocenti non vanno in carcere” riferendomi evidentemente e ovviamente, in quel contesto, a coloro che vengono assolti (la cui innocenza è, per l’appunto, ‘confermata’ dallo Stato).

Ad ogni modo, la frase non poteva comunque destare equivoci perché subito dopo ho specificato a chiare lettere che sulle ipotesi (gravissime) di ingiusta detenzione, “… sono il ministro che più di tutti ha attivato gli ispettori del ministero per andare a verificare i casi di ingiusta detenzione …” (come da video di questa specifica parte dell’intervista).

Aggiungo, infatti, che per la prima volta ho introdotto presso l’Ispettorato in maniera strutturata il monitoraggio e la verifica dei casi di riparazione per ingiusta detenzione, anche in occasione delle ispezioni ordinarie.

E’ solo da far appena appena notare che se da una parte l’innocenza degli assolti viene “confermata” dallo Stato, quella di TUTTI gli indagati in attesa di giudizio definitivo passato in giudicato viene SANCITA dalla Costituzione.

Xé pegio el tacón del buso!

 

Lite temeraria e diffamazione a mezzo stampa: in arrivo il nuovo articolo 96 c.p.c. salva giornalisti

Ecco il comma che modifica l’articolo 96 del Codice di Procedura Civile, secondo il disegno di legge presentato da Di Nicola, Airola, Angrisani, Castellone, Di Girolamo e altri:

«Nei casi di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, delle testate giornalistiche online o della radiotelevisione, in cui risulta la mala fede o la colpa grave di chi agisce in sede di giudizio civile per risarcimento del danno, su richiesta del convenuto, il giudice, con la sentenza che rigetta la domanda, condanna l’attore, oltre che alle spese di cui al presente articolo e di cui all’articolo 91, al pagamento a favore del richiedente di una somma, determinata in via equitativa, non inferiore alla metà della somma oggetto della domanda risarcitoria»

Fatto di particolare tenuità: imputato prosciolto con 1,97 grammi per litro di alcol

Il Tribunale Monocratico (giudice Maria Pia Bianchi) di Milano ha prosciolto un automobilista dalle accuse previste e punite dall’articolo 186 del Codice della Strada (ammenda da 1.500 a 6.000 euro, arresto da sei mesi ad un anno, sospensione o revoca della patente) dopo aver provocato un incidente sulla A4 in cui non risulterebbero feriti o terze persone o mezzi coinvolti. La ragione è che il fatto sarebbe di “particolare tenuità”. La particolare tenuità di un fatto è una fattispecie prevista dall’articolo 131 bis del Codice Penale. Eccone il primo comma:

“Nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale.”

Ora, un tasso di alcol pari a 1,97 grammi per litro è di quasi quattro volte il massimo consentito. Con lo stesso identico tasso alcolemico il 5 gennaio scorso in provincia di Bolzano un giovane su un auto lanciata a tutta velocità ha ucciso sette persone, travolgendole.

Dunque, è SOLO perché, fortunatamente, nel caso dell’automobilista processato dal Tribunale di Milano non ci sono state vittime o feriti che il processo ha preso la piega della “particolare tenuità”? Pare di no, anzi, nelle motivazioni depositate lo scorso mese di novembre si legge, tra l’altro, che:

«la circostanza che il livello di tasso alcolemico rinvenuto nel sangue non sia di molto superiore al limite relativo alla soglia di rilevanza, consente di qualificare il fatto in termini di tenuità»

Quasi quattro volte oltre il limite consentito NON E’ un fatto di “particolare tenuità”.

Riguardo all’incidente la motivazione riporta:

«non si stima adeguatamente provato» considerato che «l’imputato perdeva il controllo del mezzo senza cagionare ad altri danno»

Scrive la Polstrada di Bergamo:

«rimane di difficile comprensione l’eccezione di non ritenere adeguatamente provato l’incidente»

La sentenza è di per sé spiazzante e c’è solo da augurarsi che non lasci ulteriori strascichi nella giurisprudenza e che possa trovare una riforma nel giudizio di appello

Quantus tremor est futurus, quando iudex est venturus, cuncta stricte discussurus!

E’ il dies irae, il giorno in cui la Giunta per le Autorizzazioni a procedere voterà a favore o contro l’ipotesi di mandare a processo Matteo Salvini per sequestro di persona nell’ambito del caso della nave Gregoretti. Salvini, citando maldestramente Giovanni Guareschi si dichiara pronto alla prigione («Guareschi diceva che ci sono momenti in cui per arrivare alla libertà bisogna passare dalla prigione. Siamo pronti, sono pronto»), ma è una manovra evidentemente elettorale: lo stigma sarebbe la sua arma vincente nelle prossime elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria. Gli esponenti dei partiti di maggioranza (Pd-M5S-Iv-Leu) potrebbero non partecipare al voto. La Lega voterebbe a favore sulla base delle richieste dello stesso Salvini. Forza Italia e Fratelli d’Italia finirebbero a esprimere il loro voto contrario per cui trovandosi in perfetta parità (cinque a cinque) la relazione del presidente verrebbe cassata e la questione dovrà essere affrontata in aula il 17 febbraio. A meno che De Falco (ex M5S) decida, al contrario di quello che è stato annunciato inizialmente, di partecipare al voto e faccia pendere la bilancia da una parte o dall’altra.

Fin qui i fatti e le ipotesi. Poi ci sono le opinioni. Che sono le mie. E sono quelle di sempre. Ovvero che Salvini debba andare a processo perché deve confrontarsi con la giustizia, con i suoi accusatori e con i suoi giudici come un normale cittadino, uno di quei milioni che pretende di rappresentare, e non come un privilegiato dalla sua posizione di parlamentare. Ha ottime possibilità di sfangarla perché la Procura di Catania, già il 21 settembre scorso, ha chiesto l’archiviazione del caso.

«Oggi decidono se sono un criminale o meno. Io prendo un detto della mia nonna: `Male non fare, paura non avere´. Siccome devono essere i delinquenti ad aver paura del processo, io ribadisco: mandatemi a processo. Se devo andare in galera per difendere il mio Paese ci vado a testa alta».

Ecco, vada a processo sì, ma per difendere se stesso. Lasci stare il Paese, chè già abbiamo visto come è stato difeso nel periodo in cui lui era Ministro degli Interni. Vada in tribunale non per vincere le elezioni ma per vincere un processo con la forza delle prove provate e non con quella della prepotenza o dei detti della nonna.

E dunque, in attesa del 17 febbraio, speriamo davvero che la Giunta per le Autorizzazioni a Procedere dia un segnale chiaro di dove vuole andare la maggioranza. Ce n’è un gran bisogno per tutti.

 

Consulta: “Inammissibile il referendum elettorale. Il quesito è eccessivamente manipolativo”

La Corte costituzionale si è riunita oggi in camera di consiglio per discutere la richiesta di ammissibilità del referendum elettorale “Abolizione del metodo proporzionale nell’attribuzione dei seggi in collegi plurinominali nel sistema elettorale della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”, presentata da otto Consigli regionali (Veneto, Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia,Sardegna, Abruzzo, Basilicata, Liguria).
Oggetto della richiesta referendaria erano, in primo luogo, le due leggi elettorali del Senato e della Camera con l’obiettivo di eliminare la quota proporzionale, trasformando così il sistema elettorale interamente in un maggioritario a collegi uninominali.
Per garantire l’autoapplicatività della “normativa di risulta” – richiesta dalla costante giurisprudenza costituzionale come condizione di ammissibilità dei referendum in materia elettorale – il quesito investiva anche la delega conferita al Governo con la legge n. 51/2019 per la ridefinizione dei collegi in attuazione della riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari.
In attesa del deposito della sentenza entro il 10 febbraio, l’Ufficio stampa della Corte costituzionale fa sapere che a conclusione della discussione la richiesta è stata dichiarata inammissibile per l’assorbente ragione dell’eccessiva manipolatività del quesito referendario nella parte che riguarda la delega al Governo, ovvero proprio nella parte che, secondo le intenzioni dei promotori, avrebbe consentito l’autoapplicatività della “normativa di risulta”.
Preliminarmente, la Corte ha esaminato, sempre in camera di consiglio, il conflitto fra poteri proposto da cinque degli stessi Consigli regionali promotori e lo ha giudicato inammissibile perché, fra l’altro, la norma oggetto del conflitto avrebbe
potuto essere contestata in via incidentale, come in effetti avvenuto nel giudizio di ammissibilità del referendum.

Roma, 16 gennaio 2020

La riforma Bonafede

Della cosiddetta “riforma Bonafede” della giustizia si parla poco, anzi, pochissimo. Non è, in effetti, una riforma che apporti quegli auspicati cambiamenti epocali nel sistema penale italiano.

Ci sono aspetti che non rivelano una particolare originalità o efficacia, come la decisione di notificare via PEC al difensore, oltre la prima notifica cartacea all’interessato, tutti gli atti del processo. In breve, hanno scoperto che esiste la PEC, che ha lo stesso valore di una raccomandata con ricevuta di ritorno, e che può risolvere il problema della perdita del documento cartaceo o del ritardo della notifica da parte del servizio postale. Insomma, la PEC esiste ed esiste da almeno un decennio. Si tratta/si trattava soltanto di usarla e superare le farragginoserie del sistema. Le cose erano semplici, più che semplici. Eppure è stato interesse dell’amministrazione della giustizia mantenerle complicate, finché non è arrivata una normativa in proposito (e va detto fra parentesi, ma dovrebbe essere ovvio, che la riforma Bonafede è ancora in fase di discussione e non è ancora operativa).

Altro punto di discussione sono le riduzioni dei tempi delle indagini preliminari e, conseguentemente, quelle dei processi. Il PM che non stia nel termini temporali indicati avrà delle sanzioni di carattere disciplinare. Ma finché il legislatore parlerà in termini ordinativi e non prescrittivi nei confronti dei magistrati che la tirano per le lunghe (cosa significa che i termini indicati sono “perentori”?) non si caverà un ragno dal buco e ci sarà sempre chi preferirà rischiare un procedimento disciplinare interno (che potrebbe anche risolversi in un nulla di fatto).

C’è poi la riforma del processo di appello per i reati puniti con la pena edittale fino a 10 anni, che saranno giudicati ancora in composizione monocratica, e non da tre giudici come finora è accaduto. Ora, qual è il senso di ricorrere in appello, a parte quello di farsi ridurre l’entità di una condanna e di guadagnare tempo sulla prescrizione? Senz’altro quello di essere giudicato da più persone, rispetto alla composizione del tribunale monocratico, per una ragione molto semplice: tre teste ragionano meglio di una. Se si riesce ad insinuare nella corte il “ragionevole dubbio” è molto più probabile che questo vada a vantaggio dell’imputato che potrebbe uscirne assolto. E poi perché porre uno sbarramento per i reati puniti con 10 anni di reclusione? Cosa deve aver commesso un cittadino per essere giudicato da una triade di giudici, un omicidio stradale? E se ha commesso un reato cosiddetto “minore”? E’ vero che ci sono reati e reati, ma non è vero che esistono cittadini e cittadini.

Nello scarso ed annoiato dibattito sulla riforma del ministro Bonafede, infine, si è inserita di recente la proposta del Partito Democratico di prevedere tempi di prescrizione più lunghi per i condannati in primo grado e più brevi per chi sia stato assolto. Non si vede il perché si debbano distinguere cittadini in base alla sentenza di primo grado, che se è assolutoria, può essere ribaltata in appello, se è di condanna, idem con patate. Un colpevole assolto in primo grado (per esempio per mancanza di prove) avrà più possibilità di un colpevole condannato di sfangarla e di arrivare indenne alla prescrizione del reato. Lo stesso Davigo, che ebbe a dichiarare

“Bisognerebbe abolire la prescrizione” (1)

pone seri dubbi di costituzionalità sulla proposta del PD. Insomma, la riforma Bonafede non parte sotto i migliori auspici e si prospetta come un pastiche inestricabile dal quale sarà difficile riuscire a disimpantanarsi.

(1) Confronta ADN-Kronos dell’11/12/2019

Operazione Rinascita Scott: impresario di pompe funebri arrestato per un danno allo stato di 80 euro nella realizzazione di un loculo

Non finisce più. Nell’operazione “Rinascita Scott”, di cui ho dato qualche ragguaglio nei giorni scorsi, oltre al signore che avrebbe estorto una torta, qualche pasticcino e una bottiglia di spumante, è stato arrestato (ma la misura cautelare si è limitata ai soli arresti domiciliari) un impresario di pompe funebri di Mirandola, accusato di aver realizzato, a Vibo Valentia, un loculo «con mattoni forati anziché pieni». Totale del danno erariale per il comune di Vibo Valentia, la veritiginosa cifra di 80 euro. Insieme all’impresario sarebbe stato attenzionato dalla magistratura per il reato di frode anche il custode del cimitero di Bivona.

Nell’ordinanza si legge che:

«in concorso tra loro, mediante artifizi e raggiri consistiti nel simulare l’avvenuta tumulazione delle salme nel loculo comunale H22 del cimitero di Bivona nel rispetto delle normative vigenti in materia, in realtà eseguita in violazione del Regolamento di Polizia Mortuaria, poiché la tumulazione veniva realizzata in mattoni forati anziché in mattoni pieni, inducevano in errore il Comune di Vibo Valentia sulla regolarità dell’espletamento della commessa e quindi sulla legittimità della corresponsione del previsto corrispettivo, e procuravano un ingiusto profitto in favore della agenzia funebre di P.F».

L’uomo non risulta accusato di associazione mafiosa.

Prime scarcerazioni dopo l’operazione Gratteri in Calabria

Secondo un articolo de “Il Riformista”, che potete leggere qui, cominciano a vedersi gli effetti dei ricorsi presso il Tribunale della Libertà presentati dai legali degli oltre 300 arrestati in Calabria nel blitz denominato “Rinascita Scott” del Procuratore Gratteri.

Già una decina di persone sono state rimesse in libertà o collocate agli arresti domiciliari per effetto di decisioni emesse o dallo stesso Tribunale della Libertà o dal Giudice per l’Udienza Preliminare, tra di loro Luigi Incarnato, assessore regionale ai Lavori Pubblici della Regione Calabria.

Tra le persone che hanno visto riveduto e corretto il decreto di privazione della libertà personale, figura un certo signor P., accusato di estorsione. Ora, per le accuse riguardanti il reato di estorsione l’arresto è obbligatorio, e fin qui nulla da eccepire. Ma si dà il caso che il signor P. avrebbe “estorto” nientemeno che una torta, alcuni pasticcini e una bottiglia di spumante. Un reato dagli effetti catastrofici, come si può vedere, che grida vendetta e il cui presunto autore deve attendere il relativo procedimento direttamente in carcere, secondo i pubblici ministeri. Ma peccato che, nel più totale silenzio stampa, fatta eccezione per le voci dei soliti noti, la costruzione di mattoncini Lego della Procura di Catanzaro si stia sgretolando lentamente (altre decisioni in merito sono attese per la prossima settimana). La metafora dei mattoncini Lego era stata usata dallo stesso Gratteri all’indomani della massiccia operazione di arresti condotta dalla DDA.

Dice uno: “ma allora ce l’hai con Gratteri?” No, io non ce l’ho con nessuno. Vorrei solo che una così grande operazione di arresti trovasse conferme nelle decisioni dei tribunali del riesame e dei giudici per l’udienza preliminare. 10 persone su 340 per le quali la misura della restrizione della libertà personale in carcere è stata revocata sono già troppe, comunque vadano a finire i relativi processi. Perché se è vero che una remissione in libertà non significa necessariamente innocenza è anche vero che la misura cautelare dell’arresto non significa necessariamente colpevolezza. E in dubio pro reo, su questo non ci piove.

Su questa vicenda c’è solo da fare meno clamore massmediologico, più informazione capillare e, soprattutto, un rispettoso silenzio verso la vicenda processuale di chi verrà assolto. Perché non è vero il teorema Davigo secondo il quale gli unici errori giudiziari sono le assoluzioni, e la vittima è solo il magistrato.

Per fortuna.

Il coraggio di Nicoletta Dosio

Nicoletta Dosio è finita in carcere dopo essere stata condannata a un anno di reclusione dopo un episodio di protesta del 2012 in cui un gruppo di manifestanti No-Tav aveva aperto le sbarre di un casello del”autostrada Torino-Bardonecchia. La Dosio è stata condannata con le accuse di violenza privata e interruzione di pubblico servizio. Ha rifiutato qualsiasi misura alternativa al carcere. Una donna con un coraggio senza precedenti. Impossibile non essere con lei.

 

” Sia l’imputato a cavare d’impaccio lo Stato” (Marco Taradash)

“…deve garantirsi che l’imputato che voglia davvero il processo abbia in tempi ragionevoli un verdetto finale per esigenza minima di civiltà giuridica. E allora una piccola ma essenziale modifica da introdurre senza indugio alla riforma Bonafede, magari per mano dello stesso ministro è quella di prevedere che almeno all’imputato che richieda il processo immediato con le relative rinunce processuali, lo Stato garantisca la relativa celebrazione in tempi ragionevoli, in difetto operando la prescrizione che a quel punto non sarà più odioso salvacondotto da un processo che l’imputato che invece lo stesso imputato ha chiesto e costruttivamente sollecitato.”

Gianluigi Pellegrino, costituzionalista e esperto di diritto amministrativo su Repubblica

Dal 1 gennaio siamo tutti meno liberi

Non c’è niente da ridere o da festeggiare. Dal 1 gennaio andrà in vigore la legge che sospenderà sine die i tempi di prescrizione una volta emessa la sentenza di primo grado. Con la benedizione del ministro Bonafede, con l’approvazione incondizionata di Marco Travaglio, con l’inerzia del PD e con i cori di luoghi comuni da parte dell’opinione pubblica, primo fra tutti quello per cui “bisogna preservare le vittime di reato”, la preferita di chi dimentica che nel processo penale le parti sono alla pari, hanno pari diritti e pari dignità e sono perfettamente uguali davanti al giudice (non si può privilegiare il sacrosanto diritto della parte offesa rispetto al diritto dell’imputato, altrettanto sacrosanto, di avere un processo in tempi certi e non sospesi, e di essere dimenticato dopo un periodo ben determinato). O come quelli che vedono un colpevole ovunque, in qualsiasi circostanza, dimenticando che si è colpevoli solo in presenza di una sentenza definitiva passata in giudicato, e non pensando, o non sapendo proprio per niente, che se uno commette un reato a vent’anni quando è giovane e scapestrato, non può essere definitivamente giudicato quando ne avrà quaranta, quando sarà, verosimilmente, un marito e un padre di famiglia, solo perché magari si tratta di un reato cosiddetto “minore” e le procure si prendono tempi eonici per trattarlo perché c’è sempre qualcosa di più importante di cui occuparsi. Ma cosa ci può essere di più importante della definizione dello status di un cittadino che si ritrova macchiato a lunghissima scadenza il certificato dei carichi pendenti? La prescrizione, va da sé, non è solo un diritto. E’ la dichiarazione di impotenza dello Stato, che non riesce a rispettare le prescrizioni costituzionali sul giusto e rapido processo. E dal primo gennaio tutto questo non c’e più. Nessun “mea culpa”. Solo l’imposizione imperiosa e prepotente di un governo che non è capace di affrontare una vera e radicale riforma della giustizia e del processo penale. Tutti meno liberi. Tutti meno tutelati nel bene supremo della giustizia sbilanciata dalla parte delle procure e dei tribunali. Via, via…