L’infinito calvario di Patrick Zaki

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La libertà di Patrick Zaki ci ha colto tutti di sorpresa, tanto eravamo abituati alla sempiterna nenia monocorde dei rinvii ogni 45 giorni.

E forse abbiamo gioito, me compreso, troppo presto. Lo confesso, ho stappato una butta di prosecco per festeggiare assieme a chi mi vuole bene e ai familiari di Patrick, la ritrovata condizione di uomo libero di una persona che ha sofferto un prezzo stratosferico ed esageratamente sproporzionato per le accuse che gli vengono contestate.

Perché Patrick Zaki è stato liberato, sì, ma non è stato assolto nel merito. E non potrà lasciare l’Egitto nel frattempo. E questo è un grave che pesa come un macigno.

In Egitto la diffusione di notizie false e la diffamazione contro il regime sono puniti con un massimo di 5 anni di carcere. Non c’è nulla di cui stupirsi se ci si rende conto che nella democraticissima Italia il massimo di pena edittale per il reato di diffamazione è di 3 anni di reclusione.

C’è ancora da lottare, dunque, prima che Patrick possa rivedere l’Italia, riabbracciare i suoi compagni dell’Alma Mater, riprendere una vita “normale”, se mai ci arriverà.

Perché lo Stato italiano non ha fatto NULLA per evitare a Zaki inutili sofferenze. Così come non ha fatto NULLA per salvare la vita di Giulio Regeni o assicurare alla giustizia i suoi presunti assassini e i mandati del suo ignobile omicidio.

Certo, per Regeni c’è stato l’impegno di alcuni pubblici ministeri e di avvocati della parte lesa coraggiosi ed encomiabili, che si sono scontrati con la decisione dei giudici che altro non possono fare che applicare le norme. “Cercavi giustizia, ma trovasti la legge”, cantava De Gregori.

Per Zaki nemmeno quello. A parte il suo difensore, il resto è stato preso in carico da Amnesty International e da qualche cronista con il contropelo sullo stomaco. Le autorità non ci sono. Nessuno ha dato la cittadinanza a Patrick Zaki. Per uno “ius universitatis” che diventa “ius soli” nel momento il cui un cittadino straniero si inserisce in una comunità di studenti di cui si sente parte attiva ed inscindibile.

In questo silenzio assordante delle istituzioni c’è sempre qualcuno che lotta a fianco di questo giovane. Sono solo privati cittadini, che sanno benissimo che lo Stato a cui appartengono è totalmente inadempiente. E allora, siccome sono Stato anche loro, agiscono, si muovono, protestano. Affinché il diritto alla libera espressione e alla critica non resti una splendida utopia.

Il diritto all’oblio e la riforma Cartabia: cosa farà Wikipedia?

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La riforma Cartabia sulla Giustizia prevede un emendamento molto interessante, proposto dall’on. Enrico Costa, che riporta sotto i riflettori l’annoso problema del diritto all’oblio.

In caso di sentenza di assoluzione o di non luogo a procedere, infatti, sarà immediatamente possibile per l’indagato/imputato vedere deindicizzate dai motori di ricerca tutte le voci riguardanti il procedimento penale che lo riguarda o che lo ha riguardato. Saranno sufficienti:

– una sentenza di non luogo a procedere
– una sentenza di assoluzione
– un decreto di archiviazione

L’emendamento, che rientra tra le proposte di modifica apportate dalla maggioranza, ha trovato il parere favorevole della Commissione Giustizia della Camera, del Governo e del Relatore Vazio.

E’ una modifica importante, perché stabilisce il prevalere della presunzione di innocenza sul diritto di cronaca e di informazione e il diritto ad essere dimenticati, a fronte di una sentenza o di un provvedimento favorevoli.

Il decreto di archiviazione, oppure la sentenza di non luogo a procedere o di assoluzione saranno trasmesse al Garante per la Protezione dei Dati Personali senza ritardo, e costituiranno titolo per richiedere l’immediata deindicizzazione dei dati giudiziari dai motori di ricerca a carico di un determinato soggetto.

Qualcuno grida all’attentato alla libertà di informazione e al diritto di cronaca, ma qui c’è da fare un distinguo: nessuno impedisce a un giornale o a una testata on line di pubblicare la notizia dell’assoluzione o dell’archiviazione di un procedimento a carico di Tizio. Semplicemente, quella notizia non sarà visibile su Google e le altre risorse analoghe a chi andrà a cercare notizie su quella persona. In breve, non sarà possibile cercare, non dare una notizia.

E c’è da chiedersi, a questo punto, che cosa farà Wikipedia, nella sua versione italiana, per adeguarsi alle nuove norme. Non c’è dubbio che Wikipedia costituisca attualmente il più impietoso tra i casellari giudiziari. Se andate in Tribunale a chiedere il certificato penale (la cosiddetta “fedina”) di un personaggio pubblico, ammesso e non concesso che ve lo diano, non vi troverete le sentenze di assoluzione che lo riguardano. Su Wikipedia sì. Così, il nulla (perché una sentenza di assoluzione costituisce proprio la determinazione del nulla in senso assoluto) assurge a enciclopedismo. Per cui, alla voce di Lelio Luttazzi, ad esempio, troverete ampi riferimenti alla sua vicenda giudiziaria da cui è uscito giudizialmente indenne, anche se distrutto sotto il profilo psicologico. Per non parlare del caso di Enzo Tortora, che dovrebbe essere monito e faro guida per chiunque abbia a cuore la libera informazione e il rispetto della dignità dell’essere umano.

Ci vorrebbe poco: Wikipedia è una risorsa estremamente versatile sotto il profilo delle possibili modifiche, non dovrebbe essere difficile per nessuno (tanto meno per gli amministratorissimi) cancellare quelle informazioni dalla visibilità on line e continuare a usufruire dell’indicizzazione sui motori di ricerca che a loro è sempre stata riservata da babbo Google, da Bing, da Yahoo e da chi più ne ha più ne metta.

Non lo faranno, naturalmente. Primo perché sono troppo attaccati ai loro contenuti e prima di prendere la mannaja ci pensano due volte. Secondo perché verranno a dirvi che loro non sono minimamente responsabili di nessun contenuto e che il responsabile, casomai, è l’utente che quelle informazioni le ha immesse. Terzo perché i loro server sono negli Stati Uniti e loro non sono tenuti a rispettare la legge italiana, anche se i loro contenuti vengono visualizzati per lo più nel nostro Paese.

Le prime due cose sono vere e comprensibili. La terza no. Perché i contenuti partono dall’Italia (gli indirizzi IP sono accuratamente e doverasamente registrati) e, quindi, un eventuale illecito si consumerebbe proprio nel nostro territorio e sarebbe sotto la nostra giurisdizione. La domanda, a questo punto, sorge spontanea: nel caso il Tizio di cui sopra volesse chiedere a Wikipedia di cancellare dalle sue pagine la notizia di una sentenza di proscioglimento a suo favore, a chi deve rivolgersi? A Wikimedia Italia no di certo. Alla Wikimedia USA? Può darsi. A un signor IP qualunque? Certamente, ma vagli a mettere il sale sulla coda.

Così, Wikipedia non cambierà mai i propri contenuti (ma le conviene?) e aspetterà i tempi biblici della giustizia per vedersi deindicizzare dai motori di ricerca solo poche decine di pagine, quando e se gli interessati ne faranno domanda.

L’inerzia, in questi casi, è la migliore delle difese.

Roseto e i referendum sulla giustizia: siamo rimasti in tre…

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Questa mattina, levàtomi di buon’ora, mi sono recato presso l’Ufficio Anagrafe del Comune di Roseto degli Abruzzi per compiere il mio diritto/dovere di cittadino e firmare, come hanno fatto Renzi e Salvini (sono in buona compagnia), i sei referendum radicati per una giustizia più equa e più giusta.

La sorpresa è stata quella di constatare che, fino a stamattina, abbiamo firmato in tre. Tre persone. Quando non addirittura due (non è obbligatorio firmare per TUTTI i quesiti referendari). E non è una questione di modulistica, giacché la prima firma (grazie e complimenti) è quella di una persona molto nota nella vita pubblica e culturale di questo piccolo mondo d’un mondo piccolo.

Ed il punto è proprio questo: a parte i cittadini, che fanno giustamente quello che vogliono, Facebook pullula di personaggi rosetani che si impegnano in politica, che si candidano ora per questa, ora per quella carica, che hanno ruoli di importanza e perfino di prestigio nella gestione della cosa pubblica, e che quotidianamente riempono il loro profilo Facebook di iniziative personali o societarie/associazionistiche, di volontariato (a Roseto c’è un’associazione per ogni esigenza, perfino quella di coloro che inciampano alle cinque e mezza del pomeriggio facendo lo struscio in via Latini!) Ce ne fosse UNO, dico UNO solo di questi nomi illustri che abbia firmato. L’intellighènzia locale dorme, sonnecchia, in una narcolessi imbarazzante. Certo, avranno cose ben più importanti e urgenti da fare (ad esempio?) ma 10 minuti (dico 10 minuti) per mettere una firma per favorire lo svolgimento di una consultazione referendaria di altissimo valore etico e morale che ci coinvolge tutti li si trova, suvvia. O ci sta bene la Legge Severino? O ci sta bene che le carriere dei magistrati restino non separate? La delusione è tanta, il tempo per raggiungere il tetto delle 500.000 firme in tutta Italia è poco, il morbo infuria e il pan ci manca.

Come al solito, se il gioco è essere a favore o contro queste persone, io scelgo di non essere COME queste persone. E voi andate a firmare al più presto, maramaldi!!

L’oscuramento italiano del Project Gutenberg: è passato un anno

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Un anno fa la magistratura romana bloccava su tutto il territorio nazionale, l’accesso al Project Gutenberg, la più grande al mondo tra le biblioteche digitali.

Il provvedimento fu preso per una supposta violazione del diritto d’autore nel nostro Paese, ed è stato aperto un fascicolo, non so bene a carico di chi.

Da un anno, dunque, gli utenti italiani non possono più scaricarsi la Divina Commedia di Dante in versione e-pub. Nemmeno consultarla on line sotto forma di pagina HTML. Niente di niente. A meno di non aggirare l’ostacolo cambiando il VPN, ma mi sa che è tanticchia dubbia la legalità di questa condotta.

Come è andata a finire? La verità è che NON è andata a finire, tutto è ancora fermo come un bicchiere di Pecorino abruzzese, non si sa quali ipotesi di reato vengano contestate e a chi, e il blocco è tutt’ora operativo. Questo è quanto.

Vi ribadisco che:

– il Project Gutenberg è un sito statunitense che, come tale, obbedisce SOLO alle leggi del suo Paese. Quelle sul Copyright sono molto diverse da quelle italiane e comunitarie, per cui, i contenuti ritenuti oggetto di reato (tra cui la versione digitalizzata di “Una donna” di Sibilla Aleramo) possono essere illegali in Italia e legalissimi negli USA;
– conseguentemente non c’è nessun obbligo per il Project Gutenberg di rimuovere quei contenuti o di difendersi sul territorio italiano. Se dovessero mai ricevere una comunicazione giudiziaria in merito la butteranno nel cestino. Tutt’al più potrà arrivare loro la parcella dell’avvocato d’ufficio, ma, che io sappia, ce n’è uno che lavora “pro bono”.

Tutto lì, fine della storia. Ma, detto fra noi, se il vostro gestore è Wind una passeggiatina tra gli scaffali potete ancora farvela.

Report e la sentenza del Tar del Lazio: perché (questa volta) sono dalla parte dei giudici

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Il conquibus è noto. Il TAR del Lazio ha obbligato la trasmissione televisiva Report, su istanza dell’avvocato Andrea Mascetti (un professionista iscritto alla Lega e vicino al presidente della Lombardia Attilio Fontana), a fornire «documentazione connessa all’attività preparatoria di acquisizione e di raccolta di informazioni riguardanti le prestazioni di carattere professionale svolte dal ricorrente in favore di soggetti pubblici».

Si è alzato un polverone enorme, la gente non fa altro che gridare alla libertà di stampa violata, all’attacco ai giornalisti, al loro diritto a mantenere segrete le fonti su cui si basano i loro servizi informativi (e va da sé che Report l’informazione la fa e la fa anche bene).

Sigfrido Ranucci, conduttore del programma, ha dichiato, tra l’altro: «Report non svelerà le proprie fonti, non darà gli atti a Mascetti, non lo faremo neppure da morti. Devono venire a prenderli con l’esercito».

Sacrosanto. Se non fosse altro per il semplice fatto che la Rai NON E’ una semplice testata giornalistica, frutto dell’iniziativa di privati, che se vuoi la compri, se non vuoi la lasci lì e quella fallisce. La Rai, porco cane, è SERVIZIO PUBBLICO, e come tutto quello che è pubblico (in primis la Pubblica Amministrazione, per esempio) ha il DOVERE di trasparenza nei confronti di chiunque. Se io posseggo un televisore o anche semplicemente il monitor di un computer, o qualsiasi altro dispositivo atto a ricevere le trasmissioni del servizio pubblico (in teoria potrebbe essere anche solo lo schermo dello smartphone), semplicemente DEVO pagare il canone Rai, ANCHE SE LA RAI NON LA GUARDO e scelgo di vedere altri canali (i berlusconiani d’assalto non perdono mai). Allora, se io DEVO pagare il canone (che mi arriva con la bolletta della luce), allora PRETENDO, non da un privato qualsiasi, ma dal servizio PUBBLICO radiotelevisivo, che sia anche trasparente nei confronti di tutti, soprattutto quando una sentenza a lei sfavorevole è stata emessa da un Tribunale della Repubblica.

La trasmissione ha già preannunciato appello avverso alla sentenza presso il Consiglio di Stato e, se necessario, presso la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo. E’ un loro preciso e perfetto diritto. Ma beati loro che se lo possono permettere! Se succedesse a un giornalista qualsiasi di una testata on line (per esempio) o a un semplice blogger (sempre per esempio), poi arrivare alla Corte di Strasburgo è dura! Voglio dire, ci sono parecchi soldini da sborsare, e qualcuno potrebbe non averli. C’è chi ha alle spalle la Rai, che ha una riserva inesauribile di denaro per coprire i suoi collaboratori dalle cause per diffamazione temerarie e milionarie, e c’è chi ha le tasche vuote. Non è esattamente la stessa cosa.

Non c’è bisogno dell’esercito, c’è bisogno di cristallina chiarezza. Il codice deontologico dei giornalisti non potrà mai superare la sentenza di un Tribunale e la decisione dei giudici. Forse.

Due marò

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Pare si sia conclusa la vicenda giudiziaria sul versante indiano relativa al caso dei due marò che, 9 anni fa, spararono su un’imbarcazione di pescatori, in India, uccidendo due persone, scambiate per pirati che tentavano di assaltare la nave Enrica Lexie, dove Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due militari della Marina italiana, erano in servizio.

Dico “pare”, perché sebbene sia stata conclusa con una transazione milionaria da parte dello Stato italiano l’eterna diàtriba con Nuova Dehli, resta pur sempre da svolgersi in processo in Italia a carico dei due. Era stata proprio la Corte Suprema indiana che aveva previsto che spettasse all’Italia processare i due militari, reclamando da parte sua solo l’indennizzo ai familiari delle due povere vittime, fissato nell’equivalente in rupie di 1,1 milioni di euro. Che non sono barzellette.

Quindi quando la stampa italiana e l’opinione pubblica tira un sospiro di sollievo sulla vicenda, non lasciatevi ingannare: sono morte due persone per un tragico misunderstanding (ma anche quelli si pagano!) e La Torre e Girone saranno regolarmente, anche se con comodo rispetto ai fatti, che risalgono al 15 febbraio 2012, processati. E ci mancherebbe anche altro.

Il pagamento della somma, ritenuta “congrua” dalle autorità indiane, chiude certamente un capitolo, ma ne lascia aperto tragicamente un altro, quello dell’accertamento della verità giudiziaria che prlude a molti anni di carcerazione qualora la sentenza dovesse andare in giudicato. Perché non accada mai più che due persone, due poveri pescatori, che portavano da mangiare e sostentamento alle loro famiglie, debbano crollare sotto il fuoco di una nazione straniera, solo perché scambiati per pirati assalitori.

E’ una vita difficile. Felicità a momenti e futuro incerto.

Le dichiarazioni di Donatella Banci Buonamici sono il sale della democrazia

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Abbiamo sempre più bisogno di donne e di magistrati come Donatella Banci Buonamici, il Giudice per le Indagini Preliminari di Verbania che ha scarcerato i tre indagati per la strage della funivia del Mottarone.

Questa donna, difendendo con coraggio il suo operato di donna e servitrice dello Stato, ha dichiarato, con parole che andrebbero scolpite nella pietra, che

“dovreste ringraziare che il sistema è così, dovete essere felici di vivere in uno Stato in cui il sistema fa giustizia o è una garanzia e invece sembra che non siate felici, l’Italia è un paese democratico”

So benissimo che molti non sono d’accordo con la sua decisione. Ma la decisione spettava a lei, non ai suoi detrattori. Sono i giudici che decidono, non i “leoni da tastiera” che in queste ore la stanno diffamando e offendendo sui social, che si credono padroni di chissà quale influenza sulla testa dell’opinione pubblica, e invece sono padroni di un reverendissimo NIENTE.

La Dott.ssa Buonamici ha applicato la legge. Il concetto di “Giustizia” con la maiuscola afferisce ad altre categorie del pensiero. Non doveva decidere sulla colpevolezza o sull’innocenza degli indagati. Su quella saranno altri giudici a decidere, quelli di merito, quelli del processo. Che, va detto a scanso di qualunque equivoco, CI SARA’. Cioè, non è che questi indagati non rischiano di andare in galera e con una pena severissima, semplicemente si trattava di stabilire se dovessero attendere il procedimento a loro carico da liberi o in carcere. Tutto lì.

Il sistema è garantista, non colpevolista. Sarebbe tristissimo se il cittadino dovesse sottostare alle sommarie decisioni di un Pubblico Ministero. Se non ci fosse una figura terza ed imparziale a decidere sul suo destino.

Dice, “ma allora Giovanni Brusca”? Eh, Giovanni Brusca è un essere spregevole che ha sciolto un bambino nell’acido, oltre a far saltare in aria l’auto di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e della sua scorta. Ma si dà il caso che abbia scontato la sua pena, e che il valore riabilitativo della pena detentiva valga anche per le bestie più mostruose che la società umana abbia mai generato. Se no cosa lo teniamo aperto a fare tutto questo lento e farragginoso sistema giudiziario?

E poi dicono: “guarda che è stato condannato a 3 anni e mezzo anche Nichi Vendola!” E va be’ è il primo grado, ha già annunciato il ricorso in Corte d’Assise d’Appello, peraltro pronunciando parole non proprio lusinghiere nei confronti dei Giudici Popolari, se la pena diventerà definitiva con quella entità non andrà in carcere e potrà accedere all’affidamento in prova all’affidamento sociale. Ripeto, sempre ammesso che anche il PM non interponga appello e non si vada a una “reformatio in peius” della sentenza.

Perché è così che funziona. E doverlo ribadire il giorno della Festa della Repubblica crea una lieve sensazione di disgusto.

La beatificazione di Rosario Livatino

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Alla radio, su Radio Uno Rai, stanno dando la cerimonia religiosa di rito cattolico in diretta da Agrigento, per la beatificazione del magistrato Rosario Angelo Livatino.

Nulla di male, si tratta di servizio pubblico e non ci sono dubbi che a qualcuno interessi.

Lascino però Lorsignori a noi mortali riconoscere il valore laico ed altamente etico della vita e dell’operato di Rosario Livatino, che fu il primo a scrivere «Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma credibili.» Nessuno, dunque, secondo il “giudice ragazzino”, viene “redento” secondo quanto ha creduto in vita, ma per la virtù, più terrena, della credibilità.

E Rosario Livatino credibile lo fu fino in fondo. Eppure fu lasciato solo. Il giorno in cui fu ucciso, mentre si recava al lavoro a bordo della sua vecchia Ford Fiesta, Livatino non aveva nemmeno uno straccio di scorta. Troppe inerzie, troppe responsabilità. Le stesse che indussero il dott. Francesco Di Maggio a dichiarare: “Dietro la bara di Livatino non può nascondersi tutta la magistratura”.

Livatino è beato. E questo è un atto che riguarda solo ed esclusivamente la Chiesa Cattolica. “Lasciate a noi piangere un po’ più forte chi non risorgerà più dalla morte”.

Cronaca di un tentato suicidio

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C’era una volta una alta funzionaria del Ministero dell’Istruzione. Da un decreto di perquisizione domiciliare ha appreso di essere soggetta ad indagine con l’ipotesi di reato di corruzione. Le hanno contestato circa 600.000 euro per svariati appalti. Solo che. prima di consultare il suo legale, non ce l’ha fatta più e si è gettata dalla finestra. Fine della storia.

Naturalmente la storia di cui sopra è andata a finire su tutti i giornali, con tanto di nome e cognome della poveretta, che non ha trovato altra soluzione che tentare di togliersi la vita. Per la vergogna? Perché era colpevole? Perché era innocente? Perché è stata data in pasto ai denti aguzzi da lupo dell’opinione pubblica? Non lo sapremo mai, forse.

Eh, ma, dicono, c’è il diritto e perfino il dovere di dare la notizia di una indagine in corso, e un avviso di garanzia, ancorché emesso contestualmente a un decreto di perquisizione, è una notizia. Cioè, diventa notizia una mera ipotesi di reato (fino a quel momento) che dice poco o nulla di per sé (spesso nemmeno l’avvocato difensore dell’indagato ci capisce qualcosa e l’indagato, terrorizzato com’è dall’ombra del dubbio ci capisce ancora di meno) e contestualmente si rovescia quello che dovrebbe essere un cardine del nostro ordinamento costituzionale: l’indagato passa dallo status di presunto innocente a quello di presunto colpevole. Si rovescia la frittata e il gioco è fatto. E la notizia stessa viene a ricalcare pedissequamente quella che fino a quel momento è una mera ipotesi (quella accusatoria, per l’appunto) e non tiene presenti le posizioni della controparte, la difesa, appunto, per il solo fatto che, tecnicamente e praticamente, quando viene emesso un avviso di garanzia la difesa non c’è. E allora se un’accusa di corruzione, assieme ad altri elementi, come i 600.000 euro, le carte di credito a disposizione per gli acquisti personali, con la logica elementare (anzi, elementarissima) del 2+2, diventa materiale sufficiente per sbattere il mostro in prima pagina. In più c’è la perquisizione, che viene vissuta dall’indagato come una vera e propria invasione e sconvolgimento della propria sfera privata. Vengono a casa tua, frugano tra le tue cose, ti buttano tutto all’aria, creano disordine (soprattutto mentale) là dove prima c’era un ordine TUO. Tutto questo è cibo succulento per gli affamati giornalisti e per gli ancor più famelici lettori.

Mentre, al contrario, se dovessero dire che Tizio è indagato per il tal reato per la Procura, ma che proclama la sua innocenza attraverso i suoi legali di fiducia, si arriverebbe alla non-notizia: tutti si proclamano estranei ai fatti contestati, non c’è originalità nell’informazione, non c’è sugo, non c’è “ius” come dicevano i latini (stavolta sì, nella doppia accezione di “sugo” e “diritto”), mentre invece vuoi mettere un bel quarto di bue di carne presunta innocente appena scannata e ancora sanguinolente? Fa venire l’acquolina in bocca solo a guardarlo!

Una verità giudiziaria ci sarà di certo. Per lei, per la funzionaria, non c’è stato nemmeno il tempo e il modo di aprire bocca.

Ringrazio gli avvocati Pina Marcelli e Gian Domenico Caiazza per gli ottimi spunti di riflessione forniti sul caso.

Salvini definì la magistratura “un cancro da estirpare”. Assolto per particolare tenuità del fatto.

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Il 14 febbraio 2016, al termine di un congresso regionale della Lega, Matteo Salvini (allora segretario nazionale) ebbe a pronunciare queste parole:

“Difenderò qualunque leghista indagato da quella schifezza che si chiama magistratura italiana, che è un cancro da estirpare”.

Salvini ha definito altresì i magistrati “stronzi” e “lazzaroni che rompono le palle alla Lega”. La magistratura, in quell’occasione, fu definita da Salvini “una schifezza”.

Il Processo di primo grado si è concluso questa mattina, con l’assoluzione di Salvini. Il giudice Roberto Ruscello ha assolto il leader della Lega “per la particolare tenuità del fatto”.

Tenuità del fatto? Ma se uno può permettersi di chiamare “stronzi” i magistrati, definirli come “lazzaroni”, usare l’appellativo “cancro da estirpare” per l’ordine, e questo è un fatto di particolare tenuità, allora cosa bisogna dire per essere condannati? Non oso pensarlo. C’è gente che è stata citata direttamente a giudizio per diffamazione per molto meno, e altra gente ancora che ha querelato dei soggetti in paragone per bazzecole, quisquiglie, pinzillàcchere.

Il Pubblico Ministero aveva chiesto per Salvini una supermulta da 3000 euro. La difesa ha eccepito che

“Le parole pronunciate da Salvini sono prive di carica offensiva: usa quei termini perchè è quel genere di linguaggio che i leghisti si aspettano, non voleva offendere i magistrati e la magistratura. Il linguaggio della Lega e dei partiti sorti dalla cosiddetta società civile hanno cambiato il paradigma del linguaggio: quello del leader politico oggi è chiaro e diretto, utilizza frasi brevi e parole comuni, anche quelle di tono basso. Salvini non ha fatto altro che riprendere stilemi del linguaggio tipico della Lega, quello in cui i militanti si riconoscono, un lessico colorato ed espressivo, non offensivo”.

E il giudice ha dato ragione alla difesa. E così va il mondo.

La nota della Procura della Repubblica di Catania sulla morte di Davide Villa

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“Non constano elementi che consentano di ipotizzare che gli eventi sui quali sta indagando siano sintomatici di un pericolo nell’utilizzo del vaccino di’ AstraZeneca, e neanche di alcuni suoi lotti, da parte della generalità dei soggetti nei cui confronti tale utilizzo è consentito”.

“La fermezza di tale convinzione è dimostrata dal fatto che lo scrivente e la stragrande maggioranza dei magistrati e del personale di questo ufficio si sono recati a ricevere la somministrazione del vaccino”.

“Va altresì premesso che, per quanto concerne il decesso dell’agente di polizia Davide Villa, l’accertamento della causa mortis costituisce oggetto di un procedimento di competenza della Procura di Messina, con la quale sin dall’inizio si è stabilito un collegamento investigativo per evitare sovrapposizioni e duplicazioni di attività e per mettere, invece, a fattor comune, mediante lo scambio delle informazioni, le conoscenze progressivamente emergenti dalle indagini e così avere un più ampio quadro di riferimento”. “Fatte queste doverose premesse si rappresenta che i primi accertamenti medici effettuati, seppur parziali rispetto ai quesiti proposti, consentono tuttavia di affermare che, in base alle caratteristiche genetiche riscontrate in relazione ai quesiti proposti, non sussistono fattori genetici predisponenti ad eventi trombotici a carico del Villa, mentre invece dalla storia clinica pregressa dello stesso risulta che questi rientrava nelle categorie per le quali è raccomandata la somministrazione di un diverso vaccino”.

“Ciò tuttavia non comporta di per sé l’esistenza di un nesso di causalità tra la somministrazione del vaccino di Astrazeneca e il decesso del Villa, valutazione per la quale sono necessari numerosi altri accertamenti di competenza, come si è detto, di altra Procura”. “Appare ancora importante sottolineare il ruolo fondamentale di una corretta comunicazione e informazione preventiva e propedeutica a qualsiasi forma di vaccinazione utile a far maturare nei vaccinanti la consapevolezza dell’importanza di una scrupolosa ricostruzione della propria storia clinica”. “Altri accertamenti sono in corso da parte di questo Ufficio sulle componenti del lotto del vaccino somministrato al Villa e ad altro paziente attualmente in cura per eventi trombotici al fine di verificare le modalità di conservazione e trasporto del lotto da cui sono stati prelevati i Vaccini in questione e se per determinati soggetti con caratteristiche genetiche o con storie cliniche particolari tali componenti possano rappresentare un rischio”.

(da una nota del Dott. Carmelo Zuccaro, Procuratore della Repubblica di Catania)

E’ inutile ricordare in questa sede l’importanza precipua dell’anamnesi in sede pre-vaccinale. Solo una corretta valutazione di tutti i fattori di rischio può condurre i medici a individuare il vaccino adatto ad ogni singolo caso.

Sullo “scudo penale” per i medici vaccinatori

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Apprendo, attraverso la sezione “Economia” del Corriere della Sera on line, che per tramite della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri, dei sindacati Anaoo-Assomed e Fimmg, nonché per iniziativa individuale, molti medici avrebbero richiesto una sorta di “scudo penale” per preservare i colleghi addetti alla somministrazione dei vaccini dall’insorgere di inchieste penali a loro carico, considerati gli ultimi eventi verificatisi successivamente all’inoculazione di vaccini come Astrazeneca.

La richiesta è umanamente comprensibile (“Come si può indagare chi ha fatto solo una iniezione?”) ma giuridicamente irricevibile.

In primo luogo per il principio costituzionale secondo cui tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge (e non perché “La legge è uguale per tutti”, come si legge nei tribunali), in secundis perché la registrazione sul registro degli indagati di tutti i soggetti coinvolti nella “filiera” della somministrazione vaccinale è un ATTO DOVUTO. Ed è “dovuto” in primo luogo perché permette all’indagato (che, in quella fase, non è ancora imputato) di assistere a accertamenti irripetibili (come, ad esempio, un esame autoptico), ma, soprattutto, di difendersi in tutte le fasi e i gradi del procedimento.

La difesa è fondamentale per dimostrare e rivendicare la propria estraneità ai fatti contestati, e costituisce parte essenziale del contraddittorio tra le parti. Senza difesa, semplicemente, non c’è procedimento. E la difesa comincia proprio dalla comunicazione di un’informazione di garanzia o di chiusura delle indagini preliminari. Non c’è altra via.

Ma come, i vaccini non sono “sicuri”? E allora i medici non hanno nulla da temere. Io posso capire la preoccupazione legittima e comprensibile che si ha nei confronti di un coinvolgimento in un procedimento penale, ma non si vede per quale motivo se una persona muore sotto i ferri, i medici ospedalieri debbano essere indagati, assieme a tutti quelli che potrebbero avere responsabilità (indirette, chiaramente), come l’anestesita e chi ha prestato i primi soccorsi, mentre quelli addetti alle vaccinazioni dovrebbero godere di una sorta di “scudo penale” che non ha alcuna ragione di essere.

Dice “ma i soldi dell’avvocato che li tira fuori dai guai non glieli rimborsa nessuno!” E vorrei anche vedere. Ma questo vale per tutti i cittadini, sia che escano assolti sia che escano condannati dal procedimento, vale durante le indagini preliminari come per il ricorso finale in Cassazione. E perché un Povero Cristo che viene indagato per un reato minore deve pagare l’avvocato e un medico indagato per omicidio colposo (pena massima prevista: 7 anni di reclusione) no?

Ma senza arrivare all’omicidio colposo, potrebbe sussistere un reato intermedio come quello di lesioni (anche gravi), qualora l’anamnesi non sia stata correttamente svolta. Per esempio, se un vaccinando dichiara in sede di autocertificazione di avere determinate allergie, e i medici ritengono di vaccinarlo lo stesso e lui si sente male (senza morire, per carità), chi paga, lo scudo penale?

La questione è estremamente complessa, senza contare che con una sostanziale impunità le indagini sarebbero sostanzialmente monche e verrebbe a mancare una parte di quella verità giudiziaria, che è l’unica di cui abbiamo bisogno. Ci vogliono fiducia nella Magistratura e rispetto dei tempi delle indagini. Oltre che evidenze scientifiche. Mi auguro vivamente ce ci se ne renda conto.

La morte di Davide Villa

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Il secondo appartenente alle forze dell’ordine si chiamava Davide Villa, e faceva parte dell’anticrimine di Catania.
E’ morto, secondo i referti medici, 12 giorni dopo l’inoculazione del vaccino Astrazeneca (e NON, necessariamente PER l’inoculazione del vaccino, questo non spetta a me dirlo). Aveva iniziato ad accusare i primi sintomi il giorno successivo all’inoculazione. Gli è stata diagnosticata una trombosi venosa profonda, sfociata successivamente in una emorragia cerebrale.
La Procura della Repubblica di Catania ha già aperto un fascicolo, per il momento senza indagati, ipotizzando l’omicidio colposo.
Il procuratore Carmello Zuccaro ha delegato le indagini ai carabinieri del NAS di Catania.

Dieci iscritti nel registro degli indagati per la morte di Stefano Paternò

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Per la morte del militare Stefano Paternò risultano indagate una decina di persone.

L’atto dovuto è stato disposto dalla Procuratrice Capo Sabrina Gambino, assieme alla disposizione del sequestro delle confezioni del vaccino AstraZeneca del lotto ritirato dall’AIFA nella giornata di oggi. L’accusa, per tutti e 10 gli indagati, è di omicidio colposo. Risultano iscritti nel registro la catena di distribuzione del vaccino Astrazeneca, via via fino al personale sanitario dell’ospedale militare che ha provveduto all’inoculazione.

“Si tratta di un lotto che è stato commercializzato sia in Italia che in Europa. Stiamo indagando e purtroppo non è facile visti i numerosi soggetti coinvolti. Non dobbiamo creare allarmismo ma le nostre scelte sono dettate dalla tutela della salute pubblica” ha detto all’ agenzia Ansa la procuratrice Gambino.

E mi sembrano parole dettate soprattutto dalla saggezza. L’esame autoptico sulla salma della povera vittima si svolgerà nella giornata di venerdì prossimo.

Due medici iscritti nel registro degli indagati dopo la morte di Annamaria Mantile

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Due medici, contattati da Annamaria Mantile (la professoressa di inglese 62enne deceduta quattro giorni DOPO l’inoculazione del vaccino AstraZeneca) e dalla famiglia sono stati iscritti nel registro degli indagati.

L’iscrizione nel registro degli indagati, lungi dall’essere un atto dimostrante la colpevolezza dei medici è, al contrario, un atto dovuto, soprattutto nell’interesse degli indagati che hanno il diritto di difendersi in sede di accertamenti irripetibili (l’esame autoptico sul corpo della povera vittima).

Il provvedimento, preso dal PM titolare dell’inchiesta, la Dott.ssa Stella Castaldo, mira a verificare soprattutto se sussistano o meno dei profili colposi nella gestione della patologia accusata dalla donna deceduta e che hanno condotto al decesso. La Dott. Castaldo ha altresì nominato un’equipe di specialisti (un medico legale, un anatomopatologo, un infettivologo, uno specialista in anestesia, rianimazione e cardiologia) incaricata di verificare la correttezza delle procedure poste in essere dalla ASL nell’inoculazione, e l’eventuale innesco di reazioni.

Storica sentenza del TAR del Lazio contro il Ministero della Salute e l’AIFA

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Fabrizio Salvucci, Giuseppe Giorgio Stramezzi, Riccardo Szumsky e Luca Poretti hanno proposto ricorso innanzi al TAR contro la nota AIFA del 9 dicembre 2020 a proposito di “principi di gestione dei casi Covid-19 nel setting domiciliare“.

Si legge nella sentenza:

“Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio ha pronunciato la presente ordinanza per l’annullamento, previa sospensione dell’efficacia, della nota AIFA del 9 dicembre 2020 (…) nella parte in cui nei primi giorni di malattia da Sars-covid prevede unicamente una ‘vigilante attesa‘ e somministrazione di fans e paracetamolo, e nella parte in cui pone indicazioni di non utilizzo di tutti i farmaci generalmente utilizzati dai medici di medicina generale per i pazienti affetti da covid”.

In breve, ogni medico potrà prescrivere in scienza e coscienza (cioè nel sapere e nel sentire) i farmaci che ritiene più opportuni, di caso in caso, per ogni singolo paziente, anziché FANS e paracetamolo come previsto dai protocolli ministeriali.

Ecco le dichiarazioni del Dott. Andrea Stramezzi, Medico Chirurgo e volontario del gruppo ‘Medici Covid19’ rilasciate alla trasmissione “Un giorno speciale” dell’emittente radiofonica Radio Radio:

“La sentenza è splendida. Il giudice evidentemente ha ragionato. La sentenza è fantastica perché va oltre il problema del Covid: sancisce che non si può vietare l’utilizzo dei farmaci normalmente utilizzati in terapia ai medici. Un medico ha il diritto-dovere di utilizzare i farmaci che ritiene più adatti a quel paziente in quel momento. Questo è fondamentale.

Poi c’è la parte della vigile attesa: si sancisce che non si deve attendere. I malati si curano, non si lasciano da soli abbandonati a casa in attesa che diventino gravi. È una sentenza storica. Ovviamente è una sospensione temporanea in attesa del giudizio di merito, ma l’udienza è fissata a luglio. È ovvio che non andrà mai in udienza, perché il Prof. Palù sta già preparando delle nuove linee guida e a luglio non ci sarà più la norma. Abbiamo vinto, è per questo che è una sentenza storica”.

Trovate l’intera trasmissione di Radio Radio qui:

Mentre qui trovate il testo dell’ordinanza del TAR che dà torto a l Ministero della Salute e all’AIFA, costituitesi in giudizio, e legalmente rappresentate dall’Avvocatura Generale dello Stato.

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Verità per Annamaria Mantile

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Annamaria Mantile aveva solo 62 anni. Sorella di Sergio Mantile, sociologo di chiara fama e stimatissimo, insegnava inglese a Napoli. Si è sottoposta, come molti insegnanti in questo periodo, alla somministrazione di un vaccino anti-Covid. Dopo due ore ha iniziato ad accusare forti e importanti sintomatologie. Poche ore dopo, ha accusato problemi respiratori, arresto cardiaco e, purtroppo, è sopravvenuto il decesso.

Questi sono i FATTI. E non sono minimamente in discussione (a meno di non essere così stupidi da negare anche il decesso della povera signora).

Quello che è ancora in dubbio, e che potrà essere acclarato solo dal referto DEFINITIVO dell’esame autoptico sulla salma dell’insegnante, è se ci sia una correlazione tra la somministrazione del vaccino e l’evento fatale o, in subordine, le patologie di cui la donna ha sofferto subito prima della morte.

Non spetta a me, che non ne ho le competenze. Ma non spetta nemmeno all’esercito degli acritici pro-vax o a quello degli scellerati no-vax. La magistratura si è mossa tempestivamente e con encomiabile dedizione. L’inchiesta doverosamente aperta è ancora a carico di ignoti (e mi sembra un atteggiamento più che prudenziale e garantista dei diritti di tutti).

Eppure, più di una voce si è ribellata contro i giornali che riportavano la notizia, accusandoli di terrorismo quando va male, o di voler fare dei titoli “acchiappaclic” quando va bene. Può anche darsi che in qualche caso sia così. Ma quello che è certo è che la signora è morta DOPO il vaccino, NON, necessariamente, PER il vaccino. Ipotesi, questa, che resta in piedi esattamente come tutte le altre, almeno allo stato attuale delle cose.

Poi c’è la gente. Che ha dei dubbi. Che si pone delle domande. Che vive di incertezze. Eh, lo so, ma questo non si può impedire. Non si può prendere per dato incontrovertibile e incriticabile il fatto che non possa, neanche in ipotesi, sussistere una correlazione diretta tra i due eventi.

Qualche esperto si è già espresso. Come la Professoressa Annamaria Colao, ordinaria di endocrinologia alla Federico II e titolare della cattedra Unesco per l’educazione alla Salute: “Dobbiamo aspettare l’autopsia”, riferisce all’edizione napoletana di “Repubblica”. Ma aggiunge: “Non abbiamo dati che la povera insegnante sia morta a causa del vaccino”. E certo che non li abbiamo, così come non abbiamo dati sull’esatto contrario. Quando si fanno delle indagini così delicate è bene non scartare, a priori, nessuna ipotesi. Poi il campo si restringerà e avremo un dettaglio più chiaro di quanto è accaduto. E la risposta principale spetta all’anatomopatologo incaricato (nei cui panni non vorrei ritrovarmi nemmeno per un minuto, data la responsabilità di un fatto così grave). Mettere le mani avanti è un gesto legittimo, ma qui si tratta di un’indagine aperta dalla Procura, non di opinioni personali.

Abbiamo bisogno di verità. Per il rispetto che si deve ad Annamaria Mantile, alla sua famiglia (che non ha ancora una tomba su cui piangere), e alla sua mamma, una donna coraggiosa che ha deciso di vivere per ottenere verità. Una verità che non può che essere giudiziaria e “a posteriori”, una verità che si basi su documenti scientifici e su prove certe, che individui i responsabili, se ve ne sono, che dovranno essere, nel caso, sottoposti ad un regolare ed equo processo, nel corso del quale potranno difendersi nel merito. Delle dichiarazioni preventive, da chiunque vengano, non sappiamo, in tutta onestà, cosa farcene.

L’onnipresenza di David Puente sui casi giudiziari di Rosario Marcianò

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Rosario Marcianò, quintessenza pura del complottismo Made in Italy, è stato condannato per diffamazione alla pena di un anno di reclusione per aver negato la veridicità della strage di Batclan, dove morì la nostra connazionale Valeria Solesin. Oltre alla pena detentiva, Marcianò è stato condannato a risarcire le parti civili costituitesi in giudizio (20.000 euro ciascuna) e al pagamento delle spese legali. Il procedimento si è svolto con il rito abbreviato, che prevede lo sconto di un terzo della pena in caso di affermazione di colpevolezza (anche in un rito abbreviato si può uscire assoli con formula piena, ma non è questo il caso). E questo è.

La notizia è stata pubblicata, tra le altre fonti, anche da OpenOnLine, il quotidiano diretto da Enrico Mentana per il quale lavora il debunker David Puente, che ha fatto dell’opposizione a Rosario Marcianò e ai suoi complottismi, un punto fermo e irremovibile della propria attività giornalistica. E di chi è l’articolo su Open che tratta della recente condanna a carico di Marcianò? Di David Puente, sissignori. Ora, io non ho nulla in contrario a che il signor Puente si tolga qualche soddisfazioncella ogni tanto, e scriva di un argomento e di un personaggio a cui ha dedicato tanto tempo ed energie. Solo che, siccome lo vedo molto coinvolto emotivamente, avrei preferito che a vergare il pezzo fosse un altro componente della redazione, che avrebbe potuto dare una visione più distaccata e neutra della vicenda. Non credo che manchino in Open firme valide o in grado di scrivere qualche riga sull’accaduto. Sarebbe come se, per assurdo, un giornale affidasse a Mario Calabresi un articolo storico sull’uccisione del padre. Non dubito che sia legittimo, dico soltanto che, forse, Calabresi sarebbe tanto coinvolto emotivamente, che l’articolo rischierebbe di perdere la sua storicità per far spazio ad una compartecipazione personale così difficile da evitare. E’ una questione di sensibilità giornalistica, semplicemente.

Se si va a cercare su Google la stringa “david puente rosario marcianò” esce una prima pagina piena zeppa di risultati risalenti alle pagine Facebook, ai post su Twitter e a quelli sul blog personale del giornalista

Ma cominciamo a leggerlo, questo articolo. Esordisce così:

“I complottisti, prima o poi, pagano”, così titolava un articolo di Open del 19 ottobre 2020 sul processo a Rosario Marcianò per le orrende falsità su Valeria Solesin e la sua famiglia.

Allora andiamolo a vedere questo articolo precedente, visto che, oltretutto, è regolarmente linkato. Da chi è firmato? Ma naturalmente da David Puente. E il cerchio si chiude.

Sulla cronaca giudiziaria non bisogna dare opinioni provenienti da una sola fonte, soprattutto quando questa fonte è così ampiamente coinvolta, direttamente o indirettamente, nei fatti narrati. Ripeto, avrei preferito un redazionale.

Quello che è certo è che io sono un garantista, e che il mio garantismo mi impone, a mio mal grado, di considerare Rosario Marcianò colpevole solo in presenza di una sentenza passata in giudicato. Quella di cui David Puente parla oggi non lo è. Dunque andiamo avanti e attendiamo. Nel frattempo chi debunka i debunker?

AGGIORNAMENTO DEL 28/02/2021

E per chi avesse ancora dei dubbi sul profondo coinvolgimento emotivo di David Puente ecco i suoi ultimi tweet sul tema:

Caso solocase.cloud: come è andata a finire (o quasi)

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Vi ricordete che nel luglio scorso presentai formale querela alla Magistratura nei confronti degli ignoti responsabili del sito solocase.cloud, per violazione del diritto d’autore, per aver ripubblicato i post del mio blog su un sito di promozione finanziaria, senza chiedermene il permesso e, quindi, senza averlo ottenuto.

Adesso ci sono degli sviluppi di questa vicenda e ve ne do volentieri conto.

Il sostituto Procuratore della Repubblica di Teramo, Dott. Stefano Giovagnoni, mi ha oggi avvisato, per cortese tramite del mio legale di fiducia, Dott. Laura Avolio, della richiesta di archiviazione che ha intenzione di proporre al Giudice per le Indagini Preliminari, con la seguente motivazione: “Esaminati gli atti e ritenuto che non sono emersi elementi utili per l’identificazione dei responsabili del reato per cui si procede e comunque per l’ulteriore prosecuzione delle indagini preliminari”.

Questi i fatti e i documenti. Adesso vengono le considerazioni personali:

– a seguito della querela sono state svolte con diligenza e rigore delle apposite indagini (il reato di violazione del diritto d’autore è perseguibile d’ufficio);

– sussiste un REATO, da cui consegue che io ho subito un danno;

– a seguito delle indagini della Polizia Postale, è stato identificato l’intestatario del sito in questione, che viene gestito in hosting da Aruba. Non posso farvelo, ovviamente. Ma io so chi è e che si tratta di un cittadino francese. Almeno questo posso dirvelo.

E’ una magra soddisfazione, certo, avrei preferito che si arrivasse ad un regolare processo, ma non si può ottenere tutto dalla vita, figuriamoci dalla giustiza, che è cosa fallibile di questo mondo umano. Pare non si possa perseguire un cittadino residente all’estero, ma i server, quelli attraverso i quali sarebbe stato perpetrato il reato, si trovano nel territorio nazionale.

Insomma, qualche dubbio mi è rimasto, e proprio in virtù di questi dubbi sto meditando se proporre opposizione. Con la prospettiva che la mia opposizione venga facilmente rigettata, ma con la consolazione di non aver lasciato nulla di intentato.

Vi informerò. A tempo debito, ma vi informerò.

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi indagati

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Giunge in queste ore la notizia, data per primo dal quotidiano “La Verità” e, successivamente, confermata dall’agenzia ANSA, che Matteo Renzi e Maria Elena Boschi sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Firenze e che lo scorso 2 novembre è stata emessa nei loro confronti una informazione di garanzia per finanziamento illecito continuato, assieme al deputato PD Luca Lotti e ai già indagati Alberto Bianchi e Marco Carrai.

Il capo di accusa motiva così il provvedimento della Magistratura fiorentina: “perché in concorso tra loro, in esecuzione di un medesimo disegno criminoso (…) ricevevano in violazione della normativa citata i seguenti contributi di denaro che i finanziatori consegnavano alla Fondazione Open”: circa 670.000 euro nel 2012, 700.000 nel 2013, 1,1 milioni nel 2014, 450.000 nel 2015, 2,1 milioni nel 2016, 1 milione nel 2017 e 1,1 milioni nel 2018.”

Le somme, secondo la Procura, erano “dirette a sostenere l’attività politica di Renzi, Boschi e Lotti e della corrente renziana”.

Fin qui i fattti. Che non sono minimamente in discussione.

Il ricordo va a quando Matteo Renzi prennunciava denuncia civile con richieste di risarcimento stratosferiche a chiunque lo avesse offeso attraverso i social network o i blog, e alla causa intentata nel dicembre 2017 da Maria Elena Boschi contro quel gentiluomo che è Ferruccio De Bortoli, colpevole, a suo dire, di aver pubblicato notizie false e diffamatòrie sul suo conto in uno dei suoi libri. Non si è mai saputo come sono andati a finire questi ricorsi (ammesso e non concesso che siano andati a finire). Voglio, comunque, essere garantista. Si difendano davanti ai PM in prima istanza e davanti ai giudici di merito che decideranno sulla fondatezza o meno delle accuse.

Ma l’arroganza del potere passa, prima o poi, attraverso la rendicontazione della verità. In questo caso la verità è quella giudiziaria. Noi, come al solito, pazientemente, aspettiamo.

L’avviso di garanzia a Conte

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Non ci sono dubbi che il Primo Ministro Giuseppe Conte abbia ricevuto un avviso di garanzia. E non ci sono dubbi che questa circostanza non gli faccia dormire sonni tranquilli, lo capisco.

Quello che, invece, non capisco, è lo strillonismo incondizionato del web, che porta a titolare, come nel caso di Mondo Today, un blog ospitato da Altervista (neanche uno straccio di WordPress e un minimo di server MySQL? Eppure Aruba esiste!)

Inutile che andiate a googlare questo titolo per leggere il contenuto dell’articolo. Il blog è molto scarsamente indicizzato sui motori di ricerca, io l’ho trovato perché l’ha linkato una utente di Facebook. Ma non è questo il punto. Il punto è questa smania acchiappaclick che coinvolge l’informazione italiana. L’ergastolo? Ma l’ergastolo per cosa? Il quotidiano “La Stampa” parla di “duecento denunce di cittadini e associazioni dei consumatori” (non di “migliaia di italiani”). Assieme a Conte sarebbero indagati anche i ministri Alfonso Bonafede, Luigi Di Maio, Roberto Gualtieri, Lorenzo Guerini, Luciana Lamorgese e Roberto Speranza.

Le accuse “vanno dall’omicidio colposo fino all’attentato contro la Costituzione” (Avvenire su questo punto è un po’ più dettagliato e parla di “reati di epidemia e delitti colposi contro la salute, omicidio colposo, abuso d’ufficio, attentato contro la Costituzione, attentato contro i diritti politici del cittadino”). In prima fila le denunce presentate dall’Avvocato Carlo Taormina, cal Codacons, e dalla associazione “Noi denunceremo”.

Un avviso di garanzia è un atto dovuto, come sottolinea lo stesso Conte, così come la trasmissione degli atti al Tribunale dei Ministri.

Quello che certo giornalismo, invece, non rivela, sono le dichiarazioni dei Pubblici Ministeri Eugenio Albamonte e Giorgio Orano che hanno definito le querele «infondate e quindi da archiviare».

Conte si difende su Facebook (su Facebook? Ma non ci sono le aule di giustizia??):

«Ci siamo sempre assunti la responsabilità, in primis “politica”, delle decisioni adottate. Abbiamo sempre agito in scienza e coscienza, senza la pretesa di essere infallibili, ma nella consapevolezza di dover sbagliare il meno possibile per preservare al meglio gli interessi della intera comunità nazionale»

Dov’è il problema, dunque? Il problema è che certe realtà del web tendono ad amplificare eccessivamente le notizie (le duecento e passa denunce che diventano addirittura “migliaia”, il rischio della condanna all’ergastolo addirittura) per guadagnare click, dando un’informazione di parte (la loro, evidentemente) ma, soprattutto, incompleta.

E’ il caso di informare così i cittadini?

Quello che resta è la replica del comitato “Noi denunceremo”: “Le nostre denunce non saranno archiviate, si basano su presupposti diversi”. Hanno tutto il diritto di opporsi alla richiesta di archiviazione dei Pubblici Ministeri, ma davanti al GIP, non nelle dichiarazioni pubbliche. Su questa vicenda si è speculato fin troppo.

Le novità sull’oscuramento del Project Gutenberg

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L’unica novità sull’oscuramento in Italia del Project Gutenberg, biblioteca on line con oltre 65000 titoli in versione e-book, .TXT e HTML, che ne causa l’irraggiungibilità dai principali provider italiani, è che NON ci sono novità.

Tutto è stabile, fermo, immobile, non si è mossa una virgola. Il fascicolo giace sulle scrivanie dell’ufficio del Pubblico Ministero in attesa che venga notificata a qualcuno del Guntenberg (il CEO?) una qualche informazione di garanzia o un avviso di chiusura delle indagini preliminari con accuse ben circostanziate e non gnenericamente motivate come accadde per il provvedimento di restrizione di visibilità nel nostro Paese (della serie: “Hai messo in linea questi, questi e questi altri titoli, sei accusato del reato di cui all’articolo tale e tal altro)”, e NON “il provvedimento cautelare vede la propria giustificazione nel fatto che il Project Gutenberg avrebbe diffuso, continuamente, opere dell’ingegno che sarebbero protette in Italia”.

In breve, bisogna passare dal condizionale all’indicativo, dalle ipotesi ai fatti oggetto di accusa. Conosciamoli questi titoli tanto vituperati che sono legali negli USA e illegali da noi. Ci sono solo Massimo Bontempelli e Sibilla Aleramo di mezzo? O c’è un ragionamento più macchinoso e imperscrutabile?

Di certo sappiamo e riassumiamo che:

* Se si usa una connessione internet fornita da Wind (adesso WindTre), il sito corrispondente al dominio gutenberg.org è regolarmente raggiungibile. Mi dispiace cambiare gestore solo per quello, ma ho trovato occasioni più risparmiose e io sono un po’ Paperon de’ Paperoni, 3 euro al mese stanno meglio in tasca a me che in tasca a loro;

* Se si usa una connessione internet formita da altri operatori si può accedere alla versione beta del sito del Progetto, che risponde (o dovrebbe rispondere) all’indirizzo http://dev.gutenberg.org/ (con Fastweb è tutto fermo);

* I siti restano ancora irraggiungibili dalla maggior parte dei device (computer, tablet, smartphone) in Italia. Ma l’oscuramento si è rivelato un colabrodo. Tanto che è ancora regolarmente raggiungibile http://gutenberg.pglaf.org/ ( questo si sono dimenticati di oscurarlo, eh, lo so, ci si rimane male, ma cosa volete farci??);

* Non esistono persone iscritte nel registro degli indagati per l’ipotizzato reato di cui alla lettera a-bis dell’articolo 171 della legge 633/41 e successive modifiche. Premesso che esistono dei reati, chi (nomi e cognomi) paga?

* Sappiamo che c’è stato un buontempone (perché di questo si tratta) che ha avuto l’ardire di andare a consultare la Guardia di Finanza incaricata di operare materialmente l’oscuramento del sito. E’ stata una mossa che se riportata in una notazione scacchistica sarebbe stata trattata con due punti interrogativi (??) ovvero come mossa su cui ci sarebbe molto da dire. Sempre per continuare con il paragone scacchistico, la visita di questo signore alle Fiamme Gialle sarebbe da paragonarsi al “matto dell’imbecille”. Un effetto Streisand, è stato come farsi harahiri. Il personale della Finanza si è messo a sfrucigliare sul DVD allegato come prova alle accuse ipotizzate e ha trovato almeno quattro o cinque titoli (prova adesso a dire che non ci sono!), e il buontempone se n’è andato con le pive nel sacco (non avevo intenzione di parlare di questo aspetto, lo faccio perché è stato pubblicato da Maurizio Codogno su un articolo del suo blog);

* Non conosciamo l’esito di eventuali mosse della difesa. Ci potrebbe essere stata un’istanza di “disoscuramento”, o, quanto meno, di “oscuramento” delle SOLE opere contestate? Perché la magistratura ha agito con la mannaja e non col bisturi, quando bastava inibire l’accesso a quattro o cinque pagine di download? E’ stato fatto qualcosa in proposito?

* Ho sempre più la FERMA impressione che il Project Gutenberg sia interessato a rispettare le leggi del SUO paese (dove non si è mai fatto pizzicare con le dita bagnate di saliva nel barattolo dello zucchero), ma che non abbia il benché minimo interesse a difendersi in Italia, e che chi in Italia è interessato al suo caso sono giusto quattro o cinque fissati con la cultura digitale, tra cui io e varii wikipediani. Continua, inspiegabilmente, l’assordante silenzio di Liber Liber sul caso. Ma due righine di solidarietà da mettere in evidenza no? Macché!

* Non credo che la magistratura italiana sia molto interessata al fatto che esistano utenti italiani impossibilitati ad accedere alle migliaia e migliaia di opere di pubblico dominio (negli USA) che il Project Gutenberg offre. Intanto si oscura, poi si vedrà.

E così, in quest’inerzia, si consuma il destino della biblioteca digitale più grande del mondo. Ogni giorno che passa senza il Gutenberg in Italia è un giorno in più di barriera architettonica alla cultura. Facciamo qualcosa.

Matteo Salvini a processo! (Un’altra volta…)

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Et voilà, Salvini l’a pris en tasque une autre fois! C’est l’unique question.

Il Senato ha concesso l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro dell’interno per il caso Open Arms. Determinanti sono stati i voti di Italia Viva, ma questo non importa. L’importante è che Salvini affronti e si difenda in un regolare processo dalle accuse rivoltegli.

In fondo il Senato non era tenuto a pronunciarsi sul fatto che fosse colpevole o meno, ma se il suo operato sia stato svolto o no nell’esclusivo interesse dello Stato. E il Senato ha detto di no. Quindi si faccia processare come qualsiasi altro cittadino.

E non è che mi interessi molto il fatto che Salvini possa essere condannato (se gli venisse comminata una pena superiore ai 2 anni scatterebbe per lui la Legge Severino, che prevede la decadenza da senatore e la successiva ineleggibilità, mi interessa solo che la giustizia faccia il suo corso e che vada a dirlo ai giudici, e non a Twitter, che lui ha semplcemente fatto il suo dovere che che il governo che rappresentava era d’accordo con lui.

Perché dire che gli è stato fatto un favore, che tornerebbe a fare quello che ha fatto e (pensate!) che TORNERA’ a farlo, è solo un atteggiamento che gli permetterà di guadagnare un pugno di follower sui social network, non di essere assolto in un’aula di giustizia.

E’ stata una strategia politica? Certamente. Per quello che riguarda il caso della nave Diciotti, la Camera d’appartenenza rigiutò l’autorizzazione a procedre (e non se lo ricorda nessuno), ora che Salvini fa parte dell’opposizione potrebbe sempre dire di essere stato “impallinato”. Ma si è impallinato da solo. Gli resta da rispondere del caso della nave Gregoretti, del caso di diffamazione nel confronti di Carola Rackete, di violazione del Copyright (nientemeno!) per aver ripubblicato su Twitter la foto di un giornalista tedesco, e perfino per uso illecito dei voli di stato (la Corte dei Conti ha archiviato, sì, il procedimento che la riguardava, ma ha trasmesso gli atti ai colleghi della sezione penale).

La vedo difficile.

Poi, per carità, potrebbe venire assolto da tutte le accuse, ma, ripeto, la vedo molto, ma molto dura.

Quello che è certo è che se ogni cittadino è uguale davanti alla legge, questo principio vale ancora di più per chi assume funzioni delicate ed istituzionali, come quella di essere, per esempio, in quanto ministro dell’interno, anche capo delle forze dell’ordine.

Marco Cappato e Mina Welby assolti!

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Sono felice, raggiante, tripudioso e, perché no, anche un tantinello prepotente nell’annunciarvi l’assoluzione di Mina Welby e di Marco Cappato dall’accusa di istigazione al suicidio nei confronti del 53enne Davide Trentini, malato di sclerosi multipla, fatto verificatosi il 13 aprile 2007. Anche l’accusa di “aiuto al suicidio” è caduta perché il fatto non costituisce reato.

Welby e Cappato si erano autodenunciati presentandosi presso la stazione dei carabinieri di Massa, città di residenza di Trentini,

Queste alcune dichiarazioni di Cappato subito dopo la sentenza:

«La sentenza ci ha dato ragione e oggi rende giustizia anche alla mamma di Davide a cui dedico questo momento. Non pensiamo adesso che la legge sull’eutanasia sia inutile perché tanto arrivano le assoluzioni: la legge serve per garantire un diritto a tutti i cittadini e serve ad eliminare una potenziale discriminazione. Non possiamo più accettare che ci sia una discriminazione sulla base della tecnica con cui sei tenuto in vita. L’azione di disobbedienza civile continuerà fino a quando il Parlamento non si sarà assunto la responsabilità che fino ad ora non si è assunto».

E’ appena il caso di sottolineare che espressioni come “stato di diritto”, “diritto alla vita” e “vita del diritto” non siano parole vuote e senza senso, ma viva e autentica espressione dell’autodeterminazione dell’individuo.

Gioia e giubilo, insomma. Ma la pecca più grande non l’ha fatta la giustizia italiana, che ha compiuto solo il proprio dovere. Ricordo che il pm Marco Mandi aveva chiesto una condanna a 3 anni e 4 mesi, pronunciando queste parole.

«Chiedo la condanna con tutte le attenuanti generiche e ai minimi di legge. Il reato di aiuto al suicidio sussiste, ma credo ai loro nobili intenti. È stato compiuto un atto nell’interesse di Davide Trentini, a cui mancano i presupposti che lo rendano lecito. Colpevoli sì, ma meritevoli di alcune attenuanti che in coscienza non mi sento di negare»

L’udienza è tolta.

Pioggia su Fontana

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Sul caso in questione non è che ci abbia capito molto, ma so che il Governatore della Lombardia Fontana è indagato per «frode in pubbliche forniture».

Si parla di conti in Svizzera, di soldi detenuti da delle “trust” alle Bahamas, di un bonifico salvareputazione effettuato dopo la messa in onda di una sua intervista a Report, di “75.000 camici e 7.000 set sanitari venduti per 513.000 euro alla Regione”, come riferisce il Corriere della Sera, solo che la ditta che li ha venduti è del cognato e, per il 10%, della moglie dello stesso Fontana.

Ma per il resto non ci ho capito nulla. Per me è arabo antico.

Ma ora nel registro degli indagati ci è finito anche lui, e la prima reazione l’ha affidata a Facebook:

«Da pochi minuti ho appreso di essere stato iscritto nel registro degli indagati. Duole conoscere questo evento, con le sue ripercussioni umane, da fonti di stampa. Sono certo dell’ operato della Regione Lombardia che rappresento con responsabilità».

Benvenuto tra noi.

Piacenza come Gomorra. Ormai le mele marce non esistono più

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Traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, ricettazione, estorsione, arresto illegale, tortura, lesioni personali, peculato, abuso d’ufficio, falsità ideologica.

Con queste ed altre accuse sono stati indagati ed arrestati sei carabinieri e un’intera caserma è stata posta sotto sequestro a Piacenza. Una vera e propria associazione a delinquere che portava una divisa di stato riusciva a mantenere ben stretta tra le sue grinfie mezza città. Come tutto questo sia potuto accadere nessuno se lo sa ancora spiegare. Fatto sta che non si tratta più di sei mele marce all’interno di un sistema sano, un bubbone da estirpare con cautela, un cancro da operare, una metastasi da chemioterapia. No, queste è una stortura di un intero sistema. Perché di sistema si trattava e perché sistema era. Carabinieri che si fanno vedere con mazzi di banconote in mano (soldi racimolati chissà come, non certo solo con il modesto stipendio dei servitori dello Stato), si parla di pestaggi, di traffico di stupefacenti, come se fossero noccioline. E allora non ci sono più mele marce da buttare via, bisogna gettare tutto il cesto, o, se necessario, tutta la cassetta o tutto il carico.

Piacenza come Gomorra. Omertà diffusa e, soprattutto, strappo indelebile e irricucibile del rapporto di fiducia tra i cittadini e le forze dell’ordine. Io non posso enare in conflitto di fiducia con chi è addetto alla mia protezione e alla mia sicurezza. Io voglio e debbo potermi fidare. Se questo non accade non c’è più rapporto tra cittadino e istituzioni, non esiste più nemmeno il motivo per cui le forze dell’ordine stiano lì a fare che cosa? A farsi contestare una sfilza di reati lunga una riga intera del mio editor di testo? Ed è chiaro, ed è logico, che in Italia la responsabilità penale è personale, e che paga solo chi avrebbe commesso un reato di una gravità di questo tipo. Ma esiste anche la responsabilità morale, quella di chi sa come funziona il sistema e non denuncia, di chi accetta i soprusi e invece di andare a denunciare ossequia ed inchina. QUESTA è la responsabilità che non viene mai meno.

Piacenza come Gomorra, dunque. Il più forte comanda. Ma la forza non è quella bruta, violenta (anche se qui di violenze ce ne sono state e come!), un po’ traccagnotta e dozzinale del film e del romanzo di Saviano. Questa è la violenza di chi si crede impunibile solo perché rappresenta lo stato. La peggiore, la più esecrabile. Quella che fa gridare le anime di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi, quella che rompe il patto di lealtà coi cittadini. Insomma, quella che non ha difesa.

Here’s to you, Nicola and Bart

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Sacco and Vanzetti after they have been arrested, 20th century, United States, Washington. National archives, . (Photo by: Photo12/UIG via Getty Images)

Il 14 luglio 1921, Nicola Sacco e Bartlomeo Vanzetti furono giudicati colpevoli dell’assassinio del loro datore di lavoro e condannati alla sedia elettrica, consegnati alla storia come il più grave errore giudiziario del XX secolo. Restano scolpite nel marmo della memoria le ultime parole di Bartolomeo Vanzetti a propria difesa:

«Io non augurerei a un cane o a un serpente, alla più bassa e disgraziata creatura della Terra — non augurerei a nessuna di queste creature ciò che ho dovuto soffrire per cose di cui non sono colpevole. Ma la mia convinzione è che ho sofferto per cose di cui sono colpevole. Sto soffrendo perché sono un anarchico, e davvero io sono un anarchico; ho sofferto perché ero un Italiano, e davvero io sono un Italiano […] se voi poteste giustiziarmi due volte, e se potessi rinascere altre due volte, vivrei di nuovo per fare quello che ho fatto già.»

Auguro a chiunque di leggere la loro storia attraverso il libro “Lettere dal carcere”, pubblicato a cura di Lorenzo Tibaldo dalla protestante ma coraggiosissima editrice Claudiana. 28 euro ben spesi.

 

 

PD e M5S non votano l’istituzione della Giornata Nazionale “Enzo Tortora”

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AGGIORNAMENTO DEL 13/07/2020:

Legislatura 18ª – 2ª Commissione permanente – Resoconto sommario n. 182 del 08/07/2020

IN SEDE REFERENTE

(1686) OSTELLARI ed altri. – Istituzione della «Giornata nazionale in memoria delle vittime di errori giudiziari»

(1699) FARAONE ed altri. – Istituzione della «Giornata nazionale “Enzo Tortora” in memoria delle vittime degli errori giudiziari»

(Seguito e conclusione dell’esame congiunto)

Prosegue l’esame congiunto sospeso nella seduta del 30 giugno.

Il PRESIDENTE dà conto della presentazione dell’emendamento 1.1 (pubblicato in allegato al resoconto), integralmente sostitutivo dell’unico articolo del disegno di legge n. 1686, già assunto a testo base. Avverte anche che i senatori CALIENDO (FIBP-UDC), MODENA (FIBP-UDC), DE BERTOLDI (FdI) e NASTRI (FdI) hanno espresso l’intenzione di aggiungere la propria firma al predetto disegno di legge.

Il senatore MIRABELLI (PD) difende l’emendamento a sua firma, tuttavia rendendosi disponibile a cercare un accordo con i proponenti del disegno di legge. La proposta di legge è, a suo parere, pericolosa perché aumenta il rischio di strumentalizzazioni; alla collettività potrebbe arrivare il messaggio sbagliato secondo cui, in questo paese, la magistratura si atteggia a persecutore giudiziario.

Il senatore CALIENDO (FIBP-UDC) difende invece il fondamento del disegno di legge ricordando come – quando si è parlato di vittime del terrorismo o della mafia istituendo le relative giornate commemorative – si è sempre fatto ricorso al coinvolgimento dei giovani nelle scuole, conformemente a quanto proposto dall’odierno disegno di legge. Auspica pertanto che il governo dia parere contrario all’emendamento, ricordando che l’obiettivo del disegno di legge è difendere i valori costituzionali dell’imparzialità, della terzietà del giudice, del giusto processo, della presunzione di non colpevolezza: non si tratta – a suo dire – di un disegno di legge punitivo nei confronti dell’ordinamento giudiziario.

Il senatore CRUCIOLI (M5S) difende la propria contrarietà all’istituzione di una giornata nazionale in difesa delle vittime degli errori giudiziari: soprattutto in un periodo di cui la magistratura è già sotto attacco, agli occhi dell’opinione pubblica, l’istituzione di tale giornata commemorativa finirebbe per indebolire ancora di più questo potere dello Stato.

La senatrice D’ANGELO (M5S) interviene condividendo l’opinione espressa dei senatori Crucioli e Mirabelli e paventa il rischio, insito nella costituzione di una giornata contro le vittime degli errori giudiziari, di presentare sotto un’angolatura sbagliata il potere giudiziario, finendo con l’accentuare il contrasto tra cittadini e magistratura.

Il senatore CUCCA (IV-PSI) condivide l’opinione del senatore Caliendo, ricordando come l’obiettivo del disegno di legge sia solo quello di divulgare il contenuto della Costituzione (articoli 27 e 111) nelle scuole: ciò per consentire alle giovani generazioni di ispirarsi – nella loro vita di cittadini – a tali principi, come si è già fatto attraverso la introduzione delle ore formative di educazione civica. Auspica quindi una approvazione del testo condivisa, perché non crede che tale previsione legislativa possa minare i rapporti tra poteri dello Stato: a minare la fiducia dei cittadini, semmai, è una serie di vicende, di cui hanno parlato le cronache, relative a clamorosi errori giudiziari.

Il relatore DAL MAS (FIBP-UDC) ricorda come esista già nel nostro ordinamento una legge che tutela i danni della ingiusta detenzione, così come c’è già una giornata nazionale della legalità; l’obiettivo del disegno di legge è da inquadrare all’interno di questo perimetro ideologico e culturale, attraverso il tentativo di creare una coscienza nei giovani tesa al rispetto della legalità e della Costituzione. La base dei valori da affermare deve essere l’articolo 111 della Costituzione: valori nei quali si dovrebbe rispecchiare l’intero arco costituzionale a prescindere dall’appartenenza ai gruppi politici. Poiché non vede il rischio che si venga a fomentare uno scontro tra società civile e magistratura, attraverso l’approvazione di questo disegno di legge, esprime parere contrario all’emendamento proposto.

Il sottosegretario FERRARESI esprime parere favorevole all’emendamento 1.1.

Il senatore MIRABELLI (PD) interviene auspicando che si possa giungere ad una approvazione condivisa del disegno di legge, ma dissentendo da ricostruzioni che possano mettere sullo stesso piano le vittime degli errori giudiziari con le vittime del terrorismo o con le vittime della persecuzione del popolo ebraico.

Il PRESIDENTE ricorda che è stata chiusa ormai la fase procedurale della discussione sull’emendamento 1.1 ed invita a procedere al voto: si tratta di votare un semplice emendamento e poi di giungere alla conclusione dell’iter procedimentale nella giornata odierna.

La senatrice UNTERBERGER (Aut (SVP-PATT, UV)) preannuncia il proprio voto favorevole all’emendamento, paventando il rischio di una delegittimazione della magistratura; ritiene inoltre che – piuttosto di istituire delle giornate celebrative che sarebbero del tutto inutili – bisognerà intervenire semmai sul processo penale.

Il senatore MALLEGNI (FIBP-UDC) difende l’istituzione della giornata in favore delle vittime degli errori giudiziari ricordando, in prima persona, la propria esperienza di vittima di un’ingiusta detenzione: ritiene che tale disegno di legge non si traduca in una delegittimazione della magistratura ma, semmai, ponga un problema nel dibattito pubblico della società civile.

Il senatore MIRABELLI (PD), in sede di dichiarazione di voto, ricorda di aver dato la disponibilità a ragionare su un testo condiviso: difende l’emendamento 1.1, paventando il rischio che, in mancanza, la legge finisca con l’autorizzare nelle scuole un dibattito di tipo eminentemente politico, facendo passare un messaggio sbagliato come quello di una magistratura persecutoria.

Il senatore CRUCIOLI (M5S) ribadisce la contrarietà all’istituzione di una giornata in favore delle vittime degli errori giudiziari ritenendo che essa si collochi fuori dal tema del rispetto della cultura della legalità. L’oratore paventa anche il rischio che tutto ciò si trasformi nella istituzione di una giornata contro un potere dello Stato. Saremmo in presenza di una precisa responsabilità della politica, che semmai comporta l’obbligo di correggere le storture con strumenti processuali appositamente volti ad evitare il ripetersi degli errori giudiziari; preannuncia pertanto, anche a nome del proprio Gruppo, il voto favorevole all’emendamento 1.1.

Il senatore CUCCA (IV-PSI) chiarisce di non aver mai chiesto un rinvio, ma di addivenire ad una soluzione concordata tra maggioranza ed opposizione per l’approvazione del testo di legge; tuttavia respinge l’accusa – indirizzata da alcuni colleghi della maggioranza – circa una presunta natura faziosa e strumentale del testo, che si propone solo di diffondere principi costituzionali. Ribadisce come non ci sia alcuna volontà di attaccare la magistratura; pertanto preannuncia il proprio voto contrario all’emendamento 1.1.

Il PRESIDENTE concorda con l’opinione espressa dal senatore Cucca.

Il senatore MIRABELLI (PD) annuncia il ritiro del proprio emendamento 1.1.

Il PRESIDENTE annuncia pertanto che il disegno di legge verrà sottoposto all’Assemblea nel testo del proponente, se la Commissione non ha obiezioni in ordine al conferimento del mandato a riferire in Assemblea al relatore da lui designato per la Commissione, cioè il senatore Dal Mas.

Il senatore PILLON (L-SP-PSd’Az) concorda con la piena idoneità del relatore designato dal Presidente a proseguire il suo mandato in Assemblea e, condividendo l’opinione espressa dal senatore Cucca, fa presente come non vi fosse alcun intento strumentale nel disegno di legge.

Il senatore CALIENDO (FIBP-UDC) esprime tranquillità sul fatto che sarà onere della amministrazione scolastica provvedere ad evitare strumentalizzazioni; ricorda l’importanza delle regole della certezza del diritto e della funzione di orientamento della suprema magistratura.

Il senatore CRUCIOLI (M5S) obietta sull’indicazione del relatore, il quale non ha cercato di cogliere l’apertura al dialogo proveniente dalle forze della maggioranza; pertanto, in considerazione di questa circostanza, dichiara la propria contrarietà al mandato al senatore Dal Mas e chiede che la Commissione si esprima con un voto.

Il senatore MIRABELLI (PD) dichiara che non ha mai lamentato che nel disegno di legge in titolo vi siano elementi di faziosità, ma semmai ha ravvisato nel dibattito svolto in Commissione molti accenti che confermano i suoi timori su un possibile uso strumentale dell’iniziativa. Prendendo atto del fatto che il relatore non ha cercato la sintesi con lo schieramento politico avversario, preannuncia pertanto il proprio voto contrario all’indicazione del senatore Dal Mas come relatore in Assemblea.

Il senatore CALIENDO (FIBP-UDC) denuncia, nell’atteggiamento dei Gruppi di maggioranza, una palese violazione della correttezza istituzionale ricordando come la prassi della Commissione è stata quella di votare sempre compatti, se non all’unanimità, il mandato al relatore.

Previa verifica della presenza del numero legale, è approvato a maggioranza il mandato al senatore Dal Mas a riferire in Assemblea sul disegno di legge n. 1686, nel testo del proponente, con assorbimento del disegno di legge n. 1699 e con la possibilità di richiedere l’autorizzazione alla relazione orale.

E’ stato ri-arrestato Emilio Fede

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E sicché Emilio Fede è stato ri-arrestato.

Dico “ri” perché il giornalista era già in detenzione ai domiciliari dove stava scontando una condanna definitiva passata in giudicato per il caso Ruby bis a 4 anni e 7 mesi di reclusione per induzione e favoreggiamento della prostituzione.

Se n’era andato a Napoli, dove le forze dell’ordine gli hanno notificato il provvedimento mentre festeggiava con sua moglie i suoi 89 anni (però!) al ristorante.

Ha scontato ai domiciliari 7 mesi della pena. Gli restano altri 4 anni per i quali potrà usufruire dell’affidamento in prova ai servizi sociali.

Il giornalista aveva sì avvisato i Carabinieri di Segrate del suo spostamento verso Napoli, ma non era ancora arrivata la necessaria autorizzazione del Tribunale di Sorveglianza. Fede può muoversi solo per motivi di salute.

Il GIP di Napoli Fabio Provviser ha convalidato l’arresto per evasione, ma non ha stabilito nei confronti di Fede alcuna misura cautelare perché territorialmente incompetente.

Il GIP, tuttavia, ha scritto nell’ordinanza che l’entità del dolo sarebbe particolarmente lieve:

“Se a ciò si aggiunge che lui, in qualità di uomo intelligente e furbo, ha fin da subito dichiarato spontaneamente che era a Napoli per motivi di cura, allora questa circostanza, unitamente all’età e al fatto che oggi è il suo compleanno, affievoliscono notevolmente il fuoco del dolo dell’evasione”.

Dunque, intelligente sì, ma anche “furbo”.

Il quotidiano “Il Mattino” di Napoli, in un pezzo di Leandro Del Gaudio, titola che Fede è “libero” di tornare a Milano agli arresti domiciliari. Strano concetto di “libertà”!

Al di là delle responsabilità penali di Fede, che non sono minimamente in discussione, perché c’è una sentenza definitiva passata in giudicato, grava su di lui (questo sì) la responsabilità morale di aver diretto per anni uno del TG più smaccatamente di parte cui abbiamo potuto assistere negli anni del ventennio Berlusconi.

Su questo non ci sono né intelligenza né furbizia che tengano.

Il processo penale telematico mi fa paura

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Non so a voi, ma a me questa telematizzazione e informatizzatione del processo, soprattutto del processo penale, fa un po’ paura.

Non parlo da indagato dal Tribunale di Roma (non lo sono ancora ufficialmente, e sono già passati oltre due anni dalla data di pubblicazione dell’articolo “incriminato”, che, comunque, resta sempre a disposizione di chi voglia leggerlo, non essendo stato emesso alcun provvedimento di sequestro in proposito), ma da cittadino.

Nel procedimento penale l’onere della prova è a carico dell’accusa, e la prova provata della colpevolezza o dell’innocenza di un imputato si forma nel contraddittorio tra le parti, un contraddittorio che non può non essere personale, fisico, in presenza, o, come amano dire i giuristi, “de visu”.

Se il pubblico ministero mi interroga io rispondo al giudice contestando le accuse. E’ un batti e ribatti, voglio vedere in faccia chi mi accusa, e rispondere alle domande della parte lesa, dell’accusa e della difesa. Se l’accusa fa una domanda per cui una delle parti propone opposizione, la decisione del giudice deve essere immediata (ritiri la domanda, la riformuli, l’imputato risponda o non risponda), non si può cristallizzare un interrogatorio in un filmato acquisito.

E poi i software utilizzati per questa tipologia di pratiche devono essere trasparenti, rigorosamente a sorgente aperta (open source) e non acquisiti, gestiti o usufruiti da piattaforme proprietarie (ce lo vedete voi un processo fatto in Google Meet?? Farebbe ridere i polli), che, ben che vada, dovrebbero rispondere del loro operato negli Stati Uniti, e non alla legge italiana.

Quella del processo telematico è una serpe che si insinua in seno alla giustizia. Non si tratta di fare lezioni on line, non si tratta di tamponare un’emergenza (come quella scolastica), si tratta dei diritti di cittadini che, fino a prova contraria, sono tutti uguali di fronte alla legge.

E quando mi si toccano i diritti fondamentali io divento particolarmente suscettibile.