Woody Allen – To Rome with Love

…e per carità, è Woody Allen, non dico mica di no, è Woody Allen e gli si può perdonare tutto, anche aver fatto un film non esattamente superlativo o, quanto meno, poco credibile. Per carità, battute al fulmicotone come solo lui sa fare (“Sei ancora in contatto con il Dr. Freud? Allora fatti ridare i miei soldi!”), ma il tutto non sta in piedi e si presenta come la classica cartolina patinata dell’Italia, con una Roma sempre e perennemente bella, al tramonto, permeata di giallino, con una americana ricca che incontra un romano, figlio di un improvvisato cantante di lirica a tempo perso e a tempo pieno agente di pompe funebri, se ne innamora e lo sposa. Poi c’è una ragazza americana fuori di testa (anche lei ricca, mamma mia quanto sono ricchi gli americani che vivono o che vengono a Roma, ma voi ne avete mai visto qualcuno??) che vuol fare l’attrice ma si è lasciata con il suo coso e allora va a trovare una amica (guarda caso americana anche lei) che vive a Roma (e ti pareva?) e finisce con l’andare a letto (o, meglio, in macchina) con il ragazzo di costei che sta per perdere la testa e mollare la legittima ma viene salvato in corner da una telefonata che offre all’amante una parte in un film. Poi c’è una coppia-modello, lei insegnante lui proprio non-si-sa (spesso non si sa cosa facciano esattamente i personaggi di Woody Allen, a parte viaggiare per il mondo ed essere ossessionati da nevrosi!). Lei si perde per Roma e finisce tra le braccia di un attore (Antonio Albanese) ma poi finisce per andare a letto con un altro (un ladro interpretato da Scamarcio), lui invece si godrà una commedia degli equivoci in cui finirà a far l’amore (e te dài!!) con una prostituta interpretata da una brava Penélope Cruz. Il tutto fra colori pastellati e atmosfere idilliache che sembra di avere a che fare con i prodotti alimentari italiani che vendono nei duty-free degli aeroporti e che li trovi solo lì e in nessun altro negozio. Ah, dimenticavo, i ragazzi italiani si chiamano Leonardo o Michelangelo. Ovviamente.
Nel frattempo un certo Leonardo Pisanello, anonimo impiegato e scarso conoscitor di femmine, arriva agli onori della notorietà per quel tanto che basta per montarsi la testa e non sapersi più adattare al affto che nella vita non ti guarda nessuno. Il personaggio è interpretato da un Roberto Benigni ormai ricalcato sui soliti stilemi. Saltella e sorride. Se fa diavoletto saltella e sorride, se fa il mostro saltella e sorride, se fa il papà ebreo saltella e sorride, se va in televisione a parlare della Lega saltella e sorride. Comunque sia mai un americano che faccia la coda sul grande raccordo anulare intasato all’ora di punta, dopo aver aspettato due ore la restituzione dei bagagli all’aeroporto di Fiumicino. E alla fine c’è un romano con la canottiera che si affaccia da un balcone che dà su Piazza di Spagna. Voglio dire, non su un cortile condominiale del Testaccio o su un raccordo della Nomentana.
E’ Woody Allen, eh??

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“Habemus papam”: e ora?

Credo che il fatto che "Habemus Papam" sia il terzo film di Nanni Moretti ad essermi piaciuto (gli altri furono "La messa è finita" e "La stanza del figlio")  dovrebbe preoccuparmi.

Sto invecchiando e non riesco più a raggiungere quel buon sano preconcezionismo di una volta che mi faceva disprezzare Moretti per il solo fatto che fosse Moretti. Era una dote di me stesso che apprezzavo moltissimo.

"Habemus papam" non è un capolavoro, certo, ma convince, nonostante qualche punto debole e alcuni scivoloni evitabili.

Che ne so, mi è sempre piaciuto il fanta-Vaticano. Confesso di avere letto "Lazzaro" di Morris West, di essere rimasto folgorato dalle prime pagine di "La pelle del tamburo" di Arturo Pérez Reverte e di essere andato a vedere (ma in incognita) "Angeli e demoni" (ma questo non lo dirò nemmeno a me stesso).
Guardo le fiction sui papi e le ricostruzioni storiche dei pontificati su RaiStoria.
E soprattutto non ho mai negato di avere delle evidenti contraddizioni interne.
Che ne so perché, mi piacciono le storie di preti. Sarà per legge di contrappasso. O forse, più semplicemente, perché ce ne sono di belle.
Penso di averne viste e lette molte, da quella di un prete affamato e timido interpretato da Alberto Sordi in non so quale film, a Aldo Fabrizi in "Roma città aperta", dal "Diario di un curato di campagna" di Bernanos alla stessa "Vita" di Santa Teresa d’Avila (del resto a studiare letteratura spagnola c’è da perdersi in queste cose), il prete enigmatico di "San Manuel Bueno, martire" di Unamuno, ma anche il geniale ecclesiastico autore del "Lazarillo de Tormes", ridevo leggendo il Guareschi di "Don Camillo" da piccino, insomma, non mi son fatto mancar nulla.

Nemmeno un film con Anthony Quinn del 1968, intitolato "L’uomo venuto dal Cremlino"  in cui interpretava un pontefice dell’Est che, appena eletto papa sente la voglia di mettersi una tonaca normale e andare in giro tra la gente comune, con i servizi segreti del Vaticano che lo riconcorrono un po’ per ogni dove.

Il film di Moretti, dunque. Pellicola scritta su canovacci già visti. Ma efficace.

Michel Piccoli è addirittura strepitoso. Recita in italiano e in presa diretta,  con una naturalezza che gli si confà.

Nanni Moretti (interprete) e Margherita Buy interpretano lo stesso personaggio da sempre, cioè quello del rompicoglioni e della svampita, ma mentre il Moretti-rompicoglioni (psicanalista) riesce a trovare una dimensione umana più accettabile e ludica, la Buy-svampita interpreta la ex moglie di Moretti, psicanalista anch’essa, che non riesce nemmeno a dire ai suoi figli che ha un fidanzato, un altro compagno.

Il film trova il pernio sul tema della solitudine del pontefice, sulla crisi umana che permea certi spiriti che si sentono incapaci di adempiere al loro compito, venuto dagli uomini per convenienze e calcoli politici sottili, e non certo da Dio.
Vivere la dimensione spirituale come pretesto per la dimensione politica può sfiancare chiunque (a parte Comunione e Liberazione, naturalmente…)

La storia è piena di papi che rinunciano, e quello interpretato da Piccoli è a metà tra il Celestino V del "gran rifiuto" e Giovanni Paolo I, quell’Albino Luciani che era andato ben oltre la storia e la teologia, e che in 33 giorni ebbe modo di dire "Dio è madre" mettendo in imbarazzo un bel po’ di gente, sempre intento a ripassare discorsi che non pronunciava e che finiva poi per parlare a braccio.

Ma è anche la psicoanalisi che si inserisce nei dogmi della chiesa, il teatro che funziona da collettore di queste vicende umane, e anche un cenno su come siamo diventati impietosi (la scena in cui un barista dice al papa che il bagno è guasto e che il telefono è utilizzabile solo per questioni di servizio, con una ragazza che gli presta il cellulare).

Bravo Nanni Moretti. Adesso può tranquillamente continuare a starmi placidamente antipatico.
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“La nostra vita” vince Cannes, ma si puo’ anche non guardare

"La nostra vita" è un film che rappresenta un collage di interpretazioni che vanno dall’apprezzabile al pregevole, fino ad arrivare al premio ex aequo come miglior attore a Elio Germano al Festival di Cannes.

Bravi tutti davvero, sì, bravi, ma il film, come contenuti e come intreccio non convince.

La presunta rappresentazione del solito e stereotipato "spaccato della società italiana" (espressione con cui tutti si sciacquano la bocca) è, in realtà, un guazzabuglio di bozzetti, personaggi e comportamenti discutibili, dal pusher in carrozzella interpretato da Luca Zingaretti che spaccia in casa e dovrebbe instaurare relazioni di affettività con i suoi clienti (sì, ma quando mai) alla reazione della moglie del protagonista, quando il marito scopre il cadavere di un irregolare romeno nella tromba dell’ascensore, che non si oppone al silenzio pur di non far fermare il cantiere.

Film incerottato, con la colonna sonora sguaiata di Vasco Rossi cantata a squarciagola come se fosse specchio di una disperazione che deriva solo dall’essere burini.
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Cinquantamila (50000) lacrime per “Mine Vaganti” di Ferzan Ozpetek

E finalmente Ozpetek ha fatto un film degno di questo nome.

"Mine vaganti" non ha nulla della pesantezza, dell’angoscia e della scarsa capacità di concludere che avevano lo stesso "Le fate ignoranti" e "Saturno contro", non ha quella morbosità ossessiva come "La finestra di fronte" ma, soprattutto, quando esci dal cinema, non ti viene voglia di spararti (o di sparare sul proiettore, dipende), come in "Cuore Sacro".

Film veramente bello, dicevo, senza praticamente sbavature, con un cast molto compatto in cui tutti sono bravi allo stesso modo, senza cercare di surclassarsi l’uno con l’altro. E’ bravo perfino Scamarcio, il che è tutto dire.

Delicata la presenza di Nicole Grimaudo e quella di una cammeistica Elena Sofia Ricci che fa la zia-tegame.

La colonna sonora comprende un inedito di Patty Pravo (che firma il brano, scritto con Ilaria Cortese, Marco Giacomelli e Fabio Petrillo), cantato con la bocca sempre più stretta, ma decisamente notevole, mentre della Strambelli nazionale, rieccheggia un "Pensiero stupendo" in una versione dal vivo senza infamia e senza lode.

Il tormentone "50mila" di Nina Zilli, quanto meno non rompe i coglioni, canzonetta gradevole ma tutto sommato sciapitina.

Andate a vedere il film, la cui protagonista neanche tanto nascosta è una Lecce da brivido, che sarebbe proprio bello fosse davvero così, senza traffico e con il sole che la tinge di giallo.
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Amici miei: giu’ le mani dalla supercazzora!!

…e va da sé che il maldestro tentativo di realizzare un remake di “Amici miei” da ambientare nel 400, con protagonista Christian De Sica e qualche altro coglionazzo da film-panettone, mi vede sdegnosamente contrario.
Mi unisco pertanto al coro delle voci di chi difende l’originalità e la genialità del progetto che prese avvio dall’idea di Pietro Germi, e mi dichiaro credente osservante del conte Mascetti, dell’architetto Melandri, del barrista (con due “r” alla maniera toscana) Necchi, del chirurgo Sassaroli e del giornalista Perozzi.
Guai a voi, anime prave, la sbiliguda non si tocca!

Del resto, “cos’è il genio? è fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione!”

PS: Sparecchiavo..

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L’insostenibile pesantezza di avere una bestia nel cuore

Lo hanno ridato ieri sera su RAI Tre.

Al cinema non mi era piaciuto e l’avevo semplicemente bollato come “Roba da comunisti!” (“tutti i film che fanno adesso son di destra, se annoiano son di sinistra“, diceva Giorgio Gaber).

In TV ha dimostrato tutta la sua pesantezza, inutilità, pretestuosità, inconsistenza, assenza di lavoro interpretativo, stupida e funzionale ostentazione del dolore, attenzione per i piagnistei, morbosità per l’ostentazione di una neoricchezza italica che nessuno ha visto mai.

Disturbi di stomaco e sintomi di pirosi gastrica a ripetizione. Poi il telecomando ha fatto il resto, finendolo pietosamente.

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Un giorno perfetto di Ferzan Ozpetek

E’ certamente il miglior film di Ferzan Ozpetek che io abbia visto.

Non si sa se per il cambio di produzione o perché alla fine stava girando lo stesso film da una vita, impantanato fra fate ignoranti, omosessuali colti, donne sull’orlo di fallimenti matrimoniali, margheritebuy svampite, bagniturchi e saturni contro assortiti.

Fatto sta che Ozpeteck sembra essersi svegliato, e, pur non rinuciando a qualche porcheriola delle sue (un minimo di simil-incsto tra gli ingrediente ce l’ha voluto mettere anche qui) ha sfornato un film convincente, anche se non certo un capolavoro assoluto.

Valerio Mastandrea a fare il pazzo psicopatico e violento nei confronti della moglie e dei suoi due figli non e lo vedevo e non ce lo vedo proprio, è uno di quei personaggi che ormai hanno cucita addosso una nomèa da bonaccione romano e non riescono proprio a scrollarsela di dosso, nemmeno se si sparano un colpo di rivoltella in bocca.

Ma la storia è coesa, e nonostante si sappia già come il film va a finire fin dai primi minuti, si resta incollati alla poltrona ad osservare una eccellente Isabella Ferrari (troppo approssimativo il trucco, ma non è colpa sua), una Monica Guerritore eterea, lontana dal ruolo della strafiga e della "Scandalosa Gilda" di vent’anni fa (del resto le rughe ci sono!) e più somigliante a una Charlotte Rampling d’altyri tempi, piuttosto che a se stessa, e soprattutto Gabriele Paolino, il bambino che fa la parte del figlio, che cattura fin dalle prime scene.

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Silvio Orlando trionfa a Venezia come miglior attore

E allora vai con Silvio Orlando, che se lo merita!

Istrione, sfigato, brutto, con la dizione incerta, specchio dei tic morettiani quanto si vuole, ma unico attore ad aver affrontato il canovaccio di "Questi fantasmi" di Eduardo de Filippo, e ad aver vinto la scommessa di migliorare un’interpretazione già di per sé insuperabile.

E allora chapeau, battimani meritati, e la consapevolezza che attori come lui hanno ancora qualcosa di interessante da dire ("qualcosa" non cecessariamente di sinistra, ma tanto per cambiare chi se ne frega…).

P.S.: Scusate, ho scritto le righe precedenti sotto tortura da parte di mia moglie che ha minacciato di togliermi vitto, alloggio e assegni familiari se non scrivevo un commento entusiastico su Silvio Orlando sul blog… Scusate, scusate ancora…

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Roseto Opera Prima 2008: vince “Tutto torna” di Enrico Pitzianti. E l’Alieno si incazza.

Il film che ha vinto la Rosa d’Oro al concorso "Roseto Opera Prima 2008" è "Tutto torna" di Enrico Pitzianti.

Quando i giochi sembravano fatti a favore, l’ultimo film ad essere proiettato in concorso ha sbaragliato gli avversari e si è aggiudicato il riconoscimento, la Rosa d’Oro, una litografia di un artista locale e, dulcis in fundo, un premio in denaro di 2500 euro che schifo non fanno a nessuno, soprattutto se ben meritati.

Applausi, autorità e pubblico a piovere.

Recentemente sul blog ho avuto modo di esprimere le mie riserve sul film "Alieno" di Pierpaolo Moio e di Mario John Capece. Potete rivederlo qui:

http://www.cutslink.com/ANQ

Riserve e critiche, come dicevo (oh, non mi è piaciuto, mi devo uccidere per questo??), ma non mi sarei mai aspettato che il regista del film mi mandasse un suo commento qui sul blog (poi uno dice, "ma perché tieni quasi sempre i commenti disabilitati??"). Legittime, almeno spero. Davanti alle quali Pierpaolo Moio mi ha scritto una serie di considerazioni che riporto di seguito assieme alla mia risposta per lui.

Resterebbe solo da riflettere su quante aspettative girino attorno a un concorso così piccolo e su cosa riesca a smuovere di interessi, rancori, frustrazioni, delusioni e quant’altro.

E’ solo cinema!

(lo screenshot è tratto da www.rosetooperaprima.it)


Per capire ci vuole pazienza e apertura. Per capire come un film indipendende a bassissimo budget sia stato a accanto a film mainstream in uno dei più grandi festival del nord america (Montreal World Film festival 2007). Per capire come possa essere stato accanto a film come la Sconosciuta di Tornatore nel più grande festival del Minnesota e poi ancora al festival di Salerno e al festival di Roma nella sezione business. Per capire occorre superare tanti pregiudizi, fare meno inutili allusioni e magari andare di più al cinema.

(Pierpaolo Moio)


Gentile Signor Moio,

La ringrazio davvero di cuore per essersi preso il tempo di commentare sul mio blog il mio intervento a prosito del Suo "Alieno".

Non mi sarei davvero mai aspettato che un giudizio, sia pure sostanzialmente negativo, fatto da un semplice professore, su una risorsa propria e completamente autonoma, potesse favorire la replica di un regista che ha partecipato a premi così prestigiosi.
Davvero troppa grazia, non merito tanto.

Ho avuto modo di far parte della giuria del Premio "Roseto Opera Prima" e di visionare i film in concorso tra cui il Suo.

Il Suo, come ha già capito, non mi è piaciuto. E non l’ho votato.
E, dal risultato finale della manifestazione, pare che almeno altri giurati (minimo 11 su 19, come risulta dai verbali) abbiano avuto la mia stessa impressione. O, quanto meno, che abbiano ritenutto opportuno non votare il Suo film per motivazioni diverse dalle mie.

Credo che la qualità di un film non si misuri dal fatto che sia stato accanto a opere di maggiore qualità o diffusione in altre manifestazioni.
Sarebbe come dire che una persona è affidabile perché ha dei vicini di casa onesti e rispettabili.

Lei mi dice che ci vuole pazienza e apertura, che occorre superare tanti pregiudizi.

Ma è il regista, in prima persona, a sottoporsi al giudizio del pubblico. E la giuria del premio "Roseto Opera Prima" è stata composta da rappresentanti del pubblico e non della critica.
Credo che questa sia una qualità intrinseca della manifestazione.

E pregio fondamentale e fondante dell’opera filmica è proprio la chiarezza di intenti con il pubblico.
Che non può essere accusato di mancanza di pazienza e di apertura o di avere dei pregiudizi se gli si offre un prodotto che, per sua natura, si presta a innumerevoli interpretazioni, finendo poi per non acquisirne alcuna.

Da parte mia sono certo di aver svolto la mia attività di giurato con serenità d’animo e senza condizionamenti.

Grazie ancora per la Sua pazienza.

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Roseto Opera Prima – “Tutto torna” di Enrico Pitzianti

E alla fine ho votato per "Tutto torna", di Enrico Pitzianti.

Prima opera di finzione di un documentarista, il film convince (le critiche in rete sono decisamente di tenore diverso, ma tanto per cambiare chi se ne frega) per l’originalità con cui il regista traspone su pellicola la formazione del giovane Massimo in una Sardegna multietinica, ostile, sfacciata, un po’ puzzolente, comunque molto genuina.

Massimo è un picaro moderno che per trovare la sua dimensione personale è costretto a girovagare senza una meta predefinita e a fare i conti con una realtà più degradata rispetto alle sue personali aspettative.

Un intreccio narrativo che forse stenta un po’ a partire ma che alla fine si conclude in maniera armoniosa ed equilibrata senza espressioni sopra o sotto le righe, con un’ironia che non sfocia mai nella gag, nella macchietta, nel motto di spirito volgare e triviale.

Giallo per quanto riguarda l’assegnazione dei fondi per 130.000 euro per la realizzazione da parte della Regione Sardegna: prestito o concessione a fondo perduto? In ogni caso, i 2500 euro dell’Amministrazione Comunale potrebbero essere utili a Pitzianti che è regista bravo, umile, semplice e per nulla sussiegoso.

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Roseto Opera Prima – “Alieno, l’uomo del futuro” di Mario John Capece e Pierpaolo Moio

Ci sono cose che non riesco a capire e pazienza.

Non riesco a capire perché cinque prima dell’inizio della proiezione del film erano presenti la giuria e tre o quattro spettatori e cinque minuti dopo il cinema all’aperto con sedia di plastica scomodissima in dotazione si è riempito di regista in giacca e cravatta, attrici con tacchi a spillo e vestitino di antimateria, claque applaudente, genitori lacrimanti e viandare.

Il film è stato girato in Abruzzo, ma questo non può e non deve essere un punto a suo merito.

E di meriti ne ha davvero pochini, se non quello di essere completamente girato in alta definizione e di avere una qualità visiva e di commento sonoro davvero eccellente dal punto di vista tecnico.

Il resto è un po’ un flop, a cominciare dalla colonna sonora con l’Aria sulla IV corda di Bach e la ripresa dei pianeti del sistema solare che mancava solo che sbucasse fuori Piero Angela. O la romanza "Bella figlia dell’amore" dal Rigoletto di Verdi che non può non rimandare ad "Amici miei" e uno prega che da qualche parte spunti fuori Gastone Moschin nei panni del Melandri, o Adolfo Celi che fa il Sassaroli e invece no, nulla, nisba, nada de nada, un’ora e mezzo stecchita (e stecchito!) lì a guardare uno che non vive nessuna emozione e ha a che fare con cinque personaggi diversi prototipi della società italiana, alienata anche lei.

Poche idee, ben confuse, ma almeno la tecnica c’è.

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Roseto Opera Prima – “La ragazza del lago” di Andrea Malaioli

Toni Servillo è un gran bravo attore.

Ha fatto "Gomorra", è stato acclamato ne "Il divo", ci ha fatti divertire in "Lascia perdere Johnny" (il film che preferisco e che, credo, voterò al momento dell’elezione finale del destinatario dei 2500 euro ballanti e sonanti offerti dalla pur scalcinata amministrazione comunale di Roseto degli Abruzzi -che è un brutto posto con un bel nome-), è apparso in voce ne "Il pianto della statua" di Elisabetta Sgarbi, è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sì, ma ora ci avrebbe anche un po’ rotto i coglioni.

"La ragazza del lago" è stato uno di quei film sopravvalutati dalla critica, ha vinto il David di Donatello ma nessuno si è reso conto che nella scena in cui viene confermato l’arresto del presunto assassino della vittima, Anna, non c’è nemmeno uno straccio di avvocato difensore, neanche d’ufficio (devo questa osservazione acuta e pungente a Giovanna, una signora napoletana verace che sa guardare con occhio clinico e nuotare rapida).

Malaioli è stato davvero bravo, il film è godibile, e Servillo, seppur onnipresente, recita un ruolo molto convincente. La Golino come sempre fa quello che può. Cioè niente.

Ottima la fotografia, in un film che vince ma non convince.

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Roseto Opera Prima – “Parlami d’amore” di Silvio Muccino


La sceneggiatura del film è di Silvio Muccino.
La regia è di Silvio Muccino.
Il film è tratto da un libro scritto anche da Silvio Muccino.
Il soggetto è di Silvio Muccino.
Il protagonista è Silvio Muccino.

Probabilmente ho capito cos’è l’autoreferenzialità.

Il film è in concorso ma è puramente coreografico.
Nessuna possibilità di vincere il primo premio, fra storie di sfigati e lui che si innamora di una ragazzina un po’ zoccola ma poi ama la sua analista, madre, mentore, confidente, amica e zoccola anche lei.

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Roseto Opera Prima – “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì – Premio Rosa d’Oro alla carriera

E venne la sera in cui Paolo Virzì diede buca.

Certo che a Livorno un ci s’avrà nulla ma per fortuna siamo tanto ‘gnoranti.

La serata è stata di quelle fuori concorso, momento di gala con la presenza del sindaco con fascia tricolore e relativa first lady, assessori nervosi, direttori artistici e presidenti di giuria nervosi, annunciatrice sulle spine, tutti pronti per conferire la Rosa d’Oro alla carriera a Paolo Virzì, ma lui era troppo impegnato dietro la macchina da presa per ritirrare il premiuncolo.

E così la proiezione del film "Tutta la vita davanti" si è svolta, sia pure in perfetto orario (cioè con quella mezz’oretta di ritardo), senza il principale festeggiato e con l’amaro in bocca per chi ci aveva creduto ("eh, ma aveva detto che sarebbe venuto!"), e pensare che la programmazione era stata spostata per dare modo al Nostro di esserci.

Il film a dire il vero mi pare tra i più deboli del livornese.

E’ segnalata l’interpretazione della Ferilli nei panni della manager stronza, quando invece sembra che abbia sempre la stessa faccia, sia che faccia la stronza, sia che faccia la moglie dell’operaio piombinese in "La bella vita".

Oltre al "dolente declinare" di Virzì, si è aggiunto un temporale che ha sospeso la proiezione dopo un’ora e tutti a casa bagnati come pulcini fuori dal guscio.

Quando frequentavo la stessa scuola di Paolo Virzì (il Liceo Sperimentale "Francesco Cecioni" di Via Crispi, a Livorno), e lui era nella sezione "B", assieme al povero Emilio Cagediaco (che di lì a poco sarebbe morto annegato nei pressi di Rodi), mentre io frequentavo più prosaicamente la "D", e avevamo come insegnanti i mitici Giancarlo Bolognesi e Riccardo Simi (detto "porcellino rosa", ma così, con affetto…) e il Preside era il Professor Castelli (detto "Boccino" per via della sua perfetta calvizie), insomma, a quei tempi lì io e Paolo Virzì litigavamo spesso. Anche oggi.

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Roseto Opera Prima – “Una notte” di Toni D’Angelo

"Una notte" è l’opera prima di Toni D’Angelo, figlio di Nino, che dopo jeans e magliette ha messo la testa a posto, interpreta un ruolo molto toccante nel film ed è decisamente bravino (magari se ci avesse pensato prima…).

Il regista, invece, è un ragazzino cresciuto, come ne potresti trovare tanti al bar o per strada.

Il film è un po’ pesantuccio, a dire il vero.
Antonio muore in un incidente stradale e quattro amici, prima di andare al suo funerale, lo commemorano in una notte di eccessi borghesi in una Napoli praticamente inesistente se non sullo sfondo di locali, feste di dubbio discutibile e tirate di coca, alla fine della quale si recheranno al funerale in un silenzio assoluto su cui cala il finis.

La pellicola è un po’ incongruente e il ragazzo deve ancora maturare dietro alla macchina da presa.

Non credo che vincerà il premio.

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