Diffamazione: Selvaggia Lucarelli vince contro gli ArcadeBoyz. Dubbi e perplessità.

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Selvaggia Lucarelli (sì, ancora lei) ha avuto la meglio in una causa penale (ma presentata anche in sede civile) per diffamazione nei confronti di tali Eduardo Turco e Daniele Fadda detti “Arcade Boyz” (chissà cosa vuol dire, ma dev’essere roba che ha a che fare con YouTube), per fatti che non sto a riassumervi, e per epiteti che evito accuratamente di riportare.

Ci ha pensato lei a riassumere in un lungo articolo tutta la vicenda. Chi avesse voglia di farsi del male lo trova qui:

“Lucarelli, prendi ca**i dai neg*i”: la triste lezione di quei due youtuber ora condannati per diffamazione

Dunque, Youtuber condannati al pagamento di 3000 euro a testa, non dopo un regolare processo con regolare contraddittorio tra accusa, difesa e parte offesa, ma, per quello che mi risulta, e per quanto riportato dalla stessa Lucarelli, attraverso un decreto penale di condanna.

Ora, se non sbaglio (e non sbaglio) a un decreto penale di condanna ci si può opporre nel tempo (assai ristretto, ahimé) di 20 giorni e chiedere un normale giudizio davanti al giudice monocratico (si tratta di diffamazione aggravata perché realizzata col mezzo della pubblicità sul web, si va in Tribunale). Prima dell’udienza i due avrebbero potuto o pagare anticipatamente il danno (cosa a cui la Lucarelli non avrebbe potuto opporsi), o chiedere di essere ammessi all’affidamento in prova non già ai servizi sociali, bensì presso una associazione di volontariato. Il buon esito della prima o della seconda soluzione avrebbe estinto il reato. E la parte penale si sarebbe chiusa così.

Invece, in maniera goffa e sprovveduta, i due condannati hanno avuto il coraggio e, permettetemi, “una ghigna che ci rimbalza l’acciaìni”, come si dice a Livorno, di chiedere ai loro fans e follower su YouTube (devono essere veramente tanti e generosi) di fare una colletta e di donare una certa cifra di denaro per pagare la sanzione, 6000 euro in tutto. Ma che bravi! Oltretutto raccontavano anche di andare nelle scuole a parlare di bullismo.

Hanno equivocato sul fatto che i 6000 euro fossero per la Lucarelli a titolo di risarcimento, invece vanno nelle casse dello Stato. Per il risarcimento vero e proprio ci sarà il procedimento civile.

Fin qui tutto a favore della Lucarelli, non c’è dubbio.

Quello che non mi torna è il perché la Lucarelli si sia sentita in diritto di pubblicare e far pubblicare un lunghissimo spiegone sulla vicenda (quello che vedete nel link poco sopra) non già sul proprio blog (ne avrà pure uno), non su Twitter o su Facebook, non sulle sue pagine personali presso i social network, ma presso la testata giornalistica on line, regolarmente registrata, presso la quale lavora e da cui percepisce (almeno credo, se no chi glielo farebbe fare?) dei compensi.

Non mi risulta che sia la prima giornalista italiana coinvolta in una causa di diffamazione (come imputata o come parte lesa), ma usare le colonne del proprio giornale per spiegare all’opinione pubblica della sua vittoria (con un semplice decreto penale di condanna, poi) su due opinionisti su YouTube, mi pare improprio e financo eccessivo.

Ma del resto, è impegnatissima a usare il giornale (l’altri, il Fatto Quotidiano) per prendersela contro Zangrillo, il medico personale di Berlusconi, quello che somiglia fisicamente a Formigoni e che parla anche un po’ come lui, attribuendogli, nel detto, ma soprattutto nel non detto, delle “mirabili supercazzole”.

Si vede che la Lucarelli è giovane, perché se avesse la mia età saprebbe che si dice “supercazzoRe” e non “supercazzoLe”, e questo lo può sapere soltanto chi conosca a memoria almeno i primi due atti di “Amici miei” di Monicelli, il Conte Mascetti si rivolterebbe nella tomba.

Ma lasciamo perdere. Piuttosto non abbiamo più avuto notizie del procedimento per diffamazione, stavolta CONTRO la Lucarelli (le querele si sporgono e si ricevono, e io ne so qualcosa), intentata da Alessia Mancini, trattata dalla giornalista come “transessuale”. Anzi, le abbiamo. L’implacabile Wikipedia ci informa che il reato è prescritto (ma la notizia è “senza fonte”). E se effettivamente così fosse (ma prendiamo la notizia con le molle) perché la Lucarelli avrebbe dovuto accettare la prescrizione del reato, se era certa della legittimità del suo agire? Cosa dice la motivazione della sentenza? Il fatto, ancorché prescritto, è stato commesso o no? Che sia stato commesso è provato “per tabulas”, ma se non fosse intervenuta la ghigliottina della prescrizione, come sarebbe andata a finire? Di certo c’è solo la condanna in primo grado nei confronti della Lucarelli. Che non vuol dire una beneamata, di per sé (la Lucarelli in un’altra occasione è stata condannata in primo grado ed assolta in appello), ma certamente costituisce un orientamento, e neanche da prendere sotto gamba.

El menú del día: “ebete ripetitore”

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Su Twitter ho risposto a un post di Giulia Selvaggi (è un nome d’arte di un noto e valente avvocato penalista) per dirle che, una volta tanto (succede!), non ero d’accordo con lei sulle sue considerazioni in merito all’identificazione da parte della polizia di Leon Pappalardo, figlio di Selvaggia Lucarelli, che aveva tacciato di omofobia e razzismo il governo di Salvini. A corredo del mio dissenso (espresso, credo, nel più civile e stringato dei modi), avevo aggiunto il link al mio articolo di qualche giorno fa che potrete trovare qui:

Il figlio di Selvaggia Lucarelli identificato dalla polizia

Ho ricevuto a mia volta una cortese e gentile risposta di ulteriore contestazione, questa volta di una certa Liliana Armato, che mi ha fatto presente (come se non lo sapessi) chi sia Salvini e cosa abbia fatto (non ce n’era bisogno, l’ho scritto io stesso sul blog riprendendo i capi di accusa e/o di impuatazione riportati dal casellario giudiziale di Wikipedia). Il problema, evidentemente, non è tanto quello che ha fatto Salvini, che è noto a tutti, ma quello che ha detto Leon Pappalardo e l’atteggiamento della madre che, pur di difenderlo, avrebbe violato la Carta di Treviso sulla riconoscibilità dei minori, guadagnandosi una segnalazione e un deferimento all’Ordine dei Giornalisti.

A tutto questo si è aggiunto un certo Tommy Rizzo (account Twitter @leleilenia) che, non sapendo cosa fare, si è preso la briga e di certo il lusso di darmi dell'”ebete”.

Vi fornisco lo screenshot del breve carteggio, così sapete anche voi come ho passato la domenica.

Diffamazione: il pasticcio della Commissione Giustizia del Senato sul ddl Caliendo

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La Commissione Giustizia del Senato, nell’affrontare il tema dell’eliminazione del carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa (il Parlamento era stato sollecitato dalla Corte Costituzionale a dare una normativa in questo senso, in mancanza della quale si è riservato di decidere sulla costituzionalità del carcere per i giornalisti colpevoli del reato di diffamazione nel 2021), ha fatto un pasticcio tremendo.

La sanzione della reclusione per il reato di diffamazione è stata sì, eliminata (buona notizia!), ma la pena pecuniaria è stata aumentata in modo esagerato. Il Disegno di Legge proposto dall’on. Giacomo Caliendo (Forza Italia) prevede la comminazione della pena della multa da 5000 a 10mila euro per il reato di diffamazione commesso a mezzo della stampa. Queste sanzioni possono salire fino a 50mila euro, da un minimo di 10mila, se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, riferito in modo consapevolmente falso. L’autore dell’articolo o il direttore della testata non sono punibili se prima dell’apertura del giudizio hanno pubblicato una rettifica, una smentita o una nota che siano idonei a riparare l’offesa. Sono previste comunque, in caso di sentenza di condanna, sanzioni accessorie come la sospensione dall’esercizio della professione di giornalista.

Nessun cenno, invece, in tema di querele temerarie (quelle che vengono presentate per tentare di far zittire l’autore della presunta diffamazione, con richieste pecuniarie esose ed esagerate), sebbene questa materia sia oggetto di iniziative di legge separate.

C’è di che preoccuparsi. Intanto vi pubblico lo storico della discussione del ddl Caliendo, che contiene anche il testo proposto.

Download (PDF, 1.19MB)

Diffamazione: la Corte Costituzionale rinvia al giugno 2021 la decisione sulla costituzionalità del carcere per i giornalisti

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Oggi si parla solo di diffamazione.

E’ notizia di questi giorni la decisione della Corte Costituzionale di rinviare di un anno (fino al giugno 2021) la decisione sulla costituzionalità o meno del carcere per i giornalisti e per i comuni cittadini, sollecitata dai Tribunali di Bari e di Salerno, secondo quanto previsto dalle leggi sulla stampa e dall’articolo 595 del nostro codice penale.

Visto che in Parlamento giacciono svariate proposte di legge per ridurre le sanzioni a carico di chi si sia macchiato dell’orrendo reato, sanzioni che prevederebbero la sola multa, aumentata rispetto ai valori attuali, ma l’eliminazione della sanzione della reclusione per i casi più gravi. Una decisione che sarebbe stata presa “nel rispetto della leale collaborazione istituzionale”.

Spetta dunque al Parlamento sbrogliare la intricata matassa e c’è da dubitare fortemente che in un anno ce la faccia. Già una volta, in occasione del caso di Marco Cappato, la Corte Costituzionale aveva rinviato temporalmente la decisione sulla delicata questione che aveva visto come imputato l’esponente radicale, confidando in una iniziativa in merito da parte del Legislatore, ma nulla si era smosso e la Consulta decise per proprio conto.

C’è solo da sperare che vengano contemperati i diritti della libertà di espressione, sanciti dall’articolo 21 della Costizione e dall’articolo 10 della Carta dei Diritti dell’Uomo, e quelli della dignità della persona. Ma per chi c’è in mezzo, non resta altro che attendere.

Laura Boldrini perde la causa per diffamazione contro l’imprenditore De Santis

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Stavolta la causa di Laura Boldrini nei confronti dell’imprenditore Paolo De Santis, si è risolta con l’assoluzione dell’imputato. La ex presidente della Camera, che aveva tra l’altro chiesto al Tribunale una provvisionale di 50.000 euro, ha dunque perso la causa, e il 62enne, proprietario dell’emittente televisiva RTM, è stato prosciolto perché il fatto non sussiste.

Motivo del contendere era stato un video diffuso dall’emittente stessa che inseriva la Boldrini tra i nuovi “dittatori” e che “avanzava una tesi complottista su una sua presunta invasione immigratoria pianificata.” (1)

(1) Fonte: https://www.farodiroma.it/limprenditore-de-santis-assolto-dallaccusa-di-diffamazione-mossa-da-laura-boldrini/

Diffamazione: giornalista condannato per aver ripreso una notizia falsa da un blog

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Un giornalista è stato condannato per diffamazione per aver ripreso una notizia da un blog e non averla verificata con altre fonti che poteva avere a disposizione.

La notizia era falsa e a nulla sono valse le doglianze dell’imputato, che è ricorso in Cassazione, sostenendo che la notizia non era mai stata smentita e che era stata riportata anche su altri mezzi di informazione (quali non si sa). L’imputato è stato condannato (non si sa a quale pena). In un suo libro il giornalista aveva scritto che un neofascista era stato accusato per aver sparato alcuni colpi di pistola verso il suo datore di lavoro.

O lo vedete cosa succede a fidarvi dei blog?

Don Alberto Vigorelli, parroco di Mariano Comense, citato per diffamazione da Salvini per avere affermato “O siete cristiani o siete di Salvini”

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Don Alberto Vigorelli ha 81 anni. E’ il parroco di Mariano Comense e durante una messa, commentando un brano del Vangelo dedicato all’accoglienza (“ero straniero e mi avete accolto”) ha profferito la frase “O siete cristiani o siete di Salvini”.

Questa affermazione, dopo essere stata duramente sottolineata da qualche referente locale della Lega è arrivata fino alla conoscenza del segretario Salvini che ha pensato bene di sporgere denuncia per diffamazione e di scrivere ai cardinali Scola e Stella, chiedendo loro di arginare le intemperaze del prelato.

Non sembra tenere, Salvini, alla condanna dell’anziano sacerdote. Tanto che ha scritto su Facebook (salvo all’indomani non presentarsi all’udienza innanzi il giudice di pace) che

“Se questo prete, che mi odia, chiederà scusa e devolverà 1.000 euro a una Onlus che si occupa di disabili, pace fatta e amici come prima”.

Non sappiamo cosa ne pensi la difesa del sacerdote (rappresentata dall’avvocato Oreste Dominioni, noto penalista e principe del foro) circa l’offerta di 1000 euro a una Onlus che si occupa di disabili, ma sappiamo con certezza che sia il prete che il suo difensore respingono con fermezza l’ipotesi di chiedere scusa a Salvini:

 “Don Vigorelli ha predicato il vangelo quel giorno, un’azione del(la) quale non può scusarsi”

La pubblica accusa aveva chiesto l’archiviazione del procedimento a carico di Don Alberto. Il GIP, tuttavia, ha respinto la richiesta e ha formulato l’imputazione coatta del religioso davanti al Giudice di Pace. Che ha rinviato il procedimento al prossimo maggio, nella speranza che le parti trovino un accordo extra giudiziale.

“Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e m’avete dato da bere, ero straniero e m’avete accolto”

 

Lite temeraria e diffamazione a mezzo stampa: in arrivo il nuovo articolo 96 c.p.c. salva giornalisti

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Ecco il comma che modifica l’articolo 96 del Codice di Procedura Civile, secondo il disegno di legge presentato da Di Nicola, Airola, Angrisani, Castellone, Di Girolamo e altri:

«Nei casi di diffamazione commessa con il mezzo della stampa, delle testate giornalistiche online o della radiotelevisione, in cui risulta la mala fede o la colpa grave di chi agisce in sede di giudizio civile per risarcimento del danno, su richiesta del convenuto, il giudice, con la sentenza che rigetta la domanda, condanna l’attore, oltre che alle spese di cui al presente articolo e di cui all’articolo 91, al pagamento a favore del richiedente di una somma, determinata in via equitativa, non inferiore alla metà della somma oggetto della domanda risarcitoria»

Diffamazione: archiviata la posizione di David Puente presso il Tribunale di Roma

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Mi corre l’obbligo morale, prima ancora che deontologico (noi blogger non abbiamo una deontologia a cui sottostare, grazie al cielo, a differenza dei giornalisti agiamo perché abbiamo una morale interna a cui rispondere, prima ancora che a codici e a regolamenti scritti) di comunicarvi che la posizione del blogger e giornalista David Puente, già indagato per diffamazione aggravata e violazione dell’art. 13 della Legge 47/1948 assieme a Mario Calabresi, Carlo Bonini e Giuliano Ettore Foschini, è stata archiviata dall’ufficio del Giudice per le Indagini Preliminari in quanto la notizia di reato risulterebbe manifestamente infondata. Ne ha dato notizia lo stesso David Puente il 7 gennaio scorso attraverso la sua pagina Facebook e il suo account Twitter. Nella segnalazione David Puente conclude:

Questo potrebbe piacere a qualche mio hater, felice che abbia dovuto pagare (l’avvocato, NdR) nonostante la mia innocenza.

Ho sempre criticato David Puente per alcune modalità di fare giornalismo e di intendere il concetto di notizia. Altre volte l’ho criticato nel merito per alcuni “svarioni” che ha commesso (come, ad esempio, l’identificazione di Pietro Pacciani con la figura del Mostro di Firenze, quando il Pacciani non fu nemmeno condannato in via definitiva per i delitti che gli furono contestati). Ma personalmente non lo odio. Quindi, se il termine “hater” era riferito anche a me, lo rimando volentieri al mittente perché decisamente inadeguato. Il diritto di criticare non è il diritto di odiare, la critica può essere anche veemente e dura (e francamente non mi sembra il mio caso), ma l’odio è ben altra cosa. Ma, si sa, gli “hater” vanno molto di moda, è una definizione valida per tutte le stagioni, ci rientrano dentro pesci grossi e pesci piccoli, leoni da tastiera e scettici, destrorsi e sinistri, solo che io non sono né un pesce, né un destrorso, né un sinistro. Anzi, sono uno che quando viene querelato, come è successo a Puente, l’avvocato se lo paga di tasca sua, senza avere una testata giornalistica che gli copra le spalle, e non si lamenta di questa circostanza. Anzi, gli pare perfino perfettamente normale che se un avvocato lavora per tutelare i suoi interessi, innocente o colpevole che sia, poi venga pagato. E la differenza fondamentale è proprio questa.

Sallusti insulta Selvaggia Lucarelli. Sarà querelato e deferito all’ordine del giornalisti

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“Non so se Selvaggia Lucarelli  – moralista della lobby del Fatto Quotidiano, quella delle due morali, cioè una per loro e un’altra per loro – parli in quanto esperta di zoccolaggine o di giornalismo, professione a cui è approdata soltanto lo scorso anno”.

Alessandro Sallusti

“Sallusti ritiene che io odi le donne. E in effetti, la commovente genuinità del suo improvviso slancio femminista è testimoniata dalla foto di ieri in prima pagina de Il Giornale, e cioè una gigantografia della ragazza di 19 anni che ha fatto il dito medio a Salvini. Tutto questo per “difendere l’amica Barbara D’Urso, quindi questioni di primo livello. Lo querelerò e verrà aperto un procedimento disciplinare dall’odg”.

Selvaggia Lucarelli

Diffamazione: Selvaggia Lucarelli assolta in appello a seguito della querela di Barbara D’Urso

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La notizia è del luglio scorso ma io ne prendo conoscenza casualmente solo in queste ore. Chiedo scusa ai lettori e all’interessata (che mi ha escluso dai suoi contatti su Twitter ma io a queste cosarelle non ci bado)

Selvaggia Lucarelli è stata assolta in appello perché il fatto non costituisce reato dall’accusa di diffamazione nei confronti di Barbara D’Urso per aver pubblicato il tweet:

«L’applauso del pubblico delle Invasioni alla d’Urso ricordava più o meno quello alla bara di Priebke»

Wikipedia chiarisce che quella che stabilisce l’assoluzione della Lucarelli è una sentenza “definitiva” (sic!)

Selvaggia Lucarelli ha indubbiamente avuto il privilegio di essere difesa da un’avvocatessa straordinaria e di provata competenza in fatto di diffamazione come Caterina Malavenda. Rallegramenti.

In primo grado Selvaggia Lucarelli era stata condannata a 700 euro di multa, oltre alla rifusione del danno. La Lucarelli è stata condannata in primo grado dopo che nel 2010 aveva dichiarato che la vincitrice di Miss Lazio 2010 Alessia Mancini fosse transessuale. La pena, allora, fu di 500 euro di multa e di 5000 euro di risarcimento alla vittima.

Cassazione: se il destinatario dell’offesa non è identificato o identificabile non c’è reato di diffamazione

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“L’interpretazione giurisprudenziale sul punto è rigorosa, richiedendo che l’individuazione del soggetto passivo del reato di diffamazione, in mancanza di indicazione specifica e nominativa ovvero di riferimenti inequivoci a fatti e circostanze di notoria conoscenza, attribuibili ad un determinato soggetto, deve essere deducibile, in termini di affidabile certezza, dalla stessa prospettazione oggettiva dell’offesa, quale si desume anche dal contesto in cui è inserita (…); con la conseguenza che ove non sia possibile tale deduzione il reato di diffamazione non può ritenersi integrato.”

Cassazione – Sentenza n. 49435/2019

Vittorio Feltri e Pietro Senaldi rinviati a giudizio per diffamazione nei confronti di Virginia Raggi (“La patata bollente”)

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‘Molti ricorderanno un ‘raffinatissimo’ titolo che mi dedicò oltre due anni fa il quotidiano Libero, “La patata bollente”, ed un articolo di Feltri condito dai più beceri insulti volgari, sessisti rivolti alla mia persona: nessun diritto di cronaca esercitato ne’ di critica politica… semplicemente parole vomitevoli. Avevo annunciato che avrei querelato il giornale e i suoi responsabili per diffamazione. L’ho fatto e oggi voglio darvi un aggiornamento: mi sono costituita parte civile ed il Gup di Catania ieri, accogliendo la richiesta della procura, ha disposto il rinvio a giudizio per il direttore Vittorio Feltri e per il direttore responsabile Pietro Senaldi. Andranno a processo per rispondere di diffamazione aggravata”

”E un primo importante risultato. Non tanto per me, ma per tutte le donne e tutti gli uomini che non si rassegnano a un clima maschilista, a una retorica fatta di insulti o di squallida ironia. E il mio pensiero va a tutti coloro, donne e uomini, che hanno subito violenze favorite proprio da quel clima”.
”Gli pseudo-intellettuali, i politici e alcuni giornalisti che fanno da megafono ai peggiori luoghi comuni, nella speranza di vendere qualche copia o conquistare qualche voto in più, arrivano persino a infangare la memoria di figure istituzionali come Nilde Iotti o a insultare le donne emiliane e romagnole. Patata bollente e tubero incandescente mi scrivevano..io non dimentico…vediamo come finisce in Tribunale questa vicenda”

Virginia Raggi, via Facebook

Notificato a Salvini l’atto conseguente alla querela per diffamazione da parte di Carola Rackete

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L’ex ministro degli interni e leader della Lega Matteo Salvini è stato raggiunto nei giorni scorsi da un verbale di invito a dichiarare o eleggere domicilio e nomina del difensore di fiducia a seguito della querela per diffamazione sporta a suo tempo da Carola Rackete, la capitana della nave Sea Watch. A suo tempo Salvini aveva replicato: “Infrange leggi e attacca navi militari italiane, e poi mi querela. Non mi fanno paura i mafiosi, figurarsi una ricca e viziata comunista tedesca! Bacioni” “Mi mancava – prosegue Salvini – l’istigazione a delinquere. Con tutti i problemi che hanno i tribunali, arriva una signorina tedesca viziatella e di sinistra che ha come passatempo notturno anche lo speronamento di militari che per me è reato. Noi che facciamo? Contro denunciamo, io non ho mai attentato alla vita di nessuno”.

La verità putativa nel reato di diffamazione secondo la Cassazione

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“l’esimente della verità putativa dei fatti narrati, idonea ad escludere la responsabilità dell’autore d’uno scritto offensivo dell’altrui reputazione, sussiste solo a condizione che:

a) l’autore abbia compiuto ogni diligente accertamento per verificare la verosimiglianza dei fatti riferiti; b) l’autore abbia dato conto con chiarezza e trasparenza della fonte da cui ha tratto le sue informazione, e del contesto in cui, in quella fonte, esse erano inserite; c) l’autore non ha sottaciuto fatti collaterali idonei a privare di senso o modificare il senso dei fatti narrati; d) l’autore, nel riferire fatti pur veri, non abbia usato toni allusivi, insinuanti, decettivi”.

Cassazione, sentenza 29 ottobre 2019, n. 27592 – III sezione civile

 

Diffamazione nei confronti di Mauro Voerzio: Giulietto Chiesa patteggia. Ma si è dichiarato colpevole o innocente?

Reading Time: 2 minutesSono andato a cercare su Google il link a qualche fonte che approfondisse la sentenza che sanziona Giulietto Chiesa a 1500 euro di multa per diffamazione nei confronti del giornalista Mauro Voerzio. Ho trovato questo riferimento

che riferisce che

“Accusato di aver diffamato un reporter italiano nel Donbass, Chiesa non si è dichiarato colpevole…”

mentre andando a controllare la fonte in questione (un articolo di David Puente su Open) si apprende che

“…Chiesa non si è dichiarato innocente preferendo patteggiare”

Insomma, Chiesa si è dichiarato colpevole o innocente? Di certo c’è che patteggiando ha scelto un rito alternativo che costituisce un vero e proprio mostro giuridico. La sentenza per patteggiamento, infatti, pur essendo equiparata a sentenza di condanna, non è ontologicamente una sentenza di condanna, perché per poter arrivare a stabilire la responsabilità penale del reo occorre un procedimento dibattimentale che arrivi alla prova provata mediante il contraddittorio tra le parti (contraddittorio che nell’applicazione della pena su richiesta dell’imputato e del pubblico ministero evidentemente non c’è). Insomma, Chiesa innocente non è, e colpevole nemmeno.

Condiscono l’articolo di Open le scansioni della prima pagina della sentenza di applicazione della pena su richiesta (quella in cui si comminano i 1500 euro di multa, appunto) e il Decreto di Citazione diretta a giudizio in cui si evince il capo di imputazione. Tutto normale, per carità, si tratta di atti pubblici, anche se dalla lettura del dispositivo di sentenza si evince che la stessa è stata emessa “in camera di consiglio”. Mi chiedo, dunque, se fosse stato veramente necessario pubblicare quei documenti che non dànno nessun apporto ulteriore alle informazioni già contenute nell’articolo (entità della pena applicata, scelta del rito alternativo da parte dell’imputato, frasi suppostamente diffamatorie contestate). Me lo chiedo. Ma non trovo nessuna risposta

Ilaria Cucchi querela Matteo Salvini per diffamazione

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“Ora basta. Lo devo a Stefano, a mio padre ma soprattutto a mia madre. Questo signore deve smetterla di fare spettacolo sulla nostra pelle”

Queste le parole di Ilaria Cucchi che hanno preceduto l’annuncio della deposizione di una querela per diffamazione contro Matteo Salvini.

La Cucchi, rappresentata e difesa dal legale e compagno Fabio Anselmo, ha stigmatizzato il commento di Salvini alla sentenza del processo che ha visto condannati a 12 anni due carabinieri per omicidio preterintenzionale del giovane geometra romano, secondo cui la droga fa male sempre, evidenziando come Stefano sia morto per le percosse ricevute e non per droga (con sentenza stabilita da un Tribunale dello stato).

Salvini era già stato querelato per diffamazione da Carola Rackete. Ha dichiarato:

«Dopo Carola Rackete, mi querela la signora Cucchi? Nessun problema, sono tranquillissimo dopo le minacce di morte dei Casamonica e i proiettili in busta, non è certo una querela a mettermi paura», dichiara ancora il leader della Lega. «Spero che il Parlamento approvi subito la legge “droga zero” proposta dalla Lega, per togliere per sempre ogni tipo di droga dalle strade delle nostre città. Ripeto, dopo le minacce di morte dei mafiosi non sono Ilaria Cucchi o Carola Rackete a farmi paura».

Replica la Cucchi in querela:

Salvini «insiste ancora a collegare la morte violenta di Stefano Cucchi alla droga, auspicando provvedimenti che affrontino questo problema che – nel suo ragionamento – è causa delle morti come quella di Stefano Cucchi, dovuta invece alla condotta illecita e violenta di due appartenenti all’Arma dei Carabinieri. Ma soprattutto, aggiunge un’infamante offesa alla sottoscritta, paragonando la sua intenzione di sporgere querela alle minacce di morte rivoltegli da gruppi criminali».

Archiviata la posizione di Roberto Saviano (diffamazione) nei confronti dei quotidiani “Cronache di Napoli” e “Cronache di Caserta”

Reading Time: < 1 minuteE’ stata archiviata dall’ufficio del GIP di Roma, nella persona della dottoressa Paola De Nicola,  la denuncia querela sporta a carico dello scrittore partenopeo Roberto Saviano dai quotidiani “Cronache di Napoli” e “Cronache di Caserta”. Saviano, in un articolo del 2015, aveva sostenuto che “Cronache di Napoli e Cronache di Caserta sono contigue alle organizzazioni criminali, che fungono da loro uffici stampa, e che sono organo di propaganda e di messaggi tra clan” .

Scrive inoltre Paola De Nicola: “Sussistono ulteriori e diversi elementi che fanno propendere per l’intrinseca veridicità e obiettività di quanto affermato da Saviano.”  E inoltre: “Ad ulteriore contiguità dei sopracitati quotidiani con ambienti camorristici depone, altresì, la relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle mafie del 5/8/2015”.

Assieme all’autore di Gomorra è stata archiviata anche la posizione dell’allora direttore del quotidiano “Repubblica” Ezio Mauro.

Roberto Saviano è stato condannato per diffamazione nel 2018, assieme alla Mondadori Libri, per aver dichiarato nel suo romanzo “Gomorra” che Vincenzo Boccolato, imprenditore residente all’estero e incensurato. Il provvedimento è stato firmato dal giudice della prima sezione civile di Milano Angelo Claudio Ricciardi. (fonti: Wikipedia e ANSA)

 

Federica Angeli assolta per la 110.a volta dall’accusa di diffamazione a mezzo stampa

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Giorgia Meloni querela Francesco Merlo e Carlo Verdelli per diffamazione

Reading Time: < 1 minute«A seguito della pubblicazione dell’articolo «Meloni la peronista dell’altra destra più amata di Salvini» ho dato mandato ai miei legali di sporgere querela per diffamazione nei confronti del giornalista Francesco Merlo e del direttore del quotidiano Repubblica, Carlo Verdelli. Di rado, nella mia vita, ho letto un articolo così violento, così lesivo della dignità di qualcuno, così palesemente volto a istigare odio verso quella persona e considero gravissimo che molte delle affermazioni a me attribuite per giustificare il disprezzo del giornalista siano totalmente inventate o volutamente manipolate. Il che, chiaramente, va ben oltre il diritto di critica e configura la piena diffamazione. Di questo Merlo e il direttore di Repubblica risponderanno in tribunale»

Giorgia Meloni