Enrico Ruggeri, Selvaggia Lucarelli e i tamponi gratuiti del concerto di Genova

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Due o tre anni fa (adesso non rammento) ho avuto il piacere di assistere (gratis!) a un concerto di Enrico Ruggeri in questo piccolo mondo di un mondo piccolo che è la città di Roseto degli Abruzzi.

L’ho trovato in forma, ha tirato via due ore e tre quarti di concerto senza battere ciglio, condensando tutto il suo repertorio in una serata di rara grazia e bellezza. Ruggeri è una delle personalità in assoluto più sensibili del nostro cantautorato e gliene va dato merito. C’è gente che crede che “Quello che le donne non dicono” sia della Mannoia, invece è sua. Scritta e composta lui, testo e musiche. Quindi la canta in giro per l’Italia e ne fa, giustamente, quello che gli pare, sempre con gli applausi increduli di parte del pubblico, soprattutto femminile (“l’ha scritta LUI? E come ha potuto UN UOMO sondare così profondamente l’animo femminile??”)

Mi piacque molto anche una sua iniziativa sul copyright, poi naufragata, che intendeva investire il Codacons delle sanzioni amministrative da comminare a chi piratava musica in rete, fermandosi lì, e senza arrivare alla segnalazione alla magistratura (sì, è reato copiare senza permesso una canzone). Cercava un po’ di giustizia, un po’ di equità. Ma trovò la SIAE. But that’s another story.

Per il suo prossimo o già svolto concerto di Genova, Enrico Ruggeri, già supplente per l’insegnamento dell’italiano nelle scuole medie, facendo leva sulla sua già citata sensibilità, ne ha pensata una proprio azzeccata, l’uovo di Colombo (già, ma ci voleva uno come lui per pensarci): tutti i possessori del biglietto potranno sottoporsi a un tampone rapido GRATUITO, favorito dalla Croce Bianca. Così tutti (tranne chi dovesse risultare positivo, mi pare ovvio) potranno assistere in sicurezza allo spettacolo e non dovranno nemmeno sborsare una lira in più. Cos’è il “genio”, dicevo? E’ fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione, anche se il cantautore dichiara che ci stava pensando da un anno.

Invece Selvaggia Lucarelli, giornalista pubblicista, diplomata, gli fa da contraltare. E’ di poche ore fa questo suo commento su Facebook:

“…Enrico Ruggeri -genio tra i geni- non ha capito che con tampone negativo entro le 48 ore hai di fatto il green pass (in questo caso pure a scrocco).”

Io non so se Ruggeri sia propriamente un “genio” o meno. E’ certamente una persona molto intelligente che ha trovato un modo “altro” per riportare la cultura tra la gente. E poi, sì, se fai un tampone e risulti negativo hai il green pass per 48 ore. Lo stabilisce un decreto del Governo, mica Enrico Ruggeri! Lo sa anche il gatto che viene a dormire nella scatola di cartone sopra la mia terrazza. Può essere discutibile il merito, il contenuto della norma, ma non il fatto che sia così. E poi “a scrocco” de che? La gente non “scrocca” proprio un bel niente, c’è la possibilità di farsi un tampone gratuito e c’è chi ne usufruisce, fine, punto terminale della storia. La locale ASL mi manda di quando in quando degli inviti a sottopormi a visite specialistiche per la prevenzione dei tumori. Sono assolutamente gratuite. Eppure, se decido di farmi visitare non è che “scrocco” qualcosa a qualcuno. O, forse, chi va avanti a tamponi perché non ha o non ha la possibilità di avere altro (vedi tu, magari è in attesa di vaccino e chissà quando glielo fanno) deve sborsare 15 euro a prezzo calmierato ogni 48 ore che Dio mette in terra perché così paga, con moneta sonante e ballante, il fio di non essere (ancora) vaccinato? Ma meno male che qualcuno ci ha visto dentro e ha previsto un tampone gratuito per una microcomunità di cittadini. Il tampone dovrebbe essere assolutamente gratuito per tutti. Punto, il n’y a pas d’autres questions. Totalmente a carico del sistema sanitario nazionale. Invece il costo di una prestazione presso un laboratorio di analisi privato si aggira intorno ai 30 euro, il prezzo calmierato del Governo è dimezzato, ma è ancora TROPPO alto. E poi sarà valido solo fino al 30 settembre. Dopo non si sa cosa succederà.

Sinceramente stento a vedere il senso e il valore della critica. Cosa NON avrebbe capito Ruggeri? Ha capito fin troppo, e si è adoperato perché le cose vadano ALMENO UN PO’ MEGLIO. Per quello che lo riguarda, certo, cosa volete che faccia, che abbia la soluzione a tutti i problemi della Sanità italiana? Farebbe il Ministro della Salute. Ma il Ministro della Salute avrebbe dovuto farlo Gino Strada.

Le più belle canzoni della nostra vita: “No potho reposare” di Andrea Parodi

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Lei mi ha detto: “Ma perché non torni a parlare delle canzoni?” “Ecco fatto”, le ho risposto io.

“No potho reposare” è una delle più belle canzoni d’amore che siano mai state scritte. Oltretutto in lingua sarda (sì, perché il sardo è una lingua, non un dialetto). Qui ve la ripropongo in una struggente e commovente interpretazione, quella dell’ultimo concerto di Andrea Parodi, tenutosi 17 giorni prima della sua morte. Parodi era magro fino all’inverosimile, ormai condannato in via definitiva dal male che lo affliggeva. Praticamente uno scheletro rivestito, che nonostante il cancro aveva una capacità vocale ancora straordinaria e inarrivabile. I capelli radi, gli occhiali su un viso scarnito, la macchinetta con la morfina all’altezza dello stomaco. Eppure cantava, e come cantava! Un concerto stupendo, “estremecedor”, come direbbero gli spagnoli, concluso con il brano più conosciuto del suo repertorio e della canzone sarda e italiana di ogni tempo.

“No potho reposare/amore e coro”. “Amore” e “cuore” fanno rima in italiano. E sono una rima banale, quotidiana, scontata. In sardo sono una melodia. Vedi giudizio human come spess’erra? Il Poeta chiama l’amata “amore” e “cuore”, e non mi pare che ci sia da aggiungere altro su questo argomento.

“No istes in tristura, brenda e oro/ne in dispiaghere o pensamentu”. La chiama “gemma” (brenda) “d’oro”, e la invita a stare tranquilla perché “t’assicuro che a tie solu bramo/ca’ t’amo forte e t’amo e t’amo e t’amo”. E poi Andrea Parodi si rivolge alla moglie e le canta la più struggente delle dichiarazioni d’amore. Con l’ultimo fiato, con le ultime note della sua carriera di autore e interprete: “unu mundu bellissimu pro tene/pro poter dispensare cada bene”. E chi non sarebbe disposto a morire anche per molto meno?

Omaggio agli Squallor

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Ora basta parlare sempre di scuola, didattica a distanza, ordinanze, DPCM, regolamenti, cazzi vari. Pigliamoci un paio di post di pausa e parliamo di cose più serie.

Umberto Eco, per esempio. Ecco, Umberto Eco diceva spesso che gli strumenti che si usano per analizzare le produzioni narrative “alte” servono egregiamente per analizzare anche la letteratura popolare, e che i risultati di queste analisi sono molto, ma molto interessanti. Lui lo faceva con i Peanuts di Schulz, con le strisce di Superman, per non parlare di quella marea di divertimento e rimandi che è “La misteriosa fiamma della regina Loana”, libro in cui il professore dev’essersi divertito come nessuno a ritirare fuori canzoni, canzonette, spartiti, figure, figurine, e tutto quanto fa spettacolo dell’epoa fascista, nel tentativo di far recuperare la memoria a un pover’uomo che l’aveva perduta.

Geniale, quindi, è colui che, dotato di strumenti narrativi e poetici aulici e nobili, li mette a disposizione di una produzione “bassa” e volgare nel senso più genuino del termine.

Assolutamente geniali, dunque, sono stati gli Squallor. Ne parlo in ritardo perché di recente ci ha lasciati uno dei componenti, Alfredo Cerruti, colonna portante del gruppo perché faceva da “voce narrante” alla produzione surreale, volgare, grottesca, irriverente, goliardica e volutamente parolaccesca del gruppo.

Gli Squallor erano dei professionisti della musica ingiustamente definita “leggera” o disimpegnata. Facevano parte della formazione origiaria, oltre allo stesso Cerruti, i parolieri Giancarlo Bigazzi e Daniele Pace, il musicista Totò Savio e il discografico Elio Gariboldi. Compositori sensibili, musicisti capaci, gente che ha scritto per i migliori cantanti italiani canzoni che sono rimaste nella storia della nostra espressione musicale d’autore e non.

Ripeto, professionisti assoluti, nati e rifiniti. Che da bravi professionisti, una volta l’anno si riunivano per incidere, per la gloriosa etichetta CBS (o CGD, mo’ nun me l’arcord’!) un album contenente brani assolutamente sboccati e al limite del surreale, che sono valsi al gruppo una serie inenarrabile di censure, perfino nel novero delle radio private e non solo nella cattolicissima e puritanista RAI, che alcuni anni prima del fenomeno Squallor aveva già censurato “Dio è morto” di Guccini.

Forti della loro incrollabile preparazione artistica, gli Squallor uscivano con dischi dai titoli al limite dell’ambiguo esilarante (“Pompa”, “Troia”, “Cappelle”, “Tromba”, “Scoraggiando”, “Uccelli d’Italia”, “Palle”, “Vacca” e via enumerando), proprio in quegli anni 70 che davano troppo spazio alla canzone impegnata e d’autore. Wikipedia, che dedica loro una pagina, definisce il loro genere “Rock demenziale”. Ma “demenziale” de che?? Gli Squallor erano artisti lucidissimi e pieni di inventiva, con capacità tecnico-compositive fuori dal comune. Solo che, occasionalmente, le mettevano al servizio della goliardia e del non-sense, creando anche brani di rara originalità.

Uno degli ultimi in ordine di tempo, “Albachiava”, che vede la partecipazione dell’altrettanto compianto Gigi Sabani (che, bisogna ammetterlo, come imitatore non era un gran che, ma in questo brano ha dato il meglio di se stesso, riscattandosi della pubblicità televisiva a cui il suo stesso personaggio stereotipato lo aveva costretto). Il titolo è chiaramente un calco della conosciutissima “Albachiara” di Vasco Rossi, solo che Alba, invece di essere chiara, chiava. E da lì nasce tutto. Non è solo una canzone che imita lo stile e la voce di Vasco Rossi, ma riscrive e ricrea una canzone molto meglio di Vasco Rossi. Gli Squallor avevano interiorizzato talmente bene lo stile canoro di Rossi, che si sono permessi il lusso non solo di pigliarlo per il culo (cosa, invero, assai facile), ma di fare addirittura meglio di lui. Semplicemente creando un senso di straniamento nell’ascoltatore: la chitarra elettrica che svisa, il pubblico che canta le canzoni in sottofondo, le parole degli originali leggermente mescolate per creare un effetto “scrambling” (“Tu che respiri piano dentro un ascensore, con le scarpe in mano per non far rumore”, che contiene per intero il verso originale “respiri piano per non far rumore”, fino ad arrivare al ritornello inevitabile per cui “Alba chiava/e tu non me la dài/ce l’hai nuova/che cazzo te ne fai??”

Mirabile fu anche “Berta”, dichiarazione d’amore e di arrapamento estremo di un milanese nei confronti di una ragazza napoletana che lo manda a stendere con variegata e partenopea ricchezza lessicale. La melodia su cui si svolge il dialogo surreale potrebbe essere una danza ungherese di Brahms in versione orchestrale, tanto per dire il livello di perfezione raggiunto dai nostri.

Ma dove si sfiora l’assoluto, la perfezione, la mirabile sintesi tra il genio e la volgarità (inteso nel senso nobile di “popolare”) è nel brano “Cornutone”, che comincia, a sua volta, con un omaggio a Totò, sempre con lo “scrambling” di quel “Miss, mia cara Miss / Faccio a scummessa / Ca io mi sposo a te / Miss mia dolce miss / Io voglio il bis e tu lo sai di che”.

“Cornutone” inizia in modo assolutamente folgorante, con una quartina perfetta:

“Miss,
simme juti a fernì int’ ‘o cess’,
e mo’ ca rimango ‘i sule,
te mann ‘affancule…”

fino ad arrivare al culmine, al climax, all’arte pura e totale:

“guardàte stu’ pover omm, ‘na péreta che po’ ffà,
pe’ ‘na femmena ca te leva ‘a libbertà,
pe’ nu vas’ ‘ncoppa ‘a ‘na zizza,
pe’ stu cazz’ ca nun s’arrizza
senza ‘e te:
allìsceme ‘stu bebbé!”

La voce napoletana del gruppo, quella di Totò Savio, quando ancora non era colpita, purtroppo, da una patologia alle corde vocali, rende “Cornutone” un capolavoro assoluto, degno di entrare a far parte della tradizione della canzone napoletana comica.

Parlare di canzoni senza ascoltarle è un po’ limitante, lo so, e non potrei che offrirvi alcuni spezzoni perché la legge sul diritto d’autore di più non mi consente, ma andate su YouTube e trovate questo e molto di più.

Grazie agli Squallor abbiamo portato la volgarità a forma d’arte. Gli Squallor si inseriscono nella tradizione storica e immortale di Pietro Aretino, di Giorgio Baffo, regalandoci un momento di amara ilarità. Fatene buon uso.

Gli 80 anni di Francesco Guccini

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E così il maestrone Guccini compie 80 anni. La prima volta che lo ascoltai (grazie all’amico Giovanni Zaza, che non ho più rivisto, nemmeno sui social) fu grazie a una cassetta di quelle piratate da bancarella del mercato, che conteneva il suo album “Stanze di vita quotidana”. Ho sempre pensato che quel disco portasse un po’ sfiga, e lo penso tuttora. Non fu esattamente quella che si dice una scelta felice. Ma poi passai a “Via Paolo Fabbri 43” e lì sì che fu tutto un altro andazzo. Canzoni di notte, avvelenate a gogò, e perfino una canzone delicatissima sul tema dell’aborto, come solo lui sapeva fare. Da allora è stato tutto un rincorrere dischi, comprarli (credo di avere tutta la discografia), ascoltarli, ascoltarli, e ascoltarli ancora finché quelle parole ti restano impresse nella mente e non te le scordi più. Parole d’amore (“ma dove te ne andrai, ma dove sei già andata”), di rabbia (“non rimpiango tutto quello che m’hai dato, che son io che l’ho creato e potrei rifarlo ora)”, di sesso (“per nostalgia lo rifaremmo in piedi, scordando la moquette, style e l’hi-fi”), di amicizie (“povera amica che narravi, dieci anni in poche frasi, ed io i miei in un solo saluto”), di constatazionismo del proprio niente (“siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”), di allusioni ai suoi “colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni” (“la piccola infelice (1), si è incontrata con Alice, ad un summit, per il canto popolare. Marinella non c’era, fa la vita in balera ed ha altro per la testa a cui pensare”), di criptocitazioni di scrittori (“Jorge Luis Borges mi ha promesso l’altra notte, di parlar personalmente col persiano” -il “persiano” in questione è il poeta Ibn Al Quayyam!-, o anche, parlando del mese di aprile, “quali segreti scopre in te il poeta che ti chiamò crudele” -il poeta inquestione è T.S. Eliot), di personaggi storici (“In un giorno d’ottobre, in terra boliviana, con cento colpi è morto Ernesto ‘Che’ Guevara”, ma anche Cristoforo Colombo (“e naviga, naviga via, nel suo cuore la Niña, la Pinta e la Santa María”), mitologici (“Chi era Nausicaa, e dove le sirene, Circe e Calypso perse nel brusio di voci che non so legare assieme”), letterari (“…è la più triste figura che sia apparsa sulla terra, cavaliere senza paura di una solitaria guerra”, riferito a Don Chisciotte, e su Cyrano de Bergerac, quasi riprendendo ad litteram la storica e impareggiabile traduzione di Mario Giobbe, “e al fin della licenza io non perdono e tocco!”), di personaggi reali e di cronaca (“A Silvia là in prigione cosa resta? Non le resta che guardare l’America negli occhi, sorridendo coi suoi limpidi occhi chiari”). E viandare (perché Guccini usa proprio “viandare”, che è diverso da “via andare”, cazzo significa “via andare”?). Guccini siamo noi, c’è poco da fare, e la gratitudine nei confronti del Maestro è d’obbligo. Occorre riascolarlo e riascoltare ancora e ancora le sue canzoni. Che dànno quell’ipocondria ben nota. Poi la bottiglia è vuota.

(1) Si riferisce a “Lilly” di Antonello Venditti

Dylaniati da un Premio Nobel

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hurricane

Certo che il Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan ha fatto incazzare parecchi!

L’obiezione più ovvia e scontata che i rosicatori muovono a Zimmerman è che la sua non sarebbe letteratura, o che i suoi testi con la Letteratura scritta con la majuscola abbiano ben poco a che vedere. Naturalmente nulla di più sballato e sbagliato. LA domanda, tanto per cambiare, è sempre la stessa: i testi delle canzoni sono delle poesie? Sì, senza dubbio. Poi ci sono delle poesie di qualità e delle poesie da tirare alle ortiche. Il connubuo tra i versi e la musica, almeno in senso moderno, risale ai trovatori provenzali e ai trovieri in lingua d’oil. Erano i cantautori o gli chançonniers di allora. Alcune delle loro canzoni (le chiamavano proprio così) avevano dei bei testi, altre zoppicavano un po’, ma oggi studiamo Bernart de Ventadorn, Guglielmo IX, Jaufré Rudel e altri direttamente nelle antologie scolastiche, oltre che nei corsi universitari di filologia romanza. Chi deride Bob Dylan oggi sono gli stessi che invocano dignità letteraria per Fabrizio De André.

E tanto per citarne uno, quelle di Dylan non sono solo canzonette. Non sono nemmeno soltanto canzoni di protesta, chè Dylan ha cantato storie di persone (“Hurricane”), storie d’amore (“Romance in Durango”), storie di speranza (“I shall be released”). E ho nominato solo le canzoni che mi piacciono di più.

Un amico ha scritto recentemente su Facebook che chi parla male di Dylan oggi probabilmente non è in grado di elencare nemmeno dieci brani incisi dal cantautore americano, e io sono perefttamente d’accordo con lui.

Poi uno dice: “Ma Bob Dylan è un antipatico!” Senz’altro. Anche chi lo osteggia non brilla per simpatia. Ma lui ha vinto il Nobel e gli altri no. O come ci son rimasti?

Luca Bassanese – La canzone del laureato

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Non conoscevo Luca Bassanese. Questa mattina a “Tutta la città ne parla”, su RadioTre, si ragionava di università da accorpare o no. E’ stata trasmessa la sua “Canzone del laureato”, motivetto grazioso, di divertente esecuzione, scritto e musicato come uno dei canti di protesta di una volta. Invece parla di un giovane che prende coscienza della sua vita da laureato-precario.

La domanda è, tanto per cambiare, la seguente: qual è il confine tra ispirazione, libero adattamento, citazione, rielaborazione, spunto, uso creativo, copiatura pedissequa, abbeveraggio dalla fonte e portare l’acqua della suddetta fonte al proprio mulino?

Recita una quartina della canzone:

“Un quarto di vita passato a studiare
per diventare Anonimo dottore
avrei preferito una laurea ad honorem
in canti ed in vino mio caro signore.”

La fonte a cui si è abbeverato Luca Bassanese è fin troppo evidente per chi abbia 50 anni come me: è “Via Paolo Fabbri 43” di Francesco Guccini.

“Se fossi accademico, se fossi maestro o dottore,
ti insignirei in toga di quindici lauree ad honorem,
ma a scuola ero scarso in latino e il “pop” non è fatto per me:
ti diplomerò in canti e in vino qui in via Paolo Fabbri 43!”

Canzone criptica quella di Guccini, più aperta e fresca quella di Bassanese, ma gli elementi ci sono tutti (le lauree “ad honorem”, diplomarsi o laurearsi “in canti e in vino”, la ripresa del concetto del “dottore”…). Un omaggio trasversale? Un retaggio di quando quelli più grandi di noi avevano il disco della EMI in cui Guccini cantava “Krapfen” in modo incomprensibile? Tutto può essere. Ma i debiti culturali vengono a galla, sempre.

“Ottocento” di Fabrizio De André e “Donna de Paradiso” di Iacopone da Todi

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Iacopone da Todi in un dipinto di Paolo Uccello

Mi è capitato di scrivere qualcosa sulle “fonti” da cui De André ha attinto per alcune delle sue canzoni più celebri e osannate.

Premessa necessaria a scanso di equivoci: io adoro De André. O, meglio, lo adoravo. Ora mi piacicchia. Un po’ perché lui non c’è più e io ho qualche anno, un po’ perché Marinella e Bocca di Rosa dopo un po’ stufano. O, meglio, sono fuori tempo, fuori contesto. Sono certo che qualcuno scenderà alla stazione di Sant’Ilario senza pensare al “cuore tenero” che “non è una dote di cui sian colmi i carabinieri” o all'”ira funesta delle cagnette”.

Tempus fugit.

Avevo scritto, dunque, altrove, come la musica della Canzone dell’Amore perduto fosse tratta in maniera piuttosto pedissequa da un concerto per tromba e orchestra di Telemann.
Le reazioni sono state molteplici: “De André non si tocca!” (e va beh, perché?), “Se la musica non è sua sono suoi almeno i versi che sono pura poesia” (sì, ma allora si compone una poesia, non si fa una canzone!), “Vaffanculo, stronzo!” (prevedibile!) o anche “Non è vero, te lo sei inventato” (mi sono inventato Telemann che è vissuto 250 anni fa, sì, sì…).

Poi rinvenni in due poesie di Olindo Guerrini le tracce di “Marinella” e del “Testamento”.
Anche qui critiche su critiche: “Non è vero che De André ha copiato anche se le parole sono tali e quali” (e chi ha mai detto che ha copiato? Ho detto, casomai, che le parole, guarda caso, sono tali e quali), “Ma è solo una fonte di ispirazione!!” (questo lo dicono quelli che difendono il copia e incolla da Wikipedia per dire “ma ho preso solo uno spunto”) oppure anche “Sei decisamente spietato e cattivo” (e questi hanno ragione).

Ma nessuno ha capito il dolore. Il dolore che si prova nel vedersi sgonfiare un mito.
Un mito non è una statua di bronzo che la tiri giù con due o tre corde da tirare con le ruspe, un mito è qualcosa che hai dentro, in cui credi fermamente, incondizionatamente. E quando la ragione te lo demolisce, c’è poco da fare, non c’è più.

Tutta questa premessa per rendervi partecipe del ritrovamento di un’altra “fonte” di una canzone di De André.
Trattasi di “Ottocento”, incluso nell’osannatissimo album “Le nuvole” (che contiene, tra gli altri, “Don Raffaè'” e “La domenica delle salme“, brano, quest’ultimo, che personalmente non ho mai amato in modo particolare).

Dunque, “Ottocento” è un brano geniale, senza dubbio istrionico, ricco di un gioco linguistico e di una ricercatezza lessicale e musicale a volte strabilianti.

Una delle sue parti recita:

“Figlio, figlio,
povero figlio,
eri bello bianco e vermiglio
quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio
figlio, figlio,
unico sbaglio,
annegato come un coniglio
per ferirmi, pugnalarmi nell’orgoglio”

La fonte è “Donna de paradiso” di Iacopone da Todi, composizione a metà tra il dramma sacro e la ballata.
La rima in “-iglio” è già presente nella composizione:

“O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio!
Figlio, chi dà consiglio
al cor me’ angustiato?

Ma la prova provata della filiazione di “Ottocento” dal componimento di Iacopone da Todi è:

“Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio, e a ccui m’apiglio?”

dove c’è una chiara corrispondenza lessicale (“bello, bianco e vermiglio”).

E il duecentesco Iacopone da Todi fa capolino. 

Le piu’ belle (?) canzoni della nostra vita – Culture Club – Karma Chameleon

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Mi è capitato tempo fa di ascoltare "Primo Movimento", la trasmissione mattutina di Radio Tre dedicata alle novità discografiche di musica classica e dintorni. Generalmente quando trasmettono un musicista successivo a Beethoven spengo perché sono leggermente "old fashioned" e per me anche Verdi è, a tratti, fin troppo novecentesco.

Siccome la mattina ho sonno, mi càpita di non avere troppe energie per Mahler e Stravinskij. Ma quella mattina trasmisero un brano che mi spinge a vincere il sonno, il giramento di zebedèi e aspettare che il conduttori mi dica cos’è. Strano che mi succeda per un brano del ‘900. O di Bach.

Va beh, ve la faccio corta, il pezzo (ripeto, assolutamente splendido) era di Boy George. Quello dei "Culture Club", gruppetto canterino-leggerónzolo degli anni ’80, di cui Boy George era il leader indiscusso, coi suoi travestimenti, le sue ambiguità che costituivano delle vere e proprie trovate sceniche, gli eccessi di chi sa che il successo è arrivato e che uno se lo deve godere finché dura. Nel caso di Boy George, allora, ci fu anche il carcere.

"Karma Chameleon" fu una fólgore, una saetta, un brano che le radio passavano a manetta, un tormentone.

Un pezzo che aveva schiacciato l’indubbiamente meritevole autore in una immagine-icona che, evidentemente, bravo com’era anche come musicista, non gli si addiceva. Dopo le vicende processuali legate alla detenzione di stupefacenti e all’esperienza del carcere, Boy George lo si vede praticamente solo su YouTube. C’è un filmato del 2006 in cui uno stadio intero canta assieme a lui, scocciatissimo di ripetere la stessa nenia, conciato da "vedette" coi capelli lunghissimi. Ce n’è un altro di appena tre anni più tardi in cui è irriconoscibile. Il motivetto però è sempre lo stesso.

Come dev’essere triste essere condannati a cantare sempre la stessa canzone!

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Dalida – Il venait d’avoir 18 ans – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Dalida, oltre che nelle rare apparizioni alla televisione italiana che io rammenti (non sono rare perché non c’erano, sono rare perché non me le rammento), oltre a questa ragazza dai capelli biondi che cantava “Ciao amore ciao” in coppia con il suicida Luigi Tenco, non l’ho mai seguita tanto, e se la seguivo, era perché Radio Montecarlo (l’emittente che mi ha salvato la vita, come dico sempre io, da chi li avrei ascoltati i sospiri di Serge Gainsbourg in “Je t’aime, moi non plus…”, alla RAI? Seeehhh!!) la trasmetteva, ormai in francese.
E siccome a Radio Montecarlo viveva e operava come speaker il buon Roberto Arnaldi, parolere e traduttore di finissima sensibilità, uscì questa canzone che si chiamava “Il venait d’avoir dix-huit ans”, tradotta in italiano con “18 anni”.
Però me la ricordo in francese, lei, trentaseienne, si innamora di un ragazzino di diciotto anni, si veste in modo acconcio ed appropriato (“J’ai mis de l’ordre à mes cheveux/un peu plus de noir sur mes yeux…” tradotto, sia pure un po’ forzatamente con “Ho messo agli occhi un po’ di blu/ed i capelli un po’ più su…”) per sedurlo, ma poi alla fine si accorge che non aveva calcolato di avere due volte diciott’anni. Eh, sì, negli anni ’70 a 36 anni si era quasi vecchie…

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Claudio Lolli – Michel – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Allora, or vi delizio con qualche canzone da ricordare, di quelle che ho ascoltato, amato (ma non necessariamente)  e ritrovato fra le cianfrusaglie della memoria, l’avete voluto voi, e se non lo avete voluto ve le rifilo lo stesso perché son d’humor negro.

“Michel” è, credo, una delle pochissime canzoni che io ricordi di aver ascoltato di Claudio Lolli quando ero più o meno piccino (e ci voleva anche un bello stomaco a sentire Lolli da piccini, voglio dire..)
Mi colpì subito, un po’ per questa immagine iniziale dei pantaloni corti (e da piccini ci si mettevano i pantaloni corti sopra il ginocchio, soprattutto per la prima comunione) e per queste gambe “lunghe, magre e forti”, da triplice aggettivazione, che correvano ogni giorno un po’ più svelte di quelle del poeta.

Questa canzone me la registrarono su una cassetta (di cui non dico la marca) al ferro o al ferrocromo, so assai, fatto sta che alla fine di “Michel”, cioè dopo cinque minutini, cominciava a sputare l’ossido che era una meraviglia, sporcava le testine e non si sentiva più un accidente, e allora via di cotton fioc e olio di gomito.
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Roberto Carlos – A che serve volare? – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Nel 1968 c’era Roberto Carlos, brasiliano, che vinse in coppia con Sergio Endrico il Festival di Sanremo con "Canzone per te", brano bellissimo e indimenticabile, che, infatti, vi parlo di "A che serve volare", 45 giri inciso sulla scia del successo del palco dell’Ariston.

E’ stato uno dei tre o quattro dischi che la mi’ cugina Mariella, in pace riposi, mi regalò quand’ero piccino (gli altri erano "Il vento" dei Dick Dik e "Mi ritorni in mente" di Lucio Battisti), l’etichetta era, mi pare quella color aragosta della CBS.

Roberto Carlos la interpretò in un musicarello, l’antenato dei videoclip. Oggi su una canzone si crea una ministoria dalla durata uguale, una volta ci si faceva un film intero. La pellicola si intitolava "Chimera" ed era basata su un successo di Gianni Morandi ("Ma se il mio cuore spera/non sarà solo una chimera"), Roberto Carlos vi appariva con un pettorale stile Bach che lo rendeva un po’ impacciato.

Brano dal sapore di ricordi e di fattura pregevole.

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Trio Lescano – La gelosia non e’ piu’ di moda – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Riprendo volentieri questa rubrica che ho assai bistrattato ultimamente, so assai perché, o forse lo so, ma m’importassai.

Sto inevitabilmente ma assai velocemente invecchiando, quindi, come tutti i vecchi torno allo stato embrionale, o, per meglio dire, a quello della pre-concezione (infatti sono un noto preconcezionista di stampo natoniano -questa l’hanno capita in due-) .

Il Trio Lescano, per esempio… Quando cantavano “La gelosia non è più di moda” era appena nato mio padre, pochi giorni dopo Hitler invadeva la Polonia e l’Italia si riempiva di questo swing di notevolissima qualità (trovo che i vari Barzizza, Kramer e compagnia bella non avessero meno talento di Duke Ellington, Count Basie o Glenn Miller, solo che lavoravano nell’Italietta censoria e perbenista del duce, che sarebbe entrata in guerra otto mesi dopo), cantato da queste tre signorine con l’accentazione straniera, che pronunciavano “móda” per “mòda”, e che non ho mai capito cosa sia il “cuor contento/stile novecento”.

Ma applausi a scena aperta.

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“La canzone di Marinella” e “Il Testamento” di Fabrizio De Andre’ sono anche di Olindo Guerrini

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Qualche tempo fa ho parlato della "Canzone dell’amore perduto" di Fabrizio De André, dimostrando come la musica non fosse affatto sua (ma di un musicista barocco che si chiamava Telemann, si veda il caso, a volte si dice, eh??).

Pensavo si trattasse di un caso di "ispirazione" isolato, anche se va detto che non gli sarebbe costato nulla indicare Telemann tra gli autori della musica, visto che ormai era morto da quasi duecento anni e lui i diritti d’autore li avrebbe presi lo stesso.

Ebbene, non lo è.

Proprio ieri, mentre stavo registrando malamente le mie letture ad alta voce dei "Postuma" di Lorenzo Stecchetti  mi sono imbattuto in due sonetti consecutivi, rispettivamente il LXX e il LXXI.

Nel primo, che reca il titolo "A Raffaele Belluzzi", si legge nella seconda quartina:

"Amico mio, se il fato in me ripose
Qualche forza d’ingegno or m’è fuggita:
La giovinezza mia giace sfiorita,
Giace e visse un mattin come le rose."

Curioso quel verso: "Giace e visse un mattin come le rose" ricorda in maniera impressionante il "Vivesti solo un giorno, come le rose" della "Canzone di Marinella"

Mah, uno dice sarà un caso, a volte la letteratura è un continuo rimando e poi le rose durano proprio poco.

Il caso del sonetto LXXI, intitolato "Gretchen" è un po’ più complicato. Bisogna che, prima, vi trascriva un brano tratto dalla canzone "Il Testamento" di De André:

"A te che fosti la più contesa
la cortigiana che non si dà a tutti
ed ora all’angolo di quella chiesa
offri le immagini ai belli ed ai brutti
lascio le note di questa canzone
canto il dolore della tua illusione
a te che sei per tirare avanti
costretta a vendere Cristo e i santi."

De André parla, chiaramente, di una donna, molto bella in gioventù (periodo in cui fu "la più contesa"), costretta, nella vecchiaia, a sopravvivere distribuendo all’angolo di una chiesa immagini sacre a chiunque in cambio di denaro.

Ebbene, come comincia il sonetto "Gretchen" del buon Lorenzo Stecchetti (eteronimo, lo ricordo, di Olindo Guerrini)?

"Sull’uscio della chiesa, orrida e nera
Come le streghe che il demonio abbraccia,
Vidi seder nel fango una megera,
Col marchio del bordello impresso in faccia."

Si noti l’ambientazione, l’uscio della chiesa, assai simile all’"angolo di quella chiesa" del cantautore genovese. La protagonista del sonetto dello Stecchetti è chiaramente una vecchia prostituta (e sappiamo quanto le prostitute siano tema caro a De André), in contrasto, ma neanche poi troppo, con la "cortigiana che non si dà a tutti".

Ma quelle che chiudono la partita sono le ultime due terzine del sonetto in cui la donna col marchio del bordello impresso in faccia rivela la sua identità:

"- Fui Margherita – disse – ed a contanti
Ho venduto i miei baci e le scipite
Carezze, dopo Fausto, a mille amanti:

Ma le mie carni all’ospedal marcite
M’hanno ridotta a vender Cristo e i santi
Per comprarmi due soldi d’acquavite. -"

Ora come la mettiamo? Come la mettiamo con De André ammiratore di François Villon, delle antiche ballate francesi, di Edgar Lee Masters, di Bob Dylan, di Leonard Cohen, dei Vangeli Apocrifi e degli chançonniers?

Olindo Guerrini lo ha "ispirato" (anche se sono più propenso a pensare, vista l’evidenza, che De André ne abbia attinto a piene mani, l’ispirazione è ben altra cosa dalla ripetizione pedissequa), altro che Villon!

Ci sono cascati anche quelli di Wikipedia:

"Il tòpos letterario del "testamento" è utilizzato anche dai contemporanei cantautori francesi Georges Brassens (Le testament, 1955) e Jacques Brel (Le moribond, 1961), ma ha il suo punto di riferimento nella poetica del poeta quattrocentesco François Villon, che ispirerà Fabrizio nel suo album monotematico Tutti morimmo a stento (1968)," incentrato sul tema della morte. (1)

Certo, come no, soprattutto quando il poeta quattrocentesco è morto nell’ottobre del 1916!

Curioso il fatto che i due componimenti di Guerrini/Stecchetti siano consecutivi, così come la circostanza che "La canzone di Marinella" e "Il Testamento" siano stati sempre pubblicati nello stesso album.

C’è altro da dire? Mi pare di no.

 

(1) da:

http://it.wikipedia.org/wiki/Olindo_Guerrini,

il sottolineato è mio. Riporto l’articolo anche come file PDF fotografandone lo stato attuale su

https://www.valeriodistefano.com/public/iltestamento.pdf)

John Denver – Rhymes and Reasons – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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E sì, adesso facciamoci veramente del male e pensiamo un po’ anche a John Denver che, guarda caso, morì anche lui, nello stesso anno in cui se ne andò la povera Nicolette Larson, ma Henry John Deutschendorf Jr. se ne andò per un banale incidente aereo, "Leaving on a jet plane", come una delle sue canzoni più famose ma non per questo meglio riuscite.

Ebbi un "trip" per la musica di John Denver quando mi comprai lo storico LP della RCA "Greatest Hits" (quello la cui copertina riporto a perenne e imperitura memoria).

Per me, seguace di Neil Young, di Crosby, Stills, Nash e Young (appunto), di Linda Ronstadt, della buonanima di Nicolette Larson, di Emmylou Harris (che è ancora viva, meno male…)  e di Joni Mitchell, quella di John Denver era una musica leggera, oserei dire "disimpegnata", come la sia amanava definire allora (pareva che l’"impegno" fosse il timbro musicale, il "must" imprescindibile, il marchio a fuoco dei un artista o di un genere).

Poi uscì una pubblicità, non mi ricordo più se di una automobile o di che cosa, che conteneva, come commento musicale, questa "Rhymes and Reasons" che nessuno conosceva ma che piaceva a tutti.
Tanto che quando se ne parlava, con gli amici o con i compagni di scuola (ma chi se lo ricorda se ero già iscritto all’Università o no…) facevo lo sborone e il saputello perché non solo io quel brano lo conoscevo, di più, ce l’avevo! ("Me lo registri???" "Me la fai una cassetta????" No, e perché avrei dovuto???


Brano che, ad ascoltarlo oggi, appare un po’ stucchevolmente spiritualistico ma conserva inalterata la sua fattura e una certa freschezza interpretativa.

Ed è una nostalgia senza tempo, attraverso le strade del country che mi riportano "a casa" ("Take me home, country road!"), pensando a John Denver che non c’è più nemmeno lui, che razza di fine del cazzo, Thanks God I’m a Country Boy ora però basta morti…

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Nicolette Larson – Lotta Love – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Sono quelle notizie che quando ne vieni a conoscenza ci resti cacino (livorn.: per “male”, “estrerrefatto”, “di merda”) tutta la sera, anche se sono accadute, ormai, una dozzina di anni fa e più.

Solo che tu non le sai, non le hai mai sapute.

Ecco, Nicolette Larson è morta nel 1997. Io l’ho letto mezz’ora fa e sono ancora qui che verso lacrime come uno scemo.

Perché per me Nicolette Larson era ed è sacra.

Lo devo confessare, ho avuto anch’io, come accade a molti, un periodo molto country. Non so perché ma è un genere di musica che mi ha sempre dato leggerezza, allegria, e che ha caratterizzato la mia adolescenza.

Penso che sia perché è una musica popolare, e la musica popolare l’ho sempre frequentata molto. Parallelamente ascoltavo folk anglo-scoto-irlandese ed ero veramente felice, di quella felicità tipica di quando si hanno quattordici anni, un disco di Neil Young sotto il braccio, una città per cantare (per me quella città era Livorno), e un sacco di stronzate per la testa.

Il disco era “Comes a Time”, e in quella incisione c’era Nicolette Larson che accompagnava Neil Young (affettuosamente ribattezzato in classe mia “Nello ‘r Giovane”) nei controcanti ma rendeva quel disco una cosa viva, tangibile, erotica, erogena e femminile, che per un quattordicenne non era poco.

Nicolette Larson, per me, era il più bel tronco di potta che avessi mai visto, capelli lunghissimi, sguardo bambino, voce capace di fare i ricami su “Four Strong Winds” in modo tale da metterti i brividi, così come di cantare “Motorcycle Mama” con una voce roca e decisa.

Prese una canzone di Neil, “Lotta Love”, che in quel disco sembrava poco più di una lagna tirata per le lunghe su due o tre accordi e ne fece un successo planetario. Fu una interpretazione da sogno, perché lei era da sogno, e se n’è andata a 45 anni, 45 come i giri di una canzone, per un edema cerebrale, e nessuno ce la ridarà più, così come l’adolescenza passata ad ascoltarla.

Era troppo bella per invecchiare, ma sono stronzate, cazzate (a proposito, si può dire “invecchiare”?), minchiate che si dicono perché non si sa cos’altro dire e allora si deve riempire il vuoto di nulla, come se il nulla valesse più del vuoto. Come fanno quelli che imbrattano i suoi video su YouTube scrivendo “Resterai sempre nei nostri cuori”. Cazzo me ne faccio io dei cuori della gente?

Speravo tanto fosse una donna ingrassata della Carolina. O della California. O di chissà dove.

Adesso resta questo:



e non è una consolazione.

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“La canzone dell’amore perduto” non e’ (tutta) di De Andre’ (ecco, ora come la mettiamo??)

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Quando è che ci si accorge di essere vecchi?

Ve lo dico io, quando vi crollano i miti. Quando quel poco che uno dava per scontato come stabile e perdurevole nella propria vita gli si sgretola come l’intonaco lasciato a marcire della palestra frequentata tanti anni fa (quasi mai frequentate palestre in vita mia, per fortuna).

De André, per esempio. Faber, l’amico fragile, quello che andava sempre in direzione ostinata e contraria, il bombarolo, il papà di Marinella, quello di Bocca di Rosa (due gran bei pezzi di gnocche, non c’è che dire…), quello che ha messo definitivamente a testo che “un nano è una carogna di sicuro”.

Ecco, De André ha scritto, indubbiamente canzoni brutte, o che ti lasciano completamente indifferente. O, come in questo caso, che fanno incazzare tua moglie ogni volta che l’ascolta e tu non sai cosa le sia preso.

“La canzone dell’amore perduto” è la peggiore canzone di De André. Credo che sia per questo semplice motivo che viene anche considerata la migliore dal pubblico.

La prima che incontri per strada coperta d’oro per un bacio mai dato, per un amore nuovo, giù di tromba strappalacrime, e vai di queste musiche che nella registrazione di De André sembravano quasi clownesche e, per questo, tristi.

Come siamo bischeri quando ce le beviamo tutte così.

La musica de “La canzone dell’amore perduto” non è di De André, nonostante tutti credano il contrario. Si tratta di brani tratti dall’Adagio (il primo movimento) dal Concerto in Re Maggiore per tromba, archi e continuo di G. P. Telemann. Non è solo una ispirazione è quello, preciso, identico, ‘ntìfico, scriverebbe Camilleri.

Che uno dice, ma come, non lo sapevi? Quelli che amano De André lo sapevano tutti da una vita e mezzo. No, non lo sapevo. Lo sapeva Wikipedia (“De André depositò alla SIAE sia il testo che la musica a suo nome, nonostante quest’ultima fosse di Georg Philipp Telemann”), ma io no.

Vedi cosa vuol dire non aderire alla logica dell’ignoranza collettiva?

E’ morto Peter van Wood, l’alchimista di “Butta la chiave”

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E’ morto Peter van Wood, astrologo e musicista di canzonette innocenti, di ritornelli orecchiabili e di chitarre elettriche jazz dalle dimensioni enormi e un po’ pacchiane perfino per gli anni 50.

Testi minimali come "Io penso sempre a te/mia cara Carolina" cantati con un accento inglese che non ha mai perso, secondo solo a Shell Shapiro, van Wood ci deliziò con canzoncine come "Hoi giocato tre numeri al lotto/venticinque sessanta trentotto", ma soprattutto con "Butta la chiave", una sorta di invito all’amata (che si chiamava Gelsomina) ad affacciarsi al balcone e a gettare la chiave del proprio cuore all’amato bene che aspettava sul portone con un "freddo da cani".

Era l’anti-Marinella, in cui il drudo si sarebbe stancato ben presto di aspettare la chiave per la fessura (evidente rimando di neanche tanto lontana matrice erotica) per non voler restare a congelare fuori.

Il povero Van Wood non è piàù qui a farci ridere con queste strofette semplici che ci divertivano e che, cantate oggi, non farebbero più ridere nessuno.

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Brunello Tavernese – Marea – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Devo riconoscere che con mia moglie continuo a fare delle stercofigure barbine sulla mia supposta competenza musicale e sulla mia millantata capacità di ricordare, sia pure a distanza di anni, qualunque canzoncina-stronzatina, soprattutto degli anni ’70.

Una volta lei se ne venne fuori con questa "Marea" e io naturalmente le dissi "Sì, la ricordo, la cantava Dario Baldan Bembo, giovanissimo…."

Non era vero un cazzo, e oggi ne faccio pubblica ammenda, vergognandomene come un cane randagio.

Il cantante che interpretava il pezzo si chiamava Brunello Tavernese, e aveva un nome e un cognome da vino nel cartone a 50 centisimi al supermercato, altro che Dario Baldan Bembo!!

Eccolo qui, per quelli che se lo ricordano ancora.

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I Nomadi – Voglio ridere – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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"Voglio ridere" dei Nomadi chiudeva l’edizione del giovedì del Rischiatutto.

Era una sorta di colonna sonora, con tanto di attacco d’archi, del sipario del quiz del giovedì, quando, alla fine, si restava un po’ male perché aveva perso la Longari e aveva vinto Inardi, quando Fabbricatore non era riuscito a rispondere a una domanda, o quando chi perdeva annunciava solennemente "Farò ricorso!" e Mike Bongiorno, conciliante "Ma certo, questo è un suo diritto…" e tu andavi a letto e fino al giovedì successivo non avresti saputo cosa cavolo sarebbe successo nel frattempo (lo avrebbe vinto il ricorso? Mah…)

Un esordio in "minore", quasi spagnoleggiante, bella canzone, con Augusto Daolio che fa il possibile per inciderla bene anche se si sente che non è convinto.

E’ passato tanto tempo, ormai…

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Carlos Gardel – Por una cabeza – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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E allora che sia di nuovo tango, e se tango ha da essere, non si può non parlare (di nuovo) di Carlos Gardel, che compose questo brano indimenticato e indimenticabile, che si intitolava "Por una cabeza".

A dire il vero, sia il testo che la musica, nelle versioni originali (a differenza di quanto accade per l’imbattuto "Volver", di cui mi sono occupato alcune settimane fa) non sono molto convincenti.

C’è voluto un sublime Al Pacino in "Scent of a Woman" a riportare in auge una musica che, opportunamente eseguita e arrangiata, fa intorcinare le budella e pensare che il tango è passione vera, è struggimento estremo, è musica, ma prima ancora è viscere, è qualcosa che ti ribolle e che si danza con figure precise.

La colonna sonora del film, dunque, valorizza in pieno un brano divinamente eseguito. Bandoneón, pianoforte, due violini, un contrabbasso e vài se no ti raggiungo!

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Carlos Gardel – “Volver” – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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"Voler" non è solo un tango, è il tango per eccellenza.

E’ Carlos Gardel in tutto il suo splendore, è il tango quello vero, suonato coi violini dalle orchestre argentine, quello che, come diceva la buonanima di Astor Piazzolla (che, successivamente, avrebbe innovato il tango, rivoluzionandolo talmente che spesso non ci capisco una sega) "no se baila, se escucha" (non si balla, si ascolta).

"Volver" è canzone davvero splendida, nel testo e nelle nusiche, tanto che la trovo inimitabile. Ne esistono centinaia di versioni, compresa quella piuttosto orripilante che ne diede Penélope Cruz nell’omonimo film di Pedro Almodóvar. Per carità, bellissima donna, muy negra, pechos que ¡viva tu madre!, ma accidenti che voce gracchiante, pare si sia sciacquata la bocca con la carta vetrata anziché col coluttorio.

"Volver", dunque, perché, come dice il testo, l’oblio distrugge tutto (è per questo che facciamo incetta di memoria), perché vent’anni non sono nulla e la vita è un soffio, con un’umile speranza da conservare, che è tutta la fortuna del nostro cuore.

Cosa si può desiderare di più da un tango?

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Nada – Il cuore e’ uno zingaro – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Trovo che Nada in questa foto sia bellissima, proprio come me la ricordo quando popolava le mie prime innocenti (innocenti?) fantasie di bimbo.

Con “Il cuore è uno zingaro” vinse il festival di Sanremo, in coppia con Nicola Di Bari, rivendicando, nel testo della canzone, il diritto a rifiutare una profferta amorosa perché il cuore è uno zingaro e va, e allora che colpa abbiamo noi se non ha catene?

Fu la canzone di una maturità arrivata forse troppo presto, che la consegnò al canzonettismo nazional-popolare.

Ma me la ricordo ancora vestita di bianco che cantava. Come siamo grulli quando siamo bimbetti!

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Nicola Di Bari – Chitarra suona piu’ piano – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Anche Nicola Di Bari era uno che negli anni ’70 andava forte.

Questa canzone me l’ha rammentata mia moglie, io l’avevo completamente cancellata dalla memoria che, pure, nel rimembrare queste melodie d’antan, non mi falla.

Non sapevo che fine avesse fatto Nicola Di Bari, definito sul suo sito web "l’ultimo romantico". Ma per immortalarlo Wikipedia gli ha dedicato l’immancabile pagina.

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Iva Zanicchi – Un fiume amaro – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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"Fiume amaro", ovvero quando Iva Zanicchi cantava le canzoni di Mikis Theodorakis, interprete schietta e genuina di una tradizione popolare, oserei dire "proletaria", dei versi e delle musiche del musicista e poeta greco.

Autentica "musa", per la Zanicchi si fecero in quattro i traduttori che hanno saputo rendere un metro non sempre facile da adattare musicalmente. Mi risulta che il testo italiano di questa canzone sia stato firmato da un tal Turnimelli.

Eccellente l’idea del coro: "C’è un fiume amaro dentro me/il sangue della mia ferita/ma ancor di più è amaro il bacio/che sulla bocca tua mi ferisce ancor…", che sa di tragedia greca delle origini e ricorda il "Nabucco" (questa del "Nabucco" me l’ha suggerita mia moglie, che è un genio).

Ma come avrà fatto a conciarsi così e a stare inossidabilmente con Berlusconi? (Iva Zanicchi, non mia moglie…)

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Franco Battiato – Inneres Auge – (e sommerso soprattutto da immondizie musicali…)

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Finalmente anche la cultura, l’arte, la musica, si indigna per le avventure di Berlusconi con le escort.

Questo senso di totale e completo distaccato schifo non poteva venire solo dall’intelligenza dei giornalisti, saggisti, scrittori e intervistati, no, ci voleva qualcuno che portasse questo sentimento anche tra chi ascolta la musica leggera, vero veicolo di comunicazione tra i giovani.

Con questi versi:

"uno dice che male c’è a organizzare feste private
con delle belle ragazze
per allietare primari e servitori dello stato?

non ci siamo capiti
e perché mai dovremmo pagare
anche gli extra a dei rincoglioniti?"

Franco Battiato ha voluto denunciare, in un pezzo che si intitola "Inneres Auge" (ve lo traduco io, vuol dire "Occhio interiore") il fatto che Berlusconi va a puttane e che lui ne è spiritualmente indignato, oh!

Logica vuole che ne traesse un brano musicale dal titolo in tedesco, così gl’intontiti che lo ascoltano lo ammirano per l’enorme erudizione filosofica dimostrata (un nome e un aggettivo, capirai!) con una musica assolutamente inascoltabile (perché l’inascoltabile fa cultura, si sa), e con altri versi discutibili:

"la linea orizzontale
ci spinge verso la materia,
quella verticale verso lo spirito"

Sembra di fare le parole crociate della ricerca interiore.

Battiato, ormai ombra di se stesso, è lontano dai tempi in cui cantava "la musica contemporanea mi butta giù" e che "L’impero della musica è giunto fino a noi carico di menzogne".

E sommerso soprattutto da immondizie musicali.

Gianni Nazzaro – Quanto è bella lei – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Dico alla mi’ moglie: "Quale potrebbe essere un pezzo da segmnalare per ‘Le più belle canzoni della nostra vita?"

Dice lei: "Gianni Nazzaro!"

Quando mia moglie ha ragione ha ragione, non c’è nulla da fare. Ditemi voi chi cazzo se lo ricordava Gianni Nazzaro. Per carità, bravuccio, vocina modulata, ciuffo da bello di balera, fidanzato ideale per le mamme italiane e sciupafemmine adeguato per le figlie. Vizi privati e pubbliche virtù dell’Italia canterina del 1974, quando si classifica al primo posto del "Disco per l’estate" con "Quanto è bella lei", canzone-ruffianata del neo-mammismo rampante.

Il giovine protagonista della melodia, prega la madre di perdonare il suo gesto inconsulto di andarsene da casa per ossequiare come si deve, complici i pruriti tardo-adolescenziali (adolescenziali? Avrà 40 anni!!), le esigenze della sua druda che somiglierà negli occhi alla madre, questo sì, ma vuoi mettere te con lei, mamma, ma levati di ‘ulo, vai…

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Pentangle

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Il miglior gruppo inglese di tutti i tempi sono stati i Pentangle. Un po’ perché loro i Beatles li prendevano volentieri di tacco, un po’ perché lo dico io.

La formazione originale era composta da:

Jacqui McShee (voce -e che voce!-)
John Renbourn (chitarre e voce)
Bert Jansch (chitarre e voce)
Terry Cox (percussioni)
Danny Thompson (bassi).

Il repertorio riprendeva brani della tradizione inglese rimaneggiandoli in chiave jazz, rock, blues sempre con una professionalità e una conoscenza musicale che faceva spavento.

La voce di Jacqui McShee, una delle più limpide, pure e cristalline del panorama europeo, è stata decisamente ineguagliata per decenni.

I cinque, poverini, come si può anche vedere nella foto che accompagna queste accorate note di rimembranza leopardiana, erano quello che si suol dire brutti come il peccato. Ma chi se ne fregava, si dovevano ascoltare i loro dischi, mica guardarli in faccia.

Anche se in certe incisioni ricavate da da contributi per le televisioni di mezza Europa ci si rende conto che i cinque erano sempre in grado di ripetere dal vivo l’alchimia musicale del vinile, che non c’era nulla di ricercato se non la loro ricerca.

Difficile trovare un brano esemplare da cui trarre alcuni secondi esemplari per dare un’impressione esemplare dei Pentangle senza ledere diritto d’autore (certamente non esemplare) e soprattutto senza spezzare l’incanto di alcuni pezzi.

Cerca che ti ricerca, ponza che ti riponza, ho oprato per l’ultima strova di"Lord Franklin", nell’incisione che ne fecero in "Cruel Sister", album graniticamente folk.

John alla chitarra canta una delle più famose ballate inglesi. Jacqui gli fa un ricamo che se non è esaustivo delle sue doti vocali, certamente rende appena appena l’idea.


"So now my burden it gives me pain
For my long lost Franklin I would cross the main.
Ten thousand pounds would I freely give,
To say on earth that my Franklin do live."

John esegue spesso questo brano nei suoi concerti da solista.

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Nada – Ma che freddo fa – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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La prima canzone italiana che io ricordi in qualche modo, dopo essere stato trapiantato nella terra che un giorno avrebbe avuto come presidente del consiglio l’uomo in assoluto più perseguitato degli ultimi 150 anni, è “Ma che freddo fa” interpretata da una giovanissima Nada.

Visto che in quel di Livorno ero, e che ci sarei rimasto almeno per una trentina d’anni, tanto valeva iniziare la mia cultura musicale (cultura? Mah…) con una gabbrigiana (Gabbro, lo si sappia, è nel territorio del comune di Rosignano Marittimo!).

Al Gabbro si dice che sia buono il pane. E poi c’era Nada. Che aveva anche un cognome, Malanima, ma si vede che portava male e allora l’hanno fatta scantare scalza di anagrafe e ignuda di età, giacché presentò questa classica “Ma che freddo fa” a Sanremo che ancora non aveva 16 anni compiuti. Sul muro di casa sua c’era scritto “Forza Nada!” proprio come si scrive(va) “Forza Coppi!” o “Forza Iuve” (regolarmente con la “I”).

Del testo (poco) poetico del brano c’erano le mani fredde della notte che scendevano su di lei e tu ragazzo mi ha delusa hai rubato dal mio viso quel sorriso che non tornerà.

E s’alza il vento, un vento freddo…

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Wess e Dori Ghezzi – Un corpo e un’anima – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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E’ morto Wess.

Wess aveva costituito con Dori Ghezzi una coppia canora che negli anni ’70 aveva spopolato. Lui di colore, con il faccione di un Arnold ante litteram un po’ cresciuto, lei bellissima, bionda e soprattutto bianca, sembravano la trsposizione canterina di un "Indovina chi viene a cena" de noàntri.

Cantavano canzoni di litigi tra innamorati, e la gente pensava che stessero insieme davvero, che litigassero davvero e che si riappacificassero sul serio.

La canzone più famosa la presentarono a Canzonissima del ’74 ed era "Un corpo e un’anima". Vinsero, ma la finale non andò mai in onda per via di uno sciopero del personale RAI.

Piuttosto melliflua, era una cantone evidentemente machista. Lui ha combinato qualcosa, nulla di grave probabilmente (potrebbe mai farlo un negro che sta con una bionda?), o forse è lei che è gelosa dello sguardo di un’altra donna ("lei ti guardava come fossi suo e invece c’ero anch’io)", un piccolo litigio, il perdono della donna ("Io per amore ti perdono tutto ed è più bello poi") lui che la esorta a non cambiare mai (e te credo!).

La canzone è stata ripresa recentemente come colonna sonora di una pubblicità.

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Peppino Gagliardi – Settembre – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Del Maestro Peppino Gagliardi ebbi a parlare tempo addietro, proponendovi il ricordo di "Come le viole".

L’altro suo successo planetario è "Settembre", che, però, rispetto alla precedente, è una canzonetta più immatura, coreografata di chitarre e mandolini, e di cui si salva solo il refrain ("refràn" secondo la versione del Compare, di Baluganti Ampelio e dei pisani) diventato famosissimo tra i frequentatori di balere al chiaro di luna, tamarri col petto villoso sotto la camicia con il colletto regolarmente a triangolo.

E’ una canzone napoletana cantata in italiano, ma Gagliardi era gagliardo anche nell’interpretazione di queste musichette.

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Paola Turci – Saluto l’inverno – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Ci sono canzoni che fanno parte della vita di una persona e non si sa nemmeno come abbiano fatto a finirci dentro.

Non perché uno ami particolarmente un genere musicale, o un cantante, o una melodia, o un ritornello (“quel motivetto che mi piace tanto”), no, certe canzoni ti bussano alla porta e tu dici “Va bene, se proprio devi entrare, entra…”

Per me fu il caso di questa “Saluto l’inverno” di Paola Turci, cantante e cantautrice toscana di buone doti interpretative.

Mi pare che fosse il 2003 o giù di lì, vivevo ancora nel mio appartamentino da single (trentacinque metri quadri più terrazzino e garage, nuovissimo, tutti i generi di conforto moderni…) e ogni mattina alla radio puntualmente la trasmettevano.

Era la storia di questa ragazza che saluta l’inverno, sente che è arrivata l’estate e preferisce leggere un libro sull’interpretazione dei sogni piuttosto che affrontare un “allegro Delitto e castigo”. Si sente viva, ed è felice di esserlo.

Il testo, disgraziatamente, è di Carmen Consoli, credo sia sua anche la musica che, però, la Turci deve avere riarrangiato migliorandola notevolmente.

Anche l’interpretazione valorizza un brano che, se portato al successo dalla voce diarroica della Consoli, avrebbe avuto fortuna incerta e freschezza annullata.

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