Omaggio agli Squallor

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Ora basta parlare sempre di scuola, didattica a distanza, ordinanze, DPCM, regolamenti, cazzi vari. Pigliamoci un paio di post di pausa e parliamo di cose più serie.

Umberto Eco, per esempio. Ecco, Umberto Eco diceva spesso che gli strumenti che si usano per analizzare le produzioni narrative “alte” servono egregiamente per analizzare anche la letteratura popolare, e che i risultati di queste analisi sono molto, ma molto interessanti. Lui lo faceva con i Peanuts di Schulz, con le strisce di Superman, per non parlare di quella marea di divertimento e rimandi che è “La misteriosa fiamma della regina Loana”, libro in cui il professore dev’essersi divertito come nessuno a ritirare fuori canzoni, canzonette, spartiti, figure, figurine, e tutto quanto fa spettacolo dell’epoa fascista, nel tentativo di far recuperare la memoria a un pover’uomo che l’aveva perduta.

Geniale, quindi, è colui che, dotato di strumenti narrativi e poetici aulici e nobili, li mette a disposizione di una produzione “bassa” e volgare nel senso più genuino del termine.

Assolutamente geniali, dunque, sono stati gli Squallor. Ne parlo in ritardo perché di recente ci ha lasciati uno dei componenti, Alfredo Cerruti, colonna portante del gruppo perché faceva da “voce narrante” alla produzione surreale, volgare, grottesca, irriverente, goliardica e volutamente parolaccesca del gruppo.

Gli Squallor erano dei professionisti della musica ingiustamente definita “leggera” o disimpegnata. Facevano parte della formazione origiaria, oltre allo stesso Cerruti, i parolieri Giancarlo Bigazzi e Daniele Pace, il musicista Totò Savio e il discografico Elio Gariboldi. Compositori sensibili, musicisti capaci, gente che ha scritto per i migliori cantanti italiani canzoni che sono rimaste nella storia della nostra espressione musicale d’autore e non.

Ripeto, professionisti assoluti, nati e rifiniti. Che da bravi professionisti, una volta l’anno si riunivano per incidere, per la gloriosa etichetta CBS (o CGD, mo’ nun me l’arcord’!) un album contenente brani assolutamente sboccati e al limite del surreale, che sono valsi al gruppo una serie inenarrabile di censure, perfino nel novero delle radio private e non solo nella cattolicissima e puritanista RAI, che alcuni anni prima del fenomeno Squallor aveva già censurato “Dio è morto” di Guccini.

Forti della loro incrollabile preparazione artistica, gli Squallor uscivano con dischi dai titoli al limite dell’ambiguo esilarante (“Pompa”, “Troia”, “Cappelle”, “Tromba”, “Scoraggiando”, “Uccelli d’Italia”, “Palle”, “Vacca” e via enumerando), proprio in quegli anni 70 che davano troppo spazio alla canzone impegnata e d’autore. Wikipedia, che dedica loro una pagina, definisce il loro genere “Rock demenziale”. Ma “demenziale” de che?? Gli Squallor erano artisti lucidissimi e pieni di inventiva, con capacità tecnico-compositive fuori dal comune. Solo che, occasionalmente, le mettevano al servizio della goliardia e del non-sense, creando anche brani di rara originalità.

Uno degli ultimi in ordine di tempo, “Albachiava”, che vede la partecipazione dell’altrettanto compianto Gigi Sabani (che, bisogna ammetterlo, come imitatore non era un gran che, ma in questo brano ha dato il meglio di se stesso, riscattandosi della pubblicità televisiva a cui il suo stesso personaggio stereotipato lo aveva costretto). Il titolo è chiaramente un calco della conosciutissima “Albachiara” di Vasco Rossi, solo che Alba, invece di essere chiara, chiava. E da lì nasce tutto. Non è solo una canzone che imita lo stile e la voce di Vasco Rossi, ma riscrive e ricrea una canzone molto meglio di Vasco Rossi. Gli Squallor avevano interiorizzato talmente bene lo stile canoro di Rossi, che si sono permessi il lusso non solo di pigliarlo per il culo (cosa, invero, assai facile), ma di fare addirittura meglio di lui. Semplicemente creando un senso di straniamento nell’ascoltatore: la chitarra elettrica che svisa, il pubblico che canta le canzoni in sottofondo, le parole degli originali leggermente mescolate per creare un effetto “scrambling” (“Tu che respiri piano dentro un ascensore, con le scarpe in mano per non far rumore”, che contiene per intero il verso originale “respiri piano per non far rumore”, fino ad arrivare al ritornello inevitabile per cui “Alba chiava/e tu non me la dài/ce l’hai nuova/che cazzo te ne fai??”

Mirabile fu anche “Berta”, dichiarazione d’amore e di arrapamento estremo di un milanese nei confronti di una ragazza napoletana che lo manda a stendere con variegata e partenopea ricchezza lessicale. La melodia su cui si svolge il dialogo surreale potrebbe essere una danza ungherese di Brahms in versione orchestrale, tanto per dire il livello di perfezione raggiunto dai nostri.

Ma dove si sfiora l’assoluto, la perfezione, la mirabile sintesi tra il genio e la volgarità (inteso nel senso nobile di “popolare”) è nel brano “Cornutone”, che comincia, a sua volta, con un omaggio a Totò, sempre con lo “scrambling” di quel “Miss, mia cara Miss / Faccio a scummessa / Ca io mi sposo a te / Miss mia dolce miss / Io voglio il bis e tu lo sai di che”.

“Cornutone” inizia in modo assolutamente folgorante, con una quartina perfetta:

“Miss,
simme juti a fernì int’ ‘o cess’,
e mo’ ca rimango ‘i sule,
te mann ‘affancule…”

fino ad arrivare al culmine, al climax, all’arte pura e totale:

“guardàte stu’ pover omm, ‘na péreta che po’ ffà,
pe’ ‘na femmena ca te leva ‘a libbertà,
pe’ nu vas’ ‘ncoppa ‘a ‘na zizza,
pe’ stu cazz’ ca nun s’arrizza
senza ‘e te:
allìsceme ‘stu bebbé!”

La voce napoletana del gruppo, quella di Totò Savio, quando ancora non era colpita, purtroppo, da una patologia alle corde vocali, rende “Cornutone” un capolavoro assoluto, degno di entrare a far parte della tradizione della canzone napoletana comica.

Parlare di canzoni senza ascoltarle è un po’ limitante, lo so, e non potrei che offrirvi alcuni spezzoni perché la legge sul diritto d’autore di più non mi consente, ma andate su YouTube e trovate questo e molto di più.

Grazie agli Squallor abbiamo portato la volgarità a forma d’arte. Gli Squallor si inseriscono nella tradizione storica e immortale di Pietro Aretino, di Giorgio Baffo, regalandoci un momento di amara ilarità. Fatene buon uso.

Gli 80 anni di Francesco Guccini

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E così il maestrone Guccini compie 80 anni. La prima volta che lo ascoltai (grazie all’amico Giovanni Zaza, che non ho più rivisto, nemmeno sui social) fu grazie a una cassetta di quelle piratate da bancarella del mercato, che conteneva il suo album “Stanze di vita quotidana”. Ho sempre pensato che quel disco portasse un po’ sfiga, e lo penso tuttora. Non fu esattamente quella che si dice una scelta felice. Ma poi passai a “Via Paolo Fabbri 43” e lì sì che fu tutto un altro andazzo. Canzoni di notte, avvelenate a gogò, e perfino una canzone delicatissima sul tema dell’aborto, come solo lui sapeva fare. Da allora è stato tutto un rincorrere dischi, comprarli (credo di avere tutta la discografia), ascoltarli, ascoltarli, e ascoltarli ancora finché quelle parole ti restano impresse nella mente e non te le scordi più. Parole d’amore (“ma dove te ne andrai, ma dove sei già andata”), di rabbia (“non rimpiango tutto quello che m’hai dato, che son io che l’ho creato e potrei rifarlo ora)”, di sesso (“per nostalgia lo rifaremmo in piedi, scordando la moquette, style e l’hi-fi”), di amicizie (“povera amica che narravi, dieci anni in poche frasi, ed io i miei in un solo saluto”), di constatazionismo del proprio niente (“siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa e il cuore di simboli pieno”), di allusioni ai suoi “colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po’ di milioni” (“la piccola infelice (1), si è incontrata con Alice, ad un summit, per il canto popolare. Marinella non c’era, fa la vita in balera ed ha altro per la testa a cui pensare”), di criptocitazioni di scrittori (“Jorge Luis Borges mi ha promesso l’altra notte, di parlar personalmente col persiano” -il “persiano” in questione è il poeta Ibn Al Quayyam!-, o anche, parlando del mese di aprile, “quali segreti scopre in te il poeta che ti chiamò crudele” -il poeta inquestione è T.S. Eliot), di personaggi storici (“In un giorno d’ottobre, in terra boliviana, con cento colpi è morto Ernesto ‘Che’ Guevara”, ma anche Cristoforo Colombo (“e naviga, naviga via, nel suo cuore la Niña, la Pinta e la Santa María”), mitologici (“Chi era Nausicaa, e dove le sirene, Circe e Calypso perse nel brusio di voci che non so legare assieme”), letterari (“…è la più triste figura che sia apparsa sulla terra, cavaliere senza paura di una solitaria guerra”, riferito a Don Chisciotte, e su Cyrano de Bergerac, quasi riprendendo ad litteram la storica e impareggiabile traduzione di Mario Giobbe, “e al fin della licenza io non perdono e tocco!”), di personaggi reali e di cronaca (“A Silvia là in prigione cosa resta? Non le resta che guardare l’America negli occhi, sorridendo coi suoi limpidi occhi chiari”). E viandare (perché Guccini usa proprio “viandare”, che è diverso da “via andare”, cazzo significa “via andare”?). Guccini siamo noi, c’è poco da fare, e la gratitudine nei confronti del Maestro è d’obbligo. Occorre riascolarlo e riascoltare ancora e ancora le sue canzoni. Che dànno quell’ipocondria ben nota. Poi la bottiglia è vuota.

(1) Si riferisce a “Lilly” di Antonello Venditti

Dylaniati da un Premio Nobel

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hurricane

Certo che il Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan ha fatto incazzare parecchi!

L’obiezione più ovvia e scontata che i rosicatori muovono a Zimmerman è che la sua non sarebbe letteratura, o che i suoi testi con la Letteratura scritta con la majuscola abbiano ben poco a che vedere. Naturalmente nulla di più sballato e sbagliato. LA domanda, tanto per cambiare, è sempre la stessa: i testi delle canzoni sono delle poesie? Sì, senza dubbio. Poi ci sono delle poesie di qualità e delle poesie da tirare alle ortiche. Il connubuo tra i versi e la musica, almeno in senso moderno, risale ai trovatori provenzali e ai trovieri in lingua d’oil. Erano i cantautori o gli chançonniers di allora. Alcune delle loro canzoni (le chiamavano proprio così) avevano dei bei testi, altre zoppicavano un po’, ma oggi studiamo Bernart de Ventadorn, Guglielmo IX, Jaufré Rudel e altri direttamente nelle antologie scolastiche, oltre che nei corsi universitari di filologia romanza. Chi deride Bob Dylan oggi sono gli stessi che invocano dignità letteraria per Fabrizio De André.

E tanto per citarne uno, quelle di Dylan non sono solo canzonette. Non sono nemmeno soltanto canzoni di protesta, chè Dylan ha cantato storie di persone (“Hurricane”), storie d’amore (“Romance in Durango”), storie di speranza (“I shall be released”). E ho nominato solo le canzoni che mi piacciono di più.

Un amico ha scritto recentemente su Facebook che chi parla male di Dylan oggi probabilmente non è in grado di elencare nemmeno dieci brani incisi dal cantautore americano, e io sono perefttamente d’accordo con lui.

Poi uno dice: “Ma Bob Dylan è un antipatico!” Senz’altro. Anche chi lo osteggia non brilla per simpatia. Ma lui ha vinto il Nobel e gli altri no. O come ci son rimasti?

Luca Bassanese – La canzone del laureato

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Non conoscevo Luca Bassanese. Questa mattina a “Tutta la città ne parla”, su RadioTre, si ragionava di università da accorpare o no. E’ stata trasmessa la sua “Canzone del laureato”, motivetto grazioso, di divertente esecuzione, scritto e musicato come uno dei canti di protesta di una volta. Invece parla di un giovane che prende coscienza della sua vita da laureato-precario.

La domanda è, tanto per cambiare, la seguente: qual è il confine tra ispirazione, libero adattamento, citazione, rielaborazione, spunto, uso creativo, copiatura pedissequa, abbeveraggio dalla fonte e portare l’acqua della suddetta fonte al proprio mulino?

Recita una quartina della canzone:

“Un quarto di vita passato a studiare
per diventare Anonimo dottore
avrei preferito una laurea ad honorem
in canti ed in vino mio caro signore.”

La fonte a cui si è abbeverato Luca Bassanese è fin troppo evidente per chi abbia 50 anni come me: è “Via Paolo Fabbri 43” di Francesco Guccini.

“Se fossi accademico, se fossi maestro o dottore,
ti insignirei in toga di quindici lauree ad honorem,
ma a scuola ero scarso in latino e il “pop” non è fatto per me:
ti diplomerò in canti e in vino qui in via Paolo Fabbri 43!”

Canzone criptica quella di Guccini, più aperta e fresca quella di Bassanese, ma gli elementi ci sono tutti (le lauree “ad honorem”, diplomarsi o laurearsi “in canti e in vino”, la ripresa del concetto del “dottore”…). Un omaggio trasversale? Un retaggio di quando quelli più grandi di noi avevano il disco della EMI in cui Guccini cantava “Krapfen” in modo incomprensibile? Tutto può essere. Ma i debiti culturali vengono a galla, sempre.

“Ottocento” di Fabrizio De André e “Donna de Paradiso” di Iacopone da Todi

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Iacopone da Todi in un dipinto di Paolo Uccello

Mi è capitato di scrivere qualcosa sulle “fonti” da cui De André ha attinto per alcune delle sue canzoni più celebri e osannate.

Premessa necessaria a scanso di equivoci: io adoro De André. O, meglio, lo adoravo. Ora mi piacicchia. Un po’ perché lui non c’è più e io ho qualche anno, un po’ perché Marinella e Bocca di Rosa dopo un po’ stufano. O, meglio, sono fuori tempo, fuori contesto. Sono certo che qualcuno scenderà alla stazione di Sant’Ilario senza pensare al “cuore tenero” che “non è una dote di cui sian colmi i carabinieri” o all'”ira funesta delle cagnette”.

Tempus fugit.

Avevo scritto, dunque, altrove, come la musica della Canzone dell’Amore perduto fosse tratta in maniera piuttosto pedissequa da un concerto per tromba e orchestra di Telemann.
Le reazioni sono state molteplici: “De André non si tocca!” (e va beh, perché?), “Se la musica non è sua sono suoi almeno i versi che sono pura poesia” (sì, ma allora si compone una poesia, non si fa una canzone!), “Vaffanculo, stronzo!” (prevedibile!) o anche “Non è vero, te lo sei inventato” (mi sono inventato Telemann che è vissuto 250 anni fa, sì, sì…).

Poi rinvenni in due poesie di Olindo Guerrini le tracce di “Marinella” e del “Testamento”.
Anche qui critiche su critiche: “Non è vero che De André ha copiato anche se le parole sono tali e quali” (e chi ha mai detto che ha copiato? Ho detto, casomai, che le parole, guarda caso, sono tali e quali), “Ma è solo una fonte di ispirazione!!” (questo lo dicono quelli che difendono il copia e incolla da Wikipedia per dire “ma ho preso solo uno spunto”) oppure anche “Sei decisamente spietato e cattivo” (e questi hanno ragione).

Ma nessuno ha capito il dolore. Il dolore che si prova nel vedersi sgonfiare un mito.
Un mito non è una statua di bronzo che la tiri giù con due o tre corde da tirare con le ruspe, un mito è qualcosa che hai dentro, in cui credi fermamente, incondizionatamente. E quando la ragione te lo demolisce, c’è poco da fare, non c’è più.

Tutta questa premessa per rendervi partecipe del ritrovamento di un’altra “fonte” di una canzone di De André.
Trattasi di “Ottocento”, incluso nell’osannatissimo album “Le nuvole” (che contiene, tra gli altri, “Don Raffaè'” e “La domenica delle salme“, brano, quest’ultimo, che personalmente non ho mai amato in modo particolare).

Dunque, “Ottocento” è un brano geniale, senza dubbio istrionico, ricco di un gioco linguistico e di una ricercatezza lessicale e musicale a volte strabilianti.

Una delle sue parti recita:

“Figlio, figlio,
povero figlio,
eri bello bianco e vermiglio
quale intruglio ti ha perduto nel Naviglio
figlio, figlio,
unico sbaglio,
annegato come un coniglio
per ferirmi, pugnalarmi nell’orgoglio”

La fonte è “Donna de paradiso” di Iacopone da Todi, composizione a metà tra il dramma sacro e la ballata.
La rima in “-iglio” è già presente nella composizione:

“O figlio, figlio, figlio,
figlio, amoroso giglio!
Figlio, chi dà consiglio
al cor me’ angustiato?

Ma la prova provata della filiazione di “Ottocento” dal componimento di Iacopone da Todi è:

“Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio, e a ccui m’apiglio?”

dove c’è una chiara corrispondenza lessicale (“bello, bianco e vermiglio”).

E il duecentesco Iacopone da Todi fa capolino. 

Le piu’ belle (?) canzoni della nostra vita – Culture Club – Karma Chameleon

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Mi è capitato tempo fa di ascoltare "Primo Movimento", la trasmissione mattutina di Radio Tre dedicata alle novità discografiche di musica classica e dintorni. Generalmente quando trasmettono un musicista successivo a Beethoven spengo perché sono leggermente "old fashioned" e per me anche Verdi è, a tratti, fin troppo novecentesco.

Siccome la mattina ho sonno, mi càpita di non avere troppe energie per Mahler e Stravinskij. Ma quella mattina trasmisero un brano che mi spinge a vincere il sonno, il giramento di zebedèi e aspettare che il conduttori mi dica cos’è. Strano che mi succeda per un brano del ‘900. O di Bach.

Va beh, ve la faccio corta, il pezzo (ripeto, assolutamente splendido) era di Boy George. Quello dei "Culture Club", gruppetto canterino-leggerónzolo degli anni ’80, di cui Boy George era il leader indiscusso, coi suoi travestimenti, le sue ambiguità che costituivano delle vere e proprie trovate sceniche, gli eccessi di chi sa che il successo è arrivato e che uno se lo deve godere finché dura. Nel caso di Boy George, allora, ci fu anche il carcere.

"Karma Chameleon" fu una fólgore, una saetta, un brano che le radio passavano a manetta, un tormentone.

Un pezzo che aveva schiacciato l’indubbiamente meritevole autore in una immagine-icona che, evidentemente, bravo com’era anche come musicista, non gli si addiceva. Dopo le vicende processuali legate alla detenzione di stupefacenti e all’esperienza del carcere, Boy George lo si vede praticamente solo su YouTube. C’è un filmato del 2006 in cui uno stadio intero canta assieme a lui, scocciatissimo di ripetere la stessa nenia, conciato da "vedette" coi capelli lunghissimi. Ce n’è un altro di appena tre anni più tardi in cui è irriconoscibile. Il motivetto però è sempre lo stesso.

Come dev’essere triste essere condannati a cantare sempre la stessa canzone!

Dalida – Il venait d’avoir 18 ans – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Dalida, oltre che nelle rare apparizioni alla televisione italiana che io rammenti (non sono rare perché non c’erano, sono rare perché non me le rammento), oltre a questa ragazza dai capelli biondi che cantava “Ciao amore ciao” in coppia con il suicida Luigi Tenco, non l’ho mai seguita tanto, e se la seguivo, era perché Radio Montecarlo (l’emittente che mi ha salvato la vita, come dico sempre io, da chi li avrei ascoltati i sospiri di Serge Gainsbourg in “Je t’aime, moi non plus…”, alla RAI? Seeehhh!!) la trasmetteva, ormai in francese.
E siccome a Radio Montecarlo viveva e operava come speaker il buon Roberto Arnaldi, parolere e traduttore di finissima sensibilità, uscì questa canzone che si chiamava “Il venait d’avoir dix-huit ans”, tradotta in italiano con “18 anni”.
Però me la ricordo in francese, lei, trentaseienne, si innamora di un ragazzino di diciotto anni, si veste in modo acconcio ed appropriato (“J’ai mis de l’ordre à mes cheveux/un peu plus de noir sur mes yeux…” tradotto, sia pure un po’ forzatamente con “Ho messo agli occhi un po’ di blu/ed i capelli un po’ più su…”) per sedurlo, ma poi alla fine si accorge che non aveva calcolato di avere due volte diciott’anni. Eh, sì, negli anni ’70 a 36 anni si era quasi vecchie…

Claudio Lolli – Michel – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Allora, or vi delizio con qualche canzone da ricordare, di quelle che ho ascoltato, amato (ma non necessariamente)  e ritrovato fra le cianfrusaglie della memoria, l’avete voluto voi, e se non lo avete voluto ve le rifilo lo stesso perché son d’humor negro.

“Michel” è, credo, una delle pochissime canzoni che io ricordi di aver ascoltato di Claudio Lolli quando ero più o meno piccino (e ci voleva anche un bello stomaco a sentire Lolli da piccini, voglio dire..)
Mi colpì subito, un po’ per questa immagine iniziale dei pantaloni corti (e da piccini ci si mettevano i pantaloni corti sopra il ginocchio, soprattutto per la prima comunione) e per queste gambe “lunghe, magre e forti”, da triplice aggettivazione, che correvano ogni giorno un po’ più svelte di quelle del poeta.

Questa canzone me la registrarono su una cassetta (di cui non dico la marca) al ferro o al ferrocromo, so assai, fatto sta che alla fine di “Michel”, cioè dopo cinque minutini, cominciava a sputare l’ossido che era una meraviglia, sporcava le testine e non si sentiva più un accidente, e allora via di cotton fioc e olio di gomito.

Roberto Carlos – A che serve volare? – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Nel 1968 c’era Roberto Carlos, brasiliano, che vinse in coppia con Sergio Endrico il Festival di Sanremo con "Canzone per te", brano bellissimo e indimenticabile, che, infatti, vi parlo di "A che serve volare", 45 giri inciso sulla scia del successo del palco dell’Ariston.

E’ stato uno dei tre o quattro dischi che la mi’ cugina Mariella, in pace riposi, mi regalò quand’ero piccino (gli altri erano "Il vento" dei Dick Dik e "Mi ritorni in mente" di Lucio Battisti), l’etichetta era, mi pare quella color aragosta della CBS.

Roberto Carlos la interpretò in un musicarello, l’antenato dei videoclip. Oggi su una canzone si crea una ministoria dalla durata uguale, una volta ci si faceva un film intero. La pellicola si intitolava "Chimera" ed era basata su un successo di Gianni Morandi ("Ma se il mio cuore spera/non sarà solo una chimera"), Roberto Carlos vi appariva con un pettorale stile Bach che lo rendeva un po’ impacciato.

Brano dal sapore di ricordi e di fattura pregevole.

Trio Lescano – La gelosia non e’ piu’ di moda – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Riprendo volentieri questa rubrica che ho assai bistrattato ultimamente, so assai perché, o forse lo so, ma m’importassai.

Sto inevitabilmente ma assai velocemente invecchiando, quindi, come tutti i vecchi torno allo stato embrionale, o, per meglio dire, a quello della pre-concezione (infatti sono un noto preconcezionista di stampo natoniano -questa l’hanno capita in due-) .

Il Trio Lescano, per esempio… Quando cantavano “La gelosia non è più di moda” era appena nato mio padre, pochi giorni dopo Hitler invadeva la Polonia e l’Italia si riempiva di questo swing di notevolissima qualità (trovo che i vari Barzizza, Kramer e compagnia bella non avessero meno talento di Duke Ellington, Count Basie o Glenn Miller, solo che lavoravano nell’Italietta censoria e perbenista del duce, che sarebbe entrata in guerra otto mesi dopo), cantato da queste tre signorine con l’accentazione straniera, che pronunciavano “móda” per “mòda”, e che non ho mai capito cosa sia il “cuor contento/stile novecento”.

Ma applausi a scena aperta.

“La canzone di Marinella” e “Il Testamento” di Fabrizio De Andre’ sono anche di Olindo Guerrini

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Qualche tempo fa ho parlato della "Canzone dell’amore perduto" di Fabrizio De André, dimostrando come la musica non fosse affatto sua (ma di un musicista barocco che si chiamava Telemann, si veda il caso, a volte si dice, eh??).

Pensavo si trattasse di un caso di "ispirazione" isolato, anche se va detto che non gli sarebbe costato nulla indicare Telemann tra gli autori della musica, visto che ormai era morto da quasi duecento anni e lui i diritti d’autore li avrebbe presi lo stesso.

Ebbene, non lo è.

Proprio ieri, mentre stavo registrando malamente le mie letture ad alta voce dei "Postuma" di Lorenzo Stecchetti  mi sono imbattuto in due sonetti consecutivi, rispettivamente il LXX e il LXXI.

Nel primo, che reca il titolo "A Raffaele Belluzzi", si legge nella seconda quartina:

"Amico mio, se il fato in me ripose
Qualche forza d’ingegno or m’è fuggita:
La giovinezza mia giace sfiorita,
Giace e visse un mattin come le rose."

Curioso quel verso: "Giace e visse un mattin come le rose" ricorda in maniera impressionante il "Vivesti solo un giorno, come le rose" della "Canzone di Marinella"

Mah, uno dice sarà un caso, a volte la letteratura è un continuo rimando e poi le rose durano proprio poco.

Il caso del sonetto LXXI, intitolato "Gretchen" è un po’ più complicato. Bisogna che, prima, vi trascriva un brano tratto dalla canzone "Il Testamento" di De André:

"A te che fosti la più contesa
la cortigiana che non si dà a tutti
ed ora all’angolo di quella chiesa
offri le immagini ai belli ed ai brutti
lascio le note di questa canzone
canto il dolore della tua illusione
a te che sei per tirare avanti
costretta a vendere Cristo e i santi."

De André parla, chiaramente, di una donna, molto bella in gioventù (periodo in cui fu "la più contesa"), costretta, nella vecchiaia, a sopravvivere distribuendo all’angolo di una chiesa immagini sacre a chiunque in cambio di denaro.

Ebbene, come comincia il sonetto "Gretchen" del buon Lorenzo Stecchetti (eteronimo, lo ricordo, di Olindo Guerrini)?

"Sull’uscio della chiesa, orrida e nera
Come le streghe che il demonio abbraccia,
Vidi seder nel fango una megera,
Col marchio del bordello impresso in faccia."

Si noti l’ambientazione, l’uscio della chiesa, assai simile all’"angolo di quella chiesa" del cantautore genovese. La protagonista del sonetto dello Stecchetti è chiaramente una vecchia prostituta (e sappiamo quanto le prostitute siano tema caro a De André), in contrasto, ma neanche poi troppo, con la "cortigiana che non si dà a tutti".

Ma quelle che chiudono la partita sono le ultime due terzine del sonetto in cui la donna col marchio del bordello impresso in faccia rivela la sua identità:

"- Fui Margherita – disse – ed a contanti
Ho venduto i miei baci e le scipite
Carezze, dopo Fausto, a mille amanti:

Ma le mie carni all’ospedal marcite
M’hanno ridotta a vender Cristo e i santi
Per comprarmi due soldi d’acquavite. -"

Ora come la mettiamo? Come la mettiamo con De André ammiratore di François Villon, delle antiche ballate francesi, di Edgar Lee Masters, di Bob Dylan, di Leonard Cohen, dei Vangeli Apocrifi e degli chançonniers?

Olindo Guerrini lo ha "ispirato" (anche se sono più propenso a pensare, vista l’evidenza, che De André ne abbia attinto a piene mani, l’ispirazione è ben altra cosa dalla ripetizione pedissequa), altro che Villon!

Ci sono cascati anche quelli di Wikipedia:

"Il tòpos letterario del "testamento" è utilizzato anche dai contemporanei cantautori francesi Georges Brassens (Le testament, 1955) e Jacques Brel (Le moribond, 1961), ma ha il suo punto di riferimento nella poetica del poeta quattrocentesco François Villon, che ispirerà Fabrizio nel suo album monotematico Tutti morimmo a stento (1968)," incentrato sul tema della morte. (1)

Certo, come no, soprattutto quando il poeta quattrocentesco è morto nell’ottobre del 1916!

Curioso il fatto che i due componimenti di Guerrini/Stecchetti siano consecutivi, così come la circostanza che "La canzone di Marinella" e "Il Testamento" siano stati sempre pubblicati nello stesso album.

C’è altro da dire? Mi pare di no.

 

(1) da:

http://it.wikipedia.org/wiki/Olindo_Guerrini,

il sottolineato è mio. Riporto l’articolo anche come file PDF fotografandone lo stato attuale su

https://www.valeriodistefano.com/public/iltestamento.pdf)

John Denver – Rhymes and Reasons – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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E sì, adesso facciamoci veramente del male e pensiamo un po’ anche a John Denver che, guarda caso, morì anche lui, nello stesso anno in cui se ne andò la povera Nicolette Larson, ma Henry John Deutschendorf Jr. se ne andò per un banale incidente aereo, "Leaving on a jet plane", come una delle sue canzoni più famose ma non per questo meglio riuscite.

Ebbi un "trip" per la musica di John Denver quando mi comprai lo storico LP della RCA "Greatest Hits" (quello la cui copertina riporto a perenne e imperitura memoria).

Per me, seguace di Neil Young, di Crosby, Stills, Nash e Young (appunto), di Linda Ronstadt, della buonanima di Nicolette Larson, di Emmylou Harris (che è ancora viva, meno male…)  e di Joni Mitchell, quella di John Denver era una musica leggera, oserei dire "disimpegnata", come la sia amanava definire allora (pareva che l’"impegno" fosse il timbro musicale, il "must" imprescindibile, il marchio a fuoco dei un artista o di un genere).

Poi uscì una pubblicità, non mi ricordo più se di una automobile o di che cosa, che conteneva, come commento musicale, questa "Rhymes and Reasons" che nessuno conosceva ma che piaceva a tutti.
Tanto che quando se ne parlava, con gli amici o con i compagni di scuola (ma chi se lo ricorda se ero già iscritto all’Università o no…) facevo lo sborone e il saputello perché non solo io quel brano lo conoscevo, di più, ce l’avevo! ("Me lo registri???" "Me la fai una cassetta????" No, e perché avrei dovuto???


Brano che, ad ascoltarlo oggi, appare un po’ stucchevolmente spiritualistico ma conserva inalterata la sua fattura e una certa freschezza interpretativa.

Ed è una nostalgia senza tempo, attraverso le strade del country che mi riportano "a casa" ("Take me home, country road!"), pensando a John Denver che non c’è più nemmeno lui, che razza di fine del cazzo, Thanks God I’m a Country Boy ora però basta morti…

Nicolette Larson – Lotta Love – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Sono quelle notizie che quando ne vieni a conoscenza ci resti cacino (livorn.: per “male”, “estrerrefatto”, “di merda”) tutta la sera, anche se sono accadute, ormai, una dozzina di anni fa e più.

Solo che tu non le sai, non le hai mai sapute.

Ecco, Nicolette Larson è morta nel 1997. Io l’ho letto mezz’ora fa e sono ancora qui che verso lacrime come uno scemo.

Perché per me Nicolette Larson era ed è sacra.

Lo devo confessare, ho avuto anch’io, come accade a molti, un periodo molto country. Non so perché ma è un genere di musica che mi ha sempre dato leggerezza, allegria, e che ha caratterizzato la mia adolescenza.

Penso che sia perché è una musica popolare, e la musica popolare l’ho sempre frequentata molto. Parallelamente ascoltavo folk anglo-scoto-irlandese ed ero veramente felice, di quella felicità tipica di quando si hanno quattordici anni, un disco di Neil Young sotto il braccio, una città per cantare (per me quella città era Livorno), e un sacco di stronzate per la testa.

Il disco era “Comes a Time”, e in quella incisione c’era Nicolette Larson che accompagnava Neil Young (affettuosamente ribattezzato in classe mia “Nello ‘r Giovane”) nei controcanti ma rendeva quel disco una cosa viva, tangibile, erotica, erogena e femminile, che per un quattordicenne non era poco.

Nicolette Larson, per me, era il più bel tronco di potta che avessi mai visto, capelli lunghissimi, sguardo bambino, voce capace di fare i ricami su “Four Strong Winds” in modo tale da metterti i brividi, così come di cantare “Motorcycle Mama” con una voce roca e decisa.

Prese una canzone di Neil, “Lotta Love”, che in quel disco sembrava poco più di una lagna tirata per le lunghe su due o tre accordi e ne fece un successo planetario. Fu una interpretazione da sogno, perché lei era da sogno, e se n’è andata a 45 anni, 45 come i giri di una canzone, per un edema cerebrale, e nessuno ce la ridarà più, così come l’adolescenza passata ad ascoltarla.

Era troppo bella per invecchiare, ma sono stronzate, cazzate (a proposito, si può dire “invecchiare”?), minchiate che si dicono perché non si sa cos’altro dire e allora si deve riempire il vuoto di nulla, come se il nulla valesse più del vuoto. Come fanno quelli che imbrattano i suoi video su YouTube scrivendo “Resterai sempre nei nostri cuori”. Cazzo me ne faccio io dei cuori della gente?

Speravo tanto fosse una donna ingrassata della Carolina. O della California. O di chissà dove.

Adesso resta questo:



e non è una consolazione.

“La canzone dell’amore perduto” non e’ (tutta) di De Andre’ (ecco, ora come la mettiamo??)

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Quando è che ci si accorge di essere vecchi?

Ve lo dico io, quando vi crollano i miti. Quando quel poco che uno dava per scontato come stabile e perdurevole nella propria vita gli si sgretola come l’intonaco lasciato a marcire della palestra frequentata tanti anni fa (quasi mai frequentate palestre in vita mia, per fortuna).

De André, per esempio. Faber, l’amico fragile, quello che andava sempre in direzione ostinata e contraria, il bombarolo, il papà di Marinella, quello di Bocca di Rosa (due gran bei pezzi di gnocche, non c’è che dire…), quello che ha messo definitivamente a testo che “un nano è una carogna di sicuro”.

Ecco, De André ha scritto, indubbiamente canzoni brutte, o che ti lasciano completamente indifferente. O, come in questo caso, che fanno incazzare tua moglie ogni volta che l’ascolta e tu non sai cosa le sia preso.

“La canzone dell’amore perduto” è la peggiore canzone di De André. Credo che sia per questo semplice motivo che viene anche considerata la migliore dal pubblico.

La prima che incontri per strada coperta d’oro per un bacio mai dato, per un amore nuovo, giù di tromba strappalacrime, e vai di queste musiche che nella registrazione di De André sembravano quasi clownesche e, per questo, tristi.

Come siamo bischeri quando ce le beviamo tutte così.

La musica de “La canzone dell’amore perduto” non è di De André, nonostante tutti credano il contrario. Si tratta di brani tratti dall’Adagio (il primo movimento) dal Concerto in Re Maggiore per tromba, archi e continuo di G. P. Telemann. Non è solo una ispirazione è quello, preciso, identico, ‘ntìfico, scriverebbe Camilleri.

Che uno dice, ma come, non lo sapevi? Quelli che amano De André lo sapevano tutti da una vita e mezzo. No, non lo sapevo. Lo sapeva Wikipedia (“De André depositò alla SIAE sia il testo che la musica a suo nome, nonostante quest’ultima fosse di Georg Philipp Telemann”), ma io no.

Vedi cosa vuol dire non aderire alla logica dell’ignoranza collettiva?

E’ morto Peter van Wood, l’alchimista di “Butta la chiave”

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E’ morto Peter van Wood, astrologo e musicista di canzonette innocenti, di ritornelli orecchiabili e di chitarre elettriche jazz dalle dimensioni enormi e un po’ pacchiane perfino per gli anni 50.

Testi minimali come "Io penso sempre a te/mia cara Carolina" cantati con un accento inglese che non ha mai perso, secondo solo a Shell Shapiro, van Wood ci deliziò con canzoncine come "Hoi giocato tre numeri al lotto/venticinque sessanta trentotto", ma soprattutto con "Butta la chiave", una sorta di invito all’amata (che si chiamava Gelsomina) ad affacciarsi al balcone e a gettare la chiave del proprio cuore all’amato bene che aspettava sul portone con un "freddo da cani".

Era l’anti-Marinella, in cui il drudo si sarebbe stancato ben presto di aspettare la chiave per la fessura (evidente rimando di neanche tanto lontana matrice erotica) per non voler restare a congelare fuori.

Il povero Van Wood non è piàù qui a farci ridere con queste strofette semplici che ci divertivano e che, cantate oggi, non farebbero più ridere nessuno.

Brunello Tavernese – Marea – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Devo riconoscere che con mia moglie continuo a fare delle stercofigure barbine sulla mia supposta competenza musicale e sulla mia millantata capacità di ricordare, sia pure a distanza di anni, qualunque canzoncina-stronzatina, soprattutto degli anni ’70.

Una volta lei se ne venne fuori con questa "Marea" e io naturalmente le dissi "Sì, la ricordo, la cantava Dario Baldan Bembo, giovanissimo…."

Non era vero un cazzo, e oggi ne faccio pubblica ammenda, vergognandomene come un cane randagio.

Il cantante che interpretava il pezzo si chiamava Brunello Tavernese, e aveva un nome e un cognome da vino nel cartone a 50 centisimi al supermercato, altro che Dario Baldan Bembo!!

Eccolo qui, per quelli che se lo ricordano ancora.

I Nomadi – Voglio ridere – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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"Voglio ridere" dei Nomadi chiudeva l’edizione del giovedì del Rischiatutto.

Era una sorta di colonna sonora, con tanto di attacco d’archi, del sipario del quiz del giovedì, quando, alla fine, si restava un po’ male perché aveva perso la Longari e aveva vinto Inardi, quando Fabbricatore non era riuscito a rispondere a una domanda, o quando chi perdeva annunciava solennemente "Farò ricorso!" e Mike Bongiorno, conciliante "Ma certo, questo è un suo diritto…" e tu andavi a letto e fino al giovedì successivo non avresti saputo cosa cavolo sarebbe successo nel frattempo (lo avrebbe vinto il ricorso? Mah…)

Un esordio in "minore", quasi spagnoleggiante, bella canzone, con Augusto Daolio che fa il possibile per inciderla bene anche se si sente che non è convinto.

E’ passato tanto tempo, ormai…

Carlos Gardel – Por una cabeza – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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E allora che sia di nuovo tango, e se tango ha da essere, non si può non parlare (di nuovo) di Carlos Gardel, che compose questo brano indimenticato e indimenticabile, che si intitolava "Por una cabeza".

A dire il vero, sia il testo che la musica, nelle versioni originali (a differenza di quanto accade per l’imbattuto "Volver", di cui mi sono occupato alcune settimane fa) non sono molto convincenti.

C’è voluto un sublime Al Pacino in "Scent of a Woman" a riportare in auge una musica che, opportunamente eseguita e arrangiata, fa intorcinare le budella e pensare che il tango è passione vera, è struggimento estremo, è musica, ma prima ancora è viscere, è qualcosa che ti ribolle e che si danza con figure precise.

La colonna sonora del film, dunque, valorizza in pieno un brano divinamente eseguito. Bandoneón, pianoforte, due violini, un contrabbasso e vài se no ti raggiungo!

Carlos Gardel – “Volver” – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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"Voler" non è solo un tango, è il tango per eccellenza.

E’ Carlos Gardel in tutto il suo splendore, è il tango quello vero, suonato coi violini dalle orchestre argentine, quello che, come diceva la buonanima di Astor Piazzolla (che, successivamente, avrebbe innovato il tango, rivoluzionandolo talmente che spesso non ci capisco una sega) "no se baila, se escucha" (non si balla, si ascolta).

"Volver" è canzone davvero splendida, nel testo e nelle nusiche, tanto che la trovo inimitabile. Ne esistono centinaia di versioni, compresa quella piuttosto orripilante che ne diede Penélope Cruz nell’omonimo film di Pedro Almodóvar. Per carità, bellissima donna, muy negra, pechos que ¡viva tu madre!, ma accidenti che voce gracchiante, pare si sia sciacquata la bocca con la carta vetrata anziché col coluttorio.

"Volver", dunque, perché, come dice il testo, l’oblio distrugge tutto (è per questo che facciamo incetta di memoria), perché vent’anni non sono nulla e la vita è un soffio, con un’umile speranza da conservare, che è tutta la fortuna del nostro cuore.

Cosa si può desiderare di più da un tango?

Nada – Il cuore e’ uno zingaro – Le piu’ belle canzoni della nostra vita

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Trovo che Nada in questa foto sia bellissima, proprio come me la ricordo quando popolava le mie prime innocenti (innocenti?) fantasie di bimbo.

Con “Il cuore è uno zingaro” vinse il festival di Sanremo, in coppia con Nicola Di Bari, rivendicando, nel testo della canzone, il diritto a rifiutare una profferta amorosa perché il cuore è uno zingaro e va, e allora che colpa abbiamo noi se non ha catene?

Fu la canzone di una maturità arrivata forse troppo presto, che la consegnò al canzonettismo nazional-popolare.

Ma me la ricordo ancora vestita di bianco che cantava. Come siamo grulli quando siamo bimbetti!