Severgnini, Bersani, gli insulti e il web dei “maleducati”

Screenshot da www.corriere.it

Sui “fascismi” più o meno linguistici di Bersani pensavo di essermela cavata con una citazione lasciata sul blog a monito dei posteri.

Sull’argomento della interrelazione tra insulto e navigazione del Web, però, è intervenuto di nuovo Beppe Severgnini dalle colonne del Corriere della Sera con un articolo intitolato “Insulto, dunque, navigo”.

Il titolo appare già fuorviante di per sé. Fermo restando che il web è terreno fertile per gli insulti (politici ma anche no), non è detto che chi insulta lo faccia solo in rete (vedo quotidianamente fior di persone che si scannano sul lavoro, sull’autobus, per la strada, nei negozi), ma, soprattutto, il titolo non dimostra la proprietà inversa dell’assunto: “siccome uso la rete sono abituato ad insultare”.

La prima frase dell’articolo di Severgnini parte da postulati e fa considerazioni discutibilissime e perfettamente criticabili. Ed è quello che farò.

“Pierluigi Bersani ha ragione, ma sbaglia aggettivo. Chi approfitta di Internet per insultare gli avversari non è «fascista»: è un maleducato.”
Il postulato “Pierluigi Bersani ha ragione” è chiaramente labile. Non si può basare un articolo che parla della moda dell’insulto politico per stigmatizzarlo con evidente intento didattico su una azione compiuta da un politico proprio mediante l’uso dell’insulto all’avversario. Non me ne importa nulla se Bersani ha ragione”, perché ammesso che l’avesse (e non ce l’ha!) non si può trattare da insulto quello del “popolo del web” nei confronti del Partito Democratico e del suo segretario e non trattare da insulto (o meglio, trattare da NON-insulto) quello di Bersani nei confronti dei suoi avversari politici. O, forse, Severgnini vuole dirci che chi insulta gli avversari è un “maleducato” solo perché usa il web? E perché mai? Se insulta usando la piazza fisica anziché quella virtuale l’insulto è meno insulto, o, addirittura non lo è?

Già una volta in questo blog mi occupai di uno scritto di Severgnini che se la prendeva con l’anonimato in internet, facendo notare come non si trattasse affatto di anonimato ma di pseudonimato, che è tutta un’altra cosa.

Quindi, Bersani non ha affatto ragione quando definisce “fascisti” i linguaggi dei suoi avversari politici. E non ha ragione Severgnini quando dice che no, quelli che insultano via web non sono “fascisti”, bensì “maleducati”.

Va detto, a parziale riconoscimento degli argomenti di Bersani, che si stava riferendo a “linguaggi” e non alle persone che di quei linguaggi facevano uso (si può dire “Libro e moschetto fascista perfetto” senza essere fascisti).
Ma Bersani ha dalla sua l’aggravante di non aver fatto nomi e cognomi dei suoi avversari politici (anche se possiamo bene immaginare quali siano) ed è un po’ come dire che “Chi non beve in compagnia o è un ladro o è una spia”. Riferirsi a un’eterogeità di comportamenti o di persone non è un biglietto da visita che mi sentirei di condividere.

Quanto a Severgnini, non è che se si passa dal “fascisti” al “maleducati” l’insulto sia meno insulto. Anzi, per niente.
La sentenza n. 9799 della Suprema Corte di Cassazione, Sezione Quinta Penale chiarisce che il dire a qualcuno di essere un “maleducato” è una espressione di “indubbio contenuto ingiurioso”. E’ bello, una volta tanto, fare il Travaglio della situazione, e dire a Severgnini che se non è zuppa è pan bagnato.

Certo, “fascisti!”, pronunciato con accento emiliano ricorda un po’ l’inizio di un film sui personaggi di Guareschi, in cui Peppone, ormai deputato, si sveglia dal torpore del sonno nell’aula di Montecitorio e se la prende coi primi che gli càpitano a tiro, tanto, allora come ora, definire “fascista” chiunque fosse fuori da un certo coro era un’abitudine di cui in certi ambienti della sinistra ci si poteva fare vanto.

“Detto ciò, Bersani ha ragione. L’urlo di chi non sa più parlare sta diventando insopportabile. L’avversario non si contesta più: lo si demolisce.”
E te dài con la ragione di Bersani. La politica, si sa, è da sempre “demolizione” dell’avversario. Certo, ci si può (anzi, ci si deve) aspettare (anche da Bersani) che questa demolizione venga fatta sul piano delle idee e non su quello degli insulti ad personam, né tanto meno di quelli ad personas, ma è pur sempre politica, cosa ci si aspetta che facciano i politicanti dell’Italia post-berlusconiana, che rendano l’onore delle armi all’avversario? Che si facciano l’inchino prima di massacrarsi a colpi di judo o di karate? Non è la gara di torte alla frutta per i bisogni della parrocchia! La politica italiana è spartizione e conservazione di potere e di poltrone, non è perseguire il bene comune, e quando c’è qualcosa da spartire l’avversario va annientato, c’è poco da fare.

E’ condivisibile Severgnini quando dice che “Considerare l’insulto come la forma più genuina di democrazia, ed etichettare come pavido chi cerca di essere ragionevole, non è solo irritante: sta diventando rischioso. Se il capo di un movimento, il segretario di un partito e noti commentatori politici usano l’anatema come normale mezzo di discussione, molti si sentiranno autorizzati a fare altrettanto.”
A patto che valga per tutti. Anche per Bersani, che utilizzando l’aggettivo “fascista” usa una etichettatura di maniera e la logica del conformismo delle idee a tutti i costi, per cui chi non è con lui non solo è contro di lui, ma addirittura è il male dell’Italia. Ha detto la stessa cosa di Berlusconi e adesso si ritrova nella sua stessa maggioranza di governo.
La strategia dell’anatema è vecchia come il cucco. La conoscevo da bambino: “Se non tifi per la mia squadra del cuore allora non sei più mio amico”. Gli inciuci cominciavano a insegnarceli già sui banchi delle elementari.

Prosegue Severgnini: “E mentre i capi, i segretari e gli editorialisti si incrociano nelle serate estive, e si sorridono nel gioco delle parti, i loro epigoni trasportano il livore accumulato nei social network, sui blog e nei forum.”
Ma dove li ha visti Severgnini questi editorialisti che si sorridono nelle serate estive?
A “Repubblica” il direttore Mauro si trova in grave imbarazzo per la pubblicazione degli interventi del fondatore Scalfari a proposito della difesa a oltranza del Quirinale nel caso delle intercettazioni telefoniche che riguardano la delegittimazione della Procura di Palermo. Altro che sorrisi nelle sere estive!

Dulcis in fundo: “Oggi chiunque può diffondere un’opinione. Questo, naturalmente, è bene. La libertà in questione ha però dei limiti: nelle buone maniere, nel buon senso e nel codice penale. E qualcuno non lo capisce. Questo, ovviamente, è male.”
Già. Chiunque può diffondere un’opinione. Ma non “oggi”, come dice Severgnini, ma da quando la Costituzione è entrata in vigore. Lo si può fare sulla rete, ma una volta (e ancora oggi) lo si poteva fare nelle piazze, nelle case, nelle scuole, negli ambienti pubblici, nelle sezioni di partito, per corrispondenza o come uno credeva opportuno. E la libertà di critica discende proprio da quella libertà di opinione di cui i Padri Costituenti ci hanno fatto dono e che oggi personalmente uso per dire la mia su quello che ha scritto Severgnini.
La libertà di opinione non esiste da quando esiste internet, esiste da quando l’Italia si è dotata di una carta fondamentale che lo afferma.
Non mi pare che la Costituzione faccia riferimento al “buon senso” o alle “buone maniere”. L’unico limite alla libertà di espressione è il codice penale. Per il resto si può dire quello che si vuole. E qualcuno non lo capisce. E questo è, davvero, il male di cui Severgnini non parla.
Non c’è nessun Galateo, tanto meno non esiste nessuna “Netiquette” in rete (termine odioso e inutile in cui qualcuno ha voluto imbrigliare l’inimbrigliabile) o fuori. Non si può impedire a qualcuno di esprimere un’opinione solo perché, si veda il caso, la esprime in dialetto anziché in buon italiano in un salotto della società-bene. O perché “buon senso” vuole, si veda sempre il caso, che il Capo dello Stato sia persona non criticabile per funzione e definizione.

La legge penale, dunque, a tutela dell’unico limite alla libertà di espressione. La stessa che, applicata nella giurisprudenza, e nei casi concreti di ogni giorno, dice che “maleducato” è offensivo come lo è l’aggettivo “fascista”.

Ma le “buone maniere”… uh, cosa faremmo senza di loro! Magari saremmo solo un po’ più liberi? 

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I “linguaggi fascisti” del web secondo Pierluigi Bersani

screenshot da www.repubblica.it

“Vedo che sulla rete sono rivolti al nostro partito dei linguaggi del tipo ‘siete degli zombie, dei cadaveri vi seppelliremo vivi’. Sono linguaggi fascisti e a noi non ci impressionano” (…) “Vengano qui a dircelo vengano via dalla rete. Vengano qui”.

(Pierluigi Bersani, 25 agosto 2012)

[Avevo migliaia di motivi che ritenevo e ritengo validi per non votare Partito Democratico. Adesso ne ho uno in più.]

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