Presunte “frasi razziste” al Liceo Cecioni di Livorno

Succede che anche tu, come molti, hai fatto il liceo. Precisamente il liceo sperimentale “Francesco Cecioni” di Livorno, dalla fine del 1977 alla metà del 1983, passando dal sequestro e dall’uccisione di Aldo Moro e dalla febbre del sabato sera al mio primo viaggio da solo in Spagna, nonché alla storica vittoria dell’Italia ai mondiali dell’82, con quella formazione che sembrava un mantra, una poesia e che cominciava con un monosillabo : Zoff, Gentile, Cabrini.
Quello del Liceo è stato il periodo in assoluto più bello della mia vita. Alzarmi presto al mattino per prendere l’autobus che mi avrebbe portato a Livorno in piazza Grande non mi pesava per niente. Giornale (“Repubblica”, allora, -faceva tanto fighetto- dall’edicolante e sigarette -Camel gialle- dal tabaccaio. E poi via, si cominciava, con l’insegnante che ti permetteva di fumare in classe durante l’ora di latino (la buonanima del professor Giancarlo Bolognesi), i compagni, le compagne, le ore noiose di Malavoglia, le litigate con Paolo Virzì, le dicussioni politiche col professore di storia, il Simi, comunista sul serio, le lezioni di spagnolo durissime con il Gandolfi, la scoperta della letteratura tedesca e di quel romanzo straordinario che è “Effi Briest” di Theodor Fontane con la Matteucci, tutto era normale e leggero. E poi c’era da sudarsi un amore, fosse pure ancillare.
Questo era, per me, il Liceo Cecioni al periodo della reggenza del preside Castelli e della vice Preside Cateni.
Ma il Cecioni era molto di più, anche se io non me ne accorgevo. Era sperimentazione (tanta e tosta!), era inclusione, era un luogo di discussione, di dialogo, di confronto, poi tutti al Bar Liceo, lì accanto, dove Nietzsche e Marx si davano la mano.
Sono ricordi, ma sono ricordi vivi, lucenti e durissimi come il diamante.
Dopo 36 anni da allora al Cecioni si parla di un’insegnante del secondo anno che avrebbe profferito parole e frasi di tono razzista in classe. Rubano il lavoro”, “delinquono più degli altri” avrebbe detto la docente, secondo la ricostruzione del quotidiano on line “Repubblica” (lo uso ancora). Alcuni alunni si sarebbero ribellati a questo linguaggio inopportuno. Per tutta risposta avrebbero ottenuto la risata della docente e i saluti fascisti di alcuni compagni. Poi avrebbero raccontato tutto ai genitori, i quali a loro volta si sono rivolti alla vice preside Cecilia Paladini. Esiste anche un post di Facebook, diventato “virale”, con fior di commenti e forward.
Successivamente il dirigente scolastico Andrea Simonetti avrebbe aperto un’inchiesta interna, sentendo per primi i ragazzi, i genitori e, naturalmente, la docente coinvolta, che nega ogni addebito e si dichiara -comprensibilmente- sotto choc.
Ora, fin qui ho usato più condizionali di quanti capelli ho in capo perché io mi auguro, anzi, spero con tutto il cuore che questa circostanza che viene riportata da tutti i giornali nazionali sia falsa. Che si siano inventati tutto, che la docente con una anzianità di servizio più che pluriennale non abbia detto quelle frasi, né abbia pronunciato espressioni simili. Voglio pensare e sperare che si sia trattato solo di un grosso malinteso (ma come si fa a malintendersi su cose così gravi, più volte riferite e circostanziate??), perché se tutto questo fosse vero sarebbe imperdonabilmente grave. Andrebbe ad intaccare quella tradizione di tolleranza e di inclusione di cui parlavo prima che ha sempre caratterizzato il Cecioni fin dai tempi in cui lo frequentavo e che accompagna i miei ricordi di adolescente prima e di persona maggiorenne poi. Saluti fascisti al Cecioni? Ma se fosse successo al tempo del Preside Castelli (Boccino) gli autori di un gesto così vile e grave non avrebbero vissuto dentro la scuola più di una settimana. Storia triste comunque la si giri, questa, e Livorno, città multiculturale per eccellenza, risulta sbiadita e offuscata nel mio ricordo di bimbo (perché bimbi si era, al Cecioni, anche se ci si sentiva immensamente grandi). Son cose che fanno venire il freddo nell’anima che solo un 5 e 5 bello bollente e col pane di francese preso da Gàgari può lenire e riscaldare!

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Con “Rosignano nel cuore” per Claudio Marabotti sindaco

Se fossi ancora residente nel comune di Rosignano Marittimo e fossi chiamato a votare per le prossime comunali voterei certamente per Claudio Marabotti, della lista civica “Rosignano nel cuore”. Non ce la farà a conquistare lo scranno di primo cittadino, questo è certo. Claudio è una persona troppo al di fuori delle logiche partitiche per ricevere quello che si dice un autentico plebiscito. Ma proprio per questo lo voterei, perché lo conosco da decenni (eh, sì, ormai saranno sì e no una quarantina d’anni), so come lavora, è un medico coscenzioso e molto attento, ha a cuore il suo territorio, ha sputtanato svariate manfrine locali con interventi sui principali quotidiani e periodici locali in alcune occasioni e ora se la tira abbestia sui social network perché è stato intervistato da due giornaliste carine delle stampa francese.

In breve, ha il physique du role (scusate, non trovo la o con il circonflesso e non ho voglia di consultare la tabella dei codici ASCII) per diventare qualcuno, e io voglio proprio che lo diventi. Per cui, visto che non posso votarlo io, votatelo almeno voi (ma guarda te cosa mi tocca fa’…)

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Àrzala, Cacio!

Ed eccomi qui in piena Piazza Garibaldi a Vada. Deserta, perché i vadesi sono un popolo sui generis e la mattina della vigilia di Natale non amano troppo apparire (o è ipocondria o è miseria). Sullo sfondo il monumento all’eroe dei due mondi che sbarcò a Vada non mi ricordo quando, ma fu necessario un monumento per ricordare il lieto e storico evento. Il mi’ zio Piero mi raccontava sempre che quando fu issato il busto uno degli operai che stavano a terra ebbe a dire a un suo compagno di lavoro (tale Cacio, probabilmente per via della puzza di piedi che nel secolo scorso non doveva mancare): “Àrzala Cacio!! Fagliela véde’ a tutti questi cittaioli la palma gloriosa di Garizioboiabàrdi!!” Non disse proprio “zio”, ma io non posso permettermi una sanzione amministrativa per bestemmie. L’operaio fu l’autore della prima bestemmia-sandwich della storia, prima ancora di quelle raccontate da Benigni sulle dispute nei circoli Arci tra sostenitori di Berlinguer e Terrazioboiacini. A Vada sappiamo precorrere i tempi. Ma in giro per compere stamattina non c’era un’anima.

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Domani torno a Vada e altre brevissime dal blog

Di I, Lucarelli, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2340767


Allora, dunque, vediamo un po’, domani io parto di nuovo dall’Abruzzo alla volta di Vada (Li) dove passerò le feste natalizie con l’augusta genitrice la Regina Madre Pieranna. Non crediate di liberarvi tanto facilmente di me e del blog nel corso di queste festività, perché ho intenzione di rompervi le scatole a volano con commenti, cronache, attualità, parole, opere, omissioni, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Mi tratterrò lì una decina di giorni, più o meno, giusto il tempo di farmela venire di nuovo a noia (è quello l’effetto che ogni tanto mi fa).

Sarò lì, vi dicevo, solo che non avrò con me il mio formidabile portatile con doppia partizione e ventimila lazzi, frizzi, tricchi, pucci e triccheballàcche, per cui scriverò esclusivamente dallo smartphone e gli articoli che ne deriveranno saranno, gioco forza, più brevi e sintetici (oh, sentite, mi garbate tanto e vi voglio tanto bene, ma stare lì con i moncherini a sditeggiare due ore intere per voi questo poi no…), con meno immagini (non ho detto che non ne metterò, ho detto che ne metterò di meno, o di più, ora si guarda), ma magari più frequenti (tanto avrò poco o nulla da fare, sì, sarà facile) e di più agile lettura.

Questo passa il convento e questo vi puppate.

A proposito di quel che passa il convento, vi sarete certamente resi conto che sulla colonna a sinistra è integrato un contatore delle vostre letture quotidiane, settimanali e magari anche mensili (abbiate pazienza, ora non me lo ricordo), comunque ecco, sì, c’è un coso che dice quante volte vi siete collegati, cosa avete letto e quante volte. Non è proprio un bijou di precisione, ma si avvicina molto alle statistiche ufficiali, solo che le statistiche ufficiali le posso vedere soltanto io mentre queste le possono vedere tutti. E’ per un po’ di trasparenza e per darsene un po’ di vanto, perché quando vedo i numerini che scattano oltre le 2000 letture quotidiane mi gaso dimolto e così spero di voi.

Ovvia, buon viaggio.

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Filippo Nogarin ha perso il privilegio di essere livornese

nogarin

Filippo Nogarin, sindaco di Livorno, nei giorni scorsi ha perso un bene più che prezioso, la livornesità. Quella che io chiamo, con un latinismo neologistico, la “labronitas”. Ed è quanto di peggio posssa accadere a un livornese o, si veda il caso, a chi Livorno rappresenta con la sua carica elettiva.

Livorno è città di accoglienza da sempre. Non finirò mai di dirlo, a Livorno abbiamo i Valdesi, gli ortodossi, gli ebrei, la comunità olandese, quella inglese, e non so quanti altri rivoli, fiumi, ruscelli di culture diverse che convivono pacificamente nella stessa città, a suon di cacciucco, cinqueccinque e ponci. A Livorno siamo fatti così (o, meglio, lo eravamo fin quando io Livorno la frequentavo più da vicino, adessso, magari, le cose saranno un po’ cambiate anche lì) e quindi un Sindaco che pubblica un post su Facebook in cui scrive che il Porto della città è aperto ad accogliere la nave Aquarius col suo carico di miseria e povertà, e che questa disponibilità all’accoglienza è già stata comunicata al Ministro dei Trasporti e al Presidente della Camera, quel Sindaco, dicevo, non fa altro che compiere, con un gesto di apertura, la volontà di tutti i livornesi. Ed è lui stesso parte della sua città, perché davanti a uno scempio del genere, un livornese non potrebbe fare altro che spalancare le porte e il cuore a chi soffre, e a chi dice che i livornesi per la loro generosità ti metterebbero la casa in capo, con questo gesto rilanciano al raddoppio e in capo ti ci mettono la città intera.

Poi è successo qualcosa. Qualcosa che non sa più di ospitalità e apertura nei confronti di chi ha bisogno, ma che ha il sapore, piuttosto, di opportunismo politico e di fetide alleanze con i partiti più fascistoidi, xenofobi e razzisti del panorama parlamentare: quel post su Facebook è stato eliminato (per fortuna c’è sempre chi ha la buona, anzi, buonissima abitudine di farne uno screenshot). Perché? Perché non era compatibile con la linea generale del governo e in particolare con le trovate del Ministro degli Interni, quindi si torna indietro, non si fa più, tutto cancellato, annullato. Niente più solidarietà, niente più accoglienza, niente più porto aperto, niente più assistenza umana e materiale verso chi ha bisogno. Si torna indietro e ci si libera, così, di quella “labronitas” tanto cara, ma che in casi come questo può costituire un fardello gravissimo da portare.

E i livornesi?? Mah, ai livornesi fondamentalmente gl’importa una sega se il sindaco fa i pastrocchi su Facebook. Quello che duole, e duole molto, è l’opportunità persa di sentirsi ancora città, comunità, unità profonda di culture e spiritualità diverse. Per buttarglielo nel culo ai governanti e a chi li ha votati. E’ per questo che Nogarin dovrebbe solo dare le dimissioni da sindaco di una città che è altro da come si comporta, ma chissà se questo sarà compatibile con i diktat del governo.

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Il dottor Claudio Marabotti e i dati sulla mortalità nel Comune di Rosignano Marittimo

Ripubblico di seguito (perché è stata già pubblicata da il Tirreno) la lettera aperta che l’amico Claudio Marabotti ha indirizzato al Sindaco del Comune di Rosignano Marittimo sui tassi e le cause di mortalità nel territorio. Penso che la lucidità con cui Claudio espone la materia del contendere sia esemplare e mi viene da dire che è così che si scrive una lettera a un primo cittadino o, comunque sia, qualcosa che abbia la speranza e l’aspirazione di essere pubblicato da qualche parte. E siccome Claudio Marabotti è anche incredibilmente bravo in queste e in altre cose, ho deciso di dar seguito al suo scritto anche qui sul blog, così mi sento un po’ ganzino anch’io.

Egregio Sig. Sindaco, le scrivo perché lei è la massima autorità sanitaria del nostro Comune. Sono un medico, e mio padre è morto per un mesotelioma pleurico.
A fine 2014 ho visto i dati epidemiologici sulle cause di morte nella nostra zona e, nel mare di cifre che raffrontano l’incidenza di patologie osservate qui rispetto alle medie italiane, mi sono balzati agli occhi alcuni dati, che riassumo brevemente.
Mesotelioma. Nel nostro Comune c’è un eccesso marcatissimo di casi di mesotelioma pleurico. Si parla di una incidenza di oltre il 300 per cento (!) rispetto all’atteso, cioè oltre tre volte l’incidenza media italiana, sia per i maschi, sia per le femmine. In dieci anni ci sono stati 16 morti per mesotelioma pleurico in più rispetto all’attesa. Ci sono alcuni dati aggiuntivi da sottolineare su questo tema:
1. il mesotelioma è un tumore amianto-correlato.
2. Il fatto che anche le donne (tradizionalmente meno esposte professionalmente agli inquinanti industriali) siano maggiormente colpite può indicare un possibile inquinamento da amianto di tipo ambientale (quindi non solo legato alla esposizione professionale-industriale).
3. I dati sulla maggiore incidenza di mesotelioma sono estremamente solidi, perché l’incidenza di questa malattia è notevolmente più alta in tutta la ASL 6 (il 250% nei maschi ed il 190% nelle femmine) verosimilmente per la presenza di altre zone industriali, come i cantieri e le raffinerie a Livorno e le acciaierie a Piombino). Ma i dati di Rosignano, dove la fabbrica Solvay rappresenta una fonte potenziale di inquinamento da amianto, sono marcatamente più alti rispetto a quelli medi dell’ASL.
Altri tumori. Nel nostro Comune è stata registrata una mortalità superiore alle attese anche per altri tumori: Linfomi non-Hodgkin (20% di incidenza in più rispetto alle attese), tumori della mammella (15% in più rispetto alle attese). Anche l’eccesso di mortalità per tumore della mammella appare un dato verosimilmente solido, perché si ripete anche nei comuni vicini (Cecina), nella zona Bassa val di Cecina e nell’intera ASL6. I dati del comune di Rosignano sono però, ancora una volta, i più alti.
Malattie cardiovascolari: la mortalità per malattie cardiovascolari è risultata maggiore nel nostro Comune, in quello di Cecina, nella zona Bassa val di Cecina e nell’intera ASL6. Anche le malattie cardiovascolari possono essere correlate all’inquinamento ambientale (molte sostanze inquinanti possono danneggiare la parete delle arterie, dando inizio ai processi di degenerazione che hanno, come conseguenze finali, infarti ed ictus). Come per il tumore della mammella, il fatto che l’incidenza sia maggiore in tutte le zone campionate rende il dato solido e probabilmente non legato a fluttuazioni statistiche casuali. Qui le percentuali di eccesso sono più basse (dall’1% al 13% rispetto alle attese), ma le malattie cardiovascolari sono talmente comuni che anche piccoli scostamenti determinano grandi numeri in termini di morti in eccesso. Nell’intera ASL6, queste percentuali di scostamento rispetto alle attese determinano un eccesso di oltre 1500 morti in 10 anni.

E’ ovvio che da queste cifre “grezze” non si può trarre alcuna conclusione, in quanto le variazioni potrebbero essere frutto del caso. Però bisogna chiarire, e bisogna farlo presto. Per chiarire ci vuole un’analisi statistica inferenziale, che risponda a questa semplice ma fondamentale domanda: “Gli eccessi di mortalità sopra evidenziati sono compatibili con il caso?” Una risposta negativa, cioè se le variazioni non potessero ragionevolmente essere imputate al caso, significherebbe che l’ambiente del nostro Comune espone gli abitanti al rischio di contrarre malattie gravi, spesso mortali; una situazione non dissimile a quella della terra dei fuochi della Campania o dell’area intorno all’ILVA di Taranto.

Non so se un simile approfondimento (per cui servono pochi giorni di lavoro da parte di un esperto in biostatistica) sia stato fatto; dal 23 gennaio (data dell’incontro con il Direttore Generale ASL) non ho più avuto notizie in merito da parte degli organi di informazione. Le chiederei quindi la cortesia di chiarire cosa è stato fatto finora e cosa verrà fatto nel prossimo futuro. Nell’attesa di una sua risposta, le invio i miei più cordiali saluti,

Dott. Claudio Marabotti

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Mamma Franca nominata Lady Facebook a Livorno

Salutiamo con profondo orgoglio l’elezione a Lady Facebook Livorno dell’immensa Mamma Franca e delle sue “volpe”. Che cosè il mito?? E’ savoir-faire, un bel cacciucchino, una pelliccia e dieci centimetri di toupé!

“La pelliccia è un diritto di tutte le donne!”, “Sono onorata di voi!”, “Prezzi imbattibiloni!”, “La Toscana in pelliccia e tutta l’Italia!”, “Comprate una pelliccia a vostra moglie per questo lungo inverno torrido!”, “Siamo passionisti delle pellicce, mestieranti, mìa improvvisi!”, “Io ‘ontento tutte: le figlie, le mamme, le nonne e le sbinonne!”, “Venite a Livorno e mamma Franca vi manda a mangiare un bel cacciucchino!”

(Fonte consultata: http://www.piratiesirene.it/2014/06/mamma-franca/)

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Marco Malvaldi, Il telefono senza fili, Luana la bebisitter

Dall'episodio "Brothers in arms", Luana la Bebisitter atto II - di Daniele Caluri

Che uno dice, siamo quasi d’ottobre, continua a fare un caldo assassino, c’è la gente che va a giro col cappottino o col piumotto leggero perché se porti ancora la polo e i sandali di appena UN mese fa un sei punto trèndi, io devo far passare un mese, per che cosa son cazzi miei e non li vengo certo a dire a voi, fatto sta che devo farlo passare, in un modo o nell’altro, vicino casa mi stanno martellando una palazzina in stile neo-geometra, che fra gittate di cemento e piantatura di pali ciò le palle sembrano i neutrini del modello dell’atomo a Bruxelles, mettiamoci che poi, fondamentalmente, un faccio una sega dalla mattina alla sera (non fare una sega è ben diverso dal non avere una sega da fare, resti inteso), allora cosa si fa per schiacciare il teNpo e non farsi schiacciare i coglioni da lui? Si legge un bel giallo. Sissì, via compriamo qualcosa che, visto che di quattrini ce n’ho tanti, si può anche regalare una trentina di eurini a Amazon, così, tanto per finanziare la loro encomiabile politica sull’impiego. E visto che è uscito l’ultimo del Malvaldi, compriamoci pure questo “Il telefono senza fili”, che, voglio dire, nella vita prima o poi si deve mori’, tanto vale godersi qualche cosellina.

Ora, passi che il Malvaldi scriva (come di fatto ha scritto) in prima pagina, bello stampato a piombo su carta di Fabriano, “varî” con l’accento circonflesso alla Sardelli, chè il Sardelli ha, di fatto, (ri)creato un linguaggio, e quel linguaggio possono più o meno riutilizzarlo tutti (lo faccio anch’io, sicché badalì!). Chi non lo conosce (il Sardelli, e anche il suo linguaggio) può pensare che il Malvaldi abbia usato un ipercorrettismo, che abbia, cioè, ecceduto in una perfezione ortografica formale del tutto ineccepibile, ancorché innecessaria (boia come scrivo bene quando mi ci metto).

Passi anche per aver parlato dei miasmi puteolenti provenienti da Livorno (lui dice dal porto, ma non è che lo Stànaci -versione livornese per “Stanic”- sia da meno), che puzzerà perché cià il mare, ma Pisa puzza per sua stessa mano, ovvero per genesi, per essenza, per sustanzialità, e ora basta sennò mi gaso.

Ma che nelle prime pagine, narrando della sgradita visita di un rappresentante di giochi d’azzardo al Bar Lume, Malvaldi metta in bocca a Massimo, il proprietario del bar (ecco, per dire, un peronaggino letterario di una antipatia congenita, fin qui ha avuto du’ fìe a portata di mano e non è riuscito a gallarne nemmeno mezza, che si bèa a fare il Maigret della situazione, senza tener presente che almeno Maigret era sposato e che lui ha la sessualità di un Poirot) dica all’incauto interlocutore “si levi dai coglioni se no sguinzaglio i varani”, questo no, non va bene.

Perché se si può leggere “varî” senza pensare al Sardelli, se si può descrivere il puzzo di Livorno senza pensare che c’è anche il Romito, non si può leggere “sguinzaglio i varani” senza pensare che quella frase è stata pronunciata decine di vole da Màico, il bambino botrione e carogna, rampollo di una famiglia potentissima, nel ciclo a fumetti di Daniele Caluri e Emiliano PaganiLuana la bebisitter” (sì, scritto così).
Per chi non lo conosca, Màico è un bambino orribile, stronzissimo, praticamente un mostro che concepisce la vendetta come valore sommo e ineguagliabile. Ha una tata, Luana, puppe e curve mozzafiato ma cretina come uno stick per le punture d’insetto (la metafora n’è venuta perché ne ho uno davanti, proprio mentre scrivo) ma la sua ossessione è arrivare a sapere cosa lei abbia fra le gambe. Essendo molto determinato, Maico ne prova di tutte. In genere le sue soluzioni, ancorché ingegnose, finiscono sempre per avere ripercussioni negative su di lui, che non esita a eliminare fisicamente (anche sguinzagliando i varani) chiunque si frapponga tra lui e l’obiettivo da raggiungere.

In letteratura i debiti sono debiti e far sciogliere i varani da un barrista (a Livorno la “r” si raddoppia) frustone rispetto allo stesso gesto compiuto dal mitico Màico corrisponde a svilire il povero bambino e far suonare ridicolo il barrista, più ancora di quello che è (per coloro che abbiano la fortuna di avere tutta la saga di Luana la bebisitter, e io son fra quelli).

Invito a questo punto Marco Malvaldi a riconciliarsi con le sue fonti letterarie e con Livorno, mediante ingozzamento di un cinqueccinque e di una spuma bionda diaccia stecchita.

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Ora ci càa l’orso!

Qualcuno sbaglia le dosi di un anestetico e l’orsa Daniza che doveva solo essere catturata, ci rimette la pelle per colpa di certi pseudo-ambientalisti incompetenti.

“Ora ti càa l’orso!”, si dice a Livorno, per sottintendere che “Ora son veramente affari tuoi, e che affari!” Ma l’orso a chi ha sbagliato non gli “càa” mai.
Ma come fa un veterinario (perché si spera che si siano rivolti a un veterinario questi galantuomini, non al tortaio all’angolo) a cannare una anestesia di questo genere? Ma è roba che si dà a occhio, come il citrato (“Toh, pigliane un po’ di più, ché sei ingombro di stomaco”)?? La risposta è caduta nel vento, come direbbe Bobby Zimmermann.

Qualcuno omette per anni di analizzare il DNA che si trovava sotto le unghie di Chiara Poggi e finisce che il reperto diventa inutilizzabile, degradato o non più utile processualmente.

Ma come si fa ad avere un possibile elemento a carico o a discarico di una persona e non disporre l’analisi del DNA nel momento stesso in cui questo elemento viene raccolto? Lo sa anche un bambino che un pezzetto microscopico di pelle dopo tutto questo tempo si deteriora. Quindi chi non è un bambino dovrebbe sapere che ricavare un DNA perfettamente sovrapponibile con quello di un indagato in un frammento deteriorato è per uno storpio come andare a fare un pellegrinaggio a piedi al Santuario di Montenero.
E poi se queste cose gliele fai notare la gente si indigna. “Ma come, si vuole forse insinuare che gli addetti (all’orsa o al DNA) non hanno svolto il loro lavoro in modo accurato e professionale??” Sì, si vuole dire esattamente questo, perché, non si può?

Perché per un errore (e loro ti dicono che “Tutti sbagliano!”, sì, ma intanto hanno sbagliato loro) cambia la realtà. Questi non sono i casi del meccanico che sbaglia a ripararti la macchina e tu ti ritrovi di nuovo a piedi dopo tre chilometri, o quello della cassiera del supermercato che “batte” due volte lo stesso articolo sullo scontrino, qui ci sono i corsi della vita della gente di mezzo. Vogliono farci credere che se muore un’orsa marsicana non è poi un gran male (ce ne sono pochi e una femmina che può avere più gravidanze ti può aiutare a ripopolare l’habitat, chissà cosa ci vuole a capirlo!), o che fare una prova del DNA dopo piuttosto che prima non cambia sostanzialmente le cose (sì che le cambia, potrebbe contribuire a tenere un indagato in carcere anziché lasciarlo libero o viceversa).

Che, poi, il narcotico con cui è stata uccisa l’orsa Daniza è questa ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto. Ed è con quello che ci stanno avvelenando giorno per giorno.

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In morte di Ettore Borzacchini

E sicché è morto Ettore Borzacchini, eterònimo (più che pseudonimo) di Giorgio Marchetti, poveròmo.

Ciavevo ragionato di làzzi e triccheballàcche sulla sua pagina Facebook (che adesso sarà piena di quel pietismo odioso tipico dei social network per cui quando uno muore, invece di non rompergli i coglioni, bisogna far vedere per forza che si è presenti e vivi e il suon di lei, un passerellismo inutile e inadeguato), quando Facebook ce l’avevo ancora, ma son quelle cose che si dicono. “Oh, lo sài è morto il Tizio??” “Ma se stamattina l’ho visto a comprà’ ‘r giornale!” Eh, sì, càpita anche quello.

Della morte del Borzacchini mi hanno avvisato tre o quattro amici. Grazie, ora lo so. Wikipedia, con implacabile rigore cronometrico, nemmeno ci si guadagnassero ‘r pane, ha registrato l’evento e così un evento quotidiano, ordinario e consuetudinario come la morte di un uomo è passato ad essere dato di interesse pubblico.

Il Borzacchini era noto per essere autore di paradizionari scritti con stile paralinguistico, paralessicografico e parafilologico. Il “para” è sempre d’obbligo, perché indica parodia, ovverosia solenne presa per il culo del linguaggio aulico e spesso inutile con cui scrivono i linguisti. L’usare registri fintamente cólti per trattare d’una materia rozza e volgare quale la lingua livornese ne’ suoi infiniti e variegati modi di dire, rivelandone ricchezza e duttilità espressiva.

Come spesso accade, la comicità ripetitiva, anche quella del Borzacchini, dopo un po’ di tempo viene a noia, e questo fu, ohimè, il luogo dell’animo in cui andarono a parare i suoi secondi Borzacchini, le revisioni, i Borzacchini aggiornati e tutto quel campar di rendita derivato dal meritato successo del primo “Borzacchini Universale”, con le illustrazioni del divin Sardelli.

Come distaccarsi dalla persona del Borzacchini? Ma naturalmente con le sue stesse armi retoriche, polemiche e dialògiche.

 

A pag. 115 del succitato “Borzacchini Universale” il nostro parla di trisillabi sdruccioli a proposito del nomi “Teresa”, “Marisa” e “Amelia”. Son trisillabi, sì, ma non sdruccioli, bensì piani. E’ bello vincere contro il Borzacchini su queste puttanatine, ed è fin troppo facile farlo adesso che non posso più nemmeno invitarlo a riempir di rutti il nulla dopo una spuma al ginger diaccia marmata per dirgli “Sicché l’hai buttata di fòri anche stavorta, eh?”

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In ricordo di Susanna Pierucci

Susanna Pierucci, la mia insegnante di matematica e geometria del Liceo, è morta in questi giorni durante una vacanza alla Maddalena e io ci son rimasto cacino.

La Pierucci è stata una delle più giovani insegnanti di Livorno (credo abbia iniziato a lavorare verso i 21-22 anni) ed è stata una pietra miliare al Liceo Scientifico Sperimentale “Francesco Cecioni” di Via Crispi (poi si è trasferito, ma quella è storia più recente), insieme al Preside Luciano Castelli, universalmente conosciuto come “Boccino”.

Quel poco che riusciva a inculcarci nel ceppione la Pierucci era frutto di un entusiasmo senza limiti. Credeva nelle potenzialità dell’essere umano, e sicché via, Di Stefano, alla lavagna, dimostramo come l’angolo al centro del cerchio sia il doppio dell’angolo al vertice.

E le feci un bello scherzetto da coccolone alla Pierucci, sì. L’ultima ora del sabato, in quinta, era giustappunto matematica, e io avevo il permesso firmato dal suddetto Boccino in persona per uscire 10 minuti prima del suono della campanella finale. Veramente eravamo in due ad averlo, io e un certo Matteo. Così potevamo prendere il pullman e arrivare a casa a un’ora più o meno decente.
Insomma mia alzo, mi metto la giacca e sento la Pierucci che mi fa “Oh, bellino, àlzati pure, eh?? Fai come se tu fossi a casa tua!”
A quel punto, visto che non potevo perdere l’occasione, cominciai a replicarle con tono irato e frettoloso “Ma sì…tanto queste cose non servono a nulla… Euclide, le rette parallele… ma cosa ci si sta a fa’ qui… io vado via… Matteo, vieni via anche te??” “Ma diàmine, te fammici sta’ anche dell’artro!!” (Bastardo anche lui!) Siamo usciti dalla porta della classe e l’abbiamo richiusa sbattendo.
La Pierucci si mise a piangere, e coi lacrimoni che le sfacevano il trucco già un po’ malmesso chiese al resto della classe “Ma sono andati via davvero??” “Sì professoressa, ma un si preoccupi, cianno il permesso!!” e noi a rientrare “Cuccùùùùù!!”
E ce l’avrebbe dato lei il cuccù, e non avrebbe avuto nemmeno tutti i torti! Invece ci disse solo “Allora bimbi ci si vede martedì! Il capitolo è sempre quello sul cerchio” e col fazzoletto si asciugò il moccio e le lacrime.

E ora la Pierucci non c’è più.

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