“Puppamelo” a me?

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key@watervillepartners.com, nell’inviarmi la solita mail in inglese sgrammaticato, in cui mi comunica di avere tutti i miei dati ma soprattutto la registrazione delle mie frequentazioni coi siti porno, dicendomi che ho dei gusti sessuali quanto meno discutibili, cosa di cui non me ne frega assolutamente niente perché non è certo a lei che devo rendere conto, mette come subject della mail la parola “Puppamelo”, che, per chi sia livornese, ha un significato ben preciso e incontrovertibile (ma anche i non livornesi capiranno sicuramente).

“Puppamelo” a me? A me che sono stato sempre un campione di “Obluraschi?”, “Kabroski?”, “Sghivi domani?” (Eeeeeeehhhh? Puppa!!!), a me che “Puppamelo” lo avrò detto centinaia di migliaia di volte. E adesso arriva un americano o sedicente tale, che mi chiede dei soldi per non divulgare tutti i dati sulla mia vita sessuale on line (non credo di averne una, ma se lo dice lei…) e si permette anche di fare di questa facile ironia.

Vaffanculo Key!!

Presunte “frasi razziste” al Liceo Cecioni di Livorno

Reading Time: 3 minutesSuccede che anche tu, come molti, hai fatto il liceo. Precisamente il liceo sperimentale “Francesco Cecioni” di Livorno, dalla fine del 1977 alla metà del 1983, passando dal sequestro e dall’uccisione di Aldo Moro e dalla febbre del sabato sera al mio primo viaggio da solo in Spagna, nonché alla storica vittoria dell’Italia ai mondiali dell’82, con quella formazione che sembrava un mantra, una poesia e che cominciava con un monosillabo : Zoff, Gentile, Cabrini.
Quello del Liceo è stato il periodo in assoluto più bello della mia vita. Alzarmi presto al mattino per prendere l’autobus che mi avrebbe portato a Livorno in piazza Grande non mi pesava per niente. Giornale (“Repubblica”, allora, -faceva tanto fighetto- dall’edicolante e sigarette -Camel gialle- dal tabaccaio. E poi via, si cominciava, con l’insegnante che ti permetteva di fumare in classe durante l’ora di latino (la buonanima del professor Giancarlo Bolognesi), i compagni, le compagne, le ore noiose di Malavoglia, le litigate con Paolo Virzì, le dicussioni politiche col professore di storia, il Simi, comunista sul serio, le lezioni di spagnolo durissime con il Gandolfi, la scoperta della letteratura tedesca e di quel romanzo straordinario che è “Effi Briest” di Theodor Fontane con la Matteucci, tutto era normale e leggero. E poi c’era da sudarsi un amore, fosse pure ancillare.
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La dura realtà del “caciucco”

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Sono tempi veramente duri se la più prestigiosa rivista di cucina che abbiamo in Italia (“La cucina italiana”) nella sua versione on line titola “Caciucco” per “cacciucco”, ma è successo anche questo e credo che me ne andrò a piangere in un angolino per tutta la prossima settimana.

Con “Rosignano nel cuore” per Claudio Marabotti sindaco

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Se fossi ancora residente nel comune di Rosignano Marittimo e fossi chiamato a votare per le prossime comunali voterei certamente per Claudio Marabotti, della lista civica “Rosignano nel cuore”. Non ce la farà a conquistare lo scranno di primo cittadino, questo è certo. Claudio è una persona troppo al di fuori delle logiche partitiche per ricevere quello che si dice un autentico plebiscito. Ma proprio per questo lo voterei, perché lo conosco da decenni (eh, sì, ormai saranno sì e no una quarantina d’anni), so come lavora, è un medico coscenzioso e molto attento, ha a cuore il suo territorio, ha sputtanato svariate manfrine locali con interventi sui principali quotidiani e periodici locali in alcune occasioni e ora se la tira abbestia sui social network perché è stato intervistato da due giornaliste carine delle stampa francese.

In breve, ha il physique du role (scusate, non trovo la o con il circonflesso e non ho voglia di consultare la tabella dei codici ASCII) per diventare qualcuno, e io voglio proprio che lo diventi. Per cui, visto che non posso votarlo io, votatelo almeno voi (ma guarda te cosa mi tocca fa’…)

Àrzala, Cacio!

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Ed eccomi qui in piena Piazza Garibaldi a Vada. Deserta, perché i vadesi sono un popolo sui generis e la mattina della vigilia di Natale non amano troppo apparire (o è ipocondria o è miseria). Sullo sfondo il monumento all’eroe dei due mondi che sbarcò a Vada non mi ricordo quando, ma fu necessario un monumento per ricordare il lieto e storico evento. Il mi’ zio Piero mi raccontava sempre che quando fu issato il busto uno degli operai che stavano a terra ebbe a dire a un suo compagno di lavoro (tale Cacio, probabilmente per via della puzza di piedi che nel secolo scorso non doveva mancare): “Àrzala Cacio!! Fagliela véde’ a tutti questi cittaioli la palma gloriosa di Garizioboiabàrdi!!” Non disse proprio “zio”, ma io non posso permettermi una sanzione amministrativa per bestemmie. L’operaio fu l’autore della prima bestemmia-sandwich della storia, prima ancora di quelle raccontate da Benigni sulle dispute nei circoli Arci tra sostenitori di Berlinguer e Terrazioboiacini. A Vada sappiamo precorrere i tempi. Ma in giro per compere stamattina non c’era un’anima.

Domani torno a Vada e altre brevissime dal blog

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Di I, Lucarelli, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2340767


Allora, dunque, vediamo un po’, domani io parto di nuovo dall’Abruzzo alla volta di Vada (Li) dove passerò le feste natalizie con l’augusta genitrice la Regina Madre Pieranna. Non crediate di liberarvi tanto facilmente di me e del blog nel corso di queste festività, perché ho intenzione di rompervi le scatole a volano con commenti, cronache, attualità, parole, opere, omissioni, mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa. Mi tratterrò lì una decina di giorni, più o meno, giusto il tempo di farmela venire di nuovo a noia (è quello l’effetto che ogni tanto mi fa).

Sarò lì, vi dicevo, solo che non avrò con me il mio formidabile portatile con doppia partizione e ventimila lazzi, frizzi, tricchi, pucci e triccheballàcche, per cui scriverò esclusivamente dallo smartphone e gli articoli che ne deriveranno saranno, gioco forza, più brevi e sintetici (oh, sentite, mi garbate tanto e vi voglio tanto bene, ma stare lì con i moncherini a sditeggiare due ore intere per voi questo poi no…), con meno immagini (non ho detto che non ne metterò, ho detto che ne metterò di meno, o di più, ora si guarda), ma magari più frequenti (tanto avrò poco o nulla da fare, sì, sarà facile) e di più agile lettura.

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Filippo Nogarin ha perso il privilegio di essere livornese

Reading Time: 2 minutesnogarin

Filippo Nogarin, sindaco di Livorno, nei giorni scorsi ha perso un bene più che prezioso, la livornesità. Quella che io chiamo, con un latinismo neologistico, la “labronitas”. Ed è quanto di peggio posssa accadere a un livornese o, si veda il caso, a chi Livorno rappresenta con la sua carica elettiva.

Livorno è città di accoglienza da sempre. Non finirò mai di dirlo, a Livorno abbiamo i Valdesi, gli ortodossi, gli ebrei, la comunità olandese, quella inglese, e non so quanti altri rivoli, fiumi, ruscelli di culture diverse che convivono pacificamente nella stessa città, a suon di cacciucco, cinqueccinque e ponci. A Livorno siamo fatti così (o, meglio, lo eravamo fin quando io Livorno la frequentavo più da vicino, adessso, magari, le cose saranno un po’ cambiate anche lì) e quindi un Sindaco che pubblica un post su Facebook in cui scrive che il Porto della città è aperto ad accogliere la nave Aquarius col suo carico di miseria e povertà, e che questa disponibilità all’accoglienza è già stata comunicata al Ministro dei Trasporti e al Presidente della Camera, quel Sindaco, dicevo, non fa altro che compiere, con un gesto di apertura, la volontà di tutti i livornesi. Ed è lui stesso parte della sua città, perché davanti a uno scempio del genere, un livornese non potrebbe fare altro che spalancare le porte e il cuore a chi soffre, e a chi dice che i livornesi per la loro generosità ti metterebbero la casa in capo, con questo gesto rilanciano al raddoppio e in capo ti ci mettono la città intera.
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Il dottor Claudio Marabotti e i dati sulla mortalità nel Comune di Rosignano Marittimo

Reading Time: 3 minutesRipubblico di seguito (perché è stata già pubblicata da il Tirreno) la lettera aperta che l’amico Claudio Marabotti ha indirizzato al Sindaco del Comune di Rosignano Marittimo sui tassi e le cause di mortalità nel territorio. Penso che la lucidità con cui Claudio espone la materia del contendere sia esemplare e mi viene da dire che è così che si scrive una lettera a un primo cittadino o, comunque sia, qualcosa che abbia la speranza e l’aspirazione di essere pubblicato da qualche parte. E siccome Claudio Marabotti è anche incredibilmente bravo in queste e in altre cose, ho deciso di dar seguito al suo scritto anche qui sul blog, così mi sento un po’ ganzino anch’io.

Egregio Sig. Sindaco, le scrivo perché lei è la massima autorità sanitaria del nostro Comune. Sono un medico, e mio padre è morto per un mesotelioma pleurico.
A fine 2014 ho visto i dati epidemiologici sulle cause di morte nella nostra zona e, nel mare di cifre che raffrontano l’incidenza di patologie osservate qui rispetto alle medie italiane, mi sono balzati agli occhi alcuni dati, che riassumo brevemente.
Mesotelioma. Nel nostro Comune c’è un eccesso marcatissimo di casi di mesotelioma pleurico. Si parla di una incidenza di oltre il 300 per cento (!) rispetto all’atteso, cioè oltre tre volte l’incidenza media italiana, sia per i maschi, sia per le femmine. In dieci anni ci sono stati 16 morti per mesotelioma pleurico in più rispetto all’attesa. Ci sono alcuni dati aggiuntivi da sottolineare su questo tema:
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Mamma Franca nominata Lady Facebook a Livorno

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Salutiamo con profondo orgoglio l’elezione a Lady Facebook Livorno dell’immensa Mamma Franca e delle sue “volpe”. Che cosè il mito?? E’ savoir-faire, un bel cacciucchino, una pelliccia e dieci centimetri di toupé!

“La pelliccia è un diritto di tutte le donne!”, “Sono onorata di voi!”, “Prezzi imbattibiloni!”, “La Toscana in pelliccia e tutta l’Italia!”, “Comprate una pelliccia a vostra moglie per questo lungo inverno torrido!”, “Siamo passionisti delle pellicce, mestieranti, mìa improvvisi!”, “Io ‘ontento tutte: le figlie, le mamme, le nonne e le sbinonne!”, “Venite a Livorno e mamma Franca vi manda a mangiare un bel cacciucchino!”

(Fonte consultata: http://www.piratiesirene.it/2014/06/mamma-franca/)

Marco Malvaldi, Il telefono senza fili, Luana la bebisitter

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Dall'episodio "Brothers in arms", Luana la Bebisitter atto II - di Daniele Caluri

Che uno dice, siamo quasi d’ottobre, continua a fare un caldo assassino, c’è la gente che va a giro col cappottino o col piumotto leggero perché se porti ancora la polo e i sandali di appena UN mese fa un sei punto trèndi, io devo far passare un mese, per che cosa son cazzi miei e non li vengo certo a dire a voi, fatto sta che devo farlo passare, in un modo o nell’altro, vicino casa mi stanno martellando una palazzina in stile neo-geometra, che fra gittate di cemento e piantatura di pali ciò le palle sembrano i neutrini del modello dell’atomo a Bruxelles, mettiamoci che poi, fondamentalmente, un faccio una sega dalla mattina alla sera (non fare una sega è ben diverso dal non avere una sega da fare, resti inteso), allora cosa si fa per schiacciare il teNpo e non farsi schiacciare i coglioni da lui? Si legge un bel giallo. Sissì, via compriamo qualcosa che, visto che di quattrini ce n’ho tanti, si può anche regalare una trentina di eurini a Amazon, così, tanto per finanziare la loro encomiabile politica sull’impiego. E visto che è uscito l’ultimo del Malvaldi, compriamoci pure questo “Il telefono senza fili”, che, voglio dire, nella vita prima o poi si deve mori’, tanto vale godersi qualche cosellina.
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Ora ci càa l’orso!

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Qualcuno sbaglia le dosi di un anestetico e l’orsa Daniza che doveva solo essere catturata, ci rimette la pelle per colpa di certi pseudo-ambientalisti incompetenti.

“Ora ti càa l’orso!”, si dice a Livorno, per sottintendere che “Ora son veramente affari tuoi, e che affari!” Ma l’orso a chi ha sbagliato non gli “càa” mai.
Ma come fa un veterinario (perché si spera che si siano rivolti a un veterinario questi galantuomini, non al tortaio all’angolo) a cannare una anestesia di questo genere? Ma è roba che si dà a occhio, come il citrato (“Toh, pigliane un po’ di più, ché sei ingombro di stomaco”)?? La risposta è caduta nel vento, come direbbe Bobby Zimmermann.

Qualcuno omette per anni di analizzare il DNA che si trovava sotto le unghie di Chiara Poggi e finisce che il reperto diventa inutilizzabile, degradato o non più utile processualmente.

Ma come si fa ad avere un possibile elemento a carico o a discarico di una persona e non disporre l’analisi del DNA nel momento stesso in cui questo elemento viene raccolto? Lo sa anche un bambino che un pezzetto microscopico di pelle dopo tutto questo tempo si deteriora. Quindi chi non è un bambino dovrebbe sapere che ricavare un DNA perfettamente sovrapponibile con quello di un indagato in un frammento deteriorato è per uno storpio come andare a fare un pellegrinaggio a piedi al Santuario di Montenero.
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In morte di Ettore Borzacchini

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E sicché è morto Ettore Borzacchini, eterònimo (più che pseudonimo) di Giorgio Marchetti, poveròmo.

Ciavevo ragionato di làzzi e triccheballàcche sulla sua pagina Facebook (che adesso sarà piena di quel pietismo odioso tipico dei social network per cui quando uno muore, invece di non rompergli i coglioni, bisogna far vedere per forza che si è presenti e vivi e il suon di lei, un passerellismo inutile e inadeguato), quando Facebook ce l’avevo ancora, ma son quelle cose che si dicono. “Oh, lo sài è morto il Tizio??” “Ma se stamattina l’ho visto a comprà’ ‘r giornale!” Eh, sì, càpita anche quello.

Della morte del Borzacchini mi hanno avvisato tre o quattro amici. Grazie, ora lo so. Wikipedia, con implacabile rigore cronometrico, nemmeno ci si guadagnassero ‘r pane, ha registrato l’evento e così un evento quotidiano, ordinario e consuetudinario come la morte di un uomo è passato ad essere dato di interesse pubblico.

Il Borzacchini era noto per essere autore di paradizionari scritti con stile paralinguistico, paralessicografico e parafilologico. Il “para” è sempre d’obbligo, perché indica parodia, ovverosia solenne presa per il culo del linguaggio aulico e spesso inutile con cui scrivono i linguisti. L’usare registri fintamente cólti per trattare d’una materia rozza e volgare quale la lingua livornese ne’ suoi infiniti e variegati modi di dire, rivelandone ricchezza e duttilità espressiva.
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In ricordo di Susanna Pierucci

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Susanna Pierucci, la mia insegnante di matematica e geometria del Liceo, è morta in questi giorni durante una vacanza alla Maddalena e io ci son rimasto cacino.

La Pierucci è stata una delle più giovani insegnanti di Livorno (credo abbia iniziato a lavorare verso i 21-22 anni) ed è stata una pietra miliare al Liceo Scientifico Sperimentale “Francesco Cecioni” di Via Crispi (poi si è trasferito, ma quella è storia più recente), insieme al Preside Luciano Castelli, universalmente conosciuto come “Boccino”.

Quel poco che riusciva a inculcarci nel ceppione la Pierucci era frutto di un entusiasmo senza limiti. Credeva nelle potenzialità dell’essere umano, e sicché via, Di Stefano, alla lavagna, dimostramo come l’angolo al centro del cerchio sia il doppio dell’angolo al vertice.

E le feci un bello scherzetto da coccolone alla Pierucci, sì. L’ultima ora del sabato, in quinta, era giustappunto matematica, e io avevo il permesso firmato dal suddetto Boccino in persona per uscire 10 minuti prima del suono della campanella finale. Veramente eravamo in due ad averlo, io e un certo Matteo. Così potevamo prendere il pullman e arrivare a casa a un’ora più o meno decente.
Insomma mia alzo, mi metto la giacca e sento la Pierucci che mi fa “Oh, bellino, àlzati pure, eh?? Fai come se tu fossi a casa tua!”
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