Roseto: il 17 maggio chiuse le attività didattiche nelle scuole di ogni ordine e grado

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Come da titolo del post, le scuole di Roseto degli Abruzzi non svolgeranno attività didattica il prossimo 17 maggio (martedì). Ecco il testo dell’ordinanza del Sindaco:

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Ed ecco il testo del messaggio WhatsApp che ho inviato al sindaco, Dott. Prof. Mario Nugnes:

Gentilissimo Signor Sindaco,
apprendo, or non è molto, della Sua ordinanza di chiusura delle attività delle scuole di ogni ordine e grado a seguito di passaggio di manifestazione sportiva nella nostra città.
Da insegnante non posso che obbedire alle Sue decisioni (ubi maior), ma mi permetta di esporLe alcune perplessità:
– ritengo che in questi giorni, con l’approssimarsi della fine delle lezioni, la necessità del diritto all’accesso all’istruzione sia prioritaria;
– le attività scolastiche, a Roseto, cominciano dopo le 8 e terminano, nel peggiore dei casi, dopo le 13. Penso che ci sia tutto il tempo per ripristinare il traffico chiuso dalle 11. O per dare massima priorità al trasporto pubblico.

Tanto mi premeva rappresentarLe, e nell’augurarLe comunque buon lavoro, La saluto con la massima cordialità e la stima personale di sempre.

Roseto: Il mio “Nunc et in hora mortis nostrae” è libro di lettura nella Scuola Primaria di Voltarrosto

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Nel progetto “Letture ad alta voce” della scuola primaria di Voltarrosto (zona Moretti) hanno cominciato a leggere il mio racconto lungo “Nunc et in hora mortis nostrae”. Bambini curiosissimi. Una alunna ha già cinque domande per me. Se le è scritte sul quadernino e mi hanno invitato per una lezione. Sono entusiasta, commosso, curiosissimo. E naturalmente tronfio e sussiegoso, come al mio solito. Quello scritto è del 1995. E continua a perseguitarmi. Bene così.

Roseto: l’intervista della dirigente scolastica dell’IIS “Vincenzo Moretti” Daniela Maranella a “Abruzzo Cityrumors”

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Riporto, senza esprimere alcun commento, la trascrizione accurata e certosinamente fedele delle dichiarazioni della Dirigente Scolastica dell’IIS “V. Moretti” di Roseto degli Abruzzi, Prof.ssa Daniela Maranella, rilasciate oggi alla testata giornalistica on line “Abruzzo Cityrumors”.

“I ragazzi sono rientrati molto volenterosi. C’è stata una piccola défaillance, ovviamente a seguito dello screening che è stato effettuato durante il fine settimana una percentuale del 5% è risultata positiva, quindi abbastanza elevata come percentuale.

Però nel frattempo è stata attivata la DaD e quindi si procederà con la Didattica Digitale Integrata. Una parte della classe è in presenza, il resto seguirà le lezioni da casa.”

(…)

A domanda risponde: “Le classi coinvolte sono abbastanza, però sono organizzate (originale: “organizzati”, ndt) e sono già… hanno già testato questa tipologia di didattica. Le classi hanno la LIM, per cui possono seguire i compagni facilmente attraverso i dispositivi che abbiamo fornito e stiamo fornendo in questo periodo.”

(…)

A domanda risponde: “Anche da noi ci sono docenti no-vax, personale no-vax. Alcuni si sono convertiti e quindi finalmente hanno fatto la prima dose di vaccino e sono, quindi, rimasti con noi. Altri sono stati sospesi in quanto sono no-vax davvero convinti e, quindi, provvederemo con la sostituzione.

Qui si fa la DaD o si muore

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La montagna della macchina burocratica di Roseto degli Abruzzi, piccolo mondo di un mondo piccolo, ha partorito il topolino delle indicazioni per lo screening della popolazione scolatica studentesca.

Da cui si evince che:

– il tampone NON è obbligatorio;
– non si sa quali provvedimenti intendano prendere le singole realtà scolastiche coinvolte in caso di rifiuto delle famiglie a sottoporre gli alunni all’esame diagnostico;
– le operazioni saranno gestite da “volontari”.

Nient’altro.

La situazione è ormai catastrofica. 2000 Dirigenti Scolastici hanno firmato una lettera aperta al Ministero dell’Istruzione e alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per chiedere il passaggio alla DAD e lo slittamento del rientro in presenza di almeno 2-3 settimane. E fanno bene.
Altri docenti invitano a firmare appelli on line. Cosa volete, c’è ancora gente convinta che con change dot org si possa cambiare il mondo.

Nel frattempo Marco Borgatti, in un’intervista al GRR delle 12,10, ha dichiarato che “i volontari sono sfiniti”. Sfiniti di cosa non è chiaro, visto che lo screening comincerà domani.

Io ho molto rispetto dei volontari intesi come singoli (un po’ meno per le organizzazioni di volontariato). Ma non capisco cosa c’entri il volontariato in una operazione come questa. Una brava e valente giornalista, Valentina Furlanetto, in un suo fortunato saggio riguardante il mondo del volontariato, delle Onlus e delle Ong, lo ha definito “l’industria della carità”. Io non metto in dubbio che i 162 volontari dichiarati da Borgatti nelle sue dichiarazioni al GRR siano tutti medici o infermieri, che siano animati da uno spirito di servizio e che lo facciamo gratuitamente. Mi chiedo SOLO cosa c’entrino le Guide del Borsacchio con tutto questo, quando l’ordinanza regionale delega il compito alle ASL (ed è molto chiara in questo). Mi chiedo perché i nostri ragazzi debbano essere “attenzionati” da personale volontario non pagato quando potrebbero esserlo da personale ugualmente qualificato, regolarmente in servizio e retribuito. Io sono fuori dai giochi, io sono un docente e se voglio un certicato di negatività me lo pago, anche se ho completato il ciclo vaccinale. Ma questa è un’altra storia.

La DAD, poi. La DAD è uno strumento (in quanto tale neutro, e scevro da connotazioni positive o negative) che è stato usato, tra l’altro, in precedenti periodi di emergenza. Ma perché, questo non lo è? nessuno ci dice qule sia il sotteso, il sostrato, quello che sta alla base di questo malessere. Non si sa quanti docenti siano a tutt’oggi positivi, quanti alunni, né si hanno notizie sul tracciamento sociale di queste positività. Non ce lo dicono i giornali, le singole istituzioni scolastiche, i comuni, le ASL, le istituzioni preposte. Ma a scuola rientreremo tutti lo stesso. Tamponati e non. Tutti insieme allegramente. E allora a cosa sarà servito lo screening? A farci belli? Pare proprio di sì.

Ma in DAD non si può andare, nossignori, ché i ragazzi soffrono e viene negata loro la socialità.

Ora, con il dovuto rispetto, ma di quale “socialità” stiamo parlando? La prima e primaria socialità che un minore deve vivere è quella familiare. Perché fa tanto schifo a questi genitori stare con i propri figli, seguirli nelle lezioni, aiutarli nelle difficoltà e magari imparare un po’ qualcosa anche loro? Cosa c’è di male a stare a casa, a vivere con il nucleo fondante e fondativo della nazione? A svolgere le consegne assegnate (tra l’altro si tratterebbe anche di un dovere stabilito dalla legge!), a fare “ricreazione” con una bella fetta di pane col miele anziché con quelle schifide cose che gli alunni comprano alle macchinette, ad approfondire i contenuti con chi deve occuparsi della TUA crescita in prima persona, a guardare un film insieme e magari discuterne (la famiglia è un potentissimo cineforum!), o financo (ora so che sto per dire un’eresia, e la dico) a leggere un libro?

E anche guardando fuori dalla piccola e rincartapecorita realtà squisitamente locale non ci sono notizie confortanti. La Campania, per esempio, è stata definita “zona nera” da qualche azzardoso ma niente affatto stupido giornalista (i colleghi della Campania sono forse tra i primi in Italia nell’impegno per la sensibilizzazione verso la DaD).

Ma il resto è affidato alla non-sensibilità di una classe docente e dirigente pusillanime e prona, per la quale solo la didattica in presenza è un valore (come se nella scuola, poi, esistessero dei disvalori! La scuola è “valore” puro) e tutto il resto è fuffa. Ora la palla è sui piedi delle singole Regioni, che faranno quello che possono, cioè niente.

“Che qui si fa l’Italia e si muore
Dalla parte sbagliata
In una grande giornata si muore
In una bella giornata di sole
Dalla parte sbagliata si muore…”

(Francesco De Gregori – Il cuoco di Salò)

Screening per gli studenti a Roseto degli Abruzzi. Le ultimissime.

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Faccio seguito a quanto già scritto e comunicato poche ore fa, per dare ulteriori precisazioni ed opinioni sulla beckettiana situazione rosetana dell’organizzazione dello screening scolastico per gli studenti.

I nuovi fatti sono questi:

– lo screening si svolgerà l’8 e il 9 gennaio prossimi;
– la sede per le operazioni sarebbe stata individuata nella palestra delle Scuole Medie “Fedele Romani”;
– Hanno partecipato all’incontro di studio e organizzazione dello screening tenutosi in mattinata gli assessori Francesco Luciani e Lorena Mastrilli, il Presidente del Consiglio Comunale Gabriella Recchiuti, il Consigliere Provinciale Enio Pavone, diversi consiglieri comunali, i dirigenti scolastici Maria Gabriella Di Domenico (Istituto Comprensivo Roseto 1), Anna Elisa Barbone (Istituto Comprensivo Roseto 2), Daniela Maranella (Istituto “Vincenzo Moretti”), Achille Volpini (Liceo “Saffo”), il Dottor Giacomo Di Giovannantonio (medici); i rappresentanti locali di Croce Rossa e Protezione Civile e i volontari delle Guide del Borsacchio e delle Guardie Ambientali.
– Lo screening NON riguarda il personale docente e gli alunni della scuola dell’infanzia.

Le opinioni sono queste:

– Le date per lo svolgimento dei controlli sugli studenti, secondo l’ordinanza regionale, sono fissate per il 7, 8 e 9 gennaio prossimi. Per quale motivo a Roseto non si sia stabilito di gestirle anche il giorno 7 è un “misterium fidei”. Avremmo avuto più tempo per scaglionare l’afflusso dei pazienti, il loro deflusso ed evitare inutili e pericolosi assembramenti;
– Il Sindaco di Roseto, Mario Nugnes, ha riferito alla stampa quanto segue: “Vogliamo rassicurare le famiglie e gli studenti rosetani che, malgrado il poco preavviso ricevuto, ci siamo attivati con grande solerzia per organizzare questa ennesima campagna di screening.” Ho molto rispetto per la figura del Sindaco (che, pure, non ho votato) e dell’amico Nugnes, ma devo dire che questa dichiarazione è fallace tanto nella forma quanto nella sostanza. “Poco preavviso”? L’ordinanza regionale è del 31 scorso. Si sono ritrovati la mattina del 5 a mettere mano alla patata bollente. E per fortuna che il 6 è festivo! Non oso pensare a cosa sarebbe successo se si fosse trattato di un giorno feriale. E poi “ennesimo screening”? Perché? Ne saranno stati fatti, in passato (soprattutto durante la prima emergenza Covid) sì e no un paio. Dall’inizio dell’anno scolastico i ragazzi sono venuti a scuola senza obbligo vaccinale o di carta verde. Di quale “ennesimo screening” si sta parlando?
– E poi: “Nelle prossime ore, sentita la Asl di Teramo, sarà comunicata alle famiglie la suddivisione in fasce orarie degli studenti mediante lo strumento del registro elettronico.” Sono già le 18,30, al momento il cui sto scrivendo, e il mio registro elettronico non riporta alcuna segnalazione. Forse, non essendo direttamente interessato (ma perché??) la cosa sarà stata comunicata ai soli studenti e alle loro famiglie, ma allora perché non pubblicare l’informazione, oltre che sui registri elettronici, ANCHE sui siti web delle scuole interessate, che forniscono un servizio PUBBLICO? Alcune scuole hanno anche degli account sui social network (Facebook e Instagram soprattutto), si possono usare per raggiungere più capillarmente l’utenza, o dobbiamo solo vedere applausi, cuoricini, fotine, ricchi premi e cotillons?
– Last but not least: per quale motivo io non posso o non debbo fare lo screening? Solo perché sono vaccinato e sono un docente? E non potre essere positivo asintomatico, per esempio? Nelle scuole rosetane i docenti che hanno contratto il virus durante le vacanze natalizie non mancano di certo. Cos’è, noi siamo “sicuri”, forse? O dobbiamo pagarci il tampone ancora una volta, e di tasca nostra, per stare più tranquilli? Dov’è andato il senso della “comunità scolastica”, che viaggia a senso unico alternato nelle scartoffie di Governo e Regione?

Loro non mollano. Ma gli conviene??

La scuola rosetana sull’orlo del caos

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La scuola rosetana, come tutta quella abruzzese, del resto, è sull’orlo del caos (e già, quando mai??).

La comunità politica e quella dei cittadini ha accolto con superficialità e parziale disinteresse l’ordinanza regionale firmata dal Presidente Marsilio sulla riapertura delle lezioni che è stata fissata al 10 gennaio, anziché al 7, come previsto dal calendario.

Lo sappiamo da giorni. L’unica reazione è stata quella dei ragazzi, felici di stare a casa tre giorni in più. Tutto fa brodo.

Ma l’ordinanza prevedeva e prevede, per il 7, 8 e 9 gennaio prossimi, uno screening della popolazione scolastica, che verrà sottoposta a tampone antigenico rapido. A quello non ci ha fatto caso quasi nessuno.

E in questo piccolo mondo di un mondo piccolo ci siamo ritrovati, alle 16 circa del 5 gennaio, e con una festività di mezzo, a non sapere ancora come sarà organizzato il tutto, chi sarà esattamente coinvolto, quali saranno le sedi in cui si svolgerà l’analisi preliminare della popolazione scolastica, quali gli orari e quali le modalità operative, cioè con quali criteri concreti gli alunni verranno chiamati ad effettuare il tampone (alfabetico? Per classe? Per indirizzo? Alla “sans façon” con assembramento incluso nel prezzo??)

A tutt’ora, e al momento di metere in linea questo post, non risulta pubblicata sui siti ufficiali alcuna ordinanza del Sindaco in proposito. Qualche dirigente si è mosso per proprio conto con una comunicazione “informale”. Ma, si sa, le comunicazioni “informali” hanno il valore che hanno. E, comunque, sono infarcite di condizionali, di si dice, si mormora, non è ancora ufficiale, qui lo dico e qui lo nego.

Andiamo piano, per carità, dovessimo farci del male!

Nel frattempo i contagi aumentano. Tra gli studenti, tra i docenti e il personale amministrativo, che nel frattempo è tornato a lavorare in presenza, anche se non se n’è accorto nessuno. O, magari, nessuno se n’è voluto accorgere, impegnati com’eravamo a ingurgitare tamballi, mazzarelle, betoniere di agnello cacio e uovo e annessi frizzi, lazzi e triccheballàcche.

La Regione Abruzzo ha già chiesto all’esecutivo di posticipare il rientro in presenza alla fine del mese di gennaio. Vox clamantis in deserto.

La scuola è l’ultima ruota del carro di un governicchio che si fa fregare da una variante col nome greco, che fa tanto figo.

Cerchiamo di non farci fregare anche noi.

Diario di un rosetano appena vaccinato

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Ho fatto il vaccino, dunque.

Siccome sono un rosetano lavoratore fragile e con patologie, mi è stato riservato un appuntamento all’HUB vaccinale dell’ospedale di Giulianova per effettuare la (prima) vaccinazione in ambiente protetto.

Mi dànno un foglio da riempire. E’ la versione del ricatto informato a scaricabarile per la terza dose. Io devo fare la prima. Non ci siamo. Faccio gentilmente notare l’errore. Mi dànno il modulo giusto ma mi chiedono cortesemente di sedermi in un angolino, lontano da tutti gli altri. Il non-vaccinato, per il solo fatto di esserlo, è visto con sospetto. Non è cambiato nulla dai tempi degli untori di manzoniana memoria. Solo un po’ più di cortesia formale, ma la paura che qualcuno unga le mura del nosocomio con un non-so-che di covidico, persiste.

Mentre riempo quanto di mia spettanza, la fila si ingrossa, la gente si accalca vicino al tavolinetto e si crea un assembramento di cui mi lamento ad alta voce con gli addetti.

Un signore della Croce Rossa mi dice: “Dotto’, se ci riesce lei a cacciarli tutti noi siamo solo che contenti!” Rispondo “E che ci vuole a cacciarli?? Basta chiamare i carabinieri!” E così mi sono fatto conoscere.

L’ambiente è stretto e angusto. La gente sta in fila lungo il corridoio e passano su e giù barelle con pazienti anziani dai vólti grinzosi e sofferenti. Tutto è stretto e maledettamente piccolo. E la gente continua ad accalcarsi. Chi vuol farsi la prima, chi la seconda, chi la terza dose, chi non trova il tesserino sanitario, chi non vuole firmare il foglio del ricattino, chi è un insegnante, chi in servizio civile volontario. E poi fa caldo, un caldo da non credersi. Paghiamo le tasse per il riscaldamento di un ospedale e sprechiamo i denari pubblici in questo modo. E nel frattempo passa un’altra barella. La signora che vi è adagiata mi guarda. Avrà 90 anni e l’odore di chi ha i valori completamente sballati e rischia di non farcela. Vorrei dirle qualcosa, darle una carezza. Ma mentre sto per farlo la portano via e io mi sento una merda umana.

Nella sala di attesa per la vaccinazione la distanza tra le sedie è di molto inferiore al metro. Il che fa pari e patta con gli assembramenti di cui sopra. Il bagno è rotto. Naturalmente.

L’ambiente in cui si somministrano i vaccini è piccolissimo e strettissimo. Il medico vaccinatore, l’addetta all’acquisizione dei dati e l’infermiera somministratrice operano in un ambiente di pochissimi metri quadrati. Riesco a vedere, perché la porta è spalancata, la somministrazione alla signora che è arrivata rima di me. Alla faccia del pudore e della discrezione. La signora aveva fatto la dose precedente con Moderna. Chiede che le venga somministrato lo stesso vaccino. Ma oggi Moderna non c’è. Solo Pfizer. E’ come andare al ristorante, chiedere un piatto di spaghetti alle vongole e sentirsi rispondere che le vongole non ci sono perché c’è il fermo biologico e le barche non sono uscite, però se la vuoi c’è sempre la pepata di cozze, che è pure buona.

Il medico vaccinatore lo conosco. E so che è un medico chirurgo, sì, ma con una specializzazione che poco ha a che vedere con la somministrazione di vaccini. Il farmaco lo inietta l’infermiera, d’accordo. Ma mi sembra strano che a supervisionare il tutto sia un allergologo. O un otorinolaringoiatra. O un dermatologo. O un chirurgo estetico. A questo punto potrebbe essere anche un medico omeopata, basta che abbia la qualifica di “medico chirurgo”.

Ma il piacere di incontrare di nuovo un professionista che ti ha dato una mano in un periodo delicato della tua vita professionale è tale che non sento niente. Nemmeno la punturina dell’ago. Niente di niente. Dovrò solo starmene il doppio del tempo previsto per l’osservazione in un’altra stanzetta angusta e viandare.

Del resto Peppino Di Capri cantava “Ce vuo’ tiempo”. E l’immenso Eduardo ci ricorda che ogni volta “Ha da passà’ a nuttata!”

Riprendo la mia auto da settimane rigata da quei delinquenti dei miei alunni di seconda e mi accorgo che i solertissimi vigili mi hanno elevato una contravvenzione. Il foglietto giallo svolazza sotto il tergicristallo, agitato da un piacevole venticello. Disco orario scaduto. E vaffanculo!

Luca Vannucci mi scrive su Facebook

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Ho scritto un post sul gruppo Facebook “Tutto ciò che accade a Roseto e dintorni…parliamone!!”, 7855 membri partecipanti ad oggi.

Tra cui gente molto in vista, intellettuali locali, politici, commentatori, giornalisti, webmaster. Tutti leggono, pochissimi commentano. Come quasi sempre.

Il testo del mio post era questo:

“Roseto degli Abruzzi è in testa per numero di contagi nel territorio teramano. Se avessimo avuto questi dati durante il lockdown del 2020 a quest’ora sulla Nazionale non circolerebbe nessuno. Invece è un caos. E parliamo di basket, di turismo, di ripresa, di slancio, di negozi e ristoranti che devono restare aperti perché, si sa, la gente se non va a mangiare fuori senza mascherina non può resistere. E mi rifiuto perfino di credere che TUTTI i contagiati siano SOLO dei NON vaccinati. La scuola è il primo veicolo di contagio. Per il resto vedano un po’ lorsignori…”

Tra i commenti ricevuti, che hanno subito incanalato la discussione nella solita polemica sterile trita e ritrita tra novax e provax (come era prevedibile) mi è giunta una lunga disamina di un certo Luca Vannucci. Di cui sono poche le informazioni a cui posso accedere. So che è un signore di Pescara, che vive a Bologna e che sulla sua pagina Facebook si chiede se gli intellettuali siano idioti o meno (mah, se non lo sa lui…).

Il testo della sua risposta è molto più lungo del mio intervento (come spesso succede quando si passa dalle opinioni alla polemica e all’attacco personale). Comunque eccone il testo integrale:

“Buongiorno signor Valerio Di Stefano, non la conosco ma vorrei risponderle nel merito perché da cittadino è doveroso rimediare alle castronerie, soprattutto negli spazi pubblici e negli incubatori social che sono gruppi come questo.
Ho letto e riletto il suo post e in seguito i suoi commenti e mi trovo purtroppo a doverle fare due appunti che sono necessari per far capire a chi legge quale sotto testo e con che intenzione lei scrive quello che scrive:
Punto primo. Sostenendo una posizione fintamente obiettiva lei sembra criticare la situazione di “disattenzione e lassismo” nei confronti della ripresa della vita pubblica e civile, e fin qua sebbene su uno sdrucciolevole terreno che porta velocissimamente verso la strumentalizzazione politica, si potrebbe anche concordare.
In secondo luogo lei però sembra scrivere, e lo ribadisce nei commenti successivi, argomentazioni anti vacciniste basate su una chiara ed evidente falsificazione della realtà al fine di creare una narrazione utile ai suoi scopi (per chi leggesse e volesse farsi un’idea basta leggere il blog del suddetto Valeriodistefano.com).
Ecco giungo a chiederle quello che fondamentalmente è il nucleo della mia questione: per quale motivo lei scrive questo ? Quali sono i dati che legge, come li legge e in che modo intende dimostrare una realtà dei fatti, a suo dire oggettiva, diversa da quella che raccontano i dati.
Se guardiamo allo scorso anno i contagi sono diminuiti in maniera esponenziale nel territorio rosetano, sono praticamente ridotte all’osso le ospedalizzazioni è assai raramente cagionano la morte.
Che lei voglia negare l’effetto del vaccino e del lavoro che il sistema sanitario sta mettendo in atto è vergognoso e soprattutto bieco per via delle finalità a cui tende. È ancora più pericoloso è che a farlo sia un soggetto responsabile dell’educazione della comunità.
Si faccia un’esame di coscienza e ragioni sulle modalità comunicative che sceglie perché , a prescindere dalle idee politiche personali che ognuno è libero di portare avanti, inquinare il dibattito pubblico con questi contenuti non fa che peggiorare la situazione.”

In un primo momento ho pensato di fargli rispondere dal mio legale. Il che non avrebbe certamente voluto dire “preannuncio di querela”, non in questa fase, almeno, ma siccome il Vannucci così l’ha voluta interpretare, io che ci posso fare? Lo tranquillizzo rispondendogli sul mio blog.

Scrive, dunque, l’Autore, che è doveroso per ogni cittadino rimediare alle castronerie altrui (infatti io sono un cittadino e in questo preciso momento in cui scrivo lo sto facendo), soprattutto se espresse negli spazi dei social. Nulla di nuovo sotto il sole, è la sindrome del supereroe. Il povero utente medio della rete è visto in pericolo perché qualcuno veicola informazioni suppostamente pericolose per lui, ma, soprattutto, viene visto come una persona che non sa difendersi, dunque senza idee proprie da opporre a quelle del “cialtroniere” di turno. Per questo arrivano loro, i leoni da tastiera, i debunker, quelli con la verità in tasca, i paoliattivissimi e i davidpuenti di ogni stagione.

Viene subito al conquibus il Vannucci, e chiarisce che è sua intenzione mostrare quale sia il “sottotesto” (che, appunto, si scrive tutto attaccato) e quale sia la intezione con cui io scrivo quello che scrivo. Anche questo obiettivo è noto. Il processo alle intenzioni. Ovvero NON già una disamina puntuale e critica dei contenuti, ma un vero e proprio assalto alle intenzioni. Ma complimentoni, è così che si fa! I fatti non esistono, e lo stabiliscono gli altri quale sia la tua “voluntas scribendi”. Non fa una piega.

La mia posizione sarebbe “fintamente obiettiva” (quale posizione avrei, però, il Vannucci si dimentica di spiegarcelo). E sarei reo, comunque, a suo dire, di inserire “nei commenti successivi, argomentazioni anti vacciniste basate su una chiara ed evidente falsificazione della realtà al fine di creare una narrazione utile ai suoi (cioè miei) scopi”. Insomma, io sarei un falsificatore della realtà, che piegherei per i miei scopi. Che non si sa quali siano, né il Vannucci ce lo spiega né si azzarda a contestare UN SOLO contenuto dei miei post o dei miei commenti. Non dice: “Questo che dici è falso perché…”, fermandosi sui contenuti. Dice che io falsificherei la realtà per un mio non meglio definito (anzi, definito proprio per niente) vantaggio e tanto fa.

A metà messaggio, dopo un preambolo lunghissimo, finalmente annuncia il “conquibus”: “per quale motivo lei scrive questo? Quali sono i dati che legge, come li legge e in che modo intende dimostrare una realtà dei fatti, a suo dire oggettiva, diversa da quella che raccontano i dati.” Ma come?? Per quale motivo scrivo questo?? Ma che domanda è? Uno scrive ciò che pensa perché lo pensa. E siccome io ho anche un blog che mi permette di scrivere quello che voglio senza i filtri e la censura degli algoritmi di Zuckerberg, lo faccio. Problemi? Evidentemente sì. La mia realtà così “fintamente” oggettiva cozzerebbe contro la granitica e incrollabile affidabilità dei dati. Quindi io come mi permetto di dire, ad esempio, che Camilla Canepa è morta di vaccino anticovid? Me lo permetto perché non me lo sono inventato, lo dicono i risultati degli esami autoptici condotti dagli esperti nominati dalla Procura della Repubblica di Genova. Sono dati. Se poi lui ne ha di diversi da opporre (che non siano la sua personale convinzione), lo faccia. Se no taccia per sempre. E’ un anatomopatologo lui? No, e allora?

“I contagi sono diminuiti in maniera esponenziale nel territorio rosetano”. Ah, per fortuna! Roseto degli Abruzzi è il primo centro del teramano per numero di contagiati, abbiamo superato l’1,6 di indice RT ma tranquilli, va tutto bene.

Io vorrei “negare l’effetto del vaccino e del lavoro che il sistema sanitario sta mettendo in atto” e tutto questo “è vergognoso e soprattutto bieco”, si badi bene. Insomma, per come mi descrive il Vannucci sono proprio una bella personcina, non c’è che dire.

Ma, come sempre, ‘dulcis in fundo’. O ‘venenum in cauda’ che dir si voglia. Il Vannucci mi consiglia di farmi “un’esame di coscienza”. Con tanto di apostrofo. E di ragionare sulle mie “modalità comunicative”, ree di “inquinare il dibattito pubblico”.

E pensare che io pensavo solo di essere una persona con le sue idee. Ma devo arrendermi all’evidenza, perché se il mio pensiero ha suscitato una simile reazione vuol dire che devo essere ma un bel ganzo.

Il nuovo sindaco di Roseto degli Abruzzi è l’astensionismo

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A Roseto degli Abruzzi il candidato Mario Nugnes è stato eletto sindaco dopo il ballottaggio di ieri e di oggi.

Ha staccato di più di un migliaio di voti il candidato del centrodestra William Di Marco, che è un mio collega di lavoro, e che pensavo venisse “asfaltato”, invece si è difeso assai bene.

Tuttavia, se Nugnes è stato eletto, a Roseto ha vinto l’astensionismo, il menefreghismo verso la cosa pubblica, il partito di coloro che hanno preferito andare al mare (vigliacchi!) a farsi una passeggiatina, complice un lunedì incantevole. E sono più del 49% degli aventi diritto al voto, che alle amministrative è una percentuale da parlamento bulgaro.

Nugnes aveva una base elettorale di tutto rispetto. Si sono orientati verso di lui i cattolici e il PD. Che spesso coincidono. Perché il vero problema della squadra di Nugnes sarà proprio la base che lo ha eletto. Troppo eterogenea, variegata, una macedonia imbarazzante il cui frutto principale è stata la benedizione e il patrocinio di Carlo Calenda, che è stato a Roseto solo venerdì scorso e sembra che siano passati secoli (i rosetani sono bravissimi a dimenticare in fretta).

Ora, che ci azzecchi Calenda con il PD e i cattolici io ancora non l’ho capito. Ma, soprattutto, non ho capito perché sia venuto a Roseto a sostenere il suo candidato quando due giorni dopo ha twittato, dopo essere andato a votare “Con aria mesta ma ho fatto il mio dovere.” E va beh, non glielo ha certo ordinato il medico. Fu durante il governo Depretis che si cominciò a parlare di “trasformismo”, che fino a Calenda compreso è un termine di stretta e cogente attualità.

Ma è il momento di congratularsi coi vincitori e i vinti, per il brillante successo che avrebbero conseguito se solo la gente si fosse recata a votare.

A me, in fondo, basta che qualcuno venga ad asfaltarmi le buche di via Lombardia, che la prossima volta che ci inciampo mi ci ammazzo.

Roseto degli Abruzzi – Elezioni amministrative – Ballottaggio – Dichiarazione di voto

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Anche per il ballottaggio, come per la precedente consultazione, mi recherò a votare e annullerò la scheda. Riconosco la necessità di fermare le destre come prioritaria. Ma mi sono stufato di scegliere sempre il male minore. Il male non si combatte con il male. La politica non è un procedimento omeopatico. Voglio solo il bene per il paese che mi ospita e in cui vivo e lavoro. E se non posso votare il candidato sindaco del centrodestra, per imprescindibili ragioni di coscienza, non posso nemmeno votare, per contrastarlo, chi si è ispirato a Calenda (Calenda? Ma chi cazzo mi rappresenta Calenda?). Faccio ogni giorno del mio meglio per Roseto. Il minimo che io possa aspettarmi da chiunque uscirà vincente da questa tornata è che lo faccia anche lui. Gli auguro sinceramente buon lavoro.

Comunali 2021: a Roseto degli Abruzzi si va verso il ballottaggio Nugnes-Di Marco

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A Roseto si profila quello che era stato abbondantemente previsto, un ballottaggio tra i candidati sindaco Mario Nugnes e William Di Marco.

Per un momento si è pensato che il terzo candidato Tommaso Ginoble potesse farcela, e dai primissimi voti addirittura che Nugnes potesse farcela alla prima tornata. Ci sarà da soffrire.

Adesso i candidati e gli aspiranti consiglieri non possono contare nemmeno sulla consolazione dei post su Facebook, Instagram e sulle loro conversazioncine su WhatsApp, perché sono tutti e tre off line, e questo punto c’è solo da sperare che lo rimangano per parecchio.

Superiore alle aspettative la prestazione del sindaco uscente Sabatino Di Gerolamo, mentre resta ultima Rosaria Ciancaione. Come ho già scritto altrove, conservo inalterata la mia amicizia nei confronti di chi l’ha sostenuta e appoggiata. Sono tutte brave persone, anzi, bravissime. Metterei la mano sul fuoco sulla loro onestà e rettitudine morale. Ma in politica sbagliare cavallo è un errore marchiano, e ora sono fuori dai giochi.

Quelle che vi offro sono le analisi statistiche di Cityrumors, su 4815 schede scrutinate.

Elezioni comunali Roseto degli Abruzzi 2021: succede a chi è vivo

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Codesta disïata imago mi ritrae all’uscita del seggio elettorale dove, oggi pomeriggio, ho compiuto il mio sacrosanto dovere di cittadino recandomi al pietoso uffizio del voto. All’entrata qualcuno, di cui non rivelo nulla perché sono un vile, mi ha chiesto se sulla scritta della mia maglietta ci fosse qualche invito, esplicito o no, a una preferenza elettorale. Gli ho fatto gentilmente notare che sulla mia maglietta è riprodotto l’autografo di pugno di Leopardi de “L’infinito” e null’altro. Il dolce naufragar in questo mare sarebbe propaganda elettorale? La gente sta esaurita!

Roseto degli Abruzzi: contagiati cinque studenti dell’Istituto Comprensivo I di Cologna Spiaggia

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Ed eccoci qui, ancora come tanti imbecilli, in questo piccolo mondo d’un mondo piccolo che è Roseto degli Abruzzi.

In appena una settimana si sono già registrati i primi casi di contagio: cinque casi all’Istituto Comprensivo I di Cologna Spiaggia, frazione di questa ridente cittadina che ha tutto meno che da ridere.

Ed è la dimostrazione, locale ma secca ed inequivocabile, che il sistema di prevenzione del Covid nella scuola italiana, semplicemente non funziona.

Il green-pass non serve a una venerata cicca. Se i docenti non hanno il potere di chiederlo agli alunni (dai quali, peraltro, non è minimamente esatto) e se i tamponi salivari, ammessi solo per le scuole pilota, vengono effettuati sulla fiducia, dalla famiglia, prima di mandare i propri infanti in classe, è finita per tutti.

Abbiamo poco da minacciare i genitori sprovvisti di certificato verde che non gli restituiamo i figli quando vengono a prenderli. La bomba a orologeria sta DENTRO la scuola, e NON fuori. Ci sono Dirigenti e collaboratori scolastici che se la rifanno, magari, con un bambino della scuola dell’infanzia che vuole solo tornare a casa (son bambini, e che si pretende che facciano, che vogliano restare lì?) e non si vede, sempre magari, che ce n’è un altro che sta infettando tutti.

E allora si ritorna in DaD, come da protocollo. La DaD vista come l’origine di tutti i mali, quella da evitare perché l’obiettivo è comunque la scuola “in presenza”, quella che causava traumi psicologici ai discenti, quella che negava loro la socialità, lo stare insieme, l’iterazione, il senso della comunità. E che ci ha salvato la vita. Per ben due anni scolastici consecutivi. Varranno di più la vita di una persona e il suo diritto alla salute della libertà di mandare i nostri pargoli in presenza a tirarsi palline di carta e prendersi a parolacce? Macché.

Sono andato a vedere la pagina Facebook del Sindaco uscente Sabatino Di Girolamo. Non c’è scritto NIENTE di quello che sta succedendo. Ci sono solo i calendari dei suoi impegni nella campagna elettorale, un incontro con una onorevole del PD sul turismo (no, dico, la gente muore per strada, gli alunni delle nostre scuole si infettano a una settimana di distanza dalla loro riapertura, la stagione balneare è ormai finita, sul lungomare non c’è più nessuno e si pensa al TURISMO?) e un aggiornamento di ieri in cui si legge che “I nostri concittadini positivi sono 44, i ricoverati 4.
La situazione non è preoccupante, tuttavia manteniamoci prudenti adottando le cautele ormai ben note.” La situazione non è preoccupante? E cosa dobbiamo fare, aspettare il lockdown prossimo venturo per metterci in allarme?

Non è per essere ungarettiani a tutti i costi, ma qui si sta DAVVERO come d’autunno sugli alberi le foglie. E non ne parla nessuno. Nessuno. Del resto come potrebbero, povere anime candide? Il 3 ottobre è dietro l’angolo e una poltroncina, anche se solo dell’opposizione, in consiglio comunale, non fa certo schifo a nessuno. Ma gli conviene?

Roseto degli Abruzzi, l’incendio al Borsacchio e Facebook

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Il Borsacchio è andato a fuoco. Si è trattato, con ogni probabilità, di un incendio doloso.

Il Borsacchio è una riserva naturale che si trova a nord di Roseto degli Abruzzi, in questo piccolo mondo di un mondo piccolo in cui vivo (e muoio, logicamente) ogni giorno.

Siccome si tratta del paese in cui abito e lavoro, oltre che dell’unica area verde protetta, mentre il resto della città l’è ‘na bèla culada de cemento armà’, mi sono incazzato assai quando stamattina ho sentito la notizia dal GRR e l’ho approfondita successivamente sui siti web.

Pensavo che, almeno sui social, i candidati a sindaco delle prossime elezioni prendessero posizione su un evento di siffata gravità (molte delle liste che li appoggiano si rifanno alla cultura politica ecologista), ma pare sia tutto un tacere di convenienza. Cosa volete, c’è un putiferio di poltrone da distribuire e quella più ambita si conterà al ballottaggio. Ebbene, vi dicevo, silenzio. Non è successo quasi niente.

Sul suo profilo Facebook il Sindaco uscente ha scritto due righe e mezza. Al momento in cui scrivo ci sono solo otto commenti su 5000 contatti. Una tristezza infinita.

In questi giorni Facebook è tempestato da candidati aspiranti consiglieri che tirano ciascuno l’acqua al proprio mulino. Molti sono giovani e inesperti. Saranno trombati sonoramente perché riceveranno voti dalle proprie famiglie o poco più. Eppure te li vedi tutti lì, bellini, pulitini, perfettini, con la giacca sportiva o i capelli freschi di parrucchiere. Ognuno sembra volerti dire qualcosa, tutti ti chiedono il voto. “Io sto con questo… io sto con quest’altro…”. E ognuno si rifà una verginità politica e sociale, postando le proprie foto migliori. Trovi la fruttivendola sorridente col vestito buono, la studentessa senza lavoro che forse ha trovato il modo di guadagnare due soldini facili, l’amministratore di condominio che si candida, il medico, la commercialista, il barista del centro. Tutti a dirti che si candidano e perché. In fondo hanno ragione: Facebook è pubblicità gratuita, perché non dovrebbero sfruttarla?

Però rompono i coglioni. Ho capito che sei dotato di buonissime intenzioni, che vuoi cambiare questo paese, che vuoi fare qualcosa, spazzare via la vecchia classe politica e magari anche asfaltare le strade di Roseto che ce n’è solo di bisogno. Lo so che ci tieni alla cultura, che sei una battagliera e che lotti continuamente, lo so che hai un putiferio di contatti su Facebook, e magari, non dico di no, sarai anche una bella figa, vedi tu, ma uno straccio di programma politico me lo vuoi dare?

E se succede qualcosa come il Borsacchio che va in fiamme, dovrai pure averlo un pensiero in merito. Perché è su QUEL pensiero che la gente ti vota, mica solo perché hai due tette che ¡viva tu madre!

E invece di incazzarsi per l’unico tratto di natura rosetana che va in fiamme, lorsignori cosa fanno? Postano fotografie. Fotografie di se stessi prima di tutto. Poi delle cene che fanno con i loro colleghi di lista (magnano, magnano, magnano, madonna quanto magnano!!) e lodi, lodi, lodi sperticate per il candidato sindaco che appoggiano. Che, guarda caso, sia che sia del centrodestra che del centrosinistra, è sempre una persona “solare, umile, col senso del dovere, che ha dato tanto a Roseto, di profonda cultura, impegnato nel sociale e alla prima esperienza personale come candidato sindaco (e vorrei anche vedere!)”

“Venite stasera nel tal posto! Il candidato sindaco parlerà sul tema ‘Roseto e le sue contraddizioni epistemologiche'” “Stasera applaudirò anch’io Cetto La Qualunque che terrà una prolusione intitolata ‘Da Rosburgo a Roseto: quali prospettive?’ (e che ne so…) “Domani il candidato sindaco parlerà al ristorante lido ‘Da Peppe lu zuzzone’, ci stanno le rustelle pe’ tutt’ quant’!!” E via discorrendo.

L’anima buona di Pio Rapagnà, uomo libero, si rivolta nella tomba. Lui, per sé, organizzava solo delle splendide feste da ballo sull’aia, co’ lu dubbòtte e la fisarmonica. E tutto finiva con un abbraccio.

Rosetaniiiiii, votate La Trippa!!!

Roseto degli Abruzzi: storie di ordinario green pass

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Roseto degli Abruzzi. Interno notte. Ciak, si gira. Azione.

Ho prenotato un tavolo presso un ristorante (uno dei tanti) per me e per altri commensali.

All’atto della prenotazione ho specificato che desideravo un posto all’aperto e che uno dei commensali in questione era sprovvisto di green pass.

La mia interlocutrice mi ha riferito che, essendoci elevata probabilità che piovesse, i tavoli sarebbero stati trasferiti al chiuso in caso di precipitazioni atmosferiche. Mi ha chiesto gentilmente il numero di telefono, che le è stato regolarmente fornito, e mi ha assicurato che in caso di problemi o contrattempi sarei stato ricontattato.

Cosa che NON è avvenuta.

Sono arrivato all’ora concordata. NON stava piovendo.

Il gestore mi dice che non è possibile attenderci perché l’area all’aperto era impraticabile. Nel frattempo alcuni avventori stavano consumando delle bevande seduti al bar all’aperto.

Mi fa presente che il rischio di farci cenare all’interno per lui è troppo elevato e mi accompagna, sempre molto gentilmente, alla porta.

A quell’ora (circa le 20,15) la sala ristorazione interna era completamente vuota.

Il gestore ha applicato la legge dello stato: non si entra senza green-pass. Molto bene. Io ho applicato la legge del mercato: tu mi chiedi una cosa che uno di noi non ha o non è disposto a darti, io non posso consumare, anzi, me ne devo andare, tu non vendi, ergo, tu non guadagni.

Semplice.

Il senso del Comune di Roseto degli Abruzzi per i cinghiali

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Il mandato della Giunta Comunale di Roseto degli Abruzzi sta per volgere al termine, e, con lui, quello dell’attuale sindaco in carica Sabatino Di Girolamo.

Una delle ultime ordinanze emesse (la 154 del 20/8 scorso) riguarda le misure da adottare per proteggersi da un numero imprecisato di cinghiali che potrebbero mettere a rischio la pubblica incolumità e rovinare i raccolti di mais di un terreno adiacente alla via Nazionale.

L’intento è lodevole, ma quali sono queste misure preventive? L’abbattimento e/o la cattura degli “ungulati” in questione. Non vi sono ulteriori indicazioni alternative per la salvezza di questi animali, né di ricorsi al servizio veterinario della locale ASL di riferimento.

Anzi, oltre al contributo della Polizia, viene evocato anche quello di cacciatori di provata perizia ed esperienza.

Uno dei problemi più importanti? Il preservare il traffico locale, particolarmente intenso in quel tratto di strada. Come se gli automobilisti non fossero soggetti prima di tutto al rispetto delle norme del Codice della Strada e della cartellonistica stradale (c’è tanto di limite massimo di velocità), e, in subordine, a quello di particolare prudenza nei confronti degli altri (se investi un pedone su un passaggio pedonale, anche se vai a 50 all’ora del male gliene fai, e tanto, e passi dalla ragione formale al torto marcio).

Probabilmente, se alcuni cinghiali si sono spinti a tal punto verso il centro abitato e le strade di grande circolazione, è perché avevano fame, nient’altro. Potrebbero avere delle cucciolate, potrebbero semplicemente essere sedati (soprattutto gli esemplari adulti e più potenzialmente nocivi) e successivamente riportati in un habitat più consono (un campo di mais non mi sembra esattamente il loro ambiente).

E invece, o cattura o schioppettate. Non paiono esserci alternative dalla lettura del documento.

Non è esattamente un viatico particolarmente tranquillizzante.

Molto presto si svolgeranno a Roseto le prossime elezioni amministrative, con un numero di candidati incredibilmente maggiore di quello delle ultime consultazioni. Con ogni probabilità andremo al ballottaggio. Forse il centro-destra potrebbe anche vincere. Cambierà tutto. Perché niente cambi.

Roseto degli Abruzzi: una sola farmacia aderisce al protocollo tamponi rapidi del Governo

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A Roseto degli Abruzzi, che io sappia, ci sono quattro farmacie.

Tre di loro si trovano sulla via Nazionale (cosa volete, come dicono i giuliesi “Roseto è un paese in mezzo a una strada”). Una è a pochissimi passi da casa mia.

In questo piccolo mondo d’un mondo piccolo UNA sola farmacia, finora (dati aggiornati a ieri) ha aderito al protocollo tamponi rapidi della Presidenza del Consiglio dei Ministri

Una sola. Per la cronaca e per il merito, si tratta di quella degli Eredi del Dr. Di Bonaventura. Bravi.

E, sempre per la cronaca, ha aderito anche la farmacia del Dr. Di Michele a Cologna Spiaggia. Bravi anche loro. Solo che, in quel caso, mi toccherebbe prendere la macchina.

Troppa grazia Sant’Antonio! A Giulianova le farmacie aderenti sono già quattro, centri più piccoli del teramano hanno già una diffusione più capillare del servizo. Perfino a Cepagatti (che, voglio dire, non è New York) c’è una farmacia aderente.

Da noi solo una su quattro. Ma, si sa, qui a Roseto siamo in LEGGERA controtendenza (ma leggera…)

Il tutto nel più assordante SILENZIO di TUTTI i candidati sindaco e delle forze politiche che li appoggiano alle prossime e ormai imminenti elezioni municipali.

Un servizio essenziale per i cittadini non può essere demandato a una sola sede. C’è il rischio di implodere. E poi come fa un anziano di Roseto Sud ad andare a Roseto Nord o addirittura a Cologna se non ci si fa portre in macchina da qualcuno? Non potrebbe andare in una farmacia più vicina? No, perché le altre tre di cui io abbia notizia, semplicemente, NON aderiscono.

Ma gli conviene?

Roseto: William Di Marco, candidato sindaco, in testa ai sondaggi di Roseto.com

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Voglio premettere, molto serenamente, che io non ho nulla di personale contro il candidato sindaco alle municipali di Roseto degli Abruzzi William Di Marco. Siamo colleghi, abbiamo lavorato (e bene!) insieme e lavoreremo ancora insieme per il bene (almeno così mi auguro) della scuola pubblica.

Non lo voterò. Ci dividono oceani di formazione personale, professionale, politica e culturale. Siamo proprio diversi, lo yin e lo yang, Stanlio ed Ollio, Gianni e Pinotto, la destra e la sinistra, Pascoli e D’Annunzio, il diavolo e l’acquasanta e via enumerando.

Ciò non toglie che quando ho letto questi dati su un sondaggio riportato dal solerte Luca Maggitti sul suo roseto.com, ho provato un brivido di freddo lungo la schiena. E ho 26,5° C in casa!

Roseto e i referendum sulla giustizia: siamo rimasti in tre…

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Questa mattina, levàtomi di buon’ora, mi sono recato presso l’Ufficio Anagrafe del Comune di Roseto degli Abruzzi per compiere il mio diritto/dovere di cittadino e firmare, come hanno fatto Renzi e Salvini (sono in buona compagnia), i sei referendum radicati per una giustizia più equa e più giusta.

La sorpresa è stata quella di constatare che, fino a stamattina, abbiamo firmato in tre. Tre persone. Quando non addirittura due (non è obbligatorio firmare per TUTTI i quesiti referendari). E non è una questione di modulistica, giacché la prima firma (grazie e complimenti) è quella di una persona molto nota nella vita pubblica e culturale di questo piccolo mondo d’un mondo piccolo.

Ed il punto è proprio questo: a parte i cittadini, che fanno giustamente quello che vogliono, Facebook pullula di personaggi rosetani che si impegnano in politica, che si candidano ora per questa, ora per quella carica, che hanno ruoli di importanza e perfino di prestigio nella gestione della cosa pubblica, e che quotidianamente riempono il loro profilo Facebook di iniziative personali o societarie/associazionistiche, di volontariato (a Roseto c’è un’associazione per ogni esigenza, perfino quella di coloro che inciampano alle cinque e mezza del pomeriggio facendo lo struscio in via Latini!) Ce ne fosse UNO, dico UNO solo di questi nomi illustri che abbia firmato. L’intellighènzia locale dorme, sonnecchia, in una narcolessi imbarazzante. Certo, avranno cose ben più importanti e urgenti da fare (ad esempio?) ma 10 minuti (dico 10 minuti) per mettere una firma per favorire lo svolgimento di una consultazione referendaria di altissimo valore etico e morale che ci coinvolge tutti li si trova, suvvia. O ci sta bene la Legge Severino? O ci sta bene che le carriere dei magistrati restino non separate? La delusione è tanta, il tempo per raggiungere il tetto delle 500.000 firme in tutta Italia è poco, il morbo infuria e il pan ci manca.

Come al solito, se il gioco è essere a favore o contro queste persone, io scelgo di non essere COME queste persone. E voi andate a firmare al più presto, maramaldi!!

Il peccato di Adamo

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E’ inutile, non c’è più decoro, Dio o chi per lui sta cercando di dividerci, di farci del male, di farci annegare.

L’adamitico ha di nuovo intinto il pennino nel curaro e un certo tipo di stampa locale gli ha dato udienza e replicato le sue esternazioni, di modo che ciascheduno di nojaltri possa averne debita contezza. Come se si trattasse di una cosa importante.

Stavolta, in un articolo intitolato “La Pasqua muta dei webeti cafoni”, il Nostro continua a prendersela con il popolino del web, reo, a suo dire, di avere infangato i social con opinioni garantiste e qualche trascurabile e isolato sbrodeghezzo, quando si è parlato della messa al pubblico ludibrio del ginecologo teramano indagato e arrestato, e non aver detto nulla, ma proprio nulla, quando la stessa stampa ha parlato, sempre facendo nomi e cognomi (perché i vizi non si perdono MAI), dell’arresto di un Colonnello dei Carabinieri con l’accusa di associazione per delinque di stampo mafioso e rivelazione del segreto di ufficio.

In nuce, il “conquibus” sta tutto lì. Segue, questo è vero, una analisi un po’ arrampicata sugli specchi che punta maldestramente sul sociologico, ma non vi voglio assillare facendole le pulci, quello che conta è che certa stampa ha riportato la notizia, nessuno se l’è filata, e allora Ish (non vi spaventate, è solo il nome ebraico del primo uomo), evidentemente sentendosi ferito nell’orgoglio e punto nell’intimo, ha ritenuto opportuno prendersela con gli utenti dei social che hanno, giustamente, ignorato l’informazione, e hanno evitato di dargli addosso, seppellendolo in una fossa di due metri di indifferenza.

L’articolo lo trovate qui (lo ripubblico, salvandolo in copia permanente, per non dare clic alla testata):

https://archive.is/LQ8Wj

Il giochino è vecchio come il Cucco. Si tira il sasso, si guarda cosa succede, e poi si ritira sveltamente la mano. Nel caso qualcuno avesse a lamentarsi, gli si punta il dito contro e gli si dice “sei stato tu”. Oppure quello stesso dito lo si fa frullare in aria, roteandolo di buona lena, come per dire “io non sono stato, vedi un po’ tu…” Son giochi che facevo quando avevo l’età di bimbo, che ebbi breve.

Poi ci sono loro, i “webeti”. Adamo ne fa anche una breve ma impietosa disamina definendoli

“marginali, persone che cercano nel cestone dei saldi della visibilità sui social, quello scampolo di dignità di esistenza, che li affranchi da una esistenza senza dignità.”

E, naturalmente, ce n’è per tutti:

“C’è anche chi invoca la “par condicio” pretendendo la pubblicazione del nome della ragazza. E il collettivo parafemminista che parla di “presunto colpevole”, sovvertendo millenni di cultura giuridica. C’è anche il blogger sfigato, che si perde in sgrammaticate analisi pseudosociologiche. Il popolo webete è multiforme e variegato.”

Ora, indovinate un po’ chi sarebbe il blogger “sfigato” e “sgrammaticato” in questione? Ora, sulle offese del giornalista a questa umile personcina che vi scrive c’è già chi se ne occupa. E non è il caso di parlarne qui. Quanto, invece, allo “sgrammaticato”, quando prenderà una laurea in lingue e letterature straniere (ma anche in lettere va benissimo), parleremo di errori grammaticali e di grammatica generativo-trasformazionale (sono certo che Adamo la inzuppi nel caffellatte al mattino!), prima no.

Quanto invece al sovvertimento di “millenni” di cultura giuridica sull’indicazione del “presunto colpevole”, c’è solo da dire che non è il collettivo (per quanto “parafemminista” possa essere) ad aver lanciato il fiero pasto nella bocca dei leoni da tastiera, ma lui stesso, anzi, per meglio dire, il suo giornale (non sia mai che io voglia insinuare che le figure del giornalista che ha riportato la notizia e di Adamo coincidono, no, non me lo perdonerei mai, e come si fa anche solo a pensarla una cosa del genere??). Si torna al giochino di prima: si fanno nomi e cognomi e, poi, quando l’opinione pubblica si indigna, ci se la prende con un collettivo reo solo di aver male interpretato la posizione giuridica dell’indagato. Che è, appunto, indagato, e non “presunto colpevole”. Ma certo, vàglielo a spiegare a quelle! Ma al giornalista, grazie al cielo, non bisogna spiegare nulla. Non perché egli non possa e non abbia molte cose da imparare (come tutti) ma perché ormai il disastro lo aveva già fatto. Il giocattolino gli si è rotto in mano e ormai non c’è più verso di ripararlo. Comm’è ‘o fatto, comm’è ‘gghiuto, Ciccio, ‘Ntuono, Peppe o ‘Ncire, il vaso è rotto e più non si ripara.

Nessuno a difendere “l’alto ufficiale dei Carabinieri”? Ma certo che no, la gente non è mica scema, ha visto a che gioco si giocava e alla fine ha preferito non giocare più. Si chiama “non dargli corda”. Ha esercitato il proprio sacrosanto diritto alla disconnessione, e ha fatto rotolare l’emorme pietra sepolcrale dopo aver avvolto la notizia nel pietoso sudario del silenzio. Ci penseranno i magistrati, è loro compito. Alla stampa solo il dovere di dare una notizia. Ecco, l’hanno data, adesso cosa si aspettano, anche gli insulti?

Il Nostro termina con una facile profezia di puro stampo veterotestamentario. Dove saranno i leoni da tastiera, i blogger sfigati e sgrammaticati, i collettivi parafemministi quando tutto questo giungerà al termine? Eccoli, saranno

“a vomitare altri insulti contro i giornalisti, quando in un tribunale (vero, non virtuale) un magistrato (vero, non laureato su internet) deciderà se il ginecologo primario e il colonnello siano colpevoli o innocenti.”

Ora, con la modestia che mi contraddistingue, faccio semplicemente notare che non sono i magistrati a dover decidere sulla colpevolezza o l’innocenza di un indagato, ma i giudici. Ci mancherebbe anche altro che un magistrato, che se non sbaglio (e non sbaglio!) costituisce SOLO UNA delle parti in causa in un procedimento penale, si mettesse a giudicare. Esiste la funzione inquirente e quella giudicante. Se no il puzzle non torna e non tornerebbe mai. Ma vàglielo a spiegare!

Costumi adamitici

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A Teramo un certo tipo di stampa continua ad essere poco chiara e ad occuparsi tenacemente del caso del noto ginecologo teramano arrestato per il reato di violenza sessuale, come se fosse un evento dirimente.

E’ lo è. E’ dirimente nel senso che da quella vicenda non dipendono soltanto i destini dell’indagato e della vittima che lo ha denunciato, ma quelli dell’informazione, non solo locale, che dovrebbe essere ed è un servizio al cittadino.

Dopo l’imbarazzante messa in pubblico delle identità e della foto dell’indagato (imbarazzante per chi ce l’ha messa, evidentemente), oggi è il giorno della vittima. Anche lei, sia pure da vittima, è andata a finire sulla stampa. Non personalmente, come è giusto e logico che sia, ma attraverso le dichiarazioni di una psicologa e del suo legale. Legale che, se non sbaglio (e non sbaglio), la rappresenta in tutto e per tutto non solo nell’erigendo procedimento penale.

Il quotidiano abruzzese “Il Centro” titola: Psicologa e legale della ragazza «Per lei un inferno sul web». Il titolo è ambiguo. Leggendolo non si evince esattamente se la psicologa sia una psicologa qualsiasi o quella di cui la donna è paziente.

Ma cominciamo a leggerlo questo articolo. L’esordio è a dir poco rivelatore:

“Nell’Italia di panchine e scarpette rosse a scandire giorni e numeri della cronaca, ci sono storie che raccontano come la strada sia ancora in salita.”

Ma “rivelatore” di cosa? Di una coincidenza quanto meno singolare. L’immagine delle scarpette e delle panchine rosse è stata usata dall’editorilista di certa stampa “Adamo”, nell’articolo precedente sull’argomento. E’ un ricalco di un modello già visto e che ho provveduto puntualmente ad emendare. E’ il pretesto con cui “Adamo”, giorni prima della pubblicazione di questo articolo (avvenuta il 27 marzo scorso) si metteva a criticare certe posizioni avverse alla sua, e di sicuro molto più garantiste, chiamando “webeti” quelli che le esprimevano liberamente.

Stesse immagini, dunque, stesse parole, nessuna intenzione vagamente critica nei confronti di nessuno, ma, ripeto, la coincidenza è troppo “co-incidente”. E’ come cominciare un articolo con “Nel mezzo del cammin di nostra vita”, vuoi o non vuoi alla Divina Commedia ci pensi sempre, anche se l’articolo poi parla di tutt’altro. E come non fare riferimento ad “Adamo” che quelle espressioni le aveva scritte solo poche ore prima?

Ma vediamo più in dettaglio quello che dicono le due professioniste. Cominciamo dalla psicologa, che dichiara:

«Su questo caso non c’è ancora un processo penale ma è già partito quello mediatico. Abbiamo dimenticato panchine e scarpette rosse nei commenti di uomini e donne su questa vicenda. Ma soprattutto di donne che si sono espresse con commenti indegni. Soprattutto da una donna su una donna. Questo comportamento non è un sostegno né rende giustizia al valore di donna ma è l’ennesima squalifica. Dobbiamo iniziare a rispettarci, ma soprattutto a rispettare l’altra. Nel dubbio bisognerebbe tacere, frenare l’impulso di dare definizioni, ma soprattutto giudizi e pregiudizi, avventati e arbitrari su una donna che decide di denunciare con forza un sopruso. Il cyber bullismo colpisce tutti, non solo gli adolescenti. La donna vittima prima deve raccogliere tutte rimaste per denunciare e poi per rimettere insieme i pezzi in un percorso lungo e doloroso».

Anche qui, panchine e scarpette rosse a gogò. Un giornalista lancia, un altro giornale raccoglie, una psicologa riprende. Tutti contro le panchine e le scarpette rosse, o, meglio, contro la retorica secondo cui una persona, solo perché dubbiosa o semplicemente garantista, si sarebbe bellamente dimenticata di quando inneggiava alle scarpette rosse contro la violenza sulle donne. Ma non mi risulta che questa legittima richiesta di sigmatizzazione e condanna del gesto obbrobrioso e sacrilego in sé debba anche comportare la automatica affermazione del colpevole, della legittimità di fare nomi e cognomi, pubblicare foto in primissimo piano, fare processi mediatici prima ancora che processi nelle aule di tribunale. Perché è vero quello che dice la psicologa, i processi mediatici sono già partiti, e sono esattamente quelli di quel certo tipo di stampa on line che con un titolo acchiappaclic e uno scoop mascherato (gli atti giudiziari sono tecnicamente “pubblici”, il che non significa che, per questioni di opportunità, se ne debba fare un “caso” artefatto) hanno posto al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica un individuo che, al momento, risulta SOLO (si fa per dire) in regime di restrizione domiciliare della libertà personale. Insomma, il gioco non è vedere chi è rimasto con il cerino in mano, ma chi ha acceso la miccia e fatto deflagrare il conquibus.

Una donna si è espressa in maniera riprovevole nei confronti della vittima, e anche questo è da condannare. Ma cosa si aspettava, questa psicologa, che anche fra le donne non ci fosse qualcuno che stona, che canta fuori dal coro? Che tutte fossero unite in una sorta di sempiterna solidarietà di specie? Che tutte fossero permeate di quel veterofemminismo d’antan per cui “io sono mia”, “sono perfettamente consapevole dei miei orgasmi”, “l’utero è mio e lo gestisco io”? Sì, corri corri ti do un sorbetto! E per una persona che vomita parole inopportune e inappropriate ecco che si punta il dito contro il web traditore, reo di stare dalla parte di “giudizi e pregiudizi avventati ed arbitrari”, come se il giudizio preventivo e colpevolista non fosse stato dato da quella stessa stampa che adesso le dà ampia e indiscussa libertà di parola.

Ma andiamo a vedere che dice, invece, il legale della parte lesa:

«Da avvocato donna dico che quando la donna denuncia sul web si scatena l’inferno e questo caso, purtroppo, ne è stata l’ennesima dimostrazione. Speravo che nel terzo millennio qualcosa fosse cambiato, che leggi e nuove connotazioni giuridiche, dopo il 1996 la violenza sessuale è diventato un reato contro la persona, avessero contribuito al cambiamento. Ma così non è. La ragazza ha avuto la forza di denunciare e i processi si fanno in tribunale. Esiste la presunzione d’innocenza certo, ma se il rispetto va dato all’accusato va ancora di più dato alla parte offesa. E io la chiamo parte offesa perchè conosco le carte»

Non si capisce, né la professionista lo spiega, cosa c’entri la definizione di “avvocato donna”. E’ un legale, ha il sacrosanto dovere di difendere gli interessi della sua assistita e non crearle nocumento, cosa c’entra il fatto che sia anche una donna? Anch’io ho un avvocato donna che mi assiste, ma non si permetterebbe mai di parlare così, se no le revocherei immediatamente il mandato. In Tribunale (perché è in Tribunale che si fanno i processi, non sulla carta stampata) esistono forse distinzioni tra uomini e donne? Si è mai sentito un pubblico ministero donna sottolineare un mero dato biologico come questo? Certo, esiste la presunzione di innocenza, purtroppo per lei, e la sua controparte si dà il caso che possa definirsi colpevole solo in presenza di una sentenza definitiva passata in giudicato. Così funziona. E non esiste, e non può esistere un minore rispetto per l’imputato e un maggior rispetto per la vittima. I Tribunale non esiste chi è di più e chi è di meno. In Tribunale esiste solo chi ha torto e chi ha ragione. E chi ha torto lo stabilisce il giudice non solo attraverso l’analisi delle carte (sarebbe troppo semplice) ma anche e soprattutto da quello che emerge dal dibattimento, che è la vera sede in cui si forma la prova provata a carico dell’indagato. Conosce le carte? Benissimo, giochi le sue. In Tribunale, dove si fanno i processi, come lei stessa riconosce. Ma allora perché dà la sua opinione alla stampa? Perché la stampa pubblica anche le opinioni? Ma no, veramente la stampa dovrebbe attenersi ai fatti e, casomai, tenere ben separate le opinioni da essi.

In breve, se prima c’era solo una certa confusione, con queste ennesime dichiarazioni il pasticcio è diventato universale, pandemico. Non poteva essere sacrificato sull’altare della famelica pubblica opinione solo l’indagato, no, bisognava, per amore o per forza, che lo fosse anche la vittima del presunto reato. Così si fa un’informazione completa e compiuta, vista dalle due facce della medaglia e da due delle tre parti coinvolte nel processo. Mentre una vittima che sta cercando a tutti i costi di superare un momento così difficoltoso, dovrebbe avere il diritto a un doveroso e rispetto silenzio. Perché soffre, sulla propria carne, tutto il dolore che una vicenda simile può dare a una donna. Non è tempo di manifestazioni, non è tempo di esternazioni. Ora è il tempo dell’attesa e della fiducia, null’altro.

Certa stampa teramana: e Adamo conobbe Eva

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Certa stampa, non c’è niente da fare, non si accontenta di vivere le proprie contraddizioni per conto proprio. Non è soddisfatta finché non le butta addosso a qualun altro. “Sempre accusando, sempre cercando/il responsabile, non certo io”, avrebbe detto il Poeta in un componimento dal titolo eloquente.

Dopo la pubblicazione dell’articolo sul ginecologo teramano, arrestato e collocato ai domiciliari con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di una donna, di cui vi ho parlato nel post precedente, è apparso, sullo stesso giornale on line, un articolo a firma pseudonima di un certo “Adamo” che ha dell’incredibile. Come al solito non vi do il link diretto, per scoraggiare i clic verso la risorsa, ma la copia permanente acquisita questo pomeriggio, nel caso l’articolo dovesse essere modificato o addirittura eliminato dalla fonte originale:

https://archive.is/Boi9g

Pare che l’autore dell’articolo in cui si mostravano la foto e le generalità del professionista, mettendo così l’opinione pubblica in grado di identificarlo prima ancora che si svolgesse il suo interrogatorio di garanzia, abbia ricevuto molte critiche per questa sua leggerezza, volontaria o involontaria che essa sia stata. Soprattutto sui social network. Soprattutto su Facebook. Molta gente si è dichiarata indignata per il suo modo di fare giornalismo, così orgasmico e frettoloso (in toscano “essere in orgasmo” significa “dare in smanie nell’attesa di fare qualcosa”), al punto che alcuni hanno parlato addirittura di una sorta di “condanna” preventiva, prima ancora che sia intervenuta una sentenza della magistratura, definitiva e passata in giudicato.

“Adamo” (che più che uno pseudonimo potremmo definire un eteronimo, come quelli di Pessoa), dunque, corre in suo aiuto. Quando si dice la coincidenza, nevvero? E lo fa in un articolo intitolato “Schifosi webeti con le scarpe rosse”. I “webeti” suddetti sarebbero soprattutto gli “ebeti” del web, definiti “schifosi” rincarando la dose. Ma questo è solo l’antipasto. Il banchetto nuziale viene dopo, perché questi supposti “leoni da tastiera”, che hanno il solo demerito di averlo criticato, vengono definiti dal giornalista-eteronimo “Idioti”, “analfabeti” e “schifosi”.

E inoltre:

“La platea vomitante dei marginali, ai quali la nascita dei social ha concesso una dignità di parola che la natura aveva, giustamente, negato.”

I social, dunque, sarebbero il vero coacervo in cui sono contenuti questi “marginali”. Sarebbe da spiegare al giornalista che al tempo in cui i social ancora non esistevano, la rete viveva benissimo lo stesso. C’erano i blog, le community, i forum di discussione, le mailing-list e tutto quanto fa spettacolo. Non è che la gente non si scambiava opinioni. Probabilmente “Adamo” a quei tempi non era ancora nato, dal punto di vista digitale, ma vi assicuro che ai miei tempi (ché sono molto più anziano di lui) si interagiva benissimo anche senza i social, che sono venuti dopo. “Libertà di parola”, dunque. Ma quella ce la dà la Costituzione, mica Facebook! Su Facebook fai quello che ti dicono loro, se no ti buttano fuori, non quello che ti pare. Quello che ti pare lo scrivi e lo fai, sempre assumendotene la piena responsabilità, fuori dai social.

“L’immancabile pletora di webeti, ha invaso le piattaforme social, per commentare il “caso (omissis)”, ovvero l’arresto del primario e assessore, a seguito della denuncia di abusi sessuali presentata da una donna.”

E via turpiloquiando, con espressioni del tipo:

“La crassa ignoranza dell’ignobile popolo webete (…)”

fino ad arrivare ad affermazioni come la seguente:

“Nulla sapendo di codice penale, di diritto di cronaca, di tutela dei dati personali, gli Accademici della rete hanno commentato.”

Hanno commentato. Ma ci rendiamo conto? Hanno commentato. E come si permettono costoro di commentare? In un luogo di discussione, poi! Cose mai viste né udite al mondo… Gente che non sa di codice penale ma che, evidentemente, conosce benissimo almeno la Costituzione della Repubblica, quando afferma che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge e che nessun cittadino può essere definito colpevole fino a prova del contrario, e anche se vi fosse, comunque senza una sentenza definitiva passata in giudicato. Gli intrepidi commentatori con sanno nulla di diritto alla privacy? Veramente è stato il giornalista che ha fatto nome e cognome di chi è stato arrestato. E ha pubblicato anche la sua foto. Questi sono fatti. E i fatti, come dico sempre io, non sono minimamente in discussione. E che dire del diritto di cronaca? Che ovviamente sussiste per lui e per chiunque altro voglia onestamente intraprendere la sua professione. Ma il diritto di cronaca non coincide quasi mai con il dovere di rivelare le identità, specie se queste identità appartengono alla parte più debole, e quindi più vulnerabile di un procedimento penale, l’imputato.

“No, non starò qui a spiegare cosa sia un arresto e perché un magistrato (non un giornalista) lo richieda. Non dedicherò tempo e spazio, all’inutile tentativo di spiegare il codice di procedura penale, il diritto di cronaca, la legge sul diritto d’autore e il testo unico dei doveri del giornalista, a chi non ha mai letto neanche le istruzioni del telefonino, col quale affida al mondo il distillato della sua idiozia.”

Non si capisce bene cosa c’entri la legge sul diritto d’autore con tutto questo. E, in verità, non c’entra proprio nulla. Quanto a me, che dal giornalista (non “Adamo”, l’altro) sono ugualmente stato definito “webete” su un post di Facebook pubblicato sul suo profilo, e che quindi, conseguentemente, sono un ignorante in materia, posso solo dire che gli estratti di questo articolo vengono pubblicati in ossequio all’art. 70 che recita:

“Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera.”

Ma ecco spiegata la citazione delle scarpe rosse del titolo. Variando sullo sfruttato tema dell'”ubi sunt” (François Villon non sarebbe stato capace di fare di meglio), l’autore pone le domande fatidiche:

“Dove le avete lasciate, le scarpe rosse? Dico a voi, idioti tastierizzati, coglioni profilati social, webeti in libera uscita… dico a voi: dove sono le vostre scarpe rosse? Quelle che avete postato il 25 novembre e magari l’8 marzo, quelle che avete pubblicato sdegnati, invocando parità e rispetto… dove sono?”

E, successivamente:

“Possibile che nessuno tra voi, nel delirio social nel quale vi siete perduti, in una fonduta di qualunquismo becero e pasciuto pressappochismo, abbia pensato alla ragazza?”

Ed è qui che Adamo “conobbe” Eva. Il succo è che bisogna pensare alla vittima piuttosto che al carnefice. A Abele piuttosto che a Caino, cui, pure, nel mito della Genesi, Dio pone una sorta di sigillo, di marchio, che non è d’infamia, ma che viene collocato sulla sua persona affinché nessuno lo tocchi. Da qui il nome di certe associazioni per i diritti dei detenuti o di canzoni di successo (vedete voi). Alla vittima spettano il diritto a costituirsi parte lesa nell’eventuale giudizio e l’onere della prova da fornire ai magistrati che la integreranno, se così riterranno opportuno, con i risultati delle indagini durate sei mesi. La vittima del reato deve essere altamente considerata, ma proprio per questo occorre separare il bambino dall’acqua sporca, e il fatto che quell’acqua sia sporca lo accerteranno i magistrati, non certo un giornalista.

I commentatori del web sarebbero rei, a dire di “Adamo”, di avere dimenticato, o, peggio ancora, non conosciuto per niente, i tempi delle scarpette rosse, quando tutti si indignavano per la violenza sessuale sulle donne. Ma così facendo sposta maldestramente l’attenzione su un altro problema, che indubbiamente esiste (gli italiani e il popolo del web sono di memoria corta, su questo non ci sono dubbi), ma che non risolve la domanda che il popolo del web gli ha fatto: PERCHE’ fare il nome dell’arrestato? Della risposta a questo quesito non sussiste alcuna traccia. Solo scarpette e panchine rosse.

E l’articolo termina con un

“Schifosi webeti.”

Tanto per non farsi mancare nulla.

Ora, l’errore fondamentale di questo giornalista dallo pseudonimo biblico, è stato quello di sottovalutare il pubblico dei social che lo ha criticato. Lui NON SA chi sono queste persone. Non prende nemmeno in considerazione l’ipotesi che tra di essi possa esistere, che so, qualche dirigente scolastico (tra i suoi lettori ne conosco almeno due!), dei laureati, delle persone di cultura, degli insegnanti, degli impiegati, degli esercenti, degli operai, degli addetti al pubblico impiego, che, semplicemente, su un determinato argomento possano saperne più di lui o che, si veda il caso, la legge sul diritto d’autore la inzuppa nel cappuccino tutte le mattine. No, lui va e giudica. E si meraviglia se, poi, a giudicarlo sono gli altri. Su Facebook puoi benissimo incontrare quello che sul diritto d’autore, sul codice di procedura penale, sul codice deontologico dei giornalisti ti fa un mazzo tanto. Perché, come nella vita, tu non sai MAI chi hai dall’altra parte. E forse sparare alla cieca con la mitragliatrice a pallettoni potrebbe essere semplicemente (semplicemente?) imprudente.

Ve l’ho detto, anch’io sono stato definito (non da “Adamo”, sempre dall’altro) un “Webete”. Ma di questo non vi parlo qui. Preferisco farlo altrove. E non meravigliatevi se per qualche giorno sospendo gli aggiornamenti ma ho altro di cui scrivere.

Accanto a Claudia e Chiara

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Non sono solito fare queste cose, ma stavolta faccio un’eccezione (spero felice).

Antonio e Francesca erano due *miei* colleghi. Si sono spenti di un male incurabile all’età di 36 anni, a distanza di due anni l’uno dall’altra.
Lasciano due figlie, Chiara e Claudia di 7 e 4 anni, affidate ai nonni materni.

Avete capito tutto: si tratta di mettere mano al portafogli e di cercare di assicurare a queste bambine un minimo di presente e uno straccio di futuro.

Garantisco io per la veridicità della notizia, nonché della gravità della situazione, e dei dati che vi fornirò di seguito.

Potete donare quello che volete, da un minimo di 5 euro in su.

Potete farlo collegandovi al link https://www.eppela.com/it/projects/30104-al-fianco-di-chiara-e-claudia mediante carta di credito

Se avete già provveduto, scusate per questa comunicazione. Se non avete provveduto, mandatemi una mail, un WhatsApp, un commento sul blog, un messaggio su Messenger o quello che vi pare, per comunicarmi il vostro preannuncio di donazione.

Il tetto prefissato è di 30.000 euro. La raccolta sta andando bene e ha raggiunto oggi la soglia di oltre 12.000 euro. Ma c’è ancora tanto da fare.

Per favore…

Roseto degli Abruzzi: incendio notturno ai “Bagni Marini”

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Ho saputo questa mattina che i fabbricati dei “Bagni Marini” di Roseto degli Abruzzi sono stati distrutti da un incendio sviluppatosi nella notte per cause ancora in via di accertamento.

Sono dispiaciutissimo e, per quello che vale, mando ai gestori del lido, in cui ho passato qualche ora di relax, da solo o con la mia bambina, tutta la mia solidarietà. Sono bravissime persone e se lo meritano. So che sapranno umilmente rimboccarsi le maniche e affrontare coraggiosamente, con la grinta di sempre, la prossima stagione, già deturpata dall’emergenza sanitaria in atto. Forza, ragazzi!

Teramo: muore di Covid a 53 anni la Maestra Antonella Di Emidio

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Oggi dobbiamo purtroppo dire addio alla Maestra teramana Antonella Di Emidio, morta di Covid alla govanissima età di 53 anni.

Una donna impegnata nel sociale, appassionata del suo lavoro e del rapporto con i discenti, che lascia il marito e due figli. Insegnava nella scuola elementare di Petriccione a Castellalto. Non ce l’ha fatta a farsi somministrare il vaccino. A lei neanche la consolazione di un effetto collaterale. A noi il dolore incommensurabile di una perdita incolmabile.

Abruzzo: scuole in presenza dal 15 marzo

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In Abruzzo le scuole di ogni ordine e grado riprenderanno in presenza il 15 marzo prossimo.

Lo stabilisce l’ordinanza n. 13 firmata in queste ore dal Presidente della Regione Marsilio. Naturalmente questo vale per tutti i comuni della Regione che si trovino ancora in zona arancione. Per quelli dichiarati in zona rossa continua a valere la Didattica Distanza, con le modalità seguite fin qui.

Io vivo e lavoro a Roseto degli Abruzzi. Nonostante la situazione di emergenza del mio comune di residenza, mi considero ancora fortunato: le lezioni in DaD proseguiranno e ci saranno maggiore agio e possibilità di prevenire eventuali contagi. Ma il sollievo finisce qui. Come si fa ad autorizzare il rientro degli alunni e dei docenti, oltre a quello del personale ATA ed amministrativo, quando la campagna delle vaccinazioni per il personale scolastico è appena agli inizi, e soltanto un numero esiguo di lavoratori della scuola hanno ricevuto l’inoculazione della prima dose del vaccino, senza neanche completare il ciclo vaccinale, e gli studenti di 18 anni delle scuole superiori non sono ancora stati toccati?

E’ vero, anzi, verissimo, che l’indice Rt è sceso sotto l’1%, ma in punti percentuali minimali. Ci troviamo, infatti, allo 0,96%. Voglio dire, non è che ci sia poi così tanto da scialare. La sanità è al collasso: 87 pazienti in terapia intensiva e ben 657 ricoverati in reparti medici non intensivi. C’è poco da stare allegri con questi numeri, la situazione è satura.

E le scuole, che lo si voglia ammettere o no, sono tra i primi veicoli di contagio. Riaprirle in presenza appare come una mossa azzardata, inspiegabile e dall’esito estremamente incerto.