Roseto degli Abruzzi: in quarantena alunni e personale della scuola elementare di Santa Petronilla e tre classi con relativi docenti del secondo circolo “Fedele Romani”

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Dall’account Facebook del Sindaco di Roseto degli Abruzzi Sabatino Di Girolamo, appendo che “la ASL ha disposto che alunni, docenti, collaboratori scolastici della scuola elementare di Santa Petronilla, a titolo di estrema cautela, rimangano in quarantena fino all’esito del tampone, che la stessa azienda sanitaria effettuerà al più presto. L’attività didattica quindi resta sospesa.”

Inoltre, “presso il secondo circolo Fedele Romani tre classi, e gli insegnanti venuti a contatto, sono da domani in quarantena, sempre per cautela e su disposizione della ASL, fino ad esito negativo del tampone da effettuare nei prossimi giorni.”

E’ necessario adottare anche in Abruzzo il modello Campania, che ha posto in modalità didattica a distanza anche le scuole elementari. Non c’è ulteriore tempo da perdere.

Roseto degli Abruzzi: un alunno positivo in una scuola superiore

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A Roseto degli Abruzzi, questo piccolo mondo di un mondo piccolo, è successo che uno studente di un istituto superiore sia risultato positivo a Covid-19.

Il sindaco Sabatino Di Girolamo, che ha pubblicato la notizia su Facebook, non ha fatto il nome dell’istituto, ma tanto le scuole superiori a Roseto degli Abruzzi sono due, per cui se non è zuppa è pan bagnato. Ma ormai a Roseto la notizia la conoscono tutti, e dell’istituto di provenienza dello studente positivo si parla in continuazione. Insomma, è l’argomento del giorno. Nemmeno io farò, tuttavia, il nome di questa istituzione scolastica, perché mi sembra prioritario preservare la privacy dello studente e della sua famiglia. Ma, ripeto, ormai è un segreto di Pulcinella.

Insomma, il contagio scolastico da Covid-19 è arrivato anche qui. Ignoro se la classe e i professori siano stati messi in quarantena, qui se ne parla molto ma nessuno sa, perché è evidente che nessuno deve sapere. E se sa, sa per conto suo.

Tutti sanno che a Roseto (che ormai non è diventata più sicura di ogni altra località italiana) il virus ha toccato la scuola (e QUALE scuola), ma nessuno ne parla. Se chiedi a qualcuno la gente ti guarda con quel senso frammisto di menefreghismo, sussiego, supponenza, superiorità o, più semplicemente, ignoranza, con un ghigno fatto di sarcasmo e nonchalance, come se la scuola non interessasse a nessuno (ed è vero!). La scuola è solo un babyparking, guai a toccarla non tanto perché l’esperienza della didattica in presenza sia fondamentale per l’educazione degli alunni, ma perché nessuno può più star dietro ai propri figli in orario di lavoro, e i propri figli da qualche parte dovranno pur stare, possibilmente non in casa attaccati al computer (al telefonino per chattare con gli amici sì, al computer per imparare qualcosa no, o come sarà??).

E allora che a scuola ci si infetti pure, tanto basta che i nostri figli non siano tra i contagiati, che gli appestati siano sempre gli altri e che la quarantena duri poco (che palle questi tamponi! Basta con questa didattica a distanza, ma che devono studiare anche quando sono costretti a stare a casa questi poveri figliuoli??). Ma, soprattutto, che si continui, imperterriti e cocciuti, a far finta di nulla e a nascondere la polvere sotto il tappeto.

“Ti trito come il sale fino e poi ti ammazzo. Il coronavirus non esiste, idiota!” Il negazionismo approda a Roseto degli Abruzzi

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A Roseto degli Abruzzi, questo piccolo mondo di un mondo piccolo, succede che una bambina di quattro anni ha 37,5° di febbre e un po’ di tosse. E’ figlia di genitori separati. La pediatra (di cui non faccio il nome, perché è inutile -ma la stampa nazionale lo riporta-) dice che bisogna provvedere a attivare le misure anticovi-19. Tampone orofaringeo, per la precisione.

La madre è d’accordo. Ma bisogna avvertire il padre. Viene contattato e reagisce con un “Adesso vengo nel suo studio, prima la trito come il sale fino e poi l’ammazzo. Il coronavirus non esiste. Idiota”. Almeno questo è quanto riferito dalla pediatra al quotidiano “Il Messaggero”.

Il negazionismo del Covid è diffuso ormai dappertutto. Ma vederlo attuato in maniera così vigliacca e pressante nel paese in cui, bene o male, vivi, è una cosa che fa senso.

Il reato di minaccia è previsto e punito esclusivamente dall’articolo 612 del codice penale. Si rischia una multa fino a 1032 euro o, nei casi più gravi, la reclusione fino a un anno. E’ punibile a querela di parte, quindi bisogna vedere se la pediatra in questione ha intenzione o no di sporgere denuncia. Se sì scatta il procedimento. Che potrebbe essere revocato se la pediatra accettasse una transazione e rimettesse, nel frattempo, la querela. Nel caso peggiore, con un patteggiamento il negazionista in questione potrebbe cavarsela con una pena minima, la sospensione condizionale della pena (non dovrebbe, cioè, scucire una lira) e la non menzione sul casellario giudiziale a richiesta dei privati.

L’ignoranza, la maleducazione, il negazionismo e la cafoneria non sono reato nel nostro ordinamento giudiziario. Peccato.

La scuola in Abruzzo ricomincia il 24 settembre

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La scuola in Abruzzo riprenderà il 24 settembre, con dieci giorni di posticipo rispetto alla media nazionale. E questa è una cosa risaputa.

Come riprenderà, invece, è sempre più incerto. Distanze di sicurezza (espressione che preferisco all’odioso “distanziamento sociale”), mascherine, disinfezioni, assembramenti, lezioni in presenza o on line, ricreazione, aule sovraffollate restano ancora un mistero da risolvere, e non è che il Governo stia poi facendo molto per chiarire le idee alle famiglie, agli alunni, agli insegnanti e ai Dirigenti.

Quello che è passato inosservato è che 150 anni fa nasceva Maria Montessori. Se avessimo avuto lei come ministro dell’istruzione anziché il fascista Giovanni Gentile, oggi la scuola sarebbe molto diversa.

Si vocifera di una fantomatica circolare del Ministero della Salute a favore dei lavoratori fragili che abbiano compiuto i 55 anni di età. Come se il Covid 19 guardasse all’anagrafe! E sarà tutto un rimbalzarsi di responsabilità: dal medico scolastico al medico curante (che non può fare altro che metterti in malattia a tempo indeterminato), dal medico legale a quello dell’INAIL. Direttive generiche, reti a maglie estremamente larghe che andranno solo a favore dei soliti “furbetti” che se ne approfitteranno, mentre chi ha bisogno davvero dovrà inesorabilmente sputare sangue.

E così si ricomincia. Le incertezze sono molteplici. Le delusioni saranno ancora di più.

Roseto degli Abruzzi: turista veneto trovato positivo al Covid19

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Ma sì, concediamocelo. Proprio qui, a Roseto degli Abruzzi, piccolo mondo di un mondo piccolo, come vidicevo in un post di qualche giorno fa, si va in giro senza mascherina, si creano assembramenti coatti, tutti sono felici di non prendere le benché minime misure precauzionali, tanto il virus è una balla, o tutt’al più un ricordo di un periodo lontano in cui il governo ci ha obbligati a stare in casa, ora non c’è più pericolo, e tutti siamo liberi di andarcene in giro a fare gli scemi e a sfidare la sorte. Ma bravi!

Peccato per noi che sia proprio di poche ore fa la notizia che un turista veneto, dopo la calata dei lumbard che a febbraio fece chiudere tutto, scuole ed esercizi commerciali, sia stato trovato oggi positivo al coronavirus. Pare che il genio in questione sia venuto via dal Veneto dopo essersi sottoposto al tampone orofaringeo, ma SENZA attendere i risultati. Risultato, lui è in ospedale e la sua compagna è in quarantena obbligatoria.

Mentre la gente andava al mare, i bambini giocavano in pineta, i motociclisti sfrecciavano, le biciclette continuavano a circolare sul marciapiede come se niente fosse, mentre la gente continuava a toccare frutta e verdura al supermercato con le mani senza guanti e senza essersi adeguatamente igienizzati, la bestiaccia è tornata a farsi vedere e sentire. Mentre noi pensavamo di avere sconfitto una sonora bufala sanitaria, il virus era lì bel bello, che se la rideva di noi e di tutti i nostri atteggiamenti da imbecilli. Non c’è che dire, a Roseto degli Abruzzi siamo tutti dei gran “fregni”. Fregnoni, ecco cosa siamo!

E mentre noi giochiamo a racchettoni, illudendoci che il terribile morbo non ci contagerà mai, ecco che il morbo arriva e come, sotto forma di turista alloggiato in un umile alberghetto, che magari voleva solo farsi una vacanza, godersi un po’ di mare, non dico mica di no, e va be’, ma a tutto c’è un limite, sacramento!

Continuiamo così, facciamoci del male. Tanto domani sulla spiaggia di questo paese in mezzo a una strada, non si parlerà d’altro. Magari a molto meno di un metro di distanza e senza mascherina, perché fa caldo e dà fastidio. Ma fastidio de che? Ditelo che non ve ne importa niente, che non ve ne frega un cazzo di proteggere voi stessi e gli altri, i vostri e i nostri bambini dall’ondata turistica di queste orde di barbari che càlano nell’odiatissimo sud, nell’ex Regno borbonico, a portarci ristoro all’economia alberghiera e turistica, e anche un po’ di Covid 19 già che ci siamo.

“Ha sentito, signora? Ma io non so più in che paese viviamo. Si figuri che ci toccherà non uscire più di casa un’altra volta, e ora come me la spalmo la crema solare addosso? Come faccio ad andare a mangiare in quel ristorantino di pesce dove fanno delle cosucce da leccarsi i baffi? Andare a fare la spesa che neanche un palombaro nello scafandro! Che roba, contessa!!”

Cretini. Siamo tutti dei cretini.

Le biciclette sul marciapiede a Roseto degli Abruzzi

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A Roseto degli Abruzzi, questo piccolo mondo di un mondo piccolo, nessuno porta più le mascherine. O le portano in pochissimi. Anche qualche negoziante ormai ci ha rinunciato. Ma sì, tanto il virus è un’illusione e comunque d’estate fa caldo e muore, e comunque vuoi che lo prenda proprio io? E’ così. Siamo una riproduzione in piccolo di tutto quel che avviene in Italia, né più né meno. I linguisti direbbero che siamo un paradigma.

Qui a Roseto le biciclette non viaggiano sulla trafficatissiva via Nazionale, no, vanno direttamente sui maciapiedi. Come se fossero una pista ciclabile. Non dovrebbero farlo, ma lo fanno. Ci sono quelli (ma soprattutto quelle) che pedalano con il cellulare in mano, immersi in qualche amena conversazione. Non ti vedono, e quando si accorgono che stanno per venirti addosso, svicolano a destra o a sinistra all’ultimo momento e ti guardano come se fosse colpa tua. Poi ci sono quelli che quando sei in mezzo al marciapiede ti suonano il campanello come per dire “lasciami passare” e no, cazzo, io sono un pedone, il marciapiede è mio, sono anche un invalido, cosa mi suoni a fare? Mi devo spostare perché tu hai da passare con la tua graziosa biciclettina? E chi se ne frega. Poi se gli dici “Questo è il marciapiede, la strada è quella!” magari si incazzano pure e ti trattano con sufficienza, sussiegoe supponenza non rispondendoti nemmeno e proseguendo sulla loro cattiva strada, come l’avrebbe definita il Poeta.

Poi ci sono quelli che sul marciapiede ci portano addirittura tutta la famiglia. Papà, mamma e due figli (solitamente, ma a volte anche di più) col casco in testa e via, come se fosse una pista ciclabile. “Stai attento, passa di qui, passa di qua, occhio alla buca, attenti all’albero, buca, buca con acqua…” e via di questo passo.

E’ vero. La Nazionale è maledetta ed estremamente pericolosa. Ci passano i camion, tutto il traffico pesante si riversa nel centro città, il tutto per una disgraziata delibera comunale che rifiutava la costruzione di una variante su cui far convogliare i “camios”, come diceva quell’altro Poeta, molti e molti anni fa. Le piste ciclabili si contano sulla punta delle dita di una mano monca, e sono solo per brevi tratti sul lungomare e in altri luoghi turisticamente attrezzati. Chi passa per la Nazionale si gode il profumo dei gas di scarico. E viandare.

Ora, io capisco tutto e tutti, ma dovete venire a rompere i coglioni proprio a me che me ne sto dove posso e devo stare? I vigili, certo, fanno quello che possono, ma sono impegnati con cose ben più gravi ed importanti, tipo fare la multa a chi non ha messo l’orario di arrivo, o a quelli a cui l’orario è scaduto da più di un quarto d’ora.

E così si cammina tra mille pericoli. Sempre con la speranza di non farsi male e di riportare integra a casa la pellaccia.

Pescara: la beffa della bocciatura della mozione di solidarietà nei confronti di un giovane gay malmenato in centro

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A Pescara hanno pestato malamente un giovane, fracassandogli la mascella e costringendolo a un mese di prognosi, probabilmente con ricovero prolungato in ospedale. la sua colpa è stata soltanto quella di camminare, nel centro della città, mano nella mano con il suo compagno. Il giovane è gay. E’ per questo che è stato malmenato, mazzuolato di botte, maltrattato e insultato da quella che alcune fonti pensano sia una baby-gang. Minorenni che cominciano bene, evidentemente. Se ne stanno occupando le indagini, e, come sempre si dice in questi casi, spetta alla magistratura individuare i colpevoli materiali, mandarli a processo e ai giudici punirli secondo le leggi che regolano il processeo penale a carico dei minorenni. Insomma, che si applichi la legge.

Dove invece la legge NON si applica è sulla decisione del consiglio comunale di Pescara, che ha respinto una mozione dell’opposizione che esprimeva solidarietà al ragazzo malamente pestato lo scorso 27 giugno. Ci sono stati 10 voti favorevoli e 11 contrari. Per un punto Martin perse la cappa, come si suol dire. 7 leghisti, 3 rappresentanti di Forza Italia e 1 consigliere di Fratelli d’Italia hanno così respinto l’ipotesi della solidarietà, alla faccia della solidarietà che dovrebbe superare ogni barriera politica. Il consiglio comunale, respingendo la mozione dell’opposizione, ha altresì rifiutato l’ipotesi di costituirsi parte civile nel costituendo processo contro i colpevoli che stanno per essere identificati.

Il sindaco di Pescara Carlo Masci, che, pure, si era recato al capezzale del giovane per sincerarsi delle sue condizioni di salute, ha dichiarato:

«In attesa che gli inquirenti facciano piena luce e assicurino alla giustizia i responsabili della barbara aggressione e del ferimento, occorre ribadire che Pescara non è la città che si tenta strumentalmente di dipingere, creando e cavalcando polemiche puntualmente smentite dai fatti e indegne di chi ha davvero a cuore il bene comune. Sono stati proprio i pescaresi a intervenire per respingere e neutralizzare un folle attacco generato da ignoranza e intolleranza, e questo non va sottaciuto».

Si parla di strumentalizzazione, dunque. Ma che strumentalizzazione può mai esserci nella ferma condanna di un atto così incomprensibile come l’aggressione violenta e ingiustificata a un giovane? Non si può pretendere solo di tricerarsi dietro al dovuto rispetto nei confronti degli inquirenti. Occorre prendere una posizione chiara. E la posizione, il consiglio comunale di Pescara, ha deciso di non prenderla. Era oltretutto un’occasione per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’estrema necessità di una legge anti-omofobia. Un’occasione mancata. E tragicamente fallita.

Il dirigente scolastico Marcello Rosato ai domiciliari per atti sessuali su minori. E se fosse innocente?

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Io mi auguro, voglio augurarmi con tutto il cuore, che il Professor Marcello Rosato, Dirigente Scolastico attualmente in stato di detenzione domiciliare per il reato di atti sessuali con minorenne, punito con il carcere da tre a sei anni, sia innocente.

Il provvedimento è stato preso dal GIP Andrea Di Berardino su richiesta del Pubblico Ministero Marika Ponziani.

Rosato è accusato di svariati e ripetuti atti sessuali su un alunno di 17 anni, dopo una conoscenza avvenuta su una chat di incontri, Secondo l’accusa, dopo aver scoperto che l’interlocutore era un alunno del suo stesso istituto, il Dirigente avrebbe consumato gli atti sessuali oggetto di contestazione giudiziaria nei locali della scuola e a casa sua.

Nel corso di una perquisizione domiciliare sarebbe stato sequestrato svariato materiale informatico e di altra natura (sono stati sequestrati il computer e il telefonino del Dirigente per compiere degli atti irripetibili) attestante le contestazioni addebitate.

Io, come vi dicevo, spero tanto che sia innocente e che siano vere le dichiarazioni del suo legale, l’avvocato Alessandro Troilo (“È tutto falso: il mio cliente è totalmente estraneo alle accuse e riuscirà a dimostrare la sua completa innocenza”)

Perché se fosse colpevole sarebbe un’onta indelebile sulla scuola abruzzese e italiana. Se fosse innocente sarebbe stato privato della libertà ingiustamente.

Come direbbe Gaber: “Due miserie in un corpo solo”.

Roseto degli Abruzzi: trattative tra Provincia e congregazione parrocchiale per l’acquisto dei locali del Centro Piamarta e il trasferimento della sede del Polo Liceale “Saffo”

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Qui a Roseto degli Abruzzi, piccolo mondo d’un mondo piccolo, non si parla d’altro.

La Provincia, col beneplacito del Comune, sarebbe in trattativa per comperare due edifici del centro Piamarta, dalla congregazione “Sacra Famiglia di Nazareth”, che saranno destinati al trasferimento della sede del Polo Liceale “Saffo”, secondo quanto riferisce l’on. Valentina Corneli (M5S).

Il centro Piamarta è sede dell’oratorio della Parrocchia del Sacro Cuore (molto vicina a dove abito io), di un campo di calcio (noto con il nome di “campo dei preti”), di un piccolo teatrino per rappresentazioni e incontri, di un centro di formazione. Insomma, è un luogo di aggregazione davvero formidabile. Tenendo presente che a Roseto degli Abruzzi non ci sono più né una stagione teatrale, né un cinema, né quasi niente di niente.

E poi 1200 alunni di un Polo Liceale dove li metti? Nei due edifici del Piamarta? Ma c’entrano? O, per dirla in abruzzese, ci “càpeno”? O devi costruire altri edifici per permettere una più comoda e razionale distribuzione dei ragazzi? Perché, voglio dire, le classi pollaio e gli ambienti angusti non sono poi tanto compatibili con le ultime emergenze sanitarie di cui ci stiamo liberando a fatica. E se devi costruire un nuovo edificio scolastico dove lo fai? Sul campo dei preti, mi sembra ovvio. Non c’è altro spazio. Ora, il campo dei preti è stato oggetto di donazione di un cittadino rosetano facoltoso e generoso, che si fa, lo si distrugge per una bèla culada di cemento armà’?

Sorprendente e spiazzante pare la posizione della Dirigente Scolastica del Polo Liceale “Saffo” Elisabetta Di Gregorio, che, secondo quanto riferito dal quotidiano “Il Centro”, sarebbe d’accordo con il trasferimento “purché le due strutture riescano a contenere tutte le classi del liceo.”

Non sono un cattolico, ma conosco le lodevoli iniziative del Centro Piamarta e guardo con sospetto e diffidenza a questa iniziativa. Continuo a ritenere, da inguaribile sognatore quale sono, che due calci a un pallone o la felicità di mia figlia che si bèa tra i “giochini” messi a disposizione dei più piccoli, valgano di più di una singolare operazione finanziaria.

L’odissea della PEC del Comune di Roseto degli Abruzzi

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Io vivo a Roseto degli Abruzzi.
E va beh, da qualche parte bisogna pur vivere.

Ho bisogno di cambiare residenza. Mi collego al sito del mio comune dove scarico un modulo che mi dice che posso farlo in modalità telematica e veloce. Meno male.

Tra le varie possibilità di trasmettere le mie dichiarazioni ci sono l’e-mail, il fax, la raccomandata e… la PEC. “Perfetto”, mi dico, “ho una casella PEC di cui sono intestatario certificato, scrivo la richiesta e la mando subito. Ha il valore di una raccomandata con ricevuta di ritorno, quindi sono al sicuro.”

Scrivo tutto, clìcchete clìcchete, e quando arrivo a spedirla all’indirizzo indicato nella documentazione, ricevo questo messaggio di errore:

Mi dico: “Sarà mica l’unico indirizzo PEC del Comune? Andiamo a cercare.” Inserisco su Google la stringa di ricerca “comune di Roseto degli Abruzzi PEC” e vengo rimandato a questa risposta:

Come sono belli la tecnologia e il progresso! Clicco e…

Pagina bianca! Nessun indirizzo di PEC disponibile per l’utente. Perché? Perché su Google viene indicizzato il link:

http://www.oldweb.comune.roseto.te.it/email_pec.php

che fa riferimento alla vecchia versione del sito. Ma perché hanno messo un sottodominio denominato “oldweb”. Il motore di ricerca impazzisce e fornisce informazioni sbagliate.Non sarebbe meglio cancellarlo e aspettare che Google si aggiorni? Il “nuovo” sito è in linea dal 2016, in fondo, e quello vecchio ha fatto il suo tempo. Scorrendo i footer del blog del Comune, dove sono riportate le note legali c’è un link ai “contatti”. Andiamo a vedere cosa dice:

Ma che lo configurino perbene quell’Apache!! I riferimenti dei contatti sono importanti. Uffici, numeri di telefono, e-mail… e la PEC eccola lì, regolarmente indicata sul sito. E’ quella che ho usato io, l’istessa medesima. Solo che non funziona. Non mi resta altro da fare che indirizzare la mia PEC alla mail tradizionale dell’ufficio anagrafe. Incrociando le dita, e senza avere nessuna sicurezza sul recapito.

E’ arrivato il coronavirus a Roseto degli Abruzzi

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Dunque, ieri mi sono fatto qualcosa come 500 km in macchina cercando di fuggire da una regione con tre casi di coronavirus e rifugiarmi nella tranquilla Roseto degli Abruzzi dove, però, nel frattempo, era in agguato un  brianzolo portatore infetto di coronavirus, che soggiornava in questa ridente cittadina (che adesso non ha più nulla da ridere) da venerdì scorso e avrà infettato chissà chi, per cui viviamo piombati nel terrore, sembriamo i passeggeri del treno di “Cassandra Crossing”. Io mi sento come il protagonista di “Samarcanda” di Roberto Vecchioni, che per sfuggire alla morte che lo guardava con occhi cattivi al mercato di Bassora cavalca per tutta la notte e se la ritrova alle porte di Samarra che lo aspetta puntuale come un orologio svizzero. Non è esattamente la stessa cosa ma più o meno siamo lì col conto. Insomma la grande “caona” (termine livornese per designare sia l’epidemia che la paura) è arrivata. Ovviamente questo ha sconvolto la mia giornata lavorativa che sarà dirottata sugli arresti domiciliari. Bella giornatina, sì…

Papillon

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Giorni fa ho scritto un post intitolato “M49: Ora vi càa l’orso!”, in cui, sostanzialmente, mi lamentavo del fatto che all’orso errante per il Trentino, e scappato superando un filo spinato elettrificato, miracolosamente sopravvissuto e oggetto della caccia spietata autorizzata e auspicata dalle più alte autorità regionali, non abbia neanche un nome e sia costretto ad essere identificato con una banale sigla. E auspicavo che qualcuno gli desse un nome. Per esempio “Papillon”. Adesso apprendo, attraverso le notizie della preziosa e neonata NuovaRadio1458 dell’amico Caciagli Edo (o Bernardeschi Pilade, ora sinceramente non rammento) che la regione Abruzzo, e più precisamente la Comunità Montana di Pratola Peligna, ha deciso di offrirsi di adottare M49 (si sottintende “vivo”) e di dargli, guarda caso, proprio il nome di Papillon. Hanno letto il mio post? Ma guardate che io scherzavo!! Dare un nome, ancorché a un animale, significa condannare quella persona o quella povera bestia a portarlo per tutta la vita. E meno male che Papillon è un nome quanto meno accettabile e carino per un orso bruno- Ma se avessi scelto roba come Pippolino, Maciste, Strusciapioppi o altre delizioserie del genere glielo avrebbero appioppato ugualmente? Non ci voglio nemmeno pensare. Mi auguro solo che Papillon possa venire in Abruzzo il prima possibile e vivere tranquillo con un nome (e non come una sigla) e un ambiente rinnovato, lontano da schioppi e da doppiette.

Dove internet non arriva

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Mi sono beccato un virus, negli ultimi giorni. Nulla di grave, problemi gastroenterici (che schifo!), qualche linea di febbre, nulla che non si possa tenere a bada con un po’ di Plasil ogni tanto e un’Aspirina per abbassare la temperatura. C’è solo un piccolo ostacolo: è sabato e io ho bisogno di un certificato medico telematico. Il medico curante è impegnato con un corso di aggiornamento obbligatorio, quindi non è reperibile nemmeno dalle 8 alle 10. Lo trovo sul cellulare per misericordia divina e mi consiglia di andare alla guardia medica. Mi alzo, mi intabarro, cerco di camminare senza sbandare per via della nausea e dei giramenti di testa, e raggiungo la guardia medica, dove una giovane dottoressa, molto gentile nei modi, mi dice che le dispiace tanto, che se voglio mi può prescrivere dei farmaci (no, grazie), farmi un certificato cartaceo per il rientro (mi serve telematico, se no non sarei venuto qui), insomma, quello che voglio (ah, com’è bello avere un sistema di salute pubblico!), ma niente che sia telematico, perché alla guardia mediaca (no, dico, la guardia medica, ma sarà importante la guardia medica) non hanno internet, Anzi, a dire il vero non hanno neppure un PC per collegarsi, perché quello che c’è riposa lì da secoli e dorme della grossa, sepolto sotto cumuli di polvere e di vecchie carte che non vuole più nemmeno il macero.

Ora, condannare una giovane dottoressa alle prime armi e alle prime esperienze con il sistema sanitario nazionale a dover redigere i suoi documenti e quelli dei pazienti (incluse le ricette mediche) con tanto di carta e penna BIC (strumenti di trasmissione del sapere nobilissimi, per carità, ma c’è di più e di meglio al giorno d’oggi) è puro medioevo.

Intanto si vive (e si muore così). In fondo cos’è la morte civile se non disconnessione da tutto il resto?

Ladri di biciclette

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Auguro a quelli che questa notte mi hanno rubato la bicicletta da sotto casa, di rivenderla per due lire (più di tanto non valeva) e il ricavato spenderselo in chemioterapici. Ho detto.

La metamorfosi

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Gregor Samsa, svegliatosi da sogni inquieti, si ritrovò trasformato in un insetto schifoso.

Così era, più o meno (abbiate pazienza, non ho il testo originale sottomano e sto cercando di tradurre ad sensum) l’incipit de “La metamorfosi” di Kafka.

Kafka non si era inventato niente. In Abruzzo, la sera di domenica scorsa, ci siamo addormentati che eravamo abruzzesi e ci siamo risvegliati dopo qualche ora trasformati in padani per la vittoria della Lega alle elezioni regionali. Abbiamo abdicato in maniera schifosa alla nostra identità. Non canteremo più “Vola vola vola e vola lu pavone” ma “O mia bèla madunina”, non mangeremo più arrosticini ma cassoela, niente più timballo alla teramana con le pallottine ma polenta scondita; niente più spaghetti alla chitarra ma bucatini della Barilla conditi col sugo Star, come ci insegna Salvini. Ci siamo trasformati in insetti schifosi. Abbiamo svenduto al primo Salvini che passava la nostra tradizione democratica (o democristiana che dir si voglia), ci siamo abbandonati alla destra e abbiamo fatto il gioco di Lega e Fratelli d’Italia che, nell’ebbrezza della vittoria, si sono dimenticati che chi ha veramente vinto le elezioni regionali abruzzesi è stato il partito dell’astensionismo, della gente disgustata, del menefreghismo costruttivo, della protesta ferma e rude, forte e gentile come qualunque abruzzese.

E naturalmente, dopo, tutti gli italiani si sono trasformati (a loro volta, come Kafka insegna) in osservatori attenti delle cose abruzzesi. Tutti i commentatori su Twitter e Facebook erano diventati, d’improvviso, esperti di cose abruzzesi. Senza aver mai mangiato un piatto di spaghetti alla chitarra o di pecora alla callara (o “a ju cuttore” nell’Abruzzo aquilano), senza aver mai fatto una partita a bestia o essersi andati a fare una passeggiata sui sentieri del Gran Sasso. Gente che non sapeva nemmeno quanti capoluoghi di provincia ci sono in Abruzzo, analizzava tendenze, voti, percentuali, affluenza alle urne, nomi degli eletti, rassegne stampa, bestemmie, imprecazioni, triccheballàcche e tutto quanto fa spettacolo.

Perché se non ghérum nuiàlter de la Lega, il coso, lì, l’Abrusso, minga el faseva un casso! 

E così cominciamo a lasciare i nostri dialetti, magari sgradevoli a volte (il teramano parla che sembra un codice fiscale!), ma molto genuini, per sposare un incerto grammelot padano per il quale anche Dario Fo si rivolterebbe nella tomba.

Siamo così, trasformati in insetti ripugnanti come Kafka ci insegna. Un giorno qualche bella fanciulla, stufa di vederci conciati in quel modo, ci lancerà una mela che andrà a conficcarcisi sul groppone e così creperemo per la bellezza e la vanagloria altrui. Dio ¡qué depre!

Il Circolo Virtuoso “Il nome della rosa” di Giulianova fa una donazione al blog

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Sono profondamente commosso per la donazione che ho ricevuto per il blog da parte di Roberto, Marisa, Chicco e tutti gli altri amici del Circolo Culturale e Virtuoso “Il nome della rosa” di Giulianova. E’ stato un pensiero gentile e prezioso (voi sapete che per le casse del blog, anche una donazione corrispondente a una tazzina di caffè al bar è determinante) che mi permette di togliere almeno una pubblicità dal blog e di alleggerire, così, il carico dei banner visibili. E’ già qualcosa (“etwas ist etwas” direbbero i tedeschi, e gli spagnoli “algo es algo”) e il dono di questi cari amici sottende molto di più, amicizia, stima, comprensione ma soprattutto credere fortemente che uno strumento come un blog sia molto più di un modo per cazzeggiare on line e parlare di cose più o meno frivole, ma che rappresenti, al contrario, l’unico mezzo che si ha per dire la propria a un pubblico indeterminato di persone. E allora non mi resta che dire che “Il nome della rosa” di Giulianova è da sempre sinonimo di incontro, cultura, dibattito, musica, arte, corsi, corsi di formazione, presentazione di libri, mostre e persino un mercatino di Natale o un torneo di Subbuteo. Se siete di Roseto, Giulianova o dintorni fateci un salto. Troverete ad accogliervi un patrimonio inestimabile di umanità, scambio di idee e bevande (anche analcoliche, che credete? Roberto e Marisa sono democratici!) con cui allietare una serata diversa o da sfruttare per fare semplicemente quattro chiacchiere.

E se seguiste l’esempio di questi amici e faceste una donazione non fareste altro che del bene a me e alla comunità, infingardi!

Il sito del circolo è: http://www.ilnomedellarosa.com/

Per un pugno di rape (mani in alto, è una rapina!)

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Qui in Abruzzo càpita spesso che la gente abbia un orticello da coltivare per gli usi più comuni e quotidiani e per sopperire ai bisogni familiari di frutta e verdura.

Quando parlo di “bisogni familiari” e di “usi comuni e quotidiani” intendo quantitativi spropositati ed enormi di produzioni di frutta e ortaggi, perché in Abruzzo, si sa, potrebbe sempre scoppiare la terza guerra mondiale, non si sa mai, si potrebbe verificare una catastrofe naturale o una carestia di dimensioni bibliche, per cui d’estate non si coltivano i pomodori solo per trinciarli ad insalata, mangiarli assieme alla mozzarella, fare qualche barattolino di sugo per l’inverno, no, macché, file e file di pomodori che non finiscono più, e tu vài, annaffia, acqua, acqua in quantità, raccogli, raccogli, cassette di pomodori come se piovesse, e dài così che la pummador’ è la pummador’ e magna qua, magna là, tutto come se non ci fosse un domani, perché se non si ragiona almeno in termini di chili di roba ci si sente male.

Un uso nobile che si fa del raccolto delle verdure e della frutta di stagione, tuttavia, è il regalarle a parenti, amici e vicini. Lo si fa, ovviamente, per vantare presso altri la bontà del proprio prodotto (si sa, l’oste decanta il suo vino anche se fa schifo), per provocare invidia (ma vàrda, a Giuànne so’ venuti certi pommadore come meloni!!) e per fare un po’ di public relations. Il vicinato ringrazia sempre con “Oh, ma guarda qui che belle verdure!!” e poi se tutto va bene le butta. Oppure le mangia ma non ti fa sapere niente, neanche se erano buone, perché, si sa, in Abruzzo puoi vivere tranquillamente ma nessuno ti darà mai una soddisfazione che sia una. Devi morire, devi schiattare. Di invidia, di rivalsa, di indifferenza ma t’ha da murì’

E così succede come è successo a mio suocero l’altro giorno. Nei suoi scambi verduristici con gli amici, si è ritrovato tra le mani una cassetta di rapini (io li conosco come “rapini”, sono delle rape verdi, più simili alle cime di rapa pugliesi, ma non stiamo lì a sottilizzare) che ha pensato di regalare a un vicino di casa. Allora gliele ha messe davanti alla porta di casa, sulla pubblica via, visto che il vicino, disgraziatamente per lui, in casa non c’era. Quando il vicino è rientrato la cassetta dei rapini non c’era più. Ah, tragedia, ah, catastrofe! La cassetta delle rape era stata vigliaccamente sottratta ai legittimi proprietari da qualche passante in macchina che si era fermato, l’aveva caricata a bordo e se n’era andato tra l’indifferenza generale. Ma che cazzo se ne fa la gente di una cassetta di rapini? Capisco che a qualcuno possa venir voglia di mangiarsi un contorno un pochettino più sfizioso, ma con una cassetta intera che ci devi fare, te le devi rivendere al mercato a due lire?? Ma no, è una sorta di senso atavico del pericolo. Intanto uno si mette in casa una cassetta di rapini che è meglio di niente, ha rimediato la cena perché, appunto, metti che a qualche disgraziato venga in mente l’idea di fare un colpo di stato e di ripristinare il tesseramento dei viveri, una cassetta di rapini fa sempre comodo. L’idea è quella di avere, avere sempre più cose, possibilmente a costo zero e senza faticare.

Io pensavo che al giorno d’oggi si rubassero le automobili, i cellulari, si facessero le rapine negli appartamenti (a uno dei medici che mi ha operato hanno recentemente scavato un buco nel muro e sono entrati nella sua villa per portare via poche cose di scarso valore), insomma, una visione nobile del ladro e del rapinatore. Ma una cassetta di rape è una cassetta di rape, perdìo, che ti metti a fregarla alla gente? Siamo a livello della follia più pura. E’ una stupidaggine estrema. E’ un furtarello da dilettanti. E’ un dispetto. In breve, è una rapina.