Papillon

Giorni fa ho scritto un post intitolato “M49: Ora vi càa l’orso!”, in cui, sostanzialmente, mi lamentavo del fatto che all’orso errante per il Trentino, e scappato superando un filo spinato elettrificato, miracolosamente sopravvissuto e oggetto della caccia spietata autorizzata e auspicata dalle più alte autorità regionali, non abbia neanche un nome e sia costretto ad essere identificato con una banale sigla. E auspicavo che qualcuno gli desse un nome. Per esempio “Papillon”. Adesso apprendo, attraverso le notizie della preziosa e neonata NuovaRadio1458 dell’amico Caciagli Edo (o Bernardeschi Pilade, ora sinceramente non rammento) che la regione Abruzzo, e più precisamente la Comunità Montana di Pratola Peligna, ha deciso di offrirsi di adottare M49 (si sottintende “vivo”) e di dargli, guarda caso, proprio il nome di Papillon. Hanno letto il mio post? Ma guardate che io scherzavo!! Dare un nome, ancorché a un animale, significa condannare quella persona o quella povera bestia a portarlo per tutta la vita. E meno male che Papillon è un nome quanto meno accettabile e carino per un orso bruno- Ma se avessi scelto roba come Pippolino, Maciste, Strusciapioppi o altre delizioserie del genere glielo avrebbero appioppato ugualmente? Non ci voglio nemmeno pensare. Mi auguro solo che Papillon possa venire in Abruzzo il prima possibile e vivere tranquillo con un nome (e non come una sigla) e un ambiente rinnovato, lontano da schioppi e da doppiette.

53 Views

Dove internet non arriva

Mi sono beccato un virus, negli ultimi giorni. Nulla di grave, problemi gastroenterici (che schifo!), qualche linea di febbre, nulla che non si possa tenere a bada con un po’ di Plasil ogni tanto e un’Aspirina per abbassare la temperatura. C’è solo un piccolo ostacolo: è sabato e io ho bisogno di un certificato medico telematico. Il medico curante è impegnato con un corso di aggiornamento obbligatorio, quindi non è reperibile nemmeno dalle 8 alle 10. Lo trovo sul cellulare per misericordia divina e mi consiglia di andare alla guardia medica. Mi alzo, mi intabarro, cerco di camminare senza sbandare per via della nausea e dei giramenti di testa, e raggiungo la guardia medica, dove una giovane dottoressa, molto gentile nei modi, mi dice che le dispiace tanto, che se voglio mi può prescrivere dei farmaci (no, grazie), farmi un certificato cartaceo per il rientro (mi serve telematico, se no non sarei venuto qui), insomma, quello che voglio (ah, com’è bello avere un sistema di salute pubblico!), ma niente che sia telematico, perché alla guardia mediaca (no, dico, la guardia medica, ma sarà importante la guardia medica) non hanno internet, Anzi, a dire il vero non hanno neppure un PC per collegarsi, perché quello che c’è riposa lì da secoli e dorme della grossa, sepolto sotto cumuli di polvere e di vecchie carte che non vuole più nemmeno il macero.

Ora, condannare una giovane dottoressa alle prime armi e alle prime esperienze con il sistema sanitario nazionale a dover redigere i suoi documenti e quelli dei pazienti (incluse le ricette mediche) con tanto di carta e penna BIC (strumenti di trasmissione del sapere nobilissimi, per carità, ma c’è di più e di meglio al giorno d’oggi) è puro medioevo.

Intanto si vive (e si muore così). In fondo cos’è la morte civile se non disconnessione da tutto il resto?

28 Views

La metamorfosi

Gregor Samsa, svegliatosi da sogni inquieti, si ritrovò trasformato in un insetto schifoso.

Così era, più o meno (abbiate pazienza, non ho il testo originale sottomano e sto cercando di tradurre ad sensum) l’incipit de “La metamorfosi” di Kafka.

Kafka non si era inventato niente. In Abruzzo, la sera di domenica scorsa, ci siamo addormentati che eravamo abruzzesi e ci siamo risvegliati dopo qualche ora trasformati in padani per la vittoria della Lega alle elezioni regionali. Abbiamo abdicato in maniera schifosa alla nostra identità. Non canteremo più “Vola vola vola e vola lu pavone” ma “O mia bèla madunina”, non mangeremo più arrosticini ma cassoela, niente più timballo alla teramana con le pallottine ma polenta scondita; niente più spaghetti alla chitarra ma bucatini della Barilla conditi col sugo Star, come ci insegna Salvini. Ci siamo trasformati in insetti schifosi. Abbiamo svenduto al primo Salvini che passava la nostra tradizione democratica (o democristiana che dir si voglia), ci siamo abbandonati alla destra e abbiamo fatto il gioco di Lega e Fratelli d’Italia che, nell’ebbrezza della vittoria, si sono dimenticati che chi ha veramente vinto le elezioni regionali abruzzesi è stato il partito dell’astensionismo, della gente disgustata, del menefreghismo costruttivo, della protesta ferma e rude, forte e gentile come qualunque abruzzese.

E naturalmente, dopo, tutti gli italiani si sono trasformati (a loro volta, come Kafka insegna) in osservatori attenti delle cose abruzzesi. Tutti i commentatori su Twitter e Facebook erano diventati, d’improvviso, esperti di cose abruzzesi. Senza aver mai mangiato un piatto di spaghetti alla chitarra o di pecora alla callara (o “a ju cuttore” nell’Abruzzo aquilano), senza aver mai fatto una partita a bestia o essersi andati a fare una passeggiata sui sentieri del Gran Sasso. Gente che non sapeva nemmeno quanti capoluoghi di provincia ci sono in Abruzzo, analizzava tendenze, voti, percentuali, affluenza alle urne, nomi degli eletti, rassegne stampa, bestemmie, imprecazioni, triccheballàcche e tutto quanto fa spettacolo.

Perché se non ghérum nuiàlter de la Lega, il coso, lì, l’Abrusso, minga el faseva un casso! 

E così cominciamo a lasciare i nostri dialetti, magari sgradevoli a volte (il teramano parla che sembra un codice fiscale!), ma molto genuini, per sposare un incerto grammelot padano per il quale anche Dario Fo si rivolterebbe nella tomba.

Siamo così, trasformati in insetti ripugnanti come Kafka ci insegna. Un giorno qualche bella fanciulla, stufa di vederci conciati in quel modo, ci lancerà una mela che andrà a conficcarcisi sul groppone e così creperemo per la bellezza e la vanagloria altrui. Dio ¡qué depre!

24 Views

Il Circolo Virtuoso “Il nome della rosa” di Giulianova fa una donazione al blog

Sono profondamente commosso per la donazione che ho ricevuto per il blog da parte di Roberto, Marisa, Chicco e tutti gli altri amici del Circolo Culturale e Virtuoso “Il nome della rosa” di Giulianova. E’ stato un pensiero gentile e prezioso (voi sapete che per le casse del blog, anche una donazione corrispondente a una tazzina di caffè al bar è determinante) che mi permette di togliere almeno una pubblicità dal blog e di alleggerire, così, il carico dei banner visibili. E’ già qualcosa (“etwas ist etwas” direbbero i tedeschi, e gli spagnoli “algo es algo”) e il dono di questi cari amici sottende molto di più, amicizia, stima, comprensione ma soprattutto credere fortemente che uno strumento come un blog sia molto più di un modo per cazzeggiare on line e parlare di cose più o meno frivole, ma che rappresenti, al contrario, l’unico mezzo che si ha per dire la propria a un pubblico indeterminato di persone. E allora non mi resta che dire che “Il nome della rosa” di Giulianova è da sempre sinonimo di incontro, cultura, dibattito, musica, arte, corsi, corsi di formazione, presentazione di libri, mostre e persino un mercatino di Natale o un torneo di Subbuteo. Se siete di Roseto, Giulianova o dintorni fateci un salto. Troverete ad accogliervi un patrimonio inestimabile di umanità, scambio di idee e bevande (anche analcoliche, che credete? Roberto e Marisa sono democratici!) con cui allietare una serata diversa o da sfruttare per fare semplicemente quattro chiacchiere.

E se seguiste l’esempio di questi amici e faceste una donazione non fareste altro che del bene a me e alla comunità, infingardi!

Il sito del circolo è: http://www.ilnomedellarosa.com/

26 Views

Per un pugno di rape (mani in alto, è una rapina!)

Qui in Abruzzo càpita spesso che la gente abbia un orticello da coltivare per gli usi più comuni e quotidiani e per sopperire ai bisogni familiari di frutta e verdura.

Quando parlo di “bisogni familiari” e di “usi comuni e quotidiani” intendo quantitativi spropositati ed enormi di produzioni di frutta e ortaggi, perché in Abruzzo, si sa, potrebbe sempre scoppiare la terza guerra mondiale, non si sa mai, si potrebbe verificare una catastrofe naturale o una carestia di dimensioni bibliche, per cui d’estate non si coltivano i pomodori solo per trinciarli ad insalata, mangiarli assieme alla mozzarella, fare qualche barattolino di sugo per l’inverno, no, macché, file e file di pomodori che non finiscono più, e tu vài, annaffia, acqua, acqua in quantità, raccogli, raccogli, cassette di pomodori come se piovesse, e dài così che la pummador’ è la pummador’ e magna qua, magna là, tutto come se non ci fosse un domani, perché se non si ragiona almeno in termini di chili di roba ci si sente male.

Un uso nobile che si fa del raccolto delle verdure e della frutta di stagione, tuttavia, è il regalarle a parenti, amici e vicini. Lo si fa, ovviamente, per vantare presso altri la bontà del proprio prodotto (si sa, l’oste decanta il suo vino anche se fa schifo), per provocare invidia (ma vàrda, a Giuànne so’ venuti certi pommadore come meloni!!) e per fare un po’ di public relations. Il vicinato ringrazia sempre con “Oh, ma guarda qui che belle verdure!!” e poi se tutto va bene le butta. Oppure le mangia ma non ti fa sapere niente, neanche se erano buone, perché, si sa, in Abruzzo puoi vivere tranquillamente ma nessuno ti darà mai una soddisfazione che sia una. Devi morire, devi schiattare. Di invidia, di rivalsa, di indifferenza ma t’ha da murì’

E così succede come è successo a mio suocero l’altro giorno. Nei suoi scambi verduristici con gli amici, si è ritrovato tra le mani una cassetta di rapini (io li conosco come “rapini”, sono delle rape verdi, più simili alle cime di rapa pugliesi, ma non stiamo lì a sottilizzare) che ha pensato di regalare a un vicino di casa. Allora gliele ha messe davanti alla porta di casa, sulla pubblica via, visto che il vicino, disgraziatamente per lui, in casa non c’era. Quando il vicino è rientrato la cassetta dei rapini non c’era più. Ah, tragedia, ah, catastrofe! La cassetta delle rape era stata vigliaccamente sottratta ai legittimi proprietari da qualche passante in macchina che si era fermato, l’aveva caricata a bordo e se n’era andato tra l’indifferenza generale. Ma che cazzo se ne fa la gente di una cassetta di rapini? Capisco che a qualcuno possa venir voglia di mangiarsi un contorno un pochettino più sfizioso, ma con una cassetta intera che ci devi fare, te le devi rivendere al mercato a due lire?? Ma no, è una sorta di senso atavico del pericolo. Intanto uno si mette in casa una cassetta di rapini che è meglio di niente, ha rimediato la cena perché, appunto, metti che a qualche disgraziato venga in mente l’idea di fare un colpo di stato e di ripristinare il tesseramento dei viveri, una cassetta di rapini fa sempre comodo. L’idea è quella di avere, avere sempre più cose, possibilmente a costo zero e senza faticare.

Io pensavo che al giorno d’oggi si rubassero le automobili, i cellulari, si facessero le rapine negli appartamenti (a uno dei medici che mi ha operato hanno recentemente scavato un buco nel muro e sono entrati nella sua villa per portare via poche cose di scarso valore), insomma, una visione nobile del ladro e del rapinatore. Ma una cassetta di rape è una cassetta di rape, perdìo, che ti metti a fregarla alla gente? Siamo a livello della follia più pura. E’ una stupidaggine estrema. E’ un furtarello da dilettanti. E’ un dispetto. In breve, è una rapina.

29 Views

Roseto degli Abruzzi 2: Quando c’era ancora il Sor Marchese

20180413_123905

A Roseto degli Abruzzi una volta c’era il Sor Marchese. Era un localino carino, in piena nazionale, con qualche tavolinetto fuori, per cui se volevi fare due chiacchiere, beccarti un po’ di smog, mangiare qualcosa a base di carne di scottona, berti una birra artigianale, tirare due bestemmie per le carrozzine e le madri che invadevano il marciapiede, potevi farlo tranquillamente. Ed era un posto piacevole, dedicato al Marchese del Grillo anche nel nome delle vivande che venivano servite, così mangiavi qualcosa e ti ripassavi anche i personaggi del film.

Ecco, adesso il Sor Marchese non c’è più. Al suo posto per qualche tempo, sotto le elezioni, c’è stata una sede del Movimento 5 Stelle. Ora se ne vede ancora il cartello-insegna. Ma a me piaceva la scottona. E anche il Sor Marchese.

77 Views

Roseto degli Abruzzi 1: Le luci accese in pieno giorno

20180420_131124

A Roseto degli Abruzzi, in questo piccolo mondo di un mondo piccolo, per dirla sempre con Giovannino Guareschi, buonanima. il Comune deve avere fior di quattrini da spendere, se è vero, come è vero, che oggi i lampioni erano ancora allegramente accesi mentre c’era un sole della madonna che abbagliava lo sguardo degli ignari passanti (ignari soprattutto del fatto che i propri danari, versati sotto forma di tasse, vengono spesi inutilmente nelle forniture di energia elettrica per illuminare un paese  che è già illuminato naturalmente, e allora, voglio dire, sarebbe inutile anche l’ora legale, ma ora è il caso che questa parentesi la chiuda perché sta per diventare troppo lunga).

Ringrazio di cuore l’automobilista che mi ha fermato per chiedermi delucidazioni (che, ovviamente, non ho saputo dargli) e che mi ha spinto a fare una fotografia, che io pensavo fosse venuta un troiaio, e invece guarda te bellina.

48 Views

Giulianova: studente marocchino di 17 anni accoltellato da un compagno di scuola

Duomo_di_giulianova.jpeg

A Giulianova (a pochi chilometri da questo piccolo mondo d’un mondo piccolo da cui vi scrivo), questa mattina, in un istituto superiore della cittadina, un diciassettenne marocchino ha fatto lo sgambetto a uno studente diciottenne più che italiano. E siccome lo sgambetto deve essere uno sgarro estremo, uno di quelli che si lavano col sangue, l’italiano il sangue lo ha fatto scorrere davvero, colpendo il marocchino al volto con un coltello a serramanico di quelli che non si possono portare. Pare che tra i due ci fossero degli screzi da tempo e che quello sgambetto sia stato solo la punta dell’iceberg di una serie di provocazioni e sfottò. In breve, l’accoltellatore si era premunito. A modo suo, naturalmente.

Le reazioni sono state delle più disparate, ma quello che negli ambienti scolastici si mormora e si sussurra è una sorta di solidarietà di specie con chi ha colpito: la vittima è uno straniero, un marocchino, quindi in un certo senso se l’è meritata per diritto di nascita, insomma. Se la vittima fosse stata l’italiano ci sarebbe stata la corsa all’immigrato violento ecco, non si può più vivere nelle nostre tranquille cittadine, ci portano via il lavoro, l’Italia agli italiani e via luogocomuneggiando. Insomma, come la si mette la si mette, il marocchino lo prende in quel posto. Oltre, è chiaro, ad aver rimediato un intervento chirurgico e una lesione che probabilmente avrà conseguenze per tutta la vita.

Ma quello che colpisce è una dichiarazione del Preside riportata dal quotidiano “Repubblica” e che ho sentito confermata, nella sostanza, in un contributo al GR1 delle 9,30 di stasera: “Al di là del sanzionare bisogna capire. (…) I Carabinieri stanno svolgendo le indagini. Da quanto si dice informalmente pare che i due ragazzi avessero avuto degli screzi fuori dalla scuola. Nulla, invece, mi è mai stato riferito di eventuali problemi dentro la scuola.” Bisogna capire, dice il prof. Valentini e forse in un certo senso può non avere tutti i torti. Ma bisogna mettersi d’accordo sul COSA dobbiamo capire, in primo luogo e a che cosa ci serve questa comprensione.
Il contesto è chiaro: ci sono due giovani che fino a una settimana fa gli insegnanti più in evidenza della scuola italiana avrebbero infilato in quella categorizzazione orrenda e senza senso che va sotto l’etichetta di “i nostri ragazzi” che sono arrivati alle vie di fatto rovinandosi la vita. Uno perché sarà sfigurato per sempre, l’altro perché, ancora per sempre, avrà la fedina penale macchiata, (per tacere della pubblica reputazione, che sa essere assai più stronza del casellario giudiziale). Potrà indubbiamente essere utile a chi deve giudicare il feritore, sapere da quale contesto familiare proviene (e te dàgli con questa roba del “contesto”, parola che ha rovinato generazioni intere negli anni ’70!), sapere che del fatto che aveva un coltello di cui era vietato il porto non aveva parlato con i genitori; sapere che era un ragazzo che si era sentito minacciato più e più volte dall’altro che si divertiva a fare il bulletto a scuola per cui avrà temuto per sé e, a un certo punto, avrà deciso di farsi giustizia da solo; sapere che c’era di mezzo una ragazzina contesa tra i due che potrebbe aver accelerato l’inimicizia ed essere arrivata al culmine con il proverbiale sgambetto che ha fatto sì che si lavassero tutte le onte subite e subende.
Servirà anche a qualcosa saperlo, ma la verità è che non serve a niente, perché i fatti restano e quelli sono incancellabili. Non si può tornare indietro. Ci sono un aggressore e un aggredito, un colpevole e una vittima, un sacrificante e un sacrificato, un “buono” e un “cattivo” e sono ruoli che nessun consiglio d’istituto potrà mai più capovolgere, sia pure per offrire letture più o meno edulcorate degli eventi.

E allora sgomberiamo il campo anche da un altro luogo comune, quello che vuole che esista un “fuori dalla scuola” e un “dentro la scuola”. Le questioni scolastiche sono, sic et simpliciter, questioni sociali. Punto. La scuola non è e non dovrebbe essere il luogo dove tutto è perdonato e dove le sanzioni si limitano a qualche giorno di sospensione e una tiratina d’orecchie verbale davanti al consiglio di classe e innanzi alla mamma in lacrime con la promessa di non farlo mai più (“Franti, tu uccidi tua madre!“, scriveva il De Amicis), la scuola è una ruota dentata di fondamentale importanza nel macchinario da “Tempi moderni” che è rispecchiato dalla nostra società. Il problema, dunque, ha connotazioni sociali perché ha connotazioni scolastiche ben precise. Non sarebbe successo niente di diverso se lo studente marocchino fosse stato colpito sulla pubblica piazza anziché a scuola, a parte il caso che in quell’eventualità la scuola avrebbe potuto ricorrere al “non expedit” e chi si è visto si è visto. Ciò che accade a scuola è un modellino funzionale della realtà, e la scuola non vive di regole proprie. Per fortuna.

E allora ognuno si terrà, inevitabilmente, il suo: chi una cicatrice profonda mezzo metro coi denti rotti, chi una condanna che nessuno potrà eludere, chi l’amarezza di non essere riuscito a salvare questi due ragazzi. Ed è comunque un male minore.

25 Views

Giornata della Memoria: a Roseto degli Abruzzi la citazione di “Auschwitz” senza la citazione di Francesco Guccini

nomadi

E’ il Giorno della Memoria, e l’amministrazione comunale di Roseto degli Abruzzi (questo piccolo mondo di un mondo piccolo, come avrebbe scritto il Guareschi) ha voluto ricordarlo con un manifesto celebrativo.

Nobile iniziativa, a cui deve andare un plauso quasi incondizionato. Dico “quasi” perhé l’affissione riporta, tra gli altri elementi (qui ve ne faccio vedere una sezione) una citazione dalla celeberrima canzone “Auschwitz”. Per la verità sono due segmenti di canzone “incollati” insieme, ma cerchiamo di non essere troppo severi su queste quisquilie. Quello che colpisce è la citazione dell’autore della citazione, che per l’ideatore del manifesto sarebbero i Nomadi.

Ora, va detto che i Nomadi furono, questo sì, gli interpreti del brano, ma che il pezzo è stato firmato interamente (parole e musica) da un giovanissimo Francesco Guccini, ed era lui quello che meritava la citazione per intero. E’ come aver citato “Insieme a te non ci sto più” e aver citato Caterina Caselli al posto di Paolo Conte. O come aver riportato le frasi di “…e dimmi che non vuoi morire” evidenziando il nome di Patty Pravo e non quello di Vasco Rossi.

Piccoli pasticci, per carità. Nulla di che. Solo che una citazione non corretta sa un po’ di sciatteria. E forse il Giorno della Memoria non se lo merita.

74 Views

Ester Pasqualoni uccisa a coltellate nel parcheggio dell’ospedale di Sant’Omero

ester

Ester Pasqualoni, oncologa, persona di straordinario spessore umano, civile e culturale,  è stata uccisa.

Voi non la conoscevate, ma io sì. La vidi per la prima volta il giorno dei ricevimenti generali dei genitori per la classe di suo figlio, che avevo alle Scuole Medie. Diventammo subito amici, tanto che lei mi chiese di farle delle traduzioni dallo spagnolo perché da Cuba le erano arrivati dei documenti da parte di alcuni ciarlatani che andavano ciaqnciando che il veleno degli scorpioni cubani era efficace nella cura dei tumori e avevamo deciso di sgominarli sputtanandoli su questo stesso blog. Poi non se ne fece di niente per motivi che non mi piace stare qui a ricordare.

Mi ha curato quando ne ho avuto bisogno (anche se non era per patologie oncologiche, fortunatamente) e, sempre quando ho avuto necessità, mi ha messo nelle mani dei suoi colleghi migliori e più stimati.

Ci sentivamo ogni tanto. L’estate scorsa ci siamo visti diverse volte con la bambina (mia figlia, sì). Insomma, le volevo bene, e devo dire che voler bene a Ester era facile. Anche e soprattutto quando morì Fabrizio, il suo compagno.

Oggi è stata presa a coltellate da uno stalker che aveva preso a perseguitarla e che lei aveva denunciato due volte. Stava andando a prendere la sua auto al parcheggio dell’ospedale in cui lavorava (Sant’Omero). Pare che non abbia neanche sentito dolore e che sia morta sul colpo. Stupide e magre consolazioni.

Non è vero che gli stalker vanno denunciati e basta, perché denunciarli non serve a nulla, se non a incattivirli e a renderli ancora più tenaci nella loro azione persecutoria. Vanno denunciati e identificati subito e messi nelle condizioni di non nuocere. A cosa è giovato a Ester avere presentato due segnalazioni alla magistratura se poi queste segnalazioni -secondo quanto riferisce Caterina Longo,  un’amica, già candidata alle elezioni europee del 2014 nelle file di Forza Italia, lista “Berlusconi per Chiodi”, all’agenzia ANSA e in una successiva intervista a Radio Capital- sono state archiviate per difetto di forma (anche se “la 27a ora” sul Corriere on line riferisce che un provvedimento di allontanamento era stato firmato per poi essere revocato)  e non si è arrivati a nessuna misura di interdizione di qualsivoglia tipo nei confronti del persecutore? Ester si è affidata allo stato, chiedendo aiuto e protezione. Oggi è morta. E c’è da chiedersi fino a dove deve spingersi un energumeno per essere “attenzionato” (bruttissima parola!) al punto da diventare un oggetto di indagine, e non essere lasciato libero di seguire la propria vittima fino nel parcheggio di un ospedale e sgozzarla.

E adesso immagino il prudor scribendi dei pennivendoli da giornalino locale, che si beatificheranno l’anima lorda di congetture pruriginose, fare uso del termine “Femmincidio”, un brutto linguaggio per una brutta storia, ma sì, ne succedono tante, merita il primo piano, e quindi perché non sprecarci una parola che va tanto di moda, che, specialmente con “stalker” è un abbinamento che va sempre bene nei pranzi luculliani di fame da notizia pruriginosa della gente?

Ma è una storia che vale solo due colonne su un giornale. Ce ne sono tante. Andiamo, su, via…

Screenshot di una porzione della notizia riportata dall'agenzia ANSA
Screenshot di una porzione della notizia riportata dall’agenzia ANSA

Note del 22/06/2017: Questo post viene aggiornato e modificato in tempo pressoché reale. Scusate. Il presunto assassino di Ester Pasqualoni, secondo quanto riferisce il giornale radio regionale di Radio Uno alle 12,10, è stato ritrovato in fin di vita nella sua abitazione (ma “La Stampa” riferisce più genericamente che si trattava di “un appartamento”) di Martinsicuro. Spero che i medici facciano di tutto per salvarlo per poterlo vedere a difendersi dall’accusa di omicidio premeditato in un pubblico dibattimento e davanti a un giudice terzo.

Il Fatto Quotidiano riferisce che “la Pasqualoni aveva presentato al commissariato di Atri non una denuncia per stalking, ma un esposto, a inizio 2014.” e che “All’esposto erano seguiti degli approfondimenti e il successivo ammonimento del questore.” Successivamente, “ad aprile 2014 quando, trovandosi a camminare per Roseto degli Abruzzi, dove risiedeva, aveva chiamato i carabinieri segnalando che l’uomo era passato con l’auto e sembrava la stesse riprendendo. A quel punto, proprio a fronte dell’esistenza del provvedimento di ammonimento, i carabinieri di Roseto avevano fermato l’uomo, sequestrandogli la telecamera che aveva in macchina, e trasmesso un fascicolo in Procura.” Dopo la convalida del sequestro, il PM a cui era passata la pratica “aveva chiesto l’archiviazione del fascicolo che era stata comunicata anche alla parte offesa che avrebbe fatto, tramite il suo legale, richiesta di accesso agli atti ma nessuna richiesta di opposizione.” Il giornale aggiunge che “Dopo l’archiviazione del fascicolo da parte del gip, nessun’altra denuncia. Il provvedimento di ammonimento tuttavia era ancora in corso, non essendo mai stato revocato.”

Nota del 23/06/2017: E invece il formalmente ancora presunto assassino di Ester Pasqualoni è morto. Così non ci sarà nessun processo (il reato è estinto per morte del reo) e nessuno pagherà. Tristezza nella tristezza. Con questa nota chiudo gli aggiornamenti di questo post: sono stati ben 14 in meno di due giorni. Adesso lo do per definito e definitivo. Su una cosa mi sono sbagliato, che questa storia (e avevo ripreso i versi di una canzone di Guccini) non valeva due colonne su un giornale. E invece sono stati tanti i giornali (anche a tiratura nazionale) che se ne sono occupati. In un solo giorno soltanto questo post (che è l’ultimissima ruota del carro) ha totalizzato più di duecento visualizzazioni. Oltre alle notizie ci sono stati gli approfondimenti e perfino gli accessori inutili (come quelli del GR3 Regionale dell’Abruzzo che ha insistito su alcuni aspetti della vita affettiva di Ester, aspetti del tutto estranei alla vicenda della sua tragica e assurda morte). Solo che da oggi non se ne parlerà più. Basta. La notizia ha esaurito il suo effetto dirompente, non “rende” più ascolti, l’audience si è progressivamente andata esaurendo ed è sparita dalle home page dei giornali più consultati. Andiamo, su, via…

Screenshot da corriere.it con l'indicazione dell'avvocato Caterina Longo secondo cui l'ordine di allontanamento nei confronti dell'aggressore sia stato revocato.
Screenshot da corriere.it con l’indicazione dell’avvocato Caterina Longo secondo cui l’ordine di allontanamento nei confronti dell’aggressore sia stato revocato.

fatto

47 Views

Roseto: il culo come volontà e rappresentazione

aloisi

Un culo è un culo. E un culo che sia un culo si chiama “culo” proprio perché è un culo. Non si chiama “lato B” o “le terga”. O “sedere”, giusto per addolcire.

Ciò premesso, accade anche in questa Roseto, piccolo mondo di un mondo picccolo come la chiamerebbe Giovannino Guareschi, in questa ridente cittadina che sempre meno ha da ridere, che un consigliere comunale, nonché segretario locale del PD, tale Simone Aloisi posti (“un po’ per celia un po’ per non morir”, direbbe la Butterfly) su Facebook un selfie che lo ritrae sdraiato su un lettino, con accanto un culo femminile altrove definito “scultoreo” (per noi è un culo e basta). Pochi minuti e il popolo di Facebook, che, si sa, è implacabile sia quando dà dei giudizi positivi che quando dà dei giudizi negativi, si è tuffato a mani basse a difendere il consigliere comunale, oppure a stigmatizzare il contenuto sessista dell’immagine. Alla fine le spiegazioni di Aloisi: “Noto che da uno scherzo tra amici si è scatenato un polverone più grande del previsto, ovviamente chiedo scusa se ho potuto urtare la sensibilità di qualcuno ma di certo non era questa la mia intenzione, è chiara una cosa: il mio ruolo mi impone di mantenere un certo self-control, da oggi in poi cercherò di ricordarmelo. Non ho intenzione di cambiare per colpa della politica, continuerò a scherzare come ho sempre fatto”. Insomma, scherzava e poi, come spessso succede, il gioco gli è sfuggito di mano. Tanto che, adesso, pentito, il post è stato rimosso dal suo profilo Facebook (già, ma se scherzava e se non trova nulla di male in quello che ha fatto perché non l’ha lasciato?).

Fin qui i fatti. Per carità, può capitare a tutti “un momento di fosforescenza” (come scriveva Eduardo De Filippo in “Napoli Milionaria”) e di goliardia senza freni. E, in fondo, dicevamo, non c’è proprio nulla di male in quello che ha fatto l’esponente locale del PD. Già, è vero: non c’è niente di male. Ma non c’è nemmeno niente di bene. Voglio dire, che valore ha una azione di questo genere? Nessuno. Non è una cosa morale o immorale, no, è una cosa del tutto a-morale, che non ha un perché, non ha una causa, non ha una spinta all’origine, non ha niente di niente se non l’effetto dirompente di provocare delle reazioni (ma, in fondo, mi viene da pensare che la bravata sia stata organizzata a bella posta proprio per questo, per vedere di nascosto l’effetto che fa). In fondo tra fotografarsi con un culo a fianco e andare in giro vestite di tutto punto, attopatissime, con un tacco veriginoso, l’andatura ancheggiante e il seno strippato al punto di esplodere, non c’è molta differenza. Tutti e due gli atti hanno un solo scopo finale: quello di essere guardati.

E allora scatta la domanda successiva: cosa me ne frega a me di con chi vai a trascorrere una giornatina sul mare e se questa amica ha, per inciso, un gran bel culo? Ma saranno ben affari tuoi e del tuo privato. Io cosa c’entro? Io mi trovavo su Facebook a leggere il tuo profilo perché, oltretutto, c’è la non piccola discriminante che sei un personaggio pubblico. Tutto lì. Invece mi ritrovo questo cupolone che non dice nient’altro che “Guardami, sono qui.” Va bene, lo vedo che ci sei, e allora?? Niente, nessuna risposta oltre alla mera e banale constatazione dell’esistenza.

La rete, per fortuna, ha la memoria lunga. Ma anche i rosetani che vanno a votare a volte non scherzano.

 

A distanza di pochi minuti dalla messa in linea di questo articolo, l’amico Pasquale Bruno Avolio mi comunica che il post originale non è stato rimosso da Facebook (grazie, prendo atto e correggo) e che la proprietaria del culo ha rivelato coram populo la sua identità. Prendo atto anche di questo e mi nauseo.

97 Views