Ma la lessicografia non è sessista

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Una signora che si chiama Maria Beatrice Giovanardi, ha vinto una singolare e bizzarra battaglia lessicale. Ha fatto cambiare la definizione del lemma “woman” all’Oxford Dictionary, una delle fonti lessicografiche più autorevoli in Europa su web e su cartaceo.

Tra le definizioni fornite c’era quello di “essere umano adulto femminile” ma anche «moglie, fidanzata, amante di un uomo». Non sia mai. La Giovanardi, armata di una invidiabile determinazione, è riuscita a far cambiare la definizione in “la moglie, la fidanzata, l’amante di una persona” e non di un uomo. Una soddisfazione minima e minimale perché, si spera, una donna è molto di più della moglie, fidanzata o amante di qualcuno, considerato anche che l’Oxford, secondo quanto riferito dal periodico “Io Donna”, non ha cancellato lo spregevole appellativo “bitch”, limitandosi a segnalarlo come un peggiorativo e un volgarismo,.

Ma c’è di più. Tra i sinonimi di “woman” suggeriti dall’Oxford ce n’erano alcuni di estremamente irriguardosi, al limite del sessismo, come “Ragazza”, “femmina”, “signora”, “cagna”,”puledra”, “zoccola”, “poco di buono”.

Allora, andiamo a vedere cosa dice effettivamente l’Oxford Advanced Learner’s Dictionary:

Qui non mi pare ci siano espressioni di tipo sessista. Per scrupolo andiamo a vedere anche la versione on line:

Forse l’avranno modificata dopo l’operazione Giovanardi, non dico di no, ma non mi pare proprio che riporti espressioni di tipo sessista.

La Giovanardi ha promesso battaglia anche contro la Treccani. Andiamo a vedere anche quella:

dònna s. f. [lat. dŏmĭna «signora, padrona», lat. volg. dŏmna]. – 1. a. Nella specie umana, l’individuo di sesso femminile, soprattutto dal momento in cui abbia raggiunto la maturità anatomica e quindi l’età adulta: una giovane d., una d. anziana; non è ancora una d. (non ha ancora raggiunto la pubertà); è già una d.; si dà arie da d. o da d. fatta; frequente in frasi di apprezzamento: una bella d., una d. affascinante, piacente, elegante, di classe, di spirito, una vera donna. Si contrappone a uomo in espressioni come: voce di donna; scarpe, abiti, borse, orologi da donna (nelle quali si alterna, spesso con da signora o con l’agg. femminile); il carattere, la sensibilità, l’intuito della d., ecc., dove il sing. donna ha in genere valore collettivo, ch’è ancora più marcato quando donna viene assunto a rappresentare l’intera componente femminile della società: i diritti della d.; l’emancipazione della d.; i movimenti per la liberazione della donna. b. Con sign. più ristretto: la mia d., mia moglie (cfr. Dante, Par. XV, 137: Mia d. venne a me di val di Pado), oppure la mia compagna, la donna amata; fam., le mie d., le donne che fanno parte della mia famiglia; con senso sim., anche le d. di casa, distinto da una d. di casa, che accudisce da sé alle faccende domestiche, o si occupa solo della casa e della famiglia (oppure, che è portata per i lavori di casa). c. Per antonomasia, nella famiglia, la donna, la persona di servizio (variamente indicata, in successione di tempo, nel linguaggio ufficiale e sindacale: domestica, collaboratrice domestica o familiare, ecc.); meglio determinata, d. di servizio, in senso generico, d. a mezzo servizio, assunta solo per poche ore della giornata, d. a tutto servizio, assunta stabilmente nella famiglia; d. a ore, che viene retribuita secondo il numero di ore di lavoro che svolge; d. tuttofare, che fa tutti i servizî, anche se non viene assunta stabilmente. S’intende sempre la domestica nelle frasi: trovare la d., prendere o assumere una d., licenziare la d., e sim. d. Nel linguaggio teatrale, prima d. (anche unito, primadonna), l’attrice cui viene affidata la parte più importante (in senso fig., fare la prima d. – riferito anche a uomini, e spec. a persone che ricoprano cariche pubbliche o svolgano attività importanti o godano per altri motivi una certa notorietà –, voler primeggiare, cercare con ogni mezzo di essere al centro dell’attenzione, e mostrar di gradire non solo il successo ma anche le forme con cui questo viene tributato); nel circo e nei baracconi di fiera, d. cannone, donna di proporzioni e di peso eccezionali che costituisce uno dei numeri di attrazione. e. Con accezioni partic.: d. di mondo, che frequenta ambienti mondani e ne conosce gli usi, gli aspetti e i difetti, in passato, cortigiana; d. pubblica, d. di strada o di giro o di marciapiede, d. di malaffare, d. di mala vita, prostituta; ha spesso lo stesso sign. anche buona d., spec. nella espressione offensiva figlio di buona d. (in altri casi, buona d. ha il senso proprio: è veramente una buona d.; in passato anche come forma allocutiva: ehi, dite, buona donna!). Di uomini, andare a donne, andare in cerca di facili avventure amorose. f. Proverbî (tradizionali, ma ormai di poca attualità): chi disse donna disse danno; donne e buoi dei paesi tuoi; chi vuol vivere e star sano, dalle d. stia lontano; le d. ne sanno una più del diavolo, ecc. 2. a. Nell’uso ant. e letter., signora (nei due sign. che ha oggi la parola e che aveva domina in latino; nei sec. 13° e 14° donna è il femm. corrispondente a signore): fattosi innanzi, disse: – Signori e donne, come voi sapete … (Boccaccio); quindi anche padrona: io t’avrò sempre cara, e sempre … sarai d. della casa mia (Boccaccio); come vocativo o appellativo della Vergine: Donna, se’ tanto grande e tanto vali (Dante); Nostra D. (cfr. Madonna). Anche nel senso di dominatrice: Non donna di provincie, ma bordello (Dante, con riferimento all’Italia); la cittade [Roma] La qual fu d. de’ mortali un tempo (Leopardi); con sign. sim., fig.: Torna deh! torna al suon, d. dell’arpa (Foscolo). In altri casi, con il sign. che oggi ha dama: Le d., i cavallier, l’arme, gli amori (Ariosto); tale sign. si conserva nei composti gentildonna, nobildonna. b. Titolo di riguardo che si antepone al nome delle nobildonne (analogam. al maschile don) o delle consorti di persone che ricoprono alte cariche pubbliche; nell’Italia merid., viene attribuito anche a donne di umile condizione: d. Carmela, d. Rosa. 3. Nel gioco delle carte, ognuna delle quattro figure che rappresentano una dama: d. di cuori, d. di quadri, d. di fiori, d. di picche. 4. Nel gioco degli scacchi, il pezzo, detto anche regina, che ha la maggiore possibilità di movimento sulla scacchiera e rappresenta quindi l’elemento più importante per la condotta del gioco. ◆ Dim. donnétta (talora anche spreg. o vezz.), donnina, o donnino m. (donna piccola e graziosa, fanciulla o giovinetta assennata; donnina allegra, spesso eufem. per donna di facili costumi; donnino si dice anche di uomo che sbrighi le faccende di casa). Dim. o spreg. donnùccia, donnicciòla (anche di uomo debole o chiacchierone); solo spreg. donnàccola (donna del volgo, pettegola), donnùcola (donna povera e in cattive condizioni), e donnàcchera (donna d’inferiori condizioni, sudicia o d’animo vile). Accr. donnóna, e donnóne m. (donna grossa e robusta). Pegg. donnàccia (donna cattiva d’animo o, più spesso, di pessimi costumi).

Neanche qui appaiono particolari sessismi lessicali.

E allora, tutto questo, cui prodest?? Nessuno vuole certo che i dizionari riportino espressioni offensive nei contronti delle donne, ma la lessicografia è certamente una scienza impietosa, ma non sessista.

Abruzzo zona rossa

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Dunque anche l’Abruzzo, con evidente ritardo, si sta avvicinando alla zona rossa.

Il Governatore Marsilio dovrebbe firmare la documentazione relativa alla fine della sua giornata di consultazioni, e dovrebbe, secondo quanto riferiscono voci insistenti, chiudere le scuole di ogni ordine e grado e stabilire la didattica a distanza. Qualcuno sta frenando su questo punto, cercando di fare in modo che almeno le materne, le elementari e la prima media vengano svolte in presenza, come accade nelle altre regioni rosse.

Se chiudesse le scuole, Marsilio farebbe solo bene, e dimostrerebbe di poter ricevere l’appoggio, su questo provvedimento, anche da chi non si schiera (come me) dalla parte del suo colore politico. Certo, di grane, in caso di lockdown didattico totale, ne avrebbe in quantità. Ci sono associazioni di genitori e cittadini che sono pronte ad affilare i coltelli per ricorrere al TAR perché l’ordinanza della regione sarebbe troppo restrittiva rispetto alle direttive nazionali. Il punto, tanto per cambiare, è sempre lo stesso: considerare la scuola come un Kindergaten, anziché come un luogo di educazione e di cultura. Gente inviperita che non può conciliare le esigenze lavorative con quelle educative, che si vuol mantenere le ferie belle intonse per il mese di agosto, poi magari vanno in vacanza in Sardegna dove riaprono le discoteche, la gente va (s)ballare con la benedizione della Santanché e di Briatore, poi contagia gli altri e il cerchio si chiude di nuovo.

Vinceremo anche la causa al TAR. O se no ci infetteremo tutti. Dipenderà dai giudici. L’epidemiologo Pierluigi Lopalco ha affermato oggi che per ogni studente che contrae il Covid a scuola, statisticamente ci sarebbero circa 20 infezioni tra familiari, parenti, amici, vicini. E allora cosa diavolo aspettiamo? Qui ci sono studenti e pazienti adulti che se ne vanno tranquillamente in giro pur avendo il tampone positivo, è un suicidio-omicidio collettivo che non giova a nessuno. I numeri dei contagi sono ancora troppo alti per poter permetttere a questi gentiluomini e a queste gentildonne di potermantenere i loro pargoli in un luogo che si vorrebbe sicuro, ma che, invece, sicuro non è.

Vi aggiornerò, sempre se non l’avrò beccato anch’io. Qui si vive alla giornata, i ritmi sono scanditi dai radio e telegiornali regionali che dànno cifre preoccupanti, ora per ora. E non è un bel vivere, no davvero.