Voip al Ministero delle Infrastrutture – Antonio Di Pietro

Ho deciso di introdurre al Ministero delle Infrastrutture la modalità di comunicazione voce/dati detta Voip (Voice over IP).
Il Voip, la trasmissione della voce tramite il protocollo Internet, consente di annullare quasi del tutto i costi telefonici e molti operatori lo propongono da anni. Il vantaggio per lo Stato consiste nel taglio radicale dei costi.
Lo stesso cittadino potrà contattare in futuro gli uffici del Ministero via Voip senza pagare il costo della telefonata.
Vi manterrò informati sull’entità del risparmio e sul progetto che, in teoria, potrebbe essere applicato a qualunque amministrazione pubblica.

da: www.antoniodipietro.it

L’Oscar di Al Gore verso la Casa Bianca – di Cinzia Frassi

Certo, è stato uno scherzetto quello messo in scena da Al Gore sul palcoscenico del Kodak Theatre. Dopo i ringraziamenti di rito, si è prodotto in una giocosa finzione, interrotta subito dalla musica, con la quale ha recitato l’annuncio della sua candidatura alle presidenziali americane, ma da quel momento non si può fare a meno di immaginarlo fronteggiare Hillary Clinton o Barak Obama in un faccia a faccia televisivo nella prossima corsa alla Casa Bianca. Del resto deve essere un ricordo impossibile da rimuovere quel risultato elettorale del 2000, in bilico sulla Florida e risolto per mano del giudice, che incoronò al suo posto George W. Bush a Presidente degli Stati Uniti. Alla 79esima edizione della notte degli Oscar, due dorate statuette vanno al documentario “An Inconvenient Truth” – una scomoda verità – sulla minaccia del riscaldamento del pianeta causato dalle emissioni di gas inquinanti: al regista Davis Guggenheim ed ai produttori Lawrence Bender, Laurie David, Lesley Chilcott e Scott Z. Burns. Un altro riconoscimento è andato alla colonna sonora del film “I Need To Wake Up”.

Al Gore è il protagonista del lavoro del premiato regista Davis Guggenheim in cui rappresenta, in base alle prime critiche con accattivanti quanto efficaci animazioni, gli effetti del riscaldamento globale, l’innalzamento del livello dei mari, l’affogare di vaste aree delle terre emerse e la tragica invasione di milioni di persone alla ricerca di altri lidi dove vivere. Il tutto con un Al dal piglio minaccioso, serio nel prospettare la catastrofe del futuro.

Intendiamoci, quello del riscaldamento globale è “il problema” per antonomasia ed è importantissimo che i riflettori si siano puntati anche su questo lungometraggio che troverà grande diffusione contribuendo a sensibilizzare il grande pubblico. Magari anche chi è andato al Kodak Theatre preferendo auto ecologiche, lasciando a casa le lussuosissime limousine. Si perché pare che molte star di Hollywood stiano attraversando la loro fase ecologista. Va da sé che si tratta di una statuetta “sensibile” e più che mai utile a catturare l’attenzione degli spettatori. L’opinione pubblica può fare molto per costringere la comunità internazionale, formata proprio dagli Stati che inquinano, a prendere tutte le misure necessarie per imprimere una controtendenza decisiva al riscaldamento globale del pianeta: un’adeguata sensibilizzazione può spostare consensi. Durante le elezioni i consensi diventano voti.

L’ex vice presidente di Clinton si è esibito anche in una dichiarazione “morale” davanti ai 3.400 spettatori in pompa magna ed a milioni di telespettatori. "Amici americani, popoli di tutto il mondo" dobbiamo risolvere la crisi climatica”. Subito dopo, sempre riferendosi prima ai suoi amici americani, ha cercato di sgonfiare il movente politico sottolineando che “non è una questione politica, ma morale. Abbiamo tutto quello che ci serve per cominciare, con l’unica eccezione possibile della volontà di agire; che però è una risorsa rinnovabile".

Da un lato Al Gore è un viatico d’eccezione per un documentario di grande attualità che ha tutti gli elementi per sbancare i botteghini, ma che oggi ha anche un protagonista democratico “sospettabile” di essere all’inizio della sua corsa alla Casa Bianca. Intanto il documentario entrerà nelle aule scolastiche di scuole superiori d’oltremanica, dopo la decisione del Dipartimento per l’Istruzione di Londra di inserire il tema del clima e dei suoi pericolosi cambiamenti nei programmi scolastici. Ci auguriamo che in America venga promosso anche tra i banchi degli studenti più piccoli.

Dall’altro non si può non sottolineare come quella del mancato presidente del 2000, sia una campagna, una crociata personale in nome della lotta ai cambiamenti climatici e alle emissioni che li provocano. Ricordiamoci che fu George W. Bush a fare carta straccia del protocollo di Kyoto che l’amministrazione Clinton aveva invece sottoscritto. Consideriamo anche che le cose proprio non stanno andando per il verso giusto all’attuale Presidente degli Stati Uniti, praticamente in nessun campo. E allora viene da domandarsi se Al Gore voglia correre con la statuetta hollywoodiana fino alla Casa Bianca servendosi della spinta ecologista, che dopo un’amministrazione all’insegna della guerra nel pantano iracheno suscita grande appeal, oppure abbia deciso di darsi al cinema.
Quando lo sapremo, sarà comunque per il clima una scomoda verità.

da: www.altrenotizie.org

Una nuova cortina con l’Est che attacca la Russia – di Carlo Benedetti

Tutto, a parole, era in nome dell’amicizia. Il “campo socialista” era un terreno comune per azioni coordinate nei campi più diversi. Il Patto di Varsavia era la struttura portante di una collaborazione militare che tendeva alla unificazione degli eserciti. Il Comecon era una sorta di “mercato comune socialista” che controllava e regolava, con i diktat che giungevano dalla sede di Mosca, i rapporti economici. Il Comintern aveva lasciato spazio ad una sorta di internazionale dei partiti dei paesi socialisti. E la capitale russa, in questa rete di rapporti d’amicizia, aveva assunto un ruolo guida rivelando, anche con le forme esteriori, il carattere di una forza sopranazionale. Tanto che nella metropoli sovietica tutto stava a dimostrare che si era realizzata una unità globale.

C’erano istituti di cultura per ogni paese socialista, biblioteche che allineavano i libri nelle lingue dell’area del Patto di Varsavia, strade che portavano i nomi delle capitali dell’Est, monumenti dedicati ai personaggi più significativi della storia dei paesi “amici”; alberghi e ristoranti dedicati a “Budapest”, “Bucarest”, “Varsavia”, “Sofia”, “Berlino”; slogan che inneggiavano all’unità del campo socialista e programmi televisivi dedicati alla “collaborazione tra i paesi dell’Est”. Poi, con il crollo dell’Urss, tutto si è attenuato. La ristrutturazione ha preso il sopravvento. Ed ora – dopo l’implosione dell’Unione e le conseguenti lotte e polemiche degli ex paesi dell’Urss – comincia una nuova tappa. Ed è quella dell’attacco dell’Est alla Russia. Scendono in campo quelli che erano un tempo i grandi “amici”, i “bastioni del socialismo reale”. E tutti si impegnano in una lotta contro il Cremlino post-sovietico, in chiave filo-americana.

E’ la rivolta generale dell’Est che si sviluppa con il pieno appoggio della Cia, del Pentagono, della Casa Bianca, della Nato e delle grandi multinazionali dell’occidente. Il “mondo libero” del capitalismo prende la sua rivincita e costruisce nuove barricate che vanno però a creare una nuova cortina di ferro. Torna lo spettro di quel Winston Churchill che nel discorso di Fulton annunciò al mondo che “Da Stettino nel Baltico e Trieste nell’Adriatico, una cortina di ferro è scesa sul continente”. Erano altri tempi, è vero, ma ora è l’Est che ricostruisce una sua cortina. E la Russia resta dall’altra parte. Si rievocano, così, circostanze tutt’altro che dimenticate. Ed ecco che il fronte antirusso si apre con la Polonia dei due gemelli Kaczynski – il presidente Lech e il primo ministro Jaroslaw – che avvia le polemiche contro la Russia di Putin sulle questioni dei rapporti economici. E aiuta anche i ceceni che si battono per la loro indipendenza aiutandoli ad aprire loro sedi di rappresentanza a Varsavia e in altre località polacche. E c’è dell’altro: il ministro della Difesa polacco, Aleksandr Schilgo’, licenzia dal suo esercito tutti gli ufficiali che a loro tempo avevano ottenuto un’istruzione militare in Unione Sovietica. (E qui va ricordato anche che l’antirussismo dei polacchi è cosa nota, così come quello degli ucraini delle regioni dell’ovest, Lvov, ad esempio).

E sempre all’Est si scopre che la Repubblica Ceca – diretta dal presidente Vaclav Klaus – manda a dire a Mosca (con un articolo-manifesto del quotidiano "Neviditelny") che: "Considerati gli stretti rapporti con l’Occidente, soprattutto con gli Stati Uniti, non dobbiamo temere nulla, anche se verso di noi saranno puntati tutti i missili russi possibili. L’imperialismo russo è estremamente vigliacco nonostante tutta la sua aggressività ed è allo stesso tempo prevedibile proprio grazie alla sua vigliaccheria".
Prende le distanze da Mosca anche l’Ungheria del primo ministro Ferenc Gyurcsany. La propaganda antirussa è di casa a Budapest e le sviolinate filoamericane sono il motivo conduttore della politica magiara. E c’è poi la Bulgaria del presidente Georgi Parvanov che si impegna nella svendita degli archivi della sua intelligence per sottolineare che la vecchia politica di Sofia era dominata dai sovietici del Kgb. Si allinea alla campagna antirussa anche la Romania del centrodestra diretta dal presidente Traian Baseascu. Qui le polemiche sono dure e riguardano i rapporti economici così come si erano andati formando nel periodo dell’Urss.

La questione dell’attacco a Mosca trova poi un momento di “coesione” che riguarda tutti i paesi dell’Est. Perché nelle varie capitali si registra un comune denominatore politico-diplomatico. Dominano qui le questioni militari e dell’allargamento della Nato. C’è una visione unitaria per quanto riguarda l’assenso all’installazione dei sistemi missilistici americani nell’Europa orientale. Praga e Varsavia hanno accettato che Washington, installi sui propri territori radar e missili vari. E l’Europa accetta il tutto in silenzio.
Ma la ventata antirussa raggiunge anche quei territori che un tempo erano parte integrante dell’Unione Sovietica. In prima linea, qui, si trovano l’Estonia e la Georgia. Gli estoni parlano di “occupazione sovietica” dimenticando che l’Armata Rossa liberò il Baltico dal nazifascismo. E si fanno forti – in queste loro dure polemiche – dello scudo della Nato. Intanto i media di Tallin battono sul tasto della minaccia russa e di una Russia che manifesta sempre più il suo essere potenza imperialista…

Si muove duramente anche il fronte del Caucaso. Perché la Georgia del presidente Saakasvili è decisamente contro Mosca. Minaccia le minoranze russe che abitano nel paese, rifiuta la realtà di regioni come l’Abchasia e l’Ossezia che guardano al Cremlino con estrema attenzione. L’antirussismo, quindi, è oggi una scelta politica e diplomatica che trova ospitalità in vari gruppi dirigenti dell’Est e dell’Ovest. E’ la forma moderna e concreta di una nuova costruzione geopolitica che si riallaccia a quella “cortina” annunciata a Fulton. Solo che oggi questo nuovo Muro che si sta realizzando non può essere messo nel conto di Mosca. Perché ad essere “dall’altra parte”, oggi, sono i russi… E’ un brutto vento che soffia e che annuncia, forse, una nuova guerra fredda.

da: www.altrenotizie.org

Israele-Palestina: è dialogo, non pace

l “quartetto” – Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Onu – si riunirà il 28 febbraio a Berlino. Avrà all’ordine del giorno la definizione dei termini del confronto con il nuovo governo palestinese guidato da Ismail Ha­niyeh, l’esponente di Hamas già Pri­mo Ministro nel monocolo­re uscente. Il mini-vertice dovrebbe segnare (ancora una volta) l’impegno delle “grandi potenze” nel favorire la continuazione del dialogo tra israeliani e palestinesi, in­sieme alla riaffermazione della comu­ne volontà di arrivare alla realizzazio­ne dello Stato palestinese accanto a quello israeliano per avviare, si spera, una nuova stagione politica. A Berlino, quindi, la diplomazia mondiale si troverà di fronte ad una inedita fase di strategia politica. Tutto questo tenendo conto che nella riunione dei giorni scorsi (che si è svolta a Tel Aviv) tra il primo ministro israeliano Ehud Ol­mert, il Presidente dell’Autorità pale­stinese (Ap) Abu Mazen e il Segreta­rio di Stato Usa Condoleezza Rice si è comunemente ribadito che “uno Stato palestinese non può nascere dalla violenza e dal terrore”.

C’è, quindi, una richiesta di dialogo pur se la pace è ancora lontana. I risultati, sino ad oggi, sono minimi. Il Daily News, in proposito, ha notato che c’è stata solo «una dannosa stretta di mano» perché Hamas non ha ancora riconosciuto Israele e si è registrato il tentativo della Casa Bianca di “far arrivare 86 milioni di dollari alle forze di Abu Mazen sebbene non sia ancora chiara la loro separazione da gruppi terroristici come le Brigate Al Aqsa”.
Eppure la riunione – il primo vertice tra Israele, Autorità Palestine­se e Stati Uniti -ha avuto ed ha un valore globale perché, pur senza rimettere in discussione i precedenti accordi, costituisce già un successo. E questo tenendo conto del fatto che il Segretario di Stato degli Usa, Condoleeza Rice, proprio alla vigilia dell’incontro, aveva mostrato un certo pessimismo. Non aveva nascosto l’insorgere di “complicazioni”, con un chiaro riferimento all’accordo firmato l’8 feb­braio alla Mecca fra Abu Mazen e il leader in esilio di Hamas, Khaled Meshaal, a proposito della formazione di un go­verno di unità nazionale palestinese.

Un accordo – va rilevato – che è stato accolto positivamente in Palestina e in tutte le capitali dei Paesi arabi ed islamici, oltre che in numerose aree europee – a cominciare da Parigi, Londra e Berlino – incontrando anche il pieno consenso della Russia e della Cina. E’ chiaro, comunque, che su tutta l’intera vicenda israeliana e palestinese gravano pur sempre le varie soluzioni che si prospettano nei due campi. C’è la questione del co­stituendo governo palestinese di uni­tà nazionale sul quale si sono accor­date Al Fatah (la formazione guidata da Abu Mazen) e il movi­mento radicale Hamas che è maggioritario dopo le elezioni dell’anno scorso e che ha finora rifiutato di ac­cettare i punti cruciali chiesti dalla comunità internazionale. Che sono quelli relativi alla ri­nuncia alla violenza e al riconosci­mento di Israele e dei precedenti ac­cordi firmati dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Tutto questo perché, come è noto, proprio la vittoria eletto­rale di Hamas e la successiva forma­zione del suo governo monocolore, attualmente dimissionario, aveva spinto parte della comunità internazionale a imporre sanzioni all’Ap.  Continua la lettura di “Israele-Palestina: è dialogo, non pace”

ICANN: verso la censura globale dei domini?

L’allarme lo diffonde la celebre organizzazione IP Justice ed in effetti inquieta molti quello che sta accadendo in ICANN: l’ente che sovraintende al sistema dei domini sembra puntare a divenire censore della pubblica moralità in un ambiente, quello dei domini appunto, che è globale.

In sostanza la Generic Names Supporting Organization (GNSO) in seno ad ICANN sta lavorando su una bozza che definirà le nuove regole di registrazione dei domini Internet, regole che saranno adottate per tutte le nuove estensioni di dominio via via approvate dallo stesso ICANN.

In quella proposta si prevede la possibilità di impedire la creazione di certi nomi a dominio, quelli destinati a fare a pugni con la "public policy", una definizione vaga ma "codificata" in seno all’ICANN.

Lo spiega Ars Technica che racconta come quella definizione sia illustrata da un altro comitato di ICANN al quale partecipano delegati dei governi, il Governmental Advisory Committee (GAC) che in un proprio documento (disponibile qui in formato MS Word) si riferisce alla public policy come a qualcosa che renda "fuorilegge" tutto ciò che comprende: "odio, razzismo, discriminazione di qualsiasi genere, attività criminali o qualsiasi abuso di una religione o di una cultura specifiche".

Come sottolinea IP Justice, il GAC prevede che "se il GAC o singoli membri esprimono preoccupazioni formali su nuove richieste di registrazione specifiche, ICANN dovrà bloccare il processo di registrazione fino a quando le preoccupazioni del GAC non siano state risolte in modo soddisfacente per il GAC stesso o per il governo relativo (quello che ha espresso preoccupazioni, ndr.)".

Tutto questo si traduce nella possibilità per un qualsiasi paese aderente di impedire la registrazione di specifici domini a propria discrezione, una eventualità che IP Justice non può che considerare una forma gravissima di censura. A detta della celebre organizzazione guidata da Robin Gross, già nota ai lettori di Punto Informatico, questa impostazione potrà consentire a qualunque delegato di impedire la registrazione di un dominio che contenga "termini controversi" ma diffusissimi come "gay" o "aborto" in qualsiasi altro paese. Ciò significa, nei fatti, consentire alla somma delle diverse sensibilità dei diversi paesi di impedire la registrazione di questo o quel dominio in qualsiasi paese.

Di fatto, se verrà implementata in modo definitivo da ICANN, cosa probabile in assenza di una mobilitazione internazionale, la nuova policy di fatto impedirà la creazione di qualsiasi dominio "controverso", con effetti a cascata sulla libera espressione.

Ad aggravare ulteriormente la questione, il fatto che la proposta pone ICANN al ruolo di giudice arbitro assoluto: nella nuova impostazione sarà dunque proprio l’organizzazione dei domini, nata allo scopo di gestire lo "spazio" dei domini, ad essere investita di un ruolo del tutto nuovo con un rilievo globale. Una situazione che ha allarmato anche l’Internet Governance Project, che chiede agli utenti di stare con gli occhi aperti e di farsi sentire in ICANN.

"Si tratta – spiega Gross (nella foto) – di una prospettiva spaventosa per chiunque sostenga la democrazia e la libertà di espressione. La proposta darebbe ad ICANN l’enorme potere di regolamentare l’uso delle parole su Internet e porterebbe ad una censura di massa delle idee controverse".

Per tentare di impedire tutto questo, l’organismo ICANN in cui si raccolgono gli utenti senza interessi commerciali, il Non-Commercial Users Constituency (NCUC), ha presentato una proposta emendativa per la quale eventuali restrizioni saranno legate esclusivamente alle leggi in vigore nel paese nel quale viene presentata la richiesta di registrazione. In questo modo si ritiene che saranno le rispettive leggi nazionali e non l’ICANN a determinare i termini "registrabili".

IP Justice riporta anche una dichiarazione del professor Milton Mueller della Syracuse University School of Information Studies, secondo cui "c’è sempre stato il pericolo che il controllo esclusivo di ICANN sui nomi identificativi in Internet potesse essere utilizzato per applicare policy estranee (al mandato ICANN, ndr.). ICANN deve attenersi al proprio ristretto ruolo di coordinamento tecnico, e noi dobbiamo proteggere Internet da una regolamentazione globale e centralizzata".

da: www.punto-informatico.it

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Università Italiana: intervista al Ministro Di Pietro – a cura di Luca Spinelli

La notizia dell’introduzione del Voip presso gli uffici del Ministero è una buona occasione per fare due chiacchiere col Ministro Di Pietro sullo stato dell’informatizzazione in Italia e nella nostra Università. Il suo blog personale è uno dei casi nazionali più noti di comunicazione online tra politico e cittadino, con una media di 400 commenti ad ogni messaggio pubblicato. Il Ministro è stato anche protagonista di particolari iniziative come l’utilizzo di YouTube per la divulgazione di alcuni video, ed è stato membro di commissioni ministeriali per la riorganizzazione informatica nella pubblica amministrazione, oltre che docente universitario.

Punto Informatico: Ministro Di Pietro, recentemente è tornata alla ribalta l’annosa questione della fuga dei cervelli dall’Italia. Onestamente la situazione non sembra delle più rosee nonostante le recenti affermazioni del Governo e il piano per incentivare il rientro dei dottori italiani. Come vive oggi un ricercatore in Italia?
Antonio Di Pietro: Posso rispondere soltanto per esperienza indiretta, visto che ricevo moltissime email di ricercatori che con me si sfogano. Penso che la situazione sia abbastanza grave per un Paese della nostra importanza: ci sono giovani costretti a fare ricerca con pochissimo denaro e con strutture indegne di un Paese civile; costretti anche a fare da figuranti – diciamo – rispetto ai loro superiori che spesso e volentieri abusano della propria posizione più blasonata e prestigiosa.
Certo, quando si assiste alla fuga di un cervello come Carlo Rubbia si ha la sensazione che non sia più un fatto che riguarda i soli "giovani ricercatori", ma una sorta di malattia del sistema: una malattia che dobbiamo affrontare di petto.

PI: Una malattia che probabilmente scaturisce dalla mancanza di fondi e anche dalla difficile situazione informatica. Per quanto la sua esperienza le può suggerire, qual è lo stato dell’informatizzazione nell’Università italiana? La diffusione dei mezzi, la capacità d’uso nel corpo docente…
ADP: Per quanto riguarda la capacità d’utilizzo non saprei proprio, posso ipotizzare e pensare che i ragazzi utilizzino i mezzi informatici più dei professori, ma voglio anche credere che ci siano sostanziali eccezioni.
Per ciò che concerne la diffusione si può sicuramente fare di più, anzi: si deve fare di più. Penso, purtroppo, anche a tante realtà universitarie del sud Italia.

PI: L’annuale classifica dell’Università Jiao Tong di Shanghai dipinge un’Università italiana poco competitiva sullo scenario internazionale, con solo La Sapienza di Roma tra i primi cento atenei. Quali sono secondo lei le prospettive a breve e lungo termine?
ADP: Beh, molto dipenderà dalla direzione che questo governo riuscirà a dare ad un settore strategico come quello dell’Università. Anche in questo caso sono abbastanza fiducioso, poiché credo che ci sia l’intenzione, da parte di tutta la maggioranza, di dare una bella scossa al sistema nel suo complesso. A mio parere non si può prescindere dall’informatizzazione generalizzata, dai corsi di aggiornamento per i docenti, e non si può prescindere dall’affrontare quel cancro tutto italiano che è il sistema delle baronie. Anche su questo i giovani elettori si aspettano un segnale da noi, e credo che non dovremo tardare a darlo.

PI: A proposito dei giovani italiani. Tra le nuove leve vede una buona familiarità coi mezzi informatici oppure pensa sia ancora viva una certa arretratezza?
ADP: No, arretratezza non direi. Su questo punto sono più fiducioso: intorno a me vedo molta più dimestichezza che in anni passati, e rispetto a generazioni precedenti.
Penso a mio figlio adolescente, col quale spesso chatto la sera e che mi istruisce sulle ultime novità informatiche. Sono svegli e curiosi, oltre che abili, i giovani italiani.

PI: Allarghiamo un po’ il campo d’analisi. Una recente ricerca della rivista Login dal titolo L’italia che non sa usare il computer descrive un paese anziano, poco incline all’uso del computer e poco capace di fruire di Internet. Alcune teorie, inoltre, prevedono un costante invecchiamento della popolazione che potrebbe in futuro gravare sulla competitività anche tecnologica del paese. Si tratta di una visione pessimistica oppure è il reale stato delle cose? Nel caso, quale strada si deve intraprendere per ovviare a questi problemi?
ADP: Francamente mi sembra un’esagerazione: capisco i problemi oggettivi, capisco l’indubbia arretratezza nell’utilizzo di Internet del nostro Paese rispetto agli standard europei, ma delineare uno scenario che ci tagli fuori dalla competitività perché non si fanno figli mi sembra discutibile. E poi non è vero che non si fanno figli: recentemente, se non erro, il tasso di natalità si era rialzato. Non dimentichiamoci poi che le nuove generazioni saranno composte anche dai figli degli immigrati, che diventeranno a pieno diritto degli italiani, e che, a quanto risulta, sono particolarmente attratti dalle nuove tecnologie.
 
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Wikipedia salvata dal primo emendamento – Dario d’Elia

Lo scorso novembre la Corte Suprema della California aveva riconosciuto che i blogger e i gestori di forum non possono essere denunciati per il posting diffamatorio realizzato da altri; un’interpretazione del Communication Decency Act che ha salvato, pochi giorni fa, Wikipedia dall’ennesima fastidiosa denuncia.

Fuzzy Zoeller, noto golfista professionista, si è alterato dopo aver letto il suo profilo su Wikipedia. L’autore di quel profilo lo aveva descritto come etilista, drogato e manesco. La pur immediata correzione operata dai revisori della piattaforma non è servita a placare lo spirito dell’attempato pro-golfer che ha prontamente intrapreso un’azione contro la piattaforma online, incurante delle conseguenze.

Ma non c’è voluto molto per comprendere che questa azione non era più possibile: la decisione della massima Corte californiana differenzia nettamente le responsabilità legali tra editori (primari) e distributori (secondari). La diffamazione e la calunnia possono essere imputate solo a chi ha redatto manualmente i testi incriminati – anche in caso di ri-pubblicazione degli stessi su altri siti.

Zoeller, quindi, non ha potuto far altro che denunciare l’indirizzo IP da cui è stato elaborato il posting "calunnioso". Colpo di scena: alla fine si è scoperto che questo faceva riferimento alla Josef Silny & Associates, organizzazione per il supporto scolastico internazionale che ovviamente si è dichiarata estranea ai fatti.

Secondo Slyck l’intera storia è un esempio della riaffermazione dei Diritti online correlati al Primo Emendamento, e un reminder sul posting intelligente: quello via proxy.
 
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SIM scadute: ottenuto un rimborso

Una delle conseguenze più vistose del pacchetto Bersani sulle liberalizzazioni nella parte che tocca le TLC è la disposizione secondo cui il traffico telefonico acquistato dagli utenti non è soggetto a scadenza. Una novità che ha iniziato a produrre le prime conseguenze.

Riporta infatti MiaEconomia di come un giudice di pace di Napoli, Riccardo De Miro, sia intervenuto in un caso di SIM scadute, costringendo l’operatore telefonico a rimborsare l’utente che ha fatto ricorso contro la cancellazione del credito telefonico non ancora goduto al momento della cancellazione della SIM.

Come noto, infatti, gli operatori mobili fino ad oggi procedevano in automatico a “chiudere” le SIM prepagate acquistate dai clienti quando questi nel corso di 13 mesi non effettuavano alcuna ricarica del traffico. Una cancellazione che portava con sé non solo il numero di telefono corrispondente alla SIM ma anche il minutaggio telefonico già pagato dall’utente.

Secondo il giudice De Miro questa cancellazione va considerata una clausola vessatoria che non può essere inserita in un normale contratto telefonico. Tutt’alpiù può essere sottoscritta dall’utente con una nota specifica a parte.

Si tratta, niente più niente meno, dell’applicazione della riforma Bersani, laddove prevede appunto che il credito telefonico non sia soggetto a scadenza.

Carlo Claps, legale dell’associazione del consumo Aidacon che ha seguito il caso, ha spiegato che “la diffusione di questa sentenza consentirà agli utenti di poter richiedere gli importi residui sulle schede disattivate, oltre alla richiesta di risarcimento danni per illegittima disattivazione della scheda SIM”.

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