13 febbraio: Giornata mondiale della radio

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Da giovane mi comprai il 45 giri di “Musica Ribelle” di Eugenio Finardi. Pezzo straordinario e coinvolgente, etichetta Cramps, quella degli Area. Incidevano benissimo.

Sul lato B del disco, quello che di solito non se lo filava nessuno, c’era l’altrettanto famosa “La radio”.

Quella che diceva “Amo la radio perché arriva dalla gente”. O anche “E’ che con la radio non si smette di pensare.”

Ecco, io la radio la amo. E’ sempre stata la mia prima fidanzata e sempre lo sarà.

La televisione mi sta sul cazzo. Con la radio penso, scrivo, mi incazzo, commento, interagisco. E’ fresca, genuina, gentile.

Ascoltando la radio ho vissuto la storia. Quella vera. Con Radio Mosca ho ascoltato gli improbabili funerali di Cernenko, con Radio Bucarest la liberazione dal tiranno traditore, con Radio Berlino Internazionale il crollo del muro di Berlino e la scomparsa della DDR, con Radio Montecarlo la morte di Herbert Pagani, con Radio Tirana ho assistito a orde di radioamatori incazzati perché gli avevano invaso le frequenze, sono stato in Venezuela con Ecos del Torbes, mi sono spaccato i coglioni con Family Radio in italiano, ho assistito all’anno dei tre papi (1978) con la Radio Vaticana, ho ascoltato inutili programmi in italiano verso Malta dalla RAI per la “temporanea mancanza di locutori in maltese”, ho sintonizzato stazioni dalla Germania Est che trasmettevano solo numeri, ho studiato il tedesco coi corsi della Deutschlandfunk, mi sono reso edotto sulle ultime novità discografiche di Radio Luxemburg, ho ricevuto tonnellate di riviste inutili da Radio Praga e ho sentito il silenzio assordante delle ricette di Radio Pechino durante la strage di Tien An Men. E poi c’era il programma di jazz della Voice of America (mai potuto soffrire il jazz, io, ma ascoltavo anche quello), e le trasmissioni in un guaraní perfetto, sempre da Mosca, che in estate arrivavano a bomba.

Le onde medie erano calde, avvolgenti. Quelle corte più sfuggevoli e malandrine, difficili da centrare con la manopola della sintonia della radio a valvole dei nonni.

Oltre alla radio ascoltata c’era anche quella “fatta”. Nella bella stagione mi alzavo ogni mattina alle 6,30 per andare a “aprire”. D’inverno, la domenica sera, conducevo assieme ad Alberico un programma fiume che si intitolava “Obiettivamente ma fino a un certo punto”. Ottima musica sceltissima e microfoni aperti per gli ascoltatori e chiunque ci venisse a trovare. Un sera andammo in onda registrati e il povero Sergio venne a farci visita, solo che ci trovò il registratore a bobine (Revox) che andava e se ne andò con le pive nel sacco.

E tante altre potrei raccontarne. Come quando regalai a un bambino una radio di quelle destinate al Terzo Mondo, che si caricavano a manovella, di plastica. Rammento ncora la luce che gli brillava neglio occhi. Aveva la radio. La radio…

Oggi sono molto più pigro e fannullone. Mi bastano pochi programmi e dispongo di un ricevitore che si collega alla rete. Così posso ascoltare Radio Rebelde da Cuba senza alzarmi la notte. Ma anche la stessa Radio Vaticana, non sono mica razzista!

E poi la sera mi addormento con la radio accesa. Io dormo e il Giornale della Mezzanotte della RAI va avanti per conto suo che è una bellezza.

E non poteva che essere “mondiale” la giornata della radio. Quel “qualcosa di molto facile che io posso fare”.

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