Piccoli pignolini crescono

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Il mio ultimo post sul blog “Le balene restino sedute” ha provocato qualche innocua polemica. Mi hanno chiesto rispettivamente:

a) Quali sono le fonti dell’articolo?

Allora, oltre al già citato sito cronacheancona.it [sul post c’è un refuso che non ho voglia di correggere, se mai lo farò quando le acque si saranno calmate] c’era, naturalmente, anche il servizio delle Iene su Blue Whale.

b) Ma le Iene non sono una fonte affidabile.

Lo so e sono perfettamente d’accordo. Ma era l’elemento da cui si è mossa la mia indignazione, non potevo non tenerne conto. Sono quasi costretto a guardare quel programma, e quel filmato in particolare è circolato con molta insistenza negli ambienti adolescenziali che frequento. Non mi interessava avere una fonte autorevole (nel caso cercavo l’ANSA o la Reuter), mi interessare partire da una serie di informazioni il più possibile comuni a chi mi leggeva.

c) E infatti Paolo Attivissimo ha dimostrato che la notizia del suicidio del ragazzo di Livorno non era necessariamente legata a Blue Whale.

A parte il fatto che da un po’ di tempo a questa parte Paolo Attivissimo m’ha fatto du’ zebedei a questa maniera, non mi pare sia stato detto nulla, al contrario, sulla ragazza di Pescara fermata in tempo e ricoverata ad Ancona. Se anche solo quella notizia fosse vera basterebbe e avanzerebbe per giustificare tutto il vespaio che si è mosso intorno al servizio delle Iene.

d) Sta di fatto che hai dato una notizia falsa.

Io non sono un’agenzia di informazione, io non sono Paolo Attivissimo, io sono un blog(ger) e sul mio blog posso basarmi anche sul sentito dire o sulla vox populi. Se volete uno smascheratore di bufale on line, semplicemente, quello non sono io.

e) La fotografia che hai messo a corredo del post è un falso.

E chi se ne frega?

f) Cancellerai o correggerai il post?

Ma non ci penso nemmeno lontanamente.

(no, per dire..)

Le balene restino sedute

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E allora non si fa altro che parlare di Blue Whale. La gente è scandalizzata ma non ancora sufficientemente schifata, evidentemente. Non si è ancora arrivati a toccare il fondo di una realtà fin troppo orribile di per sé. La guardiamo, ce ne distacchiamo, rimaniamo orripilati ma ci limitiamo a quello. In fondo ce lo fanno passare solo per un “gioco”. Un gioco, sì, uno di quelli ollàin, di quelli che fanno tendenza, di quelli che fanno figo, inventato da un delinquente che adesso è in galera e che non si pente minimamente del suo gesto, anzi, lui dice di aver ripulito la società dai parassiti (vedi giudizio human come spess’erra?), un gioco che in cinquanta mosse porta i partecipanti minorenni al suicidio, a buttarsi dall’ultimo piano del palazzo più alto della città, attraverso notti insonni passate a guardare film horror, ad ascoltare musica deprimente, a vedersi manipolare il cervello fino a ridurselo in pappa duttile e malleabile, a incidersi sul corpo vari disegni facendosi del male senza nessun altro scopo che arrivare alla soluzione finale, cazzo quello non è un gioco. Quella è una roba che bisogna identificare i responsabili e punirli duramente, non ci son Cristi che tengano. E’ successo a Livorno, mica cazzi, che un ragazzino di 15 anni si sia buttato giù dal grattacielo di piazza Roma (Piazza Matteotti) al culmine del suo percorso di “gioco”.Ti danno una specie di “tutor” che ogni giorno ti rende edotto sulla cazzata che devi fare e tu la fai. Fino ad arrivare al cinquantesimo giorno in cui te ne vai. Semplicemente. Però hai almeno la soddisfazione che qualcuno ti riprende mentre fai il volo finale e pubblica il video su Facebook o su qualche altra baggianata di social networking, vaffanculo, gliela darei io a loro la soddisfazione. C’è una ragazzina che abita nel pescarese che è arrivata a un passo dal cinquantesimo giorno, l’hanno presa per i capelli e ricoverata nel reparto di Neuropsichiatria infantile di un ospedale nell’anconetano. Ha solo 13 anni, cazzo, e allora questi stronzi sì che ci si sanno mettere con i più deboli, con chi aderisce al programma di morte solo perché vuole provare qualcosa di forte, perché vuole sentirsi figo/a e perché la vita di tutti i giorni, evidentemente, non è abbastanza interessante, cazzo ci avranno nella testa anche questi ragazzini lo sa solo il padreterno. Su un sito denominato “cronacheancora.it” leggo che “Non è escluso che parta un’indagine…”. Minchia, “non è escluso”? Ma l’indagine la devono fare e subito, altro che “non è escluso”! E sono storie così, a distrarci schifati ogni giorno. “Sì, è terribile, ma non ci si può far niente, è la tecnologia, questi ragazzini sono malati, stanno sempre accanto al  loro cellulare (e tu tògliglielo, contròllaglielo, fai qualcosa, pirla!), non si sa che cosa ci facciano (e prendersela un po’ con la nonna o con la zia che glielo ha regalato nel giorno della sua prima santa Comunione no, eh??), il mestiere di genitore è difficile (cazzo, ma te ne accorgi se tuo figlio ha dei tagli sulle braccia o sul resto del corpo, o vuoi dirmi che non vedi mai tuo/a figlio/a nudo??), però è certamente orribile, sissì…, ora scusate ma mi è arrivato un tweet!”Perché in fondo in fondo è solo un “gioco”, vero?

“Pur tra quei Boschi il ritrovarsi sola” (Ariosto, Orlando Furioso)

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Certo che questo è un governo strano. Ogni volta che qualcuno dei suoi componenti viene coinvolto in una qualche inchiesta giornalistica o in una rivelazione dello stesso tenore, ricorre subito allo strumento (vecchio, ma sempre temerario) della querela. Sono le classiche formule di rito a farla da padrone: “Se ne occuperanno i miei legali” “Ho già dato mandato ai miei avvocati” “Chiederò lumi ai giudici di merito”.

Era già capitato settimane or sono al ministro Madia, che si era vista attribuire un bel tot di citazioni dalla sua tesi di dottorato ad altri autori precedenti, senza che queste citazioni venissero corredate dalle opportune citazioni, virgolettate come si deve, o comunque inserite in un contesto di cotale prestigio in modo che si capisse, anche solo attraverso una lettura di pura fruizione, dove finiva la citazione e dove cominciava il discorso originale di Madia. Qualcuno ha parlato di “plagio”. Di certo c’è che l’accusa portata avanti dal “Fatto Quotidiano” è stata corredata da una serie considerevole di slides in cui i testi di provenienza e di destinazione venivano messi a confronto e le concordanze (! -toh, poi c’è sempre qualcuno che mi chiede a che cosa servono…-) delle due fonti risultavano più che evidenti. Insomma, c’erano elementi oggettivi a sostegno di quella che era l’accusa. Naturalmente nessuna risposta, né dall’interessata né dal suo entourage universitario, nel merito di quanto contestato. Semplicemente la solita dichiarazione di avere intenzione di rivolgersi alla giustizia (civile? penale??) e il discorso si chiude lì, anche perché la pletora dei quotidiani di regime non ha minimamente reagito alla rivelazione riprendendo la notizia o stigmatizzando un possibile comportamento, seh, non sia mai, guai ai vinti e viandare.

Accade ora che la componente del governo (chè ministro non lo è più) Maria Etruria Boschi viene additata a pagina 209 del libro “Poteri forti (o quasi)” di Ferruccio De Bortoli di essersi adoperata, da ministro, presso Unicredit Banca dell’acquisizione di Banca Etruria, di cui era vicepresidente il padre e in cui lavoravano il fratello e la cognata. Circostanza smentita solo da lei. Nemmeno il suo mentore Matteo Renzi l’ha difesa espressamente, limitandosi a dire, in una intervista sul “Foglio”, che Ferruccio De Bortoli ce l’avrebbe con lui per non si sa quale non ben meglio specificato motivo (e quindi avrebbe utilizzato l’arma della vendetta trasversale giornalistica, sì, sì…). Non l’ha difesa neppure Ghizzoni di Unicredit che non si è subito precipitato a smentire, come ci si sarebbe aspettati da lui.

Ora, se c’è una cosa da sottolineare è che Ferruccio De Bortoli è un giornalista di quelli seri e con la schiena dritta. Per questo si fa vanto delle tante querele ricevute: perché gli dànno, a suo dire, la possibilità di difendere quello che scrivve nelle aule di giustizia, in un contesto pubblico e in un pubblico dibattimento. Chapeau.

Ora, perché non si verifichi la fattispecie di reato (o, se si vuole, il danno civile) di diffamazione nei confronti della Boschi, bisogna per prima cosa che quanto affermato da De Bortoli sia vero. E qui non siamo in un caso come quello della Madia in cui basta pubblicare per rendersi conto. Qui bisogna fidarsi delle fonti. E De Bortoli dice di averne di inoppugnabili e incontestabili. E di De Bortoli, lo ripeto, c’è da fidarsi. Ma allora viene da chiedersi perché la Boschi non l’abbia ancora querelato e, nel caso, chi avrebbe querelato al posto suo. La querela, in questo caso, resta comunque l’unica (e, comunque, sempre più debole) arma di difesa in un caso del genere. Perché delle due l’una, o quella rivelazione è vera o è falsa. Se è falsa hai ragione tu che hai querelato, se è vera hai torto, a meno che De Bortoli, nel rivelare quelle circostanze, sia trasceso da quella che è la “continenza verbale”, fatti salvi il suo diritto di critica e anche di satira che sono sacrosanti. Ma De Bortoli è giornalista di lungo corso e queste cose le sa, non si sputtana certo con una battutina di gusto mediocre.

E per la prima volta la querela diventerebbe un mezzo per fare chiarezza, non per mettere una pietra tombale sulla voce di chi, semplicemente, per mestiere o per vizio, denuncia che il Re è nudo. Proprio perché non ci sono prove in un senso o nell’altro. E allora, finalmente, saprem(m)o. O forse mai.

Sveglia Beppe, ci riènno!! […e io di vi, e io di và….]

da: Wikipedia - Licenza Creative Commons Attribute 2.0

da: Wikipedia – Licenza Creative Commons Attribute 2.0

Dunque rièccolo. Col solito risolino da eterno boy-scout (o eterno Testimone di Geova, vedete un po’ voi) è uscito dalla porta dove era stato sospinto a viva forza da un referendum plebiscitario, per rientrare dalla finestra di una milionata di voti di fedelissimi alle primarie di un PD sgangherato e incapace.

Da bravo boy-scout usa un linguaggio tutto suo, al limite del cybercriptico: osate criticarlo? Siete dei ROSICONI. Pensate, per caso, che il bicameralismo perfetto sia un valore da conservare? Dovete essere come minimo ROTTAMATI. Ci manca solo che se ne esca con saluti e formule giovanil-di tendenza come “sciàlla!” e poi siamo a posto.

Adesso ci dirà, ripetendocelo fino alla nausea, che lui ha vinto le primarie, e che lui ce l’aveva detto, che il popolo è con lui, che lui ora può determinare a priori la durata del governo Gentiloni, anzi, che lo decide lui quando andare alle elezioni, che lui è il candidato premier del Partito Democratico, che lui è perfettamentre responsabile dei suoi tweet che intasa di immagini della Boschi che vota per lui, o di ringraziamenti oceanici al popolo, e che, soprattutto, la sonora sconfitta presa alle urne italiane con il referendum del 4 dicembre è ben poca cosa rispetto alla radiosa vittoria rimediata alle primarie, anzi, ce ne siamo già dimenticati, anzi, noi non siamo né a destra né a sinistra, noi siamo oltre, possibilmente cattolici, vivi, loquaci al limite della logorrea, e vincenti.

E’ ricominciata l’era di questo omino di Pontassieve che cominciò la sua carriera presenzialista con una partecipazione alla “Ruota della Fortuna” presentatata da Mike Bongiorno, e noi non ce ne siamo quasi accorti, salvo magari un piccolo rigurgito acido che ci prende di notte, ci lascia senza fiato e noi che ci domandiamo anche il perché.

E’ ricominciata nel primo maggio più lugubre degli ultimi anni, quando il ritorno a come eravamo prima ha oscurato il tema del lavoro e in pochi si sono accorti che a Portella della Ginestra i sindacati festeggiavano sì, ma dopo 70 anni dei mandanti della strage non c’è ancora traccia.

Buona festa del Jobs Act!

Libertà d’espressione vo’ cercando

Un'immagine di Gabriele del Grande tratta da Wikipedia

Un’immagine di Gabriele del Grande tratta da Wikipedia

A me il 25 aprile è sempre piaciuto.

Sarà perché, da che io ricordi, c’è sempre stata un’aria primaverile e friccicarella. O perché il 25 aprile ti accorgi che è giusto cantare “Bella ciao” a Adele Marie (ah, Adele Marie è mia figlia, ha un anno!) che batte le manine anche se non sa perché. O anche perché è il compleanno di valeriodistefano.com ed è una data che ti ricorda che bene o male qualcosa di buono l’hai fatto e che il blog è ancora in piedi (anche se i soliti paladini delle libertà hanno tentato di sparargli alle gambe).

Insomma, mi piace l’idea di avere una Liberazione con la maiuscola da ricordare e di essere una persona libera grazie al sacrificio di tanti che adesso non ci sono più (“e questo è il fiore/del partigiano/morto per la li-ber-tà”).

Poi oggi è anche bello festeggiare un’altra liberazione (con la minuscola, stavolta, ma non meno importante), quella di Gabriele Del Grande dalle carceri della Turchia, dove qualcuno cercava evidentemente di raggiungere qualcosa di più prezioso della sua libertà personale, la sua libertà di opinione, di critica e di denuncia (se no non lo avrebbero tenuto una dozzina di giorni recluso senza nemmeno la formulazione di un capo di imputazione).

Perché oggi ci teniamo un po’ tutti di più alla libertà di dire, di esprimersi, di parlare, di criticare, magari anche di sbeffeggiare e di fare satira. Però poi domani ricominciamo tutti a prenderela con quel giornale che ha pubblicato quelle cose che non ci stanno bene, con quell'”amico” di Facebook che ci ha “imbrattato” la bacheca delle sue opinioni politiche, no, ma come si permette, una bacheca così onorata, ricominceremo con le sempiterne solfe del “ma Lei non sa chi sono io, badi a come parla, io la querelo!”

Nulla di nuovo. Se solo non ricordassimo (e nonce lo ricordiamo!) che quello che siamo lo dobbiamo proprio al 25 aprile: bentornato Gabriele (e Adele Marie batte ancora le manine).

Benigni diffida Report. Anzi, no, lo querela

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Pare che Roberto Benigni abbia diffidato Report dal trasmettere una certa inchiesta con “notizie false e gravemente diffamatorie” (secondo quanto riferito dall’avvocato dello stesso Benigni). Nonostante la diffida il programma è andato in onda lo stesso, quindi Benigni e la moglie hanno dato mandato al loro legale (Michele Gentiloni Silveri, cugino dell’attuale Primo Ministro) di depositare una querela nei confronti di Giorgio Mottola e di Sigfrido Ranucci.

Questi i fatti. Quali siano questi contenuti così sommamente diffamatòri non lo sappiamo né, devo dire, ci interessa particolarmente.

Quello che (invece) sì, ci interessa, è la dinamica dell’azione legale così come si è sviluppata.

Premetto che considero l’istituto della diffamazione, così per come è strutturato e concepito oggi, uno strumento di esercizio di potere nelle mani del più forte nei confronti del più debole. Poi, che sia Benigni che Report deboli non lo siano affatto, è un’altra verità che va tenuta in debita considerazione. Ma anche tra loro c’è un certo grado di soccombenza reciproca, laddove Report è trasmissione giornalistica (non di regime) realizzata con contenuti autonomi e svincolati dalle direttive della RAI, e Benigni, invece, è l’artista che, anche se suppostamente danneggiato, esercita un’azione di forza sul tema della libertà di espressione, di cronaca e di critica.

Benigni non querela subito, come sarebbe suo diritto. In fondo di esercitare un diritto gli importa poco. E’ disposto a rinunciarvi con l’atto di diffida, che è un qualcosa per dire “Guarda, non mettere in onda quei contenuti, astieniti dal parlare e non ti accadrà niente”. Solo successivamente, quando l’avvertimento è stato bellamente ignorato, il diffidante agisce (“Non hai voluto fare quello che ti ho detto, questa è la conseguenza del tuo rifiuto”, quando non addirittura una cosa del tipo “Io non volevo, sei tu che mi hai costretto”).

Se lo scopo di Benigni era quello di esercitare il suo sacrisanto diritto a non sentirsi diffamato, avrebbe potuto presentare direttamente una querela alla magistratura. Ha mezzi e possibilità per farlo (come tutti, ritengo), e come tutti è uguale davanti alla legge, non ci piove. Senza pretendere di censurare nulla in anticipo, ma semplicemente prendendo atto di una situazione e agendo di conseguenza. Il danneggiato fa così. Anche perché sa che, in astratto, una causa potrebbe anche perderla.

E invece in questo modo il danneggiato è Report, perché anche dal suo punto di vista quel contenuto è vero o, comunque, legittimo. E non era diritto di Benigni inibirne la messa in onda. E allora chi è che decide se una cosa è diffamazione oppure no? Semplice, il Giudice. Neanche il Pubblico Ministero (che, tutt’al più, può decidere se una querela è meritevole di essere accolta o meno).

Viviamo, purtroppo, in un clima in cui l’informazione corretta e coraggiosa è tale solo quando riguarda gli altri, ma quando riguarda noi siamo pronti ad adirarci, a sbraitare, a ricorrere ai magistrati, a diffidare, a pretendere correzioni, e a urlare alla notizia falsa, che va tanto di moda.

Del resto, fu proprio Benigni (assieme alla moglie Nicoletta Braschi), nel 2011, a firmare un appello quando Report era incalzato costantemente dal governo di centrodestra. Senza contare la totale mancanza di (auto)ironia con cui Benigni, una volta che Report ha ficcato il naso negli affari propri, ha trattato la questione. Cioni Mario di Gaspare fu Giulia, non sarebbe certamente arrivato a tanto.

Note a margine della tesi di dottorato del Ministro Madia

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Avrei voluto scrivere, e a lungo, sulla vicenda della tesi di dottorato del Ministro Madia che presenterebbe ampie parti coincidenti o molto simili a quelle di altri studiosi suoi precedenti.

Dicevo, avrei voluto scrivere ogni volta che ci fosse stata qualche novità rispetto a quanto emerso dalla indagine del Fatto Quotidiano, e che mi pare ben documentata, di quelle documentazioni che ti fanno andare “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Avrei voluto farlo ma non l’ho fatto. Perché il tema mi tocca particolarmente e, dato che ho una certa sensibilità al riguardo, ho preferito tacere.

Oggi però un paio di cosette le vorrei dire.

La prima è che il copiare in una tesi di laurea o in un qualsiasi altro lavoro scientifico è un atto riprovevole e contrario a qualsiasi forma di rispetto del lavoro altrui e di decenza accademica. L’unica volta che ho copiato in vita mia fu durante un compito di matematica alle medie. C’era da sommare un quarto più un quarto e il mio compagnuccio scrisse un ottavo. Io, pur molestato dal dubbio, lo ripresi pari pari e la professoressa, che Dio la conservi, mi diede quattro (e fece bene!). E’ fondamentale sapere SEMPRE cosa va dentro e cosa va fuori le virgolette e ande da dove lo si è preso e chi l’ha scritto. Non basta, come si è difesa la Madia, citare quei lavori in bibliografia. Perché in bibliografia metti le opere che hai consultato (e si spera che tu le abbia lette una per una), ma non tutto di quello che hai consultato l’hai citato e il tuo lettore deve sempre avere sott’occhio il percorso che stai facendo, sapere se a parlare sei tu o una tua fonte.

La seconda è che non mi piace per niente la piega che sta assumendo il prosieguo della vicenda. Lo stesso giorno dell’uscita delle 45 slide con la collazione del testo-Madia e del testo originale fatta dal Fatto Quotidiano, la Madia ha annunciato querela. Non so se poi l’abbia anche proposta, come sembra, ma di certo davanti a una mole davvero impressionante -o, se vogliamo essere cauti nel parlare, consistente- di dati non c’è stato un commento che fosse uno che andasse nel merito. Nessuno che abbia detto “Al contrario di quello che afferma il Fatto qui le virgolette ci sono” oppure “qui non è vero che manca la citazione”. No, si è passati subito dalle contestazioni al “Valuteranno i giudici”. Che, per carità, è anche un diritto (come ho scritto quella sera stessa alla Madia via Twitter), ma non permette di dare una risposta alla domanda “Quel lavoro è stato copiato? [e per dare una risposta a questa parte di domanda basta la documentazione messa a disposizione del Fatto]. E se sì con quale grado di mala fede, ma, soprattutto, a quale scopo?”. Sono cose che non sapremo mai.

Fatto sta che proprio quella sera non ce l’ho fatta a tenere i polpastrelli lontani dall’account Twitter della Madia e le ho scritto “Suo diritto ricorrere ai giudici. Ma se dovesse perdere (come credo) la causa, che fa, si dimette? L’articolo mi pare ben documentato.” Tutto lì. Mi hanno risposto dei fan piuttosto incazzati chiedendosi chi mai io fossi per poter presagire che non ci fosse materiale per permettere alla botticelliana di riscattare il suo onore e quello della sua tesi stralciati. LA risposta è semplice. Sono un lettore, ho visto il materiale a corredo degli articoli, mi pare che le accuse siano provate, viviamo in un paese in cui esistono ancora la libertà di espressione, di critica e perfino di satira, la Madia è un personaggio pubblico, quindi quella notizia e quella documentazione sono di pubblico interesse. Mi hanno dato del verme, dell’incompetente, di tutto di più. Ma la cosa più fastidiosa sono stati i continui like e le notifiche dei retweet. Ovviamente non riguardavano il mio intervendo, ma quelli dei miei detrattori, e più detrattori avevo più fili-PD andavano ad insozzarmi la bacheca con i loro “bravo!”, “Oh, sì, come dici bene!!” “No, sei più brava tu!”, “No, guarda, come sei bravo tu non ce ne sono…” E così via.

Ho dovuto togliere il mio intervento per aver espiato la pena (non potevo stare a cancellare centinaia di notifiche, Twitter è uno strumento che serve ad altro!), ma ve ne do contezza in questo post. Almeno tra di noi ci si capisce!

L’inno del corpo sciolto

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E’ successo nella scuola in cui lavoro:

un alunno chiede il permesso di andare in bagno, lo ottiene e una volta lì fa quello che deve fare. O meglio, lo fa ma decide, già che c’è, di imbrattare -non si sa con quali acrobazie ginniche- il bordo del water e le pareti intorno. Risultato: un merdaio stratosferico che il Nostro, evidentemente orgoglioso di aver fatto la cazzata dell’anno, decide di fotografare, si sa mai che i posteri non abbiano a ricordarlo proprio per quello che già considera il suo capolavoro assoluto.
E infatti manda la fotografia ad alcuni dei suoi contatti su WhatsApp: facile, veloce, e certamente più pulito dello stercolàio di cui sopra. Solo che uno di questi destinatari ha, anche lui, una illuminazione geniale assoluta: questo prezioso materiale iconografico non può restarsene così, a essere guardato solo da sette o otto persone, silente e maleodorante per conto suo, no, deve essere per forza (o per amore, si veda il caso) guardato e annusato dal pubblico di Facebook e per permetterlo non si accontenta, no, di infilare la fotografia nel suo profilo personale, ma ci “tagga” anche la pagina FB della scuola. Ci mette, di contorno, due o tre frasette così, tanto per fare ed il gioco è fatto.

Perché ormai non ci si accontenta più di fare le cazzate fini a loro stesse, no, non si sta bene neanche a chiacchierarne tra pochi intimi, come si faceva una volta che si andava a scambiare quattro ciacolade sulle proprie bravate al bar, adesso le cazzate non sono autenticamente cazzate se non le fai coram populo, davanti a tutti, anzi, più persone ti vedono, che in quel momento stai facendo una cazzata, più sei contento. E non importa che si parli male di te o ti si dica che stavolta hai proprio esagerato, no, l’unità di misura della portata delle proprie azioni sono i “like”, che amplificano la portata dell’attenzione su un cesso intasato in un bagno scolastico di provincia. Bisogna essere come minimo “virali” (come si dice oggi utilizzando un termine orrendo) e contagiare, smerdandolo, anche l’ignaro visitatore che si trova a passare di lì per caso.

Senza contare che tutto ciò che è virale non è solo una malattia. Peccato che lo si usi per apparire agli occhi della gente come infinitamente sprovveduti.

Ladri di biciclette

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A Rimini un parrucchiere egiziano è stato derubato della propria bicicletta. Era un mezzo che gli serviva per andare a lavorare ed aveva anche un certo valore commerciale. Disdetta. Gli si presenta davanti un tunisino che precisa di non essere il ladro di bicicletta che viene ricercato dal proprietario e dalle forze dell’ordine, ma che può fargli riavere il velocipede dietro versamento di 70 euro (dia, dia, dia qui…). Per tutta risposta il parrucchiere, esasperato, lo chiude nei suoi locali commerciali, chiama i carabinieri e aspetta il loro arrivo. I carabinieri effettivamente arrivano, e altrettanto effettivamente arrestano il tunisino profittatore. Solo che al parrucchiere egiziano dopo tre giorni arriva un avviso di garanzia in cui si ipotizza a suo carico il reato di sequestro di persona.

Nel Lodigiano -è cronaca recente- il gestore di un’osteria (che fa anche da ristorante, bar e tabaccheria) viene derubato, di notte, da degli individui (poi si accerterà che sono di nazionalità romena) che mirano a portarsi via delle cose di poco valore. Sigarette, per lo più. Il gestore è armato di un fucile da caccia (e che quindi dovrebbe poter utilizzare solo per l’attività venatoria). Non si sa come siano andate le cose, fatto sta che dal fucile da caccia del gestore parte un colpo che raggiunge uno dei malviventi alla schiena e lo ammazza quasi sul colpo. Una disgrazia, si dice. “Non volevo ucciderlo”, si difende il ristoratore. Ma per lui è subito pronto un avviso di indagine per omicidio volontario. La Regione Lombardia gli permetterà di accedere ai fondi del Pirellone per pagare la difesa.

In entrambi i casi la reazione della gente è esagerata. Tutti regolarmente a favore del parrucchiere egiziano e del ristoratore lodigiano. “Ma come, non si è più neanche liberi di difendere la propria proprietà che subito ti sbattono in galera con le accuse più infamanti?”

Ecco, io della gente che la pensa così ho una paura fottuta. Perché non solo mi sembra normale che delle persone che abbiano commesso un reato, sia pure per difendersi da un altro reato, vengano indagate, ma mi sembra perfino giusto e doveroso. Questo sì che corrisponde a quella definizione di “atto dovuto” con cui molti magistrati amano infarcire le giustificazioni dei loro atti, soprattutto quando questi ultimi risultano incomprensibili. E che c’entra pagare le spese legali a una persona che, per carità, sarà anche la più onesta del mondo, anzi, senz’altro sarà più onesta di me, ma che in conseguenza a una sua imperizia (il fucile era carico? E perché) ha fatto sì che morisse una persona? Forse che il privato cittadino che viene indagato per qualunque causa può rivolgersi alla sua regione per farsi pagare le spese legali? No, se le paga lui e basta. Dice “ma quelli volevano rubare”. Ho capito, ma un cartone di sigarette vale una vita umana?? E di che cavolo di “legittima difesa” si viene a parlare? Se c’è legittima difesa vuol dire che dall’altra parte c’è stata una “illegittima offesa”, ma le due azioni non sono proporzionate. Non è possibile che uno che per una azione rischia da 6 mesi a 3 anni di carcere più la multa e se la può cavare con un patteggiamento e una sospensione condizionale della pena debba essere ucciso da un privato citadino che pretendeva di farsi giustizia da solo. E tutti ad applaudire (tranne per il caso del parrucchiere egiziano che, si sa, era egiziano, per di più derubato da un tunisino, quindi quasi un connazionale, per il nostro modo di vedere le cose) tutti a dire “Siamo con te”, tutti a sottolineare che si vive in uno Stato ingiusto in cui ormai, signora mia, cosa vuole, non si è più nemmeno liberi di sparare un paio di schioppettate e ammazzare chi ci pare.

Così, ogni giorno, rinchiudiamo a chiave nei nostri locali o pigliamo a fucilate il nostro Stato di diritto, quello che scrive sugli articoli del Codice Penale “Chiunque…” che vuol proprio dire “qualunque persona”, non “Qualunque persona eccetto i ristoratori derubati o i parrucchieri derubati della bicicletta”. “Ma io non sapevo… io non volevo….” e certo. DOPO non sa e non vuole mai nessuno. Ma il Poeta ci insegna che “bisogna saper scegliere in tempo/non arrivarci per contrarietà”. Vite distrutte.

Fake news: il ddl della vergogna

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Il ddl contro le “fake news” (o “bufale”, come amano chiamarle gli attivissimi della lingua italiana) è al Senato.

Tragico ma vero, un pugno trasversale di senatori è riuscito a portare in aula un testo che più raffazzonato non si può e che fa acqua da tutte le parti. Il tutto allo scopo dichiarato di evitare la diffusione di notizie false e che possano suscitare allarme sociale nei media.

Di fatto la situazione è ben diversa, e i primi a farne le spese saranno i blog e i forum. Ma lo vedremo man mano analizzando alcune parti del ddl che mi sembrano determinanti (ci divertiremo!)

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Primo firmatario del documento è Adele Gambaro. Eletta tra le file del M5S è stata successivamente espulsa con una votazione via internet dal blog di Beppe Grillo. Ha fatto anche altre cose degne di nota, come votare la fiducia al governo Letta e, perché no, un pochino anche a quello di Renzi. Così, tanto per non farsi mancare nulla.
E’ una donna, dunque, che è stata eletta mediante le strategie del web e che da un blog ha avuto la sua delegittimazione.
Non sorprenda, dunque, che il nome della Gambaro figuri in testa all’elenco di chi appoggia e sottoscrive in aula il testo normativo.

C’è anche la simpaticissima Serenella Fucksia (astenuta nel dicembre 2014 sul voto del Jobs Act, astenuto al disegno di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, anche lei espulsa dal Movimento) che nel 2013 difese Roberto Calderoli che aveva definito un “orango” l’allora Ministro Kyenge. Ce ne occupammo allora proprio qui nel blog. Wikipedia (sempre lei) scrive che “Ha, inoltre, più volte criticato la mancanza di un vero confronto di merito sui contenuti legislativi e denunciato preoccupazione per «i fanatici della rete»,definendolo «l’aspetto più critico del Movimento cinque stelle»”.
Meglio dunque porre mano a questo web e cercare di appoggiare l’operato della collega.

E che dire di Anna Cinzia Bonfrisco? Che nel 2007 fu quella che in piena aula di Palazzo Madama diede dell'”assassino” al magistrato D’Ambrosio (“Sei un assassino, assassino. Sei un criminale. Oggi è il tuo giorno”).

Come non ricordare, poi, la storica frase pronunciata nella trasmissione televisiva “Agorà” dalla senatrice Laura Puppato? «Le nostre riforme elimineranno la presenza fisica dei militanti leghisti». A parte la non democraticità di un enunciato del genere sulla bocca di chi di democratico si vanta di appartenere addirittura ad un partito intero, c’è da dire che all’enunciazione non sono poi seguiti i fatti. E questo è sotto gli occhi di tutti.

Ma tra i sottoscrittori colpisce soprattutto la presenza della firma di Rosaria Capacchione, giornalista e Senatore della Repubblica, costretta a vivere sotto scorta a causa della sua attività contro la camorra, e che ora si è buttata a difendere un ddl dal testo liberticida, azione che certamente non fa onore alla sua sofferenza e, come accade per tutti gli altri cofirmatari, ai soldi (pubblici) con cui viene pagata per fare il suo lavoro di parlamentare.

Last, but not least, evidenziamo, tra il gruppo dei proponenti, il nome di Antonio Razzi, ormai più famoso per l’imitazione di Crozza che come parlamentare. L’amico della Corea del Nord, che ha definito il suo dittatore un “moderato” e che ha negato l’esistenza nel paese di campi di prigionia («ci sono serre di pomodori grandissime, mai viste così grandi, saranno quelle, le scambiano per lager».).

controllo

La parola chiave dell’introduzione al testo del ddl è “controllo”.
E’ un dato che fa pensare (o lo vedi se anni e anni dedicati a fare le concordanze dei testi son serviti a qualcosa?) soprattutto se lo si associa a tutte le lodi sperticate che il legislatore ha fatto al lato positivo della medaglia di internet. Il testo è chiaro, ed è un ritornello sentito e risentito: la “libertà di espressione” non può essere “sinonimo di mancanza di controllo”.
Sembrerebbe quasi che ci sia una sorta di vuoto legislativo da riempire a tutti i costi con un qualcosa che normasse quello che normato non è. Invece le leggi ci sono: se una notizia falsa lede la dignità di una persona (ad esempio: “Tizio ha rubato le ciliegie dall’albero nel campo del vicino”) quella persona può sempre agire in giudizio per diffamazione.
Perché,  dunque, c’è bisogno di “controllo”? E perché sottolineare che il “controllo”, nel campo dell’informazione, significa avere il diritto a una informazione corretta? Sono cose che il mondo della rete conosce perfettamente: i giornali per deontologia professionale, i blogger perché hanno delle responsabilità oggettive nei confronti di chi legge.
La rete si autoregola: una notizia falsa e 100 notizie, post, riferimenti, link che ne evidenziano la menzogna. Funziona così. Solo chi non la conosce ha bisogno di regolamentarla. E le bufale si smontano con i fatti. Da sempre.

art1

L’articolo 1 del testo presenta una incongruenza evidente: inizia con il classico “Chiunque” delle norme penali e finisce, al comma 3, per stabilire chi è escluso dall’applicazione della norma stessa, ovvero le testate registrate on line.
In breve, rischia 5000 euro di ammenda chiunque pubblichi notizie “false, esagerate o tendenziose”, ma se il chiunque è una testata registrata in Tribunale, non rischia proprio un bel niente.
Il ddl, dunque, si rivolge a quei prodotti editoriali di rete come il blog o come i forum.
E qui si aprirebbe già un maremagnum di domande.
In primo luogo CHI stabilisce e con QUALI CRITERI se una notiza è falsa, o anche semplicemente esagerata? Il magistrato che dovrà applicare la norma, non ci sono dubbi. E non ci sono dubbi anche che pioveranno sui tavoli dei magistrati tonnellate di rimostranze e di denunce (si sa, la gente intanto ti querela, “poi si vedrà cosa succede”…)
E poi: se un blog riprende una notizia falsa pubblicata, ad esempio, da un quotidiano on line, perché dovrebbe essere punito chi lo cura e non il quotidiano che ne è fonte? E’ vero o non è vero che tutti i cittadini (e i soggetti giuridici) sono uguali davanti alla legge? E si potrebbe andare avanti ancora. Ad esempio ci si potrebbe chiedere legittimanete se diffondere o pubblicare una notizia falsa su Facebook, Instagram o Twitter (che sono, a modo loro, delle piattaforme di blogging) rientri o no in quanto previsto da questo articolo.Nulla di nuovo sotto il sole.

art2

L’articolo 2 allarga le fattispecie di delitto. Diciamo che mentre l’articolo 1 punisce la pubblicazione “semplice” di notizie false, esagerate o tendenziose, l’articolo 2 si occupa di quelle notizie false che possono destare pubblico allarme, fuorviare settori dell’opinione pubblica o aventi ad oggetto campagne d’odio.
E qui la pena massima è sempre dei famosi 5000 euro di ammenda a cui, però, si aggiungono 12 mesi di “reclusione”.
In breve, si affaccia nel testo di legge la parola “galera” (o qualche suo improvvisato equivalente, lo vedremo più avanti). Mentre in Italia il reato di ingiuria è stato addirittura depenalizzato ed è venuta meno l’ipotesi detentiva, potrei rischiare la “reclusione” se solo scrivessi (come ho già scritto) che l’omeopatia non funziona. Che è una notizia vera, ma siccome c’è gente che afferma esattamente il contrario e che è pronta a giurare che su di lei l’approccio omeopatico ha funzionato a dovere, il mio affermare l’inefficacia dell’omeopatia potrebbe destare allarme negli adepti, che costituiscono un settore dell’opinione pubblica e via discorrendo. Non parliamo poi dei colossi farmaceutici paladini dell’omeopatia che con questa legge andrebbero soltanto a nozze.
E’ ovvio che quello dell’omeopatia è solo un esempio, e, per carità, non pretendo nemmeno che sia calzante. Ma “reclusione” in casa mia ha un significato ben preciso e in Italia qualcuno rischierà di nuovo il carcere per una notizia. Non saranno più i giornalisti di professione, saranno i poveri cristi, gli incazzati o i malati di protagonismo digitale. E non dovrebbe essere illecito penale l’essere malati di protagonismo, se no io sarei già condannato all’ergastolo.
E poi mettiamo i puntini sulle “i”. Quel brav’uomo del professor Mario Simoni che mi insegnava diritto al liceo, mi spiegava che in Italia l'”ammenda” va con l'”arresto”, e la “multa” con la “reclusione”. “Ammenda” e “reclusione” non possono andare insieme.

art3

L’articolo 3, poi, è il più eccentrico di tutti. Introduce l’obbligo per chi apre un blog, un forum, un sito web o una qualsiasi altra “piattaforma informatica destinata alla pubblicazione”, di comunicare al tribunale, entro 15 giorni dall’apertura, nominativo, domicilio, codice fiscale e indirizzo di PEC di chi lo gestisce. Il tutto allo scopo manifesto di “contrastare l’anonimato”.
Anche qui vagonate di comunicazioni ai Tribunali nello sciagurato caso in cui la legge dovesse entrare in vigore come tale e così come è approdata alla discussione in Senato. Il numero di siti e pagine web aperti ogni giorno in Italia è ancora considerevolmente elevato e un obbligo del genere manderebbe in tilt le cancellerie degli organi di giustizia ovunque diffusi, impegnati a doversi gestire tonnellate di messaggi di PEC.
E poi perché mai si dovrebbe “contrastare l’anonimato”? L’anonimato è un diritto soggettivo specifico. Se io immetto della informazione in rete ho tutto il diritto di non farmi riconoscere (magari usando uno pseudonimo, così si adopera lo pseudonimato) che non significa non essere punito o punibile. La magistratura può facilmente accedere ai dati di chi ha registrato un sito web, anche se questi dati non sono pubblicamente disponibili.
La gente maschera il proprio numero di telefono ogni giorno se non vuole farsi riconoscere, e nessuno ci trova niente di strano.
Dunque i dati vanno non solo comunicati ma anche pubblicati in modo visibile sul sito stesso. Vogliono solo sapere chi sei senza fare la fatica di venirti a cercare.
E non si sa bene che cosa ne sarà di tutto il maremagnum di siti, forum, pagine e blog pubblicati fino al momento dell’entrata in vigore della legge (quando e se sarà!), saranno anche loro obbligati a pubblicare i loro dati? A scrivere una PEC al Tribunale per dire “io esisto”? Veramente il Tribunale, quando ha avuto bisogno di contattarmi per il blog mi ha trovato senza nessuna difficoltà. Ma non sia mai che l’esperienza faccia scuola.

Occorre dunque correre ai ripari e munirsi di un bel paio di mutande di bandone per parare il colpo di Lorsignori. Ne riparlerò. Ora, scusate, ma ho il mal di mare (buark… ohimé…)

Liscia & bussa

lisciare

Giorni or sono, il poliuretanico lettore Baluganti Ampelio mi ha recapitato un commento al mio recente post su Asia Argento e il caso Meloni. Nel pur breve testo di quello scritto usai (e mal me ne incolse) l’espressione “liscia e bussa”, che tanto male ha fatto al Baluganti e alla sua anima nobile, da spingerlo a pigliar penna e chàlamo e scrivermi “‘un si pole vedè” (sì, perché lui dopo le parole troncate ci mette l’accento, mica l’apostrofo! E perfino l’accento grave, nemmeno quello acuto. O vàgli a di’ quarcosa…) proponendomi in alternativa “striscio e busso” e chiedendomi, in chiusa, “ma ‘un sai più gioà nemmeno a tresette??”

Ora, si sa che nel mentre il Baluganti da giovane si trastullava coll’inutil giuoco del tressette, vantando napoletana a picche a ogni pie’ sospinto, io già mi dilettavo con le concordanze de’ testi letterari, tanto per dire la differenza.
Quanto poi all’espressione incriminata, va detto che ella esiste nella lingua italiana con il significato di “rapogna”, “pesante rimprovero”. Fare un “liscia e bussa” è un po’ come dire “fare il pelo e il contropelo” (e non ci dica il Baluganti che lui dal barbiere non c’è mai stato!) e in quel senso l’avevo usato nel post sulla sventurata Asia Argento.
Ed è sinonimo di quel “striscio e busso” che il Baluganti rivendica come più corretto o, quanto meno, più ascoltabile, esattamente come prevede il vocabolario Treccani alla voce “lisciare” nello screenshot che apre queste note.

L’ho trovato usato perfino nel romanzo “Curzio” di Osvaldo Guerrieri

curzio

con una semplice ricerca su Google Libri, grazie alla quale il Baluganti Ampelio si sarebbe risparmiato una figura cacina, ma del resto egli è avvezzo a questo ed altro.

La parafarmacia che vende il rimedio omeopatico contro le tendenze omosessuali femminili

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Facciamo due assiomi:

a) L’omeopatia non funziona
b) L’omosessualità non è una malattia.

Detto questo, facciamo che una specialità omeopatica (non chiamiamola “medicinale” se no si offendono) che contiene un componente (non chiamiamolo “principio attivo” perché in omeopatia i principi attivi vengono diluiti in dosi tali da risultare irrintracciabili) che si chiama “Ovaria” venga venduto da una parafarmacia on line emiliana e che questa parafarmacia ne pubblichi una serie di indicazioni terapeutiche, ossia per quali patologie il rimedio sarebbe indicato.

Facciamo anche che tra queste indicazioni che appaiono sul sito della parafarmacia figuri la dicitura “tendenze lesbiche”.

Dato per accaduto (ed E’ EFFETTIVAMENTE ACCADUTO) tutto questo, chiediamoci come sia possibile che una non malattia debba e possa essere curata. Successivamente chiediamoci come l’omeopatia sia in grado di curare una malattia con un prodotto estremamente diluito, con il principio attivo non più rintracciabile neanche dal contatore Geiger. E come si sia ripiombati nel medioevo sociale e medico, dando retta a teorie bislacche come quella che l’acqua manterrebbe i ricordi (di cosa? di essere inquinata??), o quella che gli omosesssuali sono dei malati, poverini, e come tali vanno curati (solo che non c’è mai stata cura, l’omosessualità è stata cancellata dal manuale dei disturbi mentali nel 1990, meno male che abbiamo l’omeopatia!)

Non ho citato e non cito il nome commerciale del rimedio omeopatico in questione perché voglio dargli il beneficio dell’onestà intellettuale: non è detto che quello che pubblica la parafarmacia corrisponda esattamente al bugiardino che l’accompagna (anche perché mi risulta che le specialità omeopatiche vengono vendute SENZA bugiardino), quindi mi attengo ai fatti: e i fatti sono che io in questa parafarmacia non comprerò nemmeno una confezione di tappi per le orecchie.

Comunque sia il contenuto è stato corretto da così:

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a così:

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Ma la rete ha la memoria lunga.

Una storia disonesta

spinello

Era solo un ragazzo.

Un ragazzo fa molta paura. Soprattutto se ha 16 anni e non può difendersi. Soprattutto se, perquisito una prima volta e trovato in possesso di ben 10 grammi di hashish, non oppone resistenza, anzi, confessa addirittura di averne ancora a casa.

Un ragazzo così fa una paura tale che devi mandargli per forza sei uomini delle forze dell’ordine per perquisirgli la cameretta alla ricerca di quello che ti ha già detto di avere. Ne basterebbe uno solo, magari in borghese, per accompagnarlo e farsi dare il fumo, la “roba”, o come cazzo si chiama in gergo, ma il ragazzo di sedici anni fa paura, tanta paura, e allora bisogna fargliene altrettanta. Bisogna far leva sullo stigma sociale, sull’impressione che fanno le due volanti della Guardia di Finanza parcheggiate sotto casa, sul senso di colpa che si prova a subire una perquisizione davanti ai propri genitori, sulla vergogna di sentirsi sporchi.

E allora, solo allora, si ha la meglio su quel ragazzo di sedici anni che ci faceva tanta paura. E gli si può anche raccontare la storiella che quello che in realtà si stava facendo era per il suo bene, per evitare che continuasse ad usare e abusare della sostanza, magari che non spacciasse, ecco perché così tanta gente a cercare la sostanza proibita. C’era bisogno di tutto quel dispiego di forze per dimostrare che la Fini-Giovanardi è una legge educativa, non repressiva.

Poi il vuoto, il volo, lo schianto, la morte.

I militari, comprensibilmente erano scioccati. Loro. Figuriamoci quei due poveri genitori. Ma nesssun problema: i finanzieri potranno contare su un sostegno psicologico gratuito (la gente normale l’analista se lo paga a bòtte di 50 euro a seduta) e chissà, magari, tra un po’, quando tutto questo sarà finito, quando la gente se ne sarà dimenticata, quando tutto sarà sedato, anche una promozioncina o un trasferimento su richiesta.

Resterà solo la morte.
E la sconfitta. La sconfitta di uno stato inquisitore e violento che aveva una paura fottuta di un ragazzo di sedici anni.

E’ il World Radio Day. Viva la radio!

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E allora auguri a tutte e tutti voi per il World Radio Day che si celebra oggi.

Non la si ama mai abbastanza, la radio, per tutto quello che ci dà quotidianamente, per cui bisogna festeggiarla e ben vengano queste giornate se riescono a dare così tanta gioia e allegria.

La radio è compagna, ma anche amante, amica e (per qualcuno) moglie. Ho più ricordi personali con la radio che con parenti od amici. E non sono solo, ad esempio, la compagnia di tre ore in un ingorgo, o Radio Maria che ti strasfracassa i coglioni perché sulla scala parlante non c’è altro da ascoltare, i ripetitori del Monte Serra sono andati a farsi benedire e o ti ciucci padre Livio o ciccia.

Quando c’erano ancora attive le trasmissioni in italiano delle radio dell’Est ho assistito alla storia. Ho ascoltato direttamente dalle fonti governative la caduta di Ceausescu, i funerali di Andropov e Cernenko (ho fatto anche questo!), la caduta del muro di Berlino.

La radio è proprio vero che arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente.

E per il World Radio Day mi piace ricordare una voce storica di Radio Uno Rai, Riccardo Cucchi, che se ne va in pensione e ora bisognerà trovare uno bravo almeno quanto lui che ci racconti il calcio.

Perché la radio libera. Perché libera la mente.

(foto tratta dal profilo Facebook di Andrea Borgnino)

Tuberi incandescenti

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Ed eccoli di nuovo intrisi nella volgarità i giornali italiani pagati con i soldi dei cittadini e finanziati a suon di gettiti da finanziamento pubblico.

E, sia chiaro, la volgarità, come dice Francesco Merlo sul “Corriere della Sera”, non scandalizza di per sé, no, la volgarità annoia, stufa, in una parola, anzi, in tre, rompe i coglioni.

E “Libero” i coglioni li ha rotti, al di là di ogni ragionevole dubbio. Con queste frasine sessiste, con questi doppi sensi da osteria, con questi atteggiamenti che pretendono di fare onore al nome del quotidiano che, evidentemente, è libero di sbeffeggiare, libero di imbrattare la dignità della gente, libero di offendere, libero di trascinare nel fango, libero di fare di tutto meno che informazione.

Ho provato a cercare quanti soldi pubblici percepisce questo quotidiano. Non ho trovato informazioni precise al riguardo. Ho provato a chiedere al gruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle ma mi hanno cagato zero, nichts, nisba, nessuna risposta, se le tengono loro le informazioni, e allora diciamoci se anche se si trattasse solo di un centesimo dovremmo renderci conto in mano a che gente va il nostro denaro. Qualcosa bisogna fare. Non so cosa, ma qualcosa bisogna fare.