Why do you sleep so steel?

La morte pare essere un argomento interessante. Beh, interessante o meno che sia, è sicuramente un argomento di cui si parla spesso.

Ero informato dell’esistenza in rete di www.findagrave.com, un grande archivio digitale di fotografie di tombe. Tombe, sissignori, di personaggi illustri e comuni. Cioè, la gente visita la tomba di, che so io, Totò, e la invia al sito che provvede a pubblicarla.
La grafica del sito è un po’ povera, piena di giffine animate, ma il sito funziona (forse anche grazie a questa leggerezza antica).

Del resto una tomba non è solo un luogo di memoria, ma potrebbe essere anche un monumento artistico. Spesso le due cose si combinano e allora magari la gente va a vedere la custodia marmorea delle spoglie mortali di Vittorio Emanuele III al Pantheon o visita le tombe dei papi sotto la Basilica di San Pietro. I comunisti vanno al Père Lachaise di Parigi a mettere le canne sulla tomba di Jim Morrison o a imbrattare col pennarello (noblesse oblige) quella di Oscar Wilde.

Ma pagine web dedicate alle maschere mortuarie non ne avevo mai viste. Non è un sito italiano (mi sono dimenticato di memorizzare l’indirizzo web e ora mi par fatica ricercarvelo, e poi non è nemmeno COSI’ importante che voi lo raggiungiate), quindi di morti italiani immortalati (chissà che effetto fa immortalare un morto!) nel gesso al momento del trapasso ce n’è solo uno, il tipino di cui vi fornisco l’istantanea,

Fare il calco del viso di un morto fresco di giornata era, probabilmente, l’unico espediente che poteva essere vagamente paragonato alla fotografia, intesa come volontà di trasmissione dell’immagine.

Ho “conosciuto” Abraham Lincoln (va beh, questo era facile!), Jonathan Swift (quello dei “Viaggi di Gulliver”) -che doveva essere un vecchio rincartapecorito quando è morto- Danton (con la smorfia da pugnalata), Robespierre e svariati altri effigiati in ritratti dell’epoc che li hanno vieppiù ingentiliti.

Beh, ora non vi lamentate, almeno un morto illustre l’avete visto anche voi. Fissatelo e pensate a chi può essere.

PS: Giacomo Leopardi!

Quali libri di Gabriel García Márquez leggere?

Alcuni in queste ore mi stanno chiedendo quali libri leggere del neodefunto Gabriel García Márquez che, proprio in quanto defunto, ha acquistato il diritto a diventare oggetto di discussione ovunque, dai social network alla conversazione da strada.

Allora, in primis comunciate a scriverlo bene e a pronunciarlo correttamente. Il cognome è “García Márquez”, non “Márquez” e basta. In biblioteca, tanto per ribadire, lo trovate alla G, non alla M (no, perché c’è gente così!).

E poi metteteci gli accenti giusti, non fate come quei pasticcioni di “Repubblica” che per far prima (vedi sopra!) li hanno omessi. Sono accenti acuti (guardatevi dalla tentazione di sostituirli con quelli gravi, non è la stessa cosa) e vanno sulla “i” di “García” e sulla “a” di “Márquez”.

Il suo libro migliore? “L’amore ai tempi del colera“, senz’altro. Volete leggere “Cent’anni di solitudine“? Benissimo, purché non vi facciate venire la sindrome da sessantottino/a fallito/a perché va bene che esistono decine e decine di Bar Macondo, ma rinchiudercisi a sorseggiare un whisky e pensare a José Arcadio Buendía non vi rende merito, no davvero.

Poi ci sono “Vivere per raccontarla” e “Cronaca di una morte annunciata“. Ecco, leggete questi. E c’è anche un racconto molto bello che si intitola “El rastro de tu sangre en la nieve” (non so se sia mai stato tradotto in italiano). Il resto, se mai, verrà dopo. Del resto se Gabo ha preso la strada dell’eternità, è segno che di tempo ce n’è.

El día en que iba a morir, Gabriel García Márquez se levantó a las 5:30…

Pausa (o pausetta) pasquale (o Ampelio)

Buona Pasqua (o Pasquetta) da Valerio, Rosa e Willy.

Vi prego, o Gesù buono, per la vostra passion dacci il perdono

A Vada, durante la più che cinquantennale reggenza della Prioria di San Leopoldo Re da parte di Don Vellutini (che, voglio dire, cosa ci fai col pontificato di Wojtyla o quello di Pio IX?), quella della processione del venerdì santo era una ritualità che costituiva un “unicum” che si ripeteva quasi intonso nelle strade del paese.

Si portava a braccia il cristo ligneo tirato fuori dalla teca dove era stato per un anno intero all’adorazione e al culto dei fedeli. Peso asserpentato, chi lo doveva trasportare mostrava una malcelata nonchalance, come se nella vita non facesse altro che portar cristi e tirare sacrosante bestemmie perché guarda caso, la sciàtica gli dava noia proprio ora che c’era da portare il reverendo catafalco.

Le donne andavano per prime, tutte colla pezzòla in capo. Quelle in età da marito facevan capannello da sé e ridicchiavano, cazzo ciavranno avuto da ride’, è la processione di Gesù morto, mica un filme di Ridolini! Gli uomini dietro, a biascicar stupidaggini e sputare per terra certi agglomerati urbani da fumo di Nazionali che pareva ci fosse la gara olimpica di scaracchi.

A noi piccini ci davano una candelina in mano avvolta in cima da una coroncina di carta colorata. L’accendevi e pensavi: “Ecco, ora per tutta la processione questa candela non la faccio spengere”. Era una specie di ex voto, un fioretto, una buona intenzione e regolarmente arrivava una folata di vento e ci pensava lui a spengertela. O se no c’era sempre il teppistello del quartiere che ti affiancava, ti chiedeva “Che ore sono?” e te che con la sinistra abbassavi la candela per vedere l’orologio e la carta pigliava fuoco squagliando la cera che ti faceva le stimmate sulla mano. E il coro delle pie donne:

Vi preeee-gooo
O Gesù buooonoooo
per la vostra passiooooon
dacci il perdooooonooooooo.

Il perdono lo pigli da Gesù morto stasera, ma tanto domattina a scuola ti ribecco e ti fo’ piglià’ “Visto” sul problema di matematica, stronzolo!

Beppe del Papi o dell’arte della bestemmia

Beppe del Papi stava di casa accanto al mi’ zio Piero, che stava di casa accanto a me, ma non si poteva dire, come in matematica, che il Papi sava vicino a me, perché sì, era vicino, ma bisognava comunque andare “in cima di strada” per vederlo trastullarsi col suo orto, il cappello sempre ben calcato e la bestemmia pronta.

Perché per le bestemmie, c’era da dirlo, il Papi non lo batteva nessuno. E’ stato il primo ad aver sperimentato le bestemmie-sandwich, quelle che si infilano tra due parole o tra due parti del dicorso, per prendere fiato o per sottolineare il valore dell’enunciato. E siccome il Papi parlava (e bestemmiava!) per conto suo, da solo, anche quando andava in bicicletta e biascicava fra sé e sé la minestra di stelline che gli faceva la su’ moglie, la Giulia, che aveva sempre caldo e ci vedeva poco, sì, ma dov’ero rimasto, ah, ecco, il Papi se lo volevi sentire bestemmiare bastava tu t’affacciassi alla finestra.

E il mi’ zio Piero non s’affacciò alla finestra, ma dal terrazzo. Aveva uno dei primi registratori a nastro con quattro o cinque bobine, sempre quelle (e lui le chiamava “i rotolini”) e mentre il Papi era nella stanzina (bella sfida, ci stava fisso!) gli calò il microfono della Philips e lo immortalò.
E il suo soliloquio era pressappoco così: “Ciavevo certe pere maremmanatadancane eran dólci come lo zucchero natedancane, ma accidenti a quella puttanaladraimpestatamaiala me l’hanno mangiate i bài“. I “bài” erano i vermi.
Oppure “Voglio andà’ maremmatremotatasulciuco a piglià un po’ d’erba budelloladro per coce’ ne’ ‘ampi!

Il Papi d’estate quando il sole picchiava dall’alto del mezzogiorno aveva una curiosa abitudine, “rinfrescava”. Per lui “rinfrescare” voleva dire spargere un po’ di acqua sul marciapiede a bollore in modo che si rinfrescasse, appunto, solo che dopo cinque minuti “E c’è più cardo che diànzi, accidentiaquellamaialadellalevatrice che aiutò la mi’ povera mamma a partorimmi!!” (perché, naturalmente, la levatrice era maiala e la su’ mamma no.)

E siccome il destino d’ogni partorito è quello di andarsene per i piedi, prima o poi, dopo qualche anno anche lui prese la via dietro alla Chiesa. Avrà bestemmiato anche dentro la cassa da morto.

Baluganti Ampelio entra nella Reale Accademia della Lingua Spagnola

Antonio Machado accademico nel 1927

Quando il nostro più affezionato e metempsicotico (1) lettore, Baluganti ampelio, chiama al telefono vuol dire (in ordine decrescente di gravità) che:

a) è morto qualcuno (raro);
b) ha finito i quattrini (spesso);
c) ha voglia di rompere i coglioni (quasi sempre).

Il motivo del suo ultimo consumare i minuti che il suo gestore telefonico, dice, gli ammannisce gratis, era una consulenza linguistica.

Il buon Baluganti è un essere dotato di intelligenza sopraffina, è un maremagnum d’informazioni, ma bisogna dire che di lingue straniere non ci capisce una veneratissima. Egli ha, in particolare, un rapporto conflittuale con il tedesco (come mia moglie e Valentina Lo Surdo, del resto), non sopportando la logica per cui se si vuole indicare il ponte, in Germania si dice

“Quel-coso-di-ferro-ma-anche-di-cemento-che-ci-passano-le-macchine-e-qualche-volta-il-treno”

tutto attaccato e con la lettera maiuscola perché è sostantivo, o cosa ciavrà mai un sostantivo di così importante da essere scritto con la lettera maiuscola? O allora? O vàglielo a spiegà’.

Ma non era il tedesco il “casus belli”, bensì lo spagnolo. Voleva sapere se “azúcar” si pronuncia con l’accento sulla “u” o sulla “a” finale. Gran bella testina a pinolo il Baluganti, giacché la parolina incriminata si scrive con l’accento, e quindi non ci sono dubbi: l’avesso sotto le mani lo stiaccerei con infamia prima di farlo cacciare da tutte le scuole del Regno.

Ma per dargli un po’ di soddisfazione e tirarmela vieppiù, sono andato a vedere il Diccionario de la Real Academia Española, che, per intenderci, è quella che norma lo spagnolo, che dice come si scrive e come non si scrive, che stabilisce i delitti e le pene, in breve, giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Ora, assieme alla definizione della parola (il “lemma”, per intenderci) sulla versione on line del dizionario è inclusa anche l’etimologia.

Si dice, nel nostro caso, che l’ètimo è arabo classico, e da questo sono derivate svariate altre forme, più o meno somiglianti.

Ma guardate un po’. Scrivono “de este”. Con la minuscola.

Un piccolo passo indietro. “Este” è un dimostrativo. Significa “questo”. Quando, in spagnolo, ha funzione di aggettivo si scrive senza accento. Quando ha, invece, funzione di pronome, si scrive con l’accento.

E qui l’accento non c’è.

Davanti a un maremagnum di accademici che occupano i “sillones” della Real Academia, corre l’obbligo di un po’ di prudenza, ma il Baluganti non sa quanto sia gerundico mettere il ditino nel pentolone della Real Academia spagnola. E questa l’abbiamo capita solo io e lui.

In questi posti davanti al mare

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© 2014 – Valerio Di Stefano

Il fuggitivo

C’è come un senso di nuovo, anzi, di antico sulla stampa di oggi. Il senso di metterci una pezza, di rigirare la frittata in  modo che la bruciatura informativa non si veda, chè non s’ha da vedere.

La notizia è che si sono lasciati scappare Dell’Utri. Punto, non c’è altro da dire. Hanno emesso un mandato di cattura perché  si era subodorato il pericolo di fuga ma lui alla fuga si era già dato, pare che si trovi in Guinea o da qualche altra parte,  fatto sta che se n’è andato anche perché aveva -si dice- qualcosa come due passaporti diplomatici.

Ora, come cavolo si fa a lasciare in mano a una persona che sta per essere giudicata in via definitiva dalla Cassazione per  reati di mafia (si aspetta la sentenza per martedì prossimo) qualcosa come due passaporti diplomatici?

Che, poi, ve la immaginate la notizia che ne sarebbe venuta fuori? “Arrestato Dell’Utri!”, coi soliti caratteri cubitali in  Arial all’ennesima potenza da Huffington Post.

Invece no. “Ce lo siamo fatti scappare, ci è sfumato da sotto le dita, abbiate pazienza, anzi, scusateci.” Ecco, magari le  scuse, quelle sì che sarebbero indispensabili. Perché uno si sente anche un gocciolino preso in giro con questa storia dei  passaporti diplomatici che, voglio dire, a me è scaduta la patente e se guido mi fanno il pelo e il contropelo.

Wikipedia inciampa sugli accenti di Marco Aurelio (e la pésta)

Il problema della grafia del monosillabo “se” in italiano è un po’ controverso e macchinoso.

Si scrive “se” senza accento quando lo si usa in funzione dubitativa, si scrive “sé” con l’accento quando lo si usa come pronome.
Ora, però, in un caso come “se stesso”, il “se”, anche se ha funzione pronominale si scrive senza accento. Perché non ce n’è bisogno. Perché la parola “stesso” rafforza la funzione del “se” e quindi non si mette. L’ho spiegato a culo ma avete capito.

Ora, quei cari figliuoli della Wikipedia italiana non si sono fatti sfuggire l’occasione e alla voce “Colloqui con se stesso”, dedicata a un’opera di Marco Aurelio, sfoggiano un bell’accento visibile da lontano come le Apuane da Livorno quand’è tempo buono.

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris

Navigando sul sito de “l’Unità” mi sono ritrovato con un cavallo di Troia. Mi fa pensare al PD, partito dal nome pleonastico per eccellenza (io lo voglio anche sperare che un partito, oltre che “partito” sia ANCHE democratico, voglio dire, qual è la novità?), a come si sono fatti invadere dal cavallo di Troia della destra, ma forse erano di destra anche prima e i cavalli di Troia li riservano ai navigatori in internet?

Sui traduttori e i revisori di bozze di David Sedaris

Mia moglie è un po’ di tempo che ci sta limando sordo con questo David Sedaris, che è uno scrittore-giornalista dotato di uno straordinario e acutissimo senso dell’osservazione e dello humor, per il quale lei va matta, mentre io lo trovo, tutt’al più, gradevole e leggibile, al punto da farmi strappare qualche sorriso qua e là.

In Italia i suoi scritti sono stati pubblicati da Mondadori e ho dovuto rinunciare al mio embargo nei confronti della casa editrice di Silvio “Arnoldo” Berlusconi (speriamo che la buonanima non si offenda per l’accostamento ardito) per motivazioni prettamente coniugali. Parigi val bene una messa.

Quand’ecco che decido di attaccare dal suo “Mi raccomando, tutti vestiti bene” (che a Livorno sarebbe stato tradotto con un “Dio ti guarda, vèstiti ammodino!”), titolo originale dell’opera “Dress your Family in Corduroy and Denim“.

Sedaris oltre ad avere una scrittura fresca e scorrevole strizza l’occhio al suo lettore intitolando alcuni dei suoi scritti brevi (ogni suo libro ne è una raccolta, un po’ come fa la Littizzetto con sedani, le carote, i pinzimoni, i ravanelli e quant’altro, solo che la Littizzetto è ormai ben lontana da tutto quello che ha scritto -anche questa è di mia moglie e mia moglie è un genio-) con titoli di brani o di album fondamentali della sua e mia generazione.

Il primo racconto della raccolta si chiama, in inglese, “Us and them“. Che, voglio dire, è un brano celeberrimo dei Pink Floyd, si trova in “The Dark Side of the Moon” e lo sa anche il gatto che passa davanti casa mia con una provvidenziale lisca in bocca.
Se io leggo la versione originale la prima cosa che mi viene in mente è canticchiare il seguito: “…and after all we’re only ordinary men”.
Se leggo la traduzione italiana “Noi e loro” non mi viene in mente un cavolo di nulla.

Lo stesso dicasi per il successivo “Full House“, tradotto (opportunamente, non c’è che dire) “Carte false”, ma, cavolo, era un disco della Fairport Convention, chi non si ricorda “Walk awile” che apriva il lavoro??

Un altro disco citato è “Hejira” di Joni Mitchell. Un lavoro fantastico. Basterebbero, nell’ordine “Coyote“, “Amelia“, “Furry Sing the blues” e “Song for Sharon” a chiudere la partita. E’ stato tradotto con “Egira” che, probabilmente, più che una traduzione è una traslitterazione (come lo è, del resto, la parola inglese).

In breve, bisognerebbe immaginare queste musiche come sottofondi di quello che si legge, e allora tutto assumerebbe una valenza diversa e più compiuta, ma la traduzione italiana ci allontana dalle colonne sonore di questo sempiterno filmato in super8 che è la scrittura di David Sedaris.

E dire che sarebbe bastato lasciare i titoli inalterati.

Ci sono poi un paio di obbròbri tipografici che vi ammannisco volentiere, giusto per sottolineare che anche il libro viene considerato come un bne di consumo, e allora chi se ne frega dell’ortografia e della grammatica.

Si tratta di un “Be’, ce n’è sarebbe” per “Be’, ce ne sarebbe

e “Un auto” scritto senza apostrofo.

9 euro e 50 per un siffatto tascabile. Dia, dia pure qui…

Le verdi colline d’Abruzzo

Da Cologna Paese al Borsacchio verso Roseto degli Abruzzi (Te)

(C) 2014 – Rosa Mattioli

Sfidamento ai servizi sociali

La sentenza sull’affidamento in prova ai servizi sociali per Berlusconi (o, in alternativa, la misura più afflittiva degli arresti domiciliari) si dovrebbe conoscere oggi pomeriggio alle 17.
Anzi, probabilmente neanche in quel momento, avendo il Giudice deputato un periodo di tempo fino a 5 ulteriori giorni per decidere.

Tutti, però, dànno per scontato che il Nostro andrà in affidamento. Non solo, ma ci dicono anche dove (in una comunità per anziani non autosufficienti) e per quanto tempo (un giorno alla settimana per non più di sei ore).

C’est à dire che si sa GIA’, prima ancora che il Giudice sia sia pronunciato in proposito, quello che sarà il destino dell’ex Cavaliere, neo pregiudicato.

Non sappiamo chi lo abbia deciso, o chi abbia pilotato la stampa, la radio e la televisione a diffondere questa notizia, ma intanto è stata diffusa e sta avendo effetti devastanti. A parte il fatto che chiunque sia stato condannato a quattro anni i reclusione e dovesse scontarne uno, anzi, 9 mesi per effetto della cosiddetta “buona condotta” ad assistere i vecchietti ci andrebbe di filato, per un giorno alla settimana e per non più di sei ore. Pazienza se per un giorno alla settimana.

Il punto è che si sta facendo una inaccettabile pressione sui giudici, che dovrebbero poter decidere in autonomia e serenità.

Quello che si teme è che se a Berlusconi venissero dati gli arresti domiciliari avrebbe delle condizioni indubbiamente più restrittive come, ad esempio, il divieto di avere contatti con estranei ai familiari più stretti. Una sorta di Sant’Elena che preluderebbe al tramonto politico e personale del badante del cane Dudù, senza passare dal “via” della propaganda elettorale per le europee.

Così, in caso di affidamento ai servizi sociali la magistratura diventerebbe di colpo comprensiva e degna dei propri ruolo e funzione, mentre se dovesse prevalere l’ipotesi dei domiciliari si potrebbe dare la colpa alle solite toghe comuniste e tirar fuori la teoria del complotto e della giustizia a orologeria per un pregiudicato che sta cadendo nel vortice di una serie inevitabile di condanne che nessuna palla di vetro tribunalistica potrà mai evitare.

Incostituzionalità assoluta

Siamo in gamba noi italiani. Abbiamo, per fortuna, una Corte Costituzionale che riporta le leggi dei parlamentini della seconda repubblica sui binari dello spirito della volontà dei Padri Costituenti.

Solo che lo fa sempre in ritardo (non per colpa sua, certamente).

E’ stato il caso dell’incostituzionalità di alcune parti della Legge Elettorale cosiddetta del “Porcellum”. Abbiamo accolto il ripudio della mancanza delle preferenze e della quantificazione di un esageratissimo premio di maggioranza con un sospiro di sollievo. Ma intanto un paio di parlamenti sono stati eletti con quei criteri, e i danni che hanno fatto non può cancellarli più neanche una cimosa imbevuta nell’acido cloridrico.

La legge 40 sulla fecondazione assistita è una delle pagine più buie della storia del Paese. La sentenza di ieri ne ha cancellate per sempre alcune parti. Ma la storia è piena di coppie che hanno affidato a gente senza scrupoli il desiderio di avere un figlio, e che si sono recate all’estero (magari raccondando una serie di balle ai propri familiari, come un periodo di vacanza da trascorrere in Ungheria, in Spagna o in Grecia -chi non vorrebbe visitare Budapest in pieno gennaio??-) dopo essersi sottoposte a cure con effetti collaterali non indifferenti, terrorizzate alla partenza per la consapevolezza di andare a commettere quello che per lo Stato italiano è un illecito e terrorizzate all’arrivo per doversi mettere nelle mani di medici che gestiscono strutture al limite della decenza e per dover pagare cifre molto importanti per poter sperare, tra gli ovuli donati da ragazze giovani e con problemi economici e sociali (nessuno dica che lo fanno gratis, ho cinquant’anni e non odo fiabe dall’età di bimbo che ebbi breve, come diceva Brancaleone da Norcia) o gli spermatozoi “conferiti” (ah, la meravigliosa asetticità della lingua italiana!) in stanzacce sporche che immagino tappezzate dalla solita dose media giornaliera di tette e culi su patinata.

Sono vite intere, in questo crocevia che immette in strade indeterminabili a priori, per cui la Consulta ha determinato la parola “fine”. Che è anche quella di tutti quelli che, fino ad oggi, non ce l’hanno fatta.