Io ci rientrerei mille e mille volte

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Certo che un giorno ho scritto la parola “cazzate” sul mio blog! E tornerei a farlo mille e mille volte. Io ho il coraggio delle mie azioni, non sono un codardo, di quelli che un giorno saranno divorati sotto terra dai bachi mordaci, e scusate se uso metafore truculente ma ho votato PD alle ultime elezioni. Faccio parte dei “blogger d’assalto” e dico quello che mi pare, tanto se urta la sensibilità di qualcuno chiederò scusa e cancellerò tutto, tanto siamo nel mondo virtuale, cosa volete che me ne freghi a me?? E non permettetevi il lusso di commentare perché tutt’al più sono un capo espiatorio, ecco, io quelle parole non volevo, non posso essere punito soltanto io, la punizione è sproporzionata rispetto all’atto, tutt’alpiù potranno darmi un buffettino sulla guancia… non ho calcolato la portata dell’impatto nell’opinione pubblica, anzi, no, SONO STATO FRAINTESO, ecco, sì, “frainteso” è la parola giusta, la colpa non è mia, la colpa è dei social network che mi fanno apparire tanto guappetto agli altri poi eccomi qui, sospeso, come un bimbetto alle scuole medie, ma meno male c’è la Santanché che mi difende!!

Magistratura vo’ cercando

toghe-giustizia

E son di nuovo tutti ancora lì a dirci che non dobbiamo perdere la fiducia nella magistratura, che la magistratura non va delegittimata, che è al servizio del paese e che, in $oldoni, ha sempre ragione anche quando sbaglia.

L’ultimo caso in ordine di tempo è quello della sentenza della Corte di Strasburgo che sanziona l’Italia perché Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Un danno morale per 10.000 euro (briciole, rispetto al danno morale effettivamente patito) e lo spunto per una revisione del processo.

Già, ma com’è che i magistrati di primo grado, di appello e di Cassazione non se ne sono accorti? Non basterebbe questo per creare quanto meno un clima di legittimo sospetto tra l’opinione pubblica e chi aveva il compito di verificare tutte le condizioni di condannabilità di un uomo?? Perché, minchia, c’è una bella differenza tra una condanna e una sentenza che afferma che qualla condanna non doveva essere comminata. E se questa differenza non la vedono i magistrati chi dovrebbe vederla, il pizzicagnolo all’angolo? E’ a loro che ci affidiamo per far andare avanti la giustizia, non vogliamo dire che possano esserci anche delle sentenze diverse e perfino contrapposte, vogliamo solo dire che questo squilibrio non può essere degno di uno stato democratico e di diritto.

Facciamo un salto indietro. Ai tempi di Mani Pulite la magistratura aveva addosso il sacro crisma dell’unzione da parte dell’opinione pubblica con tanto di invito a non fermarsi. E finché a cadere nel pentolone erano i Craxi e i Forlani tutti erano contenti: era uno shakerare in continuazione la classe politica italiana, finché qualche pera marcia non cadeva giù dall’albero.
E la gente voleva che questi magistrati non si fermassero, a tal punto che quando anziché il pezzo grosso, cadeva nel pentolone il pesce piccolo, il pesce piccolo si meravigliava. Del resto lui non faceva politica, ma magari aveva una fabrichètta e dava i dané, sì, insomma, la bustarèla, la stècca, all’assessore del comune di Legnate sul Groppone per beccarsi l’appalto e vedersi assegnati i lavori di ritinteggiatura dei cancelli degli edifici pubblici. E allora cosa vogliono da noi, che non stiam minga a scaldar le sédie, té, ciapa là, l’è propi ‘nsci che va la vita, e alle elezioni successive il voto era per Berlusconi.

Ecco, io son convinto che non è che la gente che ha votato Berlusconi abbia visto in lui una persona capace e politicamente formata, anzi, penso proprio che a quella gente lì della preparazione politica di Berlusconi non gliene potesse fregare una mazza: chi ha votato Berlusconi ha votato un simbolo, quello dell’imprenditore che ha tante ma tante svànziche e che è riuscito a non farsi mai beccare. Alla gente non piaceva Berlusconi, piaceva l’impunità che lui rappresentava.
Riusciva a metterseli tutti nel sacco, lui, e quando non ci riusciva tutto era colpa dei magistrati comunisti, colpevoli di far politica a colpi di sentenze.

Poi un bel dì l’han condannato pure lui e allora, anziché acquistare fiducia nella magistratura la gente ne ha persa ancora di più. Fino ad arrivare al folle che ha sparato al suo giudice.

Senza arrivare ad aberrazioni del genere, basterebbe essere consapevoli del fatto che la magistratura e le sentenze che emette possono essere oggetto di critica come qualunque altro potere o espressione del pensiero e di esercizio della legge al mondo. A qualcuno andrebbe via la voglia di ammazzare, ad altri quella di sentirsi protetti qualunque cosa dicano o facciano.

La morte di Günter Grass

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E’ morto Günter Grass. E ora tutti a fare gli intelligentoni, gli intellettuali tronfi e pieni di sussiego, come spesso accade quando muore un Premio Nobel. E va beh, muore tanta gente! E forse c’è da rimanere ancora del tutto allibiti davanti all’autoaccusa dello stesso Grass di aver simpatizzato e fatto parte del partito nazista quando era diciassettenne. Ecco, se ci ricordassimo questi insignificanti dettagli della vita di una persona magari ci ricorderemmo anche che oggi, oltre a Günter Grass è morto anche Eduardo Galeano, che, magari, qualcosa di (più?) interessante da raccontarci ce l’ha avuta.

Don Luigi De Rosa: “Per me solo una puttana, troia o sgualdrina può pensare di abortire”

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C’è del disgusto nel leggere la frase postata su Facebook da Don Luigi De Rosa, parroco di Vairano Scalo, “Per me solo una puttana, troia o sgualdrina può pensare di abortire“.

E’ il disgusto che viene da dentro, dal profondo delle viscere, che viene dal pensare a quanta strada (compresa quella referendaria) ha dovuto percorrere la Legge 194 per essere un patrimonio comune nel diritto nazionale. E quanta strada deve ancora fare la Chiesa se continua a seppellire nel silenzio simili atteggiamenti vomitati sul social network con l’unica consapevolezza dell’impunità.

Immagino infatti che quest’uomo, dopo aver reso evidente quanto sopra, abbia officiato messa, confessato i fedeli, espresso qualche parola di conforto agli ammalati. E tutto questo anche dopo aver scritto che “E’ vergognoso giustificare un omicidio, non chiamare le persone con il loro nome“. Dimenticando, o non sapendo per niente, che in Italia è reato chiamare “puttana” una “puttana” e dare del “ladro al ladro”.

Ha fatto bene Ilaria Bovenzi, sua interlocutrice, a cantargliene quattro, anche se non so dire esattamente quanto possa aver giovato al dialogo, che ormai dialogo non era più. Non accadrà nulla a Don Luigi, un po’ perché ci si trincererà dietro il ragionamento di chi afferma che “Ha espressso solo delle opinioni” (gli insulti non sono espressione del libero pensiero), un po’ perché ci sarà qualcuno che in camera charitatis si sarà complimentato con lui per il coraggio dimostrato nell’esprimere quei concetti così alti e perfetti, un po’ perché così si deve.

E così sia.

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Sangue e tribunali

bbc

“Stasera al Palazzo di Giustizia di Milano hanno trovato una mattinataccia”, come direbbe il mi’ babbo Sergio.

Perché se vai all’aeroporto e cerchi di accedere ai gates con una mezza di acquetta minerale in mano ti obbligano a buttarla e a ricomprarla dentro a prezzo più che quintuplicato (o allora? Se un ti sta bene la lasci lì), mentre se vai al Palazzo di Giustizia di Milano rischi di trovarti due pallottole in corpo e non tu non sai nemmeno chi cazzo abbia fatto passare una pistola nelle mani di un imputato per reati tributari, adesso promosso a pluriomicida. Eh, ma si sa, l’acqua minerale è tanto pericolosa!

Il ministro della Giustizia Orlando ha dichiarato pubblicamente che “Bisogna capire se ci sono falle nella sicurezza”. Falle? Queste sono voragini! Qui ci son ventimila leghe sotto i mari, la Fossa delle Marianne!!

Perché, diciamocela tutta, la tecnica preferita da questo governino bla-bla non è quella di ammettere di aver sbagliato (sia mai!) a creare (scientemente o colposamente) le condizioni per cui una pistola potesse entrare in un’aula di tribunale, ma quella di agire SEMPRE e COMUNQUE a posteriori. Voglio dire, l’Alta Corte Europea ci condanna perché non abbiamo inserito il reato di tortura? “Domani se ne parla in aula a Montecitorio” (son passati quattordici anni dai fatti di Genova e magari parlarne prima no, eh??). Un folle spara a tre persone e la risposta è “Lo abbiamo arrestato!” e non “Ce lo siamo fatti scappare!” (perché uno che spara in Tribunale non può e non deve scappare). E allora, si sa, bisogna vedere se c’è una “falla” perché casomai ci fosse (e sottolineo casomai) bisogna prendere dei provvedimenti.

E intanto lo sparatore di Milano, sulla falsariga dei film anni 70 sulla malavita, ha fatto un po’ come il bombarolo di De André, ha esercitato la sua decisione di comminare la condanna a morte o concedere l’amnistia, e lui ha scelto. Ha scelto perché gli hanno dato il permesso di scegliere quando non poteva e non doveva farlo.

Non succederà nulla, o quasi nulla. Arrestato lo sparatore gabbato lo santo. Fine della mattinataccia.

Il sangue della Diaz

repubblica

Ora sappiamo. Sappiamo che il sangue sui pavimenti della Diaz non è stato versato perché le vittime si sono sbucciate i ginocchi mentre giocavano a rincorrersi, ma che tutto “deve essere qualificato come tortura” e che i colpevoli restano impuniti.

E sappiamo anche che “Questo risultato non è imputabile agli indugi o alla negligenza della magistratura, ma alla legislazione penale italiana che non permette di sanzionare gli atti di tortura e di prevenirne altri“.

E siccome l’articolo 3 della Carta per i Diritti dell’Uomo stabilisce che “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti” il fatto di non avere una normativa penale sulla tortura crea un vuoto legislativo grosso come una voragine, perché non permette di proteggere le eventuali vittime di reato.

Lo Stato di diritto è assente. O, se si vuole, è presente sotto forma di una propostina alla Camera, che istituisce il reato di tortura e lo punisce con pene da 4 a 10 anni di reclusione (si può arrivare all’ergastolo se dalla tortura deriva la morte). E’ come riconcorrere la Maserati Biturbo della storia con un ciucciariello. Sono 14 anni che a Genova lo Stato si è erto a giudice sommario e violento di cittadini inermi e incapacitati a difendersi. Gli stessi cittadini che gli erano stati affidati per trovare rifugio. E noi rispondiamo con un testo di legge lodevole nei contenuti, ma estremamente inadeguato e improponibile nella tempistica. E’ una risposta beffarda, quella del Premier Renzi in esame alla Camera, perché arriva dopo una sentenza inequivocabile della Corte di Strasburgo, e non ci venga a dire il piccolo twittatore fiorentino che questo bicchier d’acqua possa placare la sete di diritto che non può non avere dei nomi e dei cognomi, lui che ha confermato (era stato nominato da Letta, in accordo con l’allora ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni) l’ex capo della polizia De Gennaro ai vertici di Finmeccanica. Non si chiudono così le partite con i principii di diritto.

E su quel sangue della Diaz c’è chi non ha mai smesso di piangere.

I migliori blogger

I blogger si dividono in due categorie: i migliori in assoluto sono quelli che hanno ricevuto almeno una querela per diffamazione.

Buongiorno caro alleato! Come va?

yulia

Oggi è arrivato lo spamming di Yuliya dall’Ucraina. E’ il primo esempio di spamming-acchiappone basato sul far leva sui sentimenti umani che io abbia mai ricevuto. Mi definisce la sua “anima gemella”, poverina. Mi manda anche una (non) sua foto, dove si vede una fanciulla intenta, novella Nadia Comaneci, in una spaccata in grande stile (Voilà!). Come spesso accade nei casi di spamming che abbiano una qualche parvenza di volontà di contatto con l’interlocutore finale, l’italiano, affidato a un accrocchio di traduzione automatica, è pessimo. E c’è solo da pensare a quante persone, magari sole davvero, risponderanno a questa “chiapparella” (come l’avrebbe definita il mi’ nonno Armando) confermando l’esistenza del proprio indirizzo e-mail che, per due parole d’amor fasulle, andrà ad avvilupparsi nella spirale del bombardamento pubblicitario spinto a oltranza, quello vero.

BUONGIORNO caro alleato ! Come va? Spero che bene! Mi presento! Il mio nome – YULIYA. I – 35 anni, ma per favore non credo che ero molta giovane! I – una donna molto grave con alta moralita. La ringrazio molto, di avere attenzione alla mia lettera; e molto gentile con me! A dire il vero, io – donna molta intelligente e socievole. Ho un sacco di amici, e posso dire di me e che io – persone divertenti, gentile, sincero e di mentalita aperta! Io sono gentile e umile. Sto lavorando come un allenatore in istruttore di fitness in un club sportivo e hanno un sacco di lavoro da fare. Io preferisco mantenere il mio corpo in forma; esso – la mia regola – di essere in buona forma! Mi piacerebbe continuare la nostra corrispondenza! prego email me direttamente sulla mia e-mail XXX@YYY.com Ti aspetto la vostra risposta con impazienza! YULIYA. Buona giornata!

4000 e sentirli poco. Anzi, pochissimo!

Tratto dal sito gayspeak.com

Tratto dal sito gayspeak.com

Il blog sta arrivando ai 4000 articoli. Si chiamerebbero “post” ma non stiamo tanto lì a limare.

L’ho sembre detto che curare un blog è un po’ come curare un bimbetto, e quest’anno, il 25 aprile, il bimbo-blog compie anche 11 anni.

Oddio, qualche imbecille che ha tentato di tapparci la bocca c’è stato, ma siamo sempre qui e lui l’ha preso nello scodellavivande.

4000 articoli in 11 anni significa scrivere una media di un articolo al giorno. D’accordo, ci sono quelli brevi, alcuni (pochi, anzi, pochissimi) non sono nemmeno miei, ma è una specie di appuntamento quotidiano che ti fa tremare i polsi e che ti fa pensare, davanti al foglio bianco (tutti i post che scrivo li butto giù con l’editor di testo, poi li copio-incollo sulla piattaforma di WordPress) “Maremma cignala, e ora che cazzo scrivo?” Perché non ne hai sempre voglia, no, proprio no. Qualche volta, anzi, il blog non lo guardi nemmeno, che faccia il suo corso e la gente resti a per uno, tre, cinque, sette, nove giorni o quello che sia.

Però Marianna Gatta quant’ho scritto! E quanta gente apre un blog (oddio, ora sempre meno, casomai apre un account su Facebook, che non è esattamente la stessa cosa) per scriverci prima un post alla settimana, poi uno al mese, poi basta perché gli è venuto a noia.

Ecco, penso che ho fatto proprio una buona cosa e che, come dice Lino (tra i miei lettori più cari e affezionati) sono proprio “un bel ganzo”. Forse.

Wikipedia come casellario giudiziale

Immagine tratta da paginebianche.it

Immagine tratta da paginebianche.it

Riporto qui di seguito il testo dell’articolo “Wikipedia come casellario giudiziale” che avevo scritto per il libro “Il giardino incantato di Wikipedia” che, molto probabilmente non vedrà mai la luce, e non è detto che sia necessariamente un male. In quella occasione mi riferivo al caso giudiziario del giornalista Carlo Ruta che ha vissuto una delle esperienze più allucinanti che potessero capitare a un blogger. E a come una informazione sbagliata da parte di un sito consultato quotidianamente da milioni di persone possa fare molto ma molto male.

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Carlo Ruta è stato costretto a subire una delle vicende più dolorose della giustizia italiana connessa al mondo dell’informazione via web.

L’8 maggio 2008 venne condannato in primo grado dal Giudice Penale monocratico del Tribunale di Modica, dottoressa Patricia di Marco, in quanto imputato “del reato p. e p. dagli artt. 5 e 16 della L. 08.02.1948 n. 47, per avere intrapreso la pubblicazione del giornale di informazione civile denominato “Accade in Sicilia” e diffuso sul sito internet www.accadeinsicilia.net senza che fosse stata eseguita la registrazione presso la cancelleria del Tribunale di Modica, competente per territorio per avere il Ruta comunicato al provider Tiscali il proprio indirizzo di posta elettronica in Pozzallo via Ungaretti n.46, con registrazione avvenuta in data 16 dicembre 2003. In Pozzallo il 16.12.2003 e fino al 07.12.2004.”

La pena comminata è stata di 150 euro di multa (e non di ammenda, come erroneamente riportato da alcuni organi di informazione).

Nel maggio 2011 la condanna è stata confermata dalla Corte d’Appello di Catania.

Nel 2012 la terza sezione della Corte di Cassazione, presieduta dal Dott. Saverio Felice Mannino ha assolto Carlo Ruta perché il fatto non sussiste, senza alcun rinvio ad altro grado di giudizio. La sua vicenda giudiziaria, dunque, in quel momento, finiva per sempre.

Ma ha certamente lasciato degli strascichi orribili, sia nell’opinione pubblica che nel cosiddetto “popolo della rete”, per non parlare della sofferenza personale dell’interessato, che ha dovuto attendere quasi otto anni per vedere riconosciuta la propria estraneità ai fatti per un presunto reato per il quale nessuno veniva più condannato da lustri.

Dal 2004, dunque, un giornalista è stato ingiustamente privato di un indispensabile strumento di comunicazione a sua disposizione, e che costituiva una fonte di informazione, neanche periodicamente aggiornata per chi ne faceva uso, per non parlare della possibilità di esprimere il proprio pensiero attraverso quella risorsa informatica di cui era titolare, stata sequestrata e resa inaccessibile per tutto il periodo del procedimento.

E’ stato dichiarato colpevole in due giudizi di merito, ed è stato, finalmente, assolto con la formula più ampia.

La sua iniziativa editoriale, dunque NON era “stampa clandestina”, così come previsto dall’articolato di legge (“Chiunque intraprenda la pubblicazione di un giornale o altro periodico senza che sia stata eseguita la registrazione prescritta dall’art. 5, è punito con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a lire 500.000. La stessa pena si applica a chiunque pubblica uno stampato non periodico, dal quale non risulti il nome dell’editore né quello dello stampatore o nel quale questi siano indicati in modo non conforme al vero” – Legge n. 47 del 1948-).

Le indagini, con il conseguente sequestro del blog, erano partite con particolare riferimento alla pubblicazione di documenti inerenti l’uccisione del giovane giornalista Giovanni Spampinato, nel 1972

Oltre al danno, la beffa. All’indomani della sentenza della Cassazione, Wikipedia non aveva ancora aggiornato la pagina dedicata a Carlo Ruta. Per cui, Carlo Ruta, per quasi 24 ore è risultato ancora condannato in base alla sentenza di secondo grado.

Ritenevo e ritengo ancora che il coraggio di Carlo Ruta, e la sua determinazione nel difendersi fino all’ultimo grado di giudizio avessero meritato un po’ più di rispetto, anche e soprattutto dai paladini della cultura libera.

Poche ore dopo la segnalazione del fatto sul mio blog (e non necessariamente in conseguenza di essa) la voce è stata modificata, riportando la notizia dell’assoluzione in Cassazione e supplendo a una imbarazzante e spiacevole latitanza di aggiornamento durata diverse ore.
Ma, come dicono i veneti, xé stà’ pegio el tacón del buso [il rammendo è stato peggiore del buco]: se da un lato Wikipedia ha aggiunto la frase “ma il 10 maggio 2012 viene assolto in Cassazione”, dall’altro la notizia è stata ancora ospitata sotto il paragrafo originario: “La condanna per stampa clandestina”.

Ma il punto è che non esiste nessuna condanna per stampa clandestina a carico di Carlo Ruta. Le due condanne inflitte in primo e in secondo grado, non essendo definitive non solo non hanno avuto nessun effetto, ma sono state spazzate via dalla sentenza definitiva di assoluzione della Corte di Cassazione. Non esistono. O, se sono esistite, hanno avuto carattere assolutamente transitorio. Sono state pronunciate, sì, ma hanno avuto lo stesso valore che hanno tutte le condanne di primo e secondo grado non definitive: zero.

Wikipedia non ha titolato, come sarebbe stato corretto, “L’assoluzione dall’accusa di stampa clandestina” (perché di questo si tratta), ma ha “inchiodato”, con un titolo, una persona a una circostanza che non aveva alcuna rilevanza di tipo penale.

Il lettore che dovesse cercare notizie su Carlo Ruta avrebbe potuto essere tratto in inganno da quel titolo. Che avrebbe potuto suggerire letture “successive” più che pericolose.

Sempre successivamente alle mie segnalazioni (e, come ripeto, non necessariamente per effetto di esse), il titolo è stato cambiato in “La vicenda giudiziaria della stampa clandestina”.
Anche da questa lettura emerge che quanto è occorso a Carlo Ruta è, comunque, una “vicenda giudiziaria”, un dato di cui serbare memoria e da trasmettere, nel tempo, anche a chi, a distanza di anni, dovesse cercare notizie sul giornalista.

Franco Coppoli, sospeso per un mese senza stipendio per aver rimosso dei crocefissi dalle aule scolastiche\

Tratto da: corriere.it

Tratto da: corriere.it

Franco Coppoli è un povero Cristo crocefisso (lui sì) che è incappato in un provvedimento disciplinare che lascia quell’amarino in bocca che ti fa venir voglia di sputare per terra e andartele con le mani a reggerti lo stomaco perché la bile smetta di fare il suo lavoro, anche se la bile viene dal fegato e non dallo stomaco.

E’ stato sanzionato a un mese senza stipendio e senza poter entrare in classe a fare lezione per aver tolto dei crocefissi da alcune aule dell’Istituto per geometri Sangallo di Terni, dove insegna, e in precedenza all’Istituto Casagrande.

Libertà di insegnamento, diritto alle scelte religiose dell’individuo, laicità dello stato. Macché, deferito per insubordinazione al Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione.

Non so quanto valga la solidarietà di un blog nei confronti di questo brav’uomo che ha avuto almeno il coraggio delle sue scelte e delle sue battaglie (al plurale, perché già precedentemente si era rifiutato di smettere di fare lezione e di interrompere un pubblico servizio per la presenza dei cani antidroga nella sua classe), ma magari varrà la pena ricordare che persone di questo valore e di questo coraggio fanno bene alla scuola italiana.

Le e-mail e gli SMS dalla Costa d’Avorio non vengono dalla Madonna (davvero?)

vergine

Sul sito lamadredellachiesa.it (dice: “O cosa guardi?” Lo so, o allora…) è apparsa, ripresa dall’Agenzia Fides la notizia per cui in Costa d’Avorio si diffonderebbero in forma immaginiamo virale (in senso puramente info-telematico) e tramite e-mail o sms dei messaggi attribuiti alla Vergine.

I Vescovi di Abidjan, durante la quaresima, hanno deciso di dire che no, quei messaggi non sono autentici.

Ma va? Ma davvero?? Guardate, non lo avrei mai detto. Avrei invece scommesso che si trattasse della Madonna in persona ad inviarli, invece che quattro o cinque psicotici che siccome pensano di aver visto la Beata Vergine e averne raccolto il messaggio, si improvvisano latori di contenuti il più possibile portatori di profezie di sciagure e disgrazie (come se la Costa d’Avorio non ne avesse abbastanza) ai danni della povera gente che magari ci crede.

Che poi uno dice: “Ma siamo in Africa, in un paese arretrato, dove la superstizione e l’ignoranza fanno sì che queste comunicazioni dilaghino stile catena di Sant’Antonio!” Beh, forse è vero, ma in Italia ci sono centinaia di persone che diffondono i messaggi di sedicenti veggenti che sostengono di aver parlato con la Madonna a Medjugorie. Magari non usano l’e-mail e gli SMS, magari utilizzano la stampa, che è e rimane il mezzo di comunicazione più pervasivo ed efficace, ma il sistema è quello.

Noi dovremmo solo fare attenzione a tutto questo. E non smettere mai di denunciare, denunciare, denunciare…

Il Reflusso Gastroesofageo da cancro (via spamming!)

reflusso

Io soffro di MRGE. Che sarebbe un acronimo graziosetto e cripticello per definire la “Malattia da Reflusso Gastro-Esofageo”.

La mi’ nonna Angiolina avrebbe detto “Ciai i fortóri!” ma ora non vai da nessuna parte se non soffri almeno di una siglettina e sicché ho dovuto adeguarmi.

Ieri mi è arrivata una mail di cosiddetto spamming che portava come oggetto “The Real Cause Of Your Acid Reflux” ovvevo “La vera causa del vostro reflusso acido”, nel campo From c’era un certo “stomach cancer”, ovvero “Cancro allo stomaco”. La mail comincia con il rassicurante “Non avrei mai creduto che la mia acidità fosse dovuta al cancro”.

Ma andate in culo! Questi non sono spammer. Gli spammer cercano di affibbiarti ora un software per il computer, ora una pasticchina di Viagra contraffatto. Tutt’al più c’è qualche puttanone di alto bordo che ti si offre, così se vuoi prendere contatti con una professionista che scrive dall’altro capo del mondo e farti spennare un po’ di soldi sei libero di abboccare. Ma questi son dei terroristi. Non ti dicono, cioè, che mangi come un bottino e che se tu (cioè io) ingurgitassi meno troiai magari staresti anche meglio, no, macché, vengono a raccontarti la loro esperienza e si firmano anche, così la gente sa dove andare a cercarli per corcarli di sacrosante mazzate.

Non so loro, ma io per Pasqua all’agnello cacio e uovo all’abruzzese non ci rinuncio. E poi la sera di Riopan ne prendo tre!

La telefonate su WhatsApp: io le ho! (E voi no!!!)

Screenshot from 2015-04-02 16:30:32

Qualche giorno fa avevoi letto alcuni articoli sul web, di quelli che i quotidiani si duplicano l’uno con l’altro, che parlavano dell’implementazione in WhatsApp per iPhone delle chiamate vocali.

Non che me ne interessasse granché, visto che io non compro i prodotti di Stigiò. Quello che invece sì, mi interessava, era il fatto che secondo gli articoli questa funzione fosse già implementata sulla versione di WhatsApp per gli Android.

Però io non riuscivo a vedere nessun pippolo da “tappare” (orrenda espressione per “fare tap”, ovvero picchiettare sul touchscreen, che è una brutta parola anche quella, ma se si va avanti di questo passo non si finisce più) per fare le telefonate.

Ponza che ti riponza, prova e riprova, dopo diecimila “macché” è arrivata la mia amica Ivana P. e ha sciolto il mistero: per attivare le chiamate su WhatsApp, oltre ad avere una versione recente del suddetto, occorre ricevere una telefonata da un utente di WhatsApp che, naturalmente, abbia implementato a sua volta la funzione, sennò si fa ride’ le telline. E’ una funzione “virale”. Qualcuno telefona a te e ti attiva, poi tu telefoni a qualcun altro e lo attivi a tua volta.

A quel punto si trattava di trovare qualcuno che avesse WhatsApp e mi facesse una telefonata (non potevo continuare a rimediare stercofigure con Ivana P.!) e mia moglie, che è un genio, mi fa candidamente vedere il suo smartphone e mi accorgo che lei quella funzione l’ha sempre avuta. Son quelle scoperte che ti fanno montare dentro un nervoso abissale (“come sarebbe a di’, io mi arrampico sugli specchi e te te ne vieni candida candida dicendomi “Eccola qui?” Eh, no…) ma ho dovuto chinarmi alla quintessenza muliebre e dopo una chiamata di quattro secondi ho avuto la tanto agognata funzionalità: finalmente anch’io posso chiamare a voce da WhatsApp.

Ora la domanda successiva è “cosa me ne faccio?”. Già, lo so, l’ho tanto voluta ma la voce di chi parla ritorna in eco e non è proprio il massimo.
Poi bisogna calcolare che quando si è al telefono non si hanno le giuste dimensioni e proporzioni del traffico dati scambiato e questo, ameno di non avere una connessione wi-fi, potrebbe essere un problema considerata la limitatezza del traffico dati mensile dei vari gestori (quelli più generosi ti danno appena 2 Gb. mentre quelli stitici pensano che tu ce la faccia con 1 Gb. e basta). In breve, rischiate di sforare le soglie poi col cavolo che potrete andare in giro a fare i gagaroni e a dire che voi ci avete le telefonate gràtisse.

Insomma, state attentini, sì?

E’ morto John Renbourn

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John Renbourn è stato uno dei componenti (assieme a Bert Jansch, Terry Cox, Jacqui McShee e Danny Thompson del gruppo inglese dei Pentangle, tra i più innovativi e completi della storia della musica.

Dopo la morte di Bert, che aveva spezzato il Pentacolo, se n’è andato anche John, mio modello e maestro.

Mi è impossibile riassumere la sua carriera chitarristica, John Renbourn ha rielaborato tutto, dalla musica medievale a quella tradizionale, dal jazz al blues, sia come solista che come fondatore di gruppi collegati al suo nome. Vi posso fare i titoli di quattro dischi, giusto per darvi solo una idea del suo genio e della sua abilità chitarristica: “Faro Annie”, “The Black Balloon”, “A maid in Bedlam” e “The enchanted garden” (gli ultimi due sotto il nome di “John Renbourn Group”).

Che fosse accompagnato da musicisti e cantanti di indubbio valore (Jacqui McShee fra tutte, voce inglese per eccellenza) o che suonasse da solo Renbourn ha sempre dimostrato una incredibile versatilità con lo strumento, e ora che se n’è andato, questa giornata grigia di fancazzismo è, se possibile, ancora più acida da digerire. E non vi dico altro.