51 anni

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…e un gran giramento di coglioni!

Meglio se taci è meglio se lo leggi

E’ uscito un (bel) libriccino, denso e corposo, ad opera di Guido Scorza (che, assieme a Paolo Attivissimo, è una di quelle persone per cui mi chiedo dove trovino il tempo di scrivere tutto quello che scrivono) che si intitola “Meglio se taci” e Alessandro Gilioli.

E’ una serie di dissertazioni e casi reali che riguardano tutto ciò che grava sulla libertà di espresssione in Italia, dall’essere al 49.o posto nella classifica mondiale alle censure travestite da tutela dei diritti di copyright, passando attraverso i privilegi dell’AGCOM, le incongruenze delle leggi sulla stampa, le proposte di censura della rete in Parlamento, dalla prefigurazione di un Medioevo prossimo venturo al diritto all’oblio. 160 pagine agili ma pesanti come un macigno.

Ci si ritrova di tutto: la vicenda di Carlo Ruta, condannato in primo e secondo grado e assolto in Cassazione per non aver registrato il suo blog come testata giornalistica, quella di Francesco Vanin cui era stato contestato l’esercizio abusivo della professione giornalistica per aver organizzato una “YouTube” veneta.

Sono storie chepensavamo di aver relegato nel dimenticatoio. Invece hanno avuto luogo proprio in Italia. Beh, del resto dove altro avrebbero potuto?

Un bel libro, dicevo, con una pecca (e siccome so che Scorza accetta volentieri le critiche gliene rifilo subito una): non tratta del potere intimidatorio che hanno le querele per diffamazione via web. Si badi bene, non delle querele legittimamente sporte, ma di quelle che hanno come scusa una presunta (e non ancora accertata) diffamazione per esercitare il potere di censura sul blogger di turno: oscurare tutti i contenuti, anche quelli che non c’entrano niente con la materia del contendere, e non permettere più a chi scrive di poterlo fare in attesa del giudizio, lento, noioso e farraginoso. Ci hanno provato con me, senza riuscirci. A Piero Ricca è andata peggio. Io non ho mai sostenuto che chi è stato veramente diffamato non debba veder riconosciuti i propri diritti. Ma almeno si sequestrino QUEI contenuti diffamatori una volta ottenuta una sentenza definitiva passata in giudicato e si lascino intoccati gli altri. Vox clamans in deserto.

A parte questo, Guido Scorza ha fatto un gran bel lavoro, accidenti, e guardate un po’ se lo leggete anche voi, così smuovete il culo da quella sèggiola.

Chi giustizierà Wikipedia?

Su “Internazionale” è apparso un breve articolo di Giulia Zoli (grazie a Valeria Cicerone per averlo segnalato). Riguarda “il giustiziere di Wikipedia”, come si evince dal titolo, tale Bryan Henderson, a.k.a. Giraffedata.

Impresa titanica del suddetto sarebbe la correzione di circa 47000 occorrenze della forma “comprised of”, che è sbagliata ma che ricorre piuttosto frequentemente nella Wikipedia inglese.
Henderson è l’autore di un software specifico dedicato a correggere le pagine di Wikipedia che riportano l’errore. Giulia Zoli segnala che “Ogni domenica, prima di andare a dormire” il Nostro lancia il programma che va a scovare le immondizie grammaticali e le riconsegna sotto forma di humus organico, nuova vita per rigenerare le pagine indebitamente sporcate. Perché poi “ogni domenica” non si capisce proprio. Se uno lo lancia di mercoledì cosa succede, non funziona?

Quello che ci fa interrogare davanti a tutto questo è cosa ci sia di così straordinario in tutto questo da meritare le gucciniane “due colonne su un giornale”. In fondo che cosa ha fatto Bryan Henderson? Solo un “Trova e sostituisci”, che per un informatico non dovrebbe nemmeno essere niente di particolarmente difficile. Invece no: Giulia Zoli conclude chiarendo che il software è stato realizzato “per combattere la sua crociata grammaticale. E la vostra qual è?

Io. tanto per cambiare, non ho da promuovere una crociata nei confronti di Wikipedia, per il semplice fatto che Wikipedia non è depositaria del Santissimo Sepolcro, per cui non ho da liberare alcunché.
La presenza di errori grammaticali e di ortografia è indice della scarsa affidabilità del mezzo. Il fatto che sia affidata all’improvvisazione degli utenti, poi, mette a repentaglio l’affidabilità dei contenuti. La community che la gestisce è una sorta di Grande Inquisizione davanti alla quale qualsiasi obiezione decade, perché non si hanno da difendere i contenuti delle pagine, ma la presunta autorevolezza di chi procede alla loro supervisione (spesso sbagliando e recando un danno ai lettori).

Sarebbe bello che il web tornasse alla condizione pre-Wikipedia, quella in cui ognuno poteva inserire una pagina su un dato argomento e quando non c’era il cannibalismo informatico delle prime posizioni su Google.

Ma Wikipedia c’è e ci tocca riderne.

Goji popolo!!

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Quand’ero piccino io, il frutto più esotico che c’era era il kaki (o anche “cachi”, o perfino, trivialmente, “caco”, visto che “cachi” veniva visto come un plurale). Qualcuno aveva l’albero e quando era completamente spoglio nascevano questi frutti dall’aspetto invitante (sollecitavano la curiosità, più che altro) ma dalla consistenza e dal gusto vomitevoli, così mollicci che erano, e più eran maturi e più risultavano mollicci. Si mangiavano più che altro per passare il tempo, poi il padrone dell’albero, visto che ti piacevano, già che c’era te ne regalava qualcuno da portare a casa, così se li levava dai coglioni.

Da grande, poi, furono i kiwi. Venivano dalla Nuova Zelanda, e te lì a pensare “O che cianno la frutta in Nuova Zelanda? Ma sì, in fondo son gente come noialtri!” e te li decantavano come pieni di virtù. Energetici (o quando mai è stata energetica la frutta? Avete mai visto uno mangiare una mela e poi spaccare il mondo stile Braccio di Ferro con gli spinaci??), multivitaminici, pareva che non si fosse mai visto nulla di simile al mondo, però ohibò quella buccia pelosa, parevan bestie! Ora a volte è il fruttivendolo che ti paga perché tu glieli porti via.

Ora invece ci sono i goji, che uno si guarda in giro e vede i goji, va al supermercato trova i biscotti al goji, il caffé al goji, la torta di goji, i goji son buoni, i goji fanno bene, i goji di qui, i goji di là, ma che cazzo sono questi goji non te lo spiega nessuno. Son eventi che una volta ogni 25 anni ci tocca sorbire, come l’anno santo o le nozze d’argento e d’oro dei genitori, ecco, ogni 25 anni c’è un frutto nuovo, che poi non è vero che è nuovo, perché laggiù nel paese del goji lo sanno da millenni che esistono i goji, e allora di cosa parliamo?

Di una bustina di cazzini rossi rinsecchiti a 0,99 euro al supermercato, eccco di che cosa parliamo!

QSL – Deutschlandfunk: Europameisterschaft 1988

Ascolto del 10.7.89 (ero piccino)

PD: un anno di governo con l’apostrofo

La gente mi dice spesso che son troppo pignolino (ma va’?) nell’individuare gli errori di ortografia in rete. E troppo crudele nello stigmatizzarli, perché “in fondo sono solo degli errori di battitura o delle banali sviste che non denotano necessariamente l’ignoranza o la malafede di chi li commette” (ah, no?).

Allora mi dicano Lorsignori come deve essere classificato questo prezioso reperto che illustra la “scuola che cambia” secondo il Partito Democratico (ora lo so che cosa direte, che ce l’ho a morte con il Partito Democratico, sì, e allora?) e che pubblicizza un incontro con Renzi in testa al quale spicca la scritta “2014-2015 un’anno di governo”. “Un’anno” con l’apostrofo! (cliccate sull’immagine per ingrandirla, peccatori!)

C’è indubbiamente da crederci che la scuola cambierà se si usano gli apostrofi là dove non ci vogliono. Credo anche che una cultura basata sulla banalizzazione e sulla tolleranza di questo tipo di orrori per cui la mia maestra delle elementari, la Laura del Quaglierini, non avrebbe esitato a mettermo un segno di matita blu e a rimandarmi a posto con una bella rampogna, non sia una cultura che cambia l’Italia. Tutt’al più la mortifica.

Non è un errore grave? E invece sì. E’ gravissimo. E se lo si vuole tollerare a tutti i costi si è complici di questa cultura della sciatteria e del va’-là-che-vai-bene.

Magari, questo sì, ci si può fare una risata e cominciare a fidarsi un po’ meno.

Quando muore qualcuno di Facebook

Quando muore qualcuno di Facebook si scatena il peggio della retorica che la gente possa dare. Un maremagnum di partecipazione vomitevole da parte di chi il morto non lo conosceva nemmeno. E il punto è proprio quello. Nemmeno lo/la conoscevi e già diventa un santo, una persona meravigliosa, che probabilmente ha fatto dei prodigi in vita e che “non condividevo le sue idee ma lo rispettavo”. E va beh, e allora? No, voglio dire, è importante?? No, ma evidentemente a qualcuno tutto questo piace. Piace rimestare nel torbido, piace far vedere il suo nome nella bacheca del caro estinto, è gente che se potesse si farebbe mettere nei manifesti funebri accato alla dicitura “Ne danno il triste annuncio”. E’ la perversione del “caro estinto”. E se mi chiedono “Ma tu non partecipi?” rispondo “No, io NON partecipo.” Perché se invece di una “amicizia” (ah, che parola volgare e putrida hanno trovato quelli del social!) fosse stato uno che si vede tutti i giorni sull’autobus o sul treno probabilmente tanta gente non se se sarebbe nemmeno accorta. E allora di che stiamo parlando? Guardate che non siete per niente divertenti, no, affatto…

Paella

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La casa Batllò

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Che, voglio dire, sarà anche la Casa Batllò, sarà anche di Gaudì, quello che pregava tutti i giorni e che morì arrotato e stiacciato dalla SITA, sarà anche un monumento essenziale del modernismo catalano ma 21,50 euro di biglietto di entrata a cranio per una coppia sono un giorno di stipendio. E ho capito che le forme infantili, il precursore del surrealismo, i vetri colorati e tutte le protuberanze che gli si fregano, ma io non mangio surrealismo! Sicché che Lorsignori si diano un po’ una regolata.

Sagrada familia

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Ai barcellonesi toccagli il gotico e sei morto. Lo hanno riproposto anche in salsa modernista nella Sagrada Familia di Antoni Gaudì.
Modernismo è gusto per l’esotico e per l’incredibilmente complicato, anche se a prima vista la nuova cattedrale sembra più un gioco di bambini che fanno scivolare la sabbia umida sulle mani per ammonticchiarla sul castello.
Gaudí finì sotto un tramvai e da allora la sua creatura resta da terminare: un bel pretesto per continuare a far quattrini coi visitatori da tutto il mondo, tanto il biglietto costa stéccolo!

Barcelona

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Il blog si sposta per tre giorni a Barcellona da cui vi manderò alcuni brevi flash. Stay tuned.

Sviste

L’ISIS: “Gentiloni ministro dell’Italia crociata.”
Errore: è ministro in un’Italia SCUDO-crociata.

La lista è vita

Pippo Civati figura nella lista Falciani.

Chiarisce che il conto era intestato al padre e di non avervi “mai avuto accesso“. Dice inoltre di essere stato solo l’intestatario di una procura.

Non metto minimamente in dubbio le circostanze riferite da Civati e c’è da essere d’accordo con lui quando dice che è spiacevole ritrovarsi in una lista assieme a dei mariuoli che hanno frodato il fisco.

Ma il mi’ babbo Sergio, che ogni tanto mi metteva qualche migliaio di lire in un libretto della filiale di Vada della Cassa di Risparmio di Livorno, un conto in Svizzera non ce l’ha mai avuto. Nemmeno, si veda il caso, per darmi una procura.

O come mai? La lista è vita.

Paura di volare

Per carità, io non è che abbia niente contro il successo del trio “Il Volo” a Sanremo. Ognuno -diceva Andy Warhol- ha pur diritto al suo sacrosanto quarto d’ora di celebrità. E poi noi italiani abbiamo così tanto bisogno di rifugiarci nel “bel canto” che, detta così, è un’espressione che vuol dire tutto e non vuol dire nulla. Abbiamo un bisogno atavico di tuffarci negli stilemi e negli stereotipi della mamma (la mamma è uno sola o la mamma è una sòla? Fatto sta che solo per lei la nostra canzone vola) della pizza, di Napule, d”o sole (che sta sempre in fronte a te), d”o mare e d”o mandolino, di Maria (quanto suonno aggio perso pe’ ‘tte!!) e dell’ammore (un amore così grande, un amore così, appunto. Dunque che male c’è se a soddisfare questo nostro bisogno sono tre giovani tenori (sia pure con qualche accenno di note da baritono) di diciassette anni allevati nella culla del salotto ugualmente nazional popolare della Clerici? Nessuno, naturalmente, purché si sappia (e lo si sappia bene) che il nostro claudiovillismo non ci porterà da nessuna parte. Il mondo cambia e noi siamo sempre lì a baloccarci con le mattinate di Leoncavallo, quasi dovessimo indossarla noi quella veste bianca e schiuder l’uscio al candor e a tutte le rime in cuor, amor, ardor e via trocheggiando. E i ragazzi del volo cantano. Oltretutto, voglio dire, guadagnano anche dei bei soldini che schifo non hanno mai fatto a nessuno, girano il mondo, firmano autografi, la gente li riconosce per strada, hanno fatto delle sessioni con musicisti di livello indubbiamente più alto del loro. Il modello è quello dei tre tenori classici: Domingo, Carreras e Pavarotti. Lo dimostra il repertorio: si va da Maria (I’ll never stop saying Maria) a Granada (Manola cantada en coplas preciosas), dalla già citata “‘O sole mio” a “Torna a Surriento” fino a quella “No puede ser”, tratta da una zarzuela spagnola che si chiamava “La tabernera del Puerto” (a volte una laurea in spagnolo fa la sua sporca figura) musicata da Pablo Sorozábal (zanzàn!) che nessuno avrebbe mai ricordato se non fosse stato Plácido Domingo a riproporla assieme ai suoi due compagni di ventura. Fin qui, voglio dire, nulla di male, ognuno è libero di ascoltarli, non ascoltarli, comprare i loro dischi oppure lasciarli lì dove sono. Però mi viene da pensare ai loro studi interrotti per andare in tournée (ne fecero cenno loro stessi in uno special televisivo trasmesso alcuni lunedì or sono da RaiDue) per studiare canto (spero almeno che abbiano una specializzazione conseguita al Conservatorio), per tutto questo gorgheggiare, per avere una pagina su Wikipedia (eh, volete mettere, quelle son soddisfazioni, ma non è colpa loro!), per fare quello che loro chiamano “pop lirico”. Sarà anche vero che con quel genere si trastullò prima di loro Andrea Bocelli, ma è vero altrettanto che la storia di Sanremo è piena di meteore che arrivarono ad incidere il brano del momento, a restarvi aggrappate finché reggeva e a scomparire subito dopo. I Jalisse, per esempio, ma anche Tiziana Rivale, Mino Vergnaghi, Gilda Giuliani, giusto per citarne qualcuno solo tra chi ha vinto. Boh, facciano un po’ quel che gli pare, ma io non voglio più correre il rischio di accendere la radio e sentir cantare “Binarioooooooo“. Ecco, sono come Erica Jong: ho paura di volare.

Trattatello in lode ed onore di Benedetta Parodi

Mi piace Benedetta Parodi.

Oh, ecco, l’ho detto, sono riuscito a fare outing davanti a migliaia di persone senza minimamente vergognarmene. Credo che sia la stessa sensazione che provano a raccontare la propria condizione gli omosessuali. O i cattolici.

Mi piace lei, mi piacciono i suoi programmi di cucina e il modo che ha di condurli. E’ sempre stata (ingiustamente!) trattata da divulgatrice di una cucina da supermercato (come se i suoi detrattori la spesa la facessero dall’ortolano tutti i giorni a chilometri zero, o se la pasta andassero a comprarla allo spaccio del pastificio sotto casa!), da metropoli del nord (ma perché, a Torino, Milano e Venezia non si mangia?? E in quelle del sud si sta a stecchetto???), una cucina prete-à-manger, con spreco di padelle antiaderenti, surgelati (qualcosa contro i surgelati?) e idee quattrosaltimpadellistiche. Nulla di più falso. La Parodi è brava, ma, soprattutto, come dice mia moglie, è imperfetta. Si brucia le dita mentre scola l’acqua della pasta, dice “Oh, santa polenta!”, quando va a “impiattare” (termine orribile ma glielo perdoniamo) impiastriccia la presentazione, scivola, intràmpola, méstola e buca letteralmente lo schermo.

Soprattutto, la Parodi riesce a non farti sentire in colpa. In colpa di aver fatto un brodo con il granulare alle verdure solo perché non ti sei alzato all’alba per andare a cercare un bouquet garni per preparare il court bouillon. In colpa di esserti andato a prendere il Misto Benessere della Orogel anziché aver passato il pomeriggio a storzolare i cavolini di Bruxelles (eh, son già pronti…). In colpa per non aver comprato il pollo ruspante del contadino e riuscire a sostituirlo con un petto di pollo di quelli impacchettati nel cellophàn (con l’accento sull’ultima, come lo direbbe Paolo Conte) e nel polistirolo, che tagliato a bocconcini va bene lo stesso per fare una ricetta di nove minuti, chè la gente ha anche da vivere e di tempo ne ha sempre meno. Ecco, la Parodi ti aiuta a vedere il prodotto industriale (che so, il miele Ambrosoli anziché quello dell’apicoltore, che sarà migliore ma non ce l’ho sottomano un apicoltore, che faccio, mi ammazzo? La passata di pomodoro della De Rica, che va beh che son più buoni i San Marzano maturati al sole cocente delle Puglie, ma intanto ho questa e si fa prima, e poi chissà se esiste ancora la De Rica e viandare) come una cosa assolutamente normale nella tua vita culinaria. E a sentirti bene.

Qualcuno dice che i suoi piatti non sono alta cucina. Ma alla Parodi gliene frega un baffo dell’alta cucina (fermo restando che ci ho visto anche Vissani da lei, segno evidente che il cucinismo spicciolo televisivo tira), la Parodi è lì che frulla, mixa, affetta, taglia, assaggia col dito portato alla bocca e poco male se nel contempo vi maneggia cucchiai, forchette e coltelli, non spiega le ricette, le incontra, le fa sue, ci parla quasi, in un colloquio intenso fra la pietanza e il pubblico, insomma, è dimolto brava e a me mi garba parecchio, e se non siete d’accordo cazzi vostri (oh, sarò padrone a casa mia…).