“Miserabile moralista” e la cacca nel corridoio come volontà e rappresentazione

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Accidenti a me e a tutte le volte in cui decido di parlare di notizie di cronaca.

Perché la cronaca ha il singolare effetto di dividere in due l’opinione pubblica. Come il calcio. O gli insegnanti. Ci sono colpevolisti e innocentisti, esperti in dinamiche giudiziarie e mammisti ad oltranza. Poi ci sono quelli che rompono i coglioni a me sul blog e mi dànno del “miserabile moralista” attraverso l’interfaccia Facebook.

Ho tolto quel commento (cosa che faccio assai di rado, in 11 anni di esistenza del blog sarà sì e no la terza volta che mi accade) perché sia che io sia un “miserabile moralista”, sia che non lo sia, evidentemente questo spazio è mio e ci farò un po’ il moralista (o il non moralista, si veda il caso) quanto cazzo mi pare. E’ inutile che me la meniate, finché commentate il mio blog siete miei ospiti e soggiacete alle mie repentine mutazioni d’umore. Cosicché se io mi alzo col piede storto (espressione di autoironia, questa, che avranno còlto in due) e decido di prendermela coi vostri commenti e cancellarli lo faccio senza comunicarvelo previamente. Punto e morta lì.

L’oggetto del contendere era l’articolo “Gioventù lassativa“, dedicato alla morte del giovane Domenico Maurantonio (in quell’articolo non ne facevo il nome). Sostenevo in quella sede (ma potete anche andare a leggervelo, se avete bisogno di un riscontro, non è mica proibito) e, soprattutto, in quel momento, la singolare definizione di “scherzo” per l’ipotesi fatta dalla Procura competente, che a causare la morte del giovane sia stata la somministrazione di una forte dose di lassativo e una serie di circostanze che gli avrebbero fatto perdere l’equilibrio e lo avrebbero fatto cadere mentre cercava di raggiungere la finestra della sua camera.
E me la prendevo con questa gioventù neodefinita “lassativa”, omertosa e poco intelligente, disposta soltanto a salvaguardare se stessa anziché dare agli inquirenti una versione credibile di quanto era veramente accaduto (perché se c’è una cosa incontrovertibile è che quando il giovane è precipitato qualcuno era con lui, e per “qualcuno” intendo proprio i suoi compagni di scuola).

Mi sono, sostanzialmente, sentito dare del “miserabile moralista” perché nel frattempo sarebbe intervenuto un altro elemento che farebbe pendere l’ago della bilancia a favore di un’altra tesi, un WhatsApp (Dìo mìo come siete antipatici con questo linguaggio del pìffero. “Un WhatsApp” come se fosse “uno Stravecchio”! O “un Dombairo”…) spedito da non si sa chi (e, vero o falso che ne sia il contenuto, qualcuno deve averlo spedito per forza) con questo testo: “L’altra sera dei ragazzi di una scuola di Padova son venuti da noi in hotel… di notte si sono ubriacati da fare schifo e hanno deciso di fare degli scherzoni sui corridoi dell’hotel. Il ‘migliore’ di questi scherzi è stato defecare per il corridoio del quinto piano… non contento, uno di questi per fare il figo decide di mettersi sul cornicione per farla dalla finestra… quindi si fa tenere per le braccia dagli amici e ad un certo punto vola giù. Morto. Gli amici non hanno detto nulla a nessuno e son tornati in stanza…”

A parte il fatto che il mio articolo è stato scritto quando del WhatsApp (questa sì che è un’espressione miserabile da fighetti della post-informatica di consumo!) non si sapeva ancora nulla, mi pare che non cambi proprio una virgola. Se è buona la tesi del lassativo il giovane deceduto sarebbe una vittima che però non ha preso parte volontariamente al gioco dei suoi compagnucci vigliacchetti, mentre se si fosse messo sul cornicione per defecare dalla finestra sarebbe stato ugualmente una vittima (perché proprio lui? Non poteva farsi penzolare dal cornicione uno di quelli che lo reggevano per le braccia? Così, tanto per vedere che aria tirava da quell’altezza) ma magari più coinvolto nelle dinamiche dello “scherzo”.

C’è qualcosa che colpisce in quel messaggio ed è la circostanza che i ragazzi si fossero messi a defecare nel corridoio per fare degli “scherzoni”. Eh. me lo immagino che razza di “scherzoni” devono aver fatto, si muore veramente dal ridere: il “migliore” è stato scagazzare per tutto il corridoio (chissà gli altri di minor pregevole fattura) ubriachi fradici è un gesto chiaramente liberatorio, oltre che del tratto intestinale, anche della catarsi psichica, per cui al ritorno dalla gita scolastica all’Expo, via, un bell’approfondimento di filosofia dal titolo “La cacca in corridoio come volontà e rappresentazione”.

E rimane, comunque, il fulcro del discorso: qualcuno lo ha tenuto per le braccia. Poi gli è scivolata la presa. E questi vigliacchetti imborghesiti dei suoi compagni invece di dire SUBITO agli insegnanti cosa era successo, sono rientrari come se nulla fosse accaduto, ubriachi e colpevoli di un atteggiamento odioso e omertoso. Chissà poi quali sanzioni a loro carico volevano evitare. Perché, voglio dire, tenersi un morto sulla coscienza anche se solo per poche ore è dura.

E così, via, per tutto questo, e per non aver scritto che il cadavere sarebbe stato ritrovato senza indumenti intimi addosso (particolare di rilevantissimo interesse, il faut le dire) mi sono beccato del “miserabile moralista”. La prossima volta un blog lo fare voi così ci vengo io a rompervi i coglioni con i commentini a culo.

Pisa nera

modi

A Pisa (e il prode Baluganti Ampelio mi dirà “e dove altro?”) succede che una ragazza senegalese di 14 anni venga sottoposta ad atti di veri e propri bullismo e razzismo. Ha due elementi a suo favore, va molto bene a scuola ed è di pelle nera. Che, voglio dire, se esistesse gente normale a questo mondo, si porrebbe un interrogativo: “Ma com’è che lei, nera, va bene a scuola, mentre io, bianco, non capisco una sega e non riesco ad andare oltre il sette?”

Invece qualcuno tra i suoi compagni ha deciso di bombardarla di lettere (cinque o sei da quello che si sa) con il tenore di chi evidenzia che «Non si è mai vista una negra che prende 10 a Diritto». Il che, probabilmente, è anche vero. Così come è vero che non si era mai vista una testina di minchia scrivere cose del genere. Ma nonostante questo il padre della ragazza ha voluto ugualmente incontrare i compagni di classe della figlia, che ha il solo torto di andare bene e di voler fare l’avvocato: “Per me siete tutti miei figli”, ha detto, ma come si suol dire, quelli non se ne sono fatti né in qua né in là, creando un cordone di omertà vigliacca e coriacea attorno al corvo che è andato oltre ai messaggi scritti e ha strappato alla ragazza due libri di testo e un quadernone per gli appunti tanto, voglio dire, i soldi che i genitori della ragazza hanno speso per comprarle i libri su cui studiare crescono sugli alberi.

C’è una sola soluzione: cinque in condotta e bocciatura automatica. Ma intanto bisogna beccarlo. E quello ci fa “marameo” a tutti. Come Pinocchio e Lucignolo quando furon buttati fuor di scuola dal maestro e andarono a sputtanarsi la vita al Paese dei Balocchi. Speriamo solo che i somari non se la prendano troppo per essere stati messi accanto a uno del genere.

Gioventù lassativa

domenico

Quello che la stampa ci sta raccontando è che un giovane studente, apparentemente in buona salute fisica e psichica e senza problemi familiari o affettivi è morto durante un viaggio scolastico per le conseguenze di uno scherzo.

Ora, uno “scherzo” è quando si ride CON gli altri, non quando si ride DEGLI altri. Se tu ti diverti ma io mi rompo i coglioni, anzi, sono in uno stato di completa prostrazione rispetto a te che ti diverti non si sta scherzando.

Invece parrebbe che qualcuno (di cui si saprebbe già il nome, come hanno anticipato alcuni quotidiani locali veneti) durante un’uscita goliardica gli abbia sciolto del lassativo nella birra, fenomenale e anomalo concetto di “goliardia”. Probabilmente il ragazzo sarebbe uscito dalla stanza e non avrebbe più potuto rientrarci. Lo studente è morto per essere precipitato dal quinto piano dell’albergo in cui si trovava. Forse stava cercando di raggiungere la finestra che dava sull’esterno, vai a sapere. Tutto perché stava male, presumibilmente dopo aver bevuto il lassativo che i suoi compagni burloni gli hanno mescolato all’alcolico “per scherzo”. Come sempre sono circostanze per il momento “supposte”, si aspettano gli esiti degli esami tossicologici.

Scherzo del cazzo, comunque, sia che venga confermato sia che venga smentito, roba che non si faceva neanche alle “spine” durante il servizio militare. Lo hanno ritrovato la mattina dopo e gli inservienti dell’albergo hanno mostrato il cadavere ai professori ripreso da uno smartphone, come si usa fare tra le personcine ipertecnologiche che solo per avere un cazzettino che fa le foto nelle tasche si sentono in dovere di usarlo anche quando la cortesia vorrebbe che si prendessero gli interessati da parte. Un insegnante appena saputa la notizia sviene. Per la morte del ragazzo ma anche, presumo, per la responsabilità di chi avrebbe dovuto vigilare (magari, poveraccio, dormiva) e non l’ha fatto.

Cioè, voglio dire, c’è gente che se le prepara queste robe qui, perché nessuno mi venga a dire che questi avrebbero trovato, per puro caso (anzi, per “scherzo”, come direbbero loro) il flacone del lassativo e abbiano detto “Ma dài, che figata, adesso glielo facciamo bere tutto mischiato con la birra così ci divertiamo!” no, quella è gente che ha preso, è andata in farmacia, ha chiesto un flacone di Cagarapid, l’ha pagato, l’ha portato in “gita” (dovrebbero abolirlo questo vocabolo, in gita ci vai con i tuoi genitori, non con la scuola a fare le pirlate) e ha aspettato il momento buono e la persona più adatta per somministrarlo. E’ un fatto premeditato. Non che da quella premeditazione fosse possibile prevedere che il ragazzo sarebbe morto, ma che sarebbe stato male magari quello sì.

E davanti alla scuola che frequentava c’è ancora chi ha il coraggio di dire: «Domenico è morto. È un fatto. Ma adesso lasciateci in pace…» E’ un fatto, sì. Ed è un fatto di una gravità estrema. Un ragazzo esce di casa, viene affidato allo Stato (in quel caso rappresentato dall’istituzione scolastica) e ritorna cadavere perché qualcuno gli ha fatto uno “scherzo” e voi volete anche non parlarne più? “Oh, è morto!” Così. Puro constatazionismo. Senso critico zero. Magari, che so, un “mi dispiace”. Macché, neanche quello.

E’ la gioventù “lassativa”. Quella del muro di gomma che si illude che qualsiasi responsabilità possa essere rimbalzata, quella che vede -perché qualcuno ha visto!- un compagno cadere giù e non dà l’allarme. Gioventù omertosa e ostinata che ritroveremo, insensibile e asentimentale, nella gestione della “cosa pubblica” di domani e di cui io ho molta ma molta paura.

gazzettino

Nàpule nun è “Un posto al sole”

Screenshot from 2015-05-13 15:42:08

Io guardo “Un posto al sole”, va bene?

Ora che l’ho detto dovrei sentirmi meglio. Voglio dire, l’outing dovrebbe aiutare chi lo fa a liberarsi di un peso, invece no, mi sento perfettamente uguale a prima.

Guardo “Un posto al sole” e mi viene anche da dire che i perché di questa mia perversione televisiva saranno anche un gocciolino cazzi mia.

Guardo e dimentico immediatamente quello che è successo nella puntata appena trascorsa. Veramente non mi ricordo nemmeno i nomi dei personaggi. Mi accontento di indicarli con un banale ma efficace “quello lì” e “quella là” quando vengono inquadrati. Poi la volta successiva (che non è detto debba corrispondere necessariamente al giorno dopo, tanto la trama, bene o male, si riesce sempre a riprendere) mi riviene in mente tutto. Mi succede la stessa cosa identica con i libri gialli.

Ora, per esempio, c’è l’avvocato perfettino che in realtà è un serial killer che ha già ammazzato una ragazza, ne ha sfregiata un’altra che gli sta dando una caccia spietata mapperò (sarà bellino disseminare di queste produzioni ortografiche il blog e farvi saltare sulla poltrona?) gli inquirenti sospettano di un altro e lei, sopravvissuta, è l’unica che pensa che il suo aggressore sia ancora a giro a far danno, e ora, lui, ‘o malamente, ha adocchiato una bella ma ingenua, che difatti prima o poi a leilì gli fa fa’ la fine del polpo sbattuto sugli scogli.

E poi c’è Napoli. Voglio dire, non c’è.
Una fiction che si svolge tutta nel capoluogo partenopeo e a parte qualche vista da cartolina per turisti plastificata con il lungomare e ‘o Vesuvio, Napoli non c’è.
Voglio dire, io quando penso a Napoli penso al casino. Altro che “a voce d”e criature che saglie chiano chiano”! Voglio tutto quello che “Napule è”, mi devi far vedere “‘o sole amaro” che cantava Pino Daniele, fino alla proverbiale “carta sporca che nisciuno se ne ‘mporta”. E se proprio mi sevi fare vedere la Napoli di una cartolina di plastica mi ci devi mettere i proverbiali pini che ora non ci sono più e vorrei anche tanto sapere perché. Ma in “Un posto al sole” ci sono sempre giovani belli, impomatati, ragazze innamorate (alcune tremendamente incinte), tutti frequentano lo stesso bar (di plastica anche lui), appartamenti lussuosi e sempre bene in ordine (oh, mai che cucinino il pesce -per dire- e che facciano un po’ di puzza e di disordine in giro), quello che cià una tombola di soldi, quell’altra che si è innamorata di un pubblico ministero (in effetti a “Un posto al sole” non c’è nessuna che si sia innamorata non dico di un camorrista, ma almeno di qualcuno con piccolissimi precedenti penali -in questo caso la fiction “Una grande famiglia” è molto più democratica, bisogna riconoscerlo!), quella che chissà che le è successo ma cià sempre una ghigna a tagliola che la metà avanzerebbe ma di pizza, mare, sole, ‘na voce, ‘na chitarra, ‘nu poco ‘e luna, sonagli, ‘ntrugli, ‘mbruoglie, triccheballàcche, bombe di Maradona neanche l’ombra, ma tanto io “Un posto al sole” lo guardo uguale!

Il dottor Claudio Marabotti e i dati sulla mortalità nel Comune di Rosignano Marittimo

Ripubblico di seguito (perché è stata già pubblicata da il Tirreno) la lettera aperta che l’amico Claudio Marabotti ha indirizzato al Sindaco del Comune di Rosignano Marittimo sui tassi e le cause di mortalità nel territorio. Penso che la lucidità con cui Claudio espone la materia del contendere sia esemplare e mi viene da dire che è così che si scrive una lettera a un primo cittadino o, comunque sia, qualcosa che abbia la speranza e l’aspirazione di essere pubblicato da qualche parte. E siccome Claudio Marabotti è anche incredibilmente bravo in queste e in altre cose, ho deciso di dar seguito al suo scritto anche qui sul blog, così mi sento un po’ ganzino anch’io.

Egregio Sig. Sindaco, le scrivo perché lei è la massima autorità sanitaria del nostro Comune. Sono un medico, e mio padre è morto per un mesotelioma pleurico.
A fine 2014 ho visto i dati epidemiologici sulle cause di morte nella nostra zona e, nel mare di cifre che raffrontano l’incidenza di patologie osservate qui rispetto alle medie italiane, mi sono balzati agli occhi alcuni dati, che riassumo brevemente.
Mesotelioma. Nel nostro Comune c’è un eccesso marcatissimo di casi di mesotelioma pleurico. Si parla di una incidenza di oltre il 300 per cento (!) rispetto all’atteso, cioè oltre tre volte l’incidenza media italiana, sia per i maschi, sia per le femmine. In dieci anni ci sono stati 16 morti per mesotelioma pleurico in più rispetto all’attesa. Ci sono alcuni dati aggiuntivi da sottolineare su questo tema:
1. il mesotelioma è un tumore amianto-correlato.
2. Il fatto che anche le donne (tradizionalmente meno esposte professionalmente agli inquinanti industriali) siano maggiormente colpite può indicare un possibile inquinamento da amianto di tipo ambientale (quindi non solo legato alla esposizione professionale-industriale).
3. I dati sulla maggiore incidenza di mesotelioma sono estremamente solidi, perché l’incidenza di questa malattia è notevolmente più alta in tutta la ASL 6 (il 250% nei maschi ed il 190% nelle femmine) verosimilmente per la presenza di altre zone industriali, come i cantieri e le raffinerie a Livorno e le acciaierie a Piombino). Ma i dati di Rosignano, dove la fabbrica Solvay rappresenta una fonte potenziale di inquinamento da amianto, sono marcatamente più alti rispetto a quelli medi dell’ASL.
Altri tumori. Nel nostro Comune è stata registrata una mortalità superiore alle attese anche per altri tumori: Linfomi non-Hodgkin (20% di incidenza in più rispetto alle attese), tumori della mammella (15% in più rispetto alle attese). Anche l’eccesso di mortalità per tumore della mammella appare un dato verosimilmente solido, perché si ripete anche nei comuni vicini (Cecina), nella zona Bassa val di Cecina e nell’intera ASL6. I dati del comune di Rosignano sono però, ancora una volta, i più alti.
Malattie cardiovascolari: la mortalità per malattie cardiovascolari è risultata maggiore nel nostro Comune, in quello di Cecina, nella zona Bassa val di Cecina e nell’intera ASL6. Anche le malattie cardiovascolari possono essere correlate all’inquinamento ambientale (molte sostanze inquinanti possono danneggiare la parete delle arterie, dando inizio ai processi di degenerazione che hanno, come conseguenze finali, infarti ed ictus). Come per il tumore della mammella, il fatto che l’incidenza sia maggiore in tutte le zone campionate rende il dato solido e probabilmente non legato a fluttuazioni statistiche casuali. Qui le percentuali di eccesso sono più basse (dall’1% al 13% rispetto alle attese), ma le malattie cardiovascolari sono talmente comuni che anche piccoli scostamenti determinano grandi numeri in termini di morti in eccesso. Nell’intera ASL6, queste percentuali di scostamento rispetto alle attese determinano un eccesso di oltre 1500 morti in 10 anni.

E’ ovvio che da queste cifre “grezze” non si può trarre alcuna conclusione, in quanto le variazioni potrebbero essere frutto del caso. Però bisogna chiarire, e bisogna farlo presto. Per chiarire ci vuole un’analisi statistica inferenziale, che risponda a questa semplice ma fondamentale domanda: “Gli eccessi di mortalità sopra evidenziati sono compatibili con il caso?” Una risposta negativa, cioè se le variazioni non potessero ragionevolmente essere imputate al caso, significherebbe che l’ambiente del nostro Comune espone gli abitanti al rischio di contrarre malattie gravi, spesso mortali; una situazione non dissimile a quella della terra dei fuochi della Campania o dell’area intorno all’ILVA di Taranto.

Non so se un simile approfondimento (per cui servono pochi giorni di lavoro da parte di un esperto in biostatistica) sia stato fatto; dal 23 gennaio (data dell’incontro con il Direttore Generale ASL) non ho più avuto notizie in merito da parte degli organi di informazione. Le chiederei quindi la cortesia di chiarire cosa è stato fatto finora e cosa verrà fatto nel prossimo futuro. Nell’attesa di una sua risposta, le invio i miei più cordiali saluti,

Dott. Claudio Marabotti

Il potere e la gloria

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L’atteggiamento sminuente di Renzi si concretizza soprattutto quando il Nostro si trova faccia a faccia con il dissenso.

Se qualcuno lo contesta alla Festa dell’Unità a Bologna, si tratta di pochi “fischi”. Se qualcuno lo contesta sul suo amatissimo Twitter sono dei “rosiconi”. Se i black bloc mettono a ferro e fuoco Milano si tratta comunque di “teppistelli” (e sappiamo molto bene che i milanesi riescono a sopportare tutto, appalti comprati, lauree truccate, cliniche degli orrori, politici ladri, infiltrazioni della malavita organizzatama non spaccare loro le porte e le vetrine delle banche perché si incazzano!) mentre di fronte agli scioperi degli insegnanti e degli studenti in sette città italiane ha detto che “Sì, va bene, su alcuni punti si può trattare!” Ma non ha detto che il testo della sua disgraziata riforma scolastica passerà alla Camera il 19 maggio prossimo, quindi la disponibilità al miglioramento durerà al massimo 13 giorni (immagino che dialogo!) e non riguarderà uno dei punti più controversi: il potere dato ai presidi di scegliere discrezionalmente i docenti da apposite liste.

Perché ciò che fa dei provvedimenti di Renzi dei provvedimenti vincenti nelle aule non è la bontà del provvedimento, ma la prepotenza. Un testo di legge come quello dell’Italicum è stato sottoposto a tre voti di fiducia. E sarebbe il caso che ci spiegassero lorsignori come è possibile che una legge elettorale con porti il contributo fattivo del maggior numero possibile delle parti politiche (come dovrebbe essere).

Potere, quindi, nient’altro che potere. Che è lo stesso che Renzi e i suoi stanno dando ai dirigenti scolastici. E poi, quando accanto al termine “potere” viene associato l’aggettivo “discrezionale” il potere ha un sapore ancora migliore, roba che il Chupa-Chups al latte e fragola diventa un sacchetto di bucce di baccelli (nòmansi “baccelli” a Livorno le pregevoli fave). Per questo non esiste e non può esistere ascolto dell’altro che la pensa in modo diverso, perché il potere è nelle mani di uno solo. Ci hanno fatto anche credere, ad esempio, che le leggi le faccia il Governo e non  il Parlamento. Perché se le facesse veramente il Parlamento non ci sarebbe questa tempistica così stretta e, probabilmente, qualcuno le leggi oltre che a scriverle le discuterebbe pure.

Daranno il contentino di una manciata di assunzioni in più in cambio della chiusura di un occhio sui finanziamenti alla scuola privata, e chi verrà assunto in ruolo sarà solo molto meno libero ma non lo saprà.

La messa per lo zio Benito

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E siamo sempre lì a ravanare nel torbido, come se veramente non esistesse alcuna differenza tra morti e morti. Come se i trecentomila della Repubblica Sociale Italiana siano davvero “caduti” e non fossero, più semplicemente e dozzinalmente, “morti” perché i “caduti” son quelli della parte partigiana e non confondiamo le carte in tavola, per piacere, giacché la liberazione è stata un simbolo di speranza, il fascismo è stato un movimento criminale che quelle libertà voleva limitare quando non abolire. Ne abbiamo le palle piene di gente che ci viene a dire che “anche loro credevano in qualcosa”, cazzo, anche il Ku Klux Klan crede in qualcosa, e probabilmente c’è gente che vi appartiene e che la domenica va alla funzione religiosa e si crede anche ganzina e pienamente in sintonia con la spiritualità di tutti, allo stesso modo in cui gli “italiani di Alessandria” ricordano addirittura il “sacrificio” di Benito Mussolini (perché si è sacrificato, lui, e gli altri invece no, vero?) e gli dedicano una messa che, come se non bastasse, qualcuno poi officerà, magari senza neanche provare disgusto. Anzi, cercando vieppiù di minimizzare, di dire che tanto le anime son tutte uguali, che anche lui è un morto come tanti. Mi ricordo una lunga sequela di improperi contro i fascisti in forma di poesia che il Benigni, quando faceva veramente della comicità -mica ora!-, recitava nei suoi spettacoli: “l’òmini son tutti uguali/ma te tu sei differente” ed è vero: non si può ricondurre Mussolini a un “tutti” generico e fargli un manifesto funebre come se fosse il vecchietto della porta accanto morto il giorno prima, anche perché il vecchietto della porta accanto non ha mai emanato e fatto rigidamente osservare le leggi razziali, Mussolini sì. E abbiamo perso il senso non dico della vergogna quanto del pudore. Quel pudore liberatorio che ci fa dire con lo stesso Benigni d’antan: “ti chiavassero la moglie tutti i morti delle guerre/e ti nascesse un figlio che assomiglia a Berlinguerre!

Il senso di Eidos per Wikipedia

PREMESSA:

Questo è un articolo che NON vuole disprezzare “Eidos” né esaltare Wikipedia (che continuo a ritenere ridondante, inutile, ingestibile e inaffidabile).
E’, tutt’al più, un articolo sul come-si-fanno-le-cose-quando-si-scrive, tutto lì. Chiunque metta in dubbio questa premessa o è in malafede o, come diceva il mi’ nonno Armando, cià ‘r culo sudicio.

SVOLGIMENTO:

L’occasione me la dà un articolo pubblicato sul n. 229/2015 di “Eidos” a pagina 29. Vi è ospitata, nella rubrica “Curiosizie” una digressione sul “Perché via Galilei a Campo a Mare si chiama così”. Di questa digressione, lunga 29 righe, almeno 26 sono dedicate a parlare di Galileo Galilei. Ebbene, senza voler essere cattivi, ma fotografando solo il mero dato, TUTTE queste righe sono state tratte dalla voce di Wikipedia su Galileo. Si tratta di un dato inconfutabile e innegabile. Ecco qui la scansione della pagina:

eidos

ed ecco qui, invece, quanto riportato da Wikipedia:

galileo

Non c’è che dire, a parte l’omissione dei numeri delle note, il testo è identico.

La domanda successiva è quasi scontata: perché copiare pedissequamente senza nemmeno citare la fonte? A voler ben vedere un riferimento c’è, è quell'”Infoweb” tra parentesi alla fine del testo di “Eidos”, ma non soddisfa affatto. Non ha alcun senso dire “l’ho preso dal Web”, è come se si citasse come fonte la Biblioteca Comunale nel caso di un testo ripreso dalla Treccani lì costodita. Oh, intendiamoci, non che non sia lecito (e per molti versi è incoraggiato) copiare da Wikipedia. Ma ci sono delle condizioni. La pagina dedicata a Galileo Galilei è distribuita secondo la licenza Creative Commons Attribuzione – Condividi allo stesso modo 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0). Chissà cosa ci sarà scritto?? Andiamo un pochino a vedere: ciascuno è libero di “Condividere — riprodurre, distribuire, comunicare al pubblico, esporre in pubblico, rappresentare, eseguire e recitare questo materiale con qualsiasi mezzo e formato” con la seguente condizione “Devi riconoscere una menzione di paternità adeguata, fornire un link alla licenza e indicare se sono state effettuate delle modifiche. Puoi fare ciò in qualsiasi maniera ragionevole possibile, ma non con modalità tali da suggerire che il licenziante avalli te o il tuo utilizzo del materiale.”
Ora, la “menzione di paternità adeguata” non c’è e mancherebbe anche il link alla licenza (d’accordo, si tratta di una pubblicazione cartacea, quindi il link non avrebbe senso -o magari anche sì, chissà-). In breve, io devo mettere qualcosa che indichi al lettore, il quale deve capirlo in maniera sufficientemente inequivoca, che quello scritto è tratto da Wikipedia. Punto.

Oggi con un copia-incolla si possono riempire decine e decine di pagine, si tratta di uno sport piuttosto diffuso e molto triste perché, come nel caso di Eidos, non vince mai nessuno perché tutti si fanno autogol da soli.

A me basta ricordare quello che mi diceva la mia maestra, la Laura del Quaglierini, la quale nell’insegnarci (teste dure che eravamo!) come si fa una ricerca ci diceva che occorrevano almeno due fonti, che non serviva a nulla copiare parola per parola e che i concetti era meglio rielaborarli e dirli con parole nostre, che una ricerca è una delle cose in assoluto più difficile perché difficile è, appunto, essere originali.

Ma la Laura del Quaglierini è morta da tempo e le quadernate di analisi grammaticale che mi faceva fare mi sono ancora impresse.

#ioleggoperché non mi va di partecipare a #ioleggoperché

Immagine ripresa dal sito http://www.comune.massa.ms.it/ che l'ha ripresa a sua volta da chissà dove

Immagine ripresa dal sito http://www.comune.massa.ms.it/ che l’avrà ripresa a sua volta da chissà dove, so assai io…

Oggi è la giornata mondiale del libro. Sì, ogni tanto ne istituiscono una. E’ un po’ come il mio onomastico: ho scoperto che esistono sette o otto San Valerio sul calendario, siccché ogni tanto me lo ritrovo tra i coglioni.

Pensare al libro e a quanto faccia bene leggere è cosa da considerarsi sol che positiva. Il problema è che non è soltanto la giornata del libro, è anche quella del diritto d’autore e della proprietà intellettuale. Che, poi, sono la stessa cosa.

In Italia abbiamo una delle leggi sul diritto d’autore più liberticide d’Europa. L’impianto è del 1941: pensate che in piena guerra il regime di Mussolini trovò il tempo per mettere in piedi una normativa che proteggesse l’opera dell’ingegno e i diritti ad essa connessi.

Oggi, secondo una delle tante toppe e secondo i tanti aggiornamenti che sono stati fatti di quel testo, rischia una condanna fino a tre anni anche lo studente che, per esempio, si installa un software commerciale per farci la tesi di laurea, perché in Italia non è vietata solo la riproduzione a scopo di lucro (che avrebbe tenuto lo studente fuori dal penale) ma anche quella a scopo di profitto (e profitto è, ad esempio, quando lo studente di cui sopra risparmia il prezzo dell’acquisto del software in questione). Con un gioco di sostituzione di una sola parola hanno creato una legione straniera di possibili delinquenti.

Come se non bastasse, recentemente le prime incisioni di un brano che cadevano in pubblico dominio dopo 50 anni, sono state portate, dietro la spinta dell’Unione Europea, a cadere in pubblico dominio dopo 70 anni.

Non vedo proprio cosa ci sia da festeggiare! E’ un’ecatombe liberticida. Oggi, specialmente sulla rete, si va sempre di più verso il modello aperto (come i contenuti pubblicati sotto licenza Creative Commons, come le condizioni della GPL che ha permesso di diffondere un miracolo come Linux e molti dei suoi software) e i testi di legge vigenti nelle nazioni dell’UE ormai non bastano più, stanno diventando come la coperta corta che lascia scoperta la testa o i piedi. Per non parlare del concetto del “fair use” statunitense, che qui da noi è pura utopia.

Così ci accontentiamo di un hashtag come #ioleggoperché, sponsorizzato dalla TIM. Ecco, non appena c’è qualcosa di mondialmente rilevante la gente rilancia con degli hashatag e va beh, così sia, il giorno dopo non se ne ricorderà più nessuno.

Gentilissimo!!

A corredo di questo post la copertina del libro di Maurizio Benvenuti "Gentilissimo" tratta da http://www.beautifulfreaks.org/online/2011/10/maurizio-benvenuti/ che non è che c'entri molto ma mi piaceva.

A corredo di questo post la copertina del libro di Maurizio Benvenuti “Gentilissimo” tratta da http://www.beautifulfreaks.org/online/2011/10/maurizio-benvenuti/ che non è che c’entri molto ma mi piaceva.

Ora c’è quest’altra e bellissima moda di dire “gentilissimo!” quando qualcuno ti fa un favore.

Ogni tanto la gente prende queste tranvate linguistiche e non c’è nulla da farci. Fatto sta che a me dà fastidio sentirmi dare del “gentilissimo!” a ogni pie’ sospinto: tipo “Mi passi quella chiave inglese? Grazie, gentilissimo!”, “ti dispiacerebbe allungarmi due ceffoni dati bene?? Gentilissimo!!” (perché la divina provvidenza esiste ed opera per noi).

Ecco, che cosa ci sarà di così meraviglioso nelle azioni del prossimo, da meritarsi un superlativo addirittura? Io penso nulla, perché più ci faccio caso e più me lo dicono per delle banalità, delle sciocchezzuole, dei nonnulla (chissà come sarà il plurale di “un nonnulla”, “dei nonnulli”?? Mah…). Fai passare una signora in carrozzina e “Grazie, gentilissimo!”, ridài un pallone a un ragazzino e il genitore ti apostrofa con un “gentilissimo!“, dài la precedenza per la strada (perché l’altro ce l’ha, se no col cavolo che gliela daresti) e l’automobilista ti ringrazia e ti saluta con la mano dandoti del “gentilissimo” (tu non lo senti ma lui te lo dice, garantito!).

Ecco qual è il punto: la gente non è più abituata ad essere trattata bene. Voglio dire, ricevere una gentilezza, un favore, un’attenzione. Ogni cosa da niente, ogni pinzillàcchera da bon ton, ogni quisquilia da galateo diventa motivo di un ringraziamento al massimo grado aggettivale.

Forse nel ringraziarci pensano di starci simpatici. A me riescono soltanto a stare sulle palle e sinceramente così spero di voi.

Daniela Santanché: Bisogna affondare i barconi prima che partano

La gita a Tinder

tinder

La mia corrispondente in Siberia (sì, lo so cosa vistate chiedendo, come si faccia ad avere una corrispondente proprio nei ghiacci della Siberia, e di conseguenza fatevi un po’ di più i cazzi vostri) ieri mi ha chiesto se uso Tinder.

Pensavo che Tinder fosse una barretta di cioccolato, il Tinder Buendo, il Tinder Cereali e il Tinder con più latte e meno cacao, ma so da pochi giorni che Tinder è una applicazione dedicata principalmente all’acchiappo-hard in rete. La si scarica sull’Android, immagino che ci si iscriva lasciando i propri dati (se no non si vede perché la diano gratis) e quelli della persona che si vorrebbe incontare (che abbia almeno la nostra età e che abiti più o meno vicina a noi), si fa l’upload di una nostra foto e quello la manda ad un tot di persone (credo privilegiando il dato geografico). Se la controparte clicca sulla richiesta di contatto (viceversa può cestinarci con una X) e noi le rispondiamo ecco che abbiamo avviato una chat e che possiamo andare direttamente a patteggiare minimo una trombatina compensatoria, e senza nemmeno parlare troppo, perché tanto si sa che entrambe le persone sono lì per quello, poi, caso mai, si vedrà.

Ecco, il punto non è che mi dia fastidio Tinder come accessorio per trovare facilmente il ragazzo o la ragazza, l’amante, l’amica o l’amico particolare, no, da quel punto di visto magari ce ne fossero di questi accrocchi (anche per trovare persone da contattare se magari vivi in un luogo nuovo e sconosciuto e hai bisogno di amicizie nuove) perché poter dire a una persona che è interessante per te è e continua ad essere una delle cose più difficili della vita. No, ecco, quello che mi urta è la mancanza di colloquio. Ora, capisco che per trombare non sia una conditio sine qua non, per cui, come diceva Brancaleone, prendimi/dammiti cuccurucù, e chi se ne frega se io faccio il meccanico e tu stai per laurearti in filosofia teoretica. Però magari qualcosa oltre al “mi passi la sigaretta?” (il “per favore” è un optional) bisogna pur dirla. Come si fa a riempire quei momenti di vuoto e di corpi sudaticci che si asciugano sotto le lenzuola sgualcite se non si parla un po’??

E, soprattutto, cosa le è venuto in mente alla mia corrispondente siberiana di chiedermi se uso Tinder??

Tutto su sua madre

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(questo post è dedicato all’anima nobile di Baluganti Ampelio, che si chiederà come io osi vieppiù parlare di Nanni Moretti. O allora?? E io di vì, e io di và…)

Andare a vedere un film di Nanni Moretti è un po’ come andare da McDonald’s: rassicura perché ci troverai sempre gli stessi attori (gli stessi panini) con gli stessi stilemi (gli stessi sapori) e le stesse ambientazioni (le stesse salse).

“Mia madre” non fa eccezione. E’ un film che porta ciascuno degli spettatori a porsi degli interrogativi etici sul senso della vita e della morte, e arriva perfino a proporre come spunto di riflessione a che cosa serva praticamente il latino nella vita, e di questo bisognerebbe solo ringraziare Moretti, che nella pellicola interpreta il fratello della protagonista, Margherita Buy, che nel film, guarda caso, si chiama proprio Margherita e allora il cerchio si chiude.

La storia è lineare: la madre di Giovanni (anche questo è un nome che rivela una certa originalità) e Margherita sta per morire. E alla fine muore davvero, come da copione (non cinematografico ma vitale). Il resto si svolge intorno al lavoro di lei, che fa la regista. E’ un personaggio a tratti odioso (viene chiamata sul set del film che sta girando, le viene detto che la madre è alla fine e lei preferisce terminare di girare le scene anziché abbandonare tutto e andare al capezzale della genitrice), a tratti incomprensibile: ha un ex (il padre di sua figlia, quella dura pinata in latino, appunto), e poi un altro ex (con cui si rivede ogni tanto quando pare a lei ma non quando pare a lui -e lui ci sta male, ça va sans dire-), ha a che fare (nel film che gira nella finzione) con un attore buzzurro pieno di egocentrismo e sostanzialmente è una donna che non riesce ad accettare la gravità e l’imminenza dell’evento definitivo per la madre (una brava ma fondamentalmente tenuta in sfondo Giulia Lazzarini), tanto che in una scena la rimprovera strillando per non riuscire a farcela a percorrere due metri dal letto di ospedale al bagno.

Ora che ve l’ho raccontato praticamente tutto (non è che ci sia molto di più, in effetti) vi dico anche che chi cerca il panino di McDonald’s, cioè il Nanni Moretti tradizionale, quello serioso, magari antipatico e comunque autobiografico, in “Mia Madre” ce lo trova sicuramente. Con tanto di tormentoncello, che in “Habemus Papam” era il “deficit da accudimento” e che qui si affaccia timido sotto forma di “dativo di possesso”. E’ il Moretti intimista che racconta se stesso e le proprie esperienze, magari girando il cucchiaino nella tazza del cappuccino per mescolare bene gli ingredienti, ma parla pur sempre di se stesso, come fece con l’esperienza della sua malattia in “Caro Diario”.

Perché se c’è qualcosa in cui Nanni Moretti è sempre stato bravo è proprio il ricordarci quello che diceva Borges, ovvero che tutto quello che uno fa, dice, scrive, compone o rappresenta nella vita è autobiografico. Solo che si può dire “Nacqui nel giorno tale, nel luogo tale” oppure “C’era una volta un re che aveva tre figli”, sempre di autobiografia si tratta.

Voto 7 (e ci sta larghino).

Io ci rientrerei mille e mille volte

torto

Certo che un giorno ho scritto la parola “cazzate” sul mio blog! E tornerei a farlo mille e mille volte. Io ho il coraggio delle mie azioni, non sono un codardo, di quelli che un giorno saranno divorati sotto terra dai bachi mordaci, e scusate se uso metafore truculente ma ho votato PD alle ultime elezioni. Faccio parte dei “blogger d’assalto” e dico quello che mi pare, tanto se urta la sensibilità di qualcuno chiederò scusa e cancellerò tutto, tanto siamo nel mondo virtuale, cosa volete che me ne freghi a me?? E non permettetevi il lusso di commentare perché tutt’al più sono un capo espiatorio, ecco, io quelle parole non volevo, non posso essere punito soltanto io, la punizione è sproporzionata rispetto all’atto, tutt’alpiù potranno darmi un buffettino sulla guancia… non ho calcolato la portata dell’impatto nell’opinione pubblica, anzi, no, SONO STATO FRAINTESO, ecco, sì, “frainteso” è la parola giusta, la colpa non è mia, la colpa è dei social network che mi fanno apparire tanto guappetto agli altri poi eccomi qui, sospeso, come un bimbetto alle scuole medie, ma meno male c’è la Santanché che mi difende!!

Magistratura vo’ cercando

toghe-giustizia

E son di nuovo tutti ancora lì a dirci che non dobbiamo perdere la fiducia nella magistratura, che la magistratura non va delegittimata, che è al servizio del paese e che, in $oldoni, ha sempre ragione anche quando sbaglia.

L’ultimo caso in ordine di tempo è quello della sentenza della Corte di Strasburgo che sanziona l’Italia perché Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Un danno morale per 10.000 euro (briciole, rispetto al danno morale effettivamente patito) e lo spunto per una revisione del processo.

Già, ma com’è che i magistrati di primo grado, di appello e di Cassazione non se ne sono accorti? Non basterebbe questo per creare quanto meno un clima di legittimo sospetto tra l’opinione pubblica e chi aveva il compito di verificare tutte le condizioni di condannabilità di un uomo?? Perché, minchia, c’è una bella differenza tra una condanna e una sentenza che afferma che qualla condanna non doveva essere comminata. E se questa differenza non la vedono i magistrati chi dovrebbe vederla, il pizzicagnolo all’angolo? E’ a loro che ci affidiamo per far andare avanti la giustizia, non vogliamo dire che possano esserci anche delle sentenze diverse e perfino contrapposte, vogliamo solo dire che questo squilibrio non può essere degno di uno stato democratico e di diritto.

Facciamo un salto indietro. Ai tempi di Mani Pulite la magistratura aveva addosso il sacro crisma dell’unzione da parte dell’opinione pubblica con tanto di invito a non fermarsi. E finché a cadere nel pentolone erano i Craxi e i Forlani tutti erano contenti: era uno shakerare in continuazione la classe politica italiana, finché qualche pera marcia non cadeva giù dall’albero.
E la gente voleva che questi magistrati non si fermassero, a tal punto che quando anziché il pezzo grosso, cadeva nel pentolone il pesce piccolo, il pesce piccolo si meravigliava. Del resto lui non faceva politica, ma magari aveva una fabrichètta e dava i dané, sì, insomma, la bustarèla, la stècca, all’assessore del comune di Legnate sul Groppone per beccarsi l’appalto e vedersi assegnati i lavori di ritinteggiatura dei cancelli degli edifici pubblici. E allora cosa vogliono da noi, che non stiam minga a scaldar le sédie, té, ciapa là, l’è propi ‘nsci che va la vita, e alle elezioni successive il voto era per Berlusconi.

Ecco, io son convinto che non è che la gente che ha votato Berlusconi abbia visto in lui una persona capace e politicamente formata, anzi, penso proprio che a quella gente lì della preparazione politica di Berlusconi non gliene potesse fregare una mazza: chi ha votato Berlusconi ha votato un simbolo, quello dell’imprenditore che ha tante ma tante svànziche e che è riuscito a non farsi mai beccare. Alla gente non piaceva Berlusconi, piaceva l’impunità che lui rappresentava.
Riusciva a metterseli tutti nel sacco, lui, e quando non ci riusciva tutto era colpa dei magistrati comunisti, colpevoli di far politica a colpi di sentenze.

Poi un bel dì l’han condannato pure lui e allora, anziché acquistare fiducia nella magistratura la gente ne ha persa ancora di più. Fino ad arrivare al folle che ha sparato al suo giudice.

Senza arrivare ad aberrazioni del genere, basterebbe essere consapevoli del fatto che la magistratura e le sentenze che emette possono essere oggetto di critica come qualunque altro potere o espressione del pensiero e di esercizio della legge al mondo. A qualcuno andrebbe via la voglia di ammazzare, ad altri quella di sentirsi protetti qualunque cosa dicano o facciano.