Benigni diffida Report. Anzi, no, lo querela

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Pare che Roberto Benigni abbia diffidato Report dal trasmettere una certa inchiesta con “notizie false e gravemente diffamatorie” (secondo quanto riferito dall’avvocato dello stesso Benigni). Nonostante la diffida il programma è andato in onda lo stesso, quindi Benigni e la moglie hanno dato mandato al loro legale (Michele Gentiloni Silveri, cugino dell’attuale Primo Ministro) di depositare una querela nei confronti di Giorgio Mottola e di Sigfrido Ranucci.

Questi i fatti. Quali siano questi contenuti così sommamente diffamatòri non lo sappiamo né, devo dire, ci interessa particolarmente.

Quello che (invece) sì, ci interessa, è la dinamica dell’azione legale così come si è sviluppata.

Premetto che considero l’istituto della diffamazione, così per come è strutturato e concepito oggi, uno strumento di esercizio di potere nelle mani del più forte nei confronti del più debole. Poi, che sia Benigni che Report deboli non lo siano affatto, è un’altra verità che va tenuta in debita considerazione. Ma anche tra loro c’è un certo grado di soccombenza reciproca, laddove Report è trasmissione giornalistica (non di regime) realizzata con contenuti autonomi e svincolati dalle direttive della RAI, e Benigni, invece, è l’artista che, anche se suppostamente danneggiato, esercita un’azione di forza sul tema della libertà di espressione, di cronaca e di critica.

Benigni non querela subito, come sarebbe suo diritto. In fondo di esercitare un diritto gli importa poco. E’ disposto a rinunciarvi con l’atto di diffida, che è un qualcosa per dire “Guarda, non mettere in onda quei contenuti, astieniti dal parlare e non ti accadrà niente”. Solo successivamente, quando l’avvertimento è stato bellamente ignorato, il diffidante agisce (“Non hai voluto fare quello che ti ho detto, questa è la conseguenza del tuo rifiuto”, quando non addirittura una cosa del tipo “Io non volevo, sei tu che mi hai costretto”).

Se lo scopo di Benigni era quello di esercitare il suo sacrisanto diritto a non sentirsi diffamato, avrebbe potuto presentare direttamente una querela alla magistratura. Ha mezzi e possibilità per farlo (come tutti, ritengo), e come tutti è uguale davanti alla legge, non ci piove. Senza pretendere di censurare nulla in anticipo, ma semplicemente prendendo atto di una situazione e agendo di conseguenza. Il danneggiato fa così. Anche perché sa che, in astratto, una causa potrebbe anche perderla.

E invece in questo modo il danneggiato è Report, perché anche dal suo punto di vista quel contenuto è vero o, comunque, legittimo. E non era diritto di Benigni inibirne la messa in onda. E allora chi è che decide se una cosa è diffamazione oppure no? Semplice, il Giudice. Neanche il Pubblico Ministero (che, tutt’al più, può decidere se una querela è meritevole di essere accolta o meno).

Viviamo, purtroppo, in un clima in cui l’informazione corretta e coraggiosa è tale solo quando riguarda gli altri, ma quando riguarda noi siamo pronti ad adirarci, a sbraitare, a ricorrere ai magistrati, a diffidare, a pretendere correzioni, e a urlare alla notizia falsa, che va tanto di moda.

Del resto, fu proprio Benigni (assieme alla moglie Nicoletta Braschi), nel 2011, a firmare un appello quando Report era incalzato costantemente dal governo di centrodestra. Senza contare la totale mancanza di (auto)ironia con cui Benigni, una volta che Report ha ficcato il naso negli affari propri, ha trattato la questione. Cioni Mario di Gaspare fu Giulia, non sarebbe certamente arrivato a tanto.

Note a margine della tesi di dottorato del Ministro Madia

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Avrei voluto scrivere, e a lungo, sulla vicenda della tesi di dottorato del Ministro Madia che presenterebbe ampie parti coincidenti o molto simili a quelle di altri studiosi suoi precedenti.

Dicevo, avrei voluto scrivere ogni volta che ci fosse stata qualche novità rispetto a quanto emerso dalla indagine del Fatto Quotidiano, e che mi pare ben documentata, di quelle documentazioni che ti fanno andare “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Avrei voluto farlo ma non l’ho fatto. Perché il tema mi tocca particolarmente e, dato che ho una certa sensibilità al riguardo, ho preferito tacere.

Oggi però un paio di cosette le vorrei dire.

La prima è che il copiare in una tesi di laurea o in un qualsiasi altro lavoro scientifico è un atto riprovevole e contrario a qualsiasi forma di rispetto del lavoro altrui e di decenza accademica. L’unica volta che ho copiato in vita mia fu durante un compito di matematica alle medie. C’era da sommare un quarto più un quarto e il mio compagnuccio scrisse un ottavo. Io, pur molestato dal dubbio, lo ripresi pari pari e la professoressa, che Dio la conservi, mi diede quattro (e fece bene!). E’ fondamentale sapere SEMPRE cosa va dentro e cosa va fuori le virgolette e ande da dove lo si è preso e chi l’ha scritto. Non basta, come si è difesa la Madia, citare quei lavori in bibliografia. Perché in bibliografia metti le opere che hai consultato (e si spera che tu le abbia lette una per una), ma non tutto di quello che hai consultato l’hai citato e il tuo lettore deve sempre avere sott’occhio il percorso che stai facendo, sapere se a parlare sei tu o una tua fonte.

La seconda è che non mi piace per niente la piega che sta assumendo il prosieguo della vicenda. Lo stesso giorno dell’uscita delle 45 slide con la collazione del testo-Madia e del testo originale fatta dal Fatto Quotidiano, la Madia ha annunciato querela. Non so se poi l’abbia anche proposta, come sembra, ma di certo davanti a una mole davvero impressionante -o, se vogliamo essere cauti nel parlare, consistente- di dati non c’è stato un commento che fosse uno che andasse nel merito. Nessuno che abbia detto “Al contrario di quello che afferma il Fatto qui le virgolette ci sono” oppure “qui non è vero che manca la citazione”. No, si è passati subito dalle contestazioni al “Valuteranno i giudici”. Che, per carità, è anche un diritto (come ho scritto quella sera stessa alla Madia via Twitter), ma non permette di dare una risposta alla domanda “Quel lavoro è stato copiato? [e per dare una risposta a questa parte di domanda basta la documentazione messa a disposizione del Fatto]. E se sì con quale grado di mala fede, ma, soprattutto, a quale scopo?”. Sono cose che non sapremo mai.

Fatto sta che proprio quella sera non ce l’ho fatta a tenere i polpastrelli lontani dall’account Twitter della Madia e le ho scritto “Suo diritto ricorrere ai giudici. Ma se dovesse perdere (come credo) la causa, che fa, si dimette? L’articolo mi pare ben documentato.” Tutto lì. Mi hanno risposto dei fan piuttosto incazzati chiedendosi chi mai io fossi per poter presagire che non ci fosse materiale per permettere alla botticelliana di riscattare il suo onore e quello della sua tesi stralciati. LA risposta è semplice. Sono un lettore, ho visto il materiale a corredo degli articoli, mi pare che le accuse siano provate, viviamo in un paese in cui esistono ancora la libertà di espressione, di critica e perfino di satira, la Madia è un personaggio pubblico, quindi quella notizia e quella documentazione sono di pubblico interesse. Mi hanno dato del verme, dell’incompetente, di tutto di più. Ma la cosa più fastidiosa sono stati i continui like e le notifiche dei retweet. Ovviamente non riguardavano il mio intervendo, ma quelli dei miei detrattori, e più detrattori avevo più fili-PD andavano ad insozzarmi la bacheca con i loro “bravo!”, “Oh, sì, come dici bene!!” “No, sei più brava tu!”, “No, guarda, come sei bravo tu non ce ne sono…” E così via.

Ho dovuto togliere il mio intervento per aver espiato la pena (non potevo stare a cancellare centinaia di notifiche, Twitter è uno strumento che serve ad altro!), ma ve ne do contezza in questo post. Almeno tra di noi ci si capisce!

L’inno del corpo sciolto

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E’ successo nella scuola in cui lavoro:

un alunno chiede il permesso di andare in bagno, lo ottiene e una volta lì fa quello che deve fare. O meglio, lo fa ma decide, già che c’è, di imbrattare -non si sa con quali acrobazie ginniche- il bordo del water e le pareti intorno. Risultato: un merdaio stratosferico che il Nostro, evidentemente orgoglioso di aver fatto la cazzata dell’anno, decide di fotografare, si sa mai che i posteri non abbiano a ricordarlo proprio per quello che già considera il suo capolavoro assoluto.
E infatti manda la fotografia ad alcuni dei suoi contatti su WhatsApp: facile, veloce, e certamente più pulito dello stercolàio di cui sopra. Solo che uno di questi destinatari ha, anche lui, una illuminazione geniale assoluta: questo prezioso materiale iconografico non può restarsene così, a essere guardato solo da sette o otto persone, silente e maleodorante per conto suo, no, deve essere per forza (o per amore, si veda il caso) guardato e annusato dal pubblico di Facebook e per permetterlo non si accontenta, no, di infilare la fotografia nel suo profilo personale, ma ci “tagga” anche la pagina FB della scuola. Ci mette, di contorno, due o tre frasette così, tanto per fare ed il gioco è fatto.

Perché ormai non ci si accontenta più di fare le cazzate fini a loro stesse, no, non si sta bene neanche a chiacchierarne tra pochi intimi, come si faceva una volta che si andava a scambiare quattro ciacolade sulle proprie bravate al bar, adesso le cazzate non sono autenticamente cazzate se non le fai coram populo, davanti a tutti, anzi, più persone ti vedono, che in quel momento stai facendo una cazzata, più sei contento. E non importa che si parli male di te o ti si dica che stavolta hai proprio esagerato, no, l’unità di misura della portata delle proprie azioni sono i “like”, che amplificano la portata dell’attenzione su un cesso intasato in un bagno scolastico di provincia. Bisogna essere come minimo “virali” (come si dice oggi utilizzando un termine orrendo) e contagiare, smerdandolo, anche l’ignaro visitatore che si trova a passare di lì per caso.

Senza contare che tutto ciò che è virale non è solo una malattia. Peccato che lo si usi per apparire agli occhi della gente come infinitamente sprovveduti.

Ladri di biciclette

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A Rimini un parrucchiere egiziano è stato derubato della propria bicicletta. Era un mezzo che gli serviva per andare a lavorare ed aveva anche un certo valore commerciale. Disdetta. Gli si presenta davanti un tunisino che precisa di non essere il ladro di bicicletta che viene ricercato dal proprietario e dalle forze dell’ordine, ma che può fargli riavere il velocipede dietro versamento di 70 euro (dia, dia, dia qui…). Per tutta risposta il parrucchiere, esasperato, lo chiude nei suoi locali commerciali, chiama i carabinieri e aspetta il loro arrivo. I carabinieri effettivamente arrivano, e altrettanto effettivamente arrestano il tunisino profittatore. Solo che al parrucchiere egiziano dopo tre giorni arriva un avviso di garanzia in cui si ipotizza a suo carico il reato di sequestro di persona.

Nel Lodigiano -è cronaca recente- il gestore di un’osteria (che fa anche da ristorante, bar e tabaccheria) viene derubato, di notte, da degli individui (poi si accerterà che sono di nazionalità romena) che mirano a portarsi via delle cose di poco valore. Sigarette, per lo più. Il gestore è armato di un fucile da caccia (e che quindi dovrebbe poter utilizzare solo per l’attività venatoria). Non si sa come siano andate le cose, fatto sta che dal fucile da caccia del gestore parte un colpo che raggiunge uno dei malviventi alla schiena e lo ammazza quasi sul colpo. Una disgrazia, si dice. “Non volevo ucciderlo”, si difende il ristoratore. Ma per lui è subito pronto un avviso di indagine per omicidio volontario. La Regione Lombardia gli permetterà di accedere ai fondi del Pirellone per pagare la difesa.

In entrambi i casi la reazione della gente è esagerata. Tutti regolarmente a favore del parrucchiere egiziano e del ristoratore lodigiano. “Ma come, non si è più neanche liberi di difendere la propria proprietà che subito ti sbattono in galera con le accuse più infamanti?”

Ecco, io della gente che la pensa così ho una paura fottuta. Perché non solo mi sembra normale che delle persone che abbiano commesso un reato, sia pure per difendersi da un altro reato, vengano indagate, ma mi sembra perfino giusto e doveroso. Questo sì che corrisponde a quella definizione di “atto dovuto” con cui molti magistrati amano infarcire le giustificazioni dei loro atti, soprattutto quando questi ultimi risultano incomprensibili. E che c’entra pagare le spese legali a una persona che, per carità, sarà anche la più onesta del mondo, anzi, senz’altro sarà più onesta di me, ma che in conseguenza a una sua imperizia (il fucile era carico? E perché) ha fatto sì che morisse una persona? Forse che il privato cittadino che viene indagato per qualunque causa può rivolgersi alla sua regione per farsi pagare le spese legali? No, se le paga lui e basta. Dice “ma quelli volevano rubare”. Ho capito, ma un cartone di sigarette vale una vita umana?? E di che cavolo di “legittima difesa” si viene a parlare? Se c’è legittima difesa vuol dire che dall’altra parte c’è stata una “illegittima offesa”, ma le due azioni non sono proporzionate. Non è possibile che uno che per una azione rischia da 6 mesi a 3 anni di carcere più la multa e se la può cavare con un patteggiamento e una sospensione condizionale della pena debba essere ucciso da un privato citadino che pretendeva di farsi giustizia da solo. E tutti ad applaudire (tranne per il caso del parrucchiere egiziano che, si sa, era egiziano, per di più derubato da un tunisino, quindi quasi un connazionale, per il nostro modo di vedere le cose) tutti a dire “Siamo con te”, tutti a sottolineare che si vive in uno Stato ingiusto in cui ormai, signora mia, cosa vuole, non si è più nemmeno liberi di sparare un paio di schioppettate e ammazzare chi ci pare.

Così, ogni giorno, rinchiudiamo a chiave nei nostri locali o pigliamo a fucilate il nostro Stato di diritto, quello che scrive sugli articoli del Codice Penale “Chiunque…” che vuol proprio dire “qualunque persona”, non “Qualunque persona eccetto i ristoratori derubati o i parrucchieri derubati della bicicletta”. “Ma io non sapevo… io non volevo….” e certo. DOPO non sa e non vuole mai nessuno. Ma il Poeta ci insegna che “bisogna saper scegliere in tempo/non arrivarci per contrarietà”. Vite distrutte.

Fake news: il ddl della vergogna

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Il ddl contro le “fake news” (o “bufale”, come amano chiamarle gli attivissimi della lingua italiana) è al Senato.

Tragico ma vero, un pugno trasversale di senatori è riuscito a portare in aula un testo che più raffazzonato non si può e che fa acqua da tutte le parti. Il tutto allo scopo dichiarato di evitare la diffusione di notizie false e che possano suscitare allarme sociale nei media.

Di fatto la situazione è ben diversa, e i primi a farne le spese saranno i blog e i forum. Ma lo vedremo man mano analizzando alcune parti del ddl che mi sembrano determinanti (ci divertiremo!)

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Primo firmatario del documento è Adele Gambaro. Eletta tra le file del M5S è stata successivamente espulsa con una votazione via internet dal blog di Beppe Grillo. Ha fatto anche altre cose degne di nota, come votare la fiducia al governo Letta e, perché no, un pochino anche a quello di Renzi. Così, tanto per non farsi mancare nulla.
E’ una donna, dunque, che è stata eletta mediante le strategie del web e che da un blog ha avuto la sua delegittimazione.
Non sorprenda, dunque, che il nome della Gambaro figuri in testa all’elenco di chi appoggia e sottoscrive in aula il testo normativo.

C’è anche la simpaticissima Serenella Fucksia (astenuta nel dicembre 2014 sul voto del Jobs Act, astenuto al disegno di legge sulla responsabilità civile dei magistrati, anche lei espulsa dal Movimento) che nel 2013 difese Roberto Calderoli che aveva definito un “orango” l’allora Ministro Kyenge. Ce ne occupammo allora proprio qui nel blog. Wikipedia (sempre lei) scrive che “Ha, inoltre, più volte criticato la mancanza di un vero confronto di merito sui contenuti legislativi e denunciato preoccupazione per «i fanatici della rete»,definendolo «l’aspetto più critico del Movimento cinque stelle»”.
Meglio dunque porre mano a questo web e cercare di appoggiare l’operato della collega.

E che dire di Anna Cinzia Bonfrisco? Che nel 2007 fu quella che in piena aula di Palazzo Madama diede dell'”assassino” al magistrato D’Ambrosio (“Sei un assassino, assassino. Sei un criminale. Oggi è il tuo giorno”).

Come non ricordare, poi, la storica frase pronunciata nella trasmissione televisiva “Agorà” dalla senatrice Laura Puppato? «Le nostre riforme elimineranno la presenza fisica dei militanti leghisti». A parte la non democraticità di un enunciato del genere sulla bocca di chi di democratico si vanta di appartenere addirittura ad un partito intero, c’è da dire che all’enunciazione non sono poi seguiti i fatti. E questo è sotto gli occhi di tutti.

Ma tra i sottoscrittori colpisce soprattutto la presenza della firma di Rosaria Capacchione, giornalista e Senatore della Repubblica, costretta a vivere sotto scorta a causa della sua attività contro la camorra, e che ora si è buttata a difendere un ddl dal testo liberticida, azione che certamente non fa onore alla sua sofferenza e, come accade per tutti gli altri cofirmatari, ai soldi (pubblici) con cui viene pagata per fare il suo lavoro di parlamentare.

Last, but not least, evidenziamo, tra il gruppo dei proponenti, il nome di Antonio Razzi, ormai più famoso per l’imitazione di Crozza che come parlamentare. L’amico della Corea del Nord, che ha definito il suo dittatore un “moderato” e che ha negato l’esistenza nel paese di campi di prigionia («ci sono serre di pomodori grandissime, mai viste così grandi, saranno quelle, le scambiano per lager».).

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La parola chiave dell’introduzione al testo del ddl è “controllo”.
E’ un dato che fa pensare (o lo vedi se anni e anni dedicati a fare le concordanze dei testi son serviti a qualcosa?) soprattutto se lo si associa a tutte le lodi sperticate che il legislatore ha fatto al lato positivo della medaglia di internet. Il testo è chiaro, ed è un ritornello sentito e risentito: la “libertà di espressione” non può essere “sinonimo di mancanza di controllo”.
Sembrerebbe quasi che ci sia una sorta di vuoto legislativo da riempire a tutti i costi con un qualcosa che normasse quello che normato non è. Invece le leggi ci sono: se una notizia falsa lede la dignità di una persona (ad esempio: “Tizio ha rubato le ciliegie dall’albero nel campo del vicino”) quella persona può sempre agire in giudizio per diffamazione.
Perché,  dunque, c’è bisogno di “controllo”? E perché sottolineare che il “controllo”, nel campo dell’informazione, significa avere il diritto a una informazione corretta? Sono cose che il mondo della rete conosce perfettamente: i giornali per deontologia professionale, i blogger perché hanno delle responsabilità oggettive nei confronti di chi legge.
La rete si autoregola: una notizia falsa e 100 notizie, post, riferimenti, link che ne evidenziano la menzogna. Funziona così. Solo chi non la conosce ha bisogno di regolamentarla. E le bufale si smontano con i fatti. Da sempre.

art1

L’articolo 1 del testo presenta una incongruenza evidente: inizia con il classico “Chiunque” delle norme penali e finisce, al comma 3, per stabilire chi è escluso dall’applicazione della norma stessa, ovvero le testate registrate on line.
In breve, rischia 5000 euro di ammenda chiunque pubblichi notizie “false, esagerate o tendenziose”, ma se il chiunque è una testata registrata in Tribunale, non rischia proprio un bel niente.
Il ddl, dunque, si rivolge a quei prodotti editoriali di rete come il blog o come i forum.
E qui si aprirebbe già un maremagnum di domande.
In primo luogo CHI stabilisce e con QUALI CRITERI se una notiza è falsa, o anche semplicemente esagerata? Il magistrato che dovrà applicare la norma, non ci sono dubbi. E non ci sono dubbi anche che pioveranno sui tavoli dei magistrati tonnellate di rimostranze e di denunce (si sa, la gente intanto ti querela, “poi si vedrà cosa succede”…)
E poi: se un blog riprende una notizia falsa pubblicata, ad esempio, da un quotidiano on line, perché dovrebbe essere punito chi lo cura e non il quotidiano che ne è fonte? E’ vero o non è vero che tutti i cittadini (e i soggetti giuridici) sono uguali davanti alla legge? E si potrebbe andare avanti ancora. Ad esempio ci si potrebbe chiedere legittimanete se diffondere o pubblicare una notizia falsa su Facebook, Instagram o Twitter (che sono, a modo loro, delle piattaforme di blogging) rientri o no in quanto previsto da questo articolo.Nulla di nuovo sotto il sole.

art2

L’articolo 2 allarga le fattispecie di delitto. Diciamo che mentre l’articolo 1 punisce la pubblicazione “semplice” di notizie false, esagerate o tendenziose, l’articolo 2 si occupa di quelle notizie false che possono destare pubblico allarme, fuorviare settori dell’opinione pubblica o aventi ad oggetto campagne d’odio.
E qui la pena massima è sempre dei famosi 5000 euro di ammenda a cui, però, si aggiungono 12 mesi di “reclusione”.
In breve, si affaccia nel testo di legge la parola “galera” (o qualche suo improvvisato equivalente, lo vedremo più avanti). Mentre in Italia il reato di ingiuria è stato addirittura depenalizzato ed è venuta meno l’ipotesi detentiva, potrei rischiare la “reclusione” se solo scrivessi (come ho già scritto) che l’omeopatia non funziona. Che è una notizia vera, ma siccome c’è gente che afferma esattamente il contrario e che è pronta a giurare che su di lei l’approccio omeopatico ha funzionato a dovere, il mio affermare l’inefficacia dell’omeopatia potrebbe destare allarme negli adepti, che costituiscono un settore dell’opinione pubblica e via discorrendo. Non parliamo poi dei colossi farmaceutici paladini dell’omeopatia che con questa legge andrebbero soltanto a nozze.
E’ ovvio che quello dell’omeopatia è solo un esempio, e, per carità, non pretendo nemmeno che sia calzante. Ma “reclusione” in casa mia ha un significato ben preciso e in Italia qualcuno rischierà di nuovo il carcere per una notizia. Non saranno più i giornalisti di professione, saranno i poveri cristi, gli incazzati o i malati di protagonismo digitale. E non dovrebbe essere illecito penale l’essere malati di protagonismo, se no io sarei già condannato all’ergastolo.
E poi mettiamo i puntini sulle “i”. Quel brav’uomo del professor Mario Simoni che mi insegnava diritto al liceo, mi spiegava che in Italia l'”ammenda” va con l'”arresto”, e la “multa” con la “reclusione”. “Ammenda” e “reclusione” non possono andare insieme.

art3

L’articolo 3, poi, è il più eccentrico di tutti. Introduce l’obbligo per chi apre un blog, un forum, un sito web o una qualsiasi altra “piattaforma informatica destinata alla pubblicazione”, di comunicare al tribunale, entro 15 giorni dall’apertura, nominativo, domicilio, codice fiscale e indirizzo di PEC di chi lo gestisce. Il tutto allo scopo manifesto di “contrastare l’anonimato”.
Anche qui vagonate di comunicazioni ai Tribunali nello sciagurato caso in cui la legge dovesse entrare in vigore come tale e così come è approdata alla discussione in Senato. Il numero di siti e pagine web aperti ogni giorno in Italia è ancora considerevolmente elevato e un obbligo del genere manderebbe in tilt le cancellerie degli organi di giustizia ovunque diffusi, impegnati a doversi gestire tonnellate di messaggi di PEC.
E poi perché mai si dovrebbe “contrastare l’anonimato”? L’anonimato è un diritto soggettivo specifico. Se io immetto della informazione in rete ho tutto il diritto di non farmi riconoscere (magari usando uno pseudonimo, così si adopera lo pseudonimato) che non significa non essere punito o punibile. La magistratura può facilmente accedere ai dati di chi ha registrato un sito web, anche se questi dati non sono pubblicamente disponibili.
La gente maschera il proprio numero di telefono ogni giorno se non vuole farsi riconoscere, e nessuno ci trova niente di strano.
Dunque i dati vanno non solo comunicati ma anche pubblicati in modo visibile sul sito stesso. Vogliono solo sapere chi sei senza fare la fatica di venirti a cercare.
E non si sa bene che cosa ne sarà di tutto il maremagnum di siti, forum, pagine e blog pubblicati fino al momento dell’entrata in vigore della legge (quando e se sarà!), saranno anche loro obbligati a pubblicare i loro dati? A scrivere una PEC al Tribunale per dire “io esisto”? Veramente il Tribunale, quando ha avuto bisogno di contattarmi per il blog mi ha trovato senza nessuna difficoltà. Ma non sia mai che l’esperienza faccia scuola.

Occorre dunque correre ai ripari e munirsi di un bel paio di mutande di bandone per parare il colpo di Lorsignori. Ne riparlerò. Ora, scusate, ma ho il mal di mare (buark… ohimé…)

Liscia & bussa

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Giorni or sono, il poliuretanico lettore Baluganti Ampelio mi ha recapitato un commento al mio recente post su Asia Argento e il caso Meloni. Nel pur breve testo di quello scritto usai (e mal me ne incolse) l’espressione “liscia e bussa”, che tanto male ha fatto al Baluganti e alla sua anima nobile, da spingerlo a pigliar penna e chàlamo e scrivermi “‘un si pole vedè” (sì, perché lui dopo le parole troncate ci mette l’accento, mica l’apostrofo! E perfino l’accento grave, nemmeno quello acuto. O vàgli a di’ quarcosa…) proponendomi in alternativa “striscio e busso” e chiedendomi, in chiusa, “ma ‘un sai più gioà nemmeno a tresette??”

Ora, si sa che nel mentre il Baluganti da giovane si trastullava coll’inutil giuoco del tressette, vantando napoletana a picche a ogni pie’ sospinto, io già mi dilettavo con le concordanze de’ testi letterari, tanto per dire la differenza.
Quanto poi all’espressione incriminata, va detto che ella esiste nella lingua italiana con il significato di “rapogna”, “pesante rimprovero”. Fare un “liscia e bussa” è un po’ come dire “fare il pelo e il contropelo” (e non ci dica il Baluganti che lui dal barbiere non c’è mai stato!) e in quel senso l’avevo usato nel post sulla sventurata Asia Argento.
Ed è sinonimo di quel “striscio e busso” che il Baluganti rivendica come più corretto o, quanto meno, più ascoltabile, esattamente come prevede il vocabolario Treccani alla voce “lisciare” nello screenshot che apre queste note.

L’ho trovato usato perfino nel romanzo “Curzio” di Osvaldo Guerrieri

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con una semplice ricerca su Google Libri, grazie alla quale il Baluganti Ampelio si sarebbe risparmiato una figura cacina, ma del resto egli è avvezzo a questo ed altro.

La parafarmacia che vende il rimedio omeopatico contro le tendenze omosessuali femminili

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Facciamo due assiomi:

a) L’omeopatia non funziona
b) L’omosessualità non è una malattia.

Detto questo, facciamo che una specialità omeopatica (non chiamiamola “medicinale” se no si offendono) che contiene un componente (non chiamiamolo “principio attivo” perché in omeopatia i principi attivi vengono diluiti in dosi tali da risultare irrintracciabili) che si chiama “Ovaria” venga venduto da una parafarmacia on line emiliana e che questa parafarmacia ne pubblichi una serie di indicazioni terapeutiche, ossia per quali patologie il rimedio sarebbe indicato.

Facciamo anche che tra queste indicazioni che appaiono sul sito della parafarmacia figuri la dicitura “tendenze lesbiche”.

Dato per accaduto (ed E’ EFFETTIVAMENTE ACCADUTO) tutto questo, chiediamoci come sia possibile che una non malattia debba e possa essere curata. Successivamente chiediamoci come l’omeopatia sia in grado di curare una malattia con un prodotto estremamente diluito, con il principio attivo non più rintracciabile neanche dal contatore Geiger. E come si sia ripiombati nel medioevo sociale e medico, dando retta a teorie bislacche come quella che l’acqua manterrebbe i ricordi (di cosa? di essere inquinata??), o quella che gli omosesssuali sono dei malati, poverini, e come tali vanno curati (solo che non c’è mai stata cura, l’omosessualità è stata cancellata dal manuale dei disturbi mentali nel 1990, meno male che abbiamo l’omeopatia!)

Non ho citato e non cito il nome commerciale del rimedio omeopatico in questione perché voglio dargli il beneficio dell’onestà intellettuale: non è detto che quello che pubblica la parafarmacia corrisponda esattamente al bugiardino che l’accompagna (anche perché mi risulta che le specialità omeopatiche vengono vendute SENZA bugiardino), quindi mi attengo ai fatti: e i fatti sono che io in questa parafarmacia non comprerò nemmeno una confezione di tappi per le orecchie.

Comunque sia il contenuto è stato corretto da così:

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a così:

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Ma la rete ha la memoria lunga.

Una storia disonesta

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Era solo un ragazzo.

Un ragazzo fa molta paura. Soprattutto se ha 16 anni e non può difendersi. Soprattutto se, perquisito una prima volta e trovato in possesso di ben 10 grammi di hashish, non oppone resistenza, anzi, confessa addirittura di averne ancora a casa.

Un ragazzo così fa una paura tale che devi mandargli per forza sei uomini delle forze dell’ordine per perquisirgli la cameretta alla ricerca di quello che ti ha già detto di avere. Ne basterebbe uno solo, magari in borghese, per accompagnarlo e farsi dare il fumo, la “roba”, o come cazzo si chiama in gergo, ma il ragazzo di sedici anni fa paura, tanta paura, e allora bisogna fargliene altrettanta. Bisogna far leva sullo stigma sociale, sull’impressione che fanno le due volanti della Guardia di Finanza parcheggiate sotto casa, sul senso di colpa che si prova a subire una perquisizione davanti ai propri genitori, sulla vergogna di sentirsi sporchi.

E allora, solo allora, si ha la meglio su quel ragazzo di sedici anni che ci faceva tanta paura. E gli si può anche raccontare la storiella che quello che in realtà si stava facendo era per il suo bene, per evitare che continuasse ad usare e abusare della sostanza, magari che non spacciasse, ecco perché così tanta gente a cercare la sostanza proibita. C’era bisogno di tutto quel dispiego di forze per dimostrare che la Fini-Giovanardi è una legge educativa, non repressiva.

Poi il vuoto, il volo, lo schianto, la morte.

I militari, comprensibilmente erano scioccati. Loro. Figuriamoci quei due poveri genitori. Ma nesssun problema: i finanzieri potranno contare su un sostegno psicologico gratuito (la gente normale l’analista se lo paga a bòtte di 50 euro a seduta) e chissà, magari, tra un po’, quando tutto questo sarà finito, quando la gente se ne sarà dimenticata, quando tutto sarà sedato, anche una promozioncina o un trasferimento su richiesta.

Resterà solo la morte.
E la sconfitta. La sconfitta di uno stato inquisitore e violento che aveva una paura fottuta di un ragazzo di sedici anni.

E’ il World Radio Day. Viva la radio!

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E allora auguri a tutte e tutti voi per il World Radio Day che si celebra oggi.

Non la si ama mai abbastanza, la radio, per tutto quello che ci dà quotidianamente, per cui bisogna festeggiarla e ben vengano queste giornate se riescono a dare così tanta gioia e allegria.

La radio è compagna, ma anche amante, amica e (per qualcuno) moglie. Ho più ricordi personali con la radio che con parenti od amici. E non sono solo, ad esempio, la compagnia di tre ore in un ingorgo, o Radio Maria che ti strasfracassa i coglioni perché sulla scala parlante non c’è altro da ascoltare, i ripetitori del Monte Serra sono andati a farsi benedire e o ti ciucci padre Livio o ciccia.

Quando c’erano ancora attive le trasmissioni in italiano delle radio dell’Est ho assistito alla storia. Ho ascoltato direttamente dalle fonti governative la caduta di Ceausescu, i funerali di Andropov e Cernenko (ho fatto anche questo!), la caduta del muro di Berlino.

La radio è proprio vero che arriva dalla gente, entra nelle case e ci parla direttamente.

E per il World Radio Day mi piace ricordare una voce storica di Radio Uno Rai, Riccardo Cucchi, che se ne va in pensione e ora bisognerà trovare uno bravo almeno quanto lui che ci racconti il calcio.

Perché la radio libera. Perché libera la mente.

(foto tratta dal profilo Facebook di Andrea Borgnino)

Tuberi incandescenti

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Ed eccoli di nuovo intrisi nella volgarità i giornali italiani pagati con i soldi dei cittadini e finanziati a suon di gettiti da finanziamento pubblico.

E, sia chiaro, la volgarità, come dice Francesco Merlo sul “Corriere della Sera”, non scandalizza di per sé, no, la volgarità annoia, stufa, in una parola, anzi, in tre, rompe i coglioni.

E “Libero” i coglioni li ha rotti, al di là di ogni ragionevole dubbio. Con queste frasine sessiste, con questi doppi sensi da osteria, con questi atteggiamenti che pretendono di fare onore al nome del quotidiano che, evidentemente, è libero di sbeffeggiare, libero di imbrattare la dignità della gente, libero di offendere, libero di trascinare nel fango, libero di fare di tutto meno che informazione.

Ho provato a cercare quanti soldi pubblici percepisce questo quotidiano. Non ho trovato informazioni precise al riguardo. Ho provato a chiedere al gruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle ma mi hanno cagato zero, nichts, nisba, nessuna risposta, se le tengono loro le informazioni, e allora diciamoci se anche se si trattasse solo di un centesimo dovremmo renderci conto in mano a che gente va il nostro denaro. Qualcosa bisogna fare. Non so cosa, ma qualcosa bisogna fare.

Caso Meloni: Asia Argento chiede scusa (ahilei)

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Questa è la giornata delle scuse.

Prima quelle di Caterina Balivo a Diletta Leotta, e adesso quelle di Asia Argento a Giorgia Meloni per aver definito altrove “lardosa” la sua schiena.

In RAI devono averle fatto un bel liscia e bussa.

Fatto sta che anche questa vicenda si è risolta in 140 caratteri. Fare danno costa poco. Chiedere scusa ancora meno. Poi si volta pagina. E’ il modello “social”del risarcimento del danno. E la reputazione della gente vale meno di nulla.

AGGIORNAMENTO DEL 12/2/2017

Qualche effetto il mio breve intervento deve averlo sortito. Se vado a cercare il profilo Twitter di Asia Argento scopro di non essere abilitato alla visione dei suoi post:

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Ma basta uscire da Twitter e lavorare un po’ di Google (chiave di ricerca “asia argento twitter”) per riuscire a vederli tutti regolarmente. Ah bene.

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Lettera sul mea culpa di Caterina Balivo

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Gentile Signora Balivo,

io non La conosco, io non so chi è. E a parte la parafrasi di un famoso pezzo di Mina, credo che le nostre esistenze telematiche si siano incrociate proprio stamattina, quando, per caso, sono venuto a conoscenza del Suo tanto vituperato tweet di un paio di giorni fa a proposito della mise di Diletta Leotta non proprio adatta all’uopo di parlare del tema del cyberbullismo che, pure, l’aveva ingiustamente riguardata.

Ho letto anche che il Suo intervento è stato ampiamente criticato e che, forse, è stato proprio questo inestricabile groviglio di critiche a indurLa a scrivere un messaggio di dietrofront, chiedere scusa per i toni e per i contenuti (insomma, ammettere la disfatta totale) e procedere oltre nella Sua attività twittaròla.

Personalmente, invece, non ho trovato nulla di offensivo in quello che ha scritto, che mi è parso equilibrato, per nulla sessista e particolarmente adatto alla circostanza. Ne ho condiviso toni e contenuti (e le mie opinioni sono riportate in un altro articolo del mio blog) e se proprio devo dirla tutta (e DEVO dirla tutta!) se c’è qualcosa che non ho gradito è stato il suo fare marcia indietro così presto, lo scusarsi per qualcosa che oggettivamente non c’era né nella forma né -sicuramente- nelle intenzioni, il pubblicare un “mea culpa” che non aveva nessuna ragion d’essere.

Forse il diluvio di opinioni contrarie sarà stato insostenibile, anche per una twitter dalle spalle larghe come le Sue. Ma, mi creda, Lei non è in difetto. Ritiri le scuse e cammini a testa alta.

Mi creda Suo

La tormentata storia di Diletta Leotta

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Diletta Leotta è stata ed è vittima di cyberbullismo.

Diciamolo subito e senza possibilità di equivoci: quello che ha subito è stato ed è inqualificabile, quindi da condannare senza mezze misure e in quanto tale.

E’ andata a parlarne a Sanremo, arena di ogni possibile pettegolezzo, con una mise non proprio castigatissima. E qualcuno ha avuto da ridire e da mormorare sul suo look. Incoscienti, mica si poteva pretendere che la Leotta andasse alla kermesse canterina in jeans e maglione! Del resto Sanremo è un palcoscenico internazionale e dovrà pur far vedere le sue grazie dopo che è stata ingiustamente cyberbullonata.

Fatto sta che sul sito web de “Il Fatto Quotidiano” è apparso un articolo dal titolo “Diletta Leotta poteva parlare di cyberbullismo anche in mutande” a firma di una certa “Eretica”, perché, si sa, il  vizio di firmarsi con nome e cognome è sempre duro a morire. La domanda che si pone la blogger è questa: “Se lei mette una gonna con lo spacco e poi parla di cyberbullismo non è credibile?”

La risposta è no.

E’ esattamente come se il mio medico mi consigliasse di smettere di fumare mentre si accende una Marlboro. O come se un insegnante rispondesse al cellulare in classe (magari a una chiamata importante, non dico mica di no!) e poi pretendesse che gli alunni non utilizzassero il telefono. E’ come se Vittorio Sgarbi andasse in televisione a parlare di diffamazione.
E poi ancora “Un po’ come dire che se vai in giro in minigonna non sei più una persona che può essere vista in quanto tale. Si può parlare di cyberbullismo anche mostrando il corpo, per decisione propria e non perché qualcuno decide di usarlo al posto tuo.” Ma certo. Per quello che mi riguarda Diletta Leotta poteva anche andarci nuda a Sanremo a parlare di cyberbullismo, se lo voleva lei e se gli organizzatori glielo permettevano. Ma è proprio la credibilità a venir meno, non la tragicità dell’esperienza. E’ vero che tutto “Si può”, come diceva Giorgio Gaber, ma lasciateci almeno il diritto di criticare chi per atteggiamenti, pose e vezzi, non ci piace nemmeno un po’.

Ho scelto di non utilizzare foto della Leotta con cui corredare questo articoletto: sul web se ne trovano a tonnellate e potete andare a cercarvele altrove. Ho scelto piuttosto lo screenshot della voce “Diletta Leotta” su Wikipedia dove, si veda il caso, la pagina è stata proposta per la cancellazione e dove la rilevanza enciclopedica della voce è stata messa pesantemente in dubbio (già, ma intanto ci resta!). Sarà bello vedere la Leotta accusare Wikipedia di cyberbullismo!

Raggi & paRaggi

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Sì, anch’io sono sempre più convinto che Virginia Raggi debba spiegare o andarsene.

E non certo perché le polizze vita a lei intestate da Romeo (oh, Romeo, Romeo, perché sei tu, Romeo?) ne facciano una Giulietta inconsapevole o costituiscano le prove di un reato (anzi, pare proprio che la Raggi non ne sapesse nulla), ma perché cominciano ad essere troppe le circostanze in mano agli inquirenti su cui la Raggi è (stata) chiamata a rispondere.

Tecnicamente, dunque, non c’è nulla da rimproverarle oltre quell’abusino d’ufficio e quel falso che costituiscono, a tutt’oggi, ancora delle ipotesi e non delle sicurezze tali da giustificare delle misure precauzionali: Virginia Raggi è libera di farsi intestare polizze vita da chi le pare, soprattutto se a sua insaputa.

Nessun reato, dunque. Lo ripeto e lo ribadisco. Ma appare fin troppo chiaro che non è solo l’illecito penale a costituire motivo di evangelico “scandalo” nell’opinione pubblica, di cui (dovrebbe essere chiaro) fa parte anche chi ha votato per la Raggi, non importa se del M5S o no. In breve, non importa (o non dovrebbe importare) se la Raggi abbia commesso qualche infrazione al Codice, basta che abbia “commesso”, ovvero che nelle sue azioni esista un minimo di dolo o di consapevolezza per offuscarne l’immagine.

Allora decida lei dove parlare e con chi. Sulla carta stampata, in televisione, sul suo profilo Facebook o sul blog di Beppe Grillo. Ma decida in fretta e ci faccia sentire con la sua voce e la sua faccia che quelle polizze erano il frutto di un infelice amore non corrisposto. Qualcuno le crederà, altri no. Ma almeno cesserà il balletto del “c’è un indagine in corso” (e lo sappiamo, sticazzi) e del “sono serena”.

Poi, vivaddio, ci occuperemo di altro.

 

(foto: Niccolò Caranto)

Forse non lo sai ma pure questo è amore

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E lui che t’ha portato via la donna che amavi d’un solo colpo. Un incidente, dicevano.

E lui che è ancora lì, in giro per il paese, dopo sette mesi. Sette mesi in cui hai covato una rabbia antica, un rancore infinito e la voglia di stenderlo una volta per tutte. Sette mesi in cui hai pensato e ripensato. Ne hai studiato le abitudini, i movimenti, i vizi. Lo hai pedinato e lo hai guardato in faccia, lui, l’assassino. Una, cinque, dieci, venti volte, non importa quante, serviva per imprimerti bene nella mente la faccia dell’imperdonabile.

E lui esce dal bar. E la pistola è lì, nel giubbotto. Puoi sentirla, fredda e quasi impersonale. Ma sai che non sbaglierà. Qualche parola, niente di più. E poi spari. E spari, spari e ancora spari.
E lui cade a terra. Chissà se ha avuto il tempo di pensare a qualcosa o a qualcuno. Prima c’era, adesso non c’è più.

E lui, che nessuna giustizia umana adesso potrà più condannare, è stato condannato dalla tua vendetta.

Forse non lo sai ma pure questo è amore.