Tim e Vodafone: ora gli “avvisi” si pagano

La mi’ nonna Angiolina, requiescat in pace, le chiamava “chiapparelle”.

Il mi’ nonno Armando, bonànima anche lui, che usava un toscano arcaico, forte e gentile come una roncolata su’ ‘ piedi, li chiamava “miràoli” (miracoli).

Si trattava, in entrambi i casi, non già di fregature vere e proprie, ma piuttosto di trucchetti, di escamotages, di piccoli espedienti per sbarcare il lunario, per concludere la giornata con non dico tanto, ma almeno qualche centesimino in più (ai tempi del mi’ nonno Armando e della mi’ nonna Angiolina i centesimi c’erano, ma della lira, quella con l’effigie di quell’altro de cuius di Vittorio Emanuele III).

Da oggi (o era ieri? Mah, non importa) se avete Tim o Vodafone pagate gli avvisi che prima non pagavate.

Gli “avvisi” sono quei messaggi (solitamente sotto forma di SMS ma non necessariamente) che vi informano se un numero che avete trovato occupato o spento (perché la gente giustamente un po’ di cazzi suoi ogni tanto se li fa) è tornato raggiungibile e, soprattutto, chi vi ha chiamato quando eravate voi occupati o spenti.

Ci sono diverse modalità di pagamento e di prezzi, si va dal costo infinitesimale per ogni singolo messaggio a un costo a forfait per tutti i messaggi ricevuti in una giornata (però pagate dopo il ricevimento del primo messaggio, non dopo l’ultimo, e che diàmine!).

Bellino, eh? Per cui, se avete Tim o Vodafone sbrigatevi a disattivare queste opzioni (si può farlo, sissignori) perché se tenete il telefono spento un giorno, appena lo riaccendete, se solo vi ha cercato qualcuno, pagate.

Ora, io, voi, chi ci legge di sottecchi, siamo tutti personcine intelligentine che si rendono conto di quello che succede e, soprattutto, siamo in grado di fare qualcosa per prevenire lo sgocciolamento salassale. Se non altro siamo in grado di chiedere informazioni ed indignarci.
Ma penso alla mi’ mamma, per esempio, alla Pieranna, la figliòla più piccina dei suddetti Angiolina e Armando, piccina sì, ma cià 72 anni. Il cellulare è un suo nemico dichiarato, non lo può vedere, se squilla va in tilt, proprio “non ci se la dice”. Però ce l’ha. Ed ha un numero TIM. Finora riceveva i messaggi di chi l’aveva chiamata anche a telefono spento, ma tanto era come se non li ricevesse, perché non li sa nemmen guardare. Però da oggi li paga.

E come lei ci sono fior di anziani che usano il cellulare per necessità o comodità, ma sanno accedere solo alle funzioni di base, adolescenti disinformati che navigano, navigano, navigano, cazzo navigano, andassero un po’ a studiare, almeno. E viandare.

Per l’amor del cielo, son cifre irrisorie, che non buttano sul lastrico nessuno, ma stanno meglio in tasca a noi che in tasca a loro. E in tasca ce lo buttano, che poi ci si lamenta che la gente si tuffa su Uozzàpp!!

Liviamo!

Dante scriveva che i nomi sono la conseguenza delle cose. Io dico che, a maggior ragione, lo sono delle persone.

Il resto lo fa la letteratura.

Voglio dire, ci sono nomi che sono talmente incancreniti nell’immaginario collettivo, da essere incollati a una idea. Ri-voglio dire, il nome Beatrice rimanda a una persona graziosa e giovane, non a una vecchietta arzilla e muscolosa. Io ne feci la protagonista di un mio raccontino fortunatello proprio perché mi serviva una fanciulla che morisse all’età di 11-12 anni. Se l’avessi chiamata Abelarda non avrei ottenuto lo stesso effetto (i cultori di certi fumetti di serie B ricorderanno la manesca nonnina amica del gorilla Bongo).
Più che la letteratura a volte può il cinema, o tutti e due. Alice era nome degregoriano per eccellenza negli anni ’70, era quella che guardava i gatti, con aria un po’ gattina anche lei, e non sapeva di Cesare che aspettava il suo amore ballerina da sei ore ormai (Pavese era un uomo costante). Nel decennio successivo uscì il film “Amici miei atto II”, quello in cui il malefico Lucianino descrive la moglie del Mascetti come “una donna secca e rifinita come il suo nome: Alice”. Si potrebbero fare ricerche demografiche e interessantissime tesi di laurea sulla frequenza del nome “Alice” nella popolazione italiana a seguito della vulgata di certi preconcetti.

Tutto questo cappello per dirvi che a suon di leggere i romanzi e i racconti del commissario Montalbano, Livia mi sta pesantemente sulle palle. Il personaggio, proprio, non lo digerisco, è la classica donna che mi farebbe venir voglia di tirarle uno schiaffo anche se sta zitta e basta. Livia, una stronza che ne “La vampa d’agosto” (un libro da leggere in questa stagione, per evidenti motivi) fa trottare in su e giù il povero Commissario perché soddisfi i capricci suoi e dei suoi antipatici amici. Livia, malefica e perfida, capacissima di rimproverarlo solo perché non si fa trovare al telefono o non ce la fa a rispondere. Livia bastarda che mentre Adelina fa gli arancini per l’ultimo dell’anno pretende anche che Montalbano se ne stia seco lei a Parigi (ma quando mai?)

E ora ne ho trovata un’altra di Livia letteraria. L’ho trovata in “In fondo al tuo cuore” di Maurizio De Giovanni, libro di cui vi ho parlato tempo fa solo per farvi rodere il fatto che io ce l’ho autografato e voi no. Non so se De Giovanni abbia voluto scherzare con le tradizioni letterarie e fare un omaggio al maestro Camilleri, fatto sta che Livia II, la vendetta, è una bellisssima donna, vedova, nella Napoli degli anni ’30, tutta cipria, teatro e cinematografini (“tra lo sfolgorio di quei lumi/comanda signora Cipria colonia e Coty!”), che fa una corte spietata al Commissario Ricciardi, che però gli preferisce la maestrina Enrica, che a sua volta sta cercando inutilmente di disfarsi di un vecchio amore. Life can be so hard, sometimes.

Sono andato a vedere l’occorrenza del nome Livia in 1000 opere della letteratura italiana e ce l’ho trovato fin dal Petrarca. Credevo di trovarlo con maggior frquenza in qualche romanzo ottocentesco, che so, il ciclo milanese del Verga, ma c’è comunque da continuare a divertirsi.

Assoluzione fisiologica

E ora siamo tutti più tranquilli.

Dopo che il boss è stato assolto in secondo grado nel processo per il caso Ruby, l’estate trascorre solitamente più noiosa e i condizionatori possono di nuovo andare a palla mentre le località di mare si riempono di bambini vocianti, di mamme strillanti  e di metalli urlanti (questa la riconoscono in due o tre, ma mi è venuta così, estemporanea).

Dunque pare che non fosse vero un beneamato ciùfolo il castello accusatorio di primo grado, e i giudici, quelli veri, non quelli comunisti, hanno riconosciuto l’estraneità ai fatti di Berlusconi. O meglio, per un capo di accusa hanno riconosciuto che Berlusconi non è estraneo a quel fatto, ma che quel fatto non costituisce reato.

Ah, bene, come ci si sente rilassati! Ora finalmente qualcuno (Brunetta) può chiedere pubblicamente la grazia e dimenticarsi che, trattandosi di una sentenza di secondo grado, manca ancora la Cassazione prima di pronunciare definitivamente la parola “fine” sull’affaire Ruby, che se è vero come è vero che il principale imputato dell’affaire è stato assolto, c’è da metterci la mano sul fuoco che sia VERAMENTE la nipotina di Mubarak.

Lui, del resto, sapendo di non poterci più nemmen sperare sulla grazia, ha chiesto una legge che gli permetta di ricandidarsi alle elezioni e che aggiri tanto la Legge Severino quanto l’odiosa sentenza (quella sì, passata in Cassazione) che lo dichiara interdetto dai pubblici uffici per tre anni.

Fuochi di ferragosto, li chiamerebbe Battiato.

Il PD, vedendo allontanarsi per il suo principale alleato lo spettro di ben altro tipo di interdizione dai pubblici uffici, quella perpetua, facendo anche lui i conti senza l’oste rappresentato dalla Cassazione, è sicuro che ci sia la serenità necessaria per portare avanti lo sfascio istituzionale determinato dalla svendita del Senato della Repubblica con lo sconto del 75% stile remainders.

Ancnhe Wikipedia è contenta. Alla voce “Procedimenti giudiziari a carico di Silvio Berlusconi” (perché ci vuole una voce a parte) mette il caso Ruby tra i procedimenti conclusi, mentre tra i procedimenti ancora a carico del Nostro, una “diffamazione aggravata nei confronti di Antonio Di Pietro, accusato di avere ottenuto la laurea grazie ai servizi segreti” (robettina, via…) la corruzione del senatore De Gregorio (stai a guardare il capello!) e, colmo dell’ilarità, un procedimento per “corruzione in atti giudiziari in riferimento alle testimonianze rese nel procedimento “Ruby” principale”. Ci sarebbe anche il deposito, da parte della Procura della Repubblica di Napoli, di “nuovi documenti nei quali Berlusconi è indagato per il reato di finanziamento illecito ai partiti a causa di finanziamenti che sarebbero stati erogati negli anni scorsi al Movimento Italiani nel Mondo.”

L’è el dì de mort, alégher!

L’8,5% di Wikipedia è di Sverker Johannson, svedese

(screenshot dall'"Economic Post")

Su Wikipedia lo sa il signor Sverker Johannson, svedese, dove dorme il polpo.

In sette anni ha scritto oltre 2 milioni e 700 mila articoli su animali e località filippini (ma non solo, evidentemente, se no chissà quante bestie e quanti càspita di paesini ci sono in queste Filippine!).
La media sulla totalità delle voci di Wikipedia in tutte le lingue, a spannòmetro, è dell’8,5%. Il che significa che l’8,5% dell’enciclopedia più balorda del mondo è in mano a un solo individuo.

Il quale agisce usando un suo software chiamato Lsjbot che vomita fino a 10.000 articoli al giorno, basandosi (dicono) su “fonti attendibili” (non ci è dato di conoscere quali siano, ovviamente).

La pretesa di affidare a robot “affidabili” la materia di studio e di scienza è vecchia come il cucco, basti guardare quanti si affidano ai traduttori “automatici” che non traducono un bel tubo di nulla e che partoriscono soluzioni inaccettabili da chiunque abbia un minimo di ponderazione linguistica per agire.

Ma l’esigenza che qualcuno ha di affidarsi ad un software che produca autonomamente quello che ci si aspetta sia prodotto con la ragione umana dimostra dei dati incontrovertibili:

a) la gente non ha voglia di occuparsi di Wikipedia;
b) i “numeri” sulle pagine on line di Wikipedia vengono evidentemente “gonfiati”;
c) a Wikipedia importano sempre di meno l’affidabilità e la revisione dei contenuti, il suo unico scopo è quello di fare numero.

Che, voglio dire, non ci sarebbe neanche nulla di male a fare una collezione di voci scarne e basilari sui coleotteri delle Filippine, basterebbe solo dirlo e non chiamarla “enciclopedia”.

Ci girano tronfie la figlia e la madre nel viso uguali e del culo tondo, istesse, identiche, senza storia

Su repubblica.it ieri è apparso un reportage fotografico di 42 scatti. Dico “sarà una roba importante, che so, qualcosa sul conflitto di Gaza o sul recupero della Concordia.”
Macché, si trattava di una serie di fotografie di madri e di figlie che hanno deciso di farsi lo stesso tatuaggio nello stesso punto del corpo. Oppure di farsi tatuare due spezzoni di frase o di disegno, in modo che, avvicinando i due segmenti si ottengano il tatuaggio o la frase completi.

Voglio dire, la gente è fuori di testa completa e mica poco e l’orrenda e triviale immagine che ho scelto per corredare queste innocenti riflessioni lo dimostra.

Voglio dire, tutte queste signore superultraquarantenni, sfiancate dalla cellulite e deturpate dall’alluce valgo, che vogliono fare le giovani a tutti i costi e si fanno tatuare la frase “You are my sunshine” sul collo del piede mentre la figlia nello stesso punto ha immortalato “…my only sunshine”, che per dare un senso all’operazione devi mettere un piede davanti all’altro così la gente ti fotografa o, peggio, ti fotografi per conto tuo, ti fai un “selfie”, lo sbatti su Facebook e gli altri ti cliccano su “Mi piace” o ti dicono “Oh, che meraviglia!”. Ma che cazzo di meraviglia è? Sono due piedacci marci che neanche il più abile degli estetisti riuscirebbe a ricondurre a un aspetto vagamente decente!

E poi, tanto tanto, capisco le figlie. Ma le madri… porca miseria, hai un’età da pre-menopausa e devi per forza farti un tatuaggio “in stile” con quello di tua figlia (è la prima volta in vita mia che capisco il senso del titolo del romanzo di Proust “All’ombra delle fanciulle in fiore”) che, invece, è giovane, bella, e ha davanti a sé una vita sessuale intensa e soddisfacente. Non lo fanno per far vedere in giro che loro sono madre e figlia (come se gliene fregasse qualcosa a qualcuno, poi) ma che loro, madri, hanno con le rispettive figlie un rapporto privilegiato, speciale, che più che madre e figlia sono le classiche “amiche” e “complici”. E si dà il caso che le madri non debbano essere né amiche né complici dei loro figli.

Un giorno, forse, qualcuno avrà pietà di tanta presunzione. Per il momento spero proprio di no.

Quelli che tifano Argentina perché loro i crucchi non li possono soffrire, oh yeah…

Diciamoci la verità, quelli che hanno tifato Argentina nella finale del Campionato del Mondo di calcio non hanno supportato la squadra di Messi per una innata e spontanea simpatia nei confronti dell’”albiceleste”, visto che oltretutto quella era la prima volta che usavano questo termine. L’hanno fatto per una altrettanto radicata antipatia nei confronti dei tedeschi e del modello germanico in generale.

I tedeschi dovevano perdere non perché non siano arrivati in finale almeno allo stesso modo in cui ci sono arrivati i bonaerensi (tiè, le so anch’io le parole difficili), ma perché sono bravi.

Hanno giocato un calcio onesto ed efficace, sono arrivati in Brasile senza troppi strombazzamenti, hanno fatto il loro campionato sul campo e non sulle conferenze stampa, hanno messo un bestione in porta che dà più sicurezza di una saracinesca, il loro allenatore non se la tira esultando su e giù per la panchina. In breve, hanno fatto quello che non hanno fatto gli altri: hanno giocato. E, naturalmente, per questo devono perdere. Si sono permessi di umiliare una squadra come il Brasile, che era quella che DOVEVA vincere PER FORZA questo mondiale e no, non si può essere più forti del Brasile, non ci si può permettere di sconvolgere le aspettative di un paese e del mondo intero, perché se no poi la gente piange.

E poi, diciamocelo francamente, i tedeschi ci stanno sui cabasisi perché hanno un’economia che funziona. Ma come si permettono di essersi rialzati da due guerre mondiali e aver ricostruito il loro sistema economico e produttivo passettino dopo passettino? Come possono permettersi il lusso di andare un giro più di 10 anni con la stessa autovettura quando noi dopo 3-4 anni la cambiamo perché “è vecchia”?? E osano perfino chiedere scusa e girarsi dall’altra parte per non disturbare mentre rispondono al cellulare, quei crucchi della malasorte. Non è possibile! Quando si risponde al cellulare lo si fa interrompendo la conversazione in atto e parlando forte in modo da farsi sentire da tutti e far vedfere che noi il cellulare ce l’abbiamo.

Ci stanno sulle palle i tedeschi perché per loro le regole sono fatte per vivere meglio, mentre per noi sono fatte per essere infrante se no non siamo i più bravi, i più furbi e i più scaltri.

E la vittoria della Germania mette in crisi tutto questo e molto altro. Chi ha tifato Argentina per tifare contro i tedeschi non ha tifato PER una squadra, ma ha tifato CONTRO la possibilità concreta di essere felici e di essere onesti.

Un po’ di vergogna no, nevvero??

Libri autografati: “In fondo al tuo cuore” di Maurizio De Giovanni

Se c’è una cosa che affascina nei gialli classici, per intenderci quelli di Agatha Christie con Miss Marple (Hercule Poirot mi sta un po’ sulle scatole, abbiate pazienza) e quelli di Simenon con Maigret è in fatto che si svolgono in un tempo (immaginario, certo) in cui non esistevano i mezzi investigativi di cui disponiamo oggi.

Di più, se si voleva mandare una comunicazione a qualcuno si usava la posta tradizionale. Al limite un telegramma. Poi si aspettava la risposta. Se no una telefonata, ma bisognava comunque passare attraverso il centralino, altro che cellulare.

Ecco, il commissario Ricciardi, nato dalla fantasia di Maurizio De Giovanni, vive e opera nella Napoli degli anni 30. Di Giovanni scrive gialli come se fosse catapultato in un’epoca lenta e “altra”.

E il suo ultimo romanzo io ce l’ho autografato e voi no!

Lorin Maazel : 1930 – 2014

Che se ne sarebbe andato, Lorin Maazel probabilmente aveva cominciato ad avvertirlo da qualche giorno, almeno da quando è stato costretto (o si è autocostretto) a rinunciare a tutti gli impegni, con un fisico indebolito ma con una mente vulcanica traboccante lava artistica e ingegno musicale.

Talento precocissimo, quasi mozartiano, Maazel ha diretto per lunghissimo tempo quel gruppo marmoreo che sono i Wiener Philarmoniker, scolpendoli fino alla perfezione mai intrisa di seriosità, ma sempre permeata di quel giocherellare con la materia musicale senza mai prendersi sul serio.

Quando poi riusciremo a capire la portata di simili perdite, magari ci sentiremo anche un po’ migliori.

Si fa un “selfie” nuda per il fidanzato ma lo invia a suo padre

Si tratta certamente di un fake ma, si sa, io sono un ragazzo semplice.

L’utentessa (tiè, oggi vanno tanto di moda i femminili a tutti i costi) “nyyy nyyy”, titolare dell’account Twitter @dearfashionn ha pensato bene di far ribollire i sensi del proprio drudo e si è fatta un “selfie” (un giorno chi ha inventato questa parola morirà e io andrò a ballare sulla sua tomba vestito di rosso e con una rosa tra i denti) nuda e in posizione inequivoca. Penso che a molti farebbe piacere ricevere delle attenzioni del genere e il punto non è certo il bene o il male che, eventualmente, si possano ravvisare in un gesto del genere.

Solo che invece di mandarsi al proprio fidanzato si è inviata al padre (ah, lapsus!)

Il quale, giustamente, le ha chiesto spiegazioni (“E’ questo che fai mentre sei a scuola?”) e ha montato su un casino che lèvati.

Ma c’è di più. La ragazza, nell’intento di “recuperare la foto” (non si sa bene come, ma la disperazione fa fare questo ed altro) ha chiesto informazioni al popolo della rete trasportando il suo caso dal contesto del dramma domestico a quello dell’ilarità collettiva.

Si tratta certamente di un fake ma, si sa, io sono un ragazzo semplice.

 

Il Liceo Scientifico (senza latino!)

La signora ha la classica espressione di orgogliosa sicumera che ha la gente che sa di essere in torto prima ancora d’aprir bocca:

“Mio figlio si è iscritto al liceo scientifico -dice- ma quello senza latino!”

Ora, io ho un indefesso rispetto nei confronti dell’ordinamento scolastico italiano, e penso che se sono stati creati una sperimentazione o un indirizzo del liceo scientifico SENZA lo studio del latino, una ragione c’è. Solo che non è la ragione della signora:

“Ha preferito fare così perché il latino è una lingua morta, non lo parla più nessuno.”

E non lo dice, no, che il latino è una materia molto impegnativa che aiuta la logica e sollecita il cervello ad esercitare quel tarlo mai sincero che chiamano pensiero, come direbbe il Sommo Poeta. E che attraverso lo studio di una lingua si arriva a comprendere una civiltà intera, la sua letteratura, il suo modo di essere, ma si sa, ormai gli antichi romani son morti tutti, mentre invece i Che Guevara e i Jim Morrison che fanno bella mostra dei propri visi stilizzati su magliette e decalcomanie sono ancora vivi, sì, sì, certo.

Nessuno che dica: “Mio figlio non ha un cazzo di voglia di studiare, vuole evitare le materie in cui potrebbe avere dei problemi perché così se la cava con due o tre debiti al massimo alla fine dell’anno.” No, devono per forza dare la colpa al latino che c’entra quanto il due di coppe quando a briscola comanda bastoni.

E nessuno che abbia l’umiltà di dire che il latino è difficile. Sì, il latino è difficile, ma perché, è un difetto? Vogliamo farglielo capire o no ai nostri prestanti frugolini (tutti geni, naturalmente, ma come si permette questa scuola italiana di presentare delle materie così inutili?) che lo studio non è solo far quel che vogliono loro, ma che è soprattutto fatica e, perché no, anche una buona dose di rompimento di coglioni?

Poi bocciano (perché si boccia anche senza studiare il latino), e allora tutti a iscriverli a un diplomificio privato, perché di là, nella scuola pubblica, “i professori non avevano capito le reali potenzialità di mio figlio”!

Errani humanum est

Vasco Errani è stato condannato a un anno per falso ideologico.

Si è dimesso “immediatamente”. Cioè alla fine del giudizio di secondo grado.

Dopo le sue dimissioni ha avuto intorno il corteo dei boy-scout che lo pregavano di restare al suo posto di “governatore” (bruttissima e insignificante parola per denominare un più semplice “presidente”) dell’Emilia Romagna -mentre il sindaco di Venezia per un avviso di garanzia è stato subito liquidato, sempre grazie alle contropressioni degli stessi boy-scout di cui sopra- ma lui si è appellato al suo senso dello Stato.

Lo stesso senso dello Stato che aveva dimostrato Nichi Vendola quando annunciò che si sarebbe fatto da parte in caso di condanna. E bisogna dire a parziale favore di Errani che anche lui era stato assolto in primo grado.

Ma dimettersi al momento del rinvio a giudizio non si può?? Quando si dice di voler affrontare da comune cittadino un procedimento penale a proprio carico non ci si può dimettere solo “in caso” di condanna. Errani è rimasto attaccato alla poltrona per tutto il tempo che è stato necessario per l’avviso di garanzia, l’udienza preliminare, il rinvio a giudizio, il primo grado, il secondo grado e che miseria. Oltretutto per fatti che risulterebbero in qualche modo connaturati alla propria funzione (sarebbe più da capire se avesse obliterato un biglietto usato cancellandone il timbro con la gomma).

Confida nella Cassazione? Va benissimo. Ma intanto l’Emilia Romagna va a votare. Ed è sempre troppo tardi.

Signor Tenente – Giorgio Faletti

Giorgio Faletti è morto e me ne dispiace davvero.

Ero riuscito ad arrivare persino a metà del suo “Io uccido”, scaraventandolo via con viva forza perché lo ritenevo troppo inutilmente truce. Ovviamente mi sono guardato bene dal leggere i suoi romanzi successivi.

Così come ho sempre guardato con debita distanza alla sua canzone-simbolo, quella “Signor Tenente” che arrivò seconda a Sanremo nel 1994, e che oggi viene osannata dall’intero web in onore della memoria del suo autore-interprete.

Se vuoi avere un buon piazzamento a Sanremo, si sa, devi parlare della mamma (da “Son tutte belle le mammme del mondo” a “Portami a ballare”) o della patria (dal grido di “Italia, di terra bella uguale non ce n’è” di Mino Reitano, alla “Vecchia canzone italiana” che cantavano Nilla Pizzi, Mario Merola, Wess, Tony Santagata e compagnia varia, senza dimenticare l’italiano che canta con l’auroradio nella mano destra (plancia estraibile) e dà il buongiorno a Dio e a Maria di Toto Cutugno.

“Signor tenente”, con una certa originalità, si inserisce in questo filone. Del resto, per partecipare a una manifestazione nazional-popolare bisogna proporre un brano altrettanto nazional-popolare. Ed è quello che ha fatto Faletti.

Non era una canzone, quella di Faletti. Era un testo recitato sopra una base musicale. Era quasi un rap ante-litteram. Il sottoposto si rivolge al superiore con tono e linguaggio quasi burocratici. E, anche qui, se c’è qualcosa che ci ricorda il brano è il Catarella di Camilleri. Tutto però cozza contro il tono tragico della circostanza narrata (l’aver appreso della strage di via D’Amelio), il carabiniere viene dipinto come un povero ignorante che non sa iniziare una frase se non ci mette la parola “minchia”. Non c’è molta differenza (se non quella del suddetto pubblico nazional-popolare) tra le forze dell’ordine di Faletti e quelle di Pier Paolo Pasolini, i cui membri erano nati da contadini e sbattuti lontano a svolgere un servizio la cui portata non era chiara a nessuno.
“Minchia”, certo, perché una canzone non poteva cominciare con “Scusi, signor tenente”, o “Senta, signor tenente”, no, ci doveva essere comunque la parola trasgressiva, ma attenzione, “minchia”, non “cazzo” (che ha lo stesso numero di sillabe e anche lo stesso significato), a voler dire che il carabiniere, oltre che sottoposto e ignorante è anche siculo. La quintessenza del luogo comune.
Però il carabiniere dice anche “abbiam montato l’autovelox”, “abbiam saputo di quel fattaccio”, “han fatto a pezzi con l’esplosivo”, dimostrando di essersi inserito molto bene in un hinterland del nord.

“E siamo qui con queste divise che tante volte ci vanno strette specie da quando sono derise da un umorismo di barzellette”. Perché invece farne una macchietta con una canzone che arriva seconda a Sanremo è stato meglio?

Cazzo, signor tenente.

La Bibbia di Chuck e Nora

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C’erano una volta Chuck & Nora. Erano una coppia di coniugi protestanti americani che realizzavano una serie di trasmissioni di tipo religioso che venivano ritrasmesse (non ho mai capito se a pagamento o no, ma più probabilmente sì) da un numero piuttosto corposo di emittenti televisive locali, attorno agli anni ’80.

Erano un po’ la quintessenza del Kitsch, con i loro divani in stile neo-Mary Poppins, i capelli di lui incollati sul cranio e lei che cantava una canzoncina religiosa e intanto faceva propaganda al suo ultimo CD di canti di lode all’Altissimo, che io mi chiedevo sempre chi càspita glielo comprava.

Sono stati anche oggetto di una imitazione da parte di Corrado Guzzanti e Marina Massironi.

Lei (Nora) è morta nel 2007 e sono stati oggetto di tutta una serie di critiche perché qualcuno ha pensato che con tutte queste trasmissioni ci avessero fatto la chèa. Non lo so, so solo che un giorno stavo gustando lo spettacolo che involontariamente offrivano e dicevano “Scriveteci, vi manderemo una Bibbia in omaggio”. Io che sono sempre stato un grafomane presi carta, busta e francobollo (niente e-mail, al tempo) e provai a spedire la mia richiesta. Cioè, non è che ci provai, la spedii proprio, con la consapevolezza innata che non mi avrebbero spedito niente, e che le lettere servivano, in realtà, a saggiare le repliche degli ascoltatori e a determinare i numeri dell’uditorio effettivo.

Invece la Bibbia arrivò, o metteteci un toppino. Un volumetto rosso, col titolo in oro (è la stessa versione che ho adoperato per le mie audioletture). Allegato c’era un biglietto: “Con amore, Chuck e Nora”. Ecco quello che non avevo capito, Chuck e Nora non distribuivano Bibbie, sermoni, CD musicali, programmi televisivi, propaganda protestante, Gesù e profeti. No, loro distribuivano sicurezze, rassicurazioni psicologiche. E se invece che uno studente curioso e anche un po’ stronzetto avesse scritto loro, che so, una vedova con la depressione che vive sola inseme al gatto?? Vedersi recapitare un messaggio con su scritto “Con amore” può rappresentare molto più di tanto, e quello poteva rappresentare il primo passo dell’aggancio. In fondo basta sempre aprire un canale nella ricezione (psicologica) dell’altro, e poco importa se la ricezione è anche televisiva, anzi, meglio.

Sono resti di un mondo che non c’è (quasi) più e finora nessuno si è degnato di dedicare una pagina a Chuck e Nora Hall su Wikipedia. Voglio dire, se l’hanno fatto per Wanna Marchi…

Scusate il ritardo! (2)

Sono alcuni giorni che non metto mano al blog. E se non ve ne siete accorti voi me ne sono accorto io. Purtroppo sono stato dietro a dei malfunzionamenti del server di classicistranieri.com, malfunzionamenti che, detto sia tra parentesi, non sono ancora cessati. E’ un peccato. Un vero peccato. Ma seddiovòle non è pane, per cui una soluzione si può sempre trovare. A sapere quale sarebbe bello.

Nel frattempo avrete visto che il blog si apre con un popup tra il serio e il faceto. Però pensate a come sarebbe ganzifero se fossimo davvero più indipendenti, magari with a little help from my friends. Sicché vi pupperete il popup almeno finche non vi deciderete a mettere mano alla tasca sinistra dei pantaloni.

Ovvia, giù, ora si continua.

Pubblicità mondiali

Il preludio alla telecronaca diretta della constatazione statica del nostro niente calcistico cominciò con uno spot di una agenzia di scommesse on line che si vantava di dare la vittoria dell’Italia alla quota più favorevole per gli scommettitori.

Non mi importa quanto abbiano incassato dalla ieratica sconfitta, men che meno mi interessa quanto abbiano perso gli scommettitori, ché a loro sta solo bene. Mi interessa, piuttosto, quanti minorenni possano aver guardato quello spot, ed è inutile dire che alla fine c’è un annuncio lettoavelocitàevidentementeraddoppiata che dice che il gioco è permesso solo ai maggiorenni e che bisogna giocare responsabilmente se no si può sviluppare una dipendenza da eccessiva fiducia nelle capacità della Nazionale.

E come se non bastasse, arriva Totti che si chiede chissà quanti gol avrebbe fatto con 15000 piedi, ah, ah, ah, battutona irresistibile, e anche lì pubblicità al 10 e Lotto o come diavolo si chiama perché giocare sul gioco è una delle perversioni più ancestrali dell’italiano medio. Si scommette sul risultato della partita e sulle estrazioni del Lotto, è il gioco al quadrato, la cartina di tornasole di quanto, tanto per cambiare, siamo irrimediabilmente scemi.

Come si deve giocare responsabile bisogna anche bere responsabile. C’erano la pubblicità di una birra con la bottiglia verde (io detesto le bottiglie verdi per la birra!) e quella di un liquore all’anice. Peccato che bere responsabilmente sia un’utopia bella e buona, se fosse possibile ci si potrebbe anche drogare responsabilmente, che so, magari una sniffatina ogni tanto, in una quantità che non faccia del male a noi o al prossimo.

Perché quell’aggettivo “responsabile” ci fa sentire bene, ci dà la sensazione di avere il controllo della situazione, ci dipinge come un popolo guappetto, che sa fermarsi prima del limite e sa riconoscere quel limite, di qua c’è il bene e di là c’è il male, poi, magari, tutti a patteggiare per tornare a fare il sindaco.

E il cellulare non ce lo volete mettere? La pubblicità dell’ultimo modello che ti conta i passi o ti disegna le traiettorie. L’altro giorno sul lungomare c’era uno che se lo teneva appiccicato al braccio mentre faceva footing. Ma si può essere più scemi di così? Che quando hai qual telefonino lì cosa ti manca più?? Un pinguino con cui sentirti connesso per tutta l’estate, ovvio. Colonna sonora del tuo contratto firmata da Ampelio e le Borie Stese.

E poi c’è quella più bella, quella davanti alla quale ti chiedi se davvero la gente ci crede e se sei solo tu l’unico a restare basito o se la vita è ormai veramente così e non ci devi più neanche far caso. E’ la pubblicità di quel deodorante che “più sudi più sai di fresco“. Ora, per l’amor di Dio, sarà una “nuova formula” (le pubblicità dei deodoranti sono tutte “nuova formula”, da piccolo ricordo il “Bac Nuova Formula”, tanto per citare qualcosa di cui non si parla più) ma da che mondo è mondo più sudi più butti in terra dal sito. Sì, ci sono quelle cose che ti promettono 48 ore di protezione totale (voglio vedere se non ti lavi per due giorni come sei protetto!). Ma l’acqua e il sapone non vanno più di moda? Quelle belle bruschinate che la mi’ mamma mi diceva “Guarda lì come sei sudato!” e mi schiaffava dentro la tinozza (la vasca non si aveva), mi bagnava, mi strofinava a forza col sapone neutro Mantovani, mi sciacquava e poi via a insudiciarmi di nuovo. Il sudore, la puzza, lo sporco erano qualità degradate e degradanti dell’essere umano. Ora no. Ora se vuoi sapere di fresco devi sudare.

Ecco quello che siamo, un popolo di scommettitori e di bevitori (responsabili!) sempre a traccheggiare con il telefonino e per giunta con le ascelle puzzolenti di sudore.