Marco Malvaldi, Il telefono senza fili, Luana la bebisitter

Dall'episodio "Brothers in arms", Luana la Bebisitter atto II - di Daniele Caluri

Che uno dice, siamo quasi d’ottobre, continua a fare un caldo assassino, c’è la gente che va a giro col cappottino o col piumotto leggero perché se porti ancora la polo e i sandali di appena UN mese fa un sei punto trèndi, io devo far passare un mese, per che cosa son cazzi miei e non li vengo certo a dire a voi, fatto sta che devo farlo passare, in un modo o nell’altro, vicino casa mi stanno martellando una palazzina in stile neo-geometra, che fra gittate di cemento e piantatura di pali ciò le palle sembrano i neutrini del modello dell’atomo a Bruxelles, mettiamoci che poi, fondamentalmente, un faccio una sega dalla mattina alla sera (non fare una sega è ben diverso dal non avere una sega da fare, resti inteso), allora cosa si fa per schiacciare il teNpo e non farsi schiacciare i coglioni da lui? Si legge un bel giallo. Sissì, via compriamo qualcosa che, visto che di quattrini ce n’ho tanti, si può anche regalare una trentina di eurini a Amazon, così, tanto per finanziare la loro encomiabile politica sull’impiego. E visto che è uscito l’ultimo del Malvaldi, compriamoci pure questo “Il telefono senza fili”, che, voglio dire, nella vita prima o poi si deve mori’, tanto vale godersi qualche cosellina.

Ora, passi che il Malvaldi scriva (come di fatto ha scritto) in prima pagina, bello stampato a piombo su carta di Fabriano, “varî” con l’accento circonflesso alla Sardelli, chè il Sardelli ha, di fatto, (ri)creato un linguaggio, e quel linguaggio possono più o meno riutilizzarlo tutti (lo faccio anch’io, sicché badalì!). Chi non lo conosce (il Sardelli, e anche il suo linguaggio) può pensare che il Malvaldi abbia usato un ipercorrettismo, che abbia, cioè, ecceduto in una perfezione ortografica formale del tutto ineccepibile, ancorché innecessaria (boia come scrivo bene quando mi ci metto).

Passi anche per aver parlato dei miasmi puteolenti provenienti da Livorno (lui dice dal porto, ma non è che lo Stànaci -versione livornese per “Stanic”- sia da meno), che puzzerà perché cià il mare, ma Pisa puzza per sua stessa mano, ovvero per genesi, per essenza, per sustanzialità, e ora basta sennò mi gaso.

Ma che nelle prime pagine, narrando della sgradita visita di un rappresentante di giochi d’azzardo al Bar Lume, Malvaldi metta in bocca a Massimo, il proprietario del bar (ecco, per dire, un peronaggino letterario di una antipatia congenita, fin qui ha avuto du’ fìe a portata di mano e non è riuscito a gallarne nemmeno mezza, che si bèa a fare il Maigret della situazione, senza tener presente che almeno Maigret era sposato e che lui ha la sessualità di un Poirot) dica all’incauto interlocutore “si levi dai coglioni se no sguinzaglio i varani”, questo no, non va bene.

Perché se si può leggere “varî” senza pensare al Sardelli, se si può descrivere il puzzo di Livorno senza pensare che c’è anche il Romito, non si può leggere “sguinzaglio i varani” senza pensare che quella frase è stata pronunciata decine di vole da Màico, il bambino botrione e carogna, rampollo di una famiglia potentissima, nel ciclo a fumetti di Daniele Caluri e Emiliano Pagani “Luana la bebisitter” (sì, scritto così).
Per chi non lo conosca, Màico è un bambino orribile, stronzissimo, praticamente un mostro che concepisce la vendetta come valore sommo e ineguagliabile. Ha una tata, Luana, puppe e curve mozzafiato ma cretina come uno stick per le punture d’insetto (la metafora n’è venuta perché ne ho uno davanti, proprio mentre scrivo) ma la sua ossessione è arrivare a sapere cosa lei abbia fra le gambe. Essendo molto determinato, Maico ne prova di tutte. In genere le sue soluzioni, ancorché ingegnose, finiscono sempre per avere ripercussioni negative su di lui, che non esita a eliminare fisicamente (anche sguinzagliando i varani) chiunque si frapponga tra lui e l’obiettivo da raggiungere.

In letteratura i debiti sono debiti e far sciogliere i varani da un barrista (a Livorno la “r” si raddoppia) frustone rispetto allo stesso gesto compiuto dal mitico Màico corrisponde a svilire il povero bambino e far suonare ridicolo il barrista, più ancora di quello che è (per coloro che abbiano la fortuna di avere tutta la saga di Luana la bebisitter, e io son fra quelli).

Invito a questo punto Marco Malvaldi a riconciliarsi con le sue fonti letterarie e con Livorno, mediante ingozzamento di un cinqueccinque e di una spuma bionda diaccia stecchita.

Le dimissioni di De Magistris: why not?

C’è quel luogo comune che dice che “le sentenze si rispettano“. Che è un po’ come dire che non ci sono più le mezze stagioni o che la frutta non ha più lo stesso sapore, cioè tutto e nulla. Ma, soprattutto, nulla.

De Magistris, ex magistrato, ora sindaco di Napoli, è stato condannato in primo grado a 15 mesi di reclusione per abuso d’ufficio. E’ stata anche disposta l’interdizione dai pubblici uffici per un anno e una provvisionale complessiva di 20.000 euro alle parti civili. Sia la pena principare che quella accessoria sono state sospese.

Non mi interessa se De Magistris sia colpevole o innocente, deve dimettersi, e subito.

La prima e più diretta ragione che mi viene in mente è che è stato condannato all’interdizione dai pubblici uffici, e anche se il reato per cui è stato punito non ha nulla a che vedere con la sua carriera politica di sindaco, riguarda comunque quella di magistrato, quindi si tratta di fatti verificatisi nel suo rapporto con la pubblica amministrazione. Ed è questo quello che non va. Non è stato processato per aver comprato una stecca di sigarette di contrabbando, ma per il modo in cui ha gestito la sua funzione pubblica. Se un insegnante compra un CD tarocco da un marocchino e lo processano, pur se condannato potrebbe non rischiare il posto di lavoro. Ma se corregge il registro con la scolorina e mette un 5 dove sotto c’era un 6 (magari perché ha sbagliato) commette un falso in un atto pubblico.

La legge Severino che prevede la sospensione dell’imputato dalla carica di sindaco, con un atto del Prefetto, è in vigore e pienamente operante. Che piaccia o no. De Magistris ha ribadito: «Vorrebbero applicare per me la sospensione breve, in base alla legge Severino, un ex ministro della Giustizia che guarda caso è difensore della mia controparte nel processo a Roma. E la norma è stata approvata mentre il processo era in corso.» Sì, va beh, e allora?? Di chi sia difensore la Severino non mi pare abbia poi tutta questa importanza, il fatto che la norma sia stata approvata mentre il processo era in corso (da quanto tempo?) ne ha ancor meno, perché la funzione delle Camere è/sarebbe quella di legiferare sempre, non quando c’è il sole o quando i parlamentari si svegliano col piedino giusto, o hanno fatto sesso la notte precedente. E poi cosa c’entra la legge Severino con il processo penale? Non è il giudice di merito che applica la sospensione, ma il prefetto sulla base della sentenza.

De Magistris è innocente? Probabilmente sì, ma proprio per questo deve difendersi come può e dove vuole. Intanto nelle sedi opportune attendendo le motivazioni della sentenza. Poi dove gli pare. Su Twitter, su Facebook (ma questo già lo fa), sulla stampa, rilasciando interviste, tenendo conferenze stampa, ma da privato cittadino, per piacere.
E’ inutile che mi vengano a dire che “non si è colpevoli fino a sentenza definitiva passata in giudicato“, perché è una stupida torsione del dettato costituzionale.
Io faccio sempre lo stesso esempio e lo faccio anche adesso: se mia figlia ha come insegnante uno che è stato condannato in primo grado per pedofilia, lui non sarà (ancora) da considerarsi colpevole (certamente!), ma col cazzo che nel frattempo continuo a mandare mia figlia a lezione da lui!
Facciamo anche un altro esempio: Giuseppe Bossetti è in carcere, accusato dell’omicidio di Yara Gambirasio. Non c’è stato nessun processo, anzi, siamo ancora alle fasi preliminari. C’è il suo DNA sugli indumenti della vittima, io non lo so quanti di questi falsi garantisti da competizione gli farebbero riaccompagnare la loro figlia o la loro moglie a casa, sostenendo che è innocente. Eppure nessuno l’ha ancora dichiarato colpevole neanche in primo grado.

Si difenda, dunque, De Magistris, ha ancora due gradi di giudizio per farlo. La magistratura, di cui lui faceva parte, non sarà tutta parte di quello “Stato profondamente corrotto” (se n’è accorto anche lui!),  come l’ha definito. Se no rispolveriamo la vecchia ma sempre adatta a tutte le stagioni tiritera berlusconiana dei giudici politicizzati (o della politica giustizialista, ça dépend). Quei giudici che l’hanno condannato in primo grado dovranno anche dimettersi, forse avrà ragione lui, ma nel caso venisse ulteriormente condannato devono dimettersi anche quelli di secondo grado e di Cassazione?

Deve dimettersi anche per questa sconcertante dichiarazione: «Chiedo a chi ha la forza di andare avanti, a chi vuole giustizia e non legalità formale di mettercela tutta. Quando il quadro appare così confuso appare anche più chiaro chi sta lavorando per mettere le mani sulla città. Quello che dobbiamo fare è far capire ai nostri cittadini che la posta in gioco è alta, al di là di ogni distinguo». Ma non esiste la giustizia. Esiste, appunto, solo la legalità formale. De Magistris, da magistrato, sa bene che chi giudica non fa giustizia, ma applica la legge se ce ne sono i presupposti. Il concetto di giustizia, spesso è molto vicino a quello di vendetta. E’ per questo che le pene si quantificano. L’omicidio di un bambino da parte della madre grida dagli inferi la rivendicazione di una pena all’ergastolo. Eppure una madre per questo reato è stata condannata a 16 anni. Che è legalità formale (le attenuanti, le diminuenti, l’applicazione dell’indulto, delle norme del regolamento carcerario etc…) e nulla più. Ma, del resto, non abbiamo null’altro che questo. Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

Ps: Leggo dal casellario giudiziale di Wikipedia: “Il 22 luglio 2013, Luigi de Magistris, il presidente della regione Campania Stefano Caldoro e il presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro vengono iscritti nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta sulla gestione dell’America’s Cup: le accuse sono di turbativa d’asta (per la scelta del socio privato della società di scopo ACN, costituita per la prima edizione, senza rispettare le procedure di evidenza pubblica) e per abuso d’ufficio (per la trasformazione, avvenuta in occasione della seconda edizione, di ACN da societa di scopo in societa strumentale permanente).”

Quelli che leggono il blog (bontà loro!)

Ecco, devo fare outing: io mi stupisco sempre della gente che legge il mio blog. Va bene così??

Il nostro pantagruelico (pantagruelico?) lettore Baluganti Ampelio ribatterebbe (mi par testé d’audire il suo lève favellare) dicendomi “io mi stupisco che tu ti stupisca” (o allora? gli gàrban le ridoNdaNze!), ma le cose non sono così semplici: non è che perché siccome un blog esiste ed è raggiungibile via web la gente lo debba vedere, leggere e consultare per forza. Il fatto che sia “accessibile” non implica che debba essere per forza anche “accessato”. Esistono migliaia di blog che sono fermi e parcheggiati lì, e non solo perché chi li ha aperti non si preoccupa di aggiornarli (che sarebbe il meno) ma proprio perché la gente non ci va.

Quello che mi stupisce, in primo luogo, è che, invece, la gente sul mio blog ci venga. E anche qui c’è “gente” e “gente”. Potrebbe sembrarmi perfino naturale (e in effetti lo è) che vengano a leggermi persone che conosco o che frequento. Un’amica mi disse qualche anno fa che lei la mattina apriva il computer e faceva colazione leggendo il giornale e il mio blog. La ringraziai anche se per me era (ed è tuttora) pazzesco pensare di scrivere un intervento al giorno (la scrittura sul blog ha per me ritmi assai sincopati, di cui vi parlerò in futuro).
No, ecco, chi viene sul mio blog è proprio la persona della strada, quella che non te l’aspetti. Magari quella che ci arriva per sbaglio dopo aver fatto una ricerca su Google, o quella che, per esempio vuole leggere quello che scrivo su Wikipedia (ah, i Wikipediani, se non ci fossero sarebbe meglio, ma ci sono, e cosa ci si vuol fare?) o, più semplicemente, chi vuole querelarmi. Insomma, un pubblico eterogeneo.
Questa settimana le statistiche registrano un minimo di 2194 e un massimo di 2856 visite. Son tante? Son poche? So assai, son quelle che sono. Ed evidentemente, per un blog, sono “abbastanza” per far sì che il bacino di utenza si estenda oltre la cerchia delle persone che mi conoscono. Si potrebbe fare di più?? Mah, probabilmente sì, e allora aprite un blog e fatelo voi.

Peccato, perché, ecco, ogni tanto, quando scrivo, mi càpita di pensare a come riderà il Tizio, a come se la piglierà il Caio, a quanto tempo ci metterà a telefonarmi la Sempronia. Poi però guardo i commenti da Facebook (abbiate pazienza, bisogna pur esser delle troie e smerciarsi sul marciapiede del primo social network per campare -Paolo Conte, più elegantemente, avrebbe detto “Si muore un po’ per poter vivere”) e quelli spontaneamente depositati su questa bacheca e penso a quelle personcine che si sono prese del tempo per scrivermi e per mandarmi a dire, magari, che sono una gran testa di cazzo, il che sarà anche vero, non dico di no, ma è il miracolo dell’alchimia fra il testo scritto, abbandonato ai gorgoglii delle onde del web, e l’utente finale che proprio non riesco a spiegarmi.

Ultimamente questo blog è invecchiato come me. Ci parlo sempre degli stessi argomenti. Wikipedia (per l’appunto), la diffamazione, la Boldrini, qualcuno che ogni tanto muore (o che è già morto) e di come ogni tempo passato fu migliore. Non mi sembra una plètora di argomenti vasta e particolarmente interessante. Eppure, anche così, il blog riesce a smuovere quanto meno l’amor proprio di qualcuno.

Poi dice che uno non se ne deve stupire.

Ancora sul diritto all’oblio: Raniero Brusco assolto in Cassazione per l’omicidio di Simonetta Cesaroni

Con la mi’ moglie si ragionava, l’altra sera, del diritto all’oblio. Ne parlai a proposito delle assurde pretese di Wikipedia di non vedere oscurati i link su Google ad articoli che ledono questo diritto nei confronti di terzi. E la mi’ moglie non la pensa come me. Evviva, segno che in casa mia esistono ancora la democrazia e la libertà di parola (sono beni rarefatti, oggidì).

Però io la penso ancora allo stesso modo, o guarda un po’, e oggi la Cassazione ha definitivamente assolto Raniero Brusco, il fidanzato di Simonetta Cesaroni, per il delitto di Via Poma (condannato in primo grado a 24 anni di reclusione, assolto per non aver commesso il fatto in appello).
La prima cosa che chi è direttamente coinvolto in una vicenda così grottesca (l’imputato e i suoi familiari) può pensare è che è la fine di un incubo. E’ vero, con la sentenza si archivia definitivamente la posizione di Brusco che non potrà più venire condannato neanche se dovessero emergere nuove prove schiaccianti a suo carico.
Ma la vita di quest’uomo (colpevole o innocente che sia non importa, è stato assolto dopo tre gradi di giudizio) resterà comunque sempre segnata dalla vicenda giudiziaria che lo ha coinvolto, dal convincimento dei pubblici ministeri della sua colpevolezza, sgretolatosi come argilla secca davanti alle sentelle di appello e di cassazione, da quella condanna di primo grado (che, come dice un mio amico avvocato, “è il nulla”).
Si parlerà di lui non più come il signor Raniero Brusco, di professione vattelappesca, sposato con la signora Tal de’ Tali, ma come “quello dell’omicidio di quella povera ragazza”. Perché i “poveri” sono sempre -giustamente- le vittime, mai i presunti carnefici, soprattutto quando si dimostra che carnefici non sono.

E allora sì, diritto all’oblio. Diritto a non associare un fatto criminoso al nome di una persona, diritto ad essere dimenticati, diritto a essere considerati per quello che si è e non per quello che si era, diritto a spegnere la luce e a fare un bel falò di tutte le carte spulciate da PM, parti civili e difesa. E diritto di mandare a fare in culo tutto questo e molto altro.

Sono sereno!

Il babbo di Matteino il Renzi, indagato (il su’ babbo, no Matteino), ha detto ai giornalisti che lui, facendo fede ad un famoso hashtag del pargolo twittante, è “sereno”.

Oggi Denis Verdini è stato rinviato a giudizio con l’ipotesi di finanziamento illecito ma si è affrettato a dichiararsi “sereno” anche lui, nel mentre che la giustizia fa il suo corso.

Tutti sotto il giogo di pubblici ministeri, giudici per le indagini preliminari e magistratura giudicante di merito, tutti pronti ad affrontare, se serve, il giudizio fino alla Cassazione, eppure son tutti sereni come un cielo blu.

Ho sempre pensato che chi si ritrova addosso anche solo un avviso di garanzia dovrebbe essere tutto men che sereno. Può essere incredulo, stizzito, incazzato, impaurito, terrorizzato, ma sereno no. Soprattutto se è effettivamente innocente rispetto a ciò di cui lo si accusa. La risposta alla domanda dei giornalisti “Come si sente dopo questo atto della magistratura?” potrebbe essere “Eh, mi cào addosso!“, non “Sono sereno!” Cazzo c’entra la serenità? Con una pendenza giudiziaria una persona onesta non ci dorme la notte. “Ha fiducia nel lavoro della magistratura??” “Ma no di certo. E’ chiaro che se hanno inquisito una persona innocente del loro lavoro c’è solo di che aver paura. Sereno io? Sereno una bella sega!

E invece questa ostentata calma serafica, questo ridicoleggiare le accuse, questo mostrarsi al di sopra di ogni psicosomatico sciogliersi del corpo non fanno altro che alimentare la rabbia dell’opinione pubblica, la stessa che, come me, aveva lasciato l’aggettivo qualificativo “serena” attaccato a una canzone di Gilda Giuliani.

Laura Boldrini e il finanziamento pubblico ai partiti

Era un bel po’ di tempo che non parlavo più di Laura Boldrini.

Era diventata, per me, poco più di una passante che ti urta o ti pesta un piede. Ti fermi, le dici di stare più attentina la prossima volta perché guarda l’ il callo, poi riprendi la tua strada, mastichi qualche bestemmia e dopo altri tre o quattro passi ti sei già dimenticato del nome e del viso di chi si era posto impunemente in mezzo al tuo passaggio.

Invece rieccola, la Boldrini, con un tweet che denuncia la sua (personalissima, s’intende) preoccupazione per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. E lì ti càscano i diociliberi, perché la prima cosa che ti si stampa nella mente come un flash è che nel 1993 si è votato un referendum proprio sullo stesso tema e che la maggioranza degli italiani si espresse a favore della cancellazione dell’odioso prelievo politico dalle tasche dei cittadini. Successivamente l’infida consuetudine fu reintrodotta con vari nomi e nomignoli su cui è doveroso stendere un velo di pietà.

Quello su cui, no, non bisogna stendere alcun velo è il fatto che una persona che occupa un’altissima carica dello Stato  dimentichi questo dato fondamentale di democrazia diretta e non si voglia piegare a un elemento evidente che deriva dall’esercizio diretto di diritti sacrosanti sanciti dalla Costituzione.

Perché la Boldrini è così contraria all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti? Semplice, perché un “sistema democratico deve garantire a tutti l’accesso alle cariche pubbliche”. Oh!
Ma il sistema è democratico proprio perché chi viene votato maggiormente ha maggiore possibilità di accesso alle cariche pubbliche, chi viene votato di meno avrà una rappresentanza minore e di controbilanciamento (altri la chiamano “opposizione”), sono secoli che funziona così e nessuno ci vede niente di strano, a parte la Boldrini che è stata candidata alla Camera con un partito che da solo non sarebbe riuscito a vedersi rappresentato e che ha dovuto coalizzarsi con il PD, ma questo inciucio le ha permesso di essere eletta allo scranno più alto di Montecitorio.

La cosa che desta particolare meraviglia non è tanto il fatto che ci si limiti a manovrare la materia del finanziamento pubblico ai partiti dalle stanze buie e polverose del palazzo (ora lo so cosa mi risponderebbe la Boldrini: “Parli per sé, nel mio ufficio non c’è nemmeno un granello di polvere!”), ma che queste esternazioni vengano scritte, così, senza pensarci troppo, magari fidando nel fatto che su Twitter uno scritto ha, solitamente, vita breve.

Ma noi abbiamo la memoria lunga

La libreria al buon romanzo

“Spiacenti, ma non abbiamo più il libro di Valérie Treirwieller MA ci restano opere di Balzac, Dumas, Maupassant etc…”

Sono cartelli simili a questo quelli che sono apparsi sulle porte d’entrata di parecchie librerie francesi all’indomani dell’uscita del libro-scandalo di Valérie Treirwieller sui suoi primi e unici sei mesi all’Eliseo con François Hollande, uno degli sputtanamenti libresco-presidenziali periodici di cui da Lady Diana in poi ci hanno fatti avvezzi.

Nocciolo del messaggio: “Noi gli autori li vendiamo TUTTI, però guardate che ce ne sono di molto più interessanti nella nostra letteratura nazionale e, volendo, si possono anche leggere.”

Ora ve la immaginate una libreria che esponesse un cartello simile in Italia? “Guardate, ci dispiace, il libro di Bruno Vespa è andato esaurito, ma ci restano delle edizioni (peraltro economiche) di Italo Svevo e di Alessandro Manzoni”.
Quella libreria chiuderebbe in tre ore. “Ma come, è finito Vespa? E magari non hanno più nemmeno Francesca Bosco, Federico Moccia, Susanna Tamaro, Alessandro Baricco… come faccio io stasera ad addormentarmi senza l’ultimo di Sveva Casati Modignani?? No, no, via, via, ma quale Svevo e Manzoni??”

L’umorismo dei francesi non è per niente sovrapponibile alla nostra ottusa permalosità, è per questo che loro sono lontani anni luce e noi siamo ancora fermi ai francesi che s’incazzano e ai giornali che svolazzano.

Ora ci càa l’orso!

Qualcuno sbaglia le dosi di un anestetico e l’orsa Daniza che doveva solo essere catturata, ci rimette la pelle per colpa di certi pseudo-ambientalisti incompetenti.

“Ora ti càa l’orso!”, si dice a Livorno, per sottintendere che “Ora son veramente affari tuoi, e che affari!” Ma l’orso a chi ha sbagliato non gli “càa” mai.
Ma come fa un veterinario (perché si spera che si siano rivolti a un veterinario questi galantuomini, non al tortaio all’angolo) a cannare una anestesia di questo genere? Ma è roba che si dà a occhio, come il citrato (“Toh, pigliane un po’ di più, ché sei ingombro di stomaco”)?? La risposta è caduta nel vento, come direbbe Bobby Zimmermann.

Qualcuno omette per anni di analizzare il DNA che si trovava sotto le unghie di Chiara Poggi e finisce che il reperto diventa inutilizzabile, degradato o non più utile processualmente.

Ma come si fa ad avere un possibile elemento a carico o a discarico di una persona e non disporre l’analisi del DNA nel momento stesso in cui questo elemento viene raccolto? Lo sa anche un bambino che un pezzetto microscopico di pelle dopo tutto questo tempo si deteriora. Quindi chi non è un bambino dovrebbe sapere che ricavare un DNA perfettamente sovrapponibile con quello di un indagato in un frammento deteriorato è per uno storpio come andare a fare un pellegrinaggio a piedi al Santuario di Montenero.
E poi se queste cose gliele fai notare la gente si indigna. “Ma come, si vuole forse insinuare che gli addetti (all’orsa o al DNA) non hanno svolto il loro lavoro in modo accurato e professionale??” Sì, si vuole dire esattamente questo, perché, non si può?

Perché per un errore (e loro ti dicono che “Tutti sbagliano!”, sì, ma intanto hanno sbagliato loro) cambia la realtà. Questi non sono i casi del meccanico che sbaglia a ripararti la macchina e tu ti ritrovi di nuovo a piedi dopo tre chilometri, o quello della cassiera del supermercato che “batte” due volte lo stesso articolo sullo scontrino, qui ci sono i corsi della vita della gente di mezzo. Vogliono farci credere che se muore un’orsa marsicana non è poi un gran male (ce ne sono pochi e una femmina che può avere più gravidanze ti può aiutare a ripopolare l’habitat, chissà cosa ci vuole a capirlo!), o che fare una prova del DNA dopo piuttosto che prima non cambia sostanzialmente le cose (sì che le cambia, potrebbe contribuire a tenere un indagato in carcere anziché lasciarlo libero o viceversa).

Che, poi, il narcotico con cui è stata uccisa l’orsa Daniza è questa ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto. Ed è con quello che ci stanno avvelenando giorno per giorno.

Quartina elegiaca per Ettore Borzacchini

E’ il tegame quella cosa
che ha il manico che scotta
ma se invece cià la potta
è il tegame di tu’ ma’.

(C) 11 settembre 2014

In morte di Ettore Borzacchini

E sicché è morto Ettore Borzacchini, eterònimo (più che pseudonimo) di Giorgio Marchetti, poveròmo.

Ciavevo ragionato di làzzi e triccheballàcche sulla sua pagina Facebook (che adesso sarà piena di quel pietismo odioso tipico dei social network per cui quando uno muore, invece di non rompergli i coglioni, bisogna far vedere per forza che si è presenti e vivi e il suon di lei, un passerellismo inutile e inadeguato), quando Facebook ce l’avevo ancora, ma son quelle cose che si dicono. “Oh, lo sài è morto il Tizio??” “Ma se stamattina l’ho visto a comprà’ ‘r giornale!” Eh, sì, càpita anche quello.

Della morte del Borzacchini mi hanno avvisato tre o quattro amici. Grazie, ora lo so. Wikipedia, con implacabile rigore cronometrico, nemmeno ci si guadagnassero ‘r pane, ha registrato l’evento e così un evento quotidiano, ordinario e consuetudinario come la morte di un uomo è passato ad essere dato di interesse pubblico.

Il Borzacchini era noto per essere autore di paradizionari scritti con stile paralinguistico, paralessicografico e parafilologico. Il “para” è sempre d’obbligo, perché indica parodia, ovverosia solenne presa per il culo del linguaggio aulico e spesso inutile con cui scrivono i linguisti. L’usare registri fintamente cólti per trattare d’una materia rozza e volgare quale la lingua livornese ne’ suoi infiniti e variegati modi di dire, rivelandone ricchezza e duttilità espressiva.

Come spesso accade, la comicità ripetitiva, anche quella del Borzacchini, dopo un po’ di tempo viene a noia, e questo fu, ohimè, il luogo dell’animo in cui andarono a parare i suoi secondi Borzacchini, le revisioni, i Borzacchini aggiornati e tutto quel campar di rendita derivato dal meritato successo del primo “Borzacchini Universale”, con le illustrazioni del divin Sardelli.

Come distaccarsi dalla persona del Borzacchini? Ma naturalmente con le sue stesse armi retoriche, polemiche e dialògiche.

 

A pag. 115 del succitato “Borzacchini Universale” il nostro parla di trisillabi sdruccioli a proposito del nomi “Teresa”, “Marisa” e “Amelia”. Son trisillabi, sì, ma non sdruccioli, bensì piani. E’ bello vincere contro il Borzacchini su queste puttanatine, ed è fin troppo facile farlo adesso che non posso più nemmeno invitarlo a riempir di rutti il nulla dopo una spuma al ginger diaccia marmata per dirgli “Sicché l’hai buttata di fòri anche stavorta, eh?”

Settembre poi verrà ma non ti troverà e piangeranno solo gli occhi miei

Settembre arriva e con la prima pioggia ci lava anche il cervello. E’ incredibile come con lo sfogliare del calendario ci si formattino le sinapsi per cancellare tutto quello che fino al giorno prima ci sembrava estremamente trendy o, comunque, di un interesse tale da non poterne fare a meno.

Si cominciò con il bikini di Maria Elena Boschi, illustre costituzionalista. Ora ce ne siamo giustamente dimenticati ma fino a una quindicina di giorni fa era di vitale importanza il fatto che la Boschi avesse un bikini e che lo usasse per andare al mare. Abbiamo fatto del marginale una questione di vita, riducendo l’importanza del disfacimento del Senato della Repubblica a quella di un più dozzinale due pezzi da esibire in spiaggia con malcelato orgoglio.

La Ministra Giannini, dal canto suo, si fece beccare in topless. Al rientro dalle vacanze ha cominciato a parlare di eliminazione del precariato e di quella brutta abitudine scolastica che sono le supplenze. Come fare? Facile, si assumono 100.000 precari e il gioco è fatto. Il problema è che 100.000 assunzioni sono una goccia nel mare. Poi i neoassunti li devi anche pagare e la preraffaellita Madia ha già provveduto a congelare gli stipendi della pubblica amministrazione anche per il 2015, perché bambole, non c’è una lira. Quasi quasi era meglio quando c’era il topless.

Ci siamo, poi, del tutto dimenticati di quando la gente si tirava le secchiate d’acqua in capo per aiutare la ricerca sulla SLA. Eppure sarà stato sì e no una settimana fa che la Littizzetto, che non ha mai smesso di bastonarci lo scroto col Walter e la Jolanda ad ogni domenica che Dio mette in terra, prima di farsi l’autodoccia ha sventolato in un video due banconote da 50 euro, e poi si è lamentata che tutto il web le ha sottolineato che per quello che guadagna avrebbe potuto donare un po’ di più, il che, tra l’altro, è anche sacrosanto e vero.

Abbiamo la memoria troppo corta, un pensiero che vola e va. Io ho quasi paura che si perda.

Tomato Day

Si è conclusa in tutte le ridenti località dell’Abruzzo Ulteriore e Citeriore la stagione del Tomato Day.

Il Tomato Day altro non è che la giornata intieramente dedicata alla produzione della conserva di pomodoro, conserva che avrà da bastare per tutto l’anno e possibilmente avanzare, in modo da poter raccontare a amici, vicini e parenti che “so’ fatt’ li pummador’” ma ce n’erano ancora 120 bottiglie dall’anno scorso, dunque l’autonomia era garantita, nel caso malaugurato che si presentasse a pranzare al proprio desco l’esercito della Battaglia di Custoza.

Tutto deve essere fatto in grande stile e in grande quantità perché non si sa mai, potrebbe sempre scoppiare un conflitto termonucleare globale, e allora via, pomodori a quintalate e sveglia alle cinque per la brava ed operosa massaia abruzzese, perché a farne di meno e a levarsi più tardi non si soffre abbastanza e non si espia completamente la colpa di stare al mondo.

Protagoniste incontrastate del Tomato Day, accanto al pomodoro che giace nelle più svariate forme e specie nelle cassette ammonticchiate, sono le bottiglie. Le bottiglie sono state messe da parte tutto l’anno, chè non si butta via niente, nossignori, che cazzo vuol dire “raccolta differenziata”? No, le bottiglie si riusano, sissignori, e una volta si riusavano anche i tappi, con cui la passata veniva sigillara una volta riempita la bottiglia che poteva essere di ogni tipo: frequentissima e ambitissima quella da 2/3 di birra col vetro scuro, ma non si buttan via nemmeno quelle da succo di frutta, ottime per una passata di pomodoro monoporzione (i single aumentano, qui in Abruzzo!). Una volta vidi perfino una bottiglia da liquore (uno di questi amari di qualche eremo sperduto, fatto con le erbe medicinali e officinali dei fraticelli zoccolanti) col tappo a vite.

E poi si comincia. Si badi bene: la giornata scelta per il Tomato Day ha da essere maledettamente CALDA, per aumentare vieppiù la sofferenza connessa al lavorare dalla prima mattina al tramonto.

La catena di montaggio tra chi pulisce i pomodori, chi li passa nella macchinetta (preferibile quella a mano rispetto a quella elettrica, perché non s’ha da risparmiare il patimento), chi travasa la polpa dalla tinozza di plastica per il tramite di un imbuto nelle bottiglie e chi le tappa deve essere perfettamente sincronizzata.

E via fino alla sera, con una sola pausa per il pranzo (parco, perché s’ha da patire!), col pomodoro come unico oggetto di interesse, col sugo che schizza da tutte le parti, e i semi che ti entrano ovunque, nei vestiti, tra i capelli, in mezzo alle dita dei piedi, e vài, cira, raccatta, imbuta, tappa. Bottiglie, bottiglie messe da parte, una dietro l’altra, con solenne voglia di farsi del male, perché esisteranno anche Pomì, Pomodorissimo, Polpa Pronta e Polpa Bella che forse costeranno anche meno rispetto a tutta quella mole di lavoro, ma noi non ci si fida e, soprattutto, s’ha da farci hara hiri coi San Marzano.

Giunti all’ultimo tappo c’è qualche masochista che propone di ripassare dalla macchinetta le bucce di primo scarto, onde spremerne il sugo fino all’esasperazione. Poi si passa alla bollitura.

La bollitura è una operazione complessa e ne va del proprio onore. Se durante la bollitura anche una sola delle centinaia di bottiglie ottenute si schianta, questo costituisce un’onta incancellabile, peggio di una condanna all’ergastolo per triplice omicidio premeditato. “Non mi se n’è schiantata neanche una!!”, dirà con tronfio orgoglio il gentiluomo abruzzese. La bollitura avviene in un bidone dove le bottiglie vengono adagiate con stracci e altri ammortizzatori di non si sa bene cosa.

Una volta raffreddato il tutto, le bottiglie son pronte per essere riposte nei rifugi antiatomici e da poter orgogliosamente avanzare anche l’anno successivo. Ohimè!

Lo cabalcone

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Beati quei tre o quattro che avranno còlto la dotta citazione.

totalnews.it ci copia!

Ieri avevo appena messo in linea il post sulla morte di Susanna Pierucci quando mi sono accorto che era stato copiato dal sito totalnews.it.

Premetto che non sono in contrario in linea di principio ai siti e alle applicazioni aggregatori di feed RSS, visto che a qualcuno piacciono, anche se possono creare un danno penalizzando il sito originale sui motori di ricerca (ma tanto su Google si conta come il due di briscola!). Non mi interessa nemmen troppo che con la copia dei miei articoli qualcuno realizzi un provento in denaro tramite l’inserimento degli annunci di Google AdSense.
Quello che, invece, sì, mi interessa, anzi, mi fa girare profondamente i coglioni, è che se qualcuno decide di farlo non me ne chieda il permesso (quelle poche volte che è successo l’ho sempre dato) e ometta di scrivere “Tratto da valeriodistefano.com” sotto la copia del post. Siccome i mezzi per farlo ci sono, e se ce li uso io che non ci capisco nulla non vedo come non possano usarli anche gli altri.

E’ un modo di fare assai broccione quello di chi pensa che tanto se una cosa è su internet deve essere per forza di pubblico dominio, lo si possa prendere tranquillamente con il più easy-going dei modi, copia e incolla e via. Certo, ci sono dei siti in cui questo è possibile. Noi possiamo anche essere Creative Commons, ma non Creative Coglions, un paio di righe con su scritto “Senti, Canaccio Infame, ho visto il tuo blog, mi garba un casino (menzogna!) e vorrei usare i tuoi post per farmi due spiccioli in un sito che ho messo su, e bla e bla” ce le meritiamo.

E poi per cosa? Per avere un account Twitter con 257.000 post e SOLO 11 follower? Ma via…

Nicola and Bart

Oggi è l’anniversario dell’assassinio di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.

Non ci sono altri termini per definire l’uccisione di due individui innocenti nel merito delle accuse e colpevoli certamente di essere italiani, ossia appartenenti a una malvista minoranza statunitense, nonché di essere orgogliosamente e dichiaratamente anarchici.

Vale la pena, in occasioni come questa, mettere mano alla bellissima raccolta di “Lettere e scritti dal carcere” a cura di Lorenzo Tibaldo per la coraggiosa e protestante casa editrice Claudiana di Torino e leggere la prosa scorrevole dei due che chinarono il capo solo innanzi alla somma friggitrice imposta da uno Stato becero e bigotto.