Per legge superiore

Questo signore che ha 70 anni ben portati, dal viso pulito e gentile si chiama Enrico Tranfa, presidente della seconda sezione penale in Corte d’Appello a Milano.

Ha presieduto il collegio giudicante che ha assolto Berlusconi nel caso Ruby. Solo che lui era contrario all’assoluzione. La decisione, infatti, è stata presa a maggioranza. Erano favorevoli gli altri due componenti.

Allora lui che ha fatto? Ha letto la sentenza di assoluzione come era suo dovere anche se non era d’accordo. Ha steso le motivazioni, come era suo dovere, anche se non era d’accordo. Poi ha depositato la sentenza su cui non era d’accordo, come era suo dovere. E il giorno dopo si è dimesso. Ha appeso la toga al chiodo e ha annunciato che si godrà qualche viaggio in giro per il mondo. Fine del discorso.

E mentre cala il sipario sulla carriera brillante di un uomo onesto, non si può che pensare al primo libro di Giorgio Fontana, “Per legge superiore”, che sembra un canovaccio di fantasia di quello a cui abbiamo assistito nella realtà. Leggetelo, e come diceva il De Amicis, “io credo che vi farà un gran bene” (peccatori!)

La pace non è marcia

Durante il mio servizio civile (sì, perché ho fatto anche il servizio civile) alla Caritas Diocesana di Livorno, arrivò l’ordine del responsabile che tutti gli obiettori in servizio DOVEVANO partecipare alla marcia della pace di Assisi. Punto. E’ un ordine. E’ incredibile come uomini che si suppongono di pace, che gestiscono persone che hanno disobbedito allo Stato rifiutandosi di fare il servizio militare per dare il loro tempo al prossimo e alle realtà locali, poi alla fine si ritrovino a parlare con toni militareschi e ad usare sinistre frasi come “E’ un ordine!”

Io decisi di disobbedire. Pensai che ero più utile alla causa della pace facendo da mangiare a una vecchietta con una serie infinita di malanni piuttosto che ad andare a vescicarmi i piedi per una marcia di chilometri. E quindi non andai. Il capo si incazzò moltissimo e mi punì trattenendosi la diaria di ben 4250 lire di allora.

Non lo so, la marcia della pace di Assisi è sempre stata un mistero per me. Non ho mai capito perché persone di ogni estrazione sociale e religiosa si riuniscano e abbiano bisogno, per far vedere al mondo quanto tengano ai valori della pace, di scarpinarsi chilometri e chilometri cantando e suonando con le chitarre al seguito, nella terra che fu di Francesco d’Assisi. No, non lo capisco. Non capisco perché sia necessario farsi del male per forza: oltre a camminare con le cipolle ai piedi per la pace qual è la colpa da espiare? E non è meglio, in nome della pace, che so, dare una mano alla vicina in situazione di bisogno, andare a trovare un amico o un parente ricoverato in ospedale, far pace con la propria moglie con cui si è litigato, mandare una e-mail a Obama e consigliarlo di restituire il Premio Nobel per la Pace che continua ingiustamente a detenere bombardando qui e là, agire, insomma, nel piccolo e secondo le misure delle proprie possibilità.

La pace è questo, nient’altro, saranno magari concetti che sanno di neocattolicesimo spicciolo, ma sono cose che si possono fare hic et nunc, senza svegliarsi ad ore antelucane per essere a Perugia in orario premattutino e andare ad Assisi a piedi per sentirsi lanciare contro le imprecazioni degli automobilisti. E’ una visione molto cattolica del problema: perché quello che facciamo abbia efficacia bisogna per forza soffrire. Se non si soffre quello che facciamo non ha valore. I cattolici non riescono a concepire la felicità, anzi, ne hanno una profonda e fottutissima paura.

4250 lire per sfuggire a tutto questo furono un ottimo prezzo.

Travaglio ha ragione!

Travaglio ha ragione. Può magari risultare antipatico a qualcuno (e va beh…); a me, per esempio, non piace il fatto che affibbi nomignoli ai politicanti e ai politichesi italiani. Quel ricorso giornalistico per cui, sempre per esempio, Angelino Alfano diventa Angelino Joli. Lo trovo un insulto al suo indiscutibile talento. Non mi piace nemmeno che sul suo giornale Berlusconi venga indicato come “B.”. Ma “B.” de che?? Ci vuole tanto a scrivere un cognome per esteso? Mica devi mandare un SMS che se sfori i 160 caratteri il gestore ti tassa del doppio. E non sei nemmeno su Twitter, che cazzo.

Ma a parte queste piccolezze Travaglio ha ragione. Quando distingue i fatti dalle opinioni e quando i fatti li documenta. E’ questo che fa incazzare i suoi interlocutori: quello che dice è vero.

E ieri sera in TV era perfettamente vero quello che diceva alla presenza del Presidente della Regione Liguria Burlando che gli ha chiesto se lui devierebbe il Fereggiano: “Non sono mica un ingegnere idraulico, la paghiamo profumatamente per decidere. (…)”. E’ come dire “Ognuno si tenga i propri ruoli”. Che è la prima cosa che dovrebbe avvenire in un confronto (o scontro) normale. Ma non c’è stato nulla di normale in quella sede. Santoro ha cercato di troncare lì la polemica con un “Marco, questo è un luogo di discussione, non si insultano le persone, basta”. Chissà che insulto c’è nel ricordare a un Presidente di Regione che ha la responsabilità dei suoi atti, siano essi compiuti o mancati! E allora Travaglio ha deciso di andarsene. Devo riconoscere che lo ha fatto a larghe falcate mostrando una tensione e un nervosismo notevoli, ma nessuno è obbligato a stare calmo e a mostrare imperturbabilità in una situazione del genere.

Santoro ha scambiato l’assunzione di responsabilità per atto antidemocratico e la critica (feroce, sì) per una azione antidemocratica, e questo è grave. Spero che dalla prossima puntata, sia che Travaglio resti che se ne vada, qualcuno pensi a un titolo diverso da quello di “Servizio Pubblico”.

Cosa sarà che ti porta a cercare il giusto dove giustizia non c’è

Il fatto di avere un blog, di essere presente a vario titolo sui social network e di scrivere ora qui e ora là su internet mi espone, come è comprensibile che sia, alle opinioni degli altri.

Questo è normale.

A volte succede che le opinioni si trasformino in insulti (alla gente non devi dire che De André ha (ri)preso la musica di Telemann, è sensibile e s’incazza assai se le tocchi la canzone più copia-incolla del repertorio cantautorale italiano) e questo no che non va bene.

Allora un giorno telefonai al mio avvocato. Le dissi (sì, il mio avvocato è donna ed è anche vicesindaco e assessore, sicché occhio che se mi fate girare i gigi vi faccio fare un mazzo tanto) “Senti un po’, io continuo a ricevere insulti per quello che scrivo in internet, cosa posso fare per difendermi??” E lei, con salomonica saggezza sentenziò: “I casi sono due: o te ne freghi e lasci perdere o li porti tutti in procura. Spetta a te scegliere.” Io ci pensai anche quarantacinque secondi e decisi di portarli in procura. Tutti.

Da allora sono nate dodici querele. La prima risale al 2009. Ai risultati pensavo stamattina: un rinvio a giudizio per diffamazione (ma ho accettato la richiesta di transazione della controparte) e due archiviazioni (una delle quali mi insegna che dare del “buffone” a qualcuno in rete, una volta sola, si può). Poi più nulla. Zero. Della querela del 2009 contro uno che mi aveva dato per morto mi arriva solo il silenzio di un cassetto della Procura di Milano. Del resto neanche quello.

Giustizia. Intesa come “sistema giudiziario”, si intende.

Si può dire che le querele per diffamazione aggravata intasano la macchina dei tribunali e i poveri pubblici ministeri hanno cose molto più importanti a cui pensare. Sì, lo so, ma l’obbligatorietà dell’azione penale non l’ho mica inventata io! Se il reato non c’è si archivi pure (ci si rivolge alla magistratura proprio perché si esprima sulla sussistenza di fattualità eventualmente criminose), se c’è si procede. Ma il nulla è nulla, è lima che riduce in fina polvere la fiducia che il cittadino ripone nelle istituzioni e nella loro capacità di preservarlo. Ho ottimi motivi per pensare che la querela contro il tizio che aveva dato la notizia del mio stecchimento finisca in un nulla di fatto, e se proprio si andrà a processo sarà alle soglie della prescrizione.

E così la mia postina continuerà a recapitarmi buste verdi provenienti dalle sezioni penali di mezza Italia il cui contenuto è destinato, quando va bene, ad accendere il fuoco, pensando che io abbia combinato chissà che cosa.

Signor Giudice le stelle sono chiare.

QSL – Deustchlandfunk – 25 Jahre Deutschlandfunk – Erkennungsmelodie: Du, Land voll Lieb und Leben

Ascolto del 12.8.1987

Constatazioni

CONSTATAZIONI

Non hai difetti evidenti,
ma làvati i denti
chè fai effetto
la sera quando vieni a letto.

Logiche conseguenze

LOGICHE CONSEGUENZE

Quanto ti porgo
le terga
la posizione è amarga:
una purga!

Pharmacya

PHARMACYA

Ecco qui.
Colle Zigulì
spende
40 (mille) euri
tondi.
Se prende i generici
risparmia
una sessantacinquina
per cento.

Ah, no, no!!
M’ha detto ‘r dottore
i generici fanno venì ir fortore
mi dia l’originali
un si sa mai
ibò dé
piuttosto
mi ci metta
qualcosa d’omeopatico
tipo Pisciurilla 200 CH
(antepàtia, costì).

Insicuritate

INSICURITATE

E pria che fossi
col nudo pie’ venuta
e tu ti fossi…
l’allucion puntuta
il dolce amor
che l’alma tua mi die’
ho installato Linux Mint,
va che è una scheggia
ma tanto te
un ci ‘apisci ‘na sega, o Ermione.

…il resto è pioggia che ci bagna

E continuavano a chiamarli “Angeli del fango“.

E’ una bruttissima definizione, che trova la sua radice nella storica alluvione di Firenze quando dei figli di papà con la puzzetta sotto il naso e con una carriera assicurata dopo un percorso universitario pagato dai loro genitori si diedero da fare per salvare libri e dipinti dall’aggressione melmosa che inondò la città.

Quelli di Genova non salvano nulla di prezioso o di culturalmente rilevante. Magari un mobile, uno scaffale, un letto non ancora divorati dalla fanghiglia, qualcosa che si possa sciacquare velocemente e tornare alla parvenza dello stato precedente all’aggressione della mòta. Ragazzi e ragazze che hanno a cuore strade, scuole, vicoli, ponti, ospedali.

Sembro Pasolini ma è vero. A Firenze c’era da salvare (anche) un’immagine, a Genova ci sono da salvare (soprattutto) viabilità, comunicazioni, servizi per la gente.

Non è che la cultura debba essere per forza sempre sottesa all’emergenza, è solo questione di scelte, di priorità e di modalità di porsi.

Mani nude, dunque. E una maglietta, o una felpa, che la sera porti a casa intrisa di fango, le fai fare due lavaggi in lavatrice, la tiri fuori e puzza di umidità come prima. Rabbia, rabbia ribelle, che ti vibra nelle ossa, mentre la gente già comincia a chiamarti “Angelo del fango”. Gli angeli sono quelle cose asessuate che ne hai uno custode (a chi piace!) e che li vedi sui santini della comunione o dei battesimi. Hanno un gusto zuccherino che contrasta con l’immagine di chi il fango ce l’ha perfino nel naso.

Hanno insegnato come si fa volontariato: si regala il proprio tempo, si fa quel che si può, ma soprattutto NON CI DEVONO ESSERE INTERMEDIARI tra l’azione gratuita e chi la riceve. Altrimenti è tutto finito. Se questi ragazzi avessero offerto la loro disponibilità alla Protezione Civile sarebbero stati fermi, avrebbero condiviso l’inerzia, avrebbero sperimentato la paralisi totale delle istituzioni. E invece sono stati efficaci perché nessuno ha detto loro cosa dovevano fare e come farlo, lo hanno fatto e basta.

Così, nessuno si è accorto, nel frattempo, che Renzi a Genova non è andato. Rischiava che gli mettessero una pala in mano, su via, non sta bene. Genova è un’idea come un’altra.

Ebola Day

E’ tutto pronto, non manca proprio nulla. Qualche poveraccio morto in condizioni igieniche e sanitarie precarie, un morbo per cui non si conosce vaccino, telecamere, giornalisti quanto basta.

E’ lo spettacolo del terrore che inizia, basta accendere la TV. Era già successo con l’AIDS negli anni 80, la malattia dell’edonismo reaganiano, ed è continuato con l’influenza aviaria, per cui tutti a guardare le anatre che migravano in cielo, con la speranza che non ci cagassero proprio sugli occhi.

Ogni dieci anni qualcuno si ricorda che c’è da smaltire quella fornitura di farmaci antivirali stoccati da qualche parte. Oppure che la gente ha una paura fottuta di morire, ça dépend. E facendo leva su questa paura da una parte, e sull’ignoranza dall’altra si realizza ogni giorno un film dell’orrore, di quelli dozzinali, che avevano titolo tipo “L’ultima notte nella tredicesima casa”, “I morti viventi vincono ancora” o “Non bussate alla mia finestra”. Quelli in cui lo vedevi lontano un miglio che c’era il trucco, e anche fatto male.

L’ebola non è altro che questo. In Spagna, dove una infermiera sta morendo, non si parla d’altro. Siti web e quotidiani sono letteralmente pieni dell’argomento “ebola”. La gente non sa più che fare o che dire. Hanno anche assassinato il suo cane per la psicosi che fosse portatore di malattia, bastardi. Rajoy ha già dichiarato che più di questo non si è in grado di fare (dopo il cane potrebbe provare a sparare a un rinoceronte per vedere di nascosto l’effetto che fa, soprattutto se lo prendi di striscio) ed è subito caos mentale.

Noi in Italia ci salviamo perché nessun contagiato ha (ancora) toccato il nostro suolo. E’ accaduto in Spagna, dunque è una cosa che riguarda loro. Siamo talmente imbecilli da credere che un virus, nel propagarsi, osservi strettamente i confini della cartina geografica, senza pensare che viviamo in un’Europa in cui c’è libera circolazione di persone e merci, dunque anche dei virus.

Ma durerà poco. Soprattutto se i giornali non avranno altri argomenti da proporre ai lettori.

Linux live: la libertà costa 9 euro o anche meno

Solo gli imbecilli non riconoscono che Linux ti cambia la vita. Infatti il mondo è pieno di imbecilli.

E’ mia chiarissima e immarcescibile opinione che usare Linux non ti cambia solo il PC, ma prima ti riformatta a basso livello la testa, poi la invade di una filosofia benefica ancorché ostica, e poi ti fa ripartire più incazzato di prima. La mia incazzatura, per esempio, è quella che riguarda la domanda “Ma perché la pubblica amministrazione deve spendere fiumi di denaro per comprare sistemi operativi proprietari a pagamento quando ce ne sono di ottimi e gratis??”

Detto questo sia lode a chi ha inventato le distribuzioni live di quelli che un imbecille che ho conosciuto chiamava “i dialetti di Linux” (ma i dialetti di cosa? Della tu’ mamma in cariola!). Per intenderci le distribuzioni live sono delle particolari installazioni di Linux su supporti removibili che permettono di provarle anche senza partizionare l’hard disk e installare Linux ex novo (ché difatti non sapete come si fa, e allora è per questo che avete bisogno delle distribuzioni live, razza di infingardi!). Che so, potete installare una distribuzione live su un DVD o un CD ROM (è il caso più comune), dopo averlo masterizzato da un qualsiasi file .ISO disponibile in rete. Occhio che ho trovato gente che sul CD ha masterizzato FISICAMENTE il file .iso e poi ha anche preteso che gli funzionasse. Fatto questo basta settare il PC in modo che il boot principii dal CD o dal DVD e il gioco è fatto. Se non avete voglia di vuotarvici i coglioni (certo ce n’avete uno d’artìoli!!) spesso in edicola appaiono dischi con la live già installata.

Ora io non usavo le distribuzioni live su CD per un semplice e pratico motivo, anzi due: erano troppo lente (un lettore DVD in genere segue il PC dalla nascita allo sfasciacarrozze, per cui quello che avete diventa estremamente vetusto in poco tempo, visto il progredirre della velocità di lettura offerta da un lettore di media qualità) e poi non si poteva scrivere nulla (ovvio!) sul supporto. Per cui la distribuzione si poteva solo provare, non ci si poteva fare molto di più.

Adesso c’è la possibilità di installare lo stesso sistema anche su chiavette USB. E’ semplicissimo (se ci sono riuscito io è segno che è VERAMENTE facile), voi vi portate dietro il vostro Linux e potete usarlo su qualsiasi computer. Che so, sul lavoro, per esempio: inserite la chiavetta, quella si autoesegue (questo tipo di distribuzioni su chiavetta viaggiano abbastanza più veloci) e voi lavorate senza compromettere minimamente la macchina. Oppure a casa del vostro migliore amico (Baluganti Ampelio): quello ha sull’hard disk quintalate di filmini porno? Nessun problema, voi sulla vostra chiavetta avete il vostro bel sistemino, e se vi girano i coglioni ci mettete anche una copia dei testi sacri. Spegnete il computer, tirate via la chiavetta, e la macchina una volta riaccesa è di nuovo pronta per le visualizzazioni di Sodoma e Gomorra.

Per l’occasione, e per provare più distribuzioni e vedere quale possa fare al caso mio (io sono un old fashioned dell’informatica, la versione di Linux più recente che ho installato è la 9.10!!) ho comprato due chiavette su Amazon. 4,50 euro ciascuna. La mia libertà vale 4,50 euro e con 9 euro la raddoppio. Mi sembra decisamente un ottimo prezzo.

La radio ha 90 anni. 50 sono miei.

Il primo ricordo che ho dell’aradio (perché a Vada la radio era l’aradio, e l’apostrofo si sentiva anche senza scriverlo) era quello della mi’ zia Iolanda (la Iolanda era la moglie del mi’ zio Piero) che sedeva alla macchina da cucire e mentre lavorava ascoltava il “Trentuno Trentuno”, come diceva lei. Verso sera, con l’orario invernale, la mi’ zia Iolanda spostava la rotella “sul centodieci”, e io pensavo che quel “centodieci” fosse una sorta di formula magica per accedere alla voce di Paolo Cavallina, invece era l’abbreviazione stampigliata sulla manopola della frequenza delle onde medie su cui veniva trasmessa Radio 2. In realtà credo di ricordare che si trattasse di 1116 kHz, da Pisa.

La mi’ cugina Mariella, da ragazza, ascoltava sempre la Hit Parade della buonanima di Lelio Luttazzi, sia la trasmissione del venerdì che la replica del lunedì. Era una delle modalità per accedere alle hit del momento, mentre la mi’ nonna Angiolina sentiva sempre “La Corrida”, dilettanti allo sbaraglio presentati da Corrado al sabato e la domenica zitti tutti che c’era “il Gambero” con Franco Nebbia.

Smanettando smanettando ebbi accesso a quell’immenso juke box che era Radio Montecarlo, su 701 kHz (poi diventati 702, ma tanto stai a guardare il capello!). Nomi come Ettore Andenna, Herbet Pagani, Awana Gana, Luisella Berrino e Roberto Arnaldi arrivavano a bomba dalle 6,30 alle 19,30. Tutti i giorni. Ed erano voci che ti entravano in casa in modo permanente, tanto che volevi anche vederne il volto. Chissà come sarà questa Luisella… e questo Awana Gana con quella voce profonda e quel nome così strambo. Accadde che stamparono delle serie di cartoline che riproducevano i nostri beniamini. Bastava richiederle, dicevano, inviando una “cartolina postale” (sapevo una sega io cos’era una cartolina postale!) lì nel Principato di Monaco, che io mi chiedevo se esistesse e dove fosse. Dopo tre mesi le fotografie arrivarono perdavvero, con i francobollini di quel Principato di Monaco che allora esiste sul serio, e fu la prima volta che mi resi conto che con la radio si poteva anche interagire per scritto.

E lo feci. Alle 19,30 Radio Montecarlo finiva le trasmissioni in onde medie, ma restava ancora “collegata” per un quarto d’ora per fare da ripetitore a una stazione protestante europea (seppi dopo che si chiamava Trans World Radio). A seconda di chi c’era a farti il sermone ti offrivano di tutto e di più. Da una copia del Nuovo Testamento a un disco con orrendi canti e inni religiosi, da audiocassette con sermoni a veri e propri libri, tutta roba che doveva costare anche un bel po’, e io scrivevo, scrivevo a tutti, e la paccottiglia protestante arrivava, arrivava a fiumi, tanto che i miei genitori si chiesero seriamente se io non avessi avuto una crisi mistica e chi fossero questi che mi scrivevano.

Alla fine fu la volta della scoperta delle onde corte. Radio religiose a bizzeffe anche lì (ma ormai sapevo già come funzionava il giochino), ma anche e soprattutto le emittenti ufficiali del blocco comunista in una propaganda esasperata. Scrivevo anche a loro, naturalmente, scrivevo a tutte le radio che riuscivo a sentire, la mia buca delle lettere era sempre più inondata di pacchetti, pacchettini, stampe, riviste e così via. Il postino si chiedeva chi fossi mai io per ricevere posta ora da Cuba ora dalla DDR, per non parlare di Pechino e di tutti gli altri che mi scrivevano.

Ma non l’ho solo ascoltata la radio, l’ho anche “fatta”. Sei anni di preziosissimo volontariato presso Antennaerre, emittente di Rosignano Solvay in cui ho vissuto una delle parti più belle della mia vita e che ci vorrebbe un blog intero per raccontare ricordi, emozioni, autobus persi, risate a crepapelle.

La radio ce l’ho nel sangue, e lei oggi compie 90 anni.
Il primo annuncio dell’URI

Mamma Franca nominata Lady Facebook a Livorno

Salutiamo con profondo orgoglio l’elezione a Lady Facebook Livorno dell’immensa Mamma Franca e delle sue “volpe”. Che cosè il mito?? E’ savoir-faire, un bel cacciucchino, una pelliccia e dieci centimetri di toupé!

“La pelliccia è un diritto di tutte le donne!”, “Sono onorata di voi!”, “Prezzi imbattibiloni!”, “La Toscana in pelliccia e tutta l’Italia!”, “Comprate una pelliccia a vostra moglie per questo lungo inverno torrido!”, “Siamo passionisti delle pellicce, mestieranti, mìa improvvisi!”, “Io ‘ontento tutte: le figlie, le mamme, le nonne e le sbinonne!”, “Venite a Livorno e mamma Franca vi manda a mangiare un bel cacciucchino!”

(Fonte consultata: http://www.piratiesirene.it/2014/06/mamma-franca/)

Senza parole

Titolo originale dell’opera: Soddisfazioni – Pixel su schermo con tecnica mista di crash server.