Ester Pasqualoni uccisa a coltellate nel parcheggio dell’ospedale di Sant’Omero

ester

Ester Pasqualoni, oncologa, persona di straordinario spessore umano, civile e culturale,  è stata uccisa.

Voi non la conoscevate, ma io sì. La vidi per la prima volta il giorno dei ricevimenti generali dei genitori per la classe di suo figlio, che avevo alle Scuole Medie. Diventammo subito amici, tanto che lei mi chiese di farle delle traduzioni dallo spagnolo perché da Cuba le erano arrivati dei documenti da parte di alcuni ciarlatani che andavano ciaqnciando che il veleno degli scorpioni cubani era efficace nella cura dei tumori e avevamo deciso di sgominarli sputtanandoli su questo stesso blog. Poi non se ne fece di niente per motivi che non mi piace stare qui a ricordare.

Mi ha curato quando ne ho avuto bisogno (anche se non era per patologie oncologiche, fortunatamente) e, sempre quando ho avuto necessità, mi ha messo nelle mani dei suoi colleghi migliori e più stimati.

Ci sentivamo ogni tanto. L’estate scorsa ci siamo visti diverse volte con la bambina (mia figlia, sì). Insomma, le volevo bene, e devo dire che voler bene a Ester era facile. Anche e soprattutto quando morì Fabrizio, il suo compagno.

Oggi è stata presa a coltellate da uno stalker che aveva preso a perseguitarla e che lei aveva denunciato due volte. Stava andando a prendere la sua auto al parcheggio dell’ospedale in cui lavorava (Sant’Omero). Pare che non abbia neanche sentito dolore e che sia morta sul colpo. Stupide e magre consolazioni.

Non è vero che gli stalker vanno denunciati e basta, perché denunciarli non serve a nulla, se non a incattivirli e a renderli ancora più tenaci nella loro azione persecutoria. Vanno denunciati e identificati subito e messi nelle condizioni di non nuocere. A cosa è giovato a Ester avere presentato due segnalazioni alla magistratura se poi queste segnalazioni -secondo quanto riferisce Caterina Longo,  un’amica, già candidata alle elezioni europee del 2014 nelle file di Forza Italia, lista “Berlusconi per Chiodi”, all’agenzia ANSA e in una successiva intervista a Radio Capital- sono state archiviate per difetto di forma (anche se “la 27a ora” sul Corriere on line riferisce che un provvedimento di allontanamento era stato firmato per poi essere revocato)  e non si è arrivati a nessuna misura di interdizione di qualsivoglia tipo nei confronti del persecutore? Ester si è affidata allo stato, chiedendo aiuto e protezione. Oggi è morta. E c’è da chiedersi fino a dove deve spingersi un energumeno per essere “attenzionato” (bruttissima parola!) al punto da diventare un oggetto di indagine, e non essere lasciato libero di seguire la propria vittima fino nel parcheggio di un ospedale e sgozzarla.

E adesso immagino il prudor scribendi dei pennivendoli da giornalino locale, che si beatificheranno l’anima lorda di congetture pruriginose, fare uso del termine “Femmincidio”, un brutto linguaggio per una brutta storia, ma sì, ne succedono tante, merita il primo piano, e quindi perché non sprecarci una parola che va tanto di moda, che, specialmente con “stalker” è un abbinamento che va sempre bene nei pranzi luculliani di fame da notizia pruriginosa della gente?

Ma è una storia che vale solo due colonne su un giornale. Ce ne sono tante. Andiamo, su, via…

Screenshot di una porzione della notizia riportata dall'agenzia ANSA

Screenshot di una porzione della notizia riportata dall’agenzia ANSA

Note del 22/06/2017: Questo post viene aggiornato e modificato in tempo pressoché reale. Scusate. Il presunto assassino di Ester Pasqualoni, secondo quanto riferisce il giornale radio regionale di Radio Uno alle 12,10, è stato ritrovato in fin di vita nella sua abitazione (ma “La Stampa” riferisce più genericamente che si trattava di “un appartamento”) di Martinsicuro. Spero che i medici facciano di tutto per salvarlo per poterlo vedere a difendersi dall’accusa di omicidio premeditato in un pubblico dibattimento e davanti a un giudice terzo.

Nota del 23/06/2017: E invece il formalmente ancora presunto assassino di Ester Pasqualoni è morto. Così non ci sarà nessun processo (il reato è estinto per morte del reo) e nessuno pagherà. Tristezza nella tristezza. Con questa nota chiudo gli aggiornamenti di questo post: sono stati ben 14 in meno di due giorni. Adesso lo do per definito e definitivo. Su una cosa mi sono sbagliato, che questa storia (e avevo ripreso i versi di una canzone di Guccini) non valeva due colonne su un giornale. E invece sono stati tanti i giornali (anche a tiratura nazionale) che se ne sono occupati. In un solo giorno soltanto questo post (che è l’ultimissima ruota del carro) ha totalizzato più di duecento visualizzazioni. Oltre alle notizie ci sono stati gli approfondimenti e perfino gli accessori inutili (come quelli del GR3 Regionale dell’Abruzzo che ha insistito su alcuni aspetti della vita affettiva di Ester, aspetti del tutto estranei alla vicenda della sua tragica e assurda morte). Solo che da oggi non se ne parlerà più. Basta. La notizia ha esaurito il suo effetto dirompente, non “rende” più ascolti, l’audience si è progressivamente andata esaurendo ed è sparita dalle home page dei giornali più consultati. Andiamo, su, via…

Commentando a caldo le tracce della maturità 2017

caproni

Una serie di tracce bruttine e noiosette che non aiuteranno a valorizzare al meglio i ragazzi che affrontano la maturità. L’unica proposta veramente bella era l’analisi del testo di una poesia di Giorgio Caproni. Ma chi lo ha spiegato Caproni in classe quest’anno? Il 99% dei ragazzi non sa neanche che è esistito Caproni! E ci sarà qualcuno che dice: “ma per affrontare la traccia non era necessario sapere chi era Caproni e contestualizzare la sua poesia.” E allora di cosa stiamo parlando? Del nulla. Questa prova scritta non è un buon viatico per lasciare la scuola superiore di cui i ragazzi non conserveranno, comunque, un buon ricordo.

(da Facebook: 21/06/17)

La diffamazione e la riforma del processo penale

Giovannino Guareschi, martire del reato di diffamazione.

Giovannino Guareschi, martire del reato di diffamazione.

La Camera dei Deputati ha approvato, con voto di fiducia (di cui si fa sempre un uso smodato e smisurato), la riforma del processo penale con un provvedimento definitivamente “licenziato” di 14 giugno scorso.

Ci sono anche delle importanti novità per quanto riguarda la diffamazione. Quella più importante è l’introduzione dell’articolo 162 ter del codice penale, che riguarda l’estinzione del reato per condotte riparatorie.

testo

 

Cosa vuol dire? In buona sostanza che se io diffamo qualcuno (o commetto un altro reato perseguibile con la sola querela di parte remissibile), prima che venga dichiarato aperto il dibattimento posso risarcire il danno (in termini squisitamente monetari, s’intende) ed eliminare le conseguenze della mia condotta (quando questo sia possibile).

La cosa è interessante perché oltre a riguardare il reato di diffamazione (che è perseguibile solo su querela di parte, e la querela può essere rimessa dalla parte offesa in qualsiasi momento del procedimento), interessa molti dei casi che si trovano sul web o che, comunque, hanno l’aggravante dell’uso dei mezzi di propagazione del contenuto (come, ad esempio, la diffamazione a mezzo stampa).

Se vengo incriminato, dunque, posso anche solo proporre alla controparte un risarcimento (ma è meglio se glielo trasmetto materialmente), e non importa se la controparte non lo accetta non trovandolo congruo, l’essenziale è che lo trovi congruo il giudice. Se, poi c’è stata offesa tramite un forum, un commento, un tweet, un post di un blog, su Facebook o altrove, il cancellare questo contenuto contribuisce a rafforzare il convincimento del giudice, perché si sono eliminate le conseguenze negative del reato (ad esempio la possibilità che altri vedano quel contenuto nel corso del tempo).

Una volta verificate queste condizioni (e solo allora), “il giudice dichiara estinto il reato“. Questo vuol dire che il processo muore prima ancora di nascere, si va tutti a casa e tutto finisce lì. Non c’è nemmeno l’elemento soggettivo del giudice che potrebbe o non potrebbe decidere di accordare o meno l’estinzione del reato, perché la formula “il giudice dichiara estinto il reato” è chiara, quasi un imperativo.

L’unico neo della questione potrebbe risiedere nella non congrua entità del risarcimento (in quel caso non sarebbe soddisfatta una delle condizioni necessarie), cioè se io, tra la notifica dell’informazione di garanzia e la prima udienza, mando un risarcimento alla controparte ma il giudice non la trova adeguata alla gravità del fatto, il processo va avanti. In breve, non posso dare del ladro a qualcuno sul web e poi cavarmela con 100 euro.

Fin qui la normativa. Che apre, anzi, spalanca la porta ai diffamatori di professione e moltiplica, con la garanzia dell’impunità, tutti quei comportamenti odiosi che quotidianamente vediamo sul web in generale e sui social network in particolare. Non ci sarà più chi “inciampa” nel reato per aver espresso un’opinione o per un uso discutibile di una espressione particolare, ci saranno persone che diffamano con la precisa volontà di diffamare, tanto, per mal che vada, il commento poi si cancella e si risarcisce la persona offesa.

E il pensiero va a Giovannino Guareschi, col cui ritratto ho voluto iniziare queste riflessioni, che per la diffamazione si è fatto la galera, quella vera, senza sospensione condizionale della pena e senza sconti. Diffamazione d’altri tempi.

 

Pensierino amaro (21/06/2017): ripenso a quei poveri genitori della bambina morta “dimenticata” dalla madre nell’auto al sole per ore che si sono visti invadere gli account Facebook di insulti e offese con un assalto senza precedenti dei soliti diffamatori senza scrupoli, tanto da dover chiudere gli account dopo pochi giorni. Io spero tanto che le nuove norme in tema di diffamazione non siano retroattive e che chi ha infierito con tenacia, determinazione e inaudita violenza verbale venga giudicato secondo il vecchio rito, senza la possibilità di riparare il danno per farla franca. Sarebbe solo uno schiaffo ulteriore addosso a tanto indicibile dolore.

L’irresistibile dolcezza de “la” cheesecake

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Ecco, io sono fatto un po’ come quel personaggio di Nanni Moretti che a un certo punto del film (abbiate pazienza, non mi ricordo quale, credo “Palombella Rossa”, ma non potrei giurarci, e considerato che questo blog è frequentato da morettiani DOCG, rischio la fucilazione) esce fuori con la storica battuta “Le parole sono importanti!! Come parlate?? Chi parla male pensa male e vive male” Nel senso che ci sono delle cose che riguardano la grammatica, la sintassi, l’ortografia, che mi dànno (con l’accento, che è voce del verbo dare) mostruosamente ai nervi e che mi farebbero venir voglia di reagire con gli stessi occhi spiritati e con la stessa indignazione di Moretti.

Ultimamente sento (e leggo sul web) questa abitudine odiosa di dire “la” cheesecake al femminile. E lì il mio già fragile sistemino nervoso esplode. Ma perché al femminile?? Ho provato a chiedere in giro e ci sono state donne (evidentemente specializzate nella realizzazione di cheesecakes) che mi hanno detto: “perché in inglese non si fa distinzione tra maschile e femminile, e siccome cake vuol dire torta e torta in italiano è femminile, allora anche cheesecake diventa femminile”. Perfetto, non farebbe una grinza, solo che quando rispondi: “E allora perché non si dice anche LA plumcake?”, lì ti guardano col ghigno storto: “No, LA plumcake non si dice, si dice IL plumcake, però cheesecake resta femminile”, col ghigno teso e il nasino all’insù di chi ha appena fatto una figura di merda ma non vuole ammetterlo. Dio, come non la sopporto la gente che non vuol capire!

E intanto, ma sì, continuate pure a massacrare la lingua italiana con questi prestiti dall’inglese (perché dire “torta al formaggio” non si può, eh, no, non fa fine, farebbe scappare perfino i frutti di bosco da ‘ncopp’ ‘o cise-chéic) e massacratevi la linea a suon di formaggini light finché vi pare, ma la grammatica lasciatela stare, vili attentatori!

Roseto: il culo come volontà e rappresentazione

aloisi

Un culo è un culo. E un culo che sia un culo si chiama “culo” proprio perché è un culo. Non si chiama “lato B” o “le terga”. O “sedere”, giusto per addolcire.

Ciò premesso, accade anche in questa Roseto, piccolo mondo di un mondo picccolo come la chiamerebbe Giovannino Guareschi, in questa ridente cittadina che sempre meno ha da ridere, che un consigliere comunale, nonché segretario locale del PD, tale Simone Aloisi posti (“un po’ per celia un po’ per non morir”, direbbe la Butterfly) su Facebook un selfie che lo ritrae sdraiato su un lettino, con accanto un culo femminile altrove definito “scultoreo” (per noi è un culo e basta). Pochi minuti e il popolo di Facebook, che, si sa, è implacabile sia quando dà dei giudizi positivi che quando dà dei giudizi negativi, si è tuffato a mani basse a difendere il consigliere comunale, oppure a stigmatizzare il contenuto sessista dell’immagine. Alla fine le spiegazioni di Aloisi: “Noto che da uno scherzo tra amici si è scatenato un polverone più grande del previsto, ovviamente chiedo scusa se ho potuto urtare la sensibilità di qualcuno ma di certo non era questa la mia intenzione, è chiara una cosa: il mio ruolo mi impone di mantenere un certo self-control, da oggi in poi cercherò di ricordarmelo. Non ho intenzione di cambiare per colpa della politica, continuerò a scherzare come ho sempre fatto”. Insomma, scherzava e poi, come spessso succede, il gioco gli è sfuggito di mano. Tanto che, adesso, pentito, il post è stato rimosso dal suo profilo Facebook (già, ma se scherzava e se non trova nulla di male in quello che ha fatto perché non l’ha lasciato?).

Fin qui i fatti. Per carità, può capitare a tutti “un momento di fosforescenza” (come scriveva Eduardo De Filippo in “Napoli Milionaria”) e di goliardia senza freni. E, in fondo, dicevamo, non c’è proprio nulla di male in quello che ha fatto l’esponente locale del PD. Già, è vero: non c’è niente di male. Ma non c’è nemmeno niente di bene. Voglio dire, che valore ha una azione di questo genere? Nessuno. Non è una cosa morale o immorale, no, è una cosa del tutto a-morale, che non ha un perché, non ha una causa, non ha una spinta all’origine, non ha niente di niente se non l’effetto dirompente di provocare delle reazioni (ma, in fondo, mi viene da pensare che la bravata sia stata organizzata a bella posta proprio per questo, per vedere di nascosto l’effetto che fa). In fondo tra fotografarsi con un culo a fianco e andare in giro vestite di tutto punto, attopatissime, con un tacco veriginoso, l’andatura ancheggiante e il seno strippato al punto di esplodere, non c’è molta differenza. Tutti e due gli atti hanno un solo scopo finale: quello di essere guardati.

E allora scatta la domanda successiva: cosa me ne frega a me di con chi vai a trascorrere una giornatina sul mare e se questa amica ha, per inciso, un gran bel culo? Ma saranno ben affari tuoi e del tuo privato. Io cosa c’entro? Io mi trovavo su Facebook a leggere il tuo profilo perché, oltretutto, c’è la non piccola discriminante che sei un personaggio pubblico. Tutto lì. Invece mi ritrovo questo cupolone che non dice nient’altro che “Guardami, sono qui.” Va bene, lo vedo che ci sei, e allora?? Niente, nessuna risposta oltre alla mera e banale constatazione dell’esistenza.

La rete, per fortuna, ha la memoria lunga. Ma anche i rosetani che vanno a votare a volte non scherzano.

 

A distanza di pochi minuti dalla messa in linea di questo articolo, l’amico Pasquale Bruno Avolio mi comunica che il post originale non è stato rimosso da Facebook (grazie, prendo atto e correggo) e che la proprietaria del culo ha rivelato coram populo la sua identità. Prendo atto anche di questo e mi nauseo.

La morte dignitosa di Totò Riina

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Un mio amico ha scritto su Facebook che ora va tanto di moda Totò Riina. Non è vero. Non va di moda Totò Riina, va piuttosto di moda il dibattito sempiterno sul primato della pena sulla pietà umana e cristiana o viceversa, sul se un mafioso in quanto mafioso e riconosciuto colpevole di delitti atroci (dalle stragi di Stato agli scioglimenti nell’acido) adesso che si trova alla fine della sua vita con la prospettiva di avere davanti un lasso alquanto limitato di tempo, debba morire come un cane rognoso o possa crepare in condizioni più umane e dignitose. La porta al dibattito (e alla polemica) l’ha aperta una sentenza della Cassazione a cui è stato fatto dire di tutto e di più. Inrealtà il Palazzaccio dice una cosa molto semplice: che della questione deve tornare ad occuparsi il tribunale di sorveglianza di Bologna, annullando con rinvio un’ordinanza dello stesso collegio giudicante. Se ne deve riparlare, insomma, la partita non è ancora chiusa. Ma la Cassazione non ha assolutamente sospeso la pena per Totò Riina, che continua a rimanere detenuto al 41 bis nell’ospedale di Parma, dove mi risulta sia curato. Tutto lì. O, meglio, c’è dell’altro. In verità la Cassazione ha ritenuto contraddittoria la sentenza di Bologna, ma non stiamo lì a ravanare, il punto è che la Cassazione non intendeva certo far sollevare questo vespaio di interventi a favore o contro.

Perché il punto non è se essere buoni e perdonare Riina mandandolo a morire a casa sua nel suo letto anziché su una brandaccia sgangherata oppure essere senza cuore ed augurarsi che Riina muoia il più lentamente possibile espiano a lungo (ma mai sufficientemente) le sue colpe, rendendo allo Stato una briciola di tutto il male che gli ha fatto. Queste sono cose da cattolici. O da giustizialisti (a volte coincidono). A dire il vero c’è una terza scuola di pensiero che sui social network si sta facendo sentire ed è quella di chi vorrebbe che Totò Riina, visto che sarà anche malato, ma è lucido e capace di intendere e di volere, si decida, dietro promessa di concessione di qualche beneficio (noi italiani siamo pur sempre mafiosi dentro), a raccontare tutto quello che sa delle relazioni della mafia con lo Stato, scoperchiando finalmente quel vaso di Pandora che permetterebbe di togliere il velo di nebbia dalla conoscenza dei fatti e che ci restituirebbe dignità di Nazione (ma dove?). Costoro non si preoccupano minimamente di pensare che dovrebbe essere lo Stato quello che dovrebbe ragguagliarci del come e del perché dei suoi rapporti con la mafia, non il contrario. Ma passiamoci sopra. No, dicevo, il punto non è uno di questi, il punto è che, premesso che lo Stato non deve essere vendicativo e che le pene devono tendere alla rieducazione dei condannati, bisogna trovare una soluzione che contempli l’esigenza di Riina con quella dello Stato che ha tutto l’interesse a vederlo scontare la pena. E questa soluzione potrebbe non essere necessariamente la sospensione dell’esecuzione della pena, perché ci sono da contemplare i diritti dei familiari delle vittime (Nando Dalla Chiesa ha scritto delle pagine molto toccanti sul tema, ultimamente). Si potrebbe arrivare alla concessione degli arresti domiciliari (che erano stati richiesti “in secundis” dalla difesa di Riina), così il detenuto continuerebbe a scontare la pena e avrebbe dall’altra parte quella serie di benefici limitati (bisognerebbe comunque garantire una detenzione alternativa sì, ma comunque sicura e similare a quella del 41 bis, e francamente non è certo che ci si possa arrivare). E bisogna farlo in fretta perché c’è un uomo che sta morendo e perché, come diceva la mi’ nonna Angiolina, “davanti alla morte siamo tutti uguali (finalmente!) e ci si tasta debitamente i coglioni” (“debitamente” l’ho aggiunto io).

Ma non si tratta di applicare la pietà. E neanche di mettere in pratica la vendetta. Bisognerebbe sostituire le parole “pietà” e “vendetta” con la parola “diritto” (pare se ne siano dimenticati in troppi che c’è anche quella, ormai parliamo esclusivamente in base a degli impulsi sentimentali personali, non più in base ai codici e ai regolamenti) e tutto quello che rientra nel “diritto”, allora, sarebbe buono e utile, compresa la morte dignitosa di Totò Riina. E se ci rendessimo conto che la Cassazione non ha fatto altro che applicare delle regole sulla base di una sentenza già scritta. Hanno fatto una cosa meravigliosa che si chiama “giurisprudenza”, che vuol dire “direzione”, “orientamento” legislativi. Hanno creato un precedente, stabilendo che se si pone la questione di un detenuto cui dare una morte degna di questo nome (e non c’è mai nulla di degno nel nome ‘morte’) QUANTO MENO ci si può far venire il dubbio, aprire uno spiraglio e andare incontro al detenuto, perché il motto latino recita che “in dubio pro reo”. E che lo Stato non sia mai più carnefice del carnefice che intende punire. Sarebbe, semplicemente, una aberrazione inaccettabile.

Cacciucco Pride

Partecipate!

cacciucco

Nella vecchia omeopatia

omeo

L’altro giorno, mentre stavo cercando in rete articoli e aggiornamenti sulla morte del bambino con l’otite, curato con l’omeopatia anziché con gli antibiotici, dopo aver immesso in Google la stringa “otite omeopatia”, tra i risultati di ricerca proposti (quasi tutti riconducibili a quotidiani e periodici on line) ho trovato un articolo dal sito riza.it (immagino sia la versione web di quella rivista cartacea che una volta si chiamava “Riza Psicosomatica” e che aveva un certo successo tra i lettori durante gli anni ’70 e ’80) sull’uso dell’omeopatia per curare l’otite. Ha un tono dolce e rassicurante: dice che “il 75% delle otiti è virale: in questi casi gli antibiotici non servono e i rimedi omeopatici aiutano ad alleviare il dolore e a scongiurare le ricadute.” L’articolo, poi, elenca qualsi sono i preparati omeopatici da utilizzare in questo 75% dei casi. In cui, evidentemente, non ricadeva quello del bambino morto. E trovare queste indicazioni dal tono rassicurante che contrastano con le notizie di cronaca che le fanno da contorno lascia un bocca un sapore amaro. Soprattutto a vedere che l’articolo è stato inserito in una rubrica (o in una directory web) intitolata “figli felici”. Felici di cosa non si sa.

Screenshot da riza.it

Screenshot da riza.it

Dobbiamo dirlo fuori dai denti, fino alla nausea: l’omeopatia non ha alcuna efficacia scientificamente provata su nessuna patologia, lieve, cronica o grave che sia. E non può averla perché i preparati omeopatici contengono sostante talmente diluite da non lasciare più nessuna traccia nell’acqua o nell’alcool che li diluisce e con cui vengono intrisi dei globuli di lattosio o di altro zucchero. Perché questo è l’omeopatia: acqua e zucchero, nient’altro. E non si può pretendere di curare nulla, neanche una patologia di lieve entità, con acqua e zucchero. E se dopo l’assunzione di un preparato omeopatico quei disturbi regrediscono è perché dovevano regredire per conto loro, non perché ci sia stato un qualche effetto da parte dei chicchini omeopatici. E se i fan dell’omeopatia ci dicono che funziona perché l’acqua in cui è diluita all’estremo la sostanza (che, secondo loro, più è diluita e maggiore efficacia assume) porta il RICORDO del contatto con le altre molecole del principio attivo (ormai dis-attivato), non ci credete. Se esistesse veramente il ricordo dell’acqua (o dell’alcool) saremmo intossicati ogni volta che ci ritrovassimo a bere, perché i contatti dell’acqua con altre sostanze sono tante e tali da non poter essere classificate e da non poter dare l’assoluta certezza che il prodotto finale sia pulito ed esente da agenti inquinanti. E oggi non esiste nessunissima differenza tra prodotti finali. Nel senso che l’acqua fresca è acqua fresca, qualunque sia il nome che vai ad etichettargli dopo. Natrum muriaticum, Pulsatilla, Nux vomica, Apis… tutto, quando arriva in farmacia, è tragicamente uguale a se stesso.

Eppure c’è chi ci crede. L’assunzione di un preparato omeopatico è un rituale quasi magico. Non devi toccare i globuli con le dita, non devi assumerli dopo esserti lavato i denti con un dentifricio alla menta o dopo aver bevuto il caffè, devi farli sciogliere sotto la lingua (se no acqua e zucchero non hanno alcuna efficacia), devi essere visitato da un medico omeopata che ti fa un’intervista di oltre un’ora per sapere chi sei, cosa fai, qual è la tua storia sanitaria, come ti senti. Ti ascoltano, ti considerano un tutt’uno con la tua patologia, un essere irripetibile e questa sensazione ti arriva: il sentirsi considerati per quello che si è è la prima strada verso una guarigione psicologica. Ma non tengono presente, probabilmente, che una chiacchierata con uno psicoterapeuta o più semplicemente una confessione dal parroco dietro l’angolo sortiscono lo stesso effetto e probabilmente costano anche di meno di un ciclo di “cure” con prodotti omeopatici (che tali sono: “prodotti” e non “farmaci” nè tanto meno “rimedi”). Una volta un omeopata a cui mi ero rivolto quando ero molto più giovane e scemo mi chiese perfino se mi puzzassero i piedi e, nel caso, che tipo di cattivo odore assumessero. Allora lo presi come un eccesso di scrupolo, il segnale che quel medico era veramente bravo e se si interessava a dettagli così apparentemente insignificanti era segno che ero io quello che non capiva un cazzo e non sapeva dare a quelle domande la giusta dimensione e il giusto inquadramento. Oggi sono CERTO che quello sbagliato era il medico. Perché non c’entra nulla la puzza dei miei piedi con la forma di acne di cui soffro (soffrivo, era quello il motivo per cui mi ero rivolto, senza sapere che cosa fosse, all’omeopatia).

E poi accade (perché accade) che qualcuno muore. Il che vuol dire che il caso del piccolo Francesco non è certamente né il primo né l’ultimo. Ci sarà stato, certamente, qualcuno che soffrendo di una di quelle malattie i cui nomi fanno vibrare i polsi al solo farli passare dalle corde vocali e pronunziarli, si sarà rivolto all’omeopatia contando in una cura più dolce e meno invasiva senza sapere di essersi imbattuto in un fantasmagorico niente, con medici che dicevano “Mi raccomando non mangi caramelle di menta se no non fa effetto”, “Non si operi, non prenda antibiotici!” e viandare di altre emerite nullàggini. E che, proprio per questo, si è fidato, ha riposto nel medico e nella disciplina omeopatici tutta la propria fiducia e le proprie speranze. Poi però è morto lo stesso. La prima cosa che si è detta all’indomani della morte di Francesco era che la colpa è del medico (e, secondo gli atti giudiziari, dei genitori), non dell’omeopatia. Certamente anche il medico ha le sue responsabilità. Qualcuno addirittura è andato a spulciare le sue convinzioni religiose e ha scoperto che fa parte di una setta fantomatica detta “del Roveto Ardente” (o come cazzo si chiama). O i suoi precedenti lavorativi chiarendo che, in un periodo di sospensione dall’attività medica, questo qui ha fatto anche il facchino. Sono tutti e due espedienti per spostare l’attenzione sul principale responsabile non-chimico e non-biologico della morte del bambino: il nulla. Perché davanti alla gravità della situazione questo medico non solo ha insistito a voler utilizzare l’omeopatia, non solo ha sconsigliato alla famiglia l’uso di un farmaco come la Tachipirina, non solo si è opposto all’uso degli antibiotici che gli avrebbero salvato la vita, ma ha prescritto una terapia omeopatica, cioè il nulla assoluto. E il nulla è un principio attivo molto pericoloso, perché là dove c’è una patologia grave in atto, quella patologia non migliora di certo, anzi, caso mai peggiora, ed è quello che si è visto. Ignorare dei segnali come il peggioramento soggettivo del paziente non ha nulla di omeopaticamente corretto, non si tratta del “peggioramento omeopatico” a cui molti medici fanno riferimento quando non possono o non vogliono giustificare un loro insuccesso (“Pronto dottore, mi sento peggio…” “Eh, sa, lo deve fare, è l’effetto di rimedi, significa che il suo corpo sta espellendo tutte le tossine e le robacce che aveva dentro” “Ah, sì, grazie, adesso sì che sono più sollevato!”), è proprio la malattia che sta prendendo corpo e che in casi estremi finirà col prendersi anche il paziente.

Perché, mettetela come volete, di omeopatia si può anche morire. Perché l’acqua fresca non cura.

Cercasi ingegnere laureato col massimo dei voti, conoscenza di almeno due lingue, disposto a spostarsi all’estero, stipendio netto 600 euro al mese

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Divieto di balneazione

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Piccoli pignolini crescono

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Il mio ultimo post sul blog “Le balene restino sedute” ha provocato qualche innocua polemica. Mi hanno chiesto rispettivamente:

a) Quali sono le fonti dell’articolo?

Allora, oltre al già citato sito cronacheancona.it [sul post c’è un refuso che non ho voglia di correggere, se mai lo farò quando le acque si saranno calmate] c’era, naturalmente, anche il servizio delle Iene su Blue Whale.

b) Ma le Iene non sono una fonte affidabile.

Lo so e sono perfettamente d’accordo. Ma era l’elemento da cui si è mossa la mia indignazione, non potevo non tenerne conto. Sono quasi costretto a guardare quel programma, e quel filmato in particolare è circolato con molta insistenza negli ambienti adolescenziali che frequento. Non mi interessava avere una fonte autorevole (nel caso cercavo l’ANSA o la Reuter), mi interessare partire da una serie di informazioni il più possibile comuni a chi mi leggeva.

c) E infatti Paolo Attivissimo ha dimostrato che la notizia del suicidio del ragazzo di Livorno non era necessariamente legata a Blue Whale.

A parte il fatto che da un po’ di tempo a questa parte Paolo Attivissimo m’ha fatto du’ zebedei a questa maniera, non mi pare sia stato detto nulla, al contrario, sulla ragazza di Pescara fermata in tempo e ricoverata ad Ancona. Se anche solo quella notizia fosse vera basterebbe e avanzerebbe per giustificare tutto il vespaio che si è mosso intorno al servizio delle Iene.

d) Sta di fatto che hai dato una notizia falsa.

Io non sono un’agenzia di informazione, io non sono Paolo Attivissimo, io sono un blog(ger) e sul mio blog posso basarmi anche sul sentito dire o sulla vox populi. Se volete uno smascheratore di bufale on line, semplicemente, quello non sono io.

e) La fotografia che hai messo a corredo del post è un falso.

E chi se ne frega?

f) Cancellerai o correggerai il post?

Ma non ci penso nemmeno lontanamente.

(no, per dire..)

Le balene restino sedute

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E allora non si fa altro che parlare di Blue Whale. La gente è scandalizzata ma non ancora sufficientemente schifata, evidentemente. Non si è ancora arrivati a toccare il fondo di una realtà fin troppo orribile di per sé. La guardiamo, ce ne distacchiamo, rimaniamo orripilati ma ci limitiamo a quello. In fondo ce lo fanno passare solo per un “gioco”. Un gioco, sì, uno di quelli ollàin, di quelli che fanno tendenza, di quelli che fanno figo, inventato da un delinquente che adesso è in galera e che non si pente minimamente del suo gesto, anzi, lui dice di aver ripulito la società dai parassiti (vedi giudizio human come spess’erra?), un gioco che in cinquanta mosse porta i partecipanti minorenni al suicidio, a buttarsi dall’ultimo piano del palazzo più alto della città, attraverso notti insonni passate a guardare film horror, ad ascoltare musica deprimente, a vedersi manipolare il cervello fino a ridurselo in pappa duttile e malleabile, a incidersi sul corpo vari disegni facendosi del male senza nessun altro scopo che arrivare alla soluzione finale, cazzo quello non è un gioco. Quella è una roba che bisogna identificare i responsabili e punirli duramente, non ci son Cristi che tengano. E’ successo a Livorno, mica cazzi, che un ragazzino di 15 anni si sia buttato giù dal grattacielo di piazza Roma (Piazza Matteotti) al culmine del suo percorso di “gioco”.Ti danno una specie di “tutor” che ogni giorno ti rende edotto sulla cazzata che devi fare e tu la fai. Fino ad arrivare al cinquantesimo giorno in cui te ne vai. Semplicemente. Però hai almeno la soddisfazione che qualcuno ti riprende mentre fai il volo finale e pubblica il video su Facebook o su qualche altra baggianata di social networking, vaffanculo, gliela darei io a loro la soddisfazione. C’è una ragazzina che abita nel pescarese che è arrivata a un passo dal cinquantesimo giorno, l’hanno presa per i capelli e ricoverata nel reparto di Neuropsichiatria infantile di un ospedale nell’anconetano. Ha solo 13 anni, cazzo, e allora questi stronzi sì che ci si sanno mettere con i più deboli, con chi aderisce al programma di morte solo perché vuole provare qualcosa di forte, perché vuole sentirsi figo/a e perché la vita di tutti i giorni, evidentemente, non è abbastanza interessante, cazzo ci avranno nella testa anche questi ragazzini lo sa solo il padreterno. Su un sito denominato “cronacheancora.it” leggo che “Non è escluso che parta un’indagine…”. Minchia, “non è escluso”? Ma l’indagine la devono fare e subito, altro che “non è escluso”! E sono storie così, a distrarci schifati ogni giorno. “Sì, è terribile, ma non ci si può far niente, è la tecnologia, questi ragazzini sono malati, stanno sempre accanto al  loro cellulare (e tu tògliglielo, contròllaglielo, fai qualcosa, pirla!), non si sa che cosa ci facciano (e prendersela un po’ con la nonna o con la zia che glielo ha regalato nel giorno della sua prima santa Comunione no, eh??), il mestiere di genitore è difficile (cazzo, ma te ne accorgi se tuo figlio ha dei tagli sulle braccia o sul resto del corpo, o vuoi dirmi che non vedi mai tuo/a figlio/a nudo??), però è certamente orribile, sissì…, ora scusate ma mi è arrivato un tweet!”Perché in fondo in fondo è solo un “gioco”, vero?

“Pur tra quei Boschi il ritrovarsi sola” (Ariosto, Orlando Furioso)

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Certo che questo è un governo strano. Ogni volta che qualcuno dei suoi componenti viene coinvolto in una qualche inchiesta giornalistica o in una rivelazione dello stesso tenore, ricorre subito allo strumento (vecchio, ma sempre temerario) della querela. Sono le classiche formule di rito a farla da padrone: “Se ne occuperanno i miei legali” “Ho già dato mandato ai miei avvocati” “Chiederò lumi ai giudici di merito”.

Era già capitato settimane or sono al ministro Madia, che si era vista attribuire un bel tot di citazioni dalla sua tesi di dottorato ad altri autori precedenti, senza che queste citazioni venissero corredate dalle opportune citazioni, virgolettate come si deve, o comunque inserite in un contesto di cotale prestigio in modo che si capisse, anche solo attraverso una lettura di pura fruizione, dove finiva la citazione e dove cominciava il discorso originale di Madia. Qualcuno ha parlato di “plagio”. Di certo c’è che l’accusa portata avanti dal “Fatto Quotidiano” è stata corredata da una serie considerevole di slides in cui i testi di provenienza e di destinazione venivano messi a confronto e le concordanze (! -toh, poi c’è sempre qualcuno che mi chiede a che cosa servono…-) delle due fonti risultavano più che evidenti. Insomma, c’erano elementi oggettivi a sostegno di quella che era l’accusa. Naturalmente nessuna risposta, né dall’interessata né dal suo entourage universitario, nel merito di quanto contestato. Semplicemente la solita dichiarazione di avere intenzione di rivolgersi alla giustizia (civile? penale??) e il discorso si chiude lì, anche perché la pletora dei quotidiani di regime non ha minimamente reagito alla rivelazione riprendendo la notizia o stigmatizzando un possibile comportamento, seh, non sia mai, guai ai vinti e viandare.

Accade ora che la componente del governo (chè ministro non lo è più) Maria Etruria Boschi viene additata a pagina 209 del libro “Poteri forti (o quasi)” di Ferruccio De Bortoli di essersi adoperata, da ministro, presso Unicredit Banca dell’acquisizione di Banca Etruria, di cui era vicepresidente il padre e in cui lavoravano il fratello e la cognata. Circostanza smentita solo da lei. Nemmeno il suo mentore Matteo Renzi l’ha difesa espressamente, limitandosi a dire, in una intervista sul “Foglio”, che Ferruccio De Bortoli ce l’avrebbe con lui per non si sa quale non ben meglio specificato motivo (e quindi avrebbe utilizzato l’arma della vendetta trasversale giornalistica, sì, sì…). Non l’ha difesa neppure Ghizzoni di Unicredit che non si è subito precipitato a smentire, come ci si sarebbe aspettati da lui.

Ora, se c’è una cosa da sottolineare è che Ferruccio De Bortoli è un giornalista di quelli seri e con la schiena dritta. Per questo si fa vanto delle tante querele ricevute: perché gli dànno, a suo dire, la possibilità di difendere quello che scrivve nelle aule di giustizia, in un contesto pubblico e in un pubblico dibattimento. Chapeau.

Ora, perché non si verifichi la fattispecie di reato (o, se si vuole, il danno civile) di diffamazione nei confronti della Boschi, bisogna per prima cosa che quanto affermato da De Bortoli sia vero. E qui non siamo in un caso come quello della Madia in cui basta pubblicare per rendersi conto. Qui bisogna fidarsi delle fonti. E De Bortoli dice di averne di inoppugnabili e incontestabili. E di De Bortoli, lo ripeto, c’è da fidarsi. Ma allora viene da chiedersi perché la Boschi non l’abbia ancora querelato e, nel caso, chi avrebbe querelato al posto suo. La querela, in questo caso, resta comunque l’unica (e, comunque, sempre più debole) arma di difesa in un caso del genere. Perché delle due l’una, o quella rivelazione è vera o è falsa. Se è falsa hai ragione tu che hai querelato, se è vera hai torto, a meno che De Bortoli, nel rivelare quelle circostanze, sia trasceso da quella che è la “continenza verbale”, fatti salvi il suo diritto di critica e anche di satira che sono sacrosanti. Ma De Bortoli è giornalista di lungo corso e queste cose le sa, non si sputtana certo con una battutina di gusto mediocre.

E per la prima volta la querela diventerebbe un mezzo per fare chiarezza, non per mettere una pietra tombale sulla voce di chi, semplicemente, per mestiere o per vizio, denuncia che il Re è nudo. Proprio perché non ci sono prove in un senso o nell’altro. E allora, finalmente, saprem(m)o. O forse mai.

Sveglia Beppe, ci riènno!! […e io di vi, e io di và….]

da: Wikipedia - Licenza Creative Commons Attribute 2.0

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Dunque rièccolo. Col solito risolino da eterno boy-scout (o eterno Testimone di Geova, vedete un po’ voi) è uscito dalla porta dove era stato sospinto a viva forza da un referendum plebiscitario, per rientrare dalla finestra di una milionata di voti di fedelissimi alle primarie di un PD sgangherato e incapace.

Da bravo boy-scout usa un linguaggio tutto suo, al limite del cybercriptico: osate criticarlo? Siete dei ROSICONI. Pensate, per caso, che il bicameralismo perfetto sia un valore da conservare? Dovete essere come minimo ROTTAMATI. Ci manca solo che se ne esca con saluti e formule giovanil-di tendenza come “sciàlla!” e poi siamo a posto.

Adesso ci dirà, ripetendocelo fino alla nausea, che lui ha vinto le primarie, e che lui ce l’aveva detto, che il popolo è con lui, che lui ora può determinare a priori la durata del governo Gentiloni, anzi, che lo decide lui quando andare alle elezioni, che lui è il candidato premier del Partito Democratico, che lui è perfettamentre responsabile dei suoi tweet che intasa di immagini della Boschi che vota per lui, o di ringraziamenti oceanici al popolo, e che, soprattutto, la sonora sconfitta presa alle urne italiane con il referendum del 4 dicembre è ben poca cosa rispetto alla radiosa vittoria rimediata alle primarie, anzi, ce ne siamo già dimenticati, anzi, noi non siamo né a destra né a sinistra, noi siamo oltre, possibilmente cattolici, vivi, loquaci al limite della logorrea, e vincenti.

E’ ricominciata l’era di questo omino di Pontassieve che cominciò la sua carriera presenzialista con una partecipazione alla “Ruota della Fortuna” presentatata da Mike Bongiorno, e noi non ce ne siamo quasi accorti, salvo magari un piccolo rigurgito acido che ci prende di notte, ci lascia senza fiato e noi che ci domandiamo anche il perché.

E’ ricominciata nel primo maggio più lugubre degli ultimi anni, quando il ritorno a come eravamo prima ha oscurato il tema del lavoro e in pochi si sono accorti che a Portella della Ginestra i sindacati festeggiavano sì, ma dopo 70 anni dei mandanti della strage non c’è ancora traccia.

Buona festa del Jobs Act!

Libertà d’espressione vo’ cercando

Un'immagine di Gabriele del Grande tratta da Wikipedia

Un’immagine di Gabriele del Grande tratta da Wikipedia

A me il 25 aprile è sempre piaciuto.

Sarà perché, da che io ricordi, c’è sempre stata un’aria primaverile e friccicarella. O perché il 25 aprile ti accorgi che è giusto cantare “Bella ciao” a Adele Marie (ah, Adele Marie è mia figlia, ha un anno!) che batte le manine anche se non sa perché. O anche perché è il compleanno di valeriodistefano.com ed è una data che ti ricorda che bene o male qualcosa di buono l’hai fatto e che il blog è ancora in piedi (anche se i soliti paladini delle libertà hanno tentato di sparargli alle gambe).

Insomma, mi piace l’idea di avere una Liberazione con la maiuscola da ricordare e di essere una persona libera grazie al sacrificio di tanti che adesso non ci sono più (“e questo è il fiore/del partigiano/morto per la li-ber-tà”).

Poi oggi è anche bello festeggiare un’altra liberazione (con la minuscola, stavolta, ma non meno importante), quella di Gabriele Del Grande dalle carceri della Turchia, dove qualcuno cercava evidentemente di raggiungere qualcosa di più prezioso della sua libertà personale, la sua libertà di opinione, di critica e di denuncia (se no non lo avrebbero tenuto una dozzina di giorni recluso senza nemmeno la formulazione di un capo di imputazione).

Perché oggi ci teniamo un po’ tutti di più alla libertà di dire, di esprimersi, di parlare, di criticare, magari anche di sbeffeggiare e di fare satira. Però poi domani ricominciamo tutti a prenderela con quel giornale che ha pubblicato quelle cose che non ci stanno bene, con quell'”amico” di Facebook che ci ha “imbrattato” la bacheca delle sue opinioni politiche, no, ma come si permette, una bacheca così onorata, ricominceremo con le sempiterne solfe del “ma Lei non sa chi sono io, badi a come parla, io la querelo!”

Nulla di nuovo. Se solo non ricordassimo (e nonce lo ricordiamo!) che quello che siamo lo dobbiamo proprio al 25 aprile: bentornato Gabriele (e Adele Marie batte ancora le manine).