Beppe del Papi o dell’arte della bestemmia

Beppe del Papi stava di casa accanto al mi’ zio Piero, che stava di casa accanto a me, ma non si poteva dire, come in matematica, che il Papi sava vicino a me, perché sì, era vicino, ma bisognava comunque andare “in cima di strada” per vederlo trastullarsi col suo orto, il cappello sempre ben calcato e la bestemmia pronta.

Perché per le bestemmie, c’era da dirlo, il Papi non lo batteva nessuno. E’ stato il primo ad aver sperimentato le bestemmie-sandwich, quelle che si infilano tra due parole o tra due parti del dicorso, per prendere fiato o per sottolineare il valore dell’enunciato. E siccome il Papi parlava (e bestemmiava!) per conto suo, da solo, anche quando andava in bicicletta e biascicava fra sé e sé la minestra di stelline che gli faceva la su’ moglie, la Giulia, che aveva sempre caldo e ci vedeva poco, sì, ma dov’ero rimasto, ah, ecco, il Papi se lo volevi sentire bestemmiare bastava tu t’affacciassi alla finestra.

E il mi’ zio Piero non s’affacciò alla finestra, ma dal terrazzo. Aveva uno dei primi registratori a nastro con quattro o cinque bobine, sempre quelle (e lui le chiamava “i rotolini”) e mentre il Papi era nella stanzina (bella sfida, ci stava fisso!) gli calò il microfono della Philips e lo immortalò.
E il suo soliloquio era pressappoco così: “Ciavevo certe pere maremmanatadancane eran dólci come lo zucchero natedancane, ma accidenti a quella puttanaladraimpestatamaiala me l’hanno mangiate i bài“. I “bài” erano i vermi.
Oppure “Voglio andà’ maremmatremotatasulciuco a piglià un po’ d’erba budelloladro per coce’ ne’ ‘ampi!

Il Papi d’estate quando il sole picchiava dall’alto del mezzogiorno aveva una curiosa abitudine, “rinfrescava”. Per lui “rinfrescare” voleva dire spargere un po’ di acqua sul marciapiede a bollore in modo che si rinfrescasse, appunto, solo che dopo cinque minuti “E c’è più cardo che diànzi, accidentiaquellamaialadellalevatrice che aiutò la mi’ povera mamma a partorimmi!!” (perché, naturalmente, la levatrice era maiala e la su’ mamma no.)

E siccome il destino d’ogni partorito è quello di andarsene per i piedi, prima o poi, dopo qualche anno anche lui prese la via dietro alla Chiesa. Avrà bestemmiato anche dentro la cassa da morto.

Baluganti Ampelio entra nella Reale Accademia della Lingua Spagnola

Antonio Machado accademico nel 1927

Quando il nostro più affezionato e metempsicotico (1) lettore, Baluganti ampelio, chiama al telefono vuol dire (in ordine decrescente di gravità) che:

a) è morto qualcuno (raro);
b) ha finito i quattrini (spesso);
c) ha voglia di rompere i coglioni (quasi sempre).

Il motivo del suo ultimo consumare i minuti che il suo gestore telefonico, dice, gli ammannisce gratis, era una consulenza linguistica.

Il buon Baluganti è un essere dotato di intelligenza sopraffina, è un maremagnum d’informazioni, ma bisogna dire che di lingue straniere non ci capisce una veneratissima. Egli ha, in particolare, un rapporto conflittuale con il tedesco (come mia moglie e Valentina Lo Surdo, del resto), non sopportando la logica per cui se si vuole indicare il ponte, in Germania si dice

“Quel-coso-di-ferro-ma-anche-di-cemento-che-ci-passano-le-macchine-e-qualche-volta-il-treno”

tutto attaccato e con la lettera maiuscola perché è sostantivo, o cosa ciavrà mai un sostantivo di così importante da essere scritto con la lettera maiuscola? O allora? O vàglielo a spiegà’.

Ma non era il tedesco il “casus belli”, bensì lo spagnolo. Voleva sapere se “azúcar” si pronuncia con l’accento sulla “u” o sulla “a” finale. Gran bella testina a pinolo il Baluganti, giacché la parolina incriminata si scrive con l’accento, e quindi non ci sono dubbi: l’avesso sotto le mani lo stiaccerei con infamia prima di farlo cacciare da tutte le scuole del Regno.

Ma per dargli un po’ di soddisfazione e tirarmela vieppiù, sono andato a vedere il Diccionario de la Real Academia Española, che, per intenderci, è quella che norma lo spagnolo, che dice come si scrive e come non si scrive, che stabilisce i delitti e le pene, in breve, giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Ora, assieme alla definizione della parola (il “lemma”, per intenderci) sulla versione on line del dizionario è inclusa anche l’etimologia.

Si dice, nel nostro caso, che l’ètimo è arabo classico, e da questo sono derivate svariate altre forme, più o meno somiglianti.

Ma guardate un po’. Scrivono “de este”. Con la minuscola.

Un piccolo passo indietro. “Este” è un dimostrativo. Significa “questo”. Quando, in spagnolo, ha funzione di aggettivo si scrive senza accento. Quando ha, invece, funzione di pronome, si scrive con l’accento.

E qui l’accento non c’è.

Davanti a un maremagnum di accademici che occupano i “sillones” della Real Academia, corre l’obbligo di un po’ di prudenza, ma il Baluganti non sa quanto sia gerundico mettere il ditino nel pentolone della Real Academia spagnola. E questa l’abbiamo capita solo io e lui.

In questi posti davanti al mare

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© 2014 – Valerio Di Stefano

Il fuggitivo

C’è come un senso di nuovo, anzi, di antico sulla stampa di oggi. Il senso di metterci una pezza, di rigirare la frittata in  modo che la bruciatura informativa non si veda, chè non s’ha da vedere.

La notizia è che si sono lasciati scappare Dell’Utri. Punto, non c’è altro da dire. Hanno emesso un mandato di cattura perché  si era subodorato il pericolo di fuga ma lui alla fuga si era già dato, pare che si trovi in Guinea o da qualche altra parte,  fatto sta che se n’è andato anche perché aveva -si dice- qualcosa come due passaporti diplomatici.

Ora, come cavolo si fa a lasciare in mano a una persona che sta per essere giudicata in via definitiva dalla Cassazione per  reati di mafia (si aspetta la sentenza per martedì prossimo) qualcosa come due passaporti diplomatici?

Che, poi, ve la immaginate la notizia che ne sarebbe venuta fuori? “Arrestato Dell’Utri!”, coi soliti caratteri cubitali in  Arial all’ennesima potenza da Huffington Post.

Invece no. “Ce lo siamo fatti scappare, ci è sfumato da sotto le dita, abbiate pazienza, anzi, scusateci.” Ecco, magari le  scuse, quelle sì che sarebbero indispensabili. Perché uno si sente anche un gocciolino preso in giro con questa storia dei  passaporti diplomatici che, voglio dire, a me è scaduta la patente e se guido mi fanno il pelo e il contropelo.

Wikipedia inciampa sugli accenti di Marco Aurelio (e la pésta)

Il problema della grafia del monosillabo “se” in italiano è un po’ controverso e macchinoso.

Si scrive “se” senza accento quando lo si usa in funzione dubitativa, si scrive “sé” con l’accento quando lo si usa come pronome.
Ora, però, in un caso come “se stesso”, il “se”, anche se ha funzione pronominale si scrive senza accento. Perché non ce n’è bisogno. Perché la parola “stesso” rafforza la funzione del “se” e quindi non si mette. L’ho spiegato a culo ma avete capito.

Ora, quei cari figliuoli della Wikipedia italiana non si sono fatti sfuggire l’occasione e alla voce “Colloqui con se stesso”, dedicata a un’opera di Marco Aurelio, sfoggiano un bell’accento visibile da lontano come le Apuane da Livorno quand’è tempo buono.

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris

Navigando sul sito de “l’Unità” mi sono ritrovato con un cavallo di Troia. Mi fa pensare al PD, partito dal nome pleonastico per eccellenza (io lo voglio anche sperare che un partito, oltre che “partito” sia ANCHE democratico, voglio dire, qual è la novità?), a come si sono fatti invadere dal cavallo di Troia della destra, ma forse erano di destra anche prima e i cavalli di Troia li riservano ai navigatori in internet?

Sui traduttori e i revisori di bozze di David Sedaris

Mia moglie è un po’ di tempo che ci sta limando sordo con questo David Sedaris, che è uno scrittore-giornalista dotato di uno straordinario e acutissimo senso dell’osservazione e dello humor, per il quale lei va matta, mentre io lo trovo, tutt’al più, gradevole e leggibile, al punto da farmi strappare qualche sorriso qua e là.

In Italia i suoi scritti sono stati pubblicati da Mondadori e ho dovuto rinunciare al mio embargo nei confronti della casa editrice di Silvio “Arnoldo” Berlusconi (speriamo che la buonanima non si offenda per l’accostamento ardito) per motivazioni prettamente coniugali. Parigi val bene una messa.

Quand’ecco che decido di attaccare dal suo “Mi raccomando, tutti vestiti bene” (che a Livorno sarebbe stato tradotto con un “Dio ti guarda, vèstiti ammodino!”), titolo originale dell’opera “Dress your Family in Corduroy and Denim“.

Sedaris oltre ad avere una scrittura fresca e scorrevole strizza l’occhio al suo lettore intitolando alcuni dei suoi scritti brevi (ogni suo libro ne è una raccolta, un po’ come fa la Littizzetto con sedani, le carote, i pinzimoni, i ravanelli e quant’altro, solo che la Littizzetto è ormai ben lontana da tutto quello che ha scritto -anche questa è di mia moglie e mia moglie è un genio-) con titoli di brani o di album fondamentali della sua e mia generazione.

Il primo racconto della raccolta si chiama, in inglese, “Us and them“. Che, voglio dire, è un brano celeberrimo dei Pink Floyd, si trova in “The Dark Side of the Moon” e lo sa anche il gatto che passa davanti casa mia con una provvidenziale lisca in bocca.
Se io leggo la versione originale la prima cosa che mi viene in mente è canticchiare il seguito: “…and after all we’re only ordinary men”.
Se leggo la traduzione italiana “Noi e loro” non mi viene in mente un cavolo di nulla.

Lo stesso dicasi per il successivo “Full House“, tradotto (opportunamente, non c’è che dire) “Carte false”, ma, cavolo, era un disco della Fairport Convention, chi non si ricorda “Walk awile” che apriva il lavoro??

Un altro disco citato è “Hejira” di Joni Mitchell. Un lavoro fantastico. Basterebbero, nell’ordine “Coyote“, “Amelia“, “Furry Sing the blues” e “Song for Sharon” a chiudere la partita. E’ stato tradotto con “Egira” che, probabilmente, più che una traduzione è una traslitterazione (come lo è, del resto, la parola inglese).

In breve, bisognerebbe immaginare queste musiche come sottofondi di quello che si legge, e allora tutto assumerebbe una valenza diversa e più compiuta, ma la traduzione italiana ci allontana dalle colonne sonore di questo sempiterno filmato in super8 che è la scrittura di David Sedaris.

E dire che sarebbe bastato lasciare i titoli inalterati.

Ci sono poi un paio di obbròbri tipografici che vi ammannisco volentiere, giusto per sottolineare che anche il libro viene considerato come un bne di consumo, e allora chi se ne frega dell’ortografia e della grammatica.

Si tratta di un “Be’, ce n’è sarebbe” per “Be’, ce ne sarebbe

e “Un auto” scritto senza apostrofo.

9 euro e 50 per un siffatto tascabile. Dia, dia pure qui…

Le verdi colline d’Abruzzo

Da Cologna Paese al Borsacchio verso Roseto degli Abruzzi (Te)

(C) 2014 – Rosa Mattioli

Sfidamento ai servizi sociali

La sentenza sull’affidamento in prova ai servizi sociali per Berlusconi (o, in alternativa, la misura più afflittiva degli arresti domiciliari) si dovrebbe conoscere oggi pomeriggio alle 17.
Anzi, probabilmente neanche in quel momento, avendo il Giudice deputato un periodo di tempo fino a 5 ulteriori giorni per decidere.

Tutti, però, dànno per scontato che il Nostro andrà in affidamento. Non solo, ma ci dicono anche dove (in una comunità per anziani non autosufficienti) e per quanto tempo (un giorno alla settimana per non più di sei ore).

C’est à dire che si sa GIA’, prima ancora che il Giudice sia sia pronunciato in proposito, quello che sarà il destino dell’ex Cavaliere, neo pregiudicato.

Non sappiamo chi lo abbia deciso, o chi abbia pilotato la stampa, la radio e la televisione a diffondere questa notizia, ma intanto è stata diffusa e sta avendo effetti devastanti. A parte il fatto che chiunque sia stato condannato a quattro anni i reclusione e dovesse scontarne uno, anzi, 9 mesi per effetto della cosiddetta “buona condotta” ad assistere i vecchietti ci andrebbe di filato, per un giorno alla settimana e per non più di sei ore. Pazienza se per un giorno alla settimana.

Il punto è che si sta facendo una inaccettabile pressione sui giudici, che dovrebbero poter decidere in autonomia e serenità.

Quello che si teme è che se a Berlusconi venissero dati gli arresti domiciliari avrebbe delle condizioni indubbiamente più restrittive come, ad esempio, il divieto di avere contatti con estranei ai familiari più stretti. Una sorta di Sant’Elena che preluderebbe al tramonto politico e personale del badante del cane Dudù, senza passare dal “via” della propaganda elettorale per le europee.

Così, in caso di affidamento ai servizi sociali la magistratura diventerebbe di colpo comprensiva e degna dei propri ruolo e funzione, mentre se dovesse prevalere l’ipotesi dei domiciliari si potrebbe dare la colpa alle solite toghe comuniste e tirar fuori la teoria del complotto e della giustizia a orologeria per un pregiudicato che sta cadendo nel vortice di una serie inevitabile di condanne che nessuna palla di vetro tribunalistica potrà mai evitare.

Incostituzionalità assoluta

Siamo in gamba noi italiani. Abbiamo, per fortuna, una Corte Costituzionale che riporta le leggi dei parlamentini della seconda repubblica sui binari dello spirito della volontà dei Padri Costituenti.

Solo che lo fa sempre in ritardo (non per colpa sua, certamente).

E’ stato il caso dell’incostituzionalità di alcune parti della Legge Elettorale cosiddetta del “Porcellum”. Abbiamo accolto il ripudio della mancanza delle preferenze e della quantificazione di un esageratissimo premio di maggioranza con un sospiro di sollievo. Ma intanto un paio di parlamenti sono stati eletti con quei criteri, e i danni che hanno fatto non può cancellarli più neanche una cimosa imbevuta nell’acido cloridrico.

La legge 40 sulla fecondazione assistita è una delle pagine più buie della storia del Paese. La sentenza di ieri ne ha cancellate per sempre alcune parti. Ma la storia è piena di coppie che hanno affidato a gente senza scrupoli il desiderio di avere un figlio, e che si sono recate all’estero (magari raccondando una serie di balle ai propri familiari, come un periodo di vacanza da trascorrere in Ungheria, in Spagna o in Grecia -chi non vorrebbe visitare Budapest in pieno gennaio??-) dopo essersi sottoposte a cure con effetti collaterali non indifferenti, terrorizzate alla partenza per la consapevolezza di andare a commettere quello che per lo Stato italiano è un illecito e terrorizzate all’arrivo per doversi mettere nelle mani di medici che gestiscono strutture al limite della decenza e per dover pagare cifre molto importanti per poter sperare, tra gli ovuli donati da ragazze giovani e con problemi economici e sociali (nessuno dica che lo fanno gratis, ho cinquant’anni e non odo fiabe dall’età di bimbo che ebbi breve, come diceva Brancaleone da Norcia) o gli spermatozoi “conferiti” (ah, la meravigliosa asetticità della lingua italiana!) in stanzacce sporche che immagino tappezzate dalla solita dose media giornaliera di tette e culi su patinata.

Sono vite intere, in questo crocevia che immette in strade indeterminabili a priori, per cui la Consulta ha determinato la parola “fine”. Che è anche quella di tutti quelli che, fino ad oggi, non ce l’hanno fatta.

La Gabanelli, Report e la difesa preventiva di Sigfrido Ranucci

Ieri sera è andata in onda la prima puntata di “Report” della nuova serie.

La Gabanelli mostrava gambe tornite e bicipiti potentemente palestrati. Insomma, era in forma.

Tema della puntata erano gli interessi che gràvitano intorno alla tazzulella ‘e café che gli italiani bevono al bar e che accomuna tutti, da Bressanone a Pantelleria. Argomento più che decente. Io non bevo caffè in assoluto, ma l’inchiesta era vivace e ben calibrata per il ritorno alla ribalta della trasmissione più ingiustamente sopravvalutata della TV.

Il proemio, tuttavia, parlava della querela per diffamazione che il sindaco di Verona, Tosi, ha presentato alla Procura della Repubblica contro il giornalista Sigfrido Ranucci.

Il motivo del contendere non mi è chiaro. Ho provato a capirci qualcosa ma non ci sono riuscito. Ma in fondo il merito non conta, quello che conta è, al contrario, il fatto che la Gabanelli abbia costruito nella trasmissione una vera e propria difesa dell’operato del proprio giornalista.

Scrivono: “Report tratterà anche il caso del sindaco di Verona Flavio Tosi, che ha preventivamente querelato l’autore del servizio, Sigfrido Ranucci, accusandolo di voler costruire prove false contro l’amministrazione veronese. Il sindaco Tosi aveva fatto registrare Ranucci mentre stava svolgendo il suo lavoro d’indagine in merito all’esistenza di un video compromettente per il leader della Lega Veneta. Ma come sono andate effettivamente le cose?

Già, ci hanno spiegato come sono andate le cose. Ma hanno sfruttato il servizio pubblico per farlo.
Cazzo, io quando Liber Liber chiese il sequestro di questo blog mi difesi in modo legale e nelle sedi opportune. Non che la difesa del giornalista Ranucci in televisione, sia, di per sé, un atto illegale, tutt’altro. E’ un atto, appunto, inopportuno, perché il servizio pubblico lo pagano i cittadini. I cittadini, per la verità, pagano anche i tribunali e tutto quello che sottende allo svolgimento di un giudizio per diffamazione (ce ne sono centinaia di migliaia in tutta Italia).

La Gabanelli potrebbe dire, come ha già detto, che i costi della sua trasmissione non vengono coperti dal canone che pagano gli italiani, bensì dalle pubblicità trasmesse durante la trasmissione. E’ bello sapere che una redazione si può difendere davanti ai suoi spettatori grazie a un formaggino o a un detergente intimo.

Il cittadino comune al servizio pubblico non può accedere. E nemmeno alle pagine del Corriere della Sera.

LiberLiber e gli spot sul 5 per mille

Da qualche mese non vi parlo più di LiberLiber. Lo so, sono un totale infingardo. Ma visto che oggi mi sento molto diligente voglio riparare a questa piramidale nequizia e confessarvi che sì, sono d’accordo (in linea di massima) con quello che è stato scritto recentemente sul loro sito a proposito del 5 per mille e delle megapower della solidarietà che fanno pubblicità per invogliarci (o, peggio ancora, convincerci) a firmare sul riquadro apposito a favore di una partita IVA.

Credo sia l’effetto dei miei 50 anni che mi fa essere incredibilmente paziente anche con chi ha chiesto, in passato, il sequestro di questo blog (eh, sì!)

Dicevo che sono d’accordo con loro, eccezion fatta per un vistoso errore di grammatica (scrivono “Istituzioni, anche molto importanti e conosciute, chiedono ai cittadini di versargli il 5 per mille.” Ora, si dovrebbe scrivere “versare loro” e non “versargli“, e chissà che, a questo punto, non chiedano la formattazione a basso livello del server su cui è ospitato questo blog!).
E’ vero. Non bisogna dare il 5 per mille a chi compra spazi televisivi, sulla stampa e alla radio perché l’illegalità è dietro l’angolo. Scrive Marco Calvo: “L’Agenzia delle Entrate ha più volte ribadito che il 5 per mille va speso solo per le iniziativa umanitarie e culturali, non per gli spot.” Sacrosanto anche questo, ma bisognerebbe riuscire a dimostrare che del calderone di denaro raccolto dalle Onlus-Megapower quanto viene speso in pubblicità proviene dal 5 per mille (magari quello dell’anno precedente) e non, ad esempio, dalle dazioni volontarie o dai lasciti testamentari di chi crede in una determinata attività. Perché in quel caso l’azione, per quanto aberrante e priva di etica possa apparire ai nostri occhi, sarebbe comunque legale (e, si sa, non tutto ciò che è legale è anche “gradevole”).

Calvo conclude “Perciò scegliete liberamente il vostro beneficiario, ma se scoprite che ha acquistato spot in TV, radio, giornali, ecc. cambiate beneficiario!

E’ un ottimo consiglio etico (sono libero di dirlo e di definirlo così anche perché la richiestra di sequestro preventivo del blog firmata dallo stesso Calvo non è stata minimamente accolta dalla magistratura). Che, però non può e non deve esaurirsi con gli spot sui media succitati.

Inviare un messaggio e-mail non costa niente. O, quanto meno, costa pochissimo. Con un’inezia, e facendo ricorso a quelle manne dal cielo che sono i database di persone potenzialmente interessate (o perché una sola volta hanno preso contatto con quell’entità, magari per aver acquistato un mazzo di pisciacani gialli della solidarietà nella giornata mondiale per la prevenzione dell’alluce valgo, o perché i loro indirizzi e-mail sono stati rastrellati chissà dove sul web) si possono raggiungere risultati interessanti dal punto di vista economico.

Chiediamocelo chiaramente: chi avrebbe il coraggio di ricorrere al Garante della Privacy contro una associazione che si occupa di adozioni a distanza in Africa, o di allestire una mensa per i poveri, o di finanziare la ricerca sui tumori al pollice? Nessuno, ovvio.

Così come nessuno oserebbe pensare che Wikimedia Italia, pur facendosi pubblicità da sola, risulti particolarmente urticante nella riproposizione dei sempiterni temi dell’opportunità della partecipazione aperta all’enciclopedia più improponibile della storia.

E invece bisognerebbe farlo. Proprio perché quella modalità invasiva costituisce una violazione di quella stessa “etica” che dovrebbe caratterizzare chi percepisce il 5 per mille dell’Irpef.

Io lo sto facendo. E comincio con una assoiazione, a cui, come a LiberLiber, NON do il mio 5 per mille.

We are non liber, we are FREE!

Aruba: “E’ scaduto il 25 aprile”!

Ci sono quelli di Aruba che mi ricordano che il servizio di backup che ho pagato per questo blog (in pratica, una sorta di salvataggio-dati che mi permette di risolvere alcune rognette assortite) è scaduto il 25 aprile 2014.

Solo che siamo all’8 aprile. Come sarebbe a dire che “è scaduto”??

Quanto mi rompe i coglioni questo clima ansiogeno di ritorno!

Voglio dire, non potrebbero scrivermi “sta per scadere” o “la data limite per rinnovarlo è”? Al limite andrebbe bene anche “da consumarsi preferibilmente entro il…”

Sono contraddizioni involontarie del sistema computerizzato che ci sta annegando. L’importante è starsene ben bene con la testa fuori dall’acqua.

Il testo del fuori onda Toti-Gelmini su Berlusconi

G: Come sta il cavaliere, sta bene?
T: (…)
G: Meglio così, è parcheggiato.
T: Gli fa male dietro il ginocchio, non cammina.
G: Ah sì?
T: E’ con le stampelle, ma siccome non ha tanta forza…
G: Non si tira su
T: Il resto no, sta uguale. Sta…non sa cosa fare con Renzi…
G: Non ho capito.
T: Non sa cosa fare con Renzi
G: E lo so.
T: Perché ha capito che ‘sto abbraccio mortale ci sta distruggendo ma non sa come sganciarsi… è angosciato dal 10…
G: E certo.
T: Una de “La Stampa” di Torino mi ha detto che non gli dàno un cazzo neanche gli assistenti (affidamenti? ndt) sociali, gli dicono vada a casa, stia lì e non rompa i coglioni.
G: Sì è un consiglio perfetto.

Le omelie di Papa Bergoglio (forse!) – C’era una casa molto carina

Erra una cassa molt’occarína
sansa sophito, sansa cuchína
non si poteba entrarchi déntro
porque non chera il pabiménto
e non si poteba fare ‘ppipí
porque non chera basíno allí.

 

Eco, questa historia rracònta de una familia muy triste porque non poteba fare la pipì dentro al basìno.
E sapete perché? Perché el basìno non chera. Non ci abébano neanque el basino per una cossa tan estúpida como la ‘ppipì. E pensare che oghi ci sono i nonni che sofrono de la próstata.
Eco, ora dobiamo ésere tuti pronti a richévere il maraviglioso dono de la próstata!