Non già di Boschi abitatrice sembra (Torquato Tasso, Gerusalemme Liberata)

Càpita, a forza di gironzolare sul web, di trovare vecchi (beh, non proprio vetusti, ma questo avrà si e no una settimanetta buona) tweet e di tirarli fuori dalle brume dell’oblio a cui sono inevitabilmente destinati dopo poche ore. Qui Maria Elena Boschi se la prende con Di Maio per la sua indisponibilità a confrontarsi con Matteo Renzi, cosa che, per inciso, rappresenta quanto di più giusto Di Maio abbia mai fatto nella sua sconquassata e sfortunata vita politica piena di gaffe e di congiuntivi massacrati. Guardatelo questo tweet: ha un che di deliziosamente bambinesco. Si parla di mancanza di coraggio e di fuga (“scappi, eh??”) quando, più semplicemente, si è trattato di un semplice e doveroso rifiuto (con Renzi, notoriamente, non ci si confronta, da Renzi bisogna soprattutto scappare a gambe levate!), e a proposito di coraggio mi viene in mente che mesi fa, Maria Elena Boschi, sentendosi diffamata da un passaggio dell’ultimo libro di Ferruccio De Bortoli, annunziò querele per ogni dove, soprattutto in ambito penale. Ma di queste querele, fino ad ora, non esiste alcuna traccia. A cosa dobbiamo l’onore di cotanta imbarazzante assenza? Al fatto che questa supposta diffamazione non sussiste? Al fatto che la Boschi preferisce procedere nel solo ambito civile (ragion per cui i termini di conclusione della presentazione degli atti sono radicalmente diversi e più lunghi)? Non lo sappiamo. Sappiamo solo che su questo argomento la Boschi, fino ad ora, ha taciuto (è scappata??) e che dovremo aspettare degli anni per sapere come sarà andata a finire la querelle con De Bortoli. Giusto il tempo di dimenticarcene.

Il calvario di Anne Frank

AnneFrank1940

Nessuno tocchi il sacro volto di Anne Frank! Lo hanno deturpato per dirimere delle contumelie che riguardano la cosa più insulsa e inutile che abbiamo oggi in Italia, il calcio.

Una masnada di assassini della memoria, senza palle né sentimenti, ma dotata di una buona dose di ignoranza ha vestito con le casacche delle squadre di calcio gli abiti lisi della bambina simbolo dell’olocausto e ne ha fatto adesivi, appiccichini, posterini e volantini vari per denigrare la tifoseria avversa. Mi chiedo se questo sia uno scopo importante e mi rispondo tranquillamente di no.

Anne Frank non c’entra nulla con questi rigurgiti di intolleranza, eppure l’hanno di nuovo tirata in mezzo. Razzaccia di codardi invigliacchiti dall’anonimato.

Una volta a scuola si leggeva il suo “Diario”. Era una sorta di libro di lettura obbligato. C’era una meravigliosa collana della Einaudi che si chiamava “Letture per la scuola media” e c’erano dentro titoli bellissimi di autori straordinari. Ovvio che il diario di Anne era il best seller della collezione. Ce l’avevano tutti in casa. A scuola (la scuola media, ché alle superiori si dovevano leggere cose più difficili) c’era l’ora espresssamente dedicata al libro di lettura. E tutti tenevamo il fiato sospeso quando risuonavano le parole:

« …È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo che può sempre emergere… »

L’uomo, invece, è intimamente cattivo e Anne è stata ridotta così,

af

colpa di qualche sfaccendato smanaccatore col Photoshop, che magari si sarà anche beato del risultato finale della sua opera come se questo mondo illusorio del pallone, dei miliardi, delle fighe al fianco, delle carriere facili, abbia anche solo lontanamente qualcosa a che vedere con il nascondiglio di Anne, con i suoi scritti e con la sua tutto sommato irriducibile fiducia nell’essere umano.

Quell’essere umano che continua ad ucciderla ogni giorno.

Tutti professori con Wikiversità

wikiversita

Ultimamente, ve ne sarete resi conto, scrivo poco e navigo ancora meno. Giusto quel tanto che basta per aggiornare (con fatica) i social network e per fare una veloce rassegna stampa.

Tuttavia mi càpita spesso di imbattermi in siti nuovi. Alcuni sono fuffa completa, altri sono mediamente interessanti, tutti, comunque, sono talmente pieni di pubblicità da fare schifo. Così, quando uno si ritrova con un sito dalla grafica almeno almeno pulita e con un minimo (ma dico un minimo) di contenuti, un po’ si “ricrea”, come dicono da queste parti.

A meno che la scoperta non riguardi una delle ultime creature del contesto Wiki*.*, Wikiversità, uno dei figliocci di Wikipedia con il patrocinio dell’onnipresente Wikimedia Foundation. “Allora“, mi sono detto, più prevenuto che incuriosito, “andiamo a vedere cos’è questa Wikiversità“, che ha un nome così roboante da evocare aule enormi e polverose ripiene di studenti che ascoltano in silenzio le lezioni del luminare di turno.

Vediamo che cosa dice Wikiversità di se stessa:

Wikiversità è una comunità che ha come obiettivo la produzione e la diffusione di materiale didattico (lezioni, esercitazioni, attività guidate, attività pratiche, documenti audio, cataloghi di risorse digitali, etc.)“.

Ed è già il primo inciampo: Wikiversità non è un progetto, è una community. La creazione di materiale didattico è solo un obiettivo, non è un dato che costituisce la “cosa”, ed è comunque subordinata alla creazione di un gruppo di persone ipoteticamente interessate al progetto. Basta notare la differenza con l’autodefinizione di Wikipedia, la sua sorella maggiore:

Wikipedia è un’enciclopedia online, collaborativa e libera.”

Wikipedia, dunque, è un’enciclopedia. Non una comunità di persone che vogliono creare un’enciclopedia on line. La differenza può sembrare sottile ma è fondamentale. Nel caso di Wikiversità appare che l’obiettivo è sproporzionato alle forze: oltre 17.000 persone hanno collaborato al progetto per creare un sito con pochi testi ed argomenti completati. Mi si dirà che l’iniziativa è recente e che il sito ha bisogno di entrare in fase di rodaggio per poi spiccare il volo: vero, ma la montagna ha comunque partorito il classico topolino e da 17.000 volontarissimi, tutti pronti, lancia in resta, a spargere conoscenza per ogni dove, ci si sarebbe aspettati (sinceramente) qualcosa di più consistente.

E a proposito di contenuti, come dice il nostro lettore Baluganti Ampelio, “Cosa ci sarà scritto? Andiamo un po’ a vedere…”. E che cosa si va a vedere? Quello che si sa, evidentemente. Io sono laureato in lingue e letterature straniere, con specializzazione in lingua spagnola, indirizzo linguistico-filologico. E’ quello che ho scelto di studiare. Dunque ne so qualcosa. Per carità, sempre qualcosina rispetto a questi professoroni dell’università libera, ma insomma, me la cavo.

Andiamo alla pagina dell’alfabeto spagnolo. Qui si apprende che

“L’alfabeto spagnolo (alfabeto) è composto da 27 lettere (letras) e due digrammi.”

I digrammi in questione sarebbero CH- e LL- inseriti nello schema dell’alfabeto. Ma sono anni che CH- e LL- non ne fanno più parte! Una volta se volevo cercare su un vocabolario il verbo “llamar” dovevo andare alla sezione corrispondente della LL-, ma adesso, con la riforma, lo trovo regolarmente nella L- (e infatti i moderni vocabolari la LL- non ce l’hanno più. Stessa fine ha fatto la CH-, incorporata nella C-). Wikiversità è vecchia di almeno 10 anni!

Altro tema sensibile: gli accenti ortografici in spagnolo. Nella pagina corrispondente di Wikiversità, sono spiegati soltanto l’accento tonico e grafico e l’accento sulle parole tronche, piane, sdrucciole (e le bisdrucciole vengolo lasciate da parte). NON sono nemmeno accennati gli accenti sulle vocali deboli toniche in iato (che sono obbligatori, dunque la gente dovrebbe sapere come metterli) e, cosa assai importante, gli accenti diacritici, ovvero quelle parole che, se scritte con l’accento hanno una funzione grammaticale e se scritte senza ne hanno un’altra. E’ vero che la pagina dice di se stessa di essere solo una bozza, quindi di non avere velleità esaustive, ma si fanno, appunto, bozze di TUTTI gli argomenti che compongono una lezione. Si può accennare, certo, purché un accenno ci sia. Qui invece la trattazione è monca. Io ho scritto, molti anni fa, una specie di fascicolino proprio sul tema degli accenti in spagnolo. Siccome è una materia un po’ complessa pensavo che potesse essere utile. Si trova su classicistranieri.com ed è a disposizione di tutti, gratis. Sarebbe bastato a questi Docenti dell’università libera andarselo a consultare per trovarci qualche spunto per la loro dotta ed erudita disquisizione. E invece no. Fretta, fretta, bisogno ineludibile di pubblicare, creare contenuti, mettere in linea, Dio mio, ma che succede? Che accade se, invece di pubblicare l’abbozzo, lo tengo per me, e poi lo pubblico non dico quando è completo, ma quando ha almeno una parvenza di esaustività?

E se ho sempre detto che Wikipedia è pericolosa perché mette in campo la competitività tra i suoi membri, per cui chi corregge ne sa sempre di più di chi scrive, in una corsa al massacro che non trova uguali neanche nel mondo accademico vero e proprio, c’è da sottolineare come Wikiversità lo sia ancora di più, perché permette a ciascuno dei suoi utenti di sentirsi docente, di provare l’ebbrezza dell’insegnamento (capirai!), di sentirsi utili per la società degli utenti, di salire in cattedra, di pontificare sullo scibile umano, senza dare un minimo di bibliografia (gli argomenti di cui vi ho parlato io non ne hanno) o anche solo di link utili ad approfondire l’argomento. Questa più che un’Università è Hyde Park, dove un chiunque genericamente inteso può prendersi un bussolotto, salirci sopra e parlare ai passanti e dire quello che vuole senza particolari censure.

E so già che cosa state per dirmi: “Se hai trovato queste pecche, perché non contribuisci a migliorare l’università libera di tutti con le tue conoscenze e a metterle a disposizione dell’universo creato?” Risposta: perché nel caso degli argomenti che ho citato l’ho già fatto. E poi io non sono il censore dell’ignoranza altrui, ma guardo, vedo, noto e tutt’al più scrollo le spalle.

Ma voi state attenti che questa roba è pericolosa. Pericolosa davvero.

Il discorso del Re

re-felipe-spagna-675

Ya hay un español que quiere / vivir y a vivir empieza, / entre una España que muere / y otra España que bosteza. / Españolito que vienes  / al mundo te guarde Dios. / Una de las dos Españas / ha de helarte el corazón. (Antonio Machado)

Pesava il silenzio imbarazzante di Re Felipe VI di Spagna sui gravi accadimenti in Catalogna della scorsa settimana. Pesava talmente tanto che il Monarca, ieri sera, ha rotto gli indugi e si è fatto vedere in televisione dall’intera nazione spagnola per un discorso di quattro minuti in cui ha ribadito, parlando del referendum di domenica scorsa, che:

– si tratta di “un inaccettabile intento di appropriazione delle istituzioni storiche della Catalogna”;

– che le  autorità  sono state “sleali” mantenendo una “condotta irresponsabile” e che “si sono messe al margine del diritto e della democrazia”;

– che gli organizzatori “hanno voluto spezzare l’unità della Spagna”;

– che la consultazione “ha messo a rischio l’unità e l’economia del Paese”;

Non c’è stata una parola che fosse una per i feriti dalle cariche della Guardia Civil. Nessun accenno al dialogo tra istituzioni. Solo un richiamo generico alla Costituzione come legge fondamentale, evitando di far cenno che la Costituzione prevede che in caso di spinte scissioniste si interpelli preventivamente il presidente della Comunità Autonoma, o, in caso di diniego, si rimandi il voto alla maggioranza del Senato. Non c’è stato niente di tutto questo, solo quattro minuti di una imbarazzante adesione alle linee del Governo.

Non che ci si aspettasse di più. Il fatto è che ci si aspettava di meglio. E di meglio c’era anche quel “silencio estremecedor” che ha preceduto l’imbarazzante discorso del Re. Intellettuali come Unamuno (a cui doleva la Spagna come può dolere il cuore) si rivoltano nella tomba dell’oblio in cui questa Spagna “de charanga y pandereta”, come diceva lo stesso Antonio Machado, li hanno tristemente costretti.

140 caratteri saranno più che sufficienti per ciascuno di noi

twitter-2-1-900x670

La montagna ha partorito un topolino. Twitter ha annunciato l’implementazione, per le lingue europee più importanti (tranquilli, l’italiano sarà incluso), di una nuova piattaforma che permetterà di postare i singoli messaggi (i cosiddetti “tweet”) in 280 caratteri anziché gli attuali 140. Erano anni che il problema del limite troppo angusto delle comunicazioni del gigante del microblogging si faceva presente mediante le lamentele dei propri iscritti, ma è la prima volta che ci si mette una pezza: lo spazio raddoppia e, così, la possibilità di scrivere stupidaggini.

Funzionerà così: saranno visualizzati ancora solo i primi 140 caratteri del messaggio: per scorrerlo, o per leggere il resto, bisognerà cliccare su un link apposito. Almeno ci saranno la decenza e la prudenza di chiedere il consenso. Eppure 140 caratteri non erano un limite, ma la ricchezza di Twitter. In meno di un SMS dovevi trovare le parole giuste per dire quello che avevi in testa e attirare l’attenzione dei tuoi lettori. Se ci riuscivi, bene, altrimenti vaffanculo, il tuo tweet spariva nel dimenticatoio, come una sfoglia di carta igienica buttata nel cesso poco prima di tirare lo sciacquone (immagine volgaruccia ma efficace).

Come giustamente dice Gianluca Nicoletti in un suo (video)intervento su “ObliquaMente”, la sua rubrica per la versione on line de “La Stampa”,

“L’opulenza di spazio espressivo non favorisce l’intensità del concetto espresso. La forza di Twitter era l’allenamento che imponeva ai suoi utenti a cercare le parole più efficaci per lasciare tracce di sé, in un fiume di punti di vista di cui nessuno avrebbe sentito la mancanza.”.

Perché bisognava saper scrivere per creare un testo efficace. Bisognava conoscere l’italiano, trovare la parola giusta e breve per farsi ascoltare, come diceva De André, il tweet era una forma d’arte obbligata in uno spazio ristretto, come l’haiku. Naturalmente, il fatto che si trattasse di una forma d’arte non significa affatto che tutti i twitter fossero degli artisti: su un foglio bianco si può fare un bel ritratto o un pessimo scarabocchio. Oddio, non è che raddoppiando il numero di caratteri a disposizione si sia allargato poi così tanto lo spazio a disposizione, si tratta pur sempre di cinque righe striminzite, ma “più caratteri per tutti” non significa necessariamente messaggi di qualità o maggiore libertà di potersi esprimere: una stronzata resterà pur sempre una stronzata, ed è di questo che è fatto il web dei social network, di stronzate. Perché dovresti avere bisogno di 280 caratteri per accompagnare la foto di un gattino, l’immagine di un cuoricino, quella di un mazzo di fiori che non interesseranno a nessuno?? E se hai qualcosa di importante ed interessante da dire, non ti pare che 140 caratteri colpiranno di più l’attenzione di chi legge di una sbrodolatura da 280.

Anni fa (ma molti anno fa) Bill Gates disse che

“256 Kb. di RAM saranno sufficienti per ciascuno di noi”

poi i quantitativi vennero allargati a dismisura e oggi se hai 1 Gb di RAM fai ridere i polli. Cos’è questo cannibalismo informatico? In 140 caratteri non sei capace di esprimere un concetto?? Allora forse non sei in grado di utilizzare Twitter. Tutto lì.

Non lo userò il tweet extra-large. E così spero di voi.

C’è una rogna in Catalogna

concierto-camp-nou-06-2013

Quello che sta succedendo in Catalogna è, evidentemente, fuori da ogni logica.

Che un Presidente del Consiglio dei Ministri (o Capo del Governo che dir si voglia) autorizzi la Guardia Civil ad irrompere nei dipartimenti della Generalitat e ad arrestare 12 esponenti del governo locale di Barcellona con la accusa apparente di essersi attivati per lo svolgimento del referendum sulla secessione dalla Spagna è un fatto di una gravità inaudita che merita riflessione.

Io spero vivamente e con tutto me stesso che Josep Maria Jové e gli altri abbiano commesso effettivamente (e dopo essere stati giudicati colpevoli con regolare e sacrosanta difesa in tutti i gradi di giudizio, secondo quanto previsto dall’ordinamento legislativo spagnolo) dei crimini tali da giustificarne l’arresto in via preventiva e la detenzione in carcere in via definitiva. Lo spero, perché se così non dovesse essere quello di Madrid sarebbe da interpretare come un pugno di ferro inutile e dannoso per le libertà individuali e per l’ordinamento democratico.

C’è da impedire un voto che potrebbe destabilizzare l’ordinamento democratico spagnolo e che è stato dichiarato incostituzionale dalla Suprema Corte: nessuno mette in discussione la legittimità della decisione e, soprattutto, quella della Costituzione del 1978, frutto di estremi sacrifici e di una transizione non del tutto indolore da oltre 35 anni di dittatura; quello che è in discussione, e che discussione, sono i metodi. Là dove l’arresto di Jové sarebbe collegato alla sua attività nel lancio di siti internet che promuovono il referendum c’è veramente di che chiedersi se la realizzazione di un sito “a tema” su internet costituisca o no un crimine o non sia, piuttosto, l’espressione di quel diritto di parola che dovrebbe essere regolarmente riconosciuto a tutti i cittadini europei. E’ un crinale estremamente sottile, bisogna analizzare contenuti, espressioni, modalità, bisogna vedere se quel prodotto finale costituisce o no una minaccia per l’unità dello Stato, così come stabilita nella già citata Costituzione del 1978. E tutto questo può farlo un giudice terzo, in un processo, con libertà e serenità di giudizio. Non un governo centrale, in via preventiva, e in tutta fretta perché, si veda il caso, il primo ottobre (data fissata dai secessionisti pero lo svolgimento del referendum) si avvicina, e con modalità sicuramente antidemocratiche.

Il quotidiano “El País” ha pubblicato ieri un editoriale agghiacciante che, oltre ad essere sacrosantamente a favore del mantenimento dell’ordinamento della (giovane) democrazia spagnola, ha difeso i metodi del governo Rajoy (per la verità piuttosto discutibili) e si è dichiarato a favore della democrazia (già, e chi non lo è?).

L’articolo 155 (1) della Costituzione spagnola dice chiaramente che se una Comunità Autonoma non ottempera alle obbligazioni imposte dalla Costituzione o da altre leggi, o dovesse agire in modo da pregiudicare gravemente l’interesse della Spagna, il Governo, previo interpello al Presidente della Comunità e, in caso di non adesione, con la maggioranza assoluta del Senato, potrà adottare le misure necessarie per obbligarla al compimento forzoso delle obbligazioni suddette (l’ho tradotta così come mi veniva, non sto a riguardarla, non ci ho messo nemmeno le virgolette, vi metto l’originale spagnolo in nota). Qui non c’è né l’interpello preventivo né tanto meno la maggioranza del Senato. Eppure ci sono stati degli arresti, e anche se sette persone sono state rilasciate, altre risultano ancora in regime di privazione della libertà personale.

Nel frattempo migliaia di studenti occupano l’Università di Barcellona per protestare contro gli arresti, e arriva la dichiarazione del cantante catalano Joan Manuel Serrat che afferma che il referendum “non è trasparente”.

Ma c’è solo da augurarsi che il 1 ottobre non accada di peggio.

(1) Si una Comunidad Autónoma no cumpliere las obligaciones que la Constitución u otras leyes le impongan, o actuare de forma que atente gravemente al interés general de España, el Gobierno, previo requerimiento al Presidente de la Comunidad Autónoma y, en el caso de no ser atendido, con la aprobación por mayoría absoluta del Senado, podrá adoptar las medidas necesarias para obligar a aquélla al cumplimiento forzoso de dichas obligaciones o para la protección del mencionado interés general.

Benvenuti nel club!

grillo-dimaio-640x427

L’altro giorno mia figlia (perché non so se vi ho già detto che 17 mesi e mezzo fa mi è nata una figlia) giocherellava, buttandoli allegramente all’aria, coi libri e coi DVD di Beppe Grillo che ho pazientemente accumulato in oltre un decennio.

Nel rimetterli a posto ho provato un po’ di nostalgia, per i tempi in cui Grillo scopriva Skype e insegnandoci ad usarlo ci diceva “possiamo mandarli a casa domattina” (s’intende quelli di Telecom), oppure di quando c’era “La Settimana”, un foglio volante da stampare con i post più interessanti del blog e da lasciare nei punti strategici frequentati dall’occasionale lettore (lo studio del dentista, la libreria di turno, oppure darlo al giornalaio perché lo infilasse nei quotidiani venduti), oppure quando ci fu il V-Day, con la partecipazione di personaggi della cultura e dello spettacolo, e fiumare e fiumare di persone nelle piazze. O di quando Marco Travaglio aveva la rubrica fissa al lunedì alle 14 in streaming sul blog. O anche di quando il blog di Beppe Grillo lo scriveva veramente Beppe Grillo e non era in mano a ghostwriter, rappresentando così un filo diretto tra il pubblico e chi ne portava il nome.

Erano, soprattutto, i tempi dell'”uno vale uno” e del “via i pregiudicati dal Parlamento”. E mi ricordo che per candidarsi alle elezioni politiche con il M5S bisognava avere la fedina penale pulita. E che nemmeno Grillo poteva candidarsi essendo stato (allora) condannato solo per un reato colposo (adesso ha una collezione di sentenze per diffamazione che tra civile e penale gli hanno cambiato un po’ il quadro della situazione).

Solo che da adesso, per correrer alla candidatura di premier per il Movimento, si potrà anche avere qualche caricuccio pendente. Roba di poco conto, s’intende, non reati gravi (ma, appunto, in base a che cosa si stabilisce che un candidato è in attesa di giudizio per un reato grave? Non si sa), giusto, anche lì, una diffamazioncina, giusto il tempo ed il modo di far venir fuori il nome di Luigi Di Maio e poterlo candidare alla corsa (che, poi, voglio dire, finora è anche l’unico a correre). Il Grillo di 10 anni fa una cosa del genere non l’avrebbe mai fatta. Quello di oggi, si vede, ricorre anche a dei compromessi.

Ora, sia chiaro, Di Maio è solo indagato, e il reato di diffamazione non è neanche tra i più gravi. E’ ben difficile che si arrivi a processo, considerato che il 3 agosto scorso è entrata in vigore la norma sul risarcimento e la limitazione della portata del danno, per cui con un po’ di soldi (che a Di Maio non dovrebbero mancare) si può arrivare al non luogo a procedere. Wikipedia non ha neanche aperto a carico di Di Maio l’odiosetta sezione “Procedimenti giudiziari”, che invece viene mantenuta anche a chi è stato nel frattempo assolto, come Mastella).Quindi stiamo parlando veramente di punture di zanzara, ma che come tutte le punture di zanzara danno fastidio soprattutto quando in fondo alla corsa c’è il traguardo della poltrona di presidente del consiglio dei ministri. Perché sono cose che ti obbligano a cambiare, rivedere e rimodellare i regolamenti anche in controtendenza (Grillo usava molto spesso questa parola nei suoi spettacoli migliori) a quello che hai fatto finora. Ma a Di Maio sono stati perdonati errori, gaffes e pendenze giudiziarie che altri avrebbero pagato a caro prezzo.

Di Maio, nel frattempo, ha accettato la candidatura a premier imposta dall’alto. E lo credo bene. Io, più semplicemente, ho rimesso a posto i libri e i DVD di Grillo che mia figlia ha fatto pazientemente cadere dallo scaffale sul pavimento,  e ora aspetto che li metta a soqquadro di nuovo.

Storia breve della Graziella sull’Autostrada e del poliziotto che finì sospeso

poliziotto

Sulla Torino-Bardonecchia un extracomunitario è stato fermato mentre stava procedendo in bicicletta. Il poliziotto che lo ha fermato lo ha ripreso in un filmato della durata di 51 secondi in cui si sentono, tra le altre, queste parole che riporto così come le ho trovate sul sito della agenzia ANSA (toh, poi dite che non vi dico le fonti di quello che scrivo!): “Risorse della Boldrini, ecco come finirà l’Italia: tutti su una Graziella in autostrada a comandare” “Voi che amate la Boldrini, voi che avete voluto questa gente di m… in Italia. Goditi questo panorama. Voi e tutta la Caserma: guardate qui. Un tipo che pedala sulla Graziella pensando che sia una strada normale, con le cuffiette in testa. Fosse arrivato un camion e gli avesse suonato, manco se ne sarebbe accorto. Condividete signori, condividete”. Lo hanno più che giustamente sospeso dal servizio. Nonostante questo sulle pagine dei quotidiani nazionali, sui forum, su Facebook, Twitter e quant’altro, che hanno riportato, rimbalzandola, la notizia ci sono opinioni, commenti e tweet di tenore sentitamente opposto. Cioè, per i lettori, il poliziotto non solo avrebbe fatto bene a dire quello che ha detto e fare quello che ha fatto (incluso l’insulto a un’alta carica dello Stato) ma che avrebbe dovuto meritare addirittura un encomio.

La notizia ormai è vecchia, ma i commenti restano sempre lì a dimostrare che gli hashtag #iostocon… sono in agguato, e che noi siamo un popolo in cui la normalità si è ormai definitivamente persa. Voglio dire, che un poliziotto che invece di reprimere un comportamento illecito e pericoloso, come quello di andare in bicicletta in autostrada, gioca a fare Spielberg creando un video per la diffusione a una serie indeterminata di soggetti, in cui getta discredito sulle più alte cariche dello Stato (dimostrando di non saper distinguere tra la carica in sé e la persona che quella carica ricopre), poi è normale che venga sospeso. Ma me lo aspetto che venga sospeso. Perché la normalità è questa. Se ti permetti queste uscite mentre sei in servizio, a svolgere una funzione per la quale sei pagato coi soldini di tutti il minimo che possa pioverti addosso è una bella lavata di capo dai superiori. E non c’entra niente la libertà di opinione che sarebbe andata a sparire. Quella ce l’hai sempre e comunque, il web è pieno di dipendenti pubblici che hanno il loro blog, la loro chat list, la loro pagina Facebook e il loro account Twitter. Ma un’offesa è un’offesa, e questa fiumana di gente che batte le manine perché le piace stare dalla parte di chi fa le spalle larghe pare non l’abbia nemmeno tenuto in considerazione. Ma davvero che cosa pensava la gente, che gli regalassero una medaglia al valore?

Il web è diventato questa tragica desolazione, lo sfogatoio di gente che non sapendo di non aver ragione non sa più dove andare a dire ciò che pensa, “tanto sul web si può”, “tanto in rete è tutto permesso”, “tanto siamo su Facebook, mica nessuno mi farà qualcosa”, “ma no, dài non succede niente”.

E’ vero, non succede niente. Finché non succede qualcosa.

Vacuna

bambino-vaccino

E i vaccini?

Già, i vaccini…

Vedete, io sono un inguaribile costituzionalistista (se solo “costituzionalista” non significhi, giustamente, tutt’altro), nel senso che mi piace la Costituzione e tutto quello che c’è scritto dentro.

Tra le cose che mi piacciono della Costituzione c’è il principio che nessuno può essere obbligato a ricevere una determinata cura se non la vuole. Che siano le trasfusioni di sangue dei Testimoni di Geova o il ricovero in ospedale dopo un incidente. E qualcuno di voi mi dirà che sono contrario all’omeopatia. Sì, infatti stavo giusto parlando di libertà di curarsi, e l’acqua fresca non è una cura. Sia chiaro.

La vita ci appartiene inderogabilmente. E’ cosa nostra e ne facciamo quello che vogliamo, da sempre e per sempre, e così è per la salute. In questo senso considero il ddl Lorenzin sull’obbligatorietà dei 10 vaccini per i bambini che andranno a frequentare la scuola elementare una violenza inaudita al nostro sistema giuridico, ai diritti di ognuno, e al ruolo genitoriale.

Perché i figli sono nostri almeno finché non compiono i 18 anni di età. Qualcuno dice neanche prima, ma è un’altra sorta di polemica. Decidiamo noi per loro finché non sono in grado di autodeterminarsi. E qui si tratta di scegliere su una categoria di farmaci che non possiamo dire “perfetti” e che in certe condizioni possono dare effetti collaterali di gravità variabile. Il punto sta proprio qui, se io, per mio figlio, sono disposto a correre il rischio di questi effetti collaterali del farmaco, di qualsiasi tipo esssi siano. Può anche trattarsi di una lieve febbricola, ma il punto è questo, se io non sono disposto a che mio figlio sia esposto alla febbricola, il vaccino non glielo faccio, punto e basta. Non c’è nulla di altro, di più, di diverso da tutto questo. E’ ovvio che mi assumo io tutte le resposnsabilità, sia che mio figlio si ammali, sia che in conseguenza alla mancata vaccinazione si ammalino altri. Ma questo è tutto. E non può e non deve esserci altro.

Io ho una figlia. Deve vaccinarsi. Prima di farla spunturare ho deciso di andarmi a cercare un po’ di informazioni in rete, come immagino facciano svariati genitori. Oh, non ho trovato nulla di quello che cercavo. Non se quel vaccino che deve fare mia figlia è obbligatorio oppure no, quali sono i suoi effetti collaterali e qual è la loro incidenza nella casistica dei vaccinati. I casi sono due, o trovo informazioni del tutto inutili, ma tranquille e alla valeriana, che mi rassicurano che proprio non c’è nessun pericolo, o trovo parole di fuoco di antivaccinisti invasati e decisi a tutto che vogliono farmi rendere conto (probabilmente pensano che io non sia in grado di farlo da solo) che i vaccini sono veleni e che c’è, al contrario di tutto quello che si dice, una stretta correlazione tra vaccini e autismo, e io che ho una bambina ho una paura fottuta dei terrorismi di qualunque razza o religione siano. E poi si trovano le esternazioni di Budroni. Che sono un’altra cosa e di cui mi piacerebbe occuparmi sul blog se solo non avessi una paura micidiale delle sue querele. E a questo punto il problema non diventa più che io non sappia consultare un motore di ricerca in generale e Google in particolare, qui si tratta di qualità dell’informazione in rete che non è all’altezza delle aspettative dell’utente, siti in confronto ai quali questo blog diventa un fiore di purezza e di onestà.

Non è con l’obbligo di legge che si crea una coscienza della salute. In Finlandia il 98% della popolazione è vaccinato e non sussiste nessun obbligo. E gli interessi economici in gioco sono molti, ed è facile farli lievitare sulla pelle dei nostri figli che non possono dire nè ài nè bài. L’emendamendo dell’obbligo di vaccinazione per docenti e personale medico è stato ritirato e, per ora, basterà produrre un’autocertificazione sullo stato vaccinale degli individui. Sarà la porta d’ingresso del più grande falso in atto pubblico della storia della Pubblica Amministrazione.

Massimo Corsaro a Emanuele Fiano: “le sopracciglia le porta per coprire i segni della circoncisione”

corsaro

E’ una storia di ordinario parlamento. Massimo Corsaro, Gruppo Misto, manda un commento via Facebook con cui ha insultato ed attaccato il deputato del PD Emanuele Fiano, reo di essere il primo firmatario di una proposta di legge che tende a (re)introdurre i reati di apologia di fascismo (come il saluto romano, ad esempio), una delle poche cose buone che stia facendo il PD -e dàgli e dàgli ci è riuscito- fino ad ora. Il commento recita: “Che poi, le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione…” ed è un chiaro riferimento all’appartenenza culturale e religiosa di Fiano.

Ora, e qui non ci son storie, l’insulto al credo (religioso, filosofico, morale, culturale o politico) inteso ad attaccare la persona è sempre da condannare, proprio perché esula dalle questioni di merito e va a finire su caratteristiche della persona che nulla o quasi dovrebbero avere a che fare con la discussione, ammesso che di discussione, a questo punto, si possa parlare.

Poi se ne esce Renzi tutto pomposo con un tweet in cui lancia l’hashtag #iostoconlele chiedendo contemporaneamente le dimissioni di Corsaro (dimissioni che, naturalmente, sa già che non potrà mai ottenere): da qui la tendenza modaiola-piddina dell’emulazione l’ha fatta da padrona. Tutti i pezzi grossi del Partito hanno scritto parole di comprensibile solidarietà, solidarietà che è arrivata anche da personaggi fuori dal PD come lo stesso Marco Cappato, recentemente rinviato a giudizio per l’aiuto al suicidio di Dj Fabo. Bene. Voglio dire, prevedibile ma bene. Un po’ patetica la scia di emulatori del capo che, come il pifferaio di Hammelin, ha tirato fuori lo zufolo e loro a corrergli dietro incantati come tanti topolini al seguito, ma va ancora bene.

Ce ne fosse UNO, dico UNO che abbia chiesto a Emanuele Fiano di fare una cosa semplice e certamente alla sua immediata portata: querelare Massimo Corsaro. Sono tutti e due partlamentari della Repubblica e hanno tutti i mezzi (non solo economici, voglio dire) per poterlo fare. Perché la solidarietà a colpi di hashtag non basta. Non può e non deve bastare. In un contesto in cui si legifera, certe questioni personali vanno risolte a fil di legge, se no è sempre il solito dài, vieni qui, fatti abbracciare, ma com’è successso, oh, ma che cose orribili che ha detto, hai tutta la mia solidarietà, sei un grande, sei un mito, vai avanti così, tè, ciapa sü…

Perché è chiaro, è tutto “raccapricciante”, “doloroso”, “vergognoso”, un “gesto senza scusanti”, “volgare”, “disgustoso”, ma una volta che si è detto e si è stabilito questo che si fa? Benissimo, è solo Emanuele Fiano che può decidere se querelare o no chi l’ha offeso e nessun altro al di fuori di lui è può darsi benissimo che la sua risposta (rispettabile) a tutto questo sia mettersi a lavorare al progetto di legge contro l’apologia di fascismo, magari lontano da tutto questo chiasso che si sta facendo contro la sua persona. Rispettabile, anche se non condivisibile. Ma l’episodio mi ricorda il caso di Laura Boldrini che per rispondere ad alcuni insulti ricevuti su Facebook li mise in prima pagina per mostrare quanto crudele fosse la gente. E sinceramente non vorrei che questa logica perdente avesse a ripetersi. Sarebbe veramente troppo.

Vaccinazioni obbligatorie anche per operatori sanitari, socio-sanitari e scolastici. Anzi, no, non ci sono soldi.

vacciniobbligatori

Era stato preannunciato con tanto di grancasse e tamburi battenti: tra le categorie per cui i vaccini dovranno o dovrebbero essere obbligatori figuravano gli operatori sanitari, socio-sanitari e quelli scolastici. Cioè gente che fino ad ora stava benone (anche perché molti di loro -quelli sanitari- gli effetti dei vaccini li conoscono molto bene e col cavolo che si sono vaccinati) e che è stata individuata come portatrice di possibili malattie infettive a discapito di quell'”immunità di gregge” che già nel nome ci vuol tutti pecoroni e proni alle disposizioni governative e parlamentari. Nulla, non se ne fa di nulla, perché la commissione bilancio, sentito il parere negativo della Ragioneria dello Stato, ha stabilito che non ci sono quattrini sufficienti per decaimmunizzare medici e professori, maestri e assistenti sociali. La Binetti ha replicato che l’emendamento sarà riproposto alla Camera (già, ma se non ci son soldi cosa si ripropone?), la Lorenzin sottolinea che in Senato non c’è un dibattito serio e degno di questo nome (ma dài??) e qualcun altro dice che i dindini vanno trovati per forza (già, ma com’è che qualcuno ha promosso un emendamento senza nemmeno prendersi la briga di domandarsi se c’è o non c’è la copertura finanziaria?). E’ questa la gente che ci vuole immunizzare e io sono piuttosto inquieto.

Marco Cappato rinviato a giudizio per l’aiuto a Dj Fabo

cappato

“Così lo impiccheranno con una corda d’oro/è un privilegio raro/rubò sei cervi nel parco del re/vendendoli per denaro” (Fabrizio De André, Geordie)

E siamo all’assurdo che in uno Stato (rappresentato da un pubblico ministero) che chiede allo Stato (rappresentato dal Giudice per le Indagini Preliminari) di archiviare la posizione di Marco Cappato per aver aiutato a morire con dignità Dj Fabo o come lo vogliono chiamare, solo accompagnandolo in Svizzera, in una clinica dove tutto questo è possibile, lo Stato dica di no, che si farà a un processo e lì Marco Cappato si difenderà. “Il processo“, scrive Cappato nell’amaro tweet di oggi che dà la notizia ai suoi sostenitori “sarà anche l’occasione per processare una legge ingiusta“. Purtroppo o per fortuna, Marco, in Italia si processano le persone, non le leggi. Quelle si applicano, e finché non sarà il legislatore a porre mano al testo di revisione di leggi già esistenti. E fa certo bene avere dei sostenitori, tanta gente vicina. Ma la gente che ti dà una pacca adesso, stasera si siede a tavola con la sua famiglia e non ci pensa più (“anche se piangeranno con te/la legge non può cambiare“). Sono ben altro dalle vite che vengono poco a poco centellinate ed erose in un’aula di giustizia. Anche tu “cercavi giustizia ma trovasti la legge“.

L’estate è la stagione delle diffamazioni

marco

due

 

Anche un blog ha i suoi modi, tempi e ritmi che si ripetono puntualmente ogni anno con ciclica spregiudicatezza.

L’estate è la stagione delle diffamazioni. Non si sa perché ma d’estate i lettori, soprattutto quelli occasionali (ma anche quelli che passano di qui più volte durante l’anno e sentono il bisogno di togliersi qualche sassolino dalla scarpa), avvertono come irrefrenabile l’impulso di sentirsi offesi per qualcosa che io ho soltanto scritto e di vomitare nella colonna dei commenti (adesso arricchita da qualche tempo da quella espressamente dedicata ai lettori di Facebook, per cui le possibilità di schiaffeggiarmi vefrbalmente raddoppiano) una serie di insulti e frasi insolenti a libero andare senza che ci sia la benché minima correlazione con quello che scrivo. Voglio dire, parlo di De André, di diffamazione, di omeopatia, di Livorno, di qualunque altro cazzo che gli si freghi? Non importa, sono comunque e sempre uno sfigato, un imbecille, un povero idiota che scrive per pura frustrazione (perché prendere in considerazione l’ipotesi che uno quelle cose le pensa veramente, non esiste, nevvero??). De André (tanto per fare un esempio a caso) usa la musica di Telemann per una delle sue canzoni più famose? Sono un povero ignorante. Lo scrivo?? Sono un “emerito coglione”. E’ proprio vero, il “blog” arriva. Arriva fino nelle pieghe dell’animo, punge, non lascia indiffrerenti, come invece dovrebbe. Perché un’opinione è un’opinione, dovrebbe lasciare il tempo che trova, dovrebbe passare e andare. Siamo contorniati da opinioni, tutto è opinione e modo di vedere un fatto (o, si veda il caso, un’altra opinione ancora), non dovrebbe esserci nulla di strano. E invece no, e invece, come nelle migliori tradizioni, si prende di mira non già quell’opinione, ma chi l’ha espressa. Sparando a zero, senza dire nulla (ma proprio nulla) sull’argomento che in quel momento si trattava, no “sparagli ora e dopo un colpo sparagli ancora”, tanto si sa, è il regno di internet, quello dove tutto è possibile, quello dove nessuno ti dice niente, quello dove puoi sfogare tutte le tue frustrazioni, il mondo in cui puoi dire quello che, probabilmente, non diresti a nessuno nella vita reale. E poi Facebook, vogliamo mettere? E’ l’arena degli scontri fra gladiatori del web più cruenti e malati di protagonismo che possa esistere: no vax contro Burioni, M5S contro PD, che male c’è se, occasionalmente, si rifila anche uno schiaffo incidentale al primo che passa, solo perché ha un blog e, giustamente, lo usa per scrivere quello che pensa lui? Ma come si permette, dicono Lorsignori, ad essere così indipendente, sfacciato e sfrontato dinanzi alla massa che sfoga le proprie frustrazioni su Instagram, Facebook e Twitter e se le suona di santa ragione? Diciamone qualcuna anche noi a questo qui, tanto il massimo che ci può accadere è di avere un po’ di notorietà e visibilità vita natural durante, perché tanto che vuoi che ci succeda e, soprattutto, chi vuoi che ci cancelli?

E’ vero, cancellare non cancello nessuno. E in quanto a succedere non succederà certamente nulla, ma mi sembra di avere un obbligo morale nei confronti di me stesso, e cioè redigere una querela cumulativa che verrà cortesemente ma fermamente archiviata nei confronti di queste tre persone che per ora sono identificate più che altro da un indirizzo IP. Poi, come disse quel tale, si vedrà. Può darsi che succeda tutto come non succeda nulla. Però il mio blog non è lo sfogatoio dei vostri pruriti turpiloquiali e offensivi che, la prossima volta, mi farete il sacrosanto piacere di andare a svuotare altrove.

Ah, se non amassi così tanto i miei cari e fedelissimi lettori!

Festeggiate la giornata internazionale del bacio!

Leonid Beznev e Erich Honecker

Leonid Beznev e Erich Honecker