Questo Natale si è presentato come comanda Iddio

Il Papa ha detto che il mondo ha bisogno di tenerezza. Gentile da parte sua, ma ci aveva già pesato Ernesto “Che” Guevara almeno 40 anni fa a dirci che bisogna vivere “senza perdere la tenerezza”. Non è una questione di ideologie, ma di paternità. Anche alle parole si può fare la prova del DNA per accertarne la genesi.

Così, il Natale catto-consumistico che volge al termine oggi, ha mostrato la sua vera essenza. Con una aggiunta. Assieme al messaggio e alla benedizione Urbi et Orbi del Papa abbiamo ricevuto il messaggio di Girone, il marò che scrive dall’India e, naturalmente, trova spazio su tutti i giornali italiani.

Ora, per carità, sta soffrendo e sarebbe anche l’ora che gli venisse contestato uno straccio di capo di accusa, così saprebbe da cosa doversi difendere. Su questo non può e non deve esserci alcun dubbio. E’ lontano dalla famiglia, siamo d’accordo, non è potuto rientrare per le vacanze di Natale, ed è triste, ma la nostra solidarietà ai marò deve fermarsi qui e non deve andare oltre.

Non dobbiamo dimenticare che sono due persone sospettate di avere sparato su due pescatori (che la loro famiglia non la rivedranno mai più) e la diffusione del testo di questo messaggio da parte delle agenzie contribuisce ad aumentare  quell’effetto di straniamento che ci colpisce quando parliamo della vicenda dei marò. Personalmente non sono sospettato di avere sparato su nessuno e mi fa piacere pensare che se io avessi scritto un messaggio del tenore di quello di Girone le agenzie di stampa lo avrebbero tranquillamente ignorato. E certamente iniziare il messaggio con “Tanti Auguri di Buon Natale a tutti coloro che credono nella Santità di questa ricorrenza” è stata una svista terrificante, perché lo Stato è composto anche da quei cittadini che non ci credono. E a loro niente auguri? Per non parlare del Buon Natale “alla gente bisognosa”, “a tutti i bambini che non possono ricevere calore”, “a coloro che per scelta, professione o missione aiutano il prossimo in difficoltà”. Sembra davvero un messaggio papale. Perché ecco quello che mi fa profondamente indignare: questo alone di santità che prelude a un (pre)concetto di innocenza per cui i santi non possono essere colpevoli.

Io non lo so se sono innocenti o no, come loro aspetto che si tenga un regolare processo in India. Ma nel frattempo mi esimerei dall’esternare messaggi di questo tipo, perché poi i processi possono concludersi anche con una condanna, e questo Natale si è veramente presentato come comanda Iddio.

(*) Il titolo del post è tratto dal primo atto di “Natale in casa Cupiello” di Eduardo De Filippo.

Undicesimo: non guardare!

No, non l’ho visto Benigni, sono ancora abbastanza preconcezionista da potermelo permettere.

C’è un sacco di gente sui social network che è andata sproloquiando sul fatto che Benigni, se non ti piace, lo puoi tranquillamente ignorare guardando qualcos’altro. Io tra un po’ non ho nemmeno una televisione decente, figuriamoci.
Ma chi lo dice è chiaramente in mala fede. Perché il messaggio non è “Non ti piace Benigni, cambia canale!” ma “Se non ti piace Benigni è una posizione legittima perché purtroppo viviamo in una democrazia, mi basta che tu non venga a turbare le mie opinioni che, invece, sono entusiastiche”. Ovvero “A me piace Benigni e lo dico, e te a cui non piace Benigni stai zitto”.

Non l’ho guardato, ve l’ho detto. Ciò non ha impedito a Benigni di combinare un sacco di danni lo stesso.
Il primo è che grazie a lui si sono svegliati tutti biblisti. Gente che non sapeva distinguere il Deuteronomio da un salame aquilano da stamattina pontifica sui sacri testi che, voglio dire, dovrebbero solo abbassare la cresta.
Il secondo danno è quello che risiede nell’illusione che ha il pubblico di aver udito dei ragionamenti originali. A me i dieci comandamenti me li faceva imparare Don Vellutini al catechismo, ed eran nocchini nel capo se poi non li sapevo. Voglio dire, tanto per fare un esempio, “Onora il padre e la madre” lo conosciamo tutti, ma, guarda caso, Benigni non ha parlato dei padri e delle madri che non onorano i propri figli al punto di ammazzarli. “Onora il tuo assassino” potrebbe essere un comandamento Benigni-compliant? Che poi la gente che l’ha applaudito è la stessa che vorrebbe vedere alla forca la mamma del piccolo Loris e allora di che cosa stiamo parlando?
Il terzo danno mi ripugna un po’ farlo presente, ma lo faccio lo stesso: nella scuola pubblica ci sono insegnanti di religione (di ruolo e/o precari) che lavorano un’ora alla settimana per classe. Generalmente vengono anche presi per il culo, ma hanno appena il tempo di entrare, sedersi, raccontare due cose, andare nella classe a fianco e ricominciare. Guadagnano dai 1200 ai 1600 euro al mese. Sono anche nominati dalla Curia Vescovile, quindi sono doppiamente controllati (dal Vescovo e dal Dirigente Scolastico): combina qualcosa che non sia “in linea” e ti scordi di lavorare nella scuola pubblica.
Quanto meno per una questione di mero rispetto per chi lavora in questo settore (e potete immaginare quanto sia lontano dal mio modo di pensare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole) il servizio pubblico che paga centinaia di migliaia di euro un comico per fare una lezioncina di religione questa se la poteva risparmiare.

La Divina Commedia, la Costituzione, i Dieci Comandamenti, son tutte cose che Benigni non ha scritto e quindi la smetta di sguazzarci dentro come se fossero sue. O, quanto meno, quando ci recita il conte Ugolino alla televisione, abbia la bontà di far scrivere sul titoli di testa: “Testi originali di Dante Alighieri”. Perché, in fondo, che ha fatto? Ha solo espresso una lettura (tra le migliaia possibili) di questi testi. Un punto di vista. Nel 1983 sparava battute (quelle sì, esilaranti) come «Perché si chiama Democrazia Cristiana? Perché vogliono fare i furbi. Democrazia va bene, ma Cristiana? Perché? Come se io, per prendere i voti degli elettricisti, mi chiamassi Democrazia Elettrica.» Ed ha finito per fare uno show altamente democristiano, con le storielline, la morale e l’insegnamento. Per l’amor del cielo, va bene, ma andava ancora meglio ai tempi del Sacchetti e del Novellino; questo “miscere utile dulci” sa di Medioevo, quando i predicanti raccontavan le novelle al popolino per farlo star buono o per rafforzare in lui l’idea della fede (magari anche pregonizzando qualche sorta di castigo divino che male non faceva). E poi pigliavano anche qualche offerta, in natura o in denaro.

Sicché jersera ho pensato che quel tempo in cui Benigni stava lì salterellando e ripetendo parole iperbòliche come “Bellissimo” “Meraviglioso”, “Fantastico” e via divineggiando, potesse essere impiegato meglio leggendo un libro. Così ho fatto e così spero di voi.

(Per la redazione di questo post mi sono servito di alcune idee di Dalia Collevecchio e Roberto Scaglione)

Mamma

La mi’ nonna Angiolina mi diceva sempre “Un ti devi fidà’ nemmeno di tu’ mà’ cane!”. Del resto, cosa volete, la mi’ nonna Angiolina era una persona fine, dai modi delicati e dall’eloquio forbito.

Per noi italiani la mamma è un simbolo, di più, è sacra, assume un alone incontrastabile di intoccabilità: “mamma, sei tu la vita e per la vita non ti lascio mai più”, “Portami a ballare”, “Di mamme ce n’è una sola” (ce n’è una sòla??), “Una mamma fa tutto per il bene dei figli” (questa poi è bellissima).

Cioè, si diventa mamme e tutto è lecito e permesso. Devono aver inventato l’extraterritorialità delle genitrici. Quante volte abbiamo sentito frasi come “Una mamma certe cose le sente!” (non si sa bene cosa, ma una mamma le sente lo stesso, una suora, una ragazza, una donna nubile evidentemente no! Uno a zero e palla al centro.) Oppure “Nessuno ti vuole bene come la tua mamma”, altra locuzione terribile, perché si dà per scontata l’incapacità di amare di un marito, di una moglie, di un compagno, di una fidanzata e perché no, del figlio che abbiamo a nostra volta.

Sono tutte balle, ma noi non ce ne accorgiamo. E comunque diamo sempre per assodato che una madre agisca sempre per il bene. Mai per il male. Non importa che tramesti nel cellulare del figlio per vedere chi è la donzella di turno che lo distoglie dalle caserecce attenzioni (che comunque è sempre una troia per definizione), o che quando il pargolo ha l’influenza lo costringa a sorbirsi inutili brodaglie della donna (perché se una mamma ha deciso che una cosa ti fa bene non ci sono santi, ti fa bene e basta).

Poi succede il black-out, il corto circuito: le mamme possono uccidere. “Ma io non penso che una mamma possa arrivare ad uccidere il proprio cucciolo!!” Ah no?? E perché mai?? Cosa glielo impedisce? Tu, che oltretutto usi una parola orribile come “cucciolo” per indicare un essere umano, ma non ti vergogni a trattare tuo figlio in questo modo? Se lui è un cucciolo tu cosa sei, una leonessa? Un’orsa?? Una tigre??? Una iena????
“Dio mio come mi fa incazzare la gente che non vuol capire…” diceva Giorgio Gaber. Quando si sente dire qualcosa c’è sempre qualcuno che dichiara “Era una mamma molto attenta nei confronti dei suoi figli”. E si vede, che diamine!

Ma sì, continuiamo pure a difendere queste assassine con argomenti inoppugnabili come “E’ impossibile, una mamma non lo farebbe mai”, troveremo senz’altro un giudice pronto a darci ascolto, ad assolvere la rèa e a cancellare tutto il male dal mondo pur di ricongiungere un figlio (felicemente supersite e virtualmente orfano di madre) alla sua genitrice, e a me mi sa tanto che aveva ragione ma la mi’ nonna Angiolina.

Pork Day

Un grido continuo, straziante e spaventoso si sta diffondendo in questi giorni per le campagne d’Abruzzo.

Di casa in casa, di porta in porta, di dolore in dolore, come la strage dei primogeniti descritta nell’Esodo, come la strage degli innocenti di Erode. E’ il “Pork Day”, giorno di sangue, giorno di sgozzamento del porco, mattanza, strage. Perché nei giorni dell’Immacolata lu porc’ s’ha d’accije e non ci son santi che tengano.

La bestia, quando viene avvicinata per essere costretta, di lì a poco, a sognare le sue ultime ghiande, sente che la vita sta per sfuggirgli e che quel suo mondo ristretto di fango, trogolo, merda e grugniti dovrà lasciarlo restituendo al padrone tutto quello che in un anno gli è stato somministrato sotto forma di mele marce, avanzi, pannocchie di granturco, rifiuti, màgna, màgna, màgna porc’ che poi c’è chi mangia te.

Per il momento in cui il porco passerà a miglior vita tutto deve essere pronto. L’abbigliamento deve essere il più dozzinale possibile, ma caldo, perdìo, perché l’inverno si avvicina. Quindi saranno privilegiati vecchi indumenti di flanella a collo alto e con la cerniera, utili soprattutto perché il grasso della malabestia andrà ad impregnare le fibre e, reagendo chimicamente con il sudore che impregna le ascelle dell’uccisore o dello spezzatore, restituirà nell’ambiente un inconfondibile e persistente odore di rancido.

Nulla deve essere lasciato al caso durante il Pork Day. Una volta che l’animale avrà levato al cielo il proprio supplicante ultimo grugnito dev’essere squartato, eviscerato, sgrondato del sangue e appeso per un giorno. C’è anche chi va a vederlo, come se si trattasse dell’ultima visita al caro estinto nella cella frigorifera dell’obitorio.

Poi la spezzatura. Il maestro spezzatore (che dalle mie parti era lo zio Nicola) ha con sé tutti i coltelli perfettamente affilati e prima della sua incisione iniziale nelle carni si accerta che non manchi niente. Il sale in primo luogo, ed esistono dispute di  carattere filosofico-culturale sul fatto che sia migliore il sale dei monopòli di Stato che ha comprato lu cumpare Ninucc’ piuttosto che quello acquistato al supermercato dallo zio Berardo che ha avuto l’”occasione”. Si devono avere, inoltre, pepe e peperoncino in abbondanza, con spargimento di starnuti e lacrimazioni a iosa. Perfino sulla scorza d’arancia (che serve per le salsicce) c’è poi da ridire, chè troppo aromatica nun va ‘bbona e troppo legnosa nemmeno.

Così, quella che era una besta grugnente e senziente viene trasformata in cibo da conservarsi per tutto l’anno. Particolare cura dovrà essere tributata al prosciutto e alle lonze, perché dovranno essere fatti assaggiare agli ospiti di riguardo una volta stagionati, in ossequio alla tradizione che vuole che si instauri una sorta di gara tra vicini di casa che fanno a chi ha il prosciutto più buono, quello meglio stagionato, no troppo pepe, il tuo non si è asciugato bene, come ti permetti, ritira le parole, chè il prosciutto è la parte più nobile del porco, e sentirsi dire che non è venuto bene è un’offesa che si lava col sangue. Figuriamoci poi se si guasta! Un prosciutto guasto, in Abruzzo, è segno premonitore di sette anni di carestia, nove di siccità e vento freddo dal Gran Sasso per tutta la vita a congelare i pensieri.

Le salsicce si dividono in salsicce di carne (quelle con la suddetta arancia), salsicce di fegato e salsicce di cotica.
La salsiccia di cotica è la più delicata delle tre. Si mischia la carne magra con la cotica raschiata e sbollentata (ma non deve risultare troppo molle, se no fa schifo, anzi, sotto i denti deve mostrarsi “tostarella”), sale, pepe e peperoncino (sì, ci vogliono tutti e due!) ma se sbagliano le dosi lo spezzatore abruzzese si farà hara hiri, perché segreto di una buona salsiccia di cotica è l’equilibrio tra gli ingredienti e quella consistenza un po’ collosa. La tragedia massima per è quella di rinvenire un peletto del compianto porco nel salsicciame, il che vuol dire che le cotiche non sono state pulite a dovere, onta & disonore!
Quanto alla salsiccia di fegato, anche qui ci sono due scuole di teologia di orientamento opposto, c’è chi dice che sono migliori quelle del teramano, ma il mi’ nonno Raffaele (sì, perché ciavevo anche un nonno Raffaele io) batteva tutti: salsiccia di fegato aquilana, bella stagionata, col peperoncino tritato grossolanamente e una puntina di aglio. Ti faceva sentire il paradiso.

Lo spezzamento deve per forza di cose esaurire tutte le energie di chi vi partecipa. Se non rientri a casa stramazzato dalla fatica non hai reso al porco il giusto tributo alla sua misera vita. E quando ti sdrai sul divano stremato a guardare il TG Regionale condotto da Donatella Speranza, pensi che sì, è proprio il caso di “rimetterlo”, lu porc’, ovvero di comperare la bestia che andrà ad ingrassare per un anno intero e sostituire la buonanima.

Màgna, màgna, porc’!

Al chiaro di luna con Wikipedia

Sicché la pagina di Wikipedia di oggi è quella dedicata alla Sonata cosiddetta “Al chiaro di luna” di Ludwig van Beethoven. Comincia così:

La sonata per pianoforte n. 14 in Do diesis minore, denominata dal compositore “Sonata Quasi una fantasia”, più comunemente nota sotto il nome di “Chiaro di luna” (soprannome attribuitogli del critico tedesco Rellstab), (…)”

Allora, qui si capisce che si sta parlando di UNA sonata (femminile) a cui è stato attribuito un titolo. La sonata, quindi, è un complemento di termine. E quando il complemento di termine è femminile il pronome personale corrispondente è “le”, non “gli”. “Le do una caramella” (a Lucia, a Gianna, a Ada, a Emma, a Ambra…) e “Gli do una caramella” (a Asdrubale, a Nedo, a Ampelio). Dio mio, ci vuol tanto??

Scrivono un’enciclopedia, nientemeno, e sbagliano la grammatica? Usano termini dozzinali come “soprannome” per un titolo. E poi pretendono di parlare di cadenze, di semibiscrome, di temi principali e secondari, di pedali, di misure e di quant’altro.

Diranno: “Ma se qualcuno ha sbagliato è tanto facile, basta correggere!” Sì, ma la maestra delle elementari queste cose le avrà pur spiegate. O magari loro erano assenti e ci dobbiamo sentir dire che la colpa forse è solo nostra?

Roba da URP

IO: “Buongiorno, gentile utente, in che cosa posso rendermi utile?” (1)

UTENTE: “Sono venuta a riprendere mio figlio.”

IO: ["Con la cinepresa?" (2)] “Oh, sì, in quale classe è??”

UTENTE: “Non lo so…”

IO: “Cioè?? Non sai che classe frequenta tuo figlio??” (2)

UTENTE: “…adesso lo chiamo col cellulare così me lo faccio dire.”

IO: “Ma non si può, gli alunni non possono ricere telefonate in classe!”

UTENTE: “Ma il permesso gliel’ho dato io!!”

(giuro, è successo a me)
(1) Citazione cólta e buon per chi l’ha còlta!
(2) Che bello sarebbe stato rispondere così!

Lo zerovirgola di Wikipedia

Vi sarete chiesti “Ma il Di Stefano com’è che non parla più di Wikipedia?” Eccomi.

Scrivono Lorsignori: “La comunità di Wikipedia in lingua italiana è composta da 1111422 utenti registrati, dei quali 7892 hanno contribuito con almeno una modifica nell’ultimo mese” Ma ho letto bene?? Questo vuol dire che 7892 x 100 fa 789200 e che diviso 1111422 fa 0,73. Il che significa che nell’ultimo mese a Wikipedia ha contribuito SOLO lo 0,73% degli utenti registrati. Che, voglio dire, non solo è un dato, ma lo scrivono anche.

Ora, sicuramente ci saranno altri dati da aggiungere a questo striminzito zerovirgola, ad esempio quello degli utenti non registrati, ma quelli non li conosciamo (la Wikipedia in italiano non ne parla). E poi io, che sono notoriamente un puro, sono portato a pensare che se uno si registra a Wikipedia lo fa perché è interessato a partecipare al progetto in maniera un po’ più sistematica (perché se deve solo inserire una correzione e via lo può tranquillamente fare da utente comune), ma lo 0,73% in un mese è una cosa che fa pensare sulla tanto decantata “partecipazione collettiva”.

E andando via di conti (mi hanno insegnato a farli, o cosa ci volete fare??), ci sono 1159851 voci sulla Wikipedia italiana. Quindi quasi 147 (146,96 per l’esattezza) pagine per ogni utente registrato attivo nell’ultimo mese. Un piccolo esercito (in fondo quelli di San Marino e della Città del Vaticano sono numericamente più esigui) che ha a che fare con 147 pagine per ogni soldato. 147 pagine che trattanmo di argomenti di ogni tipo, dalle lettere alle arti, dalle scienze all’antropologia, dalla medicina alla stregoneria, dalla geografia alla storia. Tutti emeriti tuttologi.

O, se vogliamo vederla sotto un diverso punto di vista, vuol dire che in un mese viene aggiornata una media di una pagina ogni 147 (certo, ci sarà l’utente registrato che ne aggiorna due o tre, ma, appunto, c’è oltre il 99% di utenti registrati che non ne aggiorna nessuna) e allora di che cosa stiamo parlando? Di un enorme pachiderma che dorme e che vive solo delle proteine che il proprio tessuto adiposo gli proporziona.

La banconota da 300 euro

C’è un racconto di Mark Twain (ma cosa ve lo racconto a fa’? Sapete assai voi!) che si intitola “La banconota da un milione di sterline”.

Parla di una banconota (il massimo della logica!) del valore di un milione di sterline (ma va’?) che due eccentrici signori acquistano alla Banca d’Inghilterra per metterla in mano a un poveraccio che vive di stenti ed espedienti. Con una scommessa: uno dei due pensa che il meschino avrebbe avuto difficoltà a cambiare quella banconota, e che la sua vita sarebbe ulteriormente peggiorata perché nessuno si sarebbe fidato di un vagabondo che portasse in dote tale valore, l’altro, invece, assai più ottimista, pensava che negozianti e venditori gli avrebbero comunque spalancato le porte facendogli credito sulla fiducia.

Ora non v’illudete, non mi ricordo niente di come finisce la storia (a parte il fatto che il malcapitato si fidanza) che lessi quando ero poco più che infante.

Però ci ho ripensato leggendo di quella retata storica di falsari associati a delinquere che gestivano il 90% del denaro falso circolante nel mondo (sono quegli annunci esagerati delle forze dell’ordine. Se fosse vero il 90% delle banconote false nel mondo dovrebbe sparire, e invece no). Sono riusciti perfino a stampare una banconota (falsa perché inesistente) da 300 euro, spacciandola a un credulone tedesco. Che gliel’ha regolarmente cambiata! Ora, per pensare a una banconota, realizzarla, stamparla, portarla in Germania, abbindolare un ghiozzone e farsela cambiare vuol dire che non si è dei criminali incalliti associati a delinquere di stampo danaroso, vuol dire che si è dei geni (cos’è il genio? E’ fantasia, intuizione, colpo d’occhio e rapidità di esecuzione). Questi della banconota da 300 euro (realizzata peraltro in ùnice copia, chè le opere d’arte non si duplicano, nossignori) sono riusciti a superare un genialità perfino il cavalier Antonio Trevi che vendette la fontana romana omonima a un boccalone americano, con la spalla di Nino Taranto che parlava in fiorentino. QUesta è gente che non dovrebbe andare in galera, dovrebbe essere messa a disposizione della Guardia di Finanza e delle forze dell’ordine per debellare il rimanente 10% mondiale di traffico di denaro falso, esattamente come gli hacker arrestati aiutano i sacerdoti impegnati CONTRO la pedofilia (ce ne sono, pochi ma ce ne sono, non è che tutti la praticano!)

Ulteriore beffa: nella retata è rimasta impigliata anche la mamma della bambina di Caivano precipitata da un balcone del proprio palazzo dopo essere stata abusata sessualmente. Un pesce piccolo, perché le è stato imposto soltanto il divieto di dimora. Si ipotizza che comperasse diversi quantitativi di soldi falsi che poi rivendeva ad altri che le spendevano in negozi, supermercati, e viandare. Trasmissioni come “Chi l’ha visto” e “Quarto grado” ne avevano fatto un po’ l’icona della purezza e della semplicità, una giovane mamma che ha perso la propria figlia in circostanze così tragiche e misteriose era preda da telecamere, adesso del caso non parla più nessuno.

Saranno cose da prima pagina, ma la genialità napoletana non si mette in galera!

Cinquanta sfumature di grigio

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Ho vinto un milione alle quattro di notte

Maledetti loro. Ora ti rompono i coglioni anche alle quattro di notte con gli SMS (che tanto ormai non li usa più nessuno, tutti a uozzappàre) che ti dicono che hai vinto un milione, che gli è andata bene a loro che io la suoneria dei semmèssi la tengo regolarmente spenta, ma ti può venire anche un infarto, così, in piena notte, a sentire squillare il telefono che uno pensa chi può essere a quell’ora (cospettone!). E’ spamming estremo, hard-spam, roba che avrebbe mandato in sollucchero il Marchese De Sade. Uno si sveglia di soprassalto e si vede recapitare un coso che gli dice che deve mandare i suoi dati a una casella di posta elettronica (su Gmail, poi, ma chi è che crede a queste stronzate??) per avere un milione di euro. E poi, magari, qualcuno mezzo rincoglionito dal sonno glieli manda pure: un milione di calci in culo.

Lettera aperta a William Di Marco per i lettori di Eidos

Caro William,

seguo spesso i tuoi interventi su “Eidos”. Mi ripropongo altrettanto sovente di intervenire, ma i propositi restano tali grazie alla mia proverbiale pigrizia. Oggi mi sento più diligente.

Mi pare che il tuo paragone del governo Renzi con il teatro popolare pregoldoniano di fine ’600 sia ingeneroso nei confronti di questa forma d’arte (il Barocco è soprattutto caricatura!). Mi sembra, piuttosto, che per modalità espressive, pose e vacuità di contenuti ci si possa più appropriatamente riferire alle televendite urlate da imbonitori pronti a vendere un set di pentole o una termocoperta con bicicletta in omaggio ai primi cinquanta che telefonano.

Renzi non è stato eletto, è stato imposto a tavolino come sostituto  di Enrico Letta. Non ha alcuna forma di legittimazione elettorale se non, probabilmente, quella che gli deriva dalla sua ex carica di sindaco di Firenze (e solo quella). E’ un signore che si vanta del fatto che il suo partito abbia conquistato il 41% alle europee, dimentico che in Italia si governa con le politiche. Ha chiamato “riforma” quella che è una vera e propria amputazione democratica, l’abolizione del Senato della Repubblica per come lo conosciamo, allo scopo di “risparmiare”. Ma sulla democrazia, così come sull’istruzione e sulla sanità, non si risparmia. Il bicameralismo perfetto è uno strumento vitale per garantire la legittimazione degli atti parlamentari, e come tale lo vollero i nostri padri costituenti.

L’abolizione dell’articolo 18 (portata a compimento dopo aver ascoltato sommariamente le parti sociali) ha coinciso con la stagione forse più oscura degli scontri tra polizia e operai. E a confrontare quello che guadagna un operaio con quello che guadagna un poliziotto, non è esagerato parlare di guerra tra poveri.

E poi la scuola. Gli insegnanti si sono visti di nuovo congelare per un anno gli scatti di anzianità (e, quindi, di esperienza) che permetterebbero loro di avere una maggiore retribuzione e, conseguentemente, uno stile di vita migliore. E’ stato uno dei primi annunci della preraffaellita ministro Madia, ma poi si è preferito parlare dei gelati che mangia, e anche questo è un indice di come i mezzi di distrazione di massa facciano dimenticare immediatamente le notizie più importanti preferendo loro valange di giornalismo-spazzatura.
E la scuola ha bisogno, certo, di basare la sua crescita sul merito. Ma nessun ministro, tra quelli che citi, ha mai saputo codificare -né si è azzardato a farlo- i criteri oggettivi per cui un insegnante “merita” più di un altro. Perché questo limiterebbe quella libertà di insegnamento sancita dalla Costituzione stessa, per cui un insegnante non può dirsi meno bravo se fa lezione in classe rispetto a quello che accompagna gli alunni ai viaggi d’istruzione.

Stiamo assistendo ad uno sfascio istituzionale senza precedenti nella storia della Repubblica. Dobbiamo sporcarci tutti un po’ le mani (possibilmente d’inchiostro) se vogliamo uscirne indenni. Questi spunti sono solo un piccolo contributo alla discussione con i tuoi lettori.

Un caro saluto

Valerio Di Stefano

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I furbetti della prescrizione

Noi italiani abbiamo un retto senso della giustizia. Buon sangue non mente, giacché precede dalle ceneri del Verri e del Beccaria.

Per noi una persona è colpevole quando viene pronunciata la sentenza definitiva, ma se una donna muore siamo lieti di trattare da assassino il marito prima ancora della sentenza definitiva di cui sopra, perché tanto uno che ha quella faccia lì non ci piace. Per noi una circostanza non significa necessariamente responsabilità penale: uno che tradisce la moglie non è necessariamente il suo assassino, ma se lo fosse saremmo tanto, ma tanto più contenti.
Noi italiani, se veniamo raggiunti da un avviso di garanzia non facciamo altro che dichiararci “sereni”, dimentichi del fatto che la serenità è il vizio dei colpevoli e che quando hai un procedimento penale pendente sul capo sei tutto meno che sereno. Noi italiani abbiamo una cieca fiducia nell’operato della magistratura e siamo sicuri che in qualsivoglia frangent  saprà fare del proprio meglio per accertare la verità e ristabilire la giustizia. Ma ci incazziamo se alla fine di un processo qualcuno viene assolto.

Dunque il processo cosiddetto “Eternit” si è concluso con la prescrizione e, quindi, senza che gli imputati venissero condannati. Tuttavia è stata riconosciuta la loro responsabilità oggettiva rispetto ai fatti che venivano loro contestati.

La prescrizione è un istituto giuridico sacrosanto. Vuol dire che lo Stato rinuncia a perseguire un furto di una scatoletta di tonno in un supermercato dopo un certo lasso di tempo perché arivati a quel punto quel furto non interessa più, ce lo siamo dimenticati, e se non siamo stati capaci di perseguirlo per tempo, buon per l’imputato che la farà franca e che, nel frattempo, si spera abbia smesso di sgraffignarsi le scatolette.

Voi mi direte che nel caso del processo “Eternit” non si tratta di scatolette di tonno, lì è morta della gente. E’ vero. Ma allora com’è che sono stati indagati, rinviati a giudizio, condannati in primo e secondo grado e prescritti in cassazione gli imputati del procedimento per “disastro ambientale”? Siamo sicuri che questo capo di imputazione sia esattamente quello che si confà alla fattispecie di reato commessa? Cioè, non è che se io ammazzo (per colpa o dolo) una persona e poi do fuoco al cadavere mi indagato per incendio doloso, no, mi becco l’imputazione per omicidio e per distruzione di cadavere.

Senza contare che a rassicurare i parenti delle vittime è arrivato lo stesso Guariniello, comunicando che una successiva indagine porterebbe a un Eternit-bis, le cui contestazioni di addebito si trasformerebbero in omicidio volontario, reato che non ha prescrizione.

E farlo prima no, eh?

Perché la procura in tutti questi anni non ha trovato elementi a favore di ipotesi di reato più gravi? E dov’è, dove risiede lo spettro della prescrizione se non in una gestione quanto meno disattenta dell’interesse dei cittadini a veder assicurati alla giustizia gli imputati, alla fine di un giusto ed equo processo?

Renzi, da buon tennista della politica, ha colto subito la palla al balzo. Con la logica del “ghe pensi mi”, cara al suo alleato di sempre, Berlusconi, ha comunicato che il governo delle Illustri Costituzionaliste e delle mangiatrici di gelato riformerà la delicata materia della prescrizione in men che non si dica e che i maramaldi saranno assicurati alla giustizia. E’ solo uno show propagandistico, come è logico, perché se c’è una categoria a cui la prescrizione sta bene così com’è è proprio la classe politica.

Grasso e la Boldrini faranno in modo che si siano i tempi per la discussione, dimenticando che alcune proposte di legge in materia giacciono nei cassetti degli uffici delle due Camere in avanzato stato di decomposizione.

Il punto non è cambiare i tempi di prescrizione, quello sono buoni tutti a farlo. Il punto è fare in modo che i processi possano concludersi in tempi che garantiscano al Paese la certezza della pena.

E uno strumento potrebbe essere proprio quello di rinsaldare la responsabilità dei magistrati per negligenza, dimenticando che non è possibile che se le cose vanno bene il merito sia dei giudici, mentre se le cose vanno male il demerito non sia di nessuno.

Tre tozzi di pan secco

Tre tozzi di pan secco
in tre strette tasche stanno
in tre strette tasche stanno
tre tozzi di pan secco.

(scioglilingua infantile)

Il mio fornaio ha trovato un modo semplice ma efficace per aumentare il commercio e, quindi, i guadagni.

Oltre a servire il pane caldo appena sfornato alle cinque del pomeriggio, lo vende a fette.

Cioè, tu vai lì, gli dici “Vorrei tre fette di pane” e quello ti dà tre fette di pane precise. Che, se proprio la vogliamo vedere tutta, è il coronamento di quello che Beppe Grillo individuava come la madre di tutte le ricchezze, ossia la possibilità che hanno i paesi stranieri come la Germania di avere il gommino del tergicristallo anziché dover cambiare tutto il pezzo.

Il mio fornaio può venderti anche una sola fetta di pane, se la vuoi e se gliela chiedi.

Già. Ma chi è che va dal fornaio a comprare una o anche solo tre fette di pane? Ieri ho visto una signora che, per carità, non era neanche tanto male in arnese, insomma, aveva un aspetto più che normale e decente. Ha chiesto tre fette, ha pagato e se n’è andata. Che ne so, forse aveva famiglia. O forse no. Forse abita da sola.

Magari, come dice mia moglie (che trova sempre l’aspetto positivo in tutte le cose), voleva semplicemente comprare del pane fresco e non farlo indurire. Già, ma tre fette son tre fette comunque si rigiri la frittata. Dio mio, questa signora non prevede neanche di fare colazione con pane e marmellata il giorno dopo, o di pucciare un po’ di mollica nel sugo se deve fare la scarpetta o intingere nel tuorlo dell’uovo fritto. E non ha nessuno, che so, un figlio, un nipote, una vicina di casa con cui condividere questo centellinare di spesa?

La tristezza a volte ha un aspetto discreto e un borsellino in cui tintinnano poche monetine.

L’affare Vivaldi e Sacred Music di Federico Maria Sardelli

Dunque è arrivato! “Sacred Music” è l’ultimo lavoro discografico di Federico Maria Sardelli, dell’Ensemble Modo Antiquo e dell’Accademia dei Dissennati (circostanza sulla quale, peraltro, non nutrivamo dubbio alcuno).

Tutta musica sacra, tutta musica barocca, tutta roba scritta nel XXI secolo. Perché Federico Maria Sardelli si incazza assai se gli chiedete come sia possibile scrivere musica barocca ai nostri giorni. E ha ragione, benché mi dia parecchia noja essere costretto a dargliene. La musica barocca è un corpus vivo e filologicamente di estrema attualità. Per dirla in termini di nobile informatica, è “open source“, se ne conoscono le specifiche, gli stilemi, le strumentazioni, le modalità operative e di messa a testo. Chiunque può riprenderli e farci quel che gli pare. Ed è esattamente quello che fa Federico Maria Sardelli. Né più né meno. Sicché smettetela di rompergli i coglioni, chè sarebbe anche capace di tirarvi un raudo fischione a’ pie’.

E c’è di bello, in questo disco, che è stato completamente finanziato col sistema del crowdfounding, o come cazzo si chiama. Ci sono persone che hanno profondamente creduto nel progetto del Sardelli di incidere la sua produzione sacra su CD (per l’etichetta di quegli zuzzurelloni della Brilliant) tanto da mettere le mani al portafoglio ed autotassarsi affinché questa maraviglia potesse esistere e andare nelle mani di que’ gagaroni che lo avrebbero comprato. Ci sono anch’io nella lista. Sono più o meno a metà della terza colonna. Guardate:

La cosa buffa è che su Amazon il CD lo pagate 7,03 mentre gli MP3 vi costano oltre 9 eurini, ma, si sa, c’è gente che ama che le venga fatto del male.

E siccome l’Eruttivo non si fa mancare niente, presto uscirà per Sellerio il suo primo romanzo, intitolato, neanche a dirlo “L’affare Vivaldi“. Non sarà esattamente quello che si dice un giallo “barocco” (ammesso che questa definizione abbia una sua produzione letteraria specifica, mi sa di no, per quel che mi consta) in quanto alternerà all’ambientazione vivaldiana capitoli ambientati nel Novecento, ma se ci sarà qualcosa di barocco nell’opera del Sardelli è proprio la costruzione (a partire dal numero dei capitoli, 12), l’arrivare all’assolutamente semplice attraverso il mezzo di ciò che è assolutamente complicato. E in questo non c’è genere letterario più barocco del giallo, dove il narratore può permettersi il lusso di pigliare per il culo il lettore come più gli aggrada attraverso spirali e contorcimenti di una realtà originariamente lineare.

Ora basta perché secondo me ho scazzato anche troppo. Al Sardelli vada l’augurio di imperituro successo e, suvvia, anche di una bella dose di strizzoni di pancia.

Le condizioni del cadavero

E lo so cosa pensate voi, maramaldi, quando vedete che segnalo un errore. Che sono cattivo (io?), che non devo prendermela con quello che appare un refuso (ma non lo è), eh, ma tu non sbagli mai?, e va beh, un errore ogni tanto può scappare su, tutto va bene, anziché parlare di sciatteria.

L’errore che vi propongo oggi è di quelli da manuale. Su un articolo pubblicato su Tiscali a proposito di Elena Ceste (ve ne ho parlato alcuni articoli addietro) si legge la parola “cadavero” al posto di “cadavere”.
Non è un refuso, tanto per cominciare, perché la o e la e sulla tastiera sono sufficientemente distanti.
E’ una “regolarizzazione” involontaria. Siccome in italiano la maggior parte dei nomi maschili finisce con la -o, allora un nome maschile che finisce con la -e viene sentito come scorretto e si ripristina la versione che si ritiene giusta, e invece non lo è. Ho sentito dire “limono” per “limone”, ed è lo stesso procedimento per cui De André usa “brigadiero” al posto di “brigadiere” in “Don Raffaè’”.

Ma c’è di più: “cadavero” (o, meglio, la forma più greve “catàfero”, con le sorde al posto delle sonore) è parola cara al personaggio camilleriano di Catarella, e grazie agli sceneggiati televisivi è entrata nell’immaginario dell’italiano medio. Tanto immaginario che ha contaminato un giornalismo di massa non proprio da “Internazionale” ma pur sempre giornalismo.

Ovvia, son proprio soddisfatto.