Laura Boldrini e il finanziamento pubblico ai partiti

Era un bel po’ di tempo che non parlavo più di Laura Boldrini.

Era diventata, per me, poco più di una passante che ti urta o ti pesta un piede. Ti fermi, le dici di stare più attentina la prossima volta perché guarda l’ il callo, poi riprendi la tua strada, mastichi qualche bestemmia e dopo altri tre o quattro passi ti sei già dimenticato del nome e del viso di chi si era posto impunemente in mezzo al tuo passaggio.

Invece rieccola, la Boldrini, con un tweet che denuncia la sua (personalissima, s’intende) preoccupazione per l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. E lì ti càscano i diociliberi, perché la prima cosa che ti si stampa nella mente come un flash è che nel 1993 si è votato un referendum proprio sullo stesso tema e che la maggioranza degli italiani si espresse a favore della cancellazione dell’odioso prelievo politico dalle tasche dei cittadini. Successivamente l’infida consuetudine fu reintrodotta con vari nomi e nomignoli su cui è doveroso stendere un velo di pietà.

Quello su cui, no, non bisogna stendere alcun velo è il fatto che una persona che occupa un’altissima carica dello Stato  dimentichi questo dato fondamentale di democrazia diretta e non si voglia piegare a un elemento evidente che deriva dall’esercizio diretto di diritti sacrosanti sanciti dalla Costituzione.

Perché la Boldrini è così contraria all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti? Semplice, perché un “sistema democratico deve garantire a tutti l’accesso alle cariche pubbliche”. Oh!
Ma il sistema è democratico proprio perché chi viene votato maggiormente ha maggiore possibilità di accesso alle cariche pubbliche, chi viene votato di meno avrà una rappresentanza minore e di controbilanciamento (altri la chiamano “opposizione”), sono secoli che funziona così e nessuno ci vede niente di strano, a parte la Boldrini che è stata candidata alla Camera con un partito che da solo non sarebbe riuscito a vedersi rappresentato e che ha dovuto coalizzarsi con il PD, ma questo inciucio le ha permesso di essere eletta allo scranno più alto di Montecitorio.

La cosa che desta particolare meraviglia non è tanto il fatto che ci si limiti a manovrare la materia del finanziamento pubblico ai partiti dalle stanze buie e polverose del palazzo (ora lo so cosa mi risponderebbe la Boldrini: “Parli per sé, nel mio ufficio non c’è nemmeno un granello di polvere!”), ma che queste esternazioni vengano scritte, così, senza pensarci troppo, magari fidando nel fatto che su Twitter uno scritto ha, solitamente, vita breve.

Ma noi abbiamo la memoria lunga

La libreria al buon romanzo

“Spiacenti, ma non abbiamo più il libro di Valérie Treirwieller MA ci restano opere di Balzac, Dumas, Maupassant etc…”

Sono cartelli simili a questo quelli che sono apparsi sulle porte d’entrata di parecchie librerie francesi all’indomani dell’uscita del libro-scandalo di Valérie Treirwieller sui suoi primi e unici sei mesi all’Eliseo con François Hollande, uno degli sputtanamenti libresco-presidenziali periodici di cui da Lady Diana in poi ci hanno fatti avvezzi.

Nocciolo del messaggio: “Noi gli autori li vendiamo TUTTI, però guardate che ce ne sono di molto più interessanti nella nostra letteratura nazionale e, volendo, si possono anche leggere.”

Ora ve la immaginate una libreria che esponesse un cartello simile in Italia? “Guardate, ci dispiace, il libro di Bruno Vespa è andato esaurito, ma ci restano delle edizioni (peraltro economiche) di Italo Svevo e di Alessandro Manzoni”.
Quella libreria chiuderebbe in tre ore. “Ma come, è finito Vespa? E magari non hanno più nemmeno Francesca Bosco, Federico Moccia, Susanna Tamaro, Alessandro Baricco… come faccio io stasera ad addormentarmi senza l’ultimo di Sveva Casati Modignani?? No, no, via, via, ma quale Svevo e Manzoni??”

L’umorismo dei francesi non è per niente sovrapponibile alla nostra ottusa permalosità, è per questo che loro sono lontani anni luce e noi siamo ancora fermi ai francesi che s’incazzano e ai giornali che svolazzano.

Ora ci càa l’orso!

Qualcuno sbaglia le dosi di un anestetico e l’orsa Daniza che doveva solo essere catturata, ci rimette la pelle per colpa di certi pseudo-ambientalisti incompetenti.

“Ora ti càa l’orso!”, si dice a Livorno, per sottintendere che “Ora son veramente affari tuoi, e che affari!” Ma l’orso a chi ha sbagliato non gli “càa” mai.
Ma come fa un veterinario (perché si spera che si siano rivolti a un veterinario questi galantuomini, non al tortaio all’angolo) a cannare una anestesia di questo genere? Ma è roba che si dà a occhio, come il citrato (“Toh, pigliane un po’ di più, ché sei ingombro di stomaco”)?? La risposta è caduta nel vento, come direbbe Bobby Zimmermann.

Qualcuno omette per anni di analizzare il DNA che si trovava sotto le unghie di Chiara Poggi e finisce che il reperto diventa inutilizzabile, degradato o non più utile processualmente.

Ma come si fa ad avere un possibile elemento a carico o a discarico di una persona e non disporre l’analisi del DNA nel momento stesso in cui questo elemento viene raccolto? Lo sa anche un bambino che un pezzetto microscopico di pelle dopo tutto questo tempo si deteriora. Quindi chi non è un bambino dovrebbe sapere che ricavare un DNA perfettamente sovrapponibile con quello di un indagato in un frammento deteriorato è per uno storpio come andare a fare un pellegrinaggio a piedi al Santuario di Montenero.
E poi se queste cose gliele fai notare la gente si indigna. “Ma come, si vuole forse insinuare che gli addetti (all’orsa o al DNA) non hanno svolto il loro lavoro in modo accurato e professionale??” Sì, si vuole dire esattamente questo, perché, non si può?

Perché per un errore (e loro ti dicono che “Tutti sbagliano!”, sì, ma intanto hanno sbagliato loro) cambia la realtà. Questi non sono i casi del meccanico che sbaglia a ripararti la macchina e tu ti ritrovi di nuovo a piedi dopo tre chilometri, o quello della cassiera del supermercato che “batte” due volte lo stesso articolo sullo scontrino, qui ci sono i corsi della vita della gente di mezzo. Vogliono farci credere che se muore un’orsa marsicana non è poi un gran male (ce ne sono pochi e una femmina che può avere più gravidanze ti può aiutare a ripopolare l’habitat, chissà cosa ci vuole a capirlo!), o che fare una prova del DNA dopo piuttosto che prima non cambia sostanzialmente le cose (sì che le cambia, potrebbe contribuire a tenere un indagato in carcere anziché lasciarlo libero o viceversa).

Che, poi, il narcotico con cui è stata uccisa l’orsa Daniza è questa ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto. Ed è con quello che ci stanno avvelenando giorno per giorno.

Quartina elegiaca per Ettore Borzacchini

E’ il tegame quella cosa
che ha il manico che scotta
ma se invece cià la potta
è il tegame di tu’ ma’.

(C) 11 settembre 2014

In morte di Ettore Borzacchini

E sicché è morto Ettore Borzacchini, eterònimo (più che pseudonimo) di Giorgio Marchetti, poveròmo.

Ciavevo ragionato di làzzi e triccheballàcche sulla sua pagina Facebook (che adesso sarà piena di quel pietismo odioso tipico dei social network per cui quando uno muore, invece di non rompergli i coglioni, bisogna far vedere per forza che si è presenti e vivi e il suon di lei, un passerellismo inutile e inadeguato), quando Facebook ce l’avevo ancora, ma son quelle cose che si dicono. “Oh, lo sài è morto il Tizio??” “Ma se stamattina l’ho visto a comprà’ ‘r giornale!” Eh, sì, càpita anche quello.

Della morte del Borzacchini mi hanno avvisato tre o quattro amici. Grazie, ora lo so. Wikipedia, con implacabile rigore cronometrico, nemmeno ci si guadagnassero ‘r pane, ha registrato l’evento e così un evento quotidiano, ordinario e consuetudinario come la morte di un uomo è passato ad essere dato di interesse pubblico.

Il Borzacchini era noto per essere autore di paradizionari scritti con stile paralinguistico, paralessicografico e parafilologico. Il “para” è sempre d’obbligo, perché indica parodia, ovverosia solenne presa per il culo del linguaggio aulico e spesso inutile con cui scrivono i linguisti. L’usare registri fintamente cólti per trattare d’una materia rozza e volgare quale la lingua livornese ne’ suoi infiniti e variegati modi di dire, rivelandone ricchezza e duttilità espressiva.

Come spesso accade, la comicità ripetitiva, anche quella del Borzacchini, dopo un po’ di tempo viene a noia, e questo fu, ohimè, il luogo dell’animo in cui andarono a parare i suoi secondi Borzacchini, le revisioni, i Borzacchini aggiornati e tutto quel campar di rendita derivato dal meritato successo del primo “Borzacchini Universale”, con le illustrazioni del divin Sardelli.

Come distaccarsi dalla persona del Borzacchini? Ma naturalmente con le sue stesse armi retoriche, polemiche e dialògiche.

 

A pag. 115 del succitato “Borzacchini Universale” il nostro parla di trisillabi sdruccioli a proposito del nomi “Teresa”, “Marisa” e “Amelia”. Son trisillabi, sì, ma non sdruccioli, bensì piani. E’ bello vincere contro il Borzacchini su queste puttanatine, ed è fin troppo facile farlo adesso che non posso più nemmeno invitarlo a riempir di rutti il nulla dopo una spuma al ginger diaccia marmata per dirgli “Sicché l’hai buttata di fòri anche stavorta, eh?”

Settembre poi verrà ma non ti troverà e piangeranno solo gli occhi miei

Settembre arriva e con la prima pioggia ci lava anche il cervello. E’ incredibile come con lo sfogliare del calendario ci si formattino le sinapsi per cancellare tutto quello che fino al giorno prima ci sembrava estremamente trendy o, comunque, di un interesse tale da non poterne fare a meno.

Si cominciò con il bikini di Maria Elena Boschi, illustre costituzionalista. Ora ce ne siamo giustamente dimenticati ma fino a una quindicina di giorni fa era di vitale importanza il fatto che la Boschi avesse un bikini e che lo usasse per andare al mare. Abbiamo fatto del marginale una questione di vita, riducendo l’importanza del disfacimento del Senato della Repubblica a quella di un più dozzinale due pezzi da esibire in spiaggia con malcelato orgoglio.

La Ministra Giannini, dal canto suo, si fece beccare in topless. Al rientro dalle vacanze ha cominciato a parlare di eliminazione del precariato e di quella brutta abitudine scolastica che sono le supplenze. Come fare? Facile, si assumono 100.000 precari e il gioco è fatto. Il problema è che 100.000 assunzioni sono una goccia nel mare. Poi i neoassunti li devi anche pagare e la preraffaellita Madia ha già provveduto a congelare gli stipendi della pubblica amministrazione anche per il 2015, perché bambole, non c’è una lira. Quasi quasi era meglio quando c’era il topless.

Ci siamo, poi, del tutto dimenticati di quando la gente si tirava le secchiate d’acqua in capo per aiutare la ricerca sulla SLA. Eppure sarà stato sì e no una settimana fa che la Littizzetto, che non ha mai smesso di bastonarci lo scroto col Walter e la Jolanda ad ogni domenica che Dio mette in terra, prima di farsi l’autodoccia ha sventolato in un video due banconote da 50 euro, e poi si è lamentata che tutto il web le ha sottolineato che per quello che guadagna avrebbe potuto donare un po’ di più, il che, tra l’altro, è anche sacrosanto e vero.

Abbiamo la memoria troppo corta, un pensiero che vola e va. Io ho quasi paura che si perda.

Tomato Day

Si è conclusa in tutte le ridenti località dell’Abruzzo Ulteriore e Citeriore la stagione del Tomato Day.

Il Tomato Day altro non è che la giornata intieramente dedicata alla produzione della conserva di pomodoro, conserva che avrà da bastare per tutto l’anno e possibilmente avanzare, in modo da poter raccontare a amici, vicini e parenti che “so’ fatt’ li pummador’” ma ce n’erano ancora 120 bottiglie dall’anno scorso, dunque l’autonomia era garantita, nel caso malaugurato che si presentasse a pranzare al proprio desco l’esercito della Battaglia di Custoza.

Tutto deve essere fatto in grande stile e in grande quantità perché non si sa mai, potrebbe sempre scoppiare un conflitto termonucleare globale, e allora via, pomodori a quintalate e sveglia alle cinque per la brava ed operosa massaia abruzzese, perché a farne di meno e a levarsi più tardi non si soffre abbastanza e non si espia completamente la colpa di stare al mondo.

Protagoniste incontrastate del Tomato Day, accanto al pomodoro che giace nelle più svariate forme e specie nelle cassette ammonticchiate, sono le bottiglie. Le bottiglie sono state messe da parte tutto l’anno, chè non si butta via niente, nossignori, che cazzo vuol dire “raccolta differenziata”? No, le bottiglie si riusano, sissignori, e una volta si riusavano anche i tappi, con cui la passata veniva sigillara una volta riempita la bottiglia che poteva essere di ogni tipo: frequentissima e ambitissima quella da 2/3 di birra col vetro scuro, ma non si buttan via nemmeno quelle da succo di frutta, ottime per una passata di pomodoro monoporzione (i single aumentano, qui in Abruzzo!). Una volta vidi perfino una bottiglia da liquore (uno di questi amari di qualche eremo sperduto, fatto con le erbe medicinali e officinali dei fraticelli zoccolanti) col tappo a vite.

E poi si comincia. Si badi bene: la giornata scelta per il Tomato Day ha da essere maledettamente CALDA, per aumentare vieppiù la sofferenza connessa al lavorare dalla prima mattina al tramonto.

La catena di montaggio tra chi pulisce i pomodori, chi li passa nella macchinetta (preferibile quella a mano rispetto a quella elettrica, perché non s’ha da risparmiare il patimento), chi travasa la polpa dalla tinozza di plastica per il tramite di un imbuto nelle bottiglie e chi le tappa deve essere perfettamente sincronizzata.

E via fino alla sera, con una sola pausa per il pranzo (parco, perché s’ha da patire!), col pomodoro come unico oggetto di interesse, col sugo che schizza da tutte le parti, e i semi che ti entrano ovunque, nei vestiti, tra i capelli, in mezzo alle dita dei piedi, e vài, cira, raccatta, imbuta, tappa. Bottiglie, bottiglie messe da parte, una dietro l’altra, con solenne voglia di farsi del male, perché esisteranno anche Pomì, Pomodorissimo, Polpa Pronta e Polpa Bella che forse costeranno anche meno rispetto a tutta quella mole di lavoro, ma noi non ci si fida e, soprattutto, s’ha da farci hara hiri coi San Marzano.

Giunti all’ultimo tappo c’è qualche masochista che propone di ripassare dalla macchinetta le bucce di primo scarto, onde spremerne il sugo fino all’esasperazione. Poi si passa alla bollitura.

La bollitura è una operazione complessa e ne va del proprio onore. Se durante la bollitura anche una sola delle centinaia di bottiglie ottenute si schianta, questo costituisce un’onta incancellabile, peggio di una condanna all’ergastolo per triplice omicidio premeditato. “Non mi se n’è schiantata neanche una!!”, dirà con tronfio orgoglio il gentiluomo abruzzese. La bollitura avviene in un bidone dove le bottiglie vengono adagiate con stracci e altri ammortizzatori di non si sa bene cosa.

Una volta raffreddato il tutto, le bottiglie son pronte per essere riposte nei rifugi antiatomici e da poter orgogliosamente avanzare anche l’anno successivo. Ohimè!

Lo cabalcone

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Beati quei tre o quattro che avranno còlto la dotta citazione.

totalnews.it ci copia!

Ieri avevo appena messo in linea il post sulla morte di Susanna Pierucci quando mi sono accorto che era stato copiato dal sito totalnews.it.

Premetto che non sono in contrario in linea di principio ai siti e alle applicazioni aggregatori di feed RSS, visto che a qualcuno piacciono, anche se possono creare un danno penalizzando il sito originale sui motori di ricerca (ma tanto su Google si conta come il due di briscola!). Non mi interessa nemmen troppo che con la copia dei miei articoli qualcuno realizzi un provento in denaro tramite l’inserimento degli annunci di Google AdSense.
Quello che, invece, sì, mi interessa, anzi, mi fa girare profondamente i coglioni, è che se qualcuno decide di farlo non me ne chieda il permesso (quelle poche volte che è successo l’ho sempre dato) e ometta di scrivere “Tratto da valeriodistefano.com” sotto la copia del post. Siccome i mezzi per farlo ci sono, e se ce li uso io che non ci capisco nulla non vedo come non possano usarli anche gli altri.

E’ un modo di fare assai broccione quello di chi pensa che tanto se una cosa è su internet deve essere per forza di pubblico dominio, lo si possa prendere tranquillamente con il più easy-going dei modi, copia e incolla e via. Certo, ci sono dei siti in cui questo è possibile. Noi possiamo anche essere Creative Commons, ma non Creative Coglions, un paio di righe con su scritto “Senti, Canaccio Infame, ho visto il tuo blog, mi garba un casino (menzogna!) e vorrei usare i tuoi post per farmi due spiccioli in un sito che ho messo su, e bla e bla” ce le meritiamo.

E poi per cosa? Per avere un account Twitter con 257.000 post e SOLO 11 follower? Ma via…

Nicola and Bart

Oggi è l’anniversario dell’assassinio di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti.

Non ci sono altri termini per definire l’uccisione di due individui innocenti nel merito delle accuse e colpevoli certamente di essere italiani, ossia appartenenti a una malvista minoranza statunitense, nonché di essere orgogliosamente e dichiaratamente anarchici.

Vale la pena, in occasioni come questa, mettere mano alla bellissima raccolta di “Lettere e scritti dal carcere” a cura di Lorenzo Tibaldo per la coraggiosa e protestante casa editrice Claudiana di Torino e leggere la prosa scorrevole dei due che chinarono il capo solo innanzi alla somma friggitrice imposta da uno Stato becero e bigotto.

In ricordo di Susanna Pierucci

Susanna Pierucci, la mia insegnante di matematica e geometria del Liceo, è morta in questi giorni durante una vacanza alla Maddalena e io ci son rimasto cacino.

La Pierucci è stata una delle più giovani insegnanti di Livorno (credo abbia iniziato a lavorare verso i 21-22 anni) ed è stata una pietra miliare al Liceo Scientifico Sperimentale “Francesco Cecioni” di Via Crispi (poi si è trasferito, ma quella è storia più recente), insieme al Preside Luciano Castelli, universalmente conosciuto come “Boccino”.

Quel poco che riusciva a inculcarci nel ceppione la Pierucci era frutto di un entusiasmo senza limiti. Credeva nelle potenzialità dell’essere umano, e sicché via, Di Stefano, alla lavagna, dimostramo come l’angolo al centro del cerchio sia il doppio dell’angolo al vertice.

E le feci un bello scherzetto da coccolone alla Pierucci, sì. L’ultima ora del sabato, in quinta, era giustappunto matematica, e io avevo il permesso firmato dal suddetto Boccino in persona per uscire 10 minuti prima del suono della campanella finale. Veramente eravamo in due ad averlo, io e un certo Matteo. Così potevamo prendere il pullman e arrivare a casa a un’ora più o meno decente.
Insomma mia alzo, mi metto la giacca e sento la Pierucci che mi fa “Oh, bellino, àlzati pure, eh?? Fai come se tu fossi a casa tua!”
A quel punto, visto che non potevo perdere l’occasione, cominciai a replicarle con tono irato e frettoloso “Ma sì…tanto queste cose non servono a nulla… Euclide, le rette parallele… ma cosa ci si sta a fa’ qui… io vado via… Matteo, vieni via anche te??” “Ma diàmine, te fammici sta’ anche dell’artro!!” (Bastardo anche lui!) Siamo usciti dalla porta della classe e l’abbiamo richiusa sbattendo.
La Pierucci si mise a piangere, e coi lacrimoni che le sfacevano il trucco già un po’ malmesso chiese al resto della classe “Ma sono andati via davvero??” “Sì professoressa, ma un si preoccupi, cianno il permesso!!” e noi a rientrare “Cuccùùùùù!!”
E ce l’avrebbe dato lei il cuccù, e non avrebbe avuto nemmeno tutti i torti! Invece ci disse solo “Allora bimbi ci si vede martedì! Il capitolo è sempre quello sul cerchio” e col fazzoletto si asciugò il moccio e le lacrime.

E ora la Pierucci non c’è più.

Agata, Donna Rosa e le altre per gli 80 anni di Nino Ferrer

E poi c’era Nino Ferrer.

Con quel nome francesizzante, a coprire un  più pomposo e italico “Agostino Arturo Maria Ferrari”, voce roca, tendenza chiaramente soul.

Che non era certo solo il cantante valzerino di “Donna Rosa” di Pippo Baudo, motivetto in due quarti, capolavoro della un-pa-pà Musik di tipo nazional popolare. Lei era cara, bella, sorridente, deliziosa “e vuòòle-mmé” (zàn!)

Non era nemmeno (solo) il cantore di Agata, quella che, al contrario di Donna Rosa, lo tradiva. “Tu mi tradisci/Agata, guarda, stupisci/com’è ridotto quest’uomo per te”. Che, poi, a pensarci bene, in questi versi era sottesa, neanche troppo velatamente, una chiarissima allusione sessuale (basta dividere “stupisci” in “stu pisci”, ovvero “questo pesce” in lingua sicula).

Si laureò in lettere e filosofia alla Sorbona, specializzazione in etnologia, ha tenuto conferenze in Francia e all’estero per conto del dipartimento di Preistoria del museo parigino de l’Homme. Logico che a uno così in Italia gli fai cantare le canzonette.

Non era una canzonetta “Il Sud”, brano struggente e malinconico, nostàlgico nei confronti di una terra primigenia dove il bel tempo durava per milioni di anni, poi veniva la guerra a distruggere tutto e restava solo una figona sulla copertina del 45 giri.

Avrebbe compiuto 80 anni oggi, se non si fosse tirato una fucilata nel 1998. Il mondo è troppo ingrato con i suoi geni più valenti. Ecco perché io vorrei la pelle nera!

Per Wikipedia il diritto all’oblio è immorale

Alla fine la montagna di Wikipedia ha partorito il topolino di una definizione lapidaria. Il diritto all’oblio è immorale, dunque. Lo ha affermato Jimmy Wales ieri a Londra durante la conferenza Wikimania (che non so cosa sia, ma qualche cosa senza dubbio sarà). Ecco l’estratto dalla notizia ANSA di cui vi ho dato l’anteprima: “La storia è un diritto umano e una delle cose peggiori che una persona può fare è tentare di usare la forza per metterne a tacere un’altra. Sto sotto i riflettori da un bel po ‘di tempo. Alcune persone dicono cose buone e alcune persone dicono cose cattive. Questa è storia e non userei mai un procedimento legale come questo per cercare di nascondere la verità. Credo che ciò sia profondamente immorale”.

Ci si riferisce al fatto che Google abbia ricevuto oltre 50 richieste per rimuovere link di voci da Wikipedia (per l’Italia quelle su Renato Vallanzasca e la Banda della Comasina) per presunta violazione del diritto all’oblio, e alla dichiarazione di Lila Tretikov, direttore esecutivo della ricca e potente Wikimedia Foundation, secondo cui “la Corte europea ha abbandonato la responsabilità di proteggere il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni“.

Sono esternazioni totalmente inaccettabili e da respingere decisamente al mittente, anche se il mittente è Jimmy Wales. Anzi, tanto più perché il mittente è proprio lui.

La storia è senz’altro un diritto umano, come dice Wales. Ma non tutti i fatti che riguardano una persona hanno a che vedere con la (sua) storia. Sulle voci italiane di Wikipedia ci sono centinaia di pagine che contengono notizie di un qualche processo conclusosi con l’assoluzione dell’interessato. Ora, di una assoluzione non c’è traccia neanche sulla fedina penale di un individuo, perché mai dovrebbe rimanere sull’enciclopedia più antioblio del mondo?
Per cui, certamente l’assoluzione di Gustave Flaubert per la pubblicazione di “Madame Bovary” è storia (non perché passata ormai in cavalleria con gli anni, ma perché ha segnato una fase della storia del sapere), ma non lo è certamente, ad esempio, quella di Lelio Luttazzi, la cui posizione fu addirittura stralciata dopo un arresto di 27 giorni per traffico di stupefacenti.
Fu un errore giudiziario clamoroso, e sarebbe pieno diritto dell’interessato, se fosse ancora vivo, ottenere la rimozione del link alla sua pagina di Wikipedia da Google. Perché parlarne ancora? Perché chi cerca notizie su di lui si deve imbattere in quella circostanza? Perché una notizia, solo perché vera, deve ancora perseguitare un povero disgraziato fino alla morte e anche oltre in un’enciclopedia?
Questa non è storia, è pettegolezzo, è voglia di rimestare nel torbido, non aggiunge niente alla conoscenza di un personaggio e della sua vita, non è determinante. E Wikipedia è il più grande “casellario giudiziale” esistente sul web.

E’ evidente che “il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni” non può andare a cozzare con il diritto ad essere dimenticati, e a non essere più descritti come quelli che si era un tempo. Non esiste l’informazione “assoluta”, esiste un’informazione che deve essere adeguata alle circostanze che cerco. Ce l’hanno insegnato le nostre maestre delle elementari: se sto svolgendo una ricerca per stabilire la discografia di Bruno Lauzi dovrò per forza inserirvi l’informazione che ha inciso “La tartaruga”, una canzone per bambini, proprio perché non posso omettere questo dato. Ma se sto svolgendo una ricerca sul ruolo di Bruno Lauzi tra i cantautori genovesi (Paoli, Bindi, Tenco) certamente questo è un dato che non mi serve, nemmeno a livello di curiosità spicciola.

Che poi cosa intenda Wales con “mettere a tacere” una persona non è chiaro. Ci sono persone che si sono rivolte a Google (che è UN motore di ricerca) perché elimini i link a delle informazioni presenti sul web, in modo che, nel cercare qualcosa, non si abbia più accesso diretto a quella informazione. Ma quella informazione (ad esempio su Wikipedia), resta. Non è stato chiesto a Wikipedia di cancellare dei contenuti, ma solo a Google di eliminare la possibilità di raggiungerli.

E’ questo che è immorale? Francamente c’è poco da crederci. Di per certo Wikipedia continua a restare nella a-moralità di una terra di nessuno in cui ognuno fa un po’ quello che gli pare, calpestando dignità e diritti solo perché una notizia è vera.

Biblioterapia

Ora va tanto di moda la “biblioterapia”.

E’, appunto, un afflato modaiolo e trendy, l’ultima soluzione prête-à-porter dell’atelier della psicologia da quattro soldi.

Non ho mai visto nessuno guarire con la lettura (e intendo da una vera e propria patologia, non dalla tristezza per essere state abbandonate dal fidanzato, per quella più che “Cime tempestose” basta una passeggiata lungo il mare). Tutt’al più si tratta di una inversione di terapia. Vi ricordate il fulminante incipit de “La Coscienza di Zeno”, quando il dottor S. raccomanda al suo paziente “Scriva, scriva… vedrà come arriverà a vedersi intero!”

Ecco, non si scrive più. E’ in arrivo un assalto di strizzacervelli pronti a sostenere che leggere fa bene. Ma non avevo bisogno che arrivassero loro a dirmelo. La mia maestra delle elementari, la Laura del Quaglierini, non faceva altro che ripeterlo: bisognava leggere, e libri seri, non i giornalini. Ampliava la mente ed educava al bello scrivere. Ecco, non sarebbe abbastanza ancora adesso?

I libri, va detto subito, NON curano. In quanto oggetto fisico (di carta stampata), non hanno alcun effetto terapeutico, men che meno per le parole che vi sono scritte dentro. Siamo noi che li carichiamo di simboli e di aspettative. Nient’altro.

Conosco un tale che in uno dei momenti più oscuri della sua vita si è letto svariati titoli di Erich Fromm. Io probabilmente non riuscirei a fare altrettanto neanche nei momenti in cui sprizzo gioia da tutti i pori. Fromm probabilmente lo ha aiutato a uscire dal pantano in cui si trovava, ma chi l’ha detto che aiuterebbe anche me se mi trovassi in una situazione analoga? Eppure i volumi sono gli stessi, e i contenuti perfettamente identici.

Da giovane non mi piacevano gran che i romanzi di Agatha Christie. Ne lessi un paio senza particolari entusiasmi (eccezion fatt per “Assassinio sull’Orient Express”, che è il giallo dei gialli). Adesso, a 50 anni, ne sono entusiasta. Ma gli scritti della Christie sono sempre stati quelli, non è che siano entusiasmanti adesso o che fossero noiosi allora, no, sono io che, caso mai, ho sviluppato un gusto che mi ha permesso di apprezzarli. Leggere “Poirot sul Nilo” a 50 anni? E sia.

Una volta, quando vivevo da solo, passai tre giorni a casa con una piccola influenza. Antibiotici, Tachipirina, sudare come un finlandese nella sauna e, dulcis in fundo, una notte di tuoni, lampi e pioggia. Compagnia insostituibile un romanzo di Camilleri con Montalbano e relativa ghenga. Dopo tre giorni la febbre era sparita. Ma è stato certamente per merito degli antibiotici, non del pur pregevole libro di Camilleri, anche se febbre, nottata persa (e figlia femmina!), temporale notturno e giallo alla mano fanno molto atmosfera.

Tra i libri di culto della biblioterapia, figura il classico volume di Robin Norwood, “Donne che amano troppo”, autentico manuale del do-it-yourself dedicato alle donne che hanno sviluppato una dipendenza da relazione. Non c’è dubbio che si tratti di un libro molto completo, ma non abbastanza da voler spiegare, tra le sue parti, anche come si possano evitare le donne che amano troppo e perché siano un male.

Insomma, c’è sempre questa deriva buonista a farla da padrona, ma nessuno dice che se è vero (ammesso e non concesso) che i libri curano, la scuola è la prima clinica riabilitativa della società. Con questo suo ostinarsi a far leggere e studiare Dante Alighieri e “i Promessi Sposi”. Con questa testardaggine ossessiva con cui ci propina il Verga. Con queste professoresse antiquate e annoiate che da giovani hanno sognato dietro i romanzi di Carlo Cassola e che spiegano con metodo e costanza (“nello stesso, sullo stesso libro, con le stesse parole”) qualche novella di Pirandello e le poesie di Leopardi.

A meno che, tra i cultori della biblioterapia, non venga fuori qualche omeòpata della materia con la mania che il simile cura il simile, e pretenda di curare il disturbo bipolare con manie suicide a colpi di “Madame Bovary” di Flaubert. Sarebbe troppo.

Camera con vista

Stamattina, verso le 10, ho acceso la Radio su GR Parlamento (ormai anche Radio 3 sta diventando inascoltabile per il marcato carattere filogovernativo delle trasmissioni informative del mattino).

Trasmettevano, probabilmente in replica, la conferenza stampa della Presidente Laura Boldrini, in occasione della cerimonia del ventaglio.

Immancabile la domanda sul rapporto tra le istituzioni e i social media, alla quale la Boldrini ha risposto, con entusiastico slancio, che la Camera dei Deputati è felicemente su Twitter, su Flickr e su Instagram, e che presto avrà anche lei la sua pagina Facebook.

Oh!

Ora le domande sono: e allora? Qual è l’interesse pubblico della notizia? E si pretenderebbe anche una risposta.

C’è gente (come me) che ha un account su Twitter da anni e, giustamente, questa non è una notizia. Anche perché se si dovesse fare una “caso” di ogni account Twitter aperto si intaserebbero le agenzie di stampa.

Cos’hanno fatto, dunque, quelli della Camera dei Deputati? Hanno fatto né più né meno che quello che facciamo un po’ tutti, hanno sottoscritto alcune condizioni, hanno settato un paio di permessini, hanno messo on line una fotografia di sfondo e, come tutti, possono usare un canale loro dedicato.

Nessun capolavoro della potenza informatica, dunque, nessuna alta espressione dell’ingegno umano, piuttosto è assai singolare come ci sia gente che è su Facebook da anni e un’istituzione non vi abbia ancora aperto la sua pagina. Mentre gli utenti invecchiano sul social network più amato dagli italiani la Camera dei Deputati non riesce (ancora) a fare vagiti e ruttino.

Il distacco da parte delle istituzioni nei confronti della gente, si vede anche da questo: sonnecchiamenti diffusi (su Twitter molti messaggi sono dedicati ad avvertire il pubblico di quando iniziano e quanto finiscono le sedute) e poi, quando si tratta di stringere, è tutto uno sventolar di orgoglio di appartenenza alle forme più trendy della comunicazione.

Ricordo che tempo fa un’impiegata della Biblioteca di Empoli sventolava per ogni dove il fatto che da quel momento in poi fosse possibile comunicare con l’ente anche via Skype. E in fondo che cos’era stato fatto? Era stato installato un programma (o una APP, come si dice oggi con orrida tendenza contrattiva), niente di più.

E la Camera non è da meno. Solo che al di là dell’orgoglio c’è la rabbia fallaciana di doversi sottoporre alle critiche degli utenti. E lì stà l’inghippo. Perché impedire i commenti della gente proprio non si può, ma nemmeno pagare qualcuno che stia lì solo a guardare chi offende e chi no e cancelli ora questo ora quell’altro intervento.

Perché è questa la Camera. Vecchia, polverosa e un po’ disordinata.