#ioleggoperché non mi va di partecipare a #ioleggoperché

Immagine ripresa dal sito http://www.comune.massa.ms.it/ che l'ha ripresa a sua volta da chissà dove

Immagine ripresa dal sito http://www.comune.massa.ms.it/ che l’avrà ripresa a sua volta da chissà dove, so assai io…

Oggi è la giornata mondiale del libro. Sì, ogni tanto ne istituiscono una. E’ un po’ come il mio onomastico: ho scoperto che esistono sette o otto San Valerio sul calendario, siccché ogni tanto me lo ritrovo tra i coglioni.

Pensare al libro e a quanto faccia bene leggere è cosa da considerarsi sol che positiva. Il problema è che non è soltanto la giornata del libro, è anche quella del diritto d’autore e della proprietà intellettuale. Che, poi, sono la stessa cosa.

In Italia abbiamo una delle leggi sul diritto d’autore più liberticide d’Europa. L’impianto è del 1941: pensate che in piena guerra il regime di Mussolini trovò il tempo per mettere in piedi una normativa che proteggesse l’opera dell’ingegno e i diritti ad essa connessi.

Oggi, secondo una delle tante toppe e secondo i tanti aggiornamenti che sono stati fatti di quel testo, rischia una condanna fino a tre anni anche lo studente che, per esempio, si installa un software commerciale per farci la tesi di laurea, perché in Italia non è vietata solo la riproduzione a scopo di lucro (che avrebbe tenuto lo studente fuori dal penale) ma anche quella a scopo di profitto (e profitto è, ad esempio, quando lo studente di cui sopra risparmia il prezzo dell’acquisto del software in questione). Con un gioco di sostituzione di una sola parola hanno creato una legione straniera di possibili delinquenti.

Come se non bastasse, recentemente le prime incisioni di un brano che cadevano in pubblico dominio dopo 50 anni, sono state portate, dietro la spinta dell’Unione Europea, a cadere in pubblico dominio dopo 70 anni.

Non vedo proprio cosa ci sia da festeggiare! E’ un’ecatombe liberticida. Oggi, specialmente sulla rete, si va sempre di più verso il modello aperto (come i contenuti pubblicati sotto licenza Creative Commons, come le condizioni della GPL che ha permesso di diffondere un miracolo come Linux e molti dei suoi software) e i testi di legge vigenti nelle nazioni dell’UE ormai non bastano più, stanno diventando come la coperta corta che lascia scoperta la testa o i piedi. Per non parlare del concetto del “fair use” statunitense, che qui da noi è pura utopia.

Così ci accontentiamo di un hashtag come #ioleggoperché, sponsorizzato dalla TIM. Ecco, non appena c’è qualcosa di mondialmente rilevante la gente rilancia con degli hashatag e va beh, così sia, il giorno dopo non se ne ricorderà più nessuno.

Gentilissimo!!

A corredo di questo post la copertina del libro di Maurizio Benvenuti "Gentilissimo" tratta da http://www.beautifulfreaks.org/online/2011/10/maurizio-benvenuti/ che non è che c'entri molto ma mi piaceva.

A corredo di questo post la copertina del libro di Maurizio Benvenuti “Gentilissimo” tratta da http://www.beautifulfreaks.org/online/2011/10/maurizio-benvenuti/ che non è che c’entri molto ma mi piaceva.

Ora c’è quest’altra e bellissima moda di dire “gentilissimo!” quando qualcuno ti fa un favore.

Ogni tanto la gente prende queste tranvate linguistiche e non c’è nulla da farci. Fatto sta che a me dà fastidio sentirmi dare del “gentilissimo!” a ogni pie’ sospinto: tipo “Mi passi quella chiave inglese? Grazie, gentilissimo!”, “ti dispiacerebbe allungarmi due ceffoni dati bene?? Gentilissimo!!” (perché la divina provvidenza esiste ed opera per noi).

Ecco, che cosa ci sarà di così meraviglioso nelle azioni del prossimo, da meritarsi un superlativo addirittura? Io penso nulla, perché più ci faccio caso e più me lo dicono per delle banalità, delle sciocchezzuole, dei nonnulla (chissà come sarà il plurale di “un nonnulla”, “dei nonnulli”?? Mah…). Fai passare una signora in carrozzina e “Grazie, gentilissimo!”, ridài un pallone a un ragazzino e il genitore ti apostrofa con un “gentilissimo!“, dài la precedenza per la strada (perché l’altro ce l’ha, se no col cavolo che gliela daresti) e l’automobilista ti ringrazia e ti saluta con la mano dandoti del “gentilissimo” (tu non lo senti ma lui te lo dice, garantito!).

Ecco qual è il punto: la gente non è più abituata ad essere trattata bene. Voglio dire, ricevere una gentilezza, un favore, un’attenzione. Ogni cosa da niente, ogni pinzillàcchera da bon ton, ogni quisquilia da galateo diventa motivo di un ringraziamento al massimo grado aggettivale.

Forse nel ringraziarci pensano di starci simpatici. A me riescono soltanto a stare sulle palle e sinceramente così spero di voi.

Daniela Santanché: Bisogna affondare i barconi prima che partano

La gita a Tinder

tinder

La mia corrispondente in Siberia (sì, lo so cosa vistate chiedendo, come si faccia ad avere una corrispondente proprio nei ghiacci della Siberia, e di conseguenza fatevi un po’ di più i cazzi vostri) ieri mi ha chiesto se uso Tinder.

Pensavo che Tinder fosse una barretta di cioccolato, il Tinder Buendo, il Tinder Cereali e il Tinder con più latte e meno cacao, ma so da pochi giorni che Tinder è una applicazione dedicata principalmente all’acchiappo-hard in rete. La si scarica sull’Android, immagino che ci si iscriva lasciando i propri dati (se no non si vede perché la diano gratis) e quelli della persona che si vorrebbe incontare (che abbia almeno la nostra età e che abiti più o meno vicina a noi), si fa l’upload di una nostra foto e quello la manda ad un tot di persone (credo privilegiando il dato geografico). Se la controparte clicca sulla richiesta di contatto (viceversa può cestinarci con una X) e noi le rispondiamo ecco che abbiamo avviato una chat e che possiamo andare direttamente a patteggiare minimo una trombatina compensatoria, e senza nemmeno parlare troppo, perché tanto si sa che entrambe le persone sono lì per quello, poi, caso mai, si vedrà.

Ecco, il punto non è che mi dia fastidio Tinder come accessorio per trovare facilmente il ragazzo o la ragazza, l’amante, l’amica o l’amico particolare, no, da quel punto di visto magari ce ne fossero di questi accrocchi (anche per trovare persone da contattare se magari vivi in un luogo nuovo e sconosciuto e hai bisogno di amicizie nuove) perché poter dire a una persona che è interessante per te è e continua ad essere una delle cose più difficili della vita. No, ecco, quello che mi urta è la mancanza di colloquio. Ora, capisco che per trombare non sia una conditio sine qua non, per cui, come diceva Brancaleone, prendimi/dammiti cuccurucù, e chi se ne frega se io faccio il meccanico e tu stai per laurearti in filosofia teoretica. Però magari qualcosa oltre al “mi passi la sigaretta?” (il “per favore” è un optional) bisogna pur dirla. Come si fa a riempire quei momenti di vuoto e di corpi sudaticci che si asciugano sotto le lenzuola sgualcite se non si parla un po’??

E, soprattutto, cosa le è venuto in mente alla mia corrispondente siberiana di chiedermi se uso Tinder??

Tutto su sua madre

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(questo post è dedicato all’anima nobile di Baluganti Ampelio, che si chiederà come io osi vieppiù parlare di Nanni Moretti. O allora?? E io di vì, e io di và…)

Andare a vedere un film di Nanni Moretti è un po’ come andare da McDonald’s: rassicura perché ci troverai sempre gli stessi attori (gli stessi panini) con gli stessi stilemi (gli stessi sapori) e le stesse ambientazioni (le stesse salse).

“Mia madre” non fa eccezione. E’ un film che porta ciascuno degli spettatori a porsi degli interrogativi etici sul senso della vita e della morte, e arriva perfino a proporre come spunto di riflessione a che cosa serva praticamente il latino nella vita, e di questo bisognerebbe solo ringraziare Moretti, che nella pellicola interpreta il fratello della protagonista, Margherita Buy, che nel film, guarda caso, si chiama proprio Margherita e allora il cerchio si chiude.

La storia è lineare: la madre di Giovanni (anche questo è un nome che rivela una certa originalità) e Margherita sta per morire. E alla fine muore davvero, come da copione (non cinematografico ma vitale). Il resto si svolge intorno al lavoro di lei, che fa la regista. E’ un personaggio a tratti odioso (viene chiamata sul set del film che sta girando, le viene detto che la madre è alla fine e lei preferisce terminare di girare le scene anziché abbandonare tutto e andare al capezzale della genitrice), a tratti incomprensibile: ha un ex (il padre di sua figlia, quella dura pinata in latino, appunto), e poi un altro ex (con cui si rivede ogni tanto quando pare a lei ma non quando pare a lui -e lui ci sta male, ça va sans dire-), ha a che fare (nel film che gira nella finzione) con un attore buzzurro pieno di egocentrismo e sostanzialmente è una donna che non riesce ad accettare la gravità e l’imminenza dell’evento definitivo per la madre (una brava ma fondamentalmente tenuta in sfondo Giulia Lazzarini), tanto che in una scena la rimprovera strillando per non riuscire a farcela a percorrere due metri dal letto di ospedale al bagno.

Ora che ve l’ho raccontato praticamente tutto (non è che ci sia molto di più, in effetti) vi dico anche che chi cerca il panino di McDonald’s, cioè il Nanni Moretti tradizionale, quello serioso, magari antipatico e comunque autobiografico, in “Mia Madre” ce lo trova sicuramente. Con tanto di tormentoncello, che in “Habemus Papam” era il “deficit da accudimento” e che qui si affaccia timido sotto forma di “dativo di possesso”. E’ il Moretti intimista che racconta se stesso e le proprie esperienze, magari girando il cucchiaino nella tazza del cappuccino per mescolare bene gli ingredienti, ma parla pur sempre di se stesso, come fece con l’esperienza della sua malattia in “Caro Diario”.

Perché se c’è qualcosa in cui Nanni Moretti è sempre stato bravo è proprio il ricordarci quello che diceva Borges, ovvero che tutto quello che uno fa, dice, scrive, compone o rappresenta nella vita è autobiografico. Solo che si può dire “Nacqui nel giorno tale, nel luogo tale” oppure “C’era una volta un re che aveva tre figli”, sempre di autobiografia si tratta.

Voto 7 (e ci sta larghino).

Io ci rientrerei mille e mille volte

torto

Certo che un giorno ho scritto la parola “cazzate” sul mio blog! E tornerei a farlo mille e mille volte. Io ho il coraggio delle mie azioni, non sono un codardo, di quelli che un giorno saranno divorati sotto terra dai bachi mordaci, e scusate se uso metafore truculente ma ho votato PD alle ultime elezioni. Faccio parte dei “blogger d’assalto” e dico quello che mi pare, tanto se urta la sensibilità di qualcuno chiederò scusa e cancellerò tutto, tanto siamo nel mondo virtuale, cosa volete che me ne freghi a me?? E non permettetevi il lusso di commentare perché tutt’al più sono un capo espiatorio, ecco, io quelle parole non volevo, non posso essere punito soltanto io, la punizione è sproporzionata rispetto all’atto, tutt’alpiù potranno darmi un buffettino sulla guancia… non ho calcolato la portata dell’impatto nell’opinione pubblica, anzi, no, SONO STATO FRAINTESO, ecco, sì, “frainteso” è la parola giusta, la colpa non è mia, la colpa è dei social network che mi fanno apparire tanto guappetto agli altri poi eccomi qui, sospeso, come un bimbetto alle scuole medie, ma meno male c’è la Santanché che mi difende!!

Magistratura vo’ cercando

toghe-giustizia

E son di nuovo tutti ancora lì a dirci che non dobbiamo perdere la fiducia nella magistratura, che la magistratura non va delegittimata, che è al servizio del paese e che, in $oldoni, ha sempre ragione anche quando sbaglia.

L’ultimo caso in ordine di tempo è quello della sentenza della Corte di Strasburgo che sanziona l’Italia perché Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Un danno morale per 10.000 euro (briciole, rispetto al danno morale effettivamente patito) e lo spunto per una revisione del processo.

Già, ma com’è che i magistrati di primo grado, di appello e di Cassazione non se ne sono accorti? Non basterebbe questo per creare quanto meno un clima di legittimo sospetto tra l’opinione pubblica e chi aveva il compito di verificare tutte le condizioni di condannabilità di un uomo?? Perché, minchia, c’è una bella differenza tra una condanna e una sentenza che afferma che qualla condanna non doveva essere comminata. E se questa differenza non la vedono i magistrati chi dovrebbe vederla, il pizzicagnolo all’angolo? E’ a loro che ci affidiamo per far andare avanti la giustizia, non vogliamo dire che possano esserci anche delle sentenze diverse e perfino contrapposte, vogliamo solo dire che questo squilibrio non può essere degno di uno stato democratico e di diritto.

Facciamo un salto indietro. Ai tempi di Mani Pulite la magistratura aveva addosso il sacro crisma dell’unzione da parte dell’opinione pubblica con tanto di invito a non fermarsi. E finché a cadere nel pentolone erano i Craxi e i Forlani tutti erano contenti: era uno shakerare in continuazione la classe politica italiana, finché qualche pera marcia non cadeva giù dall’albero.
E la gente voleva che questi magistrati non si fermassero, a tal punto che quando anziché il pezzo grosso, cadeva nel pentolone il pesce piccolo, il pesce piccolo si meravigliava. Del resto lui non faceva politica, ma magari aveva una fabrichètta e dava i dané, sì, insomma, la bustarèla, la stècca, all’assessore del comune di Legnate sul Groppone per beccarsi l’appalto e vedersi assegnati i lavori di ritinteggiatura dei cancelli degli edifici pubblici. E allora cosa vogliono da noi, che non stiam minga a scaldar le sédie, té, ciapa là, l’è propi ‘nsci che va la vita, e alle elezioni successive il voto era per Berlusconi.

Ecco, io son convinto che non è che la gente che ha votato Berlusconi abbia visto in lui una persona capace e politicamente formata, anzi, penso proprio che a quella gente lì della preparazione politica di Berlusconi non gliene potesse fregare una mazza: chi ha votato Berlusconi ha votato un simbolo, quello dell’imprenditore che ha tante ma tante svànziche e che è riuscito a non farsi mai beccare. Alla gente non piaceva Berlusconi, piaceva l’impunità che lui rappresentava.
Riusciva a metterseli tutti nel sacco, lui, e quando non ci riusciva tutto era colpa dei magistrati comunisti, colpevoli di far politica a colpi di sentenze.

Poi un bel dì l’han condannato pure lui e allora, anziché acquistare fiducia nella magistratura la gente ne ha persa ancora di più. Fino ad arrivare al folle che ha sparato al suo giudice.

Senza arrivare ad aberrazioni del genere, basterebbe essere consapevoli del fatto che la magistratura e le sentenze che emette possono essere oggetto di critica come qualunque altro potere o espressione del pensiero e di esercizio della legge al mondo. A qualcuno andrebbe via la voglia di ammazzare, ad altri quella di sentirsi protetti qualunque cosa dicano o facciano.

La morte di Günter Grass

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E’ morto Günter Grass. E ora tutti a fare gli intelligentoni, gli intellettuali tronfi e pieni di sussiego, come spesso accade quando muore un Premio Nobel. E va beh, muore tanta gente! E forse c’è da rimanere ancora del tutto allibiti davanti all’autoaccusa dello stesso Grass di aver simpatizzato e fatto parte del partito nazista quando era diciassettenne. Ecco, se ci ricordassimo questi insignificanti dettagli della vita di una persona magari ci ricorderemmo anche che oggi, oltre a Günter Grass è morto anche Eduardo Galeano, che, magari, qualcosa di (più?) interessante da raccontarci ce l’ha avuta.

Don Luigi De Rosa: “Per me solo una puttana, troia o sgualdrina può pensare di abortire”

aborto

C’è del disgusto nel leggere la frase postata su Facebook da Don Luigi De Rosa, parroco di Vairano Scalo, “Per me solo una puttana, troia o sgualdrina può pensare di abortire“.

E’ il disgusto che viene da dentro, dal profondo delle viscere, che viene dal pensare a quanta strada (compresa quella referendaria) ha dovuto percorrere la Legge 194 per essere un patrimonio comune nel diritto nazionale. E quanta strada deve ancora fare la Chiesa se continua a seppellire nel silenzio simili atteggiamenti vomitati sul social network con l’unica consapevolezza dell’impunità.

Immagino infatti che quest’uomo, dopo aver reso evidente quanto sopra, abbia officiato messa, confessato i fedeli, espresso qualche parola di conforto agli ammalati. E tutto questo anche dopo aver scritto che “E’ vergognoso giustificare un omicidio, non chiamare le persone con il loro nome“. Dimenticando, o non sapendo per niente, che in Italia è reato chiamare “puttana” una “puttana” e dare del “ladro al ladro”.

Ha fatto bene Ilaria Bovenzi, sua interlocutrice, a cantargliene quattro, anche se non so dire esattamente quanto possa aver giovato al dialogo, che ormai dialogo non era più. Non accadrà nulla a Don Luigi, un po’ perché ci si trincererà dietro il ragionamento di chi afferma che “Ha espressso solo delle opinioni” (gli insulti non sono espressione del libero pensiero), un po’ perché ci sarà qualcuno che in camera charitatis si sarà complimentato con lui per il coraggio dimostrato nell’esprimere quei concetti così alti e perfetti, un po’ perché così si deve.

E così sia.

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Sangue e tribunali

bbc

“Stasera al Palazzo di Giustizia di Milano hanno trovato una mattinataccia”, come direbbe il mi’ babbo Sergio.

Perché se vai all’aeroporto e cerchi di accedere ai gates con una mezza di acquetta minerale in mano ti obbligano a buttarla e a ricomprarla dentro a prezzo più che quintuplicato (o allora? Se un ti sta bene la lasci lì), mentre se vai al Palazzo di Giustizia di Milano rischi di trovarti due pallottole in corpo e non tu non sai nemmeno chi cazzo abbia fatto passare una pistola nelle mani di un imputato per reati tributari, adesso promosso a pluriomicida. Eh, ma si sa, l’acqua minerale è tanto pericolosa!

Il ministro della Giustizia Orlando ha dichiarato pubblicamente che “Bisogna capire se ci sono falle nella sicurezza”. Falle? Queste sono voragini! Qui ci son ventimila leghe sotto i mari, la Fossa delle Marianne!!

Perché, diciamocela tutta, la tecnica preferita da questo governino bla-bla non è quella di ammettere di aver sbagliato (sia mai!) a creare (scientemente o colposamente) le condizioni per cui una pistola potesse entrare in un’aula di tribunale, ma quella di agire SEMPRE e COMUNQUE a posteriori. Voglio dire, l’Alta Corte Europea ci condanna perché non abbiamo inserito il reato di tortura? “Domani se ne parla in aula a Montecitorio” (son passati quattordici anni dai fatti di Genova e magari parlarne prima no, eh??). Un folle spara a tre persone e la risposta è “Lo abbiamo arrestato!” e non “Ce lo siamo fatti scappare!” (perché uno che spara in Tribunale non può e non deve scappare). E allora, si sa, bisogna vedere se c’è una “falla” perché casomai ci fosse (e sottolineo casomai) bisogna prendere dei provvedimenti.

E intanto lo sparatore di Milano, sulla falsariga dei film anni 70 sulla malavita, ha fatto un po’ come il bombarolo di De André, ha esercitato la sua decisione di comminare la condanna a morte o concedere l’amnistia, e lui ha scelto. Ha scelto perché gli hanno dato il permesso di scegliere quando non poteva e non doveva farlo.

Non succederà nulla, o quasi nulla. Arrestato lo sparatore gabbato lo santo. Fine della mattinataccia.

Il sangue della Diaz

repubblica

Ora sappiamo. Sappiamo che il sangue sui pavimenti della Diaz non è stato versato perché le vittime si sono sbucciate i ginocchi mentre giocavano a rincorrersi, ma che tutto “deve essere qualificato come tortura” e che i colpevoli restano impuniti.

E sappiamo anche che “Questo risultato non è imputabile agli indugi o alla negligenza della magistratura, ma alla legislazione penale italiana che non permette di sanzionare gli atti di tortura e di prevenirne altri“.

E siccome l’articolo 3 della Carta per i Diritti dell’Uomo stabilisce che “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti” il fatto di non avere una normativa penale sulla tortura crea un vuoto legislativo grosso come una voragine, perché non permette di proteggere le eventuali vittime di reato.

Lo Stato di diritto è assente. O, se si vuole, è presente sotto forma di una propostina alla Camera, che istituisce il reato di tortura e lo punisce con pene da 4 a 10 anni di reclusione (si può arrivare all’ergastolo se dalla tortura deriva la morte). E’ come riconcorrere la Maserati Biturbo della storia con un ciucciariello. Sono 14 anni che a Genova lo Stato si è erto a giudice sommario e violento di cittadini inermi e incapacitati a difendersi. Gli stessi cittadini che gli erano stati affidati per trovare rifugio. E noi rispondiamo con un testo di legge lodevole nei contenuti, ma estremamente inadeguato e improponibile nella tempistica. E’ una risposta beffarda, quella del Premier Renzi in esame alla Camera, perché arriva dopo una sentenza inequivocabile della Corte di Strasburgo, e non ci venga a dire il piccolo twittatore fiorentino che questo bicchier d’acqua possa placare la sete di diritto che non può non avere dei nomi e dei cognomi, lui che ha confermato (era stato nominato da Letta, in accordo con l’allora ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni) l’ex capo della polizia De Gennaro ai vertici di Finmeccanica. Non si chiudono così le partite con i principii di diritto.

E su quel sangue della Diaz c’è chi non ha mai smesso di piangere.

I migliori blogger

I blogger si dividono in due categorie: i migliori in assoluto sono quelli che hanno ricevuto almeno una querela per diffamazione.

Buongiorno caro alleato! Come va?

yulia

Oggi è arrivato lo spamming di Yuliya dall’Ucraina. E’ il primo esempio di spamming-acchiappone basato sul far leva sui sentimenti umani che io abbia mai ricevuto. Mi definisce la sua “anima gemella”, poverina. Mi manda anche una (non) sua foto, dove si vede una fanciulla intenta, novella Nadia Comaneci, in una spaccata in grande stile (Voilà!). Come spesso accade nei casi di spamming che abbiano una qualche parvenza di volontà di contatto con l’interlocutore finale, l’italiano, affidato a un accrocchio di traduzione automatica, è pessimo. E c’è solo da pensare a quante persone, magari sole davvero, risponderanno a questa “chiapparella” (come l’avrebbe definita il mi’ nonno Armando) confermando l’esistenza del proprio indirizzo e-mail che, per due parole d’amor fasulle, andrà ad avvilupparsi nella spirale del bombardamento pubblicitario spinto a oltranza, quello vero.

BUONGIORNO caro alleato ! Come va? Spero che bene! Mi presento! Il mio nome – YULIYA. I – 35 anni, ma per favore non credo che ero molta giovane! I – una donna molto grave con alta moralita. La ringrazio molto, di avere attenzione alla mia lettera; e molto gentile con me! A dire il vero, io – donna molta intelligente e socievole. Ho un sacco di amici, e posso dire di me e che io – persone divertenti, gentile, sincero e di mentalita aperta! Io sono gentile e umile. Sto lavorando come un allenatore in istruttore di fitness in un club sportivo e hanno un sacco di lavoro da fare. Io preferisco mantenere il mio corpo in forma; esso – la mia regola – di essere in buona forma! Mi piacerebbe continuare la nostra corrispondenza! prego email me direttamente sulla mia e-mail XXX@YYY.com Ti aspetto la vostra risposta con impazienza! YULIYA. Buona giornata!

4000 e sentirli poco. Anzi, pochissimo!

Tratto dal sito gayspeak.com

Tratto dal sito gayspeak.com

Il blog sta arrivando ai 4000 articoli. Si chiamerebbero “post” ma non stiamo tanto lì a limare.

L’ho sembre detto che curare un blog è un po’ come curare un bimbetto, e quest’anno, il 25 aprile, il bimbo-blog compie anche 11 anni.

Oddio, qualche imbecille che ha tentato di tapparci la bocca c’è stato, ma siamo sempre qui e lui l’ha preso nello scodellavivande.

4000 articoli in 11 anni significa scrivere una media di un articolo al giorno. D’accordo, ci sono quelli brevi, alcuni (pochi, anzi, pochissimi) non sono nemmeno miei, ma è una specie di appuntamento quotidiano che ti fa tremare i polsi e che ti fa pensare, davanti al foglio bianco (tutti i post che scrivo li butto giù con l’editor di testo, poi li copio-incollo sulla piattaforma di WordPress) “Maremma cignala, e ora che cazzo scrivo?” Perché non ne hai sempre voglia, no, proprio no. Qualche volta, anzi, il blog non lo guardi nemmeno, che faccia il suo corso e la gente resti a per uno, tre, cinque, sette, nove giorni o quello che sia.

Però Marianna Gatta quant’ho scritto! E quanta gente apre un blog (oddio, ora sempre meno, casomai apre un account su Facebook, che non è esattamente la stessa cosa) per scriverci prima un post alla settimana, poi uno al mese, poi basta perché gli è venuto a noia.

Ecco, penso che ho fatto proprio una buona cosa e che, come dice Lino (tra i miei lettori più cari e affezionati) sono proprio “un bel ganzo”. Forse.

Wikipedia come casellario giudiziale

Immagine tratta da paginebianche.it

Immagine tratta da paginebianche.it

Riporto qui di seguito il testo dell’articolo “Wikipedia come casellario giudiziale” che avevo scritto per il libro “Il giardino incantato di Wikipedia” che, molto probabilmente non vedrà mai la luce, e non è detto che sia necessariamente un male. In quella occasione mi riferivo al caso giudiziario del giornalista Carlo Ruta che ha vissuto una delle esperienze più allucinanti che potessero capitare a un blogger. E a come una informazione sbagliata da parte di un sito consultato quotidianamente da milioni di persone possa fare molto ma molto male.

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Carlo Ruta è stato costretto a subire una delle vicende più dolorose della giustizia italiana connessa al mondo dell’informazione via web.

L’8 maggio 2008 venne condannato in primo grado dal Giudice Penale monocratico del Tribunale di Modica, dottoressa Patricia di Marco, in quanto imputato “del reato p. e p. dagli artt. 5 e 16 della L. 08.02.1948 n. 47, per avere intrapreso la pubblicazione del giornale di informazione civile denominato “Accade in Sicilia” e diffuso sul sito internet www.accadeinsicilia.net senza che fosse stata eseguita la registrazione presso la cancelleria del Tribunale di Modica, competente per territorio per avere il Ruta comunicato al provider Tiscali il proprio indirizzo di posta elettronica in Pozzallo via Ungaretti n.46, con registrazione avvenuta in data 16 dicembre 2003. In Pozzallo il 16.12.2003 e fino al 07.12.2004.”

La pena comminata è stata di 150 euro di multa (e non di ammenda, come erroneamente riportato da alcuni organi di informazione).

Nel maggio 2011 la condanna è stata confermata dalla Corte d’Appello di Catania.

Nel 2012 la terza sezione della Corte di Cassazione, presieduta dal Dott. Saverio Felice Mannino ha assolto Carlo Ruta perché il fatto non sussiste, senza alcun rinvio ad altro grado di giudizio. La sua vicenda giudiziaria, dunque, in quel momento, finiva per sempre.

Ma ha certamente lasciato degli strascichi orribili, sia nell’opinione pubblica che nel cosiddetto “popolo della rete”, per non parlare della sofferenza personale dell’interessato, che ha dovuto attendere quasi otto anni per vedere riconosciuta la propria estraneità ai fatti per un presunto reato per il quale nessuno veniva più condannato da lustri.

Dal 2004, dunque, un giornalista è stato ingiustamente privato di un indispensabile strumento di comunicazione a sua disposizione, e che costituiva una fonte di informazione, neanche periodicamente aggiornata per chi ne faceva uso, per non parlare della possibilità di esprimere il proprio pensiero attraverso quella risorsa informatica di cui era titolare, stata sequestrata e resa inaccessibile per tutto il periodo del procedimento.

E’ stato dichiarato colpevole in due giudizi di merito, ed è stato, finalmente, assolto con la formula più ampia.

La sua iniziativa editoriale, dunque NON era “stampa clandestina”, così come previsto dall’articolato di legge (“Chiunque intraprenda la pubblicazione di un giornale o altro periodico senza che sia stata eseguita la registrazione prescritta dall’art. 5, è punito con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a lire 500.000. La stessa pena si applica a chiunque pubblica uno stampato non periodico, dal quale non risulti il nome dell’editore né quello dello stampatore o nel quale questi siano indicati in modo non conforme al vero” – Legge n. 47 del 1948-).

Le indagini, con il conseguente sequestro del blog, erano partite con particolare riferimento alla pubblicazione di documenti inerenti l’uccisione del giovane giornalista Giovanni Spampinato, nel 1972

Oltre al danno, la beffa. All’indomani della sentenza della Cassazione, Wikipedia non aveva ancora aggiornato la pagina dedicata a Carlo Ruta. Per cui, Carlo Ruta, per quasi 24 ore è risultato ancora condannato in base alla sentenza di secondo grado.

Ritenevo e ritengo ancora che il coraggio di Carlo Ruta, e la sua determinazione nel difendersi fino all’ultimo grado di giudizio avessero meritato un po’ più di rispetto, anche e soprattutto dai paladini della cultura libera.

Poche ore dopo la segnalazione del fatto sul mio blog (e non necessariamente in conseguenza di essa) la voce è stata modificata, riportando la notizia dell’assoluzione in Cassazione e supplendo a una imbarazzante e spiacevole latitanza di aggiornamento durata diverse ore.
Ma, come dicono i veneti, xé stà’ pegio el tacón del buso [il rammendo è stato peggiore del buco]: se da un lato Wikipedia ha aggiunto la frase “ma il 10 maggio 2012 viene assolto in Cassazione”, dall’altro la notizia è stata ancora ospitata sotto il paragrafo originario: “La condanna per stampa clandestina”.

Ma il punto è che non esiste nessuna condanna per stampa clandestina a carico di Carlo Ruta. Le due condanne inflitte in primo e in secondo grado, non essendo definitive non solo non hanno avuto nessun effetto, ma sono state spazzate via dalla sentenza definitiva di assoluzione della Corte di Cassazione. Non esistono. O, se sono esistite, hanno avuto carattere assolutamente transitorio. Sono state pronunciate, sì, ma hanno avuto lo stesso valore che hanno tutte le condanne di primo e secondo grado non definitive: zero.

Wikipedia non ha titolato, come sarebbe stato corretto, “L’assoluzione dall’accusa di stampa clandestina” (perché di questo si tratta), ma ha “inchiodato”, con un titolo, una persona a una circostanza che non aveva alcuna rilevanza di tipo penale.

Il lettore che dovesse cercare notizie su Carlo Ruta avrebbe potuto essere tratto in inganno da quel titolo. Che avrebbe potuto suggerire letture “successive” più che pericolose.

Sempre successivamente alle mie segnalazioni (e, come ripeto, non necessariamente per effetto di esse), il titolo è stato cambiato in “La vicenda giudiziaria della stampa clandestina”.
Anche da questa lettura emerge che quanto è occorso a Carlo Ruta è, comunque, una “vicenda giudiziaria”, un dato di cui serbare memoria e da trasmettere, nel tempo, anche a chi, a distanza di anni, dovesse cercare notizie sul giornalista.