La gauche-tsatsiki – Demis Roussos: goodbye and au revoir

Il segreto di un blogger non è parlare di una persona solo quando è morta, ma possibilmente anticipare gli argomenti finché è viva. E di Demis Roussos avevo parlato anni fa, per cui andate a rileggervi il post e saprete.

Oggi che Demis Roussos non c’è più, mi viene da pensare che faceva parte di quella schiera di artisti “europei” che hanno fatto delle loro canzoni una sorta di chiave universale, un passepartout per unire le nazioni del vecchio continente tra 45 giri, LP, musicassette e stereo 8. Come gli Abba, Nana Moskouri, Caterina Valente, Salvatore Adamo, Charles Aznavour, Mireille Mathieu, Di Stefano ora basta, Demis Roussos ha cantato addii (Goodbye my love goodbye), amori (My only Fashination), tormenti spirituali (Profeta non sarò). Cantando in varie lingue, tra cui il tedesco, è stato uno dei primi ad abbattere il muro di Berlino già negli anni ’70 apparendo alla TV della DDR vestito da santone con tuniche enormi, la barba lunga, i capelli alla Kabir Bedi in Sandokan (solo che Demis Roussos ce li aveva già da prima).

In breve, ha fatto più per l’Europa Demis Roussos di quanto non possa fare Tsipras che, difatti, la prima cosa che ha buttato sulla carta è stato un accordo con la destra. E mentre Demis Roussos cala nella fossa, intellettuali come Mikis Theodorakis si staranno rivoltando nella tomba.

E, naturalmente, chi sta applaudento a Tsipras oggi è la stessa gente che al quarto scrutinio delle votazioni per il Presidente della Repubblica italiana applaudirà il candidato imposto da Renzi. Non è neanche più gauche-caviar. E’ solo gauche-feta che torna tragicamente a gola e non c’è gauche-ouzo che ne permetta la digestione.

Mamma Karenina

“Tutte le mamme sono meravigliose allo stesso modo. Ogni mamma è stronza a modo suo.”

(Mia moglie, gennaio 2015)

Via Peppa Pig dalla Oxford University Press

Viene dalla Oxford University Press la nuova idea ecumenica.

D’ora innanzi, i suoi disegnatori per i libri di testo, non potranno più disegnare suini nelle loro tavole, per non offendere la sensibilità dei bambini ebrei e musulmani. Ci rimette Peppa Pig, insomma. Ma anche i tre porcellini, che sono dei dritti e gliela fanno vedere loro al lupo cattivo.

Si teme già che i cattolici vogliano contrattaccare con l’eliminazione di Geppo, il diavolo buono, dal ricordo di una intera generazione (quella che leggeva i giornalini di serie B, appunto), che i vegetariani vogliano cancellare Poldo dagli albi di Braccio di Ferro che invece è un ganzo perché mangia spinaci. C’è anche qualche associazione pacifista che ce l’ha a morte con Nonna Abelarda perché tira sganassoni.

Ora ci manca solo qualcuno che voglia eliminare i pisani dal Vernacoliere.

Quest’ermo colle

Pietro Grasso a Ballarò - Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

Su, via, ora facciamola finita con queste storie del terzo scrutinio e della carta coperta del PD: il nuovo presidente della Repubblica sarà Pietro Grasso.

E’ il Presidente del Senato, attualmente sta facendo un po’ di palestra come capo dello Stato supplente, giusto per non arrivare spompato al traguardo finale, in magistratura è riuscito a sopravvivere a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (oggi uno di loro due sarebbe Presidente della Repubblica), è stato nominato dopo Gian Carlo Caselli, ha intrapreso la carriera politica, sa dirigere abbastanza bene il traffico a Palazzo Madama, Berlusconi può votarlo in quanto EX magistrato, non è troppo comunista e non scivola sul bagnato e frena bene anche sullo sterrato.

E siccome tutti si stanno prodigando per il Totocolle, allora ci ho provato anch’io, chè se mi va male sarà solo un pourparler con i lettori del blog, ma se mi va bene me la tiro a dumila.

Pensierini cinematografici

E sicché, via…

(o metteteci un toppino…)

Grida “Erdogan è un ladro!” Viene condannata a undici mesi di carcere

Elifhan Kose, docente universitaria turca, ha gridato, durante una manifestazione, lo slogan “Erdogan ladro”. Per questo è stata condannata a undici mesi di reclusione.

In Italia vari quotidiani, tra cui La Stampa di Torino, si sono profondamente indignati per questa sproporzione tra il fatto commesso e la pena comminata. Dimenticando che in Italia lo stesso fatto avrebbe potuto essere punito ben più gravemente: chiunque nel territorio dello Stato offende l’onore o il prestigio del Capo di uno Stato estero è punito con la reclusione da uno a tre anni (art. 297 c.p.). Voi mi direte: “Ma è stato abrogato nel 1999!” Vero. Però per diffamazione si rischia lo stesso un massimo di tre anni di reclusione,  sicché c’è poco da scaldarsi, la Turchia è un paese molto più libero e tollerante del nostro.

La libertà di espressione dei confini li ha!

A pagina 18 di “Internazionale” di questa settimana c’è un trafiletto di Philippe Ridet sui fatti francesi che si intitola “Irriverenti e liberi“. E’ un titolo che non mi piace, perché suggerisce che la libertà di espressione derivi (anche) dall’irriverenza. Come a dire che se dici una preghiera sei meno libero di esprimerti rispetto a quanto tu non lo sia immensamente di più se tiri un rutto alla statua di San Zoccolo da Trinidate di Sotto (o allora? O un c’è la libertà d’espressione?? O un sarò libero di ruttà’ contro chi mi pare? Eh, eh???)

Ma colpisce quel “la libertà di espressione non deve conoscere confini”. Già, sarebbe ganzo. Peccato che, almeno in Italia, i confini ci siano. La diffamazione è uno di quelli, ma non è il solo. Ci sono anche i cosiddetti “reati di opinione”, come le ipotesi di attività antinazionale del cittadino all’estero (art. 269 c.p), propaganda e apologia sovversiva o antinazionale (art. 272 c.p.), lesa prerogativa dell’irresponsabilità del presidente della Repubblica (art. 279 c.p.), delitti contro i culti ammessi dallo Stato (art. 406 c.p.).

Dirà il pio Baluganti Ampelio: “MA perché, se sono all’estero e trovo la bandiera italiana un ci posso sputà’??” Macché! Però a Parigi il nostro inverecondo lettore potrà trovare milioni di persone marchiate gauche-caviar pronte a scendere in piazza con Erdogan, mica cotica!

Diffamazione: onore e oneri di Marina Morpurgo

Questo blog ha molto a cuore il tema della diffamazione.

Sarà anche perché anni addietro qualcuno ha avuto il ghiribizzo di chiederne il sequestro integrale a fronte di alcuni contenuti suppostamente diffamatori (nel senso che erano loro che lo supponevano), il cui contenuto offensivo non è mai stato dimostrato e mai lo sarà.

Al di là di questo anche la diffamazione è un tema scottante, perché rappresenta il limite entro il quale contenere quella libertà di espressione di cui vi sciacquate la bocca (sì, proprio voi) quasi fosse acqua benedetta.

Fatto sta che ieri, mentre stavo leggendo la stampa on line, ho trovato un rimando di “Repubblica” a un articolo de “L’Espresso” intitolato “A processo per un commento su Facebook. Ora il giudice deve decidere se è diffamazione.”
Poi il sottotitolo: “Il caso della giornalista Marina Morpurgo, che ha criticato sul suo profilo una campagna pubblicitaria con protagonista una bambina, arriva in tribunale. E a rischio è la libertà di espressione”.

Lì per lì ho pensato anch’io che mentre in Francia si muore di matita, qualcuno in Italia continua a friggere inutilmente nelle padelle dei pubblici ministeri ma poi ho cambiato rapidamente idea.

Andiamo per ordine:
- Marina Morpurgo ha ricevuto un avviso di chiusura delle indagini preliminari (almeno così si evince dall’articolo) per violazione del comma 3 dell‘art. 595 del Codice Penale: diffamazione aggravata dal mezzo di diffusione.
- L’accusa è quella di aver “offeso l’onore” della Scuola di Formazione Professionale Siri, “denigrandone su un social network la campagna pubblicitaria”.

Bene. Anzi, male. Andiamo a vedere di quale campagna pubblicitaria si tratta: è quella che vi ho messo in evidenza. Fa vedere una bambina intenta a truccarsi come se fosse un’adulta, sormontata dalla scritta “Farò l’estetista, ho sempre avuto le idee chiare”. La soluzione grafica non mi piace, ma quali cosa avrà detto di così penalmente rilevante la Morpurgo da far scattare l’intervento del P.M.?
Ecco qui: “Anche io ho sempre avuto le idee chiare: chi concepisce un manifesto simile andrebbe impeciato ed impiumato… I vostri manifesti e i vostri banner sono semplicemente raggelanti… Complimenti per la rappresentazione della donna che offrite… Negli anni Cinquanta vi hanno ibernato e poi risvegliati?”

E qui, se all’inizio, come vi dicevo, mi è venuta la voglia di difendere la Morpurgo, come stanno facendo in molti in rete, mi è passata.
A prescindere dalla citazione disneyana che indubbiamente alleggerisce il supposto intento diffamatorio (“impeciato e impiumato” ricorda Paperon de’ Paperoni, per chi abbia dimestichezza con Carl Barx), quello che salta agli occhi è che si riferisce non già al discutibile manifesto ma alle persone che quel manifesto hanno ideato. E’ sul “voi” che punta il dito, non sul “esso”. In breve, in Italia si può dire che il politico Tale ha detto o fatto una michiata, ma non si può dire che è una testa di minchia. Una stupidaggine può farla anche una persona intelligentissima, ma questo non significa che sia uno stupido.

L’articolo de L’Espresso riporta, poi, alcuni brani dalla memoria difensiva dei legali della giornalista: ora ve ne riporto alcuni stralci con un breve commento (che ganzo che sono!)

“Con riferimento a Facebook o a social network analoghi, per il reato di diffamazione a mezzo stampa, la Cassazione non si è ancora pronunciata.”
E che c’entra? Non c’è bisogno che esista un precedente in Cassazione per procedere (se no nessuno verrebbe più processato, o verrebbero processati solo coloro che hanno un precedente giurisprudenziale). Il comma 3 dell’art. 595 dice che “Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a euro 516″. Parla di “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”. E Facebook è un mezzo di pubblicità.

“Le espressioni incriminate sono state riportate sulla pagina personale della Morpurgo, frequentata esclusivamente da suoi amici. Le comunicazioni lì pubblicate non sono visibili a tutti, ma solo al gruppo di amici del titolare della bacheca. Difetterebbe, quindi, il requisito strutturale richiesto dal comma 3 dell’articolo 595 del codice penale”
L’obiezione appare debolissima, perché si ha diffamazione quando “Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione”
“Comunicando con più persone” immagino voglia dire almeno due oltre a chi sta diffamando. E quindi l’accusa cadrebbe se la giornalista avesse un solo amico su Facebook.

Insomma, io non la vedo poi tanto l’espressione di un libero diritto di critica, certamente non c’era la volontà espressa di diffamare, anche se le espressioni non sono esattamente gentili, ma che c’entrano le persone con lo scopo della giornalista che in un’intervista dichiara di essersi “limitata a rappresentare la mia indignazione per la maniera in cui veniva ancora considerata la donna, a dispetto di tutte le battaglie di emancipazione degli ultimi decenni”?

Per farla breve, io ritengo che l’accusa della Procura possa reggere in giudizio. Vorrei tanto che non reggesse, ma purtroppo sono convinto dell’esatto contrario. Il che è una bella gatta da pelare in questi giorni in cui la gente si ammazza o muore per il diritto a dire cosa le pare e a non essere neanche criticata.

Journal irresponsable: siamo tutti Charlie ma io già un po’ meno

E così, tutti siamo Charlie.

Della gente è morta, i vivi sono scesi in piazza, una nazione è rimasta paralizzata dalla paura, l’inchiostro delle prime pagine dei giornali si è trasformato in sangue, tutti si sono sentiti coinvolti in prima persona rispolverando il diritto alla satira e alla libera espressione, per permettere a Charlie Hebdo di pubblicare vignette che ritraggono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che si inchiappettano e costituiscono la scusa di parlare dei matrimoni omosessuali che sono delle cose serie.

Non me ne frega niente che abbiano scomodato la Trinità cara ai cattolici (questo, caso mai, sarà un problema dei cattolici), o che si autodefiniscano in prima pagina “Journal irresponsable”, voglio che se si parla di diritto di satira quello che pubblicano faccia ridere. Perché è vero che la satira è ciò che va “al di là”, ma qualcuno ci dica “al di là” di cosa. Della vita stessa? Dello stesso senso del ridicolo?? Conforme, si muoia pure per una risata, così la risata ci seppellirà -già che c’è e già che s’ha da morire!- ma questo non è nemmeno un ghigno. E’ un contenuto forzato (e non deformato, come la satira vorrebbe) che non fa vedere dove vuole andare a parare. Quando guardavo le caricature di Walter Molino su Grand’Hotel, da piccino, c’erano Mike Bongiorno col nasone, Nada con la bazza, Mina con gli occhi di fuori e la gente rideva spontaneamente. Ho riso come un matto quando il Manifesto ha pubblicato la didascalia “il Pastore tedesco” sotto la foto di Ratzinger neoeletto Benedetto XVI. Eppure in quel caso sono bastate una foto e una scritta.

Ma noi no. Noi con le matite spezzate in mano abbiamo a tutti i costi lottato non per il supposto diritto alla libera espressione ma per il diritto di dire quello che ci pare e che gli altri se ne stiano anche parecchio zittini. Eh, ma non funziona mica così!

E quindi siamo tutti Charlie ma io già un po’ meno.

Checkpoint Charlie

E’ fin troppo facile munirsi dell’hastag #JeSuisCharlie e campeggiare con un centoquarantacaratteri su Twitter. E’ anche fin troppo facile scendere in piazza a protestare con la stessa scritta stampata su un foglio A4 e ostentata sopra le testa ad altezza selfie e una matita in mano. Resta comunque da osservare che i francesi in piazza ci scendono e gli italiani no.

Scontato anche dire che quello perpetrato contro Charlie Hebdo sia in realtà un attentato alla libertà di espressione e a quelle di critica e di satira, che ne derivano: è una realtà fin troppo evidente.

Molto più difficile, per non dire impossibile, è ammettere che i primi nemici della libertà di espressione siamo noi stessi, terroristi primigeni di ogni vignettismo.

Siamo noi che appena arriviamo in rete e leggiamo una cazzata non ci fermiamo a constatare il fatto che la presenza di cazzate in rete è l’espressione di quella stessa libertà che rivendichiamo per noi. Anzi, ci sentiamo in diritto e in dovere di dire non solo che quello che leggiamo con ci piace (perché fin qui…) ma che chi l’ha detto o scritto è un imbecille e che non dovrebbe usare lo spazio che gli viene messo a disposizione in quel modo. Siamo noi che scriviamo su Facebook frasi deliranti come “Se sei d’accordo dillo, se non sei d’accordo stai zitto” (alla faccia del diritto di critica, n’est-ce pas?) oppure “Come ti permetti di scrivere queste cose sulla MIA bacheca Facebook?” (la bacheca non è affatto tua, coglione, te la offre Facebook perché tu ci faccia quello che ci vuole LUI, non tu). Siamo noi che litighiamo per un tweet (una volta uno scrittore che sta ottenendo un discreto -ma a mio giudizio immeritato- successo voleva a tutti i costi il mio numero di telefono per litigare di persona) o per un post di un blog (avete mai provato a dire che la musica della “Canzone dell’amore perduto” di De André non è sua ma di Telemann? Ecco, io sì.)

Per noi un’opinione diversa non è e non resta un’opinione. Diventa, inevitabilmente, una polemica quando va bene, un’ingiuria ad personam quando va così e così e come una vera e propria ignominia nel peggiore dei casi.

Un esempio: la figlia di Pino Daniele ha “postato” su Facebook un pensiero in ricordo di suo padre. Tra i 700 e passa commenti ce n’era almeno uno che rimproverava a questa ragazza il fatto che avrebbe dovuto starsene a piangere riservatamente anziché esternare i suoi sentimenti sul social network.
E va beh, sì, magari avrebbe anche potuto, ma se se la sentiva di fare diversamente cosa facciamo, la fuciliamo in piazza come nemica del popolo? Vogliamo sindacare perfino su come una persona gestisce il suo dolore, cioè qualcosa di personale, intoccabile, dato sensibile per eccellenza. Figuriamoci se non ci occupiamo delle opinioni.

Esisterà sempre chi batte i denti, chi prende il ritmo e ci balla sopra. Così come chi sarà disposto a sparare sul ballerino: gli stessi che oggi si nascondono dietro a un tweet.

Parlando del naufragio della Norman Atlantic

Diceva sempre la mi’ nonna Angiolina che “le gente ènno cattive e ‘nfame!”

Io, invece, un po’ come Anna Frank, da bambino pensavo che la gente non fosse poi così cattiva, in fondo. Poi sono cresciuto e mi sono liberato ben presto della presenza ingombrante di Anna Frank e del suo giudizio sul mondo degli umani. Perc hé la gente è cattiva davvero, solo che lo scopri sempre dopo.

Diciamo che a volte la gente fa cose di cui non si capisce l’intima essenza. Scopo, utilità, quid, nòcciolo.

Come Lorsignori di “Repubblica”, che alle 12:57 di oggi hanno lanciato un tweet con su scritto: “Siete a bordo della Norman Atlantic? Avete informazioni?? Scrivete a…”.
Ora, ce lo vedete voi uno a bordo della Norman Atlantic che proprio mentre la nave sta andando a fuoco e mentre rischia di rimetterci le penne si collega col suo telefonino al suo provider e-mail per raccontare di come gli si stanno squagliano le suole delle scarpe sul pavimento incandescente dell’imbarcazione?

Siamo arrivati a un personificazione (per carità, maldestra e squalliduccia) di quello che nel cinema è il racconto dello scoop per eccellenza, quello della fine del mondo, della propria vita o, comunque, della fine di qualcosa. Come, che so, “La guerra dei mondi”, per esempio, in cui uno dei conduttori radiofonici coinvolti finiva per raccontare in diretta la propria morte.

Se la tua vita non vale un tweet, forse non è neanche vita.

Questo Natale si è presentato come comanda Iddio

Il Papa ha detto che il mondo ha bisogno di tenerezza. Gentile da parte sua, ma ci aveva già pesato Ernesto “Che” Guevara almeno 40 anni fa a dirci che bisogna vivere “senza perdere la tenerezza”. Non è una questione di ideologie, ma di paternità. Anche alle parole si può fare la prova del DNA per accertarne la genesi.

Così, il Natale catto-consumistico che volge al termine oggi, ha mostrato la sua vera essenza. Con una aggiunta. Assieme al messaggio e alla benedizione Urbi et Orbi del Papa abbiamo ricevuto il messaggio di Girone, il marò che scrive dall’India e, naturalmente, trova spazio su tutti i giornali italiani.

Ora, per carità, sta soffrendo e sarebbe anche l’ora che gli venisse contestato uno straccio di capo di accusa, così saprebbe da cosa doversi difendere. Su questo non può e non deve esserci alcun dubbio. E’ lontano dalla famiglia, siamo d’accordo, non è potuto rientrare per le vacanze di Natale, ed è triste, ma la nostra solidarietà ai marò deve fermarsi qui e non deve andare oltre.

Non dobbiamo dimenticare che sono due persone sospettate di avere sparato su due pescatori (che la loro famiglia non la rivedranno mai più) e la diffusione del testo di questo messaggio da parte delle agenzie contribuisce ad aumentare  quell’effetto di straniamento che ci colpisce quando parliamo della vicenda dei marò. Personalmente non sono sospettato di avere sparato su nessuno e mi fa piacere pensare che se io avessi scritto un messaggio del tenore di quello di Girone le agenzie di stampa lo avrebbero tranquillamente ignorato. E certamente iniziare il messaggio con “Tanti Auguri di Buon Natale a tutti coloro che credono nella Santità di questa ricorrenza” è stata una svista terrificante, perché lo Stato è composto anche da quei cittadini che non ci credono. E a loro niente auguri? Per non parlare del Buon Natale “alla gente bisognosa”, “a tutti i bambini che non possono ricevere calore”, “a coloro che per scelta, professione o missione aiutano il prossimo in difficoltà”. Sembra davvero un messaggio papale. Perché ecco quello che mi fa profondamente indignare: questo alone di santità che prelude a un (pre)concetto di innocenza per cui i santi non possono essere colpevoli.

Io non lo so se sono innocenti o no, come loro aspetto che si tenga un regolare processo in India. Ma nel frattempo mi esimerei dall’esternare messaggi di questo tipo, perché poi i processi possono concludersi anche con una condanna, e questo Natale si è veramente presentato come comanda Iddio.

(*) Il titolo del post è tratto dal primo atto di “Natale in casa Cupiello” di Eduardo De Filippo.

Undicesimo: non guardare!

No, non l’ho visto Benigni, sono ancora abbastanza preconcezionista da potermelo permettere.

C’è un sacco di gente sui social network che è andata sproloquiando sul fatto che Benigni, se non ti piace, lo puoi tranquillamente ignorare guardando qualcos’altro. Io tra un po’ non ho nemmeno una televisione decente, figuriamoci.
Ma chi lo dice è chiaramente in mala fede. Perché il messaggio non è “Non ti piace Benigni, cambia canale!” ma “Se non ti piace Benigni è una posizione legittima perché purtroppo viviamo in una democrazia, mi basta che tu non venga a turbare le mie opinioni che, invece, sono entusiastiche”. Ovvero “A me piace Benigni e lo dico, e te a cui non piace Benigni stai zitto”.

Non l’ho guardato, ve l’ho detto. Ciò non ha impedito a Benigni di combinare un sacco di danni lo stesso.
Il primo è che grazie a lui si sono svegliati tutti biblisti. Gente che non sapeva distinguere il Deuteronomio da un salame aquilano da stamattina pontifica sui sacri testi che, voglio dire, dovrebbero solo abbassare la cresta.
Il secondo danno è quello che risiede nell’illusione che ha il pubblico di aver udito dei ragionamenti originali. A me i dieci comandamenti me li faceva imparare Don Vellutini al catechismo, ed eran nocchini nel capo se poi non li sapevo. Voglio dire, tanto per fare un esempio, “Onora il padre e la madre” lo conosciamo tutti, ma, guarda caso, Benigni non ha parlato dei padri e delle madri che non onorano i propri figli al punto di ammazzarli. “Onora il tuo assassino” potrebbe essere un comandamento Benigni-compliant? Che poi la gente che l’ha applaudito è la stessa che vorrebbe vedere alla forca la mamma del piccolo Loris e allora di che cosa stiamo parlando?
Il terzo danno mi ripugna un po’ farlo presente, ma lo faccio lo stesso: nella scuola pubblica ci sono insegnanti di religione (di ruolo e/o precari) che lavorano un’ora alla settimana per classe. Generalmente vengono anche presi per il culo, ma hanno appena il tempo di entrare, sedersi, raccontare due cose, andare nella classe a fianco e ricominciare. Guadagnano dai 1200 ai 1600 euro al mese. Sono anche nominati dalla Curia Vescovile, quindi sono doppiamente controllati (dal Vescovo e dal Dirigente Scolastico): combina qualcosa che non sia “in linea” e ti scordi di lavorare nella scuola pubblica.
Quanto meno per una questione di mero rispetto per chi lavora in questo settore (e potete immaginare quanto sia lontano dal mio modo di pensare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole) il servizio pubblico che paga centinaia di migliaia di euro un comico per fare una lezioncina di religione questa se la poteva risparmiare.

La Divina Commedia, la Costituzione, i Dieci Comandamenti, son tutte cose che Benigni non ha scritto e quindi la smetta di sguazzarci dentro come se fossero sue. O, quanto meno, quando ci recita il conte Ugolino alla televisione, abbia la bontà di far scrivere sul titoli di testa: “Testi originali di Dante Alighieri”. Perché, in fondo, che ha fatto? Ha solo espresso una lettura (tra le migliaia possibili) di questi testi. Un punto di vista. Nel 1983 sparava battute (quelle sì, esilaranti) come «Perché si chiama Democrazia Cristiana? Perché vogliono fare i furbi. Democrazia va bene, ma Cristiana? Perché? Come se io, per prendere i voti degli elettricisti, mi chiamassi Democrazia Elettrica.» Ed ha finito per fare uno show altamente democristiano, con le storielline, la morale e l’insegnamento. Per l’amor del cielo, va bene, ma andava ancora meglio ai tempi del Sacchetti e del Novellino; questo “miscere utile dulci” sa di Medioevo, quando i predicanti raccontavan le novelle al popolino per farlo star buono o per rafforzare in lui l’idea della fede (magari anche pregonizzando qualche sorta di castigo divino che male non faceva). E poi pigliavano anche qualche offerta, in natura o in denaro.

Sicché jersera ho pensato che quel tempo in cui Benigni stava lì salterellando e ripetendo parole iperbòliche come “Bellissimo” “Meraviglioso”, “Fantastico” e via divineggiando, potesse essere impiegato meglio leggendo un libro. Così ho fatto e così spero di voi.

(Per la redazione di questo post mi sono servito di alcune idee di Dalia Collevecchio e Roberto Scaglione)

Mamma

La mi’ nonna Angiolina mi diceva sempre “Un ti devi fidà’ nemmeno di tu’ mà’ cane!”. Del resto, cosa volete, la mi’ nonna Angiolina era una persona fine, dai modi delicati e dall’eloquio forbito.

Per noi italiani la mamma è un simbolo, di più, è sacra, assume un alone incontrastabile di intoccabilità: “mamma, sei tu la vita e per la vita non ti lascio mai più”, “Portami a ballare”, “Di mamme ce n’è una sola” (ce n’è una sòla??), “Una mamma fa tutto per il bene dei figli” (questa poi è bellissima).

Cioè, si diventa mamme e tutto è lecito e permesso. Devono aver inventato l’extraterritorialità delle genitrici. Quante volte abbiamo sentito frasi come “Una mamma certe cose le sente!” (non si sa bene cosa, ma una mamma le sente lo stesso, una suora, una ragazza, una donna nubile evidentemente no! Uno a zero e palla al centro.) Oppure “Nessuno ti vuole bene come la tua mamma”, altra locuzione terribile, perché si dà per scontata l’incapacità di amare di un marito, di una moglie, di un compagno, di una fidanzata e perché no, del figlio che abbiamo a nostra volta.

Sono tutte balle, ma noi non ce ne accorgiamo. E comunque diamo sempre per assodato che una madre agisca sempre per il bene. Mai per il male. Non importa che tramesti nel cellulare del figlio per vedere chi è la donzella di turno che lo distoglie dalle caserecce attenzioni (che comunque è sempre una troia per definizione), o che quando il pargolo ha l’influenza lo costringa a sorbirsi inutili brodaglie della donna (perché se una mamma ha deciso che una cosa ti fa bene non ci sono santi, ti fa bene e basta).

Poi succede il black-out, il corto circuito: le mamme possono uccidere. “Ma io non penso che una mamma possa arrivare ad uccidere il proprio cucciolo!!” Ah no?? E perché mai?? Cosa glielo impedisce? Tu, che oltretutto usi una parola orribile come “cucciolo” per indicare un essere umano, ma non ti vergogni a trattare tuo figlio in questo modo? Se lui è un cucciolo tu cosa sei, una leonessa? Un’orsa?? Una tigre??? Una iena????
“Dio mio come mi fa incazzare la gente che non vuol capire…” diceva Giorgio Gaber. Quando si sente dire qualcosa c’è sempre qualcuno che dichiara “Era una mamma molto attenta nei confronti dei suoi figli”. E si vede, che diamine!

Ma sì, continuiamo pure a difendere queste assassine con argomenti inoppugnabili come “E’ impossibile, una mamma non lo farebbe mai”, troveremo senz’altro un giudice pronto a darci ascolto, ad assolvere la rèa e a cancellare tutto il male dal mondo pur di ricongiungere un figlio (felicemente supersite e virtualmente orfano di madre) alla sua genitrice, e a me mi sa tanto che aveva ragione ma la mi’ nonna Angiolina.