E’ morto John Renbourn

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John Renbourn è stato uno dei componenti (assieme a Bert Jansch, Terry Cox, Jacqui McShee e Danny Thompson del gruppo inglese dei Pentangle, tra i più innovativi e completi della storia della musica.

Dopo la morte di Bert, che aveva spezzato il Pentacolo, se n’è andato anche John, mio modello e maestro.

Mi è impossibile riassumere la sua carriera chitarristica, John Renbourn ha rielaborato tutto, dalla musica medievale a quella tradizionale, dal jazz al blues, sia come solista che come fondatore di gruppi collegati al suo nome. Vi posso fare i titoli di quattro dischi, giusto per darvi solo una idea del suo genio e della sua abilità chitarristica: “Faro Annie”, “The Black Balloon”, “A maid in Bedlam” e “The enchanted garden” (gli ultimi due sotto il nome di “John Renbourn Group”).

Che fosse accompagnato da musicisti e cantanti di indubbio valore (Jacqui McShee fra tutte, voce inglese per eccellenza) o che suonasse da solo Renbourn ha sempre dimostrato una incredibile versatilità con lo strumento, e ora che se n’è andato, questa giornata grigia di fancazzismo è, se possibile, ancora più acida da digerire. E non vi dico altro.

Ma la depressione non uccide 150 persone!

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Se non avessi certezza della fondamentale cretineria e della sempiterna stupidità del genere umano, potrei dire anch’io, assieme a un coro quasi unanime di persone, che 150 persone sono schiantate contro una montagna della Provenza perché il copilota dell’aereo su cui viaggiavano, guarda caso, era depresso.

Mi sembra di sentirla tanta gente: “O allora? Del resto l’ha lasciato la fidanzata, sei anni fa aveva avuto un episodio patologico analogo, ma sarà un po’ padrone d’andarsi a stracatafottere la vita come gli pare?”

Già, o com’è che ora son d’improvviso diventati tutti esperti di depressione e fino all’altroieri non ci capiva un cazzo di nulla nessuno?

Ma, soprattutto, com’è che il suddetto copilota è diventato per tutti semplicemente un depresso e non è diventato, più appropriatamente, un assassino, un uomo privo di scrupoli, una persona spregevole e votata alla commissione di un crimine atroce e aberrante, che non troverebbe giustificazione nemmeno se avesse sofferto di un tumore allo stadio terminale?

La depressione è una cosa seria ma non uccide e, soprattutto, non fa uccidere, diventa una minestrina riscaldata davanti a personalità evidentemente disturbate e deviate a livello psichico, che tutto quello che possono pilotare è una bella camicia di forza in un reparto ospedaliero.

“L’affare Vivaldi” di Federico Maria Sardelli

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Leggere libri gialli è una delle esperienze più belle della vita, perché il giallo non ha mai un finale aperto, e i finali aperti mettono angoscia. Invece nei gialli c’è sempre un mistero (solitamente, ma non necessariamente associato a un ammazzamento), qualcuno che lo deve risolvere e la risoluzione finale (appunto). Se va bene si viene condotti per mano da un investigatore (professionista o improvvisato) simpatico che ha il pregio di essere sempre lo stesso di episodio in episodio, così si è certi di ritrovare le stesse paranoie (perché l’investigatore un po’ paranoico lo è!) di libro in libro, finché all’autore non viene voglia di accopparlo, come è successo con Poirot, con Miss Marple e come succederà con Montalbano, prima o poi. Potere dell’invenzione!
Ma quando il giallo riguarda i manoscritti e, conseguentemente, la memoria di Antonio Vivaldi, nonché il suo culto tra le persone che lo hanno amato, lì non c’è invenzione che tenga. Anzi, è proprio tutto vero. Il narratore interviene poco (anzi, pochissimo) tra i fatti e i personaggi di cui fa una lista lunga quattro pagine (altro che quegli elenchini di quella buontempona della Christie!) e il recupero di Vivaldi da un oblio durato due secoli è il finale anch’esso obbligato di una storia che si è fatta romanzo ne “L’affare Vivaldi” di Federico Maria “Astio” Sardelli, pubblicato da Sellerio che se non ce l’avete fate solo bene a comprarlo (io l’ho preso su Amazon e mi ci son trovato dimolto bene).

I migliori (forse!) plugin per WordPress

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A volte è difficile, per non dire completamente impossibile, capire come l’uso di un software o di una piattaforma possa cambiare la vita (non solo informatica, sia detto per inciso) di una persona. A me accadde molti anni fa quando iniziai ad usare PGP (oggi se ne possono seguire le ceneri in GPG), che mi aiutò non poco a mettere a fuoco concetti come “Privacy” e “Quello-che-scrivo-o-che-faccio-sono-cazzi-miei”.

L’altro prodotto che mi ha aiutato a ragionare in modo diverso è WordPress, cioè l’accrocchio che fa “girare” il blog che state leggendo. Il massimo della semplicità e dell’efficienza, dimostra che non è vero che un prodotto open source possa e debba essere necessariamente ostico e difficile da far “girare”. Ecco, una cosa così perfetta è anche gratuita, e sono cose che farebbero commuovere anche un uomo grande.

Mi sono chiesto: “in che modo posso ridare a WordPress un po’ della gioia e della soddisfazione che ha dato a me?” Probabilmente scrivendo un articolo su quelli che sono stati i migliori “plugin” che ho trovato, in modo che chi ha bisogno delle stesse cose di cui ho avuto bisogno io possa trovare la mia stessa soddisfazione in meno tempo.

Se non sapete cos’è WordPress e, soprattutto, che cos’è un “plugin” e come installarlo non proseguite nella lettura di questo che potrebbe essere un articolo lungo (sì, ogni tanto su questo blog ci si occupa anche di roba tecnica!)

404 REDIRECTION – Serve per far reindirizzare il sito WordPress sulla home page ogni volta che si digita l’indirizzo di una pagina insesistente. Non fa perdere tempo e guadagna accessi.

AKISMET – Formidabile plugin per controllare lo spam. Assolutamente indispensabile.

AUTO MORE TAG – Questo plugin spezza, dopo un numero predeterminato di parole, l’articolo esposto sulla home page inserendo il tag “more” (continua a leggere).

AUTO PRUNE POSTS – Cancella, anzi, brasa letteralmente, dopo un periodo di tempo predeterminato, tutti i post di una o più categorie.

CATEGORIES TO TAGS CONVERTER IMPORTER – E’ una utilità che converte le categorie in tags e viceversa. Può servirvi due o tre volte nella vita ma è comunque utile tenerlo lì.

CODE INSERT MANAGER – Attraverso questo plugin avrete la possibilità di inserire in posizioni preordinate (inizio e fine articolo o testata del blog) un codice HTML. Utile per Google AdSense e quant’altro.

CONTEXTUAL RELATED POSTS – Visualizza, alla fine di ogni articolo, una serie di link di altri articoli relazionati. Utile per i motori di ricerca e per non perdere la visibilità di articoli vecchiotti o vetusti.

EASY PLUGIN FOR ADSENSE PRO – E’ l’unico plugin a pagamento di questa lista. Ma costa solo poco meno di 8 euro. Serve per selezionare le categorie in cui inserire le pubblicità (magari a voi non frega un belino, ma a me sì) ed esclude quelle che marcherete. E’ ovvio che se non usate AdSense non ne avete bisogno.

FACEBOOK COMMENTS – Inserisce uno spazio in cui i vostri visitatori potranno commentare da Facebook. Non illudetevi che questo aumenti il numero dei commenti, ma darà al vostro blog un aspetto social-friendly. Configuràtelo ammodino!

FEEDWORDPRESS – Non lo uso più (vedere più sotto) ma non è malaccio. Riprende articoli e interventi da altri blog mediante il feed RSS. Usatelo insieme a FWP+: Add Attribution (è il plugin del plugin).

GOOGLE DOC EMBEDDER – Visualizza documenti di Microsoft Office, ma soprattutto PDF.

GOOGLE XML SITEMAPS – Crea una sitemap per Google.

JETPACK BY WORDPRESS – Permette di collegare il blog ad un account WordPress.com, fornendo le potenti funzionalità accessibili normalmente ai soli utenti WordPress.com.

LIGHTBOX POP – Crea un popup in entrata. Funziona bene, ma valutate se è proprio necessario che visualizziate un popup.

MP3-JPLAYER – Un player MP3 utile per creare delle playlist partendo da una directory specifica.

RECENTLY VIEWED POSTS – Mostra un elenco dei post visualizzati di recente. Potete collegarlo al blog attraverso un widget apposito.

SEO INTERNAL LINKS – Crea un link ai tag. Oppure può essere utilizzato per creare link specifici a determinate parole. Molto utile e versatile.

VANILLA PDF EMBED – Rispetto a Google Doc Embedder è assai più semplice e immediato, basta inserire il link del file PDF che si intende visualizzare e il gioco è fatto.

WP-O-MATIC – Decisamente il massimo quanto a aggregazione di feed RSS. Rispetto a FeedWordPress tratta ogni articolo esterno esattamente come se fosse stato prodotto in loco e questo permette a Contextual Related Posts di agire.

WP SUPER CACHE – Alcuni hosting provider come Aruba non sono molto contenti se usate una utility di cache come questa, ma vale la pena di provare perché il tutto rende assai più veloce il funzionamento di un sito. Se avete pochi accessi non vale la pena usarlo.

WP TO TWITTER – Ogni volta che postate sul vostro blog un nuovo articolo questo plugin si occupa di segnalarlo sul vostro account Twitter. Cura nella configurazione.

Ah bene!

E quel bambino che giocava in un cortile

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Nel 2012, anno che terminai in un modo che non amo ricordare, cominciai a metter mano a un libro di cui non scrissi che poche pagine. Il titolo, quello, c’era. Si chiamava “Il giardino incantato di Wikipedia”. Il prologo mi venne giù tutto d’un fiato, l’ho riletto e mi è parso che possa avere sufficiente dignità da essere proposto come post del blog. Certo, è passato un po’ di tempo. Ma conservo lo spirito e il titolo di quando scrissi queste righe allora.

Quando ero bambino l’arrivo di una enciclopedia in casa era un gesto sacro e degno del maggior rispetto dovuto e possibile.

I tuoi genitori, con l’aiuto dei nonni e di qualche parente, ti stavano regalando l’Enciclopedia (maiuscolo, perché allora era una categoria dello spirito!). Avevano investito un bel po’ di soldi in un’opera di consultazione che avrebbe dovuto esserti utile “per tutta la vita” (o, almeno, così si sperava), e che costituiva non solo una spesa considerevole per le magre entrate familiari, ma anche e soprattutto un investimento per quello che era il tuo futuro.

Perché il futuro, se nessuno era in grado di prevederlo, lo si poteva bene analizzare con la lente della cultura e del sapere, per cui poteva anche darsi che esistesse, in ipotesi, la possibilità che tu diventassi un perfetto imbecille per conto tuo, ma senza la cultura, senza il sapere, lo saresti diventato certamente.

Per questo ti veniva regalata un’opera monumentale in svariati volumi, perché era come una sorta di viatico, un crisma che ti apriva le porte dell’età adulta e che ti permetteva di entrare in mondi da guardare, osservare, ma, soprattutto, sfogliare e risfogliare a tuo piacere.

Così, sia che avessi la UTET, o la Universo, o anche i “Quindici”, per non parlare della raccolta completa dei “libri delle regioni” (progetto a cui molti ambivano ma che pochissimi, ahimé, portavano a compimento), ogni volta che leggevi, sfogliavi, consultavi, sbirciavi quelle pagine, le facevi anche un po’ tue. Le immagini e i ritratti degli uomini illustri, le fotografie dei monumenti, le cartine geografiche, i dati sull’economia e sulla produzione delle materie prime, le capitali europee, le trame delle opere di letteratura, le foto degli animali di qualunque specie e paese diventavano un tutt’uno con te, come se il ripetere costantemente quei gesti potesse aiutarti a fissare nell’anima, prima ancora che nella memoria, il valicare delle Alpi di Annibale di Cartagine a dorso degli elefanti, l’aspetto severo e compassato di Mao Tze-Tung nelle foto ufficiali, la tomba di Napoleone confinato a Sant’Elena, la forma a bastoncino un batterio-killer, Marie Curie che guardava le provette controluce, i baffi sornioni di Flaubert, il naso aquilino di Dante Alighieri, l’anatomia del piede, la densità della Spagna e della sua capitale, Madrid. O, ancora, il gesto aggraziato della Madonna del Cardellino di Raffaello e la fronte corrucciata di Ludwig van Beethoven, o quella parruccata di Wolfgang Amadeus Mozart, che era morto a 35 anni.

Sentivi, questo è certo, il senso della provvisorietà delle informazioni contenute. Per questo ti capitava, di sottecchi, di segnare la data di morte di qualche personaggio conosciuto, per togliere dall’enciclopedia quell’imbarazzante definizione di “vivente” che la rendeva inattuale. Ma sempre con la matita (mai con la penna, chè sarebbe stato peccato mortale!) e con un segno leggero, a margine. L’enciclopedia era come la vita nella visione cattolica: un dono, sì, ma che non ti apparteneva mai del tutto e di cui non potevi fare quello che volevi, perché un giorno avresti dovuto abbandonarlo del tutto.

Ma intanto che la sfogliavi eri vivo, e imparavi a memoria, come una litania, le sequenze alfabetiche che si stampigliavano in oro sul dorso di ogni volume, e che segnavano i limiti naturali entro i quali vi avresti trovato quello che cercavi. Se sbagliavi volume dovevi rimetterlo a posto e prendere quello successivo. O precedente. E ricominciare.

E ogni volume iniziava con una lista di nomi lunga come la litania dei santi, tutti in ordine alfabetico anche loro, che, poi, erano i signori che avevano scritto le voci che avevi tra le mani. Loro erano il comitato scientifico, erano quelli che sapevano, i professori, o, almeno, gli esperti. Erano quelli che ti avevano trasmesso il loro sapere, e tu li vedevi lì, stampati in corpo minuscolo, e provavi un senso di sottile gratitudine. Dio, quanti erano!

Poi ho conosciuto Wikipedia.

Priscilla, vada come vada

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A Castiglioncello “Il Filo di Paglia” di Daniela Quaglierini e Matteo Sardi

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Lascio volentieri la penna a Daniela Quaglierini e Matteo Sardi, che da Castiglioncello mi rendono partecipe della loro iniziativa “IlFilodiPaglia”, che testimonia la vulcanica eruttività di idee e attenzione al prossimo di entrambi. Pubblico volentieri una presentazione della fattoria per bambini e mi pregio di invitarvi a seguire l’iniziativa, soprattutto se siete di Castiglioncello (e lo so che ho tanti lettori lì, per cui guardate di fare ammodino!)

Sta nascendo nella splendida cornice del Casale del Mare a Castiglioncello ed è una nuova realtà, unica nel suo genere sul territorio.

E’ la Fattoria Laboratorio IlFilodiPaglia.

IlFilodiPaglia è una vera fattoria, anche se sembra quasi dipinta, tra olivi e viti, che accoglierà degli inediti contadini: i bambini e ragazzi del luogo ed i giovani villeggianti estivi ed invernali.
“La nostra fattoria, che ha ricevuto proprio in questi giorni il Patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Rosignano Marittimo” – ci spiegano i due fondatori del progetto, Daniela Quaglierini (naturopata pediatrica, zooantropologa didattica, istruttore pony, docente e formatore scientifico) e Matteo Sardi (operatore zootecnico, zooantropologo didattico, istruttore pony e tiro con l’arco) – è un vero e proprio laboratorio, una fucìna di idee e lavori creativi tutti a tema naturale, in cui i ragazzi si troveranno ad essere i protagonisti dei tempi, luoghi, ritmi della campagna.”

“IlFilodiPaglia, nasce – ci spiega Quaglierini – dall’incontro della nostra sensibilità che è maturata attraverso il lavoro con i ragazzi delle scuole ed in fattoria, con la sensibilità del sig. Martini, il proprietario del Casale del Mare, entrambe rivolte ad investire in una formazione di qualità per i ragazzi, esperienziale e che non trascuri l’aspetto del gioco, consapevoli che, solo ricongiungendo le energie giovani con il saggio insegnamento di Madre Natura, si riesca a portare un grande messaggio di svolta per il futuro.”

In Fattoria si potranno fare molteplici e sempre nuove esperienze: accudimento e relazione con gli animali (cavalli, ciuchi, galline , conigli, pecore..), coltivazioni biologiche di orto, olivi e viti, lavori agricoli e pulizia delle stalle, laboratori creativi ed artistici tutti al naturale. Sarà presente un pony club (con lezioni di equitazione) ed una scuola di tiro con l’arco (anche per adulti).
Al via in questi giorni i tirocini gratuiti per giovani fino a venti anni: dalla prossima settimana già un gruppo di cinque ragazze, provenienti da Bologna, faranno esperienza di costruzione della fattoria dove, per tutta l’estate, saranno attivi anche campi solari, dalla mattina alla sera, con pranzo al sacco e lavoro con cavalli, giochi, sport e tanta natura.

Sardi conclude che – “In un territorio come il nostro, in cui al mare splendido fa cornice una campagna altrettanto meravigliosa e che sempre più ha bisogno di offrire servizi anche per i turisti, la Fattoria IlFilodiPaglia vuole essere quella occasione per far scoprire e riscoprire il valore della ospitalità e della bellezza della cultura toscana.”

Per info: ASD Il Ghiarone – 320 8167743, 333 4758985 Il Casale del Mare 0586 759007

Sulla sua cattiva scuola

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Mia moglie è un genio, l’ho sempre detto. E’ stata lei che mi ha fatto notare come l’attenzione dei media per l’assoluzione di Berlusconi in Cassazione abbia ovattato quella per lo sfacelo delle nostre istituzioni, a cominciare dall’approvazione alla Camera del DDL che porta il nome dell’illustre Costituzionalista Maria Elena Boschi, decreto che prevede la trasformazione del Senato da elemento del bicameralismo perfetto in zerbino della Camera dei Deputati. E, dato un colpo alla democrazia in senso puro (chi controllerà più il lavoro dei deputati impegnati ad approvare articoli, dispositivi ed emendamenti a spron battuto?), diamone uno anche alla scuola, via, così si minano le basi del Paese in maniera più efficace.

C’è da aver paura a sentire Renzi che dice:
Il merito (dei docenti) lo valuterà il preside, sentito il consiglio dei docenti, secondo modalità che sceglieranno. Decideranno loro.

A parte il fatto che i presidi si chiamano Dirigenti Scolastici e che non esiste il “consiglio dei docenti” (casomai esiste il “collegio dei docenti” o il “consiglio di classe”), si apprende da queste poche e agghiaccianti parole che il Dirigente Scolastico è quello che permetterà ad alcuni di prendere degli euro in più sulla busta paga, sulla base di quello che dice il collegio docenti, di cui, tra parentesi, il Dirigente Scolastico fa parte (può votare) e che presiede. Insomma, decide il tuo preside se sei bravo o no. Il lecchinismo portaborsistico della scuola italiana è dietro l’angolo: adesso tutti a sorridere al Dirigente, tutti a fare quello che dice lui, tutti a proporre progetti su progetti (tanto i soldi crescono ancora dalle monetine piantate da Pinocchio nel Campo dei Miracoli!), viaggi di istruzione (gite) con un posto di particolare prestigio già assegnato -nel caso al Dirigente venisse il ghiribizzo di farsi un viaggetto-. Tutto pur di entrare nelle sue grazie.

Quelli che prenderanno meno saranno, dunque, i docenti che fanno lezione in classe (quelli Renzi-compliant la faranno nelle aule multimediali, con le lavagne tecnologizzate, collegandosi a una connessione internet che non c’è) che si porteranno a casa i compiti da correggere (gli adepti avranno soltanto dei test a crocette!), che si rifiuteranno di accompagnare gli studenti in gita perché è l’unico modo per incanalare l’opinione pubblica sui problemi della scuola, meglio di uno sciopero (ma ci saranno sempre quelli -anzi, quelle- che diranno “Preside, se il collega non va vado io!!”), che presenteranno un fenomenale progetto sull’educazione alla riflessiologia del piede (da svolgersi con i soldi pubblici, si badi) perché ne hanno tratto tanto giovamento e devono diffondere il sacro e plantare Verbo!

Nell’articolato appare anche la “chiamata diretta” dei docenti da parte dei Dirigenti Scolastici che attingeranno da un Albo in cui saranno pubblicati i curricula degli aspiranti. Clientelismi e interessi parenteschi a tutto vapore.

Saranno in molti, al contrario di quanti si crede, a seguire Renzi in questo gioco al massacro. A seguirlo nell’istruzione che fa male al paese e ad accompagnarlo dove nessuno vorrebbe andare: sulla sua cattiva scuola.

La carbonara vegana

Va molto di moda tutto ciò che è vegano, e questo mi preoccupa non poco.

Ora, personalmente non ho nulla contro chi fa la scelta di diventare vegano e di nutrirsi esclusivamente di proteine di tipo vegetale per una questione di etica e di volontà di non ammazzare i poveri animali di cui si ciba la civiltà guerrafondaia, corrotta e carnivora. Ognuno faccia quel che gli pare. Non sarò certo io a impedire ai vegani di sgozzare una lattuga, una pianta di fagioli o una tavoletta di miserabile tofu.

Ma quello che non riesco a sopportare è la mania di voler “adattare” a tutti i costi piatti della cucina tradizionale alla maniera ed al gusto vegani. Che ne so, lo spezzatino di soja: ne ho fatto uso anch’io quando vivevo da solo e sostituire la carne con le proteine vegetali non è cattiva cosa, sempre se uno lo fa una o due volte nella settimana. Ma lo spezzatino di soja è, appunto, soja. Non ha e non può avere la consistenza della carne. Quella di soja si chiama “bistecca” ma non è una bistecca. E’ un coso da reidratare che quando lo vai a cuocere ha una vaga somiglianza con la fettina, ma tutti si limita a darti una sorta di illusione. E’ un “vorrei-ma-non-posso”, ecco.

E, ad esempio, quando si parla del latte di riso, di avena, di mandorle, della stessa soja, si parla di bevande che non hanno nulla a che vedere con il latte (a parte l’aspetto e la densità esteriori), che magari sono buone (il latte di riso, per esempio, lo apprezzo moltissimo) ma non sono latte. Il latte è, appunto, quello che viene dagli animali: il latte è di vacca, di pecora, di capra. Non è di riso. Cosa fai, mungi il vialone nano? L’arborio?? Il Parboiled??? Il Basmati????

Per questo quando ho visto la ricetta della carbonara vegana mi son venuti i brividi. Perché la carbonara la fai con il guanciale e con le uova. Proteine animali, sissignori, e in quanto tali non sostituibili. Voglio dire, vuoi essere vegano? Benissimo, allora la carbonara non la mangi, perché si fa con determinati ingredienti a cui hai inopinatamente rinunciato. Potrai fare una pasta in bianco che più o meno le somiglia nell’aspetto, ma il guanciale soffritto nella padella di ferro, reso croccante e poi amalgamato con la pasta e l’uovo non si battono e non si sostituiscono. Che ci metti a soffriggere, il seitan?? E perché il suddetto seitan deve essere considerato degno di sostituire il guanciale?? Lasciateci con la nostra crudeltà. Sì, noi il maiale lo ammazziamo, anzi, siamo perfido un po’ perfidi e codardi allo stesso tempo, perché lo sorprendiamo in una mattina in cui fa un freddo dell’acvcidente, gli diciamo di venire verso di noi, facciamo finta di dargli da mangiare e poi gli facciamo saltare le cervella con una pistola o gli recidiamo la gola incuranti dei suoi ultimi gemiti. Poi lo spezziamo e ci cibiamo delle sue carni, sì, noi prendiamo le uova dalle galline, rubando loro biecamente la possibilità di procreare, cazzo sarà mai, dobbiamo sentirci in colpa per questo?

Moriremo di cancro, o, piuttosto, di colesterolo. Ci scanneremo per stabilire, una volta per tutte, se con l’uovo e il guanciale si mette la cipolla o l’aglio, ma lasciateci la nostra carbonara e tenetevi le vostre verdurine!

L’educazione digitale spetta alle famiglie

 

Sul sito de “La Stampa” è apparso un commento di Gianluca Nicoletti, giornalista, conduttore radiofonico, scrittore e polemista, sulla necessità di intervenire a livello scolastico sulla mancanza di educazione digitale dei nostri giovani (espresssione che reputo orrenda, ma la uso tanto per capirci).

Il tutto, dopo che tremila persone hanno ridiffuso un filmato hard di una sedicenne di Torino che faceva sesso nel bagno di una discoteca e che a Sestri Levante un’altra minorenne è stata ripresa e “condivisa” sui social network dai coetanei mentre pestava una dodicenne.

Nicoletti afferma che

“Non si potrà veramente parlare di «buona scuola» in Italia fino a quando, per legge, non si formeranno insegnanti specifici di «Educazione alle relazioni digitali».”

e propone di

“introdurre il «social networking» come materia obbligatoria sin dalle classi elementari.”

La scuola come rimedio di ogni male, come pronto soccorso emergenziale quando le emergenze sono già dilagate in tutta la loro gravità, è una concezione senza dubbio comoda, ma che non guarda ai problemi nella loro interezza. Del resto, fateci caso, la scuola dovrebbe occuparsi, si veda il caso, di educazione alla legalità, di educazione alla lotta alla mafia, di educazione alla diversità, di contrasto del bullismo, di sensibilizzazione a una sessualità responsabile, di individuare i casi più problematici e se ne potrebbero aggiungere ancora tante.

In breve, bisognerebbe -secondo Nicoletti- far sì che i “nostri ragazzi” di cui sopra imparassero che riprendere una ragazza che massacra di cazzotti una compagna più piccola di lei e poi far circolare il video è una cosa sbagliata. Ma lo sanno già. Ed è per questo che lo fanno. Perché è sbagliato, perché è proibito, perché non si può, perché non si fa.

E il filmino della sedicenne di Torino è stato “amplificato” da tremila persone, non una. Ora, che queste tremila persone siano state TUTTE dei ragazzi e delle ragazze in età scolare non ci credo. Vuoi che non ci sia stato qualche maggiorenne a farlo circolare su Facebook o su Twitter?? Ma mi ci gioco tranquillamente la testa e spero solo che la polizia postale li abbia individuati e che ora si stiano grattando il capo a ripensare a quel che è successo, e che non è vero che sui social network puoi fare tutto quel che ti pare, no, non puoi.

E’ evidente che questi comportamenti sono dei calchi di modelli familiari, dove, bene che vada, questi ragazzi hanno dei genitori che hanno a loro volta il loro bravo profilo Facebook e lo riempono di emerite stronzate, per un gusto esibizionistico e una pruderie ormai consolidati. Mi si dirà che rimbalzare una clip di sesso in discoteca è brutto, è sbagliato, è male. Ma perché, mettere le foto dei propri figli minorenni (quando non addirittura infanti) sui social, a far vedere al mondo intero che Pierino è sul vasino, che mangia, che sorride, che è imbronciato, che piange, tutto questo invece va bene, sì?

E poi ci dovrebbe rimettere mano la scuola, quando a sei anni i bambini sono abituati ad essere delle vere e proprie star delle reti sociali, protagonisti di scatti e di selfies a profusione (perché anche tu, genitore, non ce lo vuoi far giocare tuo figlio col tuo iPhone del piffero, che ti sei indebitato per trenta mesi per averlo e che se ti compravi uno smartphone ci facevi le stesse cose e risparmiavi pure?) e di commenti al limite del neurodelirio tipo “Bello!!” “Amoreeeeeeee…” “Ma quanto è caro/a!” e diluvi di “Mi piace”, imparando da subito che più sei cliccato più hai visibilità più sei figo.

Eppure per qualcuno non resta che la scuola. Che dovrebbe anche, peraltro, essere un posto dove si insegnano italiano, storia, geografia, matematica, scienze, religione…

Dante era un cantautore. I testi della canzone d’autore nelle antologie scolastiche

Screenshot da www.ilfattoquotidiano.it

Silvano Rubino, nel suo blog per “Il Fatto Quotidiano” intitolato “Franceschini: le canzoni nelle antologie? No grazie”, ha (ri)posto una questione stradibattuta. Ovvero, in soldoni, se sia o meno opportuno che i testi della canzone d’autore vengano riproposti come materia di studio (e, di conseguenza, di lettura e insegnamento) nelle antologie scolastiche a uso degli studenti.

Rubino dice che no, non è proprio opportuno. E scrive:

” (…) una canzone (se è canzone d’autore)  non è una poesia, è un connubio inscindibile di testo e musica, dove l’uno sorregge e compensa l’altro.”

e poi

“I cantautori non sono poeti e quindi il loro posto non è nelle antologie scolastiche. Questo non significa che non debbano essere insegnati a scuola, anzi. Ma devono essere insegnati nella loro identità di artisti che si sono espressi in quella particolare forma d’arte che si chiama, appunto, canzone. Quindi vanno fatti ascoltare nella forma canzone, con la musica.”

Ora, quando andavo alle medie (che comincia già ad essere qualcosina come una quarantina d’anni fa), avevo un’antologia che includeva i testi de “La guerra di Piero” e “La ballata del Miché” di Fabrizio De André. In breve, potevo già tastarmi ampiamente i coglioni da adolescente. Quindi l’inserimento dei testi della canzone d’autore nelle antologie scolastiche è piuttosto consolidato.

Ma Rubino non scrive che alcuni dei cosiddetti “poeti” che leggiamo nelle nostre antologie, dallo stesso Dante agli stilnovisti, dai trovatori provenzali a Ludovico Ariosto e a Torquato Tasso, componevano versi che erano frequentemente (per non dire obbligatoriamente) accompagnati dalla musica. E’ inutile che vi spieghi che lo stesso termine “sonetto” significa “piccolo suono” o “breve melodia”. Tutto era musicato. Le tre parti della Divina Commedia si chiamano “Cantiche”, ovvero “raccolte di canti” perché “canti” sono, appunto, le unità del poema. E si accompagnavano con la musica non solo per dare loro un aspetto più compiuto, ma anche e soprattutto per ricordarli (e tramandarli) meglio.

In breve, Dante era un cantautore.

Si potrebbe obiettare che la musica di Dante e compagnucci della parrocchietta è perduta. Che non sappiamo come nel Trecento si cantasse la Divina Commedia. Quindi dobbiamo accontentarci di leggere i testi. Questo è vero fino a un certo punto. Ad esempio le melodie venivano spesso ripetute e una stessa melodia poteva accompagnare più composizioni (pensiamo, ad esempio,  alle tenzoni dello stesso Dante Alighieri). Poi, soprattutto per i trovatori provenzali, le musiche sono state ritrovate e oggi possiamo ascoltare Arnaut Daniel così come lui veniva cantato dai suoi contemporanei. O giù di lì. E se si va a vedere bene, termini come “Sonetto”, “Canto”, “Ballata” o “Canzone” sono ampiamente usati come definizione di genere (ora me la tiro un po’).

Senza pensare che se dovessimo riportare in un contesto scolastico brani come la “Canzone dell’amore perduto” di De André bisognerebbe anche spiegare agli alunni che la musica non è sua ma di Telemann. No, via, meglio continuare a riportare i testi.

51 anni

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…e un gran giramento di coglioni!

Meglio se taci è meglio se lo leggi

E’ uscito un (bel) libriccino, denso e corposo, ad opera di Guido Scorza (che, assieme a Paolo Attivissimo, è una di quelle persone per cui mi chiedo dove trovino il tempo di scrivere tutto quello che scrivono) che si intitola “Meglio se taci” e Alessandro Gilioli.

E’ una serie di dissertazioni e casi reali che riguardano tutto ciò che grava sulla libertà di espresssione in Italia, dall’essere al 49.o posto nella classifica mondiale alle censure travestite da tutela dei diritti di copyright, passando attraverso i privilegi dell’AGCOM, le incongruenze delle leggi sulla stampa, le proposte di censura della rete in Parlamento, dalla prefigurazione di un Medioevo prossimo venturo al diritto all’oblio. 160 pagine agili ma pesanti come un macigno.

Ci si ritrova di tutto: la vicenda di Carlo Ruta, condannato in primo e secondo grado e assolto in Cassazione per non aver registrato il suo blog come testata giornalistica, quella di Francesco Vanin cui era stato contestato l’esercizio abusivo della professione giornalistica per aver organizzato una “YouTube” veneta.

Sono storie chepensavamo di aver relegato nel dimenticatoio. Invece hanno avuto luogo proprio in Italia. Beh, del resto dove altro avrebbero potuto?

Un bel libro, dicevo, con una pecca (e siccome so che Scorza accetta volentieri le critiche gliene rifilo subito una): non tratta del potere intimidatorio che hanno le querele per diffamazione via web. Si badi bene, non delle querele legittimamente sporte, ma di quelle che hanno come scusa una presunta (e non ancora accertata) diffamazione per esercitare il potere di censura sul blogger di turno: oscurare tutti i contenuti, anche quelli che non c’entrano niente con la materia del contendere, e non permettere più a chi scrive di poterlo fare in attesa del giudizio, lento, noioso e farraginoso. Ci hanno provato con me, senza riuscirci. A Piero Ricca è andata peggio. Io non ho mai sostenuto che chi è stato veramente diffamato non debba veder riconosciuti i propri diritti. Ma almeno si sequestrino QUEI contenuti diffamatori una volta ottenuta una sentenza definitiva passata in giudicato e si lascino intoccati gli altri. Vox clamans in deserto.

A parte questo, Guido Scorza ha fatto un gran bel lavoro, accidenti, e guardate un po’ se lo leggete anche voi, così smuovete il culo da quella sèggiola.

Chi giustizierà Wikipedia?

Su “Internazionale” è apparso un breve articolo di Giulia Zoli (grazie a Valeria Cicerone per averlo segnalato). Riguarda “il giustiziere di Wikipedia”, come si evince dal titolo, tale Bryan Henderson, a.k.a. Giraffedata.

Impresa titanica del suddetto sarebbe la correzione di circa 47000 occorrenze della forma “comprised of”, che è sbagliata ma che ricorre piuttosto frequentemente nella Wikipedia inglese.
Henderson è l’autore di un software specifico dedicato a correggere le pagine di Wikipedia che riportano l’errore. Giulia Zoli segnala che “Ogni domenica, prima di andare a dormire” il Nostro lancia il programma che va a scovare le immondizie grammaticali e le riconsegna sotto forma di humus organico, nuova vita per rigenerare le pagine indebitamente sporcate. Perché poi “ogni domenica” non si capisce proprio. Se uno lo lancia di mercoledì cosa succede, non funziona?

Quello che ci fa interrogare davanti a tutto questo è cosa ci sia di così straordinario in tutto questo da meritare le gucciniane “due colonne su un giornale”. In fondo che cosa ha fatto Bryan Henderson? Solo un “Trova e sostituisci”, che per un informatico non dovrebbe nemmeno essere niente di particolarmente difficile. Invece no: Giulia Zoli conclude chiarendo che il software è stato realizzato “per combattere la sua crociata grammaticale. E la vostra qual è?

Io. tanto per cambiare, non ho da promuovere una crociata nei confronti di Wikipedia, per il semplice fatto che Wikipedia non è depositaria del Santissimo Sepolcro, per cui non ho da liberare alcunché.
La presenza di errori grammaticali e di ortografia è indice della scarsa affidabilità del mezzo. Il fatto che sia affidata all’improvvisazione degli utenti, poi, mette a repentaglio l’affidabilità dei contenuti. La community che la gestisce è una sorta di Grande Inquisizione davanti alla quale qualsiasi obiezione decade, perché non si hanno da difendere i contenuti delle pagine, ma la presunta autorevolezza di chi procede alla loro supervisione (spesso sbagliando e recando un danno ai lettori).

Sarebbe bello che il web tornasse alla condizione pre-Wikipedia, quella in cui ognuno poteva inserire una pagina su un dato argomento e quando non c’era il cannibalismo informatico delle prime posizioni su Google.

Ma Wikipedia c’è e ci tocca riderne.

Goji popolo!!

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Quand’ero piccino io, il frutto più esotico che c’era era il kaki (o anche “cachi”, o perfino, trivialmente, “caco”, visto che “cachi” veniva visto come un plurale). Qualcuno aveva l’albero e quando era completamente spoglio nascevano questi frutti dall’aspetto invitante (sollecitavano la curiosità, più che altro) ma dalla consistenza e dal gusto vomitevoli, così mollicci che erano, e più eran maturi e più risultavano mollicci. Si mangiavano più che altro per passare il tempo, poi il padrone dell’albero, visto che ti piacevano, già che c’era te ne regalava qualcuno da portare a casa, così se li levava dai coglioni.

Da grande, poi, furono i kiwi. Venivano dalla Nuova Zelanda, e te lì a pensare “O che cianno la frutta in Nuova Zelanda? Ma sì, in fondo son gente come noialtri!” e te li decantavano come pieni di virtù. Energetici (o quando mai è stata energetica la frutta? Avete mai visto uno mangiare una mela e poi spaccare il mondo stile Braccio di Ferro con gli spinaci??), multivitaminici, pareva che non si fosse mai visto nulla di simile al mondo, però ohibò quella buccia pelosa, parevan bestie! Ora a volte è il fruttivendolo che ti paga perché tu glieli porti via.

Ora invece ci sono i goji, che uno si guarda in giro e vede i goji, va al supermercato trova i biscotti al goji, il caffé al goji, la torta di goji, i goji son buoni, i goji fanno bene, i goji di qui, i goji di là, ma che cazzo sono questi goji non te lo spiega nessuno. Son eventi che una volta ogni 25 anni ci tocca sorbire, come l’anno santo o le nozze d’argento e d’oro dei genitori, ecco, ogni 25 anni c’è un frutto nuovo, che poi non è vero che è nuovo, perché laggiù nel paese del goji lo sanno da millenni che esistono i goji, e allora di cosa parliamo?

Di una bustina di cazzini rossi rinsecchiti a 0,99 euro al supermercato, eccco di che cosa parliamo!