Non stai bene se non hai WhatsApp

Ieri ho divorziato da WhatsApp.

Oh, per carità, nulla di grave, non è una cosa che fa male, è come quando due persone che sono state insieme solo per sesso (cioè per puro e reciproco interesse) decidono che è venuto il momento di allontanarsi. Magari lì per lì ci si rimane anche un po’ malino, ma si sopravvive.

Semplicemente trovo che WhatsApp non faccia (più) per me. L’ho usato per più di un anno, ne ho sfruttato le potenzialità, ho anche pagato 0,89 euro alla neoproprietaria Microsoft, e infine ho stabilito che non ne ho (più) bisogno.

Eccola, non ne ho bisogno. E il non aver bisogno di qualcosa è un sentimento assai rivoluzionario, a quanto pare.

Per cui ho disiscritto il mio account. Poi ho disinstallato l’applicazione. Tempo totale dell’operazione: due minuti

Mia moglie mi ha chiesto subito se fosse per caso “successo qualcosa”. Forse aveva ragione, nel senso che qualcosa era effettivamente successo: mi sono reso conto che non c’è nulla che io facessi con WhatsApp che non possa fare con quello che avevo prima ancor prima dell’avvento di WhatsApp e che continuo, sia detto per inciso, ancora ad avere.

Poi mi è arrivato un SMS inquietante: “Non ti vedo più su WhatsApp, ti senti bene?”. Ora voi come cazzo lo leggete un messaggio del genere? “Siccome non ti vedo più su WhatsApp sono preoccupato per la tua salute (sottinteso anche mentale)“? E cosa si dovrebbe rispondere? Che so “In effetti ieri ho disinstallato WhatsApp e ho cominciato a soffrire di una fastidiosa forma di reflusso gastroesofageo“, oppure “No, sai, avevo un po’ di febbricola ieri sera, giusto 37,5 allora ho deciso di non fare più uso di WhatsApp”??

Perché, è ovvio, se non sei parte dell’immenso esercito che uso l’applicazioncina per mandarsi i selfies, come minimo ti senti male.

E poi c’è sempre chi ti dice che “Così ti precludi la possibilità di contattare più amici che possono raggiungerti ‘gratis‘”. Ora, se è gente che non è nemmeno disposta a spendere pochi centesimi per mandarmi un SMS vorrei sapere di che razza di “amici” si tratta. E poi una volta Arbore cantava “meno siamo meglio stiamo e ne siamo fieri” e io sono d’accordo con lui.

Cambia, todo cambia: i Genesis in concerto alla Festa de l’Unità

Tanti anni fa ad una Festa de L’Unità vidi il concerto dei Genesis. Ora al massimo ci trovi la Serracchiani.

(da un tweet di -purtroppo- Federica Barghini )

Renzi: la dittatura della minoranza (e altre storielle amene)

Il compagno R., nel giustificare il contingentamento dei tempi di dibattito al Senato sulla riforma che porta il nome dell’illustre costituzionalista Maria Elena Boschi, ha parlato di una disgrazia cosmica da sventare, quella della “dittatura della minoranza”.

Da che mondo è mondo in un regime democratico (cioè non nel nostro, che è regime tout-court) l’esistenza di una minoranza, magari frammentata in varie correnti politiche, diverse per ispirazione e per finalità, minoranza che si dovrebbe chiamare più propriamente “opposizione” (perché i gruppi politici non si considerano per i numeri che portano, ma per la finalità istituzionale che hanno) è da sempre sinonimo di garanzia e di pluralismo. Parlare di “dittatura della minoranza” è una chiara contraddizione in termini. La dittatura, se mai, la farebbe la maggioranza se l’opposizione non esistesse e se non esistessero regole certe che regolano il dibattito parlamentare.

Ma queste regole certe ci sono. C’è l’articolo 72 della Costituzione che recita: “La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali, di approvazione di bilanci e consuntivi.”

Finito, non c’è discussione. Non ci sono “tagliole” o regolamenti parlamentari che tengano. Il regolamento del Senato quando istituisce la cosiddetta “tagliola” non è anticostituzionale, come asserisce Travaglio sul “Fatto Quotidiano” di oggi. E’ semplicemente inapplicabile quando si tratta di disegni di legge in materia costituzionale.

E’ uno scippo di democrazia di bassa lega quello perpetrato con la scusa di poter andare tutti in vacanza dopo l’8 agosto (diàmine, non si possono mica disdire il secchiello, la paletta e le formine per far contenta la Costituzione!).

La Boschi dice che, comunque, si passerà per un referendum confermativo. Non vedo l’ora di mandarli a casa!

559

La notizia di questi ultimi giorni è che ogni italiano spende in media 559 euro ogni tre mesi nell’acquisto di “dispositivi”. Cioè 186,33 euro al mese, e 2236 euro l’anno.

Ogni italiano. Anche i neonati nelle incubatrici e i vecchietti ospitati dalle case di cura e di riposo.

Va detto, a scanso di equivoci, che i “dispositivi” sono quelli elettronici (TV, radio, telefonini, tablet, PC, triccheballàcche…). No, perché esistono anche i “dispositivi” intra-uterini e certo giornalismo da strilloni non ci dice che quelli stanno fuori dal computo. Ingrati.

Ho fatto il calcolo di quello che succede a casa mia: abbiamo un televisore vetusto che sta cominciando a dare cenni di cedimento perché ogni tanto l’immagine sembra passata attraverso i filtri di Instagram, ma la TV la guardiamo poco. Svariati apparecchi radio sparsi un po’ per tutto l’appartamento perché la radio, quella sì, ci piace e tanto. In camera radio e TV. La radio è un regalo di nozze, quindi ha più di 10 anni, mentre la TV era quella che usavo nel mio appartamentino da single in Veneto e di anni ne ha una dozzina. Sia io che mia moglie abbiamo da “mantenere” uno smartphone ciascuno, nel senso che una volta al mese lo ricarichiamo di 15-20 euro. Quello di mia moglie è nuovo, il mio ha già un paio d’anni. Anche il PC è vecchiotto. Almeno 5 anni. Ma con Linux riesce a funzionare ancora bene e in maniera accettabilmente veloce. Siamo lontani dai 186 euro al mese.

Siamo una famiglia anomala, non cambiamo il telefonino una volta ogni tre mesi come fa l’italiano medio, perché se no 559 euro di spesa ogni tre mesi non si spiegano. Così come non si spiega l’evidente contraddizione tra le gente cha piange miseria e si lamenta perché prende 1000 euro al mese e poi ne sputtana il 18,6% in cazzatine tecnologiche perché di comprare da mangiare, evidentemente, si può fare a meno, ma di avere l’ultimo modello con cui fotografarsi i piedi per spedire la foto su Facebook e con cui pavoneggiarsi con gli amici, mentre le bollette incalzano.

Ci meritiamo tutto quello che abbiamo, governo Renzi compreso, e molto di più.

Tim e Vodafone: ora gli “avvisi” si pagano

La mi’ nonna Angiolina, requiescat in pace, le chiamava “chiapparelle”.

Il mi’ nonno Armando, bonànima anche lui, che usava un toscano arcaico, forte e gentile come una roncolata su’ ‘ piedi, li chiamava “miràoli” (miracoli).

Si trattava, in entrambi i casi, non già di fregature vere e proprie, ma piuttosto di trucchetti, di escamotages, di piccoli espedienti per sbarcare il lunario, per concludere la giornata con non dico tanto, ma almeno qualche centesimino in più (ai tempi del mi’ nonno Armando e della mi’ nonna Angiolina i centesimi c’erano, ma della lira, quella con l’effigie di quell’altro de cuius di Vittorio Emanuele III).

Da oggi (o era ieri? Mah, non importa) se avete Tim o Vodafone pagate gli avvisi che prima non pagavate.

Gli “avvisi” sono quei messaggi (solitamente sotto forma di SMS ma non necessariamente) che vi informano se un numero che avete trovato occupato o spento (perché la gente giustamente un po’ di cazzi suoi ogni tanto se li fa) è tornato raggiungibile e, soprattutto, chi vi ha chiamato quando eravate voi occupati o spenti.

Ci sono diverse modalità di pagamento e di prezzi, si va dal costo infinitesimale per ogni singolo messaggio a un costo a forfait per tutti i messaggi ricevuti in una giornata (però pagate dopo il ricevimento del primo messaggio, non dopo l’ultimo, e che diàmine!).

Bellino, eh? Per cui, se avete Tim o Vodafone sbrigatevi a disattivare queste opzioni (si può farlo, sissignori) perché se tenete il telefono spento un giorno, appena lo riaccendete, se solo vi ha cercato qualcuno, pagate.

Ora, io, voi, chi ci legge di sottecchi, siamo tutti personcine intelligentine che si rendono conto di quello che succede e, soprattutto, siamo in grado di fare qualcosa per prevenire lo sgocciolamento salassale. Se non altro siamo in grado di chiedere informazioni ed indignarci.
Ma penso alla mi’ mamma, per esempio, alla Pieranna, la figliòla più piccina dei suddetti Angiolina e Armando, piccina sì, ma cià 72 anni. Il cellulare è un suo nemico dichiarato, non lo può vedere, se squilla va in tilt, proprio “non ci se la dice”. Però ce l’ha. Ed ha un numero TIM. Finora riceveva i messaggi di chi l’aveva chiamata anche a telefono spento, ma tanto era come se non li ricevesse, perché non li sa nemmen guardare. Però da oggi li paga.

E come lei ci sono fior di anziani che usano il cellulare per necessità o comodità, ma sanno accedere solo alle funzioni di base, adolescenti disinformati che navigano, navigano, navigano, cazzo navigano, andassero un po’ a studiare, almeno. E viandare.

Per l’amor del cielo, son cifre irrisorie, che non buttano sul lastrico nessuno, ma stanno meglio in tasca a noi che in tasca a loro. E in tasca ce lo buttano, che poi ci si lamenta che la gente si tuffa su Uozzàpp!!

Liviamo!

Dante scriveva che i nomi sono la conseguenza delle cose. Io dico che, a maggior ragione, lo sono delle persone.

Il resto lo fa la letteratura.

Voglio dire, ci sono nomi che sono talmente incancreniti nell’immaginario collettivo, da essere incollati a una idea. Ri-voglio dire, il nome Beatrice rimanda a una persona graziosa e giovane, non a una vecchietta arzilla e muscolosa. Io ne feci la protagonista di un mio raccontino fortunatello proprio perché mi serviva una fanciulla che morisse all’età di 11-12 anni. Se l’avessi chiamata Abelarda non avrei ottenuto lo stesso effetto (i cultori di certi fumetti di serie B ricorderanno la manesca nonnina amica del gorilla Bongo).
Più che la letteratura a volte può il cinema, o tutti e due. Alice era nome degregoriano per eccellenza negli anni ’70, era quella che guardava i gatti, con aria un po’ gattina anche lei, e non sapeva di Cesare che aspettava il suo amore ballerina da sei ore ormai (Pavese era un uomo costante). Nel decennio successivo uscì il film “Amici miei atto II”, quello in cui il malefico Lucianino descrive la moglie del Mascetti come “una donna secca e rifinita come il suo nome: Alice”. Si potrebbero fare ricerche demografiche e interessantissime tesi di laurea sulla frequenza del nome “Alice” nella popolazione italiana a seguito della vulgata di certi preconcetti.

Tutto questo cappello per dirvi che a suon di leggere i romanzi e i racconti del commissario Montalbano, Livia mi sta pesantemente sulle palle. Il personaggio, proprio, non lo digerisco, è la classica donna che mi farebbe venir voglia di tirarle uno schiaffo anche se sta zitta e basta. Livia, una stronza che ne “La vampa d’agosto” (un libro da leggere in questa stagione, per evidenti motivi) fa trottare in su e giù il povero Commissario perché soddisfi i capricci suoi e dei suoi antipatici amici. Livia, malefica e perfida, capacissima di rimproverarlo solo perché non si fa trovare al telefono o non ce la fa a rispondere. Livia bastarda che mentre Adelina fa gli arancini per l’ultimo dell’anno pretende anche che Montalbano se ne stia seco lei a Parigi (ma quando mai?)

E ora ne ho trovata un’altra di Livia letteraria. L’ho trovata in “In fondo al tuo cuore” di Maurizio De Giovanni, libro di cui vi ho parlato tempo fa solo per farvi rodere il fatto che io ce l’ho autografato e voi no. Non so se De Giovanni abbia voluto scherzare con le tradizioni letterarie e fare un omaggio al maestro Camilleri, fatto sta che Livia II, la vendetta, è una bellisssima donna, vedova, nella Napoli degli anni ’30, tutta cipria, teatro e cinematografini (“tra lo sfolgorio di quei lumi/comanda signora Cipria colonia e Coty!”), che fa una corte spietata al Commissario Ricciardi, che però gli preferisce la maestrina Enrica, che a sua volta sta cercando inutilmente di disfarsi di un vecchio amore. Life can be so hard, sometimes.

Sono andato a vedere l’occorrenza del nome Livia in 1000 opere della letteratura italiana e ce l’ho trovato fin dal Petrarca. Credevo di trovarlo con maggior frquenza in qualche romanzo ottocentesco, che so, il ciclo milanese del Verga, ma c’è comunque da continuare a divertirsi.

Assoluzione fisiologica

E ora siamo tutti più tranquilli.

Dopo che il boss è stato assolto in secondo grado nel processo per il caso Ruby, l’estate trascorre solitamente più noiosa e i condizionatori possono di nuovo andare a palla mentre le località di mare si riempono di bambini vocianti, di mamme strillanti  e di metalli urlanti (questa la riconoscono in due o tre, ma mi è venuta così, estemporanea).

Dunque pare che non fosse vero un beneamato ciùfolo il castello accusatorio di primo grado, e i giudici, quelli veri, non quelli comunisti, hanno riconosciuto l’estraneità ai fatti di Berlusconi. O meglio, per un capo di accusa hanno riconosciuto che Berlusconi non è estraneo a quel fatto, ma che quel fatto non costituisce reato.

Ah, bene, come ci si sente rilassati! Ora finalmente qualcuno (Brunetta) può chiedere pubblicamente la grazia e dimenticarsi che, trattandosi di una sentenza di secondo grado, manca ancora la Cassazione prima di pronunciare definitivamente la parola “fine” sull’affaire Ruby, che se è vero come è vero che il principale imputato dell’affaire è stato assolto, c’è da metterci la mano sul fuoco che sia VERAMENTE la nipotina di Mubarak.

Lui, del resto, sapendo di non poterci più nemmen sperare sulla grazia, ha chiesto una legge che gli permetta di ricandidarsi alle elezioni e che aggiri tanto la Legge Severino quanto l’odiosa sentenza (quella sì, passata in Cassazione) che lo dichiara interdetto dai pubblici uffici per tre anni.

Fuochi di ferragosto, li chiamerebbe Battiato.

Il PD, vedendo allontanarsi per il suo principale alleato lo spettro di ben altro tipo di interdizione dai pubblici uffici, quella perpetua, facendo anche lui i conti senza l’oste rappresentato dalla Cassazione, è sicuro che ci sia la serenità necessaria per portare avanti lo sfascio istituzionale determinato dalla svendita del Senato della Repubblica con lo sconto del 75% stile remainders.

Ancnhe Wikipedia è contenta. Alla voce “Procedimenti giudiziari a carico di Silvio Berlusconi” (perché ci vuole una voce a parte) mette il caso Ruby tra i procedimenti conclusi, mentre tra i procedimenti ancora a carico del Nostro, una “diffamazione aggravata nei confronti di Antonio Di Pietro, accusato di avere ottenuto la laurea grazie ai servizi segreti” (robettina, via…) la corruzione del senatore De Gregorio (stai a guardare il capello!) e, colmo dell’ilarità, un procedimento per “corruzione in atti giudiziari in riferimento alle testimonianze rese nel procedimento “Ruby” principale”. Ci sarebbe anche il deposito, da parte della Procura della Repubblica di Napoli, di “nuovi documenti nei quali Berlusconi è indagato per il reato di finanziamento illecito ai partiti a causa di finanziamenti che sarebbero stati erogati negli anni scorsi al Movimento Italiani nel Mondo.”

L’è el dì de mort, alégher!

L’8,5% di Wikipedia è di Sverker Johannson, svedese

(screenshot dall'"Economic Post")

Su Wikipedia lo sa il signor Sverker Johannson, svedese, dove dorme il polpo.

In sette anni ha scritto oltre 2 milioni e 700 mila articoli su animali e località filippini (ma non solo, evidentemente, se no chissà quante bestie e quanti càspita di paesini ci sono in queste Filippine!).
La media sulla totalità delle voci di Wikipedia in tutte le lingue, a spannòmetro, è dell’8,5%. Il che significa che l’8,5% dell’enciclopedia più balorda del mondo è in mano a un solo individuo.

Il quale agisce usando un suo software chiamato Lsjbot che vomita fino a 10.000 articoli al giorno, basandosi (dicono) su “fonti attendibili” (non ci è dato di conoscere quali siano, ovviamente).

La pretesa di affidare a robot “affidabili” la materia di studio e di scienza è vecchia come il cucco, basti guardare quanti si affidano ai traduttori “automatici” che non traducono un bel tubo di nulla e che partoriscono soluzioni inaccettabili da chiunque abbia un minimo di ponderazione linguistica per agire.

Ma l’esigenza che qualcuno ha di affidarsi ad un software che produca autonomamente quello che ci si aspetta sia prodotto con la ragione umana dimostra dei dati incontrovertibili:

a) la gente non ha voglia di occuparsi di Wikipedia;
b) i “numeri” sulle pagine on line di Wikipedia vengono evidentemente “gonfiati”;
c) a Wikipedia importano sempre di meno l’affidabilità e la revisione dei contenuti, il suo unico scopo è quello di fare numero.

Che, voglio dire, non ci sarebbe neanche nulla di male a fare una collezione di voci scarne e basilari sui coleotteri delle Filippine, basterebbe solo dirlo e non chiamarla “enciclopedia”.

Ci girano tronfie la figlia e la madre nel viso uguali e del culo tondo, istesse, identiche, senza storia

Su repubblica.it ieri è apparso un reportage fotografico di 42 scatti. Dico “sarà una roba importante, che so, qualcosa sul conflitto di Gaza o sul recupero della Concordia.”
Macché, si trattava di una serie di fotografie di madri e di figlie che hanno deciso di farsi lo stesso tatuaggio nello stesso punto del corpo. Oppure di farsi tatuare due spezzoni di frase o di disegno, in modo che, avvicinando i due segmenti si ottengano il tatuaggio o la frase completi.

Voglio dire, la gente è fuori di testa completa e mica poco e l’orrenda e triviale immagine che ho scelto per corredare queste innocenti riflessioni lo dimostra.

Voglio dire, tutte queste signore superultraquarantenni, sfiancate dalla cellulite e deturpate dall’alluce valgo, che vogliono fare le giovani a tutti i costi e si fanno tatuare la frase “You are my sunshine” sul collo del piede mentre la figlia nello stesso punto ha immortalato “…my only sunshine”, che per dare un senso all’operazione devi mettere un piede davanti all’altro così la gente ti fotografa o, peggio, ti fotografi per conto tuo, ti fai un “selfie”, lo sbatti su Facebook e gli altri ti cliccano su “Mi piace” o ti dicono “Oh, che meraviglia!”. Ma che cazzo di meraviglia è? Sono due piedacci marci che neanche il più abile degli estetisti riuscirebbe a ricondurre a un aspetto vagamente decente!

E poi, tanto tanto, capisco le figlie. Ma le madri… porca miseria, hai un’età da pre-menopausa e devi per forza farti un tatuaggio “in stile” con quello di tua figlia (è la prima volta in vita mia che capisco il senso del titolo del romanzo di Proust “All’ombra delle fanciulle in fiore”) che, invece, è giovane, bella, e ha davanti a sé una vita sessuale intensa e soddisfacente. Non lo fanno per far vedere in giro che loro sono madre e figlia (come se gliene fregasse qualcosa a qualcuno, poi) ma che loro, madri, hanno con le rispettive figlie un rapporto privilegiato, speciale, che più che madre e figlia sono le classiche “amiche” e “complici”. E si dà il caso che le madri non debbano essere né amiche né complici dei loro figli.

Un giorno, forse, qualcuno avrà pietà di tanta presunzione. Per il momento spero proprio di no.

Quelli che tifano Argentina perché loro i crucchi non li possono soffrire, oh yeah…

Diciamoci la verità, quelli che hanno tifato Argentina nella finale del Campionato del Mondo di calcio non hanno supportato la squadra di Messi per una innata e spontanea simpatia nei confronti dell’”albiceleste”, visto che oltretutto quella era la prima volta che usavano questo termine. L’hanno fatto per una altrettanto radicata antipatia nei confronti dei tedeschi e del modello germanico in generale.

I tedeschi dovevano perdere non perché non siano arrivati in finale almeno allo stesso modo in cui ci sono arrivati i bonaerensi (tiè, le so anch’io le parole difficili), ma perché sono bravi.

Hanno giocato un calcio onesto ed efficace, sono arrivati in Brasile senza troppi strombazzamenti, hanno fatto il loro campionato sul campo e non sulle conferenze stampa, hanno messo un bestione in porta che dà più sicurezza di una saracinesca, il loro allenatore non se la tira esultando su e giù per la panchina. In breve, hanno fatto quello che non hanno fatto gli altri: hanno giocato. E, naturalmente, per questo devono perdere. Si sono permessi di umiliare una squadra come il Brasile, che era quella che DOVEVA vincere PER FORZA questo mondiale e no, non si può essere più forti del Brasile, non ci si può permettere di sconvolgere le aspettative di un paese e del mondo intero, perché se no poi la gente piange.

E poi, diciamocelo francamente, i tedeschi ci stanno sui cabasisi perché hanno un’economia che funziona. Ma come si permettono di essersi rialzati da due guerre mondiali e aver ricostruito il loro sistema economico e produttivo passettino dopo passettino? Come possono permettersi il lusso di andare un giro più di 10 anni con la stessa autovettura quando noi dopo 3-4 anni la cambiamo perché “è vecchia”?? E osano perfino chiedere scusa e girarsi dall’altra parte per non disturbare mentre rispondono al cellulare, quei crucchi della malasorte. Non è possibile! Quando si risponde al cellulare lo si fa interrompendo la conversazione in atto e parlando forte in modo da farsi sentire da tutti e far vedfere che noi il cellulare ce l’abbiamo.

Ci stanno sulle palle i tedeschi perché per loro le regole sono fatte per vivere meglio, mentre per noi sono fatte per essere infrante se no non siamo i più bravi, i più furbi e i più scaltri.

E la vittoria della Germania mette in crisi tutto questo e molto altro. Chi ha tifato Argentina per tifare contro i tedeschi non ha tifato PER una squadra, ma ha tifato CONTRO la possibilità concreta di essere felici e di essere onesti.

Un po’ di vergogna no, nevvero??

Libri autografati: “In fondo al tuo cuore” di Maurizio De Giovanni

Se c’è una cosa che affascina nei gialli classici, per intenderci quelli di Agatha Christie con Miss Marple (Hercule Poirot mi sta un po’ sulle scatole, abbiate pazienza) e quelli di Simenon con Maigret è in fatto che si svolgono in un tempo (immaginario, certo) in cui non esistevano i mezzi investigativi di cui disponiamo oggi.

Di più, se si voleva mandare una comunicazione a qualcuno si usava la posta tradizionale. Al limite un telegramma. Poi si aspettava la risposta. Se no una telefonata, ma bisognava comunque passare attraverso il centralino, altro che cellulare.

Ecco, il commissario Ricciardi, nato dalla fantasia di Maurizio De Giovanni, vive e opera nella Napoli degli anni 30. Di Giovanni scrive gialli come se fosse catapultato in un’epoca lenta e “altra”.

E il suo ultimo romanzo io ce l’ho autografato e voi no!

Lorin Maazel : 1930 – 2014

Che se ne sarebbe andato, Lorin Maazel probabilmente aveva cominciato ad avvertirlo da qualche giorno, almeno da quando è stato costretto (o si è autocostretto) a rinunciare a tutti gli impegni, con un fisico indebolito ma con una mente vulcanica traboccante lava artistica e ingegno musicale.

Talento precocissimo, quasi mozartiano, Maazel ha diretto per lunghissimo tempo quel gruppo marmoreo che sono i Wiener Philarmoniker, scolpendoli fino alla perfezione mai intrisa di seriosità, ma sempre permeata di quel giocherellare con la materia musicale senza mai prendersi sul serio.

Quando poi riusciremo a capire la portata di simili perdite, magari ci sentiremo anche un po’ migliori.

Si fa un “selfie” nuda per il fidanzato ma lo invia a suo padre

Si tratta certamente di un fake ma, si sa, io sono un ragazzo semplice.

L’utentessa (tiè, oggi vanno tanto di moda i femminili a tutti i costi) “nyyy nyyy”, titolare dell’account Twitter @dearfashionn ha pensato bene di far ribollire i sensi del proprio drudo e si è fatta un “selfie” (un giorno chi ha inventato questa parola morirà e io andrò a ballare sulla sua tomba vestito di rosso e con una rosa tra i denti) nuda e in posizione inequivoca. Penso che a molti farebbe piacere ricevere delle attenzioni del genere e il punto non è certo il bene o il male che, eventualmente, si possano ravvisare in un gesto del genere.

Solo che invece di mandarsi al proprio fidanzato si è inviata al padre (ah, lapsus!)

Il quale, giustamente, le ha chiesto spiegazioni (“E’ questo che fai mentre sei a scuola?”) e ha montato su un casino che lèvati.

Ma c’è di più. La ragazza, nell’intento di “recuperare la foto” (non si sa bene come, ma la disperazione fa fare questo ed altro) ha chiesto informazioni al popolo della rete trasportando il suo caso dal contesto del dramma domestico a quello dell’ilarità collettiva.

Si tratta certamente di un fake ma, si sa, io sono un ragazzo semplice.

 

Il Liceo Scientifico (senza latino!)

La signora ha la classica espressione di orgogliosa sicumera che ha la gente che sa di essere in torto prima ancora d’aprir bocca:

“Mio figlio si è iscritto al liceo scientifico -dice- ma quello senza latino!”

Ora, io ho un indefesso rispetto nei confronti dell’ordinamento scolastico italiano, e penso che se sono stati creati una sperimentazione o un indirizzo del liceo scientifico SENZA lo studio del latino, una ragione c’è. Solo che non è la ragione della signora:

“Ha preferito fare così perché il latino è una lingua morta, non lo parla più nessuno.”

E non lo dice, no, che il latino è una materia molto impegnativa che aiuta la logica e sollecita il cervello ad esercitare quel tarlo mai sincero che chiamano pensiero, come direbbe il Sommo Poeta. E che attraverso lo studio di una lingua si arriva a comprendere una civiltà intera, la sua letteratura, il suo modo di essere, ma si sa, ormai gli antichi romani son morti tutti, mentre invece i Che Guevara e i Jim Morrison che fanno bella mostra dei propri visi stilizzati su magliette e decalcomanie sono ancora vivi, sì, sì, certo.

Nessuno che dica: “Mio figlio non ha un cazzo di voglia di studiare, vuole evitare le materie in cui potrebbe avere dei problemi perché così se la cava con due o tre debiti al massimo alla fine dell’anno.” No, devono per forza dare la colpa al latino che c’entra quanto il due di coppe quando a briscola comanda bastoni.

E nessuno che abbia l’umiltà di dire che il latino è difficile. Sì, il latino è difficile, ma perché, è un difetto? Vogliamo farglielo capire o no ai nostri prestanti frugolini (tutti geni, naturalmente, ma come si permette questa scuola italiana di presentare delle materie così inutili?) che lo studio non è solo far quel che vogliono loro, ma che è soprattutto fatica e, perché no, anche una buona dose di rompimento di coglioni?

Poi bocciano (perché si boccia anche senza studiare il latino), e allora tutti a iscriverli a un diplomificio privato, perché di là, nella scuola pubblica, “i professori non avevano capito le reali potenzialità di mio figlio”!

Errani humanum est

Vasco Errani è stato condannato a un anno per falso ideologico.

Si è dimesso “immediatamente”. Cioè alla fine del giudizio di secondo grado.

Dopo le sue dimissioni ha avuto intorno il corteo dei boy-scout che lo pregavano di restare al suo posto di “governatore” (bruttissima e insignificante parola per denominare un più semplice “presidente”) dell’Emilia Romagna -mentre il sindaco di Venezia per un avviso di garanzia è stato subito liquidato, sempre grazie alle contropressioni degli stessi boy-scout di cui sopra- ma lui si è appellato al suo senso dello Stato.

Lo stesso senso dello Stato che aveva dimostrato Nichi Vendola quando annunciò che si sarebbe fatto da parte in caso di condanna. E bisogna dire a parziale favore di Errani che anche lui era stato assolto in primo grado.

Ma dimettersi al momento del rinvio a giudizio non si può?? Quando si dice di voler affrontare da comune cittadino un procedimento penale a proprio carico non ci si può dimettere solo “in caso” di condanna. Errani è rimasto attaccato alla poltrona per tutto il tempo che è stato necessario per l’avviso di garanzia, l’udienza preliminare, il rinvio a giudizio, il primo grado, il secondo grado e che miseria. Oltretutto per fatti che risulterebbero in qualche modo connaturati alla propria funzione (sarebbe più da capire se avesse obliterato un biglietto usato cancellandone il timbro con la gomma).

Confida nella Cassazione? Va benissimo. Ma intanto l’Emilia Romagna va a votare. Ed è sempre troppo tardi.