L’educazione digitale spetta alle famiglie

 

Sul sito de “La Stampa” è apparso un commento di Gianluca Nicoletti, giornalista, conduttore radiofonico, scrittore e polemista, sulla necessità di intervenire a livello scolastico sulla mancanza di educazione digitale dei nostri giovani (espresssione che reputo orrenda, ma la uso tanto per capirci).

Il tutto, dopo che tremila persone hanno ridiffuso un filmato hard di una sedicenne di Torino che faceva sesso nel bagno di una discoteca e che a Sestri Levante un’altra minorenne è stata ripresa e “condivisa” sui social network dai coetanei mentre pestava una dodicenne.

Nicoletti afferma che

“Non si potrà veramente parlare di «buona scuola» in Italia fino a quando, per legge, non si formeranno insegnanti specifici di «Educazione alle relazioni digitali».”

e propone di

“introdurre il «social networking» come materia obbligatoria sin dalle classi elementari.”

La scuola come rimedio di ogni male, come pronto soccorso emergenziale quando le emergenze sono già dilagate in tutta la loro gravità, è una concezione senza dubbio comoda, ma che non guarda ai problemi nella loro interezza. Del resto, fateci caso, la scuola dovrebbe occuparsi, si veda il caso, di educazione alla legalità, di educazione alla lotta alla mafia, di educazione alla diversità, di contrasto del bullismo, di sensibilizzazione a una sessualità responsabile, di individuare i casi più problematici e se ne potrebbero aggiungere ancora tante.

In breve, bisognerebbe -secondo Nicoletti- far sì che i “nostri ragazzi” di cui sopra imparassero che riprendere una ragazza che massacra di cazzotti una compagna più piccola di lei e poi far circolare il video è una cosa sbagliata. Ma lo sanno già. Ed è per questo che lo fanno. Perché è sbagliato, perché è proibito, perché non si può, perché non si fa.

E il filmino della sedicenne di Torino è stato “amplificato” da tremila persone, non una. Ora, che queste tremila persone siano state TUTTE dei ragazzi e delle ragazze in età scolare non ci credo. Vuoi che non ci sia stato qualche maggiorenne a farlo circolare su Facebook o su Twitter?? Ma mi ci gioco tranquillamente la testa e spero solo che la polizia postale li abbia individuati e che ora si stiano grattando il capo a ripensare a quel che è successo, e che non è vero che sui social network puoi fare tutto quel che ti pare, no, non puoi.

E’ evidente che questi comportamenti sono dei calchi di modelli familiari, dove, bene che vada, questi ragazzi hanno dei genitori che hanno a loro volta il loro bravo profilo Facebook e lo riempono di emerite stronzate, per un gusto esibizionistico e una pruderie ormai consolidati. Mi si dirà che rimbalzare una clip di sesso in discoteca è brutto, è sbagliato, è male. Ma perché, mettere le foto dei propri figli minorenni (quando non addirittura infanti) sui social, a far vedere al mondo intero che Pierino è sul vasino, che mangia, che sorride, che è imbronciato, che piange, tutto questo invece va bene, sì?

E poi ci dovrebbe rimettere mano la scuola, quando a sei anni i bambini sono abituati ad essere delle vere e proprie star delle reti sociali, protagonisti di scatti e di selfies a profusione (perché anche tu, genitore, non ce lo vuoi far giocare tuo figlio col tuo iPhone del piffero, che ti sei indebitato per trenta mesi per averlo e che se ti compravi uno smartphone ci facevi le stesse cose e risparmiavi pure?) e di commenti al limite del neurodelirio tipo “Bello!!” “Amoreeeeeeee…” “Ma quanto è caro/a!” e diluvi di “Mi piace”, imparando da subito che più sei cliccato più hai visibilità più sei figo.

Eppure per qualcuno non resta che la scuola. Che dovrebbe anche, peraltro, essere un posto dove si insegnano italiano, storia, geografia, matematica, scienze, religione…

Dante era un cantautore. I testi della canzone d’autore nelle antologie scolastiche

Screenshot da www.ilfattoquotidiano.it

Silvano Rubino, nel suo blog per “Il Fatto Quotidiano” intitolato “Franceschini: le canzoni nelle antologie? No grazie”, ha (ri)posto una questione stradibattuta. Ovvero, in soldoni, se sia o meno opportuno che i testi della canzone d’autore vengano riproposti come materia di studio (e, di conseguenza, di lettura e insegnamento) nelle antologie scolastiche a uso degli studenti.

Rubino dice che no, non è proprio opportuno. E scrive:

” (…) una canzone (se è canzone d’autore)  non è una poesia, è un connubio inscindibile di testo e musica, dove l’uno sorregge e compensa l’altro.”

e poi

“I cantautori non sono poeti e quindi il loro posto non è nelle antologie scolastiche. Questo non significa che non debbano essere insegnati a scuola, anzi. Ma devono essere insegnati nella loro identità di artisti che si sono espressi in quella particolare forma d’arte che si chiama, appunto, canzone. Quindi vanno fatti ascoltare nella forma canzone, con la musica.”

Ora, quando andavo alle medie (che comincia già ad essere qualcosina come una quarantina d’anni fa), avevo un’antologia che includeva i testi de “La guerra di Piero” e “La ballata del Miché” di Fabrizio De André. In breve, potevo già tastarmi ampiamente i coglioni da adolescente. Quindi l’inserimento dei testi della canzone d’autore nelle antologie scolastiche è piuttosto consolidato.

Ma Rubino non scrive che alcuni dei cosiddetti “poeti” che leggiamo nelle nostre antologie, dallo stesso Dante agli stilnovisti, dai trovatori provenzali a Ludovico Ariosto e a Torquato Tasso, componevano versi che erano frequentemente (per non dire obbligatoriamente) accompagnati dalla musica. E’ inutile che vi spieghi che lo stesso termine “sonetto” significa “piccolo suono” o “breve melodia”. Tutto era musicato. Le tre parti della Divina Commedia si chiamano “Cantiche”, ovvero “raccolte di canti” perché “canti” sono, appunto, le unità del poema. E si accompagnavano con la musica non solo per dare loro un aspetto più compiuto, ma anche e soprattutto per ricordarli (e tramandarli) meglio.

In breve, Dante era un cantautore.

Si potrebbe obiettare che la musica di Dante e compagnucci della parrocchietta è perduta. Che non sappiamo come nel Trecento si cantasse la Divina Commedia. Quindi dobbiamo accontentarci di leggere i testi. Questo è vero fino a un certo punto. Ad esempio le melodie venivano spesso ripetute e una stessa melodia poteva accompagnare più composizioni (pensiamo, ad esempio,  alle tenzoni dello stesso Dante Alighieri). Poi, soprattutto per i trovatori provenzali, le musiche sono state ritrovate e oggi possiamo ascoltare Arnaut Daniel così come lui veniva cantato dai suoi contemporanei. O giù di lì. E se si va a vedere bene, termini come “Sonetto”, “Canto”, “Ballata” o “Canzone” sono ampiamente usati come definizione di genere (ora me la tiro un po’).

Senza pensare che se dovessimo riportare in un contesto scolastico brani come la “Canzone dell’amore perduto” di De André bisognerebbe anche spiegare agli alunni che la musica non è sua ma di Telemann. No, via, meglio continuare a riportare i testi.

51 anni

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…e un gran giramento di coglioni!

Meglio se taci è meglio se lo leggi

E’ uscito un (bel) libriccino, denso e corposo, ad opera di Guido Scorza (che, assieme a Paolo Attivissimo, è una di quelle persone per cui mi chiedo dove trovino il tempo di scrivere tutto quello che scrivono) che si intitola “Meglio se taci” e Alessandro Gilioli.

E’ una serie di dissertazioni e casi reali che riguardano tutto ciò che grava sulla libertà di espresssione in Italia, dall’essere al 49.o posto nella classifica mondiale alle censure travestite da tutela dei diritti di copyright, passando attraverso i privilegi dell’AGCOM, le incongruenze delle leggi sulla stampa, le proposte di censura della rete in Parlamento, dalla prefigurazione di un Medioevo prossimo venturo al diritto all’oblio. 160 pagine agili ma pesanti come un macigno.

Ci si ritrova di tutto: la vicenda di Carlo Ruta, condannato in primo e secondo grado e assolto in Cassazione per non aver registrato il suo blog come testata giornalistica, quella di Francesco Vanin cui era stato contestato l’esercizio abusivo della professione giornalistica per aver organizzato una “YouTube” veneta.

Sono storie chepensavamo di aver relegato nel dimenticatoio. Invece hanno avuto luogo proprio in Italia. Beh, del resto dove altro avrebbero potuto?

Un bel libro, dicevo, con una pecca (e siccome so che Scorza accetta volentieri le critiche gliene rifilo subito una): non tratta del potere intimidatorio che hanno le querele per diffamazione via web. Si badi bene, non delle querele legittimamente sporte, ma di quelle che hanno come scusa una presunta (e non ancora accertata) diffamazione per esercitare il potere di censura sul blogger di turno: oscurare tutti i contenuti, anche quelli che non c’entrano niente con la materia del contendere, e non permettere più a chi scrive di poterlo fare in attesa del giudizio, lento, noioso e farraginoso. Ci hanno provato con me, senza riuscirci. A Piero Ricca è andata peggio. Io non ho mai sostenuto che chi è stato veramente diffamato non debba veder riconosciuti i propri diritti. Ma almeno si sequestrino QUEI contenuti diffamatori una volta ottenuta una sentenza definitiva passata in giudicato e si lascino intoccati gli altri. Vox clamans in deserto.

A parte questo, Guido Scorza ha fatto un gran bel lavoro, accidenti, e guardate un po’ se lo leggete anche voi, così smuovete il culo da quella sèggiola.

Chi giustizierà Wikipedia?

Su “Internazionale” è apparso un breve articolo di Giulia Zoli (grazie a Valeria Cicerone per averlo segnalato). Riguarda “il giustiziere di Wikipedia”, come si evince dal titolo, tale Bryan Henderson, a.k.a. Giraffedata.

Impresa titanica del suddetto sarebbe la correzione di circa 47000 occorrenze della forma “comprised of”, che è sbagliata ma che ricorre piuttosto frequentemente nella Wikipedia inglese.
Henderson è l’autore di un software specifico dedicato a correggere le pagine di Wikipedia che riportano l’errore. Giulia Zoli segnala che “Ogni domenica, prima di andare a dormire” il Nostro lancia il programma che va a scovare le immondizie grammaticali e le riconsegna sotto forma di humus organico, nuova vita per rigenerare le pagine indebitamente sporcate. Perché poi “ogni domenica” non si capisce proprio. Se uno lo lancia di mercoledì cosa succede, non funziona?

Quello che ci fa interrogare davanti a tutto questo è cosa ci sia di così straordinario in tutto questo da meritare le gucciniane “due colonne su un giornale”. In fondo che cosa ha fatto Bryan Henderson? Solo un “Trova e sostituisci”, che per un informatico non dovrebbe nemmeno essere niente di particolarmente difficile. Invece no: Giulia Zoli conclude chiarendo che il software è stato realizzato “per combattere la sua crociata grammaticale. E la vostra qual è?

Io. tanto per cambiare, non ho da promuovere una crociata nei confronti di Wikipedia, per il semplice fatto che Wikipedia non è depositaria del Santissimo Sepolcro, per cui non ho da liberare alcunché.
La presenza di errori grammaticali e di ortografia è indice della scarsa affidabilità del mezzo. Il fatto che sia affidata all’improvvisazione degli utenti, poi, mette a repentaglio l’affidabilità dei contenuti. La community che la gestisce è una sorta di Grande Inquisizione davanti alla quale qualsiasi obiezione decade, perché non si hanno da difendere i contenuti delle pagine, ma la presunta autorevolezza di chi procede alla loro supervisione (spesso sbagliando e recando un danno ai lettori).

Sarebbe bello che il web tornasse alla condizione pre-Wikipedia, quella in cui ognuno poteva inserire una pagina su un dato argomento e quando non c’era il cannibalismo informatico delle prime posizioni su Google.

Ma Wikipedia c’è e ci tocca riderne.

Goji popolo!!

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Quand’ero piccino io, il frutto più esotico che c’era era il kaki (o anche “cachi”, o perfino, trivialmente, “caco”, visto che “cachi” veniva visto come un plurale). Qualcuno aveva l’albero e quando era completamente spoglio nascevano questi frutti dall’aspetto invitante (sollecitavano la curiosità, più che altro) ma dalla consistenza e dal gusto vomitevoli, così mollicci che erano, e più eran maturi e più risultavano mollicci. Si mangiavano più che altro per passare il tempo, poi il padrone dell’albero, visto che ti piacevano, già che c’era te ne regalava qualcuno da portare a casa, così se li levava dai coglioni.

Da grande, poi, furono i kiwi. Venivano dalla Nuova Zelanda, e te lì a pensare “O che cianno la frutta in Nuova Zelanda? Ma sì, in fondo son gente come noialtri!” e te li decantavano come pieni di virtù. Energetici (o quando mai è stata energetica la frutta? Avete mai visto uno mangiare una mela e poi spaccare il mondo stile Braccio di Ferro con gli spinaci??), multivitaminici, pareva che non si fosse mai visto nulla di simile al mondo, però ohibò quella buccia pelosa, parevan bestie! Ora a volte è il fruttivendolo che ti paga perché tu glieli porti via.

Ora invece ci sono i goji, che uno si guarda in giro e vede i goji, va al supermercato trova i biscotti al goji, il caffé al goji, la torta di goji, i goji son buoni, i goji fanno bene, i goji di qui, i goji di là, ma che cazzo sono questi goji non te lo spiega nessuno. Son eventi che una volta ogni 25 anni ci tocca sorbire, come l’anno santo o le nozze d’argento e d’oro dei genitori, ecco, ogni 25 anni c’è un frutto nuovo, che poi non è vero che è nuovo, perché laggiù nel paese del goji lo sanno da millenni che esistono i goji, e allora di cosa parliamo?

Di una bustina di cazzini rossi rinsecchiti a 0,99 euro al supermercato, eccco di che cosa parliamo!

QSL – Deutschlandfunk: Europameisterschaft 1988

Ascolto del 10.7.89 (ero piccino)

PD: un anno di governo con l’apostrofo

La gente mi dice spesso che son troppo pignolino (ma va’?) nell’individuare gli errori di ortografia in rete. E troppo crudele nello stigmatizzarli, perché “in fondo sono solo degli errori di battitura o delle banali sviste che non denotano necessariamente l’ignoranza o la malafede di chi li commette” (ah, no?).

Allora mi dicano Lorsignori come deve essere classificato questo prezioso reperto che illustra la “scuola che cambia” secondo il Partito Democratico (ora lo so che cosa direte, che ce l’ho a morte con il Partito Democratico, sì, e allora?) e che pubblicizza un incontro con Renzi in testa al quale spicca la scritta “2014-2015 un’anno di governo”. “Un’anno” con l’apostrofo! (cliccate sull’immagine per ingrandirla, peccatori!)

C’è indubbiamente da crederci che la scuola cambierà se si usano gli apostrofi là dove non ci vogliono. Credo anche che una cultura basata sulla banalizzazione e sulla tolleranza di questo tipo di orrori per cui la mia maestra delle elementari, la Laura del Quaglierini, non avrebbe esitato a mettermo un segno di matita blu e a rimandarmi a posto con una bella rampogna, non sia una cultura che cambia l’Italia. Tutt’al più la mortifica.

Non è un errore grave? E invece sì. E’ gravissimo. E se lo si vuole tollerare a tutti i costi si è complici di questa cultura della sciatteria e del va’-là-che-vai-bene.

Magari, questo sì, ci si può fare una risata e cominciare a fidarsi un po’ meno.

Quando muore qualcuno di Facebook

Quando muore qualcuno di Facebook si scatena il peggio della retorica che la gente possa dare. Un maremagnum di partecipazione vomitevole da parte di chi il morto non lo conosceva nemmeno. E il punto è proprio quello. Nemmeno lo/la conoscevi e già diventa un santo, una persona meravigliosa, che probabilmente ha fatto dei prodigi in vita e che “non condividevo le sue idee ma lo rispettavo”. E va beh, e allora? No, voglio dire, è importante?? No, ma evidentemente a qualcuno tutto questo piace. Piace rimestare nel torbido, piace far vedere il suo nome nella bacheca del caro estinto, è gente che se potesse si farebbe mettere nei manifesti funebri accato alla dicitura “Ne danno il triste annuncio”. E’ la perversione del “caro estinto”. E se mi chiedono “Ma tu non partecipi?” rispondo “No, io NON partecipo.” Perché se invece di una “amicizia” (ah, che parola volgare e putrida hanno trovato quelli del social!) fosse stato uno che si vede tutti i giorni sull’autobus o sul treno probabilmente tanta gente non se se sarebbe nemmeno accorta. E allora di che stiamo parlando? Guardate che non siete per niente divertenti, no, affatto…

Paella

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La casa Batllò

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Che, voglio dire, sarà anche la Casa Batllò, sarà anche di Gaudì, quello che pregava tutti i giorni e che morì arrotato e stiacciato dalla SITA, sarà anche un monumento essenziale del modernismo catalano ma 21,50 euro di biglietto di entrata a cranio per una coppia sono un giorno di stipendio. E ho capito che le forme infantili, il precursore del surrealismo, i vetri colorati e tutte le protuberanze che gli si fregano, ma io non mangio surrealismo! Sicché che Lorsignori si diano un po’ una regolata.

Sagrada familia

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Ai barcellonesi toccagli il gotico e sei morto. Lo hanno riproposto anche in salsa modernista nella Sagrada Familia di Antoni Gaudì.
Modernismo è gusto per l’esotico e per l’incredibilmente complicato, anche se a prima vista la nuova cattedrale sembra più un gioco di bambini che fanno scivolare la sabbia umida sulle mani per ammonticchiarla sul castello.
Gaudí finì sotto un tramvai e da allora la sua creatura resta da terminare: un bel pretesto per continuare a far quattrini coi visitatori da tutto il mondo, tanto il biglietto costa stéccolo!

Barcelona

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Il blog si sposta per tre giorni a Barcellona da cui vi manderò alcuni brevi flash. Stay tuned.

Sviste

L’ISIS: “Gentiloni ministro dell’Italia crociata.”
Errore: è ministro in un’Italia SCUDO-crociata.

La lista è vita

Pippo Civati figura nella lista Falciani.

Chiarisce che il conto era intestato al padre e di non avervi “mai avuto accesso“. Dice inoltre di essere stato solo l’intestatario di una procura.

Non metto minimamente in dubbio le circostanze riferite da Civati e c’è da essere d’accordo con lui quando dice che è spiacevole ritrovarsi in una lista assieme a dei mariuoli che hanno frodato il fisco.

Ma il mi’ babbo Sergio, che ogni tanto mi metteva qualche migliaio di lire in un libretto della filiale di Vada della Cassa di Risparmio di Livorno, un conto in Svizzera non ce l’ha mai avuto. Nemmeno, si veda il caso, per darmi una procura.

O come mai? La lista è vita.