Silvia Bencivelli vince il processo contro il capo dei complottisti delle scie chimiche

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Silvia Bencivelli è una (bravissima) giornalista scientifica. E’ anche scrittrice (non so se altrettanto brava perché non ho letto il suo romanzo pubblicato per Einaudi), conduce svariate trasmissioni radiofoniche e televisive e ha, come tutti, anche qualche difetto: se la tira un po’ ed è pisana (che per un livornese come me non è esattamente un buon viatico), ma non è ancora proibito tirarsela né, purtroppo, essere pisani.

Giorni fa ha raccontato la sua storia su “Repubblica”. Dopo aver scritto e pubblicato un suo articolo in cui in quattro e quattr’otto smonta la teoria delle scie chimiche (ripeto, la ragazza è veramente brava e c’è poco da mordere, fidatevi!). Da quel momento, la sua vita è stata dominata dalla paura perché ha cominciato a ricevere messaggi di insulti e di minacce sui social (spesso a sfondo sessuale). Di parla di decine, forse centinaia di comunicazioni di questo tipo. “Troietta in calore”. “Puttanella da quattro soldi”. Facili e scontati appellativi che fanno male. Molto male. Non si può essere trattati così per qualcosa che si è scritto. Non è normale, è fuori da ogni logica etica e morale. Soprattutto se si tiene in debita considerazione il fatto che ci sia stata una sorta di capobranco a dirigere l’orchestrazione delle minacce e degli insulti alla Bencivelli. Ma si sa, “i muri vanno giù al soffio di un’idea”, come dice una vecchia canzone, e a qualcuno dovranno pur girare le palle. Da qui la decisione di Silvia Bencivelli di portare in giudizio i suoi persecutori, il cui “capo” è stato condannato l’altro giorno per diffamazione, mentre il tribunale ha anche ravvisato il reato di minaccia da discutere in separato giudizio.

E’ stata coraggiosa Silvia Bencivelli a querelare i suoi persecutori (spero TUTTI, uno per uno)? Certamente sì. Ma il coraggio non è stato solo quello. Lì si trattava del coraggio che ti dà la paura di avere a che fare con gente che potrebbe presentarsi sotto il portone di casa tua e farti del male. Ma c’è un secondo coraggio, ben più grande, quello dell’affrontare la magistratura e pretendere l’accoglimento di una querela per diffamazione e il riconoscimento del danno (ovvero lo stabilirsi giuridicamente che quel fatto si è verificato e che sì, il signor Nomen Nescio ha offeso la reputazione della signorina Tal De’ Tali). Non può avere idea la Bencivelli di quante querele per diffamazione vengono archiviate dalle procure anche se nel frattempo ci si è costituiti con un atto di formale opposizione. Rischiava di vedersi ferita dai suoi persecutori fanatici delle scie chimiche e anche da un sistema giudiziario che avrebbe potuto risponderle picche. Perché il fatto è di tenue entità (col cavolo!), perché così fan tutti (col cavolo!), perché quelle espressioni sono ormai entrate nel linguaggio comune assumendo una connotazione certamente volgare e disdicevole, ma non tanto da ledere l’onore (col cavolo!). Insomma, non è che le procure siano poi quei luoghi così accoglienti e confortevoli dove ti dicono “Ma sì, venga, venga, Lei ritiene di essere stato diffamato? Adesso ci pensiamo noi, non si preoccupi.” Tutt’al più prendono la tua querela, la sbattono in un cassetto e quando si avvicinano i tempi della prescrizione chiedono l’archiviazione. E allora sarebbe stata ferita doppiamente, triplamente, sarebbe stato un dolore immenso, ancora più grande della paura, del senso di non poter respirare, del terrore che si può provare ogni volta che si aprono i social per farsi gli affari propri e ritrovarsi sommersi di insulti.

La Bencivelli, nel citato articolo di “Repubblica”, tra le altre cose, osserva “qualcuno penserà che il mio processo è un femminile privilegio.” Sì, lo è stato. So di espressioni come “pompinara” tranquillamente derubricate a entità poco più che bagatellari, ma sempre e comunque niente per cui valga la pena di imbastire un procedimento. E non si sa più che cosa debba fare un cristiano per vedersi riconosciuta la ragione e lo status di vittima di un reato, probabilmente essere ucciso. Ha vinto, Silvia Bencivelli, ha vinto due volte. Gli altri rimangono al palo.

Ancora due parole sul blog…

Qualcuno di voi mi ha chiesto come mai appaiono le parole linkate in rosso anche sulla home page del blog quando prima apparivano solo nei singoli articoli. Certo che anche voi una bella padellata di affari vostri non ve la fate mai, eh? Va beh, tanto vale che vi confessi che è un sistema che sto sperimentando per vedere di incrementare i clic sulle singole pagine e offrire contemporaneamente la possibilità di accedere velocemente a pagine con tematiche di (potenziale) interesse per l’utente finale. Detto così suona anche bene. Poi c’è la gente che mi dice “Ma si legge male!” Eh, sì, magari non sarà proprio il massimo, ma, sfiga per voi, perché quando andate a consultare Wikipedia vi ritrovate letteralmente pieni di link e controlink azzurri, potete vederne qualcuno anche sulla mia home page ottenendo un effetto ridotto (ma magari, che ne so, vi piacciono le emozioni forti e io non sono ancora in grado di darvele…). Va bene, in questi due giorni ho pubblicato sei articoli, spero siate contenti (e se non siete contenti vi attaccate!), domani parto per la Toscana, dove restero quattro giorni e mi sarà difficile aggiornare, per cui abbiate pazienza che al ritorno, sempre se non mi vado ad ammazzare con la macchina, riprenderò a scrivere qualche stupidaggine. Nel frattempo siate felici.

Ho cambiato gestore telefonico: la vendetta degli SMS pubblicitari a pagamento

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Dall’ultima volta in cui vi ho parlato del mio improvvido cambio di gestore telefonico ne sono successe un paio davvero carine:

– ho ricevuto un messaggio pubblicitario. Quelli del call center del mio nuovo operatore dicono che sono io che devo aver pigiato un OK su qualche bannerino invisibile, ma io sinceramente non mi ricordo nulla di tutto ciò, fatto sta che l’SMS pubblicitario mi è arrivato e mi è anche costato 2,44 euro. Roba dell’altro mondo! Dovrebbero darli a me 2,44 euro per ricevere la loro pubblicità e invece me li fanno pagare. Va beh, ho deciso di far schermare i messaggi pubblicitari in entrata (si può fare, anzi, fàtelo subito, così non perdete tempo) e mi hanno anche restituito i 2,44. Carini.

– Mi ha chiamato un gestore telefonico diverso dal mio per sentire se putacaso volevo passare da loro. No, esenza neanche grazie, se e quando vorrò di nuovo cambiare gestore e farmi sugare un sacco di soldi per i loro servizi li chiamerò personalmente e glielo chiederò, che diàmine.

Vi racconterò di eventuali altre scosse di assestamento man mano che si verificheranno. Intanto il consiglio, tanto per cambiare, è sempre lo stesso: cambiate pure gestore ma con molta, molta, molta cognizione.

La sentenza della trattativa stato-mafia è come un film in bianco e nero (ri)visto alla TV

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E allora è stato definito finalmente da una sentenza di primo grado che sì, la trattativa stato-mafia ci fu, e che Dell’Utri, Mori, Subranni e De Donno debbono essere condannati a 12 anni di reclusione. L’ex senatore Mancino, invece, deve essere assolto. Il teorema regge e le ipotesi cominciano a trovare un fondamento giuridico, una radice profonda nelle sentenze di quei giudici che hanno sostanzialmente accolto l’impianto accusatorio dei pubblici ministeri. E’ stato proprio Di Matteo a dire: “Sanciti i rapporti col Berlusconi politico”. L’ex Cavaliere ha replicato: “Parole di una gravità senza precedenti”. E via schermeggiando.

Comunuque vada, non è una novità. Delle trattative stato-mafia si sapeva già da quando la sentenza contro Giulio Andreotti mise la pietra tombale della prescrizione su eventi antecedenti la primavera del 1980. Eventi che sono stati dimostrati, confermati e vagliati da tre gradi di giudizio. Non era vero nulla quello che urlava esultante l’allora più giovane avvocato Giulia Bongiorno nel comunicare al suo assistito l’esito favorevole della sentenza di Cassazione: “E’ finita, è finita per sempre!” Qui quello che resta per sempre sono fatti comprovati e inaccessibili per il decorrere del tempo dalla giustizia di stato.

In ogni modo, quello di oggi è un film già visto. Un film dell’orrore, s’intende.

Roseto degli Abruzzi 2: Quando c’era ancora il Sor Marchese

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A Roseto degli Abruzzi una volta c’era il Sor Marchese. Era un localino carino, in piena nazionale, con qualche tavolinetto fuori, per cui se volevi fare due chiacchiere, beccarti un po’ di smog, mangiare qualcosa a base di carne di scottona, berti una birra artigianale, tirare due bestemmie per le carrozzine e le madri che invadevano il marciapiede, potevi farlo tranquillamente. Ed era un posto piacevole, dedicato al Marchese del Grillo anche nel nome delle vivande che venivano servite, così mangiavi qualcosa e ti ripassavi anche i personaggi del film.

Ecco, adesso il Sor Marchese non c’è più. Al suo posto per qualche tempo, sotto le elezioni, c’è stata una sede del Movimento 5 Stelle. Ora se ne vede ancora il cartello-insegna. Ma a me piaceva la scottona. E anche il Sor Marchese.

Roseto degli Abruzzi 1: Le luci accese in pieno giorno

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A Roseto degli Abruzzi, in questo piccolo mondo di un mondo piccolo, per dirla sempre con Giovannino Guareschi, buonanima. il Comune deve avere fior di quattrini da spendere, se è vero, come è vero, che oggi i lampioni erano ancora allegramente accesi mentre c’era un sole della madonna che abbagliava lo sguardo degli ignari passanti (ignari soprattutto del fatto che i propri danari, versati sotto forma di tasse, vengono spesi inutilmente nelle forniture di energia elettrica per illuminare un paese  che è già illuminato naturalmente, e allora, voglio dire, sarebbe inutile anche l’ora legale, ma ora è il caso che questa parentesi la chiuda perché sta per diventare troppo lunga).

Ringrazio di cuore l’automobilista che mi ha fermato per chiedermi delucidazioni (che, ovviamente, non ho saputo dargli) e che mi ha spinto a fare una fotografia, che io pensavo fosse venuta un troiaio, e invece guarda te bellina.

Effetto Streisand: Paolo Attivissimo sbaglia il verbo “pouvoir”

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E così, nella selva selvaggia (sempre più aspra e più forte) degli svarioni, delle svisature, delle sviste, degli ooooops ortografici, linguistici, culturali e grammaticali di cui tanto mi piace andare a caccia, è incappato anche il nostro caro amico Paolo Attivissimo.

In un post del suo blog (il “Disinformatico”, casomai ci fossero dubbi), il Nostro racconta di aver passato del tempo a comunicare e a scambiarsi messaggi con un truffatore che si finge donna per “acchiappare” trasferimenti bancari via Western Union (o qualsiasi altro vettore internazionale di denaro). Beato lui, e pensare che c’è gente che deve lavorare e non può concedersi questi piccoli e innocenti piaceri della vita. Va beh, a un certo punto della corrispondenza, scritta in un improbabile linguaggio da bot con parole straniere di difficile identificazione, *.issimo si imbatte in un probabile francesismo, la forma verbale “Puyisse” scritta ortograficamente da cani (ma del resto da un truffatore che si finge una bellissima donna per spillare soldi a quelli che ci cascano non ci aspettavamo niente di diverso), e la spiega come un errore di ortografia “al posto di puisse, voce del verbo pouver”.

Qualcuno dei suoi solerti vassalli, valvassori e valvassalli gli ha fatto notare che in francese il verbo “pouver” non esiste, che, se del caso, esisterà il verbo “pouvoir”, che significa, appunto, “potere” e l’errore è stato bello che sistemato. Ma volevate che io non lo aspettassi al varco? E siccome il Superlativo afferma sempre candidamente che il web non perdona e non dimentica, ecco l’istantanea, l’effetto Streisand, lo screenshot ripreso dal cellulare (mitico Samsung J1, 98 euro e funziona ancora come una scheggia!) della papera linguistica commessa e candidamente ammessa nei commenti.

E, come si suol dire, avanti un altro!

Oggi Charlie Charplin è morto. Anzi, no, è nato!

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Dopo l’apostrofo di troppo della Boldrini, mi è capitato di aguzzare la vista (come recitava una rubrica de La Settimana Enigmistica) navigando in rete (ma in particolare su Twitter) e sono giunto a una serie di strafalcioni ed errori tra i più svariati, di cui vi darò conto, magari uno alla volta.

Il primo lo fa Radio 2 RAI sul suo profilo Twitter. Oggi è l’anniversario della nascita di Charlie Charplin, ma per loro il 16 aprile 1889 è la data della sua morte (avvenuta in realtà il 25 dicembre 1977).

Ora, per carità, anche qui non è che ci sia da stracciarsi le vesti e strapparsi i capelli dalla vergogna, per carità, può succedere a tutti un momento di “fosforescenza”, ma un conto è se questo errore lo faccio io, che non ho una redazione che si occupa di queste cose, che sono solo un lettore (o un ascoltatore, si veda il caso) e che, soprattutto non sono un servizio pubblico, un conto è se lo fa la radio di stato, che dovrebbe dare informazioni corrette anche quando si tratta di interventi occasionali, come quello su Charplin.

Avanti un altro!

L’orizzonte con l’apostrofo di Laura Boldrini

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Questi devono essere tempi crudeli e di totale generale disorientamento se un politico (e, dico, un politico) che siede in Parlamento grazie ai voti dei suoi sostenitori, ma che per la Costituzione rende conto all’intero popolo italiano, che, oltretutto, gli paga un lauto stipendio, scrive “un’orizzonte” con l’apostrofo.

E’ successo a Laura Boldrini e le ho fatto “tana” su Twitter solo ieri sera. E il bello è che i follower che hanno commentato (tranne uno, immaginate chi?), siano essi favorevoli o contrari alla politica boldriniana, non se ne sono minimamente accorti, continuando, imperterriti e noncuranti, ora a tessere le lodi ora a lanciarle vagonate di pomodori marci virtuali via web.

Chiariamo bene: io sono perfettamente convinto che Laura Boldrini sappia molto bene come si scrive “un orizzonte”, e che sia consapevole che l’apostrofo non ci va. Non addebito questo errore all’ignoranza. Ma alla sciatteria sì. A quell’atteggiamento precipitoso, cioè, che fa sì che una persona (certamente gravata da decine di impegni) dedichi a pubblicare un contenuto un tempo estremamente limitato. Si scrive, poi non si rilegge, si preme “pubblica” (e “pubblica” vuol dire esattamente “rendi pubblico”, “diffondi”), pare che vada bene così, poi si scivola sulla buccia di banana. Non è esattamente quello che si dice un atteggiamento rispettoso nei confronti dei lettori. O, come in questo caso, dei follower, che non ti chiedono minimamente di scrivere per loro, se lo fai è perché sei TU che hai qualcosa da dire, e il minimo che si possa pretendere è che tu lo faccia nel modo più corretto possibile.

Chi parla male pensa male.

Ho cambiato gestore telefonico (mal me ne incolse)

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Ho cambiato gestore telefonico.

Direte voi che non ve ne frega altro che il giusto, cioè niente, e avete ragione. Per questo non vi dirò neanche quale operatore ho scelto per far proseguire i miei traffici telefonici, né quale era quello precedente. Dirò soltanto che avevo “urgente” bisogno di passare a un piano che avesse minuti illimitati.

Vi dirò solo che appena ho scelto di cambiare gestore mi hanno subito chiesto 25 euro, di cui 10 per la attivazione della scheda SIM e 15 come prima ricarica. Mi hanno anche trasportato 9,02 euro di credito residuo dell’operatore cedente, però mi è arrivata una serie di SMS in cui mi si dice cge mi sono stati addebitati 4,29+7,71 per il costo dell’opzione, più 3 euro per il costo dell’attivazione. In tutto fanno 15 euro. Cioè quelli che avevo speso. Bene. Resterebbero ancora 9,02 euro, ma vado a chiedere il credito residuo ed è misteriosamente a zero. Faccio una ricarica di altri 15 euro e adesso il credito residuo è di 16,73 euro. Risultato: tra credito residuo e ricariche il valore complessivo era di 39,02 euro. Me ne ritrovo meno della metà a fronte di una spesa di solo 15 euro. Inoltre, sul luogo di lavoro, quel gestore non prende neanche mezza tacca (con il precedente almeno ne avevo due).

Mi sento solo.

Il “fracaso” della Gazzetta dello Sport

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A proposito di giornalismo sciatto e approssimativo, l’altro giorno, dopo la “remontada” della Roma (o “romantada”, secondo quanto hanno pubblicato svariati giornali) è apparso questo tweet sull’acount della “Gazzetta dello Sport”. Si vede un “ritaglio” tratto da un giornale sportivo in spagnolo che parla del “fracaso” del Barça. Alla Gazzetta lo traducono, naturalmente, “fracasso”. Ora, si dà il caso che lo spagnolo “fracaso” stia a significare “disfatta”, “sconfitta sonora”, e non “fracasso” nel senso di “grande rumore”, che, oltretutto, nella traduzione non avrebbe neanche senso. Ma, tanto, si sa, lo spagnolo somiglia all’italiano, non è difficile, è musicale, è sensuale e poi basta metterci la -s in fondo.

Nota: A corredo di queste brevi considerazioni metto lo screenshot del tweet e non l’embedding diretto da Twitter perché mi interessa “fotografare” la situazione (il tutto potrebbe venir corretto strada facendo).

Butac.it è di nuovo tornato on line

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E’ di nuovo raggiungibile il sito butac.it (“Bufale Un Tanto Al Chilo”), sequestrato preventivamente la mattina di venerdì scorso. Resta sequestrato soltanto l’articolo oggetto del contendere, salvaguardando le esigenze del procedimento in corso e quelle del diritto a fare informazione.

La notizia, di per sé, è già più che datata e non sono certo arrivato primo. Ma questo è un blog di opinione, non di informazione, quindi possiamo permetterci qualche valutazione supplementare a bocce ferme.

In primo luogo sgomberiamo il campo da ogni fratintendimento: si tratta di una notizia positiva che riequilibra i diritti che ha qualunque cittadino di fare informazione e di far circolare il proprio pensiero nelle forme che ritiene più opportune e quelle di una misura che si era rivelata troppo drastica e radicale (dunqie inefficace) come quella del sequestro preventivo di TUTTO il sito, quando ad essere coinvolto nella querela per diffamazione era soltanto un articolo.

Ma la gioia finisce qui e non va oltre. Infatti, il procedimento per diffamazione prosegue, e il dissequestro della risorsa web e la sua conseguente ritrovata raggiungibilità in rete non significano affatto che sia venuto meno il processo penale a carico dei responsabili. Anzi, quello persiste, purtroppo, e ha già visto, come è evidente, il “vantaggio” del querelante che si è visto non solo accogliere le doglianze, che non sono state archiviate, ma che continua a vincere contro Butac.it per 1-0 perché, si veda il caso, il sequestro si è “ristretto”, sì, al solo articolo presuntamente diffamatorio, ma non è stato minimamente annullato, c’è chi dovrà rispondere di quello che ha scritto, a meno che non offra un adeguato risarcimento prima dell’apertura del dibattimento e prima che si dichiari il non luogo a procedere.

Lo ripeto: è vero, è un ottimo risultato quello del dissequestro del sito, Butac.it potrà far valere in sede giudiziaria tutte le proprie ragioni, nessuno può essere giudicato colpevole fino a sentenza definitiva passata in giudicato, non c’è stato nessun giudizio, nemmeno di primo grado, la partita non è ancora finita, ma intanto il querelante l’ha insaccata in porta e il pallone torna al centro del campo.

Un’ultima annotazione: alcuni siti di debunking (indovinate quali), durante la (delicata) vicenda sel sequestro totale, per evitare difficoltà agli avvocati di Butac.it nell’ottenere quello che era giusto (e cioè un sequestro “chirurgico” fatto col bisturi e non con la mannaia), hanno deciso di non fare il nome del querelante e di respingere al mittente tutti i commenti che lo riportassero o che contenessero link a pagine che potevano facilitarne l’identificazione. Quando tutto si è sbloccato e il sito è tornato on line, come per miracolo è apparso il nome del querelante destinato alla vista e alla cognizione dei più. E’ un modo di fare blogging giornalistico scorretto e di pessima qualità. Io posso capire la simpatia istintuale che si prova verso un sito che si è visto oscurato per quattro o cinque giorni da un provvedimento oggettivamente smisurato, ma porca paletta, voglio dire, ci sono anche dei lettori che hanno diritto al giusto equilibrio, e che se da un lato il sito è stato penalizzato, dall’altra ci sono le legittime richieste di un querelante che reclama il suo. E sarebbe anche ora di darne contezza in modo quando meno equilibrato. Ma l’equilibrio nel giornalismo in rete è un’utopia. Si è faziosi e di parte. E questo posso permettermelo tutt’al più io, che non ho nessuna tessera di giornalista e me ne vanto. I giornalisti veri, o quelli che si vantano come tali, facciano semplicemente il loro brutto e sporco mestiere.

Certi numeri di Paolo Attivissimo

I follower di Paolo Attivissimo, si sa, sono tanti. Ma proprio tanti. Sulla loro suddivisione, però, Ilaria Bifarini ha postato un’interessante indagine che rileverebbe come il 44% dei followers del cacciatore di bufale sarebbe costituito da account che non corrisponderebbero necessariamente a quello che viene dichiarato (dai followers, si intende, non da Paolo Attivissimo). Poco male, succede a tutti di avere qualche fake. Il problema è che le percentuali nel caso di Attivissimo sono davvero grosse e il fenomeno da “fisiologico” rischierebbe di trasformarsi in “patologico”.
Ecco il post di Ilaria:

Il Governo si costituisce innanzi alla consulta

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Pare non finire più la tintura di fosco che sta assumendo il prosieguo del processo a Marco Cappato per l’accusa di suicidio assistito nel confronti di Dj Fabo. Gli atti, come sapete, sono stati trasmessi alla Consulta (la Corte Costituzionale) che dovrà decidere se la normativa, di origine del periodo fascista, che disciplina il reato in questione, sia ancora compatibile con la Costituzione e con i principi di libertà di cura (e, dunque, anche di libertà di porre fine alle proprie sofferenze in modo dignitoso) che essa sancisce.

Negli ultimi giorni è arrivata la notizia che il Governo Italiano, zitto zitto, tomo tomo, cacchio cacchio, nelle sue piene funzioni di “disbrigo degli affari correnti”, si è costituito nella vicenda. Ma non, come ci si sarebbe aspettato, per la conservazione del diritto a morire quando la propria vita dipende da fattori esterni che non ne garantiscono più la dignità, ma proprio per il contrario. Cioè, il Governo Italiano si è costituito per chiedere che la Consulta dichiari costituzionale la norma e che (quindi) Marco Cappato vada in carcere. Avrebbe potuto tranquillamente rimettersi alla saggezza e al libero arbitrio della Consulta, nel pieno rispetto della diversificazione e separazione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario), invece no, ha voluto mettersi in mezzo con tutti gli assi del piatto della bilancia che si scombinano e che rischiano di rendere ancora più oscuro il cammino che va verso la sentenza.

E’ un pasticciaccio brutto che non avrà fine e su cui pesano fardelli gravissimi che il povero Marco Cappato deve sopportare ogni giorno. Che trovi la forza, per Dio, che trovi la forza.

Non è Facebook che si fa i cazzi vostri, siete voi che glieli raccontate

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Li vedi passeggiare per i bar a ciacciare come forsennati sui loro telefonini, a parlare con gli amici, a passaggiare nervosamente in su e in giù, a twittare, chattare, telefonare e parlare sempre dello steso immarcescibile argomento: “Cosa fare adesso che Cambridge Analytica ha fatto esplodere l’effetto Facebook e ha rivelato che cosa è disposto a fare Zuk… Zik… Zak… sì, insomma, lui, con i nostri dati, quelli che gli conferiamo quotidianamente a ballini interi.

Perché la gentre si è svegliata adesso. Fino ad ora tutti erano impegnati a mandarsi i gattini in linea, i cuoricini, le ricette, le fotografie del dolce fatto la domenica, le foto dei propri figli minori di età (bel problema anche quello lì), gli apprezzamenti (“Oh, come sei bella!” “No, figurati, sei più bella tu!!”), le foto delle scarpine nuove ai piedi, e le dichiarazioni di voto in politica. Adesso, e solo adesso, lo ripeto, questa gente si sveglia, e scopre che Facebook fa un uso distorto di tutte queste informazioni. No, dico, ma PRIMA, questa gente, dov’era??

E perché oggi si fa tanto un pubblicare frenetico di istruzioni sul come disiscriversi da Facebook, quando un articolo pubblicato sul “Fatto Quotidiano” di domentica scorsa metteva in rilievo i pericoli dell’essere iscritti a Twitter, Amazon, Instagram e quant’altro? E’ fatta così la gente. Vuole scappare da Facebook e poi sul telefonino ha WhatsApp che è della stessa proprietà e traccia i profili degli utenti a seconda delle telefonate che fanno (a chi le fanno, quali amici hanno, chi sono i propri contatti in rubrica, chi quelli occasionali e viandare).

Io? Io sono nella merda fino al collo. Ho un blog, un accesso Facebook, WhatsApp sul telefono, Twitter e compro spesso su Amazon. Sono la vittima ideale. Però lo sapevo. E ho accettato il rischio. Chiudere la stalla quando i buoi son scappati mi sembra oltremodo puerile e poco conveniente.

E nessuno che abbia (ancora) capito che in tutto questo gratuito ostentato, il vero prezzo da pagare siamo noi stessi.