Con riferimento all’articolo “Campagna contro la pubblicità dei pannelli fotovoltaici Helios” pubblicato sul blog alcuni giorni fa, ricevo una mail da parte della segreteria dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria che riporto qui sotto:

Con riferimento alla Sua segnalazione, desideriamo informarLa che il Comitato di Controllo, esaminati i messaggi pubblicitari in oggetto, ha deliberato di emettere ingiunzione di desistenza per violazione dell’art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona – del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.

Non essendo pervenuta, entro i 10 giorni previsti, alcuna opposizione, il provvedimento ha acquistato efficacia di decisione e pertanto la pubblicità dichiarata non conforme al Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale non dovrà essere più diffusa.

Potrà rinvenire il contenuto del provvedimento inibitorio (n. 36/2012/ING)  nel nostro sito internet www.iap.it, nella sezione “Le decisioni del Giurì e del Comitato di Controllo”.

RingraziandoLa per la considerazione, porgiamo i nostri migliori saluti.

I.A.P.

La Segreteria

Ed ecco il testo del provvedimento:

Il Presidente del Comitato di Controllo, visti i messaggi pubblicitari “Io credo nel fotovoltaico”, rilevati su affissioni diffuse nelle città di Milano, Firenze e Torino nel mese di maggio 2012, ritiene gli stessi manifestamente contrari all’art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona – del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.
I messaggi, per promuovere i servizi di progettazione ed installazione di impianti a risparmio energetico della società Helios, ritraggono soggetti che per il loro abbigliamento ed atteggiamento identificano chiaramente diversi credi religiosi, mentre il claim a caratteri cubitali recita: “Io credo nel fotovoltaico”.
Le comunicazioni, ad avviso dell’organo di controllo, rappresentano un’evidente offesa alle diverse convinzioni religiose dei cittadini, meritevoli di rispetto e di tutela, ponendosi perciò in contrasto con il dettato dell’art. 10 del Codice, secondo un’interpretazione del Giurì ormai consolidata (vedi ad esempio pronunce nn. 4/2011, 59/2005 e 126/2000). I messaggi in questione banalizzano a fini pubblicitari la devozione e il “credere” che sono alla base della fede e delle religioni, e che qui sono apertamente rivolti ai prodotti pubblicizzati, alle nuove energie. L’inopportuno ribaltamento così creato determina un’offesa del sentimento religioso, che si vorrebbe invece immune da attacchi completamente immotivati, come quelli portati a meri fini di strumentalizzazione commerciale. L’offesa del sentimento religioso è altresì realizzata attraverso la “deificazione” del prodotto che si sostituisce in tutti i soggetti della campagna all’oggetto proprio del culto.

Una vittoria a mani basse su quello che è un diritto costituzionalmente garantito. Ringrazio quanti, a partire dal blog, hanno scritto allo IAP segnalando il proprio dissenso e, perché no, anche il proprio disgusto.

E’ stata sicuramente la mafia. O forse la Sacra Corona Unita [1]. Comunque sia fa parte di una strategia del terrore. Guarda lì, proprio davanti a una scuola intestata a Falcone e alla moglie, e proprio nell’anniversario dell’attentato di Capaci. Sissì, è stata la mafia, perché la mafia odia la cultura e ci vuole tutti ignoranti, e se non è mafia o Sacra Corona Unita sarà criminalità organizzata a iosa lo stesso, perché, vedi, sono venuti Pietro Grasso e Don Ciotti, ma non bisogna tralasciare nessuna pista, però quella mafiosa ci piace di più, del resto gli inquirenti stanno lavorando a 360°, anche se in fondo, a voler ben vedere, potrebbero essere i servizi deviati, ma anche gli anarco-insurrezionalisti, chè se ne sente tanto parlare e meno male che non ne abbiamo mai visto nemmeno uno, perché devono essere molto ma molto pericolosi, gentaccia, ma a qualcuno la colpa bisogna pur darla, del resto c’è una recrudescenza di tipo terroristico che ha già dato segnali precedenti molto preoccupanti, forse stanno tornando le Brigate Rosse, ma pare che abbiano inquadrato l’assassino, dev’essere il gesto isolato di un folle, che probabilmente non era solo, e allora è segno che il mondo è pieno di folli, ma li prenderemo e avranno l’ergastolo, sì, insomma, con questa strategia della tensione ci stiamo un po’ ingarbugliando anche noi, ma del resto che volete, che la gente viva tranquilla? Eh, no, non si può…

[1] Che, poi, io questa roba qui che “mafia” si scrive minuscolo e “Sacra Corona Unita” si scrive maiuscolo non l’ho mica mai capita…

Nelle motivazioni che hanno preceduto il provvedimento disciplinare a carico del vigile urbano a cui è stato contestato l’addebito di aver ostruito l’ingresso al campo dello Stadio di Pescara nel momento della morte del povero Morosini, e conclusosi con l’irrogazione di sei mesi di sospensione dal servizio (il massimo della pena previsto) e la decurtazione del 50% dello stipendio, si legge che “le polizie municipali non fanno parte, de iure, delle forze dell’ordine, nè delle forze di polizia.”

Non so se sia vero, ma so che le polizie municipali svolgono funzioni di polizia giudiziaria, sono armate, irrogano sanzioni per infrazioni al codice della strada, notificano atti, e sono ausiliari per la pubblica sicurezza.

Se dovesse essere vero, d’ora in poi mi rifiuterò di pagare qualsiasi contravvenzione dovesse essermi elevata. Perché se la polizia municipale non rientra nelle forze dell’ordine “de iure” è evidente che “de facto” quella contravvenzione è illegittima.

Se non dovesse essere vero sarebbe gravissimo che questo assunto sia stato posto a fondamento di un provvedimento disciplinare così grave per chi lo subisce.

Una cosa è certa. Quella definizione, con quel “de iure” che sa tanto di “latinorum” di manzoniana memoria non è farina del sacco della commissione disciplinare del Comune di Pescara che ha emesso il provvedimento.

E’ stata copiata e incollata da Wikipedia.

Ecco la schermata della voce “Polizia municipale” così come appariva pochi minuti fa (trovate anche il link al file PDF):

deiure

ed ecco la parte che riguarda il provvedimento disciplinare in questione:

Come si vede non è proprio un copia e incolla letterale. Infatti Wikipedia scrive “né” senza accento, mentre la commissione disciplinare lo scrive con l’accento grave. Per la cronaca si scrive con l’accento acuto.

Indubbiamente fa piacere sapere che le decisioni a carico di persone che si sono rese responsabili di negligenza, dolo o colpa grave siano affidate a uno strumento di grande validità giurisprudenziale come Wikipedia.

Terremoto nel nord Italia… Ci scusiamo per i disagi ma la padania si sta staccando (la prossima volta faremo più piano)..

(Stefano Venturi, segretario della sezione della Lega Nord di Rovato, via Facebook)

[Ha anche scritto "padania" con la minuscola... se lo dice lui...]

E’ già cominciato l’orrendo cannibalismo mediatico sulla povera ragazza che ha perso la vita questa mattina nell’attentato di matrice si-dice-mafiosa davanti a un Istituto Tecnico, a Brindisi.

E alla stampa nazionale si aggiunge il popolo di Facebook che ne ha saccheggiato il profilo, ripubblicato foto, moltiplicato l’iconografia in uno sciacallaggio senza fine, che non si ferma neanche davanti alla tragedia più evidente e sconfortante: tutti a ravanare nella vita privata di chi non ha più una vita, non importa se era una ragazza minorenne.

Anzi, su Facebook sta girando insistentemente, in queste ore, una frase attribuita ad Antonino Caponnetto, secondo cui la mafia avrebbe molta più paura della scuola che della giustizia.

Ora, io spero vivamente che anche questo sia una trovata dei soliti primadonnisti della rete, e che abbiano attribuito a Caponnetto una frase che non ha detto o, se l’ha detta, almeno che sia stato in un contesto profondamente diverso. Perché anche quello delle citazioni a vànvera sarebbe un capitolo da approfondire a parte.

E comunque una cosa è certa: alla mafia della scuola non gliene frega un bel niente.

E allora a chi è che importa DAVVERO qualcosa della scuola? Ai Governi, naturalmente. Allo Stato. Infatti l’istruzione pubblica e l’Università sono state le prime istituzioni a essere messe in ginocchio dalle politiche dei tagli sulla formazione dei futuri cittadini.

Non è solo un problema di ridenominazione dei corsi di studio (per cui dalla “Ragioneria” si è passati all’”IGEA” e poi alla “Amministrazione Finanza e Marketing”), è un problema di ore tagliate con l’illusione che se si studia di meno si studia in modo più efficace (ma quando mai si è visto?), sono precari che non lavorano, sono insegnanti di ruolo che devono assorbire il lavoro degli altri (si veda la compresenza con gli insegnanti di madrelingua per i docenti di lingue straniere), sono progressioni di carriera e posizioni stipendiali bloccate, sono pensionamenti rimandati, neo-assunzioni col contagocce, sono le scuole che sono costrette a chiedere delle “donazioni obbligatorie” per le fotocopie e la carta igienica, (la scuola è arrivata agli ossimori!) è un’Università allo sbando, è la logica del “con la cultura non si mangia”.

E se con la cultura non si mangia, senza mangiare si muore.

A scuola si muore un po’ ogni giorno perché alla scuola hanno staccato la spina. L’istruzione vive di energia residua e non rinnovabile.

E ci destreggiamo tra le affermazioni del Capo della Polizia Manganelli che dice che i responsabili saranno presi (lo speriamo bene!) e che avranno l’ergastolo. Ora, in uno stato di diritto se un imputato prende l’ergastolo o meno, se è responsabile dei reati che gli vengono contestati lo decide la magistratura, non una dichiarazione di intenti o un auspicio personale rilasciati alla stampa.

Avremo ancora bare bianche, palloncini colorati, striscioni, applausi ai funerali, parole retoriche e presenze contrite di circostanza.
Ma non avremo risposte. Saremo muti davanti al gorgo in cui stiamo scendendo (come i più bei versi di Cesare Pavese ci hanno insegnato), e avremo un solo filo di fiato quando, tornando alle nostre case, penseremo all’unisono: “E’ tutta colpa di Beppe Grillo e dei grillini!”

Perché non è possibile che sia colpa nostra, vero?

 

Che magari la gente si chiede anche “Chissà come mai il Di Stefano non ha ancora commentato la nuova trasmissione del duo Fazio-Saviano”…

Vi dirò, non l’ho neanche vista, ne ho ascoltati e visionati qua e là alcuni estratti da YouTube dove non paiono essere particolarmente seguiti. Ma questa è solo una mia impressione (per qualcun altro i clic sui singoli video, moltiplicatisi all’infinito e presenti su YouTube possono essere un numero esorbitante).

E potrei dire molte, molte cose.

Per esempio potrei parlare del nuovo look di Fazio, che si è tolto la cravattina della sera della domenica della Cresima e si mostra in TV un po’ più sbrindellato, al limite dell’easy-going, con un paio di occhialini uguali uguali a quelli di Benigni, segnale, oltre che della presbiopia che prima o poi tutti ci colpisce per via dell’età (non ditelo a me, che sto sempre ad avvicinare e allontanare gli occhiali alla punta del naso!), del fatto che c’è un modo di fare TV che si omologa anche nell’aspetto, ma allora mi chiedo proprio perché la montatura alla Benigni e mi rispondo che è perché fa buonismo, poi me ne pento, perché mi sembra di essere cattivo, e quindi alla fine smetto di pentirmene.

Potrei parlare del titolo della trasmissione. Ancora una volta una canzone, e ancora una volta De André. Certamente non una delle sue migliori, bisogna riconoscerlo. Preferivo “Vieni via con me”, almeno era la canzone di una persona viva.

Potrei parlare, a proposito di De André, di quando Fazio ha salutato Dori Ghezzi e ha detto: “quando io sento Fabrizio mi mette subito gioia e allegria, parole che tu mi ispiri immediatamente”, e chissà che cosa avrà voluto dire!

Potrei parlare, sempre a proposito di De André, di come Fazio abbia abbondantemente retoricheggiato sulla sua musica affermando che “ha il potere di guarire e di fare andare avanti” e di come la tentazione di santificare un cantautore e attribuirgli poteri addirittura taumaturgici sia dietro l’angolo.

Potrei dirvi di quanto sia trita e ritrita la logica dei duelli, per cui “Politica e antipolitica sono parole che in alcuni momenti, e questo è uno di quelli, si fronteggiano più aspramente.” E di come sia una desolazione dell’anima vedere che nello scontro tra politica e anti-politica figurino due giornalisti. E della delusione (l’ennesima) che Marco Travaglio si sia prestato a questi trabocchetti da giocatori di un due tre stella.

Potrei dirvi di quanto poco abbia detto lo stesso Fazio introducendo la Littizzetto quando ha affermato che “Ci sono momenti in cui una parola diventa insostituibile: va detta proprio quella li.” Erano anni che alla RAI cercava di dire una parolaccia e non c’è mai riuscito. E ieri sera, per la prima volta, ha pronunciato la parola “stronzo”. Io l’ho detta a scuola a sette anni.

Potrei parlarvi della Littizzetto che  “Ci sono cose nella vita che si risolvono solo con un vaffanculo!”, e allora uno pensa che tra queste cose ci sia anche la sua ormai consueta ripetitività.

Potrei parlarvi di un Guccini ormai troppo frequentemente in televisione e troppo più frequentemente pubblicato da Mondadori, che più che un cantautore sembra un cantastorie d’antan, e un nonno che racconta ai nipotini le favole del buon tempo che fu, solo che noi non siamo i suoi nipotini e lui non è lo Zio Paperone che cercava l’oro nel Klondike.

Potrei anche dirvi di Saviano che continua a fissare il vuoto, disorientato, come spiritato, si tocca il naso, incrocia le braccia e dondola, dondola e parla, fa pause, e racconta delle mamme di Bezlan, e non fa altro che effettuare un’operazione così frequente da essere prevedibile, raccontare di mamme e di bambini, dell’estremo sacrificio, non più come dramma individuale e collettivo di chi l’ha vissuto, ma come rappresentazione narrativa, una sorta di misto tra il racconto gotico e la cronaca nera, la stessa cosa che fanno “Chi l’ha visto?” o “Quarto Grado”, quando se a sparire è una vecchietta con disturbi mentali le si dedica una scheda, mentre se a sparire o ad essere uccisa è una mamma ci si ricama su un bel senza fine, una neverending story che neanche Michael Ende. Una donna è solo una donna. Ma una mamma fa gola di più, in un programma appiccicoso di caucciù, e il Poeta è servito.

Dicevo che potrei parlarvi di tutto questo. Ma non lo faccio.

Preferisco riporre l’attenzione sul fatto che Saviano, Fazio, Littizzetto, De André, Ghezzi, Guccini, fanno ormai parte di un minestrone che ha sempre lo stesso sapore, come quello del Manuale di Nonna Papera. E, peggio ancora, che non va minimamente messo in discussione. Sono quelle cose che vanno accettate così come sono e applaudite, belle per forza perché spirito di un radical-chic non so quanto di sinistra, belle perché perbeniste, non criticabili perché fatte con buone intenzioni, buoni sentimenti e senso della misura. E infatti nessuno le critica. Nessuno. Tutti le accettano in maniera supina, quasi devozionale.

Ecco il primo commento su YouTube dopo l’immissione del Saviano-Bezlan:

E vogliamo dimenticarci della Littizzetto?

O magari di Guccini…

Ecco come siamo fatti. Diamo il carisma a una storia. Consideriamo grande una che disquisisce sulla parola “stronzo” che va beh, fa anche ridere, mica dico di no, ma alla lunga stufa e neanche poco. Troviamo “assolutamente straordinari” personaggi che trasformano la realtà in narrazione e poi in monologo.

Dovremmo essere solo un po’ disgustati da tutto questo. Ci farebbe bene.

Flavia Amabile, giornalista de “La Stampa” ha avuto un’idea:  si è finta undicenne, si è iscritta a Facebook, ha guardato un po’ il mondo dei pre-adolescenti di oggi dal buco della serratura e ne ha fatto un articolo giornalistico, apparso oggi nella rubrica “Tecnologia” a cura di Anna Masera (quella che annunciò con una certa soddisfazione “Mistero risolto: non è stato il ministro Fornero a chiudere il sito della Dpl di Modena”, senza tuttavia dire ai lettori CHI stesse veramente dietro alla firma che aveva  disposto la chiusura di quella risorsa).

La tendenza squisitamente giornalistica a voler vedere di nascosto l’effetto che fa non è nuova. In fondo, Flavia Amabile ha fatto quello che fanno tanti genitori oggi, senza necessariamente passare per la strillozzeria giornalistica: hanno semplicemente desiderio, motivo e legittimità di vedere che cosa comunicano i propri figli agli altri. Perché abbiamo paura di questi “social network” che rapiscono i nostri figli che scrivono e fanno, attraverso di loro, quello che vogliono, mentre noi restiamo al palo perché la conoscenza tecnologica ci appare incolmabile.

E quando ammettiamo che i nostri figli hanno una maggiore conoscenza rispetto a noi abbiamo già sbagliato il nostro approccio educativo. Facebook, dunque, chissà cos’avrà mai di così speciale questo Facebook da stregarci tutti, e chissà quali segreti nasconde. O, meglio, chissà quali torbidi segreti potranno mai nascondere i nostri adolescenti. Come scriveva Joni Mitchell in una delle sue liriche più belle: “Everybody’s saying that hell’s the hippest way to go / Well I don’t think so / But I’m gonna take a look around it though.”

Dice la Amabile “Le regole prevedono che si debba avere almeno 13 anni. Le regole prevedono anche altro: autorizzazione se si pubblicano foto di altri, richiesta ai genitori se si tratta di minori, nessun dato sensibile di altri sui propri profili. Ma chi le rispetta?”. Giusto, è un’ottima riflessione, a cui fa seguire una opportuna considerazione sui genitori che fungono da spinta propulsiva all’ingresso nella bolgia del web 2.0 da parte degli infanti.

Non è la risposta ad essere sbagliata, è la premessa che mi risulta poco utile: le regole sono quelle, sì, ma il problema non è quello che prevedono (che nessuno mette in dubbio) ma chi e in quali modi dovrebbe farle rispettare.

Facebook non dovrebbe entrarci niente. Non lo so, non mi sono mai iscritto a Facebook utilizzando un account fasullo (o forse sì, una volta, ma me lo hanno tranciato di brutto), ma sono perfettamente convinto che se Facebook dice che l’età minima per iscriversi sono 13 anni compiuti, e se dall’inserimento della data di nascita questo limite non risulta ancora compiuto, automaticamente non accetta l’iscrizione. La soluzione, dunque, è barare sull’età in modo da “ingannare” il sistema. Ma questa è colpa dell’utente e/o dei genitori, non di Facebook. Immagino che anche la giornalista, pur spacciandosi per undicenne abbia dovuto inserire una data di nascita che la facessse apparire come una ragazzina di tredici anni.

Insomma, se si agisce per volersi fare “tana” su Facebook per vedere chi gioca sporco bisogna giocare sporco un po’ anche noi. Se no che gioco è?

Qualcuno, come è naturale, “abbocca” al “fake” (ovvero al “falso” personaggio). Tra questi un’altra adolescente:

“È una ragazza del foggiano, la chiameremo Luana. A un certo punto mi chiede senza troppi giri di parole: «Chi sei?». Me lo scrive sulla bacheca, e quindi è visibile da tutti. Rispondo semplicemente: «Vivo a Roma, sono in prima media. E tu?». Scompare. La inseguo io stavolta, le spiego la stranezza del mio profilo senza foto: a scuola ci hanno detto che non si debbono pubblicare immagini proprie per evitare problemi, qualcuno potrebbe rubarle e usarle per scopi suoi. Replica con un «vabè», piuttosto disgustato. E quando le chiedo spiegazioni conclude la discussione con un «Chissene». Più chiaro di così.”

E certo che è chiaro. “Luana” ha fiutato l’imbroglio (le ha chiesto chi è, e poi li chiamiamo stupidi e ingenui i pre-adolescenti!) e ha dato poca corda alla sua nuova “amica” che non aveva nemmeno messo una sua foto sul profilo, liquidandola con un “Chissene”. Il “Chissene” non era rivolto alle regole, ma alla mania giustificazionista e moralista della giornalista. A “Luana” non importa niente se i suoi dati vengono usati da qualcun altro. E non vuole dare spiegazioni. E’ la giornalista a essersi posta in modo anomalo: ma chi è l’undicenne che va su Facebook a dire ai coetanei che non si devono mettere le proprie fotografie sul social network? Come minimo viene vista come una rompiscatole ad oltranza e abbandonata al suo destino. Che è esattamente quello che “Luana” fa.

In cinque giorni, prosegue la giornalista, i suoi contatti sono diventati una cinquantina. Beh, neanche poi tanti. Il numero di amici su Facebook è considerato un valore dagli adolescenti, più ne hai più la gente ti vede, ergo, più sei “figo”. Cinquanta contatti sono una miseria, una goccia nel mare per chi, complice la frequentazione delle scuole medie, in poco tempo racimola centinaia, se non un migliaio di “amici”.

Non è chiaro perché questa giornalista, anziché fingere, non abbia fatto un giro di interviste tra i genitori, e, soprattutto, tra gli insegnanti, che spesso si ritrovano involontari protagonisti di fotografie catturate con l’I-Phone e spedite alla velocità della luce su Facebook per il pubblico ludibrio degli amici (come facciano ad avere un I-Phone? Chiedetelo ai genitori!). Avrebbe scoperto veramente l’inferno dell’impotenza, della non capacità a gestire, della resa davanti a pre-adolescenti in costume da bagno che si mostrano come fossero dive conclamate, ragazzini che hanno il filmato porno sullo Smartphone, ricatti, bullismo, violenze (sì, anche quelle!) baby-gang a piovere e una bella granellata di cattivo gusto e menefreghismo a ricoprire il tutto.

Senza contare che Flavia Amabile, quella vera, su Facebook c’è davvero. Oggi ha 1269 “Amici” (immagino li conosca personalmente uno per uno). Lei sì che ha avuto più successo della sua pre-adolescente immaginaria!!

In un giorno come quello di ieri, in cui il web “culturale” è stato impegnato a inseguire l’ennesima falsa notizia inerente la morte di Gabriel García Márquez (uno scrittore che per i media è già morto sei o sette volte), tutti o quasi si sono dimenticati della morte, quella vera di Carlos Fuentes.

Intellettuale finissimo, impegno politico e civile integerrimo (fu ambasciatore messicano in Francia), sperimentatore ardito ed arguto, Fuentes ebbe uno spirito critico implacabile.

Mancherà a molti. Soprattutto a quelli che non lo hanno mai conosciuto.

L’onorevole Francesco Barbato (Italia dei Valori) ha annunciato quest’oggi la sua autosospensione dalla carica di parlamentare dopo aver appreso dai giornali di essere coinvolto in un’inchiesta del PM Woodcock della Procura della Repubblica di Napoli.

“Da domani in quest’Aula sarete 629: io mi autosospendo da deputato”. Ha detto.

E prima di entrare nell’aula di Montecitorio ha spiegato: “Non sono indagato, e in ogni caso la mia posizione è limpida. Ma la questione è un’altra. Se un politico finisce sui giornali perché coinvolto in un’inchiesta, è bene che non partecipi all’attività politica”.

C’è qualcosa che non torna. Barbato dice di non essere indagato. E se non è indagato perché si autosospende? Perché l’hanno scritto i giornali? Ma i giornali non dovrebbero emettere avvisi di garanzia, o avvisi di conclusione delle indagini, per quelli deve pensarci la magistratura inquirente. Non ci si autosospende in presenza di un sospetto. Lo si fa, casomai, se e quando questo atto è stato formalizzato e notificato alle parti. Non perché sia di per sé obbligatorio autosospendersi o dimettersi, ma perché non lo si fa solo per sentito dire.

E poi cosa vuol dire che uno si “autospende” (ovvero quando non si partecipa alle discussioni in aula o ai lavori delle commissioni di cui si fa parte)? Ce lo spiega lo stesso Barbato: “Ovviamente mi ridurranno lo stipendio, come accade quando non si partecipa all’attività parlamentare”. E’ una sorta di cassa integrazione volontaria, ma non certo un autolicenziamento dalla carica di deputato. Voglio dire, uno straccio di stipendio minimo dovrà pur prenderlo (anche chi è stato sospeso dallo stipendio e dalla funzione pubblica percepisce un assegno alimentare) e a occhio e croce lo “straccio” di stipendio minimo di un parlamentare deve essere assai più alto del minimo dei minimi che percepisce il dipendente pubblico sospeso d’ufficio per qualche inadempienza.

O si dimette (e lascia il posto al primo disponibile dei non eletti, possibilmente non indagato), o continua a fare il deputato facendosi nemmeno troppo scudo del principio costituzionale che stabilisce la colpevolezza dopo una sentenza definitiva passata in giudicato.

I deputati sono per legge 630. Si decida, o sta fuori o sta dentro. Al Parlamento, s’intende.

Non si fa altro che sentir parlare di e-book.

Sarà il Salone Internazionale del Libro di Torino, sarà lo slogan della “Primavera digitale”, sarà che oggi se non hai un tablet o un lettore dedicato non sei più nessuno, sarà che, ultima notizia (pubblicata su Repubblica.it) in ordine di tempo, le donne acquistano libri digitali a contenuto erotico (e capirai!), sarà che c’è Amazon, sarà che li vendono, sarà quello che volete ma di e-book non si fa altro che parlare. E spesso a sproposito.

Mi occupo di e-book da dieci anni. Prima me ne interessavo da altrettanto tempo. Fanno vent’anni in tutto. Qualcosa penso di essere in grado di dire.

La prima cosa è che dovunque si tenti di fare un minimo di dibattito la domanda, tanto per cambiare, è sempre la stessa: riuscirà l’e-book a soppiantare il libro di carta?

E se le domande sono sempre le stesse lo saranno, automaticamente, anche le risposte. Quella standard è quella del feticista che risponde più o meno con un “Nessuno potrà mai togliermi il piacere del tatto di un libro e del profumo della carta, gli e-book non vinceranno mai sul caro vecchio libro di carta!”. Dimenticando che ci sono intere biblioteche da sniffare a suo piacimento e che nessuno le chiuderà di certo.

Poi c’è l’altro feticista, quello della tecnologia, per cui ormai un tablet o un I-Phone sono alla portata di tutti, ed ecco che, come per miracolo, tra breve non ci saranno più zaini pesanti per gli alunni delle scuole (è un ritornello purtroppo molto in voga anche nel Movimento 5 Stelle), che basterà cliccare qui o cliccare là per avere l’accesso al sapere, il tutto con un “comodo” tréspolo da portarsi dietro. Dimenticando che una cosa è l’accesso alla cultura e altra cosa sono i contenuti culturali.

La chiamano “primavera digitale” ma forse nessuno si è accorto che Michael Hart, il fondatore del Project Gutenberg, pensava già dal 1971 che un testo in formato digitale potesse essere di grandissimo aiuto per la ricerca e per l’umanità. Che un libro in formato digitale avrebbe aperto nuovo orizzonti al modo di leggere un testo e alla sua libera circolazione.

Insomma, sembra si siano svegliati tutti oggi. Lo hanno fatto per un motivo molto semplice: sugli e-book si è cominciato a far soldi. Non sono più un “prodotto” alla portata di tutti (grazie all’intuizione dello stesso Hart di far circolare testi liberi da copyright) ma, semplicemente, una “modalità”, neanche tanto libera, di far circolare gli stessi contenuti.
Se una volta non aveva senso farlo, adesso un e-book si può vendere e farci dei bei soldini. E’ per questo che se ne parla.

Non c’entra niente il pericolo che l’e-book possa soppiantare la carta. State tranquilli, non accadrà mai.
La Bibbia di Gutenberg fu stampata su carta (buona!) e possiamo leggerla a quasi seicento anni di distanza. Probabilmente l’e-book che compriamo su Amazon oggi, tra dieci anni, DRM o no, non potremo più leggerlo. Perché non sappiamo se tra dieci anni ci saranno ancora dispositivi in grado di farci vedere quel file che oggi abbiamo comperato. Perché un libro di carta lo possiamo prestare a un amico senza che nessuno possa dirci niente, mentre se duplichiamo e redistribuiamo l’ultimo e-book, anche solo “d’occasione” (tornerò presto su questa storia degli instant-e-book), uscito in occasione della vittoria dello scudetto della Juve, commettiamo un reato. Perché la carta dura da sempre, l’e-book ha pochissime decine di anni.

Qualcuno gli e-book li vende a pochi centesimi. La cultura viene ridotta al rango della partita in televisione o del film che guardi in Pay-TV. Costa pochi centesimi averlo su un dispositivo e fa figo. Il prezzo più basso di un e-book sul mercato equivale a una telefonata di pochi minuti con lo scatto alla risposta. Ma non ci si può scaricare la coscienza di non aver letto il “Don Chisciotte” con un movimento di una manciata di centesimi dalla carta di credito, per poi poter dire: “Sì, ce l’ho qui sullo Smartphone!!”
Si rischia di fare come quando da studenti ci chiedevano se avevamo letto i “Promessi Sposi” e c’era qualcuno che si alzava e diceva “Sì, io ho guardato lo sceneggiato!”. Come se le scorciatoie per la cultura avessero mai portato a qualche risultato utile.
Mediamente il prezzo della versione e-book di una novità non è molto più conveniente di quello della corrispondente opera cartacea (è solo un file!) e presenta dispositivi di gestione dei diritti che un libro cartaceo non ha. Sull’ultimo volume di Erri de Luca, ad esempio, rispetto al prezzo di copertina di 11 euro, l’e-book costa 7,99. Il risparmio è appena di 3,01 centesimi (fonte: bol.it). Il gioco non vale la candela.

Arriveremo alla fine del Salone del Libro di Torino che ciascuno avrà detto la sua sul tema della moda del momento ma ben pochi avranno le idee chiare.