La lunga morte di Stefano Cucchi e il ritorno delle parole per dirlo

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Ci sono storie che ritornano ciclicamente e che sembrano non voler mai finire, se non altro per far riposare in pace che non c’è più.

La morte di Stefano Cucchi pesa come un macigno sulla coscienza di una intera società, troppo distratta nel definirne i responsabili, e troppo avara verbalmente da poter usare parole diverse da “di fame e sete” e “per cause ignote alla scienza medica”. Nemmeno un pochino di imbarazzo. Neanche l’ombra della più pudica vergogna. Parole vuote, parole senza senso, che non definiscono un “chi”, ma, casomai, vanno a cercare un “cosa”, che è ben diverso. E non è questo quello che deve fare la giustizia italiana.

Da questa mattina, finalmente, quando si è saputo della nofica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari agli indagati dell’inchiesta bis per la morte di Cucchi le parole hanno ricominciato ad assumere un senso, un valore.
La prima è “omicidio preterintenzionale”: articolo 584 del Codice Penale: “Chiunque, con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 (Percosse) e 582 (Lesione personale), cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni.”
Poi ci sono i nomi, quelli a cui questo reato è stato contestato: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco. Che, naturalmente, non sono colpevoli solo perché hanno ricevuto un avviso di conclusione delle indagini (che preclude a una richiesta di rinvio a giudizio, come previsto dalle nostre leggi), ma quanto meno la si è smessa di incolpare la fame e la sete e tutto quello che la “scienza medica” non sa o non può spiegare.
Dare i nomi significa formulare delle ipotesi (e, per carità, solo delle ipotesi, allo stato attuale delle cose) a carico di soggetti precisi, e non campare in aria spiegazioni all’acqua di rose. Dare dei nomi significa poter indicare dei presunti responsabili quando si scrive, come i magistrati inquirenti hanno scritto, “Fu colpito dai tre carabinieri che lo avevano arrestato con schiaffi, pugni e calci” (Pignatone e Musarò).

Poi, come sempre, sarà il processo a dire chi, cosa e come, a misurare e bilanciare responsabilità ed eventualmente assolvere, se del caso. Ma da oggi l’orizzonte si fa più chiaro. E’ bello doppo ‘l morir vivere anchora.

Bannare stanca

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E’ successo a me.

l’altro giorno, sul mio account Twitter/Facebook (tutti i miei tweet appaiono su FB automaticamente) ho inserito un intervento che, come è mio solito, non era particolarmente gentile con Fabrizio De André. Era il giorno dell’anniversario della sua morte e volevo andare un po’ in direzione ostinata e contraria anch’io.
Mi risponde un utente che, senza per nulla entrare nel merito di quello che avevo scritto (abitudine piuttosto radicata nell’utenza Facebook) fa un apprezzamento (“scherzavo”, dirà più tardi) sulla mia vita privata.

L’apprezzamento dell’utente (di cui ometto il nome, ma tanto tutto ciò di cui parlo è pubblicamente disponibile) mi fa saltarei gàngheri. Perché un [pre]giudizio sulla mia persona e sulle mie relazioni familiari quando ho espresso semplicemente un’opinione su un compositore di canzonette? Non è dato saperlo o forse sì. L’utente stava scherzando e stai a vedere che adesso la colpa è anche mia che sono troppo permaloso (sì).

Decido di togliergli l'”amicizia”, questo brutto nome con cui i facebookari chiamano quelli che più appropriatamente dovrebbero dirsi i CONTATTI. Tanto, mi dico, sarà poco male, potrà comunque, come tutti, leggere quello che scrivo e intervenire quando vuole (vedete cosa si ottiene a essere troppo buoni?)
Ma non basta. L’utente insiste e allora decido di fare una cosa che faccio molto di rado: bannarlo.
Un ban su Facebook, per intenderci, esclude a vicenda i due “contendenti” dalla reciproca visione dei contenuti e dall’accesso ai commenti.

Scrivo anche un post (solo su Facebook, in quanto più lungo dei 140 caratteri previsti da Twitter) in cui spiego cos’è successso. E faccio Nome e Cognome dell’utente bannato. Per carità, nessun tipo di offesa, solo il fatto che avevo bannato il signor Nome e Cognome e perché.

Apriti cielo e spalàncati terra!Mi giunge un tweet da un certo signor Nickname che non faccio fatica a ricondurre al signor Nome e Cognome di cui sopra (già, ma non ne ho la benché minima conferma). Mi dice che è scorretto che io inserisca nome e cognome del signor Nome e Cognome in un post dopo averlo bannato (scorretto? Forse, ma non vietato), mi invita ad eliminare il post (non si vede proprio il perché, è legittimo che io parli con chi voglio di chi ho bannato e perché) e mi diffida dal ripetere (ripetere cosa non è chiaro, a parlar male di De André?). Il tutto “ora”. Cioè subito. Cioè immediatamente, poco importa se uno guarda le notifiche di Twitter una volta la settimana.
Gli rispondo chiedendogli nome e cognome. Mi sembra corretto e doveroso. Non me li fornisce e decido di non rispondere oltre. Questo blog e i miei account Twitter e Facebook vanno sotto il mio nome e cognome e non vedo perché non posso pretendere altrettanto dai miei interlocutori.

Tutto questo per un ban. Che, voglio dire, è una cosetta semplice, quasi da nulla. Succede tutti i giorni. Mi è successo decine di volte di essere bannato da gruppi di discussione, mailing-list, newsgroup (tremendi questi, se almeno esistessero ancora) e quant’altro, non ho mai diffidato nessuno e, soprattutto, non ho mai fatto conderazioni personali sulla vita familiare di nessuno.

Ma si sa, c’è chi batte i denti, chi prende il ritmo e chi ci balla sopra.

Tutti pazzi per Astrosamantha

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Non c’è pace per la vita privata di Samantha Cristoforetti.

La prima donna italiana negli equipaggi dell’Agenzia Spaziale Europea ha recentemente dato alla luce una bambina. Che, voglio dire, saranno anche giustamente affari suoi, solo che la notizia si è diffusa di quotidiano in quotidiano prima di diventare praticamente di pubblico dominio. Recentemente è stata riportata all’interesse degli internauti da Paolo Attivissimo grazie a un errore che, una volta diffusosi, è diventato virale: quello del nome (sbagliato) della bambina.

Attivissimo segnala che: “Samantha Cristoforetti è sempre stata disponibilissima a parlare della propria attività pubblica e del proprio lavoro nello spazio, ma è sempre stata chiara nel difendere la propria vita privata da gossippari e paparazzi, più interessati al suo taglio di capelli o alla tinta del suo tailleur che ai suoi esperimenti scientifici.” Magari qualcuno penserà che si tratti di una precauzione eccessiva, e invece separare la dimensione pubblica da quella privata è un gesto degno della massima lode e che ci fa restare, se possibile, ancora più simpatica di quel che è il capitano Cristoforetti.

Poi mi sono detto: andiamo a vedere che cosa dice Wikipedia.

E mi sono ritrovato con un paragrafo di tre-righe-tre intitolato proprio “Vita Privata” (gentile, voglio dire, una carineria in puro stile Monsignor della Casa) che cosa dirà? Andiamo a leggere: “Della vita privata di Samantha, si sa ben poco.”
Poi però ci dicono come si chiama il suo compagno, che lavoro svolge, dove lo svolge e, dulcis in fundo, che sono diventati genitori. All’anima del saper ben poco! E alla faccia del rispetto della privacy! Tra l’altro con l’aggravante poco sottolineata di volerla chiamare “Samantha“. Ma quale enciclopedia chiamerebbe la Cristoforetti per nome?? Chi è quello scellerato che pensa di potersi accaparrare il diritto di darle del tu esattamente come se si trattasse di un’amica con cui è andato a bere il caffè al bar dell’angolo cinque minuti fa??

Va detto, per dovere di completezza, che le edizioni inglese e spagnola di Wikipedia NON riportano questi dati e che quella tedesca riporta, sì, un paragrafo sulla vita privata, ma si limita a riferire quali lingue parla la Cristoforetti e quale sia la sua sigla di radioamatore. Tutto lì. Nessun prurito morboso per le sue vicende affettive.

Come sempre vi inserisco il .PDF della voce di Wikipedia così com’è stata generata nel giorno in cui ho scritto queste righe. Abbiatene pietà, se potete.

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Nei secoli Fedeli

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Tanto tuonò che piovve.

Ci siamo lasciati con una dichiarazione di voto. Di più, una speranza. E non c’è niente di più bello che vedere una speranza trasformarsi in realtà. Il no ha stravinto, trionfato, fatto polvere delle risibili argomentazioni di quelli del SI’ e per una notte te ne vai a dormire con il sorriso sulle labbra, come i bambini, come mia figlia (sì, perché nel frattempo, nel periodo di massima oscurità del blog ho anche avuto una figlia, ora lo sapete), a pensare che hai votato NO per convinzione e hai vinto, che l’innominabile domattina sale al Quirinale per rassegnare le dimissioni e tu te ne stai al calduccio del tuo letto a goderti il sapore di quel momento.

Poi le dimissioni sono state date davvero, Mattarella le ha surgelate come i pisellini della Findus, il piccolo presidente di Pontassieve è restato lì freddo e intirizzito per altri due giorni, il tempo di una fiducina e poi si è decongelato e le dimissioni sono diventate operative. Prima di tornare a farsi fotografare da “Chi” in un supermercato di Pontassieve mentre fa la spesa come un normale cittadito (probabilmente con gli 80 euro di aumento che ha dato agli stipendi, direbbe mia moglie, che in queste cose è un genio), ha avuto il tempo di designare il suo successore che in tempo 48 ore se n’è salito bel bello a Palazzo Kitsch portandosi dietro più di metà governo precedente, reimpastandolo e creando un duplicato, una fotocopia, una copia anastatica di ciò che era. Tutto deve cambiare perché nulla cambi.

C’è una ministro in questo Governo che, subito dopo il giuramento, è stata al centro di una serie di polemiche non ancora sopite. Si tratta di Valeria Fedeli, neoresponsabile del Dicastero della Pubblica Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Pare che questa signora non abbia una laurea. Anzi, di più, pare proprio che non abbia nemmeno il diploma di scuola superiore quinquennale, limitandosi a possedere il titolo di studio triennale. In rete (ma anche non) gliene hanno dette di tutte e di più. Ma è stata anche difesa in maniera abbastanza strenua da un gruppetto di sostenitori molto agguerriti. Le obiezioni sono fondamentalmente due:

a) Non ci vuole una laurea per fare la ministro o il parlamentare.

E’ vero. Non è indispensabile. Però ci vuole e non diciamo fesserie. Non solo perché ci si va ad occupare di settori come l’Università e l’Istruzione e quindi è bene esserci stati dentro almeno come rotelline dentate dell’ingranaggio, ma perché io credo che chiunque mi rappresenti (e la ministro Fedeli mi rappresenta) debba essere assai migliore di me. Se io ho una laurea, paradossalmente la Fedeli dovrebbe averne due. E’ certamente vero che non si misurano le capacità personali con un titolo di studio, ma allora con cosa le vuoi misurare con il centimetro? Hanno sempre fatto un casino della Madonna per cercare di farci credere che la meritocrazia è l’arma vincente nella Pubblica Amministrazione (e mica solo lì) ma poi, guarda caso, chi ha due lauree va avanti e chi ne ha una sola sta un passo indietro. E tra chi sta un passo indietro viene prima quello che ha preso 110 e lore e poi quello che ha preso 88. Nel mezzo stanno tutti gli altri. Ed è giusto che sia così, c’è poco da dire. C’è gente che ha superato un concorso pubblico anche perché aveva i titoli necessari a parteciparvi. Ma una laurea non è solo abilitazione, possibilità di fare. Una laurea è formazione, preparazione, conoscenza di certe realtà. Io sono laureato in spagnolo. La mia laurea non attesta la mia conoscenza della lingua, ma serve a dimostrare, magari, che io quella lingua la conosco già meglio di uno studente di liceo linguistico, perché, si veda il caso, all’università si studiano cose in maniera diversa da un liceo linguistico, e se superi quattro esami scritti e quattro esami orali di quella lingua è segno che almeno una volta nella vita hai fatto un salto di qualità. Poi c’è gente a cui lo spagnolo non interessa, but that’s another story. Io voglio una ministro preparata, non mi basta che abbia passato buona parte della sua vita alla scuola del sindacato. Che sarà anche una scuola di vita, ma, si veda il caso, la vita non laurea, non è un ente certificatore. E allora che una laurea non sia necessaria per ricoprire certe cariche mi può anche stare bene fino a un certo punto, ma che il MIO ministro dell’Istruzione ne abbia una non lo pretendo, lo ESIGO.

b) La circostanza della mancanza di un diploma di scuola superiore è stata rivelata da Adinolfi che ce l’ha da sempre con la Fedeli e che non perde l’occasione per diffamarla di fronte agli italiani.

Non so chi sia detto Adinolfi, può essere la persona più onesta o la più spregevole del mondo, mi interessa poco. E pochissimo o quasi nulla mi interessano le motivazioni per cui ha messo in giro questa circostanza. Quello che mi interessa, invece, è sapere se quello che dice è vero o è falso. Perché se è falso andrebbe visto solo come un ciarlatano. Ma se è vero allora c’è di che preoccuparsi. Come si fa a gestire una volta l’anno gli Esami di Stato se non ci si è mai messi a sedere davanti a una commissione d’esame, formata magari da soli commissari esterni, o non si è fatta l’esperienza di vivere una notte insonne a cercare su Internet le tracce della prova scritta d’italiano? Voglio dire, questa non ha la maturità quinquennale e poi Adinolfi è cattivo! Ma ci rendiamo conto di quali livelli sta assumendo il senso critico degli italiani?

Ma tutto prosegue come se nulla fosse: sul web il curriculum vitae della Fedeli è stato modificato (qualcuno però l’ha fotografato allo stato precedente la bagarre), il governo Renzi-bis è regolarmente in carica, e la Fedeli ha già annunciato che non toccherà la “buona scuola”. Bel programma! “Giudicatemi per quello che farò”, dice la Fedeli. Non si preoccupi che lo faremo.

Perché NO

no

Domenica prossima andrò a votare e voterò NO. Sarà un NO convinto, come ti càpita raramente quando vai a votare.

Vorrei poter dire, come chi mi sta accanto ed è la persona in assoluto più intelligente che io conosca, che se voto NO è perché non mi fido di questa gente che sta al Governo del Paese, ma il fatto è che sono un inguaribile sentimentale e che sono rimasto affezionato al bicameralismo perfetto e non voglio che me lo tocchino. Oh!

La mi’ nonna Angiolina diceva sempre che “Quattr’occhi ci védano meglio di due” e ho sempre considerato il bicameralismo come una forma di garanzia di trasparenza e controllo reciproco da parte delle due Camere. C’è chi mi dice che abolendo il Senato si risparmia. Ma io non voglio che lo Stato risparmi, perché la democrazia costa, ed è un costo che dobbiamo sostenere tutti. Al limite si riducano i privilegi e gli stipendi dei parlamentari. Oppure se ne abbassi il numero, se proprio ci si tiene, ma è pericoloso mandare all’aria una funzione per mettere fuori uso i suoi funzionari.

E’ una riforma, quella di Renzi e dei suoi sodali, che puzza dalla testa e mettere le mani sulla Costituzione è un po’ come metterle sulla pressione sanguigna, si finisce sempre per combinare dei disastri e io voglio continuare a vivere in un paese in cui il bicameralismo sia l’ordinaria amministrazione, non un lusso.

Per questo domenica prossima voterò NO. Poi alle 22 mi siederò in poltrona e aspetterò la vittoria di quelli del SI’ (tanto, se piove di quel che tuona…)

Il congiuntivo non è una malattia degli occhi

-Prof. posso chiederle una cosa?
-Sì, se solo i tuoi compagni facessero silenzio…
– “Facessero”, Prof.? Casomai “Farebbero”!

(desolazione)

E’ morto Remo Ceserani

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La morte di Remo Ceserani costituisce un grande dispiacere per tutti coloro che abbiano avuto il privilegio di incrociarlo alla Facoltà di Lettere di Pisa, con gli occhiali spessi e le borse piene di libri sotto il braccio.

Ma, soprattutto, è una pena sapere che se n’è andato, con la modestia che lo contraddistingueva, l’autore de “Il materiale e l’immaginario”, immenso laboratorio di lettura di testi e di analisi critica, che dalla fine degli anni ’70 costituì uno schiaffo morale all’editoria scolastica più spicciola per il rigore, la serietà e la scientificità con cui analizzava il testo letterario e proponeva i materiali di studio a corredo. L’idea era ciclopica, 10 volumi e una dimensione culturale del tutto diversa dai manuali di letteratura per la scuola superiore tradizionalmente intesi. I testi fatti a pezzi, frantumati, per vedere cosa c’è dentro e come funzionano, gli apparati critici sempre rigorosi, una attenzione per la letteratura straniera (spesso i testi poetici venivano proposti anche in versione originale in nota) che è raro trovare in altre antologie.

Io sono stato uno dei fortunati che hanno studiato Dante sul famoso terzo volume del “Materiale e l’immaginario”, l’edizione grigia, che dovrei avere da qualche parte e che ho trovato, a prezzi da vero strozzinaggio, su Amazon per 215,74 Euro.

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Era un testo faticoso (era faticoso anche trasportarlo, in senso fisico, voglio dire), ma si capiva, e si sentiva che quel libro su cui si studiava aveva una marcia in più, che alla fine quello che restava non erano solo nozioni, ma metodo, puro metodo. Non erano solo contenuti, non spiegava solo chi era Dante e cosa avesse scritto, ma insegnava ad approcciarsi al Poeta così che tutto quello che ne veniva fuori era una sudata scoperta che restava impressa nella mente in modo permanente.

Per questo la morte di Ceserani è più di una perdita, perché viene a mancare chi ha saputo guidarci lungo i sentieri della conoscenza.Se volete saperne di più leggetevi l’articolo “Ceserani e la scuola” di Romano Luperini. L’ho trovato con licenza Creative Commons, quindi ve lo posso redistribuire. Servirà a farci sentire Ceserani ancora più vicino. Finché il dolore non lascerà spazio alla consapevolezza dell’insegnamento.

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Del primato dei libri di carta

libri

Distribuisco e-book (o, meglio, testi digitalizzati, chè v’è la sua differenza) da una decina di anni, attraverso il sito gemello www.classicistranieri.com. Diciamo quindi che dell’argomento ne mastico un pochino. E che mi sono sentito tante, troppe volte rivolgere la (preoccupata) domanda “Ma l’e-book soppianterà il libro di carta?”

Giusto ieri sono incappato in un breve scritto di Richard Stallman (ve lo riporto nel file PDF in fondo, o guardate quanto sono gentilino!) sul pericolo di (certi) e-book. Ma non ci voleva certo Stallman per ricordarci che il libro di carta ha un vantaggio enormemente più grande, quasi incolmabile, sull’e-book che si acquista su Amazon (spesso a prezzi quasi corrispondenti alla versione cartacea, per cui tanto vale…).

Stallman fa giustamente notare che si può comprare un libro di carta pagandolo cash e mantenendo il più completo anonimato. Su Amazon dovete dare il vostro nome e cognome, il vostro indirizzo e un recapito di posta elettronica e questo non è certamente un bene.
Un libro di carta ha una tecnologia conosciuta e “aperta”, il corrispondente per Kindle è in un formato chiuso e proprietario.
Una volta acquistato un libro di carta potete portarlo a casa, nasconderlo nella libreria e ritirarlo fuori tra 20 anni per leggerlo, sarà sempre lo stesso oggetto e sarà sempre leggibile. Sfortunatamente non sappiamo ancora se fra 20 anni esisteranno applicativi che ci permettano di leggere i libri acquistati oggi su Amazon. Anzi, per dirla tutta, non sappiamo neanche che fine faranno i formati storici come il PDF. Come dico sempre, la Bibbia di Gutenberg è ancora leggibile dopo oltre 500 anni, abbiamo bisogno di tecnologie che ci garantiscano la sopravvivenza delle informazioni per almeno un tempo equivalente.
Col libro di carta potete cedere alcuni dei vostri diritti a terzi. Per esempio potete prestarlo a un amico. O rivendervelo, se proprio ci tenete. Non vi illudete di fare la stessa cosa con l’e-book di Amazon perché semplicemente non è possibile.
Ma soprattutto: col libro di carta non siete controllati da nessuno ed è impensabile pensare che chi ve lo ha venduto possa d’un tratto cancellare da remoto tutte le informazioni che vi sono contenute.

Ci sono, poi, le ragioni di quelli che i libri li sniffano. Io non ho mai capito che gusto ci trovino ma anche qui mi sono sentito dire più volte “Vuoi mettere l’odore dei libri nuovi?” Non ci ho mai capito un accidente, cioè, non ho mai capito perché la gente trovi tanta soddisfazione nell’usmare volumi e mi sono sempre chiesto se il godimento che gliene deriva è altrettanto marcato quando li leggono, ma c’è di tutto a questo mondo e dunque vanno bene anche certi feticismi.

Nessuno si preoccupi, dunque, il libro di carta ha lunga vita e sta benissimo. E se non credete a me leggete quello che ha da dire Richard Stallman.

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Lasciate in pace Elena Ferrante

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Elena Ferrante è una delle scrittrici più di moda in questo momento in Italia.

“Di moda” non significa necessariamente che sia anche una delle più promettenti. Ha successo, e tanto basti a circoscriverne l’identità.

Perché quello di “Elena Ferrante” è uno pseudonimo (qualcuno si azzarderebbe anche a definirlo un eteronimo) dietro al quale si cela una persona non ben meglio identificata che pubblica i suoi romanzi con la casa editrice e/o e vende un numero considerevole di copie.

Nulla di nuovo, in fondo. L’anonimato, o lo pseudonimato, se si preferisce, esistono e sono disponibili per chiunque li voglia usare. E la sedicente Elena Ferrante li usa da almeno venticinque anni. Venticinque anni in cui nessuno è stato capace di risalire alla sua vera identità, venticinque anni trascorsi senza rilasciare un’intervista, senza mostrarsi in televisione, senza fare niente di niente se non scrivere e, appunto, vendere. E’ questa la caratteristica che la distingue da altri pseudo-anonimi, come il collettivo Wu Ming di cui si conoscono nomi e cognomi dei componenti.

Recentemente Elena Ferrante sta diventando oggetto di un vero e proprio bombardamento, anche mediatico, da parte di chi vuole scoprire chi veramente si celi dietro a questo (bel) nome (sì, perché se lo è scelto anche bello, bisogna dirlo).

Ha cominciato Marco Santagata. Professore, romanziere, insigne petrarchista, filologo e, di recente, esperto per la selezione dei concorrenti del Rischiatutto di Fabio Fazio (“vedi giudizio human come spess’erra”?) che dopo una disamina dei romanzi di Ferrante identificava in Marcella Marmo la scrittrice su cui è andato a raccogliere ogni sorta di indizio. Smentita categorica da parte dell’interessata, che è una persona dal carattere mite e riservato e che ha preso con una buona dose di ironia tutto l’interesse che si è scatenato sulla sua persona.

Poi è stata la volta del Sole 24 Ore, che ha addirittura pubblicato un’inchiesta, ripresa anche dalla Frankfurter Allgemeine Zeitung e da The New York Rewiew of Books per arrivare a puntare il dito contro Anita Raja, moglie del più noto Domenico Starnone. Il Sole 24 Ore pubblica i dati relativi agli introiti della casa editrice e/o evidenziandone l’impennata proprio negli anni del boom editoriale della Ferrante, incrociandoli con quelli di Anita Raja, che non collimerebbero con il ruolo di traduttrice freelance rivendicato dall’editore, che ha pagato a Raja oltre sette volte quanto corrisposto nel 2010.

E’ una serie di operazioni assurde e senza senso. Da Santagata ci saremmo aspettati magari una critica sui singoli romanzi e, che ne so, una valutazione sul loro valore letterario, cioè se quello che scrive Ferrante sia letteratura cólta o di massa. E’ un argomento interessante, ma nessuno ne parla. Si è preferito tramutarsi in novelli Sherlock Holmes, impegnati a vivisezionare anche la più minuscola delle suggestioni letterarie per poi approdare a conclusioni sbagliate. Dal Sole 24 Ore, poi, ci saremmo aspettati un po’ più di rispetto per la privacy: ammesso e non concesso che Elena Ferrante sia Anita Raja non è carino (no, proprio no) andare a vedere quanto guadagna per soddisfare una curiosità che farebbe solo bene a rimanere tale.

Perché, diciamocelo fuori dai denti: a chi interessa sapere chi è Elena Ferrante? A nessuno, certamente. E perché insistere con questa determinazione a ravanare nel torbido dell’incertezza, per dare un volto a chi un volto ha deciso di non averlo?

E pensare che a me Elena Ferrante nemmeno piace!

Dylaniati da un Premio Nobel

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Certo che il Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan ha fatto incazzare parecchi!

L’obiezione più ovvia e scontata che i rosicatori muovono a Zimmerman è che la sua non sarebbe letteratura, o che i suoi testi con la Letteratura scritta con la majuscola abbiano ben poco a che vedere. Naturalmente nulla di più sballato e sbagliato. LA domanda, tanto per cambiare, è sempre la stessa: i testi delle canzoni sono delle poesie? Sì, senza dubbio. Poi ci sono delle poesie di qualità e delle poesie da tirare alle ortiche. Il connubuo tra i versi e la musica, almeno in senso moderno, risale ai trovatori provenzali e ai trovieri in lingua d’oil. Erano i cantautori o gli chançonniers di allora. Alcune delle loro canzoni (le chiamavano proprio così) avevano dei bei testi, altre zoppicavano un po’, ma oggi studiamo Bernart de Ventadorn, Guglielmo IX, Jaufré Rudel e altri direttamente nelle antologie scolastiche, oltre che nei corsi universitari di filologia romanza. Chi deride Bob Dylan oggi sono gli stessi che invocano dignità letteraria per Fabrizio De André.

E tanto per citarne uno, quelle di Dylan non sono solo canzonette. Non sono nemmeno soltanto canzoni di protesta, chè Dylan ha cantato storie di persone (“Hurricane”), storie d’amore (“Romance in Durango”), storie di speranza (“I shall be released”). E ho nominato solo le canzoni che mi piacciono di più.

Un amico ha scritto recentemente su Facebook che chi parla male di Dylan oggi probabilmente non è in grado di elencare nemmeno dieci brani incisi dal cantautore americano, e io sono perefttamente d’accordo con lui.

Poi uno dice: “Ma Bob Dylan è un antipatico!” Senz’altro. Anche chi lo osteggia non brilla per simpatia. Ma lui ha vinto il Nobel e gli altri no. O come ci son rimasti?

Copyright: in pubblico dominio le opere di Adolf Hitler. Per Anna Frank bisogna continuare a pagare

"Mein Kampf dust jacket" by Unknown author of dust jacket; Adolf Hitler author of volume - This image is available from the New York Public Library's Digital Library under the digital ID 487722: digitalgallery.nypl.org → digitalcollections.nypl.orgThis tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing for more information.English | français | Nederlands | русский | Türkçe | 中文 |+/−. Licensed under Public Domain via Commons - https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg#/media/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg

“Mein Kampf dust jacket” by Unknown author of dust jacket; Adolf Hitler author of volume – This image is available from the New York Public Library’s Digital Library under the digital ID 487722: digitalgallery.nypl.org → digitalcollections.nypl.orgThis tag does not indicate the copyright status of the attached work. A normal copyright tag is still required. See Commons:Licensing for more information.English | français | Nederlands | русский | Türkçe | 中文 |+/−. Licensed under Public Domain via Commons – https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg#/media/File:Mein_Kampf_dust_jacket.jpeg

Ad ogni inizio d’anno, assieme allo scintillante Concerto di Capodanno dal Musikverein di Vienna e alla sua pallida e tisica imitazione della Fenice di Venezia, va in onda il tradizionale dibattito sulla scadenza dei diritti d’autore e su quali autori siano caduti in pubblico dominio.

Per intenderci, dal primo gennaio dopo il compimento dei 70 anni dalla morte dell’autore, chiunque può duplicare, distribuire, tradurre, pubblicare e perfino vendere (se qualcuno glielo compra) un testo di quell’autore.

I conti sono semplici: dal 1 gennaio 2016 sono di pubblico dominio gli scritti di tutti coloro (non necessariamente scienziati o letterato o filosofi) che sono morti nel 1945. Tra cui quella bella faccia di Pasqua dello zio Hitler. Dura lex sed lex, ma se qualcuno intraprendesse (e non è detto che qualcuno non l’abbia già intrapreso) la trascrizione del “Mein Kampf” e la sua messa in linea sarebbe perfettamente legittimato a farlo. Ovviamente in tedesco. Ma, ugualmente, se qualcuno conoscesse così bene il tedesco da essere in grado di tradurre in modo decente tutto il libro, potrebbe metterne in linea una versione in italiano, in francese, in inglese, o quello che sia.

Hitler in pubblico dominio, dunque, che ci piaccia o no.
Quello che invece non ci piace è il fatto che i diritti del Diario di Anna Frank, la vittima che, pure, sarebbe caduta in pubblico dominio assieme al suo orrendo carnefice, siano stati procrastinati fino a tutto il 2049. Tutto ciò per una dichiarazione della Anne Frank Fonds, la società svizzera che gestisce i diritti d’autore dell’opera, secondo la quale il Diario sarebbe frutto della collaborazione dell’opera del padre di Anna, Otto, morto nel 1980.

Si noti bene che nelle copie cartacee, sia in lingua originale, sia nelle innumerevoli traduzioni fin qui apparse, viene indicata come unica autrice Anna Frank e mai il padre Otto, sia pure come coautore.

L’intolleranza è gratis. Per le testimonianze di vita e di morte bisogna ancora continuare a pagare.

Un post non fa blog

Un post non fa blog. Ma nemmeno due o tre, se è per quello. Quindi se oggi, dopo cinque mesi di silenzio, trovate qualcosa di nuovo sul blog, non è necessariamente detto che sia ripartito con i ritmi di un tempo. Anzi, a dire il vero non è nemmen detto che sia ripartito tout-court, ma solo che avevo un argomento che mi sembrava interessante su cui scrivere.
Il motivo di tutto questo silenzio è molto semplice: avevo e ho altre cose a cui pensare, non necessariamente più importanti ma, questo sì, “altre”. E, detto sia per inciso, le ho ancora. E nella vita bisogna fare delle scelte, per cui accontentatevi. O via…

Vorrei essere come Paolo Attivissimo

attivissimo

Lo avrete già capito, ma è un po’ di tempo che scrivo sempre più di rado sul blog. Credo si tratti di un fenomeno assolutamente normale, in fondo il blog ha 12 anni, ha sfornato oltre 4000 post dei più vari e variegati argomenti e può a buona ragione permettersi un momento di crisi, di lentezza e, diciamocelo pure, di disinteresse.

Non è solo una questione di blog, è lo stesso mondo virtual-realistico del computer in sé a interessarmi sempre di meno. Pazienza, avrò altre cose a cui pensare. In fondo non devo nulla a nessuno, non scrivo il blog per nessun’altro motivo che non sia la mia personale soddisfazione, e me ne frego di quella dei lettori.

Poi c’era anche chi si alzava la mattina, si portava la colazione davanti al PC e prima di andare al lavoro si immergeva in ciò che scrivo. Erano soddisfazioni elevate all’ennesima potenza, non mi era mai capitato di accompagnare un caffellatte con dei frollini integrali, ma c’è chi ha fatto anche questo. E mi dispiace che si tratti di cose ed abitudini e che formino ormai parte del passato. Non vi voglio nemmeno stare a dire se e quando la mia voglia di pestare i polpastrelli sulla tastiera comincerà a riprendere ritmi più regolari e, quindi, più rassicuranti per voi (io sto bene anche così). Tra l’altro, non so se l’avete visto, ma praticamente non c’è più nulla di cui parlare. E ora lo so che mi direte “Ma no, c’è tanto da dire su Renzi, sulla Grecia, su Tsipras…!” Ecco, appunto, allora si può anche stare zitti.

Vorrei darvi delle certezze, ma non ne ho. Non ce ne sono. E quelle poche a cui posso aggrapparmi non mi interessano. Potrei, inoltre, fare affidamento su quella concezione stakanovista del lavoro sul web a cui spesso ho fatto riferimento, violentandomi a scrivere un post al giorno. Ma è, appunto, una forma di autoviolenza che non so nemmeno quanto durerebbe. Se non sono bravo a scrivere per ispirazione naturale fuguriamoci per (auto)costrizione!

Ecco, vorrei avere la volontà, disponibilità e capacità di Paolo Attivissimo. Per chi non lo conoscesse, Paolo Attivissimo è un blogger con una attività strepitosamente copiosa sul web (credo che il suo vero lavoro sia quello di traduttore informatico): mantiene un blog in cui parla di bufale in rete, ipotesti di complotto, questioni e problemi aerospaziali, ha una collaborazione con la Gazzetta dello Sport, raccoglie il meglio del suo materiale in libri che mette in linea gratuitamente, partecipa a conferenze e interviste, ha una trasmissione sulla Radio Svizzera, una moglie, tre figli un gatto, e io non ho mai capito come cavolo faccia a far combaciare tutto. Ma, ecco, sì, vorrei tanto essere COME lui, compresa la sua residenza in Svizzera (io muoio di caldo!) e quel suo simpatico termine “pizzaware”, coniato per le richieste di donazioni collegati ai suoi siti (perché a LUI le donazioni vengono fatte, a ME invece no, nemmeno se al posto di un pezzo di pizza vi chiedessi due fette biscottate e un misurino di plastica di marmellata di albicocche come quelli che dànno in ospedale). E’ capacissimo di scrivere un articolo su “Come premere il tasto INVIO del PC” con allegria, leggerezza espositiva e sense of humor, il che non guasta. Ecco, io invece sono solo capace di scrivere tre quattro osservazioni brevi e amareggiate sull’approvazione de “La buona scuola”, ottenuta da parte del governo Renzi, ma devo comunque trovarmi contento, perché se invece che sul blog avessi scritto tutto su Facebook o su Twitter a quest’ora non se ne sarebbe più ricordato nessuno. Ma non è l’argomento (politico o informatico) a fare la differenza, quello che spicca negli articoli e negli interventi di Attivissimo è questo stato d’animo giocherellone che prende in giro prima di tutto se stesso (definendosi “il Disinformatico”) facendo finta di non intendersi della materia di cui parla, mentre invece se ne intende parecchio. O, quanto meno, meglio assai di quanto possa fare un utente medio.

Ma non sono Paolo Attivissimo, e sicché il blog ve lo tenete così com’è. Anzi, con un gestore appena appena invidiosetto. Oggiù!

La brutta cosa con un bel nome

cuore

Alla fine la brutta norma con un bel nome è passata anche alla Camera dei Deputati e si accinge (speriamo con un po’ di disgusto) a diventare legge dello Stato.

Hanno aspettato l’estate, quando in piazza poteva esserci tutt’al più un manipolo di insegnanti agguerriti e col dente avvelenato, ma poca, pochissima roba rispetto allo sciopero unitario del maggio scorso.

Al Senato, se possibile, era andata perfino peggio: avevano messo la fiducia, strumento di prevaricazione sul Parlamento, di  per far passare la figura del preside plenipotenziario e onnipotente e per cancellare dalla faccia della terra le graduatorie, che erano l’unico mezzo di garanzia di trasparenza che potesse esistere. Certo, perfettibile ma efficiente.

PAsseranno ancora molti, moltissimi anni, prima che un governo onesto si renda conto della dannosità che i suoi predecessori hanno reso legge e corra ai ripari.

Per ora, mutande di bandone e faccia di ghisa, perché non farà mai troppo male.

Laura o della morte laica

laura

Ritratto presunto di Laura, la donna amata dal Petrarca.

 

Laura è il nome convenzionale con cui chiameremo una ragazza belga di 24 anni.

Le piacciono il caffé, il teatro e la fotografia, ma soffre di una grave forma di depressione da sempre e morirà l’estate prossima. Ha deciso, e la giustizia del suo paese le ha dato ragione, di volerla fare finita con la sua intollerata e intollerabile sofferenza psichica.

Non che Laura non abbia provato a curarsi, si è perfino internata in un centro di cure psichiatriche, ma senza esito. Sono svariati i suoi tentativi di porre fine da sola alla propria vita, a quella che considera “una guerra quotidiana dal giorno in cui venni al mondo”. Adesso ha potuto accedere alle procedure per l’eutanasia (regolamentata in Belgio dal 2002) attraverso il parere unanime di tre medici che hanno certificato la sussistenza di una «sofferenza fisica e/o psichica costante, insopportabile e implacabile».

Al di là di questo, è Laura che ha e deve avere il diritto di porre fine alla sua esistenza se questa non è più degna di essere vissuta. E se sia degna o no, lo stabilisce lei per prima. Poi i medici e l’apparato giudiziario.

La morte, quella di Laura come quella di ciascuno di noi, è un qualcosa che non ha nulla a che vedere con qualunque senso di colpa o di religiosità. La morte è laica per definizione, così come laico deve esere lo stato che regolamenta l’accesso all’eutanasia, in modo che chi vuole andarsene lo faccia nel modo più dolce e indolore possibile.

E adesso non c’è più nulla da fare. Nessuno potrà fermare il meccanismo liberatorio e liberante che dovrebbe essere proprio di un qualsiasi stato di diritto (cioè non il nostro), anche se qualcuno ci sta provando. E’ il professor Wim Distelmans a dire che in Belgio il 3% delle persone che in Belgio accedono all’eutanasia in un anno sono sofferenti di gravi disturbi psichiatrici.

Ora c’è solo da lasciarla andare.