Manganellate alla povertà

C’è la retorica della “vulgata” di una certa sinistra d’antan, che vedeva la figura-tipo del rappresentante delle forze dell’ordine come un Rambo de noàntri, pronto a far vedere i muscoli, a sparare, a picchiare, e a dimostrare che la ragione stava sempre dalla parte sua e dei suoi consimili.

Poi c’era la retorica alla Pasolini, di sinistra anche quella, che voleva i poliziotti come figli del popolo, della gente comune, povera, messi lì a difendere un “potere” di cui non riuscivano a distinguere i contorni. E sono perfettamente convinto che a Pasolini il governo Renzi sarebbe piaciuto, e averebbe un bel po’ da lagrimarci.

Poi ci sono i fatti. Quelli che la retorica la ignorano. Perché le teste con venti punti di sutura le abbiamo viste tutti. E quelle parlano. Non cedono a interpretazioni. Se ne fregano se i poliziotti hanno il mito del supereroe oppure no. O se hanno dovuto lasciare una terra avara di frutti, la casa paterna, Maria, ‘o sole, ‘o mare e ‘o mandolino per andare a prestare servizio in una città del Nord, col nebiùn che ti si mangia. Le manganellate si vedono, il sangue che scorre lo stesso. Può essere anch’esso un luogo comune l’accostare il poliziotto che tira bastonate agli operai, figli entrambi della stessa miseria. Ma è successo esattamente questo. E quindi o gli operai che hanno ricevuto le manganellate hanno commesso qualche reato, per cui i poliziotti hanno sentito il dovere di mantenere la pubblica incolumità con le botte, e dunque devono essere processati e puniti, oppure, se non hanno fatto nulla (e io sono convinto che non abbiano fatto nulla) devono pagare i poliziotti, e duramente. Perché da un poliziotto io me lo aspetto che si comporti bene, che sia migliore di me e di voi messi insieme. Più che aspettarmelo lo pretendo. Ma se so che un poliziotti ha bastonato degli operai che protestavano senza un valido motivo allora m’incazzo.

Ed è vero che esistono le responsabilità individuali. Certo, si punisce il poliziotto che ha tempestato di legnate l’operaio, non quello che gli stava vicino ed era pietrificato dalla paura (e magari anche dallo schifo) e non ha mosso un ciglio. Quel poliziotto, dicevo, con tanto di nome e cognome. Processo penale e procedimento disciplinare, punto e basta.

Poi ci sono le responsabilità morali e politiche. Il governo, prima di tutto. Che mentre scrivo è già andato al Senato, nella persona del Ministro dell’Interno Alfano a esprimere solidarietà agli operai colpiti. Segno che qualcosa c’è. Questo governo fatto di macchine fotografiche digitali e IPhone, con ministri dall’aspetto preraffaellita che si permettono di guardare con sufficienza i giornalisti, rei di non essere “di rinnovamento”, al loro botticelliano ingresso alla Leopolda (fosse successo in Germania quella ministro si sarebbe dimessa due ore dopo). E Renzi ha poco da dire che saranno accertate le responsabilità, perché questo non è un regalo, una concessione. Non è neanche una elargizione pro bono pacis. E’ il minimo che ci si possa aspettare. Peccato che siano solo parole perché da che mondo è mondo i responsabili dei reati li individua la magistratura, non il governo. Bella forza, non c’è che dire.

Così ci dimenticheremo anche questa porcata (perché non sia mai che il Partito Democratico si schieri a favore degli operai, mi raccomando!), prima o poi. E le condanne dei responsabili saranno riportate su tutti i giornali in un trafiletto di cinque righe in corpo otto.

Laura Boldrini: il fidanzato/sul volo di Stato/non è reato

Abbiamo appreso che il GUP ha ordinato l’archiviazione della causa che vedeva Laura Boldrini coinvolta per il volo di Stato in Sud Africa (in occasione dei funerali di Nelson Mandela) “aperto” anche al suo fidanzato. Non sarebbero ravvisabili fattispecie di rilevanza penale. Dunque, giustamente, si archivi.

Bene. E allora?

C’è proprio bisogno che sussista una fattispecie penale per considerare un comportamento quanto meno criticabile? Ci sono decine di comportamenti quotidiani che sono ampiamente censurabili pur non costituendo illecito penale. Che so, sputare per terra, mettersi le dita nel naso al semaforo, fumare nella sala d’aspetto di un medico, ruttare in presenza di una signora, tirare una sequela di parolacce in Chiesa e via a riempire.

Portare il proprio fidanzato su un volo di Stato, per un’alta carica, è, dunque, certamente lecito. Ma “lecito” non vuol dire “etico”, “giusto”, “auspicabile”. E’ pur vero che il fidanzato in questione non ha approfittato di nessun fondo pubblico, in fondo un volo di Stato costa un Tot, sia che ci vada una sola persona, sia che l’aereo sia pieno, e se avanza un posto non c’è nulla di male a farci salire un congiunto affettivo. Non c’è nulla di male, dicevo, ma cosa c’è di bene?? Non sarebbe stato meglio che il signor fidanzato di Laura Boldrini viaggiasse COMUNQUE con un volo di linea, come avrebbe fatto qualunque altro cittadino, perché è questo che è, un cittadino come tutti gli altri? I soldini per permettersi un biglietto aereo a Johannesburg non credo proprio che manchino alla coppia, dunque perché esporsi alle critiche, alla ferocia dei media e financo a una causa penale? Non sarebbe stato preferibile un titolo come “Il fidanzato di Laura Boldrini viaggia in seconda classe a sue spese” anziché quelli insinuanti e provocatòri che certa stampa ha divulgato?

Che cosa si è voluto leggere in quella sentenza? (1) Che veniva legittimato un legame affettivo ricondotto alla stregua di un legame burocraticamente stabilito? Ovvero, che una coppia di fidanzati, a livello di dignità di rappresentanza istituzionale, equivale a una coppia regolarmente unita in matrimonio? Se è davvero questo quello che certe letture della sentenza intendono sottolineare è proprio pochino. La signora Boldrini è liberissima di avere le relazioni che vuole con chi vuole e nel modo che ritiene più opportuno per la sua vita. Punto. Non c’è altro e nessuno è qui a negarglielo. Troppo comodo gridare alla discriminazione sessista quando si tratta di diritti elementari della persona. Ma santo cielo, ci sono migliaia e migliaia di altre coppie che vivono nel cosiddetto “more uxorio” e che non hanno nemmeno il diritto di reversibilità della pensione di poche centinaia di euro se uno dei due muore, figuriamoci ad avere accesso a un volo di Stato. E’ un riconoscimento forzato a ciò che lo Stato non riconosce (non ancora) e c’è gente che ne soffre le pene dell’inferno, altro che Sud Africa!

E allora quella che viene definita una “vittoria” è solo mera ordinarietà. Oltre il penale c’è di più.

(1) Mi riferisco all’articolo del blogger Dario Accolla intitolato “Sessismo, una questione all’italiana: Boldrini, l’aereo e il compagno” (Il Fatto Quotidiano) con  cui sono in totale disaccordo.

La Leopolda e la macchina fotografica

Oh, la Leopolda! Quantai inadeguatezza e presunzione, rifinita con una pennellata di protagonismo!

Questo palcoscenico in stile finto-operaio che ha accolto un Renzi che ha rivendicato la modernità per sé e per i suoi, e ha riempito di metafore tecnologiche il suo discorso. Vivere con una legge datata, secondo lui, è come mettere il gettone telefonico nell’IPhone, come mettere il rullino nella macchina fotografica digitale.

La prima metafora non sta in piedi. Il gettone si metteva in un telefono pubblico (perché allora, quando eravamo scemi e poco moderni, i telefoni pubblici esistevano, e chiunque aveva accesso alla comunicazione, l’Iphone costa una barca di quattrini e ce l’ha chi se lo può permettere), il cellulare è un bene personale, come lo era il telefono di casa, quello grigio che ci si mettevano i diti nei buchi e si girava una decina di volte per fare il numero. E il gettone in quel telefono lì non lo mettevi, esisteva già la bolletta.

Poi c’è il paragone della macchina fotografica digitale a fronte di quella che utilizzava ancora la pellicola. E se la modernità del PD è quella paragonata alle macchine fotografiche digitali, al selfie e a quant’altro, c’è da avere paura. Io ho delle foto fatte addirittura con le lastre, non solo con la pellicola. Sono le foto del mi’ nonno Armando e della mi’ nonna Angiolina, quando si sposarono o quando erano ancora fidanzati. Posso vederle ancora. Sono stampate su carta, e sono arrivate fino a me dagli anni 20 del secolo scorso ad oggi. 90 anni. Se scatto una foto con il mio cellulare o con la macchina fotografica digitale sono sicuro che il file .jpg che ne deriva potrò ugualmente vederlo tra 90 anni?? Che tradotto in politichese significa che una legge, lungi dall’essere quel monolite immutabile che tutti i mmaginano, deve essere proiettata verso il futuro, e se una legge funziona, funziona e basta.

Il digitale è la nuova imbarazzante metafora di questo governo. Poi succede qualcosa al supporto magnetico e le fotografie si cancellano. Oppure non sono più accessibili. Una secchiata d’acqua diaccia in capo le ripristinerà.

Il romanzo popolare di Elena Ceste

E’ un po’ di tempo che non faccio “outing”.

Quindi dichiaro davanti a persone di specchiate fede e moralità quali reputo i lettori del mio blog, che io guardo “Chi l’ha visto?” il mercoledì su RAI3 e anche “Quarto grado” il venerdì su Rete Quattro. E’ l’unica coincessione che faccio ai canali di Berlusconi ma lo guardo.

Mi piacciono questi programmi che vanno a rimestare nel torbido e che per farlo hanno bisogno della qualifica di “televisione di servizio”. Sono letteratura, non televisione. Letteratura di genere “minore”, certo, come erano i romanzi di Carolina Invernizio o i racconti di cappa e spada, come il giallo Mondadori comprato ogni due settimane all’edicola. O come “Urania”. O “Segretissimo”. O “Il giallo dei ragazzi”, per chi se lo ricorda (e ci vuole una memoria di molibdeno tungstenato a ricordarselo).

Il genere è quello del romanzo popolare. La quotidianità si fa racconto, e allora è avvincente anche quando viene ricostruita decine e decine di volte (si veda il caso, perché non esistono risvolti giudiziari consistenti).

Il caso di Elena Ceste è stato sviscerato fino all’inverosimile. Oggi il marito è stato raggiunto da un avviso di garanzia per omicidio volontario (non si sa se anche per occultamento di cadavere). Il cadavere, o quel poco che ne restava, è stato trovato giorni fa.

Mi aveva sempre colpito la religiosità di questa donna che ha fatto quattro figli e che ora rischiano di trovarsi, oltre che senza madre, anche senza padre. Una religiosità che semprava costituire una zavorra al suo poter vivere in maniera libera. Quasi sicuramente questa donna aveva tradito il marito, e il senso di colpa ha fatto sì che o lei si suicidasse o che venisse ammazzata. Ed è il senso della “vergogna”, del “peccato” a farla da padrone. Come se non dovesse/potesse esserci anche un senso del “perdono” da parte di un marito che, se la sera del litigio non si fosse messo a guardare “Don Matteo” alla televisione, magari avrebbe fatto meglio. E’ morta nuda perché la nudità è lo stato in cui l’uomo e la donna furono cacciati dall’Eden, dopo aver mangiato del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male (boia come sono ganzo!). Aveva chattato su Facebook (mal gliene incolse!), aveva ritrovato persone che aveva conosciuto, aveva approfondito la conoscenza, magari aveva anche consumato qualche rapporto sessuale con una o più di queste persone, ma ci sono tante cose, in primo luogo il perdono e, nel caso, la separazione e il divorzio. Ma per chi ha una vita di fede questi non sono rimedi a cui ricorrere, sono marchi di infamia, sono stigmi. E allora si va a morire, nudi, per aggiungere vergogna a vergogna e per farla finita con quello che si è vissuto come un’onta incancellabile.

Bella storia, sì. Poi magari vi parlo anche di Roberta Ragusa.

Come ammazzare mamma e papà

Io non sopporto dover parlare di scuola qui sul blog. Ci sono, tuttavia, occasioni in cui non resisto, specialmente quando certe grottesche vicissitudini fanno tornare alla memoria un fortunato libro di Antonio Amurri, “Come ammazzare mamma e papà”, ultimo (o penultimo, so un cazzo io) di una serie di manuali umoristici sul delitto della moglie, del marito, della suocera e, appunto, dei genitori.

Amurri scherzava, ma due maestre della Scuola Primaria “Adriano Olivetti” di Scarmagno, loro no. In un tema (che sanno un accidente i bimbetti delle elementari di fare i temi, tutt’al più i pensierini) è stata proposta la traccia «Chi vorresti uccidere, per primo, tra tuo padre, tua madre o tuo fratello?». Ma sì, certo, si possono anche proporre tracce del tipo “Dove preferiresti sganciare la tua prima bomba atomica, in Siria, in Palestina o in Corea del Nord??” oppure “Contro chi scaricheresti il tuo bel bazooka nuovo appena regalato da Babbo Natale, contro un gruppo di guerriglieri curdi, contro vecchi inermi armeni o contro una donna incinta tibetana?”. Si può, diceva Gaber, con la scusa della libertà didattica del docente si fanno passare per oggetti di lezione delle iniziative che lasciano di stucco. Ma i bambini devono essere educati a capire come funziona la grammatica, la matematica, a scoprire la storia, la geografia, com’è fatto il corpo umano… ma com’è che quando andavo io alle elementari si imparavano cose come l’analisi logica e del periodo, l’apotema, la circonferenza, il pancreas, ci insegnavano a non metterci le dita nel naso e a non tirare le caccole ai compagni con la bic usata al contrario stile cerbottana… era così che eravamo, e adesso arrivano due docenti di 58 e 60 anni, sul filo della pensione (che, voglio dire, ringrazia no’ Dio che la pensione l’hai beccata) e chiedono ai bambini chi farebbero fuori per primo tra il padre, la madre e il fratello. Si noti bene: “per primo”. Perché evidentemente gli altri due li fanno fuori dopo, su dettatura di traccia.

Non mancavano pietosi e risibili riferimenti sessuali:  «Accade quando vostro padre si ferma lungo la strada con le prostitute». Ecco, è il papà il primo ad essere fatto fuori, perché va a mignotte. Il contorno lessicale è la definizione dell’atto sessuale con «ciupa ciupa» e «bunga bunga». Ecco i limiti entro i quali l’orizzonte culturale viene delimitato: ci si muove tra la Littizzetto e Berlusconi, una specie di große Koalition dell’educazione sessuale per teneri virgulti.

Otto famiglie hanno proposto querela. Ma gente così non la puoi mica mandare in galera. Gente così la mandi in televisione e ci fai un programma comico. Il pubblico ministero, infatti, forse anche sollecitato dall’involontarietà dell’umorismo, ha chiesto l’archiviazione. Si vedrà se gliela concederanno. Intanto è in corso un provvedimento disciplinare. E magari qualche otto-novenne starà già affilando il pennino per piantarlo nella gola a mamma e papà che non gli comprano il telefonino nuovo.

Per legge superiore

Questo signore che ha 70 anni ben portati, dal viso pulito e gentile si chiama Enrico Tranfa, presidente della seconda sezione penale in Corte d’Appello a Milano.

Ha presieduto il collegio giudicante che ha assolto Berlusconi nel caso Ruby. Solo che lui era contrario all’assoluzione. La decisione, infatti, è stata presa a maggioranza. Erano favorevoli gli altri due componenti.

Allora lui che ha fatto? Ha letto la sentenza di assoluzione come era suo dovere anche se non era d’accordo. Ha steso le motivazioni, come era suo dovere, anche se non era d’accordo. Poi ha depositato la sentenza su cui non era d’accordo, come era suo dovere. E il giorno dopo si è dimesso. Ha appeso la toga al chiodo e ha annunciato che si godrà qualche viaggio in giro per il mondo. Fine del discorso.

E mentre cala il sipario sulla carriera brillante di un uomo onesto, non si può che pensare al primo libro di Giorgio Fontana, “Per legge superiore”, che sembra un canovaccio di fantasia di quello a cui abbiamo assistito nella realtà. Leggetelo, e come diceva il De Amicis, “io credo che vi farà un gran bene” (peccatori!)

La pace non è marcia

Durante il mio servizio civile (sì, perché ho fatto anche il servizio civile) alla Caritas Diocesana di Livorno, arrivò l’ordine del responsabile che tutti gli obiettori in servizio DOVEVANO partecipare alla marcia della pace di Assisi. Punto. E’ un ordine. E’ incredibile come uomini che si suppongono di pace, che gestiscono persone che hanno disobbedito allo Stato rifiutandosi di fare il servizio militare per dare il loro tempo al prossimo e alle realtà locali, poi alla fine si ritrovino a parlare con toni militareschi e ad usare sinistre frasi come “E’ un ordine!”

Io decisi di disobbedire. Pensai che ero più utile alla causa della pace facendo da mangiare a una vecchietta con una serie infinita di malanni piuttosto che ad andare a vescicarmi i piedi per una marcia di chilometri. E quindi non andai. Il capo si incazzò moltissimo e mi punì trattenendosi la diaria di ben 4250 lire di allora.

Non lo so, la marcia della pace di Assisi è sempre stata un mistero per me. Non ho mai capito perché persone di ogni estrazione sociale e religiosa si riuniscano e abbiano bisogno, per far vedere al mondo quanto tengano ai valori della pace, di scarpinarsi chilometri e chilometri cantando e suonando con le chitarre al seguito, nella terra che fu di Francesco d’Assisi. No, non lo capisco. Non capisco perché sia necessario farsi del male per forza: oltre a camminare con le cipolle ai piedi per la pace qual è la colpa da espiare? E non è meglio, in nome della pace, che so, dare una mano alla vicina in situazione di bisogno, andare a trovare un amico o un parente ricoverato in ospedale, far pace con la propria moglie con cui si è litigato, mandare una e-mail a Obama e consigliarlo di restituire il Premio Nobel per la Pace che continua ingiustamente a detenere bombardando qui e là, agire, insomma, nel piccolo e secondo le misure delle proprie possibilità.

La pace è questo, nient’altro, saranno magari concetti che sanno di neocattolicesimo spicciolo, ma sono cose che si possono fare hic et nunc, senza svegliarsi ad ore antelucane per essere a Perugia in orario premattutino e andare ad Assisi a piedi per sentirsi lanciare contro le imprecazioni degli automobilisti. E’ una visione molto cattolica del problema: perché quello che facciamo abbia efficacia bisogna per forza soffrire. Se non si soffre quello che facciamo non ha valore. I cattolici non riescono a concepire la felicità, anzi, ne hanno una profonda e fottutissima paura.

4250 lire per sfuggire a tutto questo furono un ottimo prezzo.

Travaglio ha ragione!

Travaglio ha ragione. Può magari risultare antipatico a qualcuno (e va beh…); a me, per esempio, non piace il fatto che affibbi nomignoli ai politicanti e ai politichesi italiani. Quel ricorso giornalistico per cui, sempre per esempio, Angelino Alfano diventa Angelino Joli. Lo trovo un insulto al suo indiscutibile talento. Non mi piace nemmeno che sul suo giornale Berlusconi venga indicato come “B.”. Ma “B.” de che?? Ci vuole tanto a scrivere un cognome per esteso? Mica devi mandare un SMS che se sfori i 160 caratteri il gestore ti tassa del doppio. E non sei nemmeno su Twitter, che cazzo.

Ma a parte queste piccolezze Travaglio ha ragione. Quando distingue i fatti dalle opinioni e quando i fatti li documenta. E’ questo che fa incazzare i suoi interlocutori: quello che dice è vero.

E ieri sera in TV era perfettamente vero quello che diceva alla presenza del Presidente della Regione Liguria Burlando che gli ha chiesto se lui devierebbe il Fereggiano: “Non sono mica un ingegnere idraulico, la paghiamo profumatamente per decidere. (…)”. E’ come dire “Ognuno si tenga i propri ruoli”. Che è la prima cosa che dovrebbe avvenire in un confronto (o scontro) normale. Ma non c’è stato nulla di normale in quella sede. Santoro ha cercato di troncare lì la polemica con un “Marco, questo è un luogo di discussione, non si insultano le persone, basta”. Chissà che insulto c’è nel ricordare a un Presidente di Regione che ha la responsabilità dei suoi atti, siano essi compiuti o mancati! E allora Travaglio ha deciso di andarsene. Devo riconoscere che lo ha fatto a larghe falcate mostrando una tensione e un nervosismo notevoli, ma nessuno è obbligato a stare calmo e a mostrare imperturbabilità in una situazione del genere.

Santoro ha scambiato l’assunzione di responsabilità per atto antidemocratico e la critica (feroce, sì) per una azione antidemocratica, e questo è grave. Spero che dalla prossima puntata, sia che Travaglio resti che se ne vada, qualcuno pensi a un titolo diverso da quello di “Servizio Pubblico”.

Cosa sarà che ti porta a cercare il giusto dove giustizia non c’è

Il fatto di avere un blog, di essere presente a vario titolo sui social network e di scrivere ora qui e ora là su internet mi espone, come è comprensibile che sia, alle opinioni degli altri.

Questo è normale.

A volte succede che le opinioni si trasformino in insulti (alla gente non devi dire che De André ha (ri)preso la musica di Telemann, è sensibile e s’incazza assai se le tocchi la canzone più copia-incolla del repertorio cantautorale italiano) e questo no che non va bene.

Allora un giorno telefonai al mio avvocato. Le dissi (sì, il mio avvocato è donna ed è anche vicesindaco e assessore, sicché occhio che se mi fate girare i gigi vi faccio fare un mazzo tanto) “Senti un po’, io continuo a ricevere insulti per quello che scrivo in internet, cosa posso fare per difendermi??” E lei, con salomonica saggezza sentenziò: “I casi sono due: o te ne freghi e lasci perdere o li porti tutti in procura. Spetta a te scegliere.” Io ci pensai anche quarantacinque secondi e decisi di portarli in procura. Tutti.

Da allora sono nate dodici querele. La prima risale al 2009. Ai risultati pensavo stamattina: un rinvio a giudizio per diffamazione (ma ho accettato la richiesta di transazione della controparte) e due archiviazioni (una delle quali mi insegna che dare del “buffone” a qualcuno in rete, una volta sola, si può). Poi più nulla. Zero. Della querela del 2009 contro uno che mi aveva dato per morto mi arriva solo il silenzio di un cassetto della Procura di Milano. Del resto neanche quello.

Giustizia. Intesa come “sistema giudiziario”, si intende.

Si può dire che le querele per diffamazione aggravata intasano la macchina dei tribunali e i poveri pubblici ministeri hanno cose molto più importanti a cui pensare. Sì, lo so, ma l’obbligatorietà dell’azione penale non l’ho mica inventata io! Se il reato non c’è si archivi pure (ci si rivolge alla magistratura proprio perché si esprima sulla sussistenza di fattualità eventualmente criminose), se c’è si procede. Ma il nulla è nulla, è lima che riduce in fina polvere la fiducia che il cittadino ripone nelle istituzioni e nella loro capacità di preservarlo. Ho ottimi motivi per pensare che la querela contro il tizio che aveva dato la notizia del mio stecchimento finisca in un nulla di fatto, e se proprio si andrà a processo sarà alle soglie della prescrizione.

E così la mia postina continuerà a recapitarmi buste verdi provenienti dalle sezioni penali di mezza Italia il cui contenuto è destinato, quando va bene, ad accendere il fuoco, pensando che io abbia combinato chissà che cosa.

Signor Giudice le stelle sono chiare.

QSL – Deustchlandfunk – 25 Jahre Deutschlandfunk – Erkennungsmelodie: Du, Land voll Lieb und Leben

Ascolto del 12.8.1987

Constatazioni

CONSTATAZIONI

Non hai difetti evidenti,
ma làvati i denti
chè fai effetto
la sera quando vieni a letto.

Logiche conseguenze

LOGICHE CONSEGUENZE

Quanto ti porgo
le terga
la posizione è amarga:
una purga!

Pharmacya

PHARMACYA

Ecco qui.
Colle Zigulì
spende
40 (mille) euri
tondi.
Se prende i generici
risparmia
una sessantacinquina
per cento.

Ah, no, no!!
M’ha detto ‘r dottore
i generici fanno venì ir fortore
mi dia l’originali
un si sa mai
ibò dé
piuttosto
mi ci metta
qualcosa d’omeopatico
tipo Pisciurilla 200 CH
(antepàtia, costì).

Insicuritate

INSICURITATE

E pria che fossi
col nudo pie’ venuta
e tu ti fossi…
l’allucion puntuta
il dolce amor
che l’alma tua mi die’
ho installato Linux Mint,
va che è una scheggia
ma tanto te
un ci ‘apisci ‘na sega, o Ermione.

…il resto è pioggia che ci bagna

E continuavano a chiamarli “Angeli del fango“.

E’ una bruttissima definizione, che trova la sua radice nella storica alluvione di Firenze quando dei figli di papà con la puzzetta sotto il naso e con una carriera assicurata dopo un percorso universitario pagato dai loro genitori si diedero da fare per salvare libri e dipinti dall’aggressione melmosa che inondò la città.

Quelli di Genova non salvano nulla di prezioso o di culturalmente rilevante. Magari un mobile, uno scaffale, un letto non ancora divorati dalla fanghiglia, qualcosa che si possa sciacquare velocemente e tornare alla parvenza dello stato precedente all’aggressione della mòta. Ragazzi e ragazze che hanno a cuore strade, scuole, vicoli, ponti, ospedali.

Sembro Pasolini ma è vero. A Firenze c’era da salvare (anche) un’immagine, a Genova ci sono da salvare (soprattutto) viabilità, comunicazioni, servizi per la gente.

Non è che la cultura debba essere per forza sempre sottesa all’emergenza, è solo questione di scelte, di priorità e di modalità di porsi.

Mani nude, dunque. E una maglietta, o una felpa, che la sera porti a casa intrisa di fango, le fai fare due lavaggi in lavatrice, la tiri fuori e puzza di umidità come prima. Rabbia, rabbia ribelle, che ti vibra nelle ossa, mentre la gente già comincia a chiamarti “Angelo del fango”. Gli angeli sono quelle cose asessuate che ne hai uno custode (a chi piace!) e che li vedi sui santini della comunione o dei battesimi. Hanno un gusto zuccherino che contrasta con l’immagine di chi il fango ce l’ha perfino nel naso.

Hanno insegnato come si fa volontariato: si regala il proprio tempo, si fa quel che si può, ma soprattutto NON CI DEVONO ESSERE INTERMEDIARI tra l’azione gratuita e chi la riceve. Altrimenti è tutto finito. Se questi ragazzi avessero offerto la loro disponibilità alla Protezione Civile sarebbero stati fermi, avrebbero condiviso l’inerzia, avrebbero sperimentato la paralisi totale delle istituzioni. E invece sono stati efficaci perché nessuno ha detto loro cosa dovevano fare e come farlo, lo hanno fatto e basta.

Così, nessuno si è accorto, nel frattempo, che Renzi a Genova non è andato. Rischiava che gli mettessero una pala in mano, su via, non sta bene. Genova è un’idea come un’altra.