Vincere!

La parola d’ordine è una e una sola: “Vincere!” E vinceremo. Forse.

Perché se non battiamo gli “uruguagi” (come si dice alla radio con invalso orrendo latino-americanismo -dire “uruguayano”, come faceva correttamente Paolo Conte, non si usa più-) sono cazzi acidi. Anzi, se perdiamo ce ne torniamo a casa e poi non c’è più nulla di cui parlare. Nulla che abbia un senso, nulla con cui riempire il vuoto comunicativo che ci attanaglia e che la Nazionale sostituisce così bene, fra moduli di gioco, scelte tattiche, quattro-quattro-due, verticalizzazioni, caviglie di Buffon, pontificazioni di Pirlo.

Dobbiamo vincere a tutti i costi, ne va della salute mentale di una nazione intera. Ne va della conservazione della sua ottusa arroganza, quella per cui avremo anche perso contro la nazione più felice del mondo, ma noi siamo i più prepotenti, che ci combina prendere anche solo vagamente in considerazione l’ipotesi di poter tornare a casa? Noi?? Noi che quatti quatti facciamo ricomparire in Senato una norma per l’immunità siamo la quintessenza dell’astuzia, dell’intelligenza, del gattopardismo.

Vinceremo! O più probabilmente no, ci accontenteremo di un pareggio, giusto per passare il turno, ignobile patteggiamento cerchiobottista che compie l’imperativo categorico della sopravvivenza senza sporcare troppo.

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