«Non esce mai di casa?»
«Mai, da parecchi anni… Ad un certo punto della mia vita ho fatto dei calcoli precisi: che se io esco di casa per trovare la compagnia di una persona intelligente, di una persona onesta, mi trovo ad affrontare, in media, il rischio di incontrare dodici ladri e sette imbecilli che stanno lì pronti a comunicarmi le loro opinioni sull’umanità, sul governo, sull’amministrazione municipale, su Moravia… Le pare che valga la pena?»
— Leonardo Sciascia, “A ciascuno il suo”
All’inizio del 2025 ho pubblicato un piccolissimo romanzetto-parodia (e, per la prima volta, con uno pseudonimo, che mi fa più piacere considerare “eteronimo”, ma questo è solo un dato incidentale) sul mondo della fiera della media e piccola editoria “Più libri più liberi”.
L’occasione mi fu data dall’invito, nella scorsa edizione, dello scrittore-filosofo Leonardo Caffo, al momento indagato e successivamente condannato per avere usato violenza contro la sua allora compagna e dalla disarmante giustificazione che ne diede la curatrice Chiara Valerio, nel maldestro tentativo di tacciare la presenza dello scomodo ospite come una valorizzazione del diritto di parola che non può essere negato a nessuno.
Nel mio libro-parodia, evidentemente, non mi era inventato niente. Ed è una sensazione che mi è capitato di provare più e più volte nel lasciare liberi i miei scritti di andare dove volessero (l'”habeas corpus” è un imperativo squisitamente letterario), ma anche questo c’entra ben poco.
Nella kermesse di quest’anno si sono ripetuti gli stessi stilemi retorici, amplificandosi a dismisura, con una scia di polemiche e una eco ben maggiori, rispetto alle quali le prese di posizione dell’edizione precedente suonerebbero come una sorta di reazione di mero costume, polemicucce da vecchie comari o puri pettegolezzi di circostanza.
La pietra di inciampo (e non angolare, ché non abbia a divenire evangelica testata per nessuno) è consistita nella presenza, tra gli stand della fiera, di un editore specializzato in pubblicazioni di chiarissimo carattere nazista (o neo-nazista che dir si voglia, come se il nazismo e i regimi totalitari fossero mai stati un evento dotato di novità nella storia), antisemita e, di conseguenza, fortemente antidemocratico. Dunque, nella sua ammissione a pieno titolo alla manifestazione.
L’editore si chiama Passaggio al Bosco. Un nome che di per sé suonerebbe perfino rassicurante se solo non avesse in catalogo opere di Mussolini, Léon Degrelle e Codreanu, tra gli altri.
Ma non è la “Pastorale” di Beethoven, per intenderci.
E’ un dato di fatto che, come riferisce il Corriere della Sera:
“Più libri più liberi” è una fiera promossa e organizzata dall’Aie, l’Associazione italiana editori. L’ammissione – sostengono – non prevede un vaglio politico né editoriale.”
La prima domanda è: perché? Per quale motivo non sussiste nessun vaglio di tipo editoriale nella valutazione dell’ammissione (se non proprio dell’ammissibilità) di questo o di quell’editore?
La risposta potrebbe essere contenuta nel dato oggettivo che risiede nel fatto che molti degli editori presenti alla fiera siano a loro volta iscritti all’Aie, e che cane non morde cane, o, men che meno se lo mangia.
Come accade in molte realtà della vita quotidiana, ogni candidatura, fatto salvo il limite fisico del numero degli stand a disposizione, ogni candidatura viene, dunque, accetta d’ufficio.
Di certo c’è che lo slogan che ha caratterizzato lo stand incriminato di Passaggio al Bosco, contiene una indubbia verità:
“Paghiamo per esserci, non è un party a inviti.”
Dunque, per partecipare si paga. La visibilità costa, lo scopo è quello di vendere il prodotto editoriale finito e stampato, alcuni editori probabilmente non rientreranno nemmeno nelle spese anticipate per l’iscrizione, il valore dei contenuti viene declassato rispetto all’esigenza meramente economica. In breve, non importa se un libro è bello, interessante, se vale, se è ben scritto o se, addirittura, una casa editrice medio-piccola abbia scoperto il germe narrativo di un futuro premio Nobel per la letteratura. Se non vende non entrano soldi.
A questo c’è da aggiungere che non sono state pubblicate le domande di partecipazione né i criteri adottati per la loro ammissione o non ammissione. Sappiamo di per certo che nel 2025, e per la prima volta, non è stata inserita tra i partecipanti la casa editrice Adelphi, probabilmente per aver superato gli introiti che la qualificherebbero come “media o piccola editoria”. Ma a quanto ammonti questo limite di introiti non è dato saperlo.
Quello che si sa è che comprare i diritti dell’intera opera di Simenon, commissionarne delle nuove traduzioni (non spesso felicissime, per quello che è il mio pensiero) e pubblicarne i risultati costa, costa moltissimo. Ma rende assai di più. Quindi fuori.
E’ stato Emanuele Fiano a lanciare l’allarme, seguìto da Alessandro Barbero, Antonio Scurati, Zerocalcare, Anna Foa, Domenico Starnone, Christian Raimo, Tomaso Montanari, Daria Bignardi, Marino Sinibaldi, Stefano Feltri ed altri. La richiesta è stata quella di estromettere Passaggio al Bosco dall’edizione 2026. Non pare esserci stata una risposta decisa o, quanto meno, univoca, almeno nell’immediato, da parte della direttrice editoriale Chiara Valerio, per cui alcuni dei nomi elencati hanno deciso di ritirare la loro partecipazione in segno di protesta.
La mancanza di iniziative, chiarificazioni e spiegazioni da parte di Chiara Valerio non deve stupire. Si tratta dell’ultima edizione in cui è prevista la sua direzione, quel che ha fatto ha fatto, il tempo stringe e dall’anno prossimo la patata bollente andrà nelle mani del giornalista Giorgio Zanchini, conduttore radiofonico in forza a Radio Uno Rai, già famoso per uno storico svarione che altri hanno voluto classificare come “gaffe”, allorché, intervistando in diretta la senatrice Ester Mieli, a proposito dell’intervento di una studentessa universitaria sull’invasione del territorio palestinese, esordì:
“Lo chiedo anche a lei così facciamo chiarezza. Lei è ebrea?”
Un autogol clamoroso, a cui la senatrice ha ribattuto, in totale evidenza di legittimità:
“Io sono una senatrice della Repubblica, sono italiana e professo una religione.”
Con la chiosa del conduttore radiofonico:
“Non la volevo portare sul discorso della religione. Va bene è stata una domanda sbagliata senatrice, non lo chiederò più, sto zitto ha ragione lei.”
Spesso tacere a posteriori può non avere lo stesso effetto del tacere a livello preventivo, e, almeno in questo caso, il rammendo è stato peggiore del buco, o del danno cui si desiderava porre rimedio.
Se da un lato parrebbero non intravedersi particolari estremi di positività nel futuro della direzione editoriale di “Più libri più liberi”, dall’altro va detto che neanche questa è la questione fondamentale.
Quello che qui, sì, risulta dirimente è che la libertà di parola e di opinione, garantita dalla Costituzione è il frutto storico dell’antifascismo e di niente altro. Non può esserci pluralismo, non possono verificarsi divergenze di vedute e di basi etico-politiche se si dovesse prescindere (e qui si prescinde, e come) da questa evidenza storica che, senza alcun dubbio, è la stessa che sottende al diritto di Passaggio al Bosco di pubblicare quello che vuole (e pare ce ne siamo dimenticati, nella foga della polemica).
La posizione di chi ha deciso di non prendere parte alla manifestazione è legittima almeno quanto quella di chi ha deciso di restarvi, fosse anche solo per il fatto di aver pagato. Ed è, con ogni probabilità, altrettanto propagandistica o pubblicitaria. Si tratta, in fondo, della sempiterna litania per cui non si sa mai se veniamo notati di più se si partecipa o non ci si va.
Dialogando della circostanza con persone a me care, è venuto fuori il punto critico ed essenziale del discorso: quale sarebbe stata la mia reazione se ad essere invitato fossi stato io o la mia casa editrice?
In questo senso ho rassicurato i miei interlocutori: nessuna direzione editoriale sana di mente di nessuna fiera editoriale o di nessun premio letterario mi inviterebbe mai. E siccome neanch’io sono matto, per dirla con Groucho Marx, non parteciperei mai a una iniziativa che avesse tra i suoi invitati uno come me. Per la restante parte della domanda, il mio editore può fare quello che vuole e non sarò certo io a impedirglielo. Non ne avrei la forza, la determinazione estrema, il coraggio, ma, soprattutto, la voglia. Se chi pubblica i miei libri dovesse decidere che la questione dell’ammissione/non-invito di Passaggio al bosco non sia per lui dirimente, avrà tuttavia la bontà di usarmi la cortesia di non usare i miei titoli in quell’occasione. E la cosa finisce qui.
Non finisce, tuttavia, lo strascico di ombre e dubbi sulle varie posizioni fin qui espresse. In primis perché si tratta di cose veramente gravi nella loro medesima essenza, non già di discussioni o di scaramucce che sfiorino, non si sa con quel intensità, il primadonnismo insito in certe esternazioni raffazzonate e financo un po’ becere. In seconda battuta perché trattandosi di iniziative che traggono origine dalla negazione dei più elementari principii costituzionali, oltre che storici, è certo che, archiviato il clamore mediatico e sensazionalistico, non resterà molto spazio per diluire l’amarezza e il senso di nausea che ne rimarrà in maniera residua.
Vero è che chi partecipa ha pagato e che una rinuncia comporterebbe, oltre al danno di visibilità diretta nella fiera, anche quello delle mancate vendite di quella occasione. Quindi ci sarà di sicuro chi, pur condividendo le tesi degli estensori dell’appello, avrà rinunciato a farsene portavoce diretto per il mero ma non trascurabile fatto che quello editoriale è un mercato e nulla più.
Ma è anche vero, e a maggior ragione, che ognuno ha avuto la possibilità di prendere una posizione, radicale quanto si vuole, su questa tematica. Ed è vero che non l’ha presa. Ospiti di grido, a volte non esattamente scrittori o comunque persone cresciute a pane e bozze di stampa, si sono smarcati, hanno dribblato l’ostacolo, hanno ingoiato l’ingombrante boccone e, insomma, si sono fatti vedere.
La irresistibile tentazione voyeristica di molti partecipanti ha avuto, dalla sua, abbondante materiale di soddisfazione. Qualcuno ha asserito, non senza un coro quasi unanime di consensi, che la cultura non è censurabile, senza ricordare o, peggio, senza sapere per niente per niente che i fascismi e i regimi totalitari non sono cultura, sono un crimine continuamente perpetrato contro l’umanità in senso più stretto.
Altri ancora hanno ricordato episodi analoghi in altre iniziative similari, prima tra tutte le altre l’esclusione della casa editrice Altoforte, al Salone del Libro del 2019. Ma c’è stato anche chi è stato pronto a far notare che in quel caso c’era un’inchiesta della Procura di mezzo e che non si poteva andare per il sottile. Come se Leonardo Caffo non fosse indagato quando è stato ospite difeso fino all’assurdo. Allora si è controbattuto argomentando che anche chi è indagato o è stato condannato con sentenza non definitiva solo in primo grado ha diritto ad esprimere le proprie opinioni. Argomenti futili, perché la propria opinione la può esprimere anche il pluriergastolano condannato definitivamente per i crimini più efferati.
Pertanto, premesso che lo scopo primario dell’editoria tradizionale e di quella dell’autopubblicazione è quello di fare soldi, non dovrebbe stupire, ad esempio, che gli scritti di Benito Mussolini vengano pubblicati. Quello che, invece, sì, stupisce è proprio lo stupore che deriva da questo tipo di strategia.
Mussolini, essendo morto nel 1945 è entrato da almeno un decennio nel novero degli autori di quello che viene chiamato comunemente “pubblico dominio”. Questo vuol dire che tutto ciò che ha scritto, dalla lista della spesa ai primi saggi e articoli del periodo socialista dell'”Avanti!” fino alle ben più ingombranti pubblicazione del periodo della dittatura possono essere ripubblicati da chiunque, sia a titolo gratuito che a pagamento. E che farlo è perfettamente legale. Triste ma vero.
La disponibilità di buona parte della sua produzione in rete, per esempio, non è certo soltanto il frutto della iniziativa temeraria di qualche nostalgico buontempone o di alcuni invasati che pur di diffondere il verbo del duce del fascismo sono disposti a rischiare perfino un processo penale, sia pure per reati di scarso, anzi, scarsissimo allarme sociale come la violazione del diritto d’autore.
Del resto, nessuno si è mai scandalizzato quando a pubblicare l’opera omnia del dittatore è stato lo stesso Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Mussolini è stato ampiamente pubblicato anche dalla casa editrice Ulrico Hoepli (che non ha diffuso solo manualistica di tipo tecnico-scientifico, evidentemente) ed è ancora sul mercato un’edizione di una scelta mussoliniana per i tipi di Feltrinelli.
Perfino il “Mein Kampf” di Hitler è in pubblico dominio, nella versione originale in lingua tedesca. Ma per un editore tradizionale italiano non dovrebbe essere difficile trovare un traduttore a pagamento e realizzare un’edizione nuova, magari col testo a fronte.
Però uno dei problemi più cogenti della manifestazione “Più libri più liberi” del 2025, “in articulo Valerii” è stato che ci si sono messe di mezzo anche le Istituzioni. Come il Comune di Roma.
Accanto alla voce dei già citati Antonio Scurati, Alessandro Barbero e Zerocalcare, per cui “Non si condivide lo spazio con i fascisti”, si è levata anche quella della Municipalità capitolina, che per tramite del responsabile locale della cultura Massimiliano Smeriglio ha fatto sapere che
“L’antifascismo è per noi un vincolo costituzionale insuperabile. Roma non parteciperà alla conferenza stampa di inaugurazione della 24esima edizione di Più Libri Più Liberi. Con tutto il rispetto nei confronti degli organizzatori, abbiamo un’idea diversa in merito alla gestione di un catalogo esplicitamente neofascista, razzista e antisemita (…)”
La sottigliezza retorica ed argomentativa non dovrebbe sfuggire al lettore più attento: il problema non è tanto che qualcuno abbia pubblicato Mussolini, bensì che esista un “catalogo esplicitamente neofascista”, ovvero che non solo la linea editoriale preminente di un editore sia quella dei contenuti precipui, bensì che esista una sorta di volontà, tendenza effettiva o comunque linea editoriale esplicitamente ravvisabile, che caratterizzi quell’editore, stampatore o distributore in una sorta di visione complessiva apologetica ed esaltatrice del fascismo, del nazismo e dell’antisemitismo.
In effetti è un’autodifesa, non si sa quanto consapevole: durante l’amministrazione Raggi il Comune di Roma ha appoggiato caldamente l’iniziativa dell’Associazione Culturale “Liber Liber”, con sede legale nella stessa Capitale, che ha realizzato una serie di circa trenta locandine, ciascuna con codice QR, esposte e diffuse anche sui mezzi pubblici di trasporto, attraverso le quali è stato e dovrebbe essere ancora possibile accedere ai classici più diffusi della letteratura italiana e straniera in traduzione.
L’Associazione gestisce, su base volontaria, tra gli altri, un sito web assai noto che distribuisce opere letterarie, scientifiche e di divulgazione in versione digitale per il download libero e gratuito in e-book o audiolibro. Tra cui circa una decina di titoli di Mussolini (lo ripeto, sì, possono farlo), e anche alcuni testi di Galeazzo Ciano. Si potrà obiettare che è disponibile anche un’edizione digitale del “Manifesto del Partito Comunista” di Karl Marx e Friedrich Engels, ma la bizzarria è che tra le varie versioni in traduzione ce n’è una della Silvio Berlusconi Editore, fondata dall’ex presidente del consiglio nel 1987 e acquisita dalla Mondadori nel 1994.
La replica logicamente attendibile potrebbe risiedere nel fatto che “Liber Liber” si autodefinisce come “biblioteca” e che in una biblioteca può e deve essere possibile reperire anche opere criticabili. In fondo una biblioteca offre un servizio. Questo è vero se e quando la biblioteca è pubblica. I privati pubblicano cosa vogliono e non ci sarebbe altro da dire su questa possibile obiezione, se non che le disponibilità di una biblioteca privata, anche ove gestita su base interamente volontaria, è soggetta a una precisa cernita e all’autodeterminazione personale.
Per cui, se non ci fosse stata la distinzione tra chi occasionalmente pubblica le opere di Mussolini in un catalogo indubbiamente più vasto e variegato e chi pubblica in via quasi del tutto esclusiva opere di autori evidentemente e innegabilmente schierati su ideologie di tipo totalitario e antidemocratico, il Comune di Roma, nell’esprimere le sue forti criticità sulle scelte che hanno caratterizzato la kermesse, si sarebbe dato la zappa sui piedi.
La disponibilità dei testi digitali di opere di pubblico dominio (Mussolini si trova agilmente anche su Wikisource, uno dei progetti-gemelli di Wikipedia), oltre ad essere una risorsa di indubbia utilità (si pensi soltanto alla creazione di veri e propri database di tipo testuale per le ricerche lessicografiche), costituire una facilitazione enorme per l’editoria tradizionale o amatoriale, perché qualunque editore voglia (ri)pubblicare la Divina Commedia o il Decamerone, può bene attingere alla versione editabile dei titoli disponibili e riproporli integralmente, o con un apparato di note o con studi originali di tipo introduttivo.
Questo è il motivo per cui le edizioni di opere di pubblico dominio presso i grandi, medi e piccoli editori sono piene di divinecommedie, orlandifuriosi, ultimelettere e mastridongesualdi, magari tutti con gli stessi piccoli refusi. Si prende un testo già confezionato, la revisione e l’editing costano veramente pochissimo in termini di tempo e di denaro, l’edizione può andare in commercio anche a prezzi davvero abbordabili per l’acquirente finale, sia nei circuiti tradizionalmente intesi e perfino nei remainders col 50% di sconto (sì, esistono case editrici specializzate solo in quella fetta o nicchia di mercato).
Il problema non sono le inflazioni di colonneinfami o donchisciotti tradotti da Alfredo Giannini (disgraziatamente fascista anche lui), il problema, quello vero, sorge quando un volontario, non si sa se per adesione a un principio ideologico (ma il fascismo non è né un principio né una ideologia, il fascismo è un crimine) o a un senso del dovere universalistico e tuttologo, trascrive un testo di Mussolini o di Ciano e chi lo distribuisce decide di metterlo in linea.
A questo punto la questione non è più di tipo legale (ripeto e ripeterò fino alla stanchezza che non si tratta di reato) bensì di ordine etico, morale o, se si vuole, politico. Perché se si tiene, e in modo così spiccato, al valore della libera concorrenza, non si può negare che la libera concorrenza e la varietà di iniziative economiche possibili (l’editoria lo è) faccia parte dei principii costituzionali che nascono dall’antifascismo.
Pubblicare Mussolini, Ciano o chiunque altro non è né morale né immorale. E’ a-morale. Si tratta di una operazione totalmente priva di qualsiasi moralità e mentre da un lato si inneggia alla legittimità legale dello stampare e diffondere contenuti del genere, dall’altro lo si stigmatizza come un’iniziativa portatrice di valori sbagliati. Hanno torto sia gli uni che gli altri, perché non c’è nessun valore in tutto questo, tranne quello meramente economico di ritorno che possa derivare dalla vendita dei prodotti finali. Ma non si tratta comunque di un valore “aggiunto”.
Le proteste da parte degli editori e degli autori partecipanti agli stand sono state invero, poco più che simboliche. Alcuni rivenditori hanno coperto con dei lenzuoli i loro prodotti o si sono rifiutati addirittura di venderli nella giornata conclusiva, dalle 15 alle 15,30. Poi si sono accorti che anche loro avevano pagato una cifra considerevole per poter partecipare e allora ci hanno ripensato. Però qualcuno ha intonato “Bella ciao!”
Qualcuno ha addirittura preferito rappresentare il dissenso nel dissenso, ovvero il conformismo dell’anticonformismo, come Roberto Saviano che ha chiosato:
«Si può scegliere di non andare, certo, ma proclamare ogni singola volta la propria scelta — “non vado lì perché c’è questo”, “non vado lì per quest’altro motivo” — diventa solo un modo per dirsi e dire ai propri che si è “puri”, diversi, coerenti. E davvero ci cascano? Nessuno di noi è puro. Ognuno di noi lavora, volente o nolente, con multinazionali che limitano diritti sindacali o che eludono il fisco tramite piattaforme offshore e il problema è il banchetto di libri. Ma dai».
E se lo dice un autore che è stato riconosciuto colpevole di aver riportato nei suoi scritti intere pagine di altri che nessuno di loro è puro, c’è proprio da crederci. Come dire che siccome il più pulito è sempre quello con la rogna, se ci grattiamo tutti allo stesso modo vuol dire che tanto sporchi non siamo.
La soluzione “finale” per l’eutanasia della protesta è stata una manifestazione di protesta in cui si è scandito lo slogan “Fuori i fascisti da questa fiera”. Un intento lodevole ma del tutto insufficiente almeno a livello di sintesi di pensiero, perché il punto non è tanto che i fascisti abbiano fatto parte di una fiera del genere, ma che la fiera stessa abbia incluso il fascismo dentro di sé.
Due miserie in un corpo solo.
