Vaffanculo si può dire. Ma “Repubblica” nicchia a scriverlo

Da oggi chi ha problemi con datori di lavoro, conoscenti o parenti potrà fare uno sforzo in meno per controllarsi. Un “vaffa” infatti non è più un’offesa: ormai fa parte del linguaggio comune. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, che ha assolto un consigliere comunale di Giulianova (Teramo) dall’accusa di ingiuria perché aveva mandato a quel paese il vicesindaco durante un consiglio comunale.
(da www.repubblica.it)

Vaffanculo” si può dire. Non temerà, dunque, di essere additato al pubblico ludibrio per tramite della giustizia ordinaria il “Vaffanculo Day” di Beppe Grillo, e ci sentiremo assai alleggeriti nell’animo per tutte le volte che dirigiamo questo prezioso lemma-sfogatoio a qualcuno che, tra l’altro, se lo merita.
Ma la stupidità di certo giornalismo (oh, di sinistra, eh? Mica Libero o il Giornale…) che insiste ancora a scrivere “vaffa”, perché secondo loro è più educato e meno grave, rimane sempre.
Lo dice il tribunale, “vaffanculo” è lecito, ma una sorta di pudore infantile frena i giornalisti della carta stampate e del web. Viscidi come serpi, certi pennaròli della carta stampata somigliano un po’ a quelli che nelle mail, nei newsgroup, o commentando un post di un blog scrivono “ca%%o” per “cazzo”, perché pensano di farla franca e di essere meno aggressivi.
C’è ancora molta strada da fare se la giustizia ordinaria è più avanti del senso comune!

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