Un’insegnate dell’IIS Alberti-Dante di Firenze minaccia una alunna in DAD: “Vedi di farti accompagnare sennò ti spezzo pure l’altra gamba.”

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Un’alunna che frequenta il Liceo Alberti-Dante di Firenze è stata oggetto di una inaccettabile minaccia da parte della propria insegnante di inglese.

La ragazza, durante un’ora di educazione fisica, si era fatta male a un ginocchio. Cose che càpitano tutti i giorni nelle palestre delle scuole italiane. Per la sua patologia era stata autorizzata a restare a casa e a seguire le lezioni in DaD. L’avevano anche autorizzata a registrare le lezioni.

Accade, ora, che durante una lezione di inglese, la docente si sia rivolta a lei con queste testuali parole:

“Venerdì prossimo possiamo avere il piacere di vederti qui con noi, vero? Vedi di farti accompagnare sennò ti spezzo pure l’altra gamba. Quindi smetti di stare a casina a coccolarti la gamba. Vieni a scuola.”

Sono parole inaccettabili, censurabili, e verrebbe, d’istinto, di augurare a quella docente di essere licenziata in tronco e a noi stessi di non vederla più insegnare nella scuola pubblica. Naturalmente, però, ci sono delle procedure da rispettare e delle garanzie indelebili da offrire. Non so, nel momento in cui scrivo, se alla docente sia stata indirizzata una formale contestazione di addebito, né se sia stato aperto un provvedimento disciplinare nei suoi confronti. So solo che i genitori della ragazza si sono rivolti ai propri legali di fiducia per tutelare gli interessi della ragazza, evidentemente minorenne, e quelli della sua famiglia.

Ma quello che ancora di più mi scandalizza e mi dà da pensare è la reazione della Dirigente Scolastica, la Professoressa Rita Urcioli che, nello stigmatizzare il ricorso ai legali di fiducia da parte della famiglia (che, peraltro, riferisce di non avere ricevuto le scuse da parte di nessuno), dichiara:

“Reputo che questo clamore non faccia il bene della ragazza”

E allora si rimane spiazzati, disorientati, increduli. Una dipendente della Scuola Pubblica che critica il sacrosanto diritto di una parte lesa di ricorrere alla giustizia ordinaria perché questo non costituirebbe il bene di una alunna. E se non il clamore, che cosa fa bene a quella povera ragazza, la promessa della sua professoressa di inglese, che minaccia di spezzarle una gamba? Una delle caratteristiche negative più incancrenite della scuola italiana è quella che i panni sporchi si lavano in casa. Qualcuno sbaglia? Chiunque sia a sbagliare (alunni, docenti, dirigenti) la cosa deve essere contenuta e risolversi all’interno della scuola, che prima di aiutare le persone a proteggersi tende a proteggere se stessa, ad ovattarsi in una bambagia che attutisce i colpi dall’esterno. Per cui se un alunno commette una irregolarità, c’è il Consiglio di Classe che ci pensa, gli si commina una sanzione e tutto nasce e finisce lì. Non ci sono altre tutele per gli insegnanti eventualmente coinvolti (ad esempio da un’offesa). La riparazione del “danno” si limita alla applicazione della regolamentazione scolastica. Se, poi, ci sono risvolti penali (su cui, evidentemente, la scuola non può agire, perché non puoi impedire a un cittadino di ricorrere alla giustizia ordinaria), chi li propone al magistrato viene isolato, visto come un marziano, un essere extraterrestre, qualcosa di anomalo e di diverso. I sozzi bubboni di cui la scuola pubblica soffre debbono scoppiare internamente, essere trattati in loco, ed, eventualmente, guarire per conto proprio. Fuori non c’è niente. E invece la scuola non è questo. La scuola fa parte di una rete molto più complessa che è la società civile. Se no cosa glieli facciamo firmare a fare i patti di corresponsabilità alle famiglie? Perché la scuola senza il link delle famiglie, semplicemente, non esisterebbe. Come non esisterebbe senza le istituzioni democratiche. Invitiamo nelle nostre scuole magistrati, esperti in diritto et similia per parlare di educazione alla legalità, ci sciacquiamo la bocca con questi termini, ci facciamo belli se vinciamo il Premio Tale o il premio Talaltro, se vinciamo le olimpiadi di greco, di latino, degli scacchi, della matematica, se i nostri alunni arrivano quinti alla gara nazionale di taglio e cucito o di tiro con l’arco, o di quelli che inciampano alle cinque e mezza del pomeriggio e poi ci stupiamo se un genitore di una alunna che ha subito un torto si rivolge ai propri avvocati per difendere gli interessi della figlia che, da quello che so, soffre anche altri problemi oltre a quelli fisici evidenziati, che mi auguro transitori.

Se si configura un reato, da parte di un alunno o da parte di un insegnante (e converrete che il secondo caso è MOLTO più grave) il MINIMO (ma proprio il MINIMO) che possiamo petendere è che questo reato venga perseguito, perché si dà il caso che in Italia l’azione penale sia obbligatoria. Se insegnanti, dirigenti scolastici, collaboratori scolastici, assistenti tecnici e volontari non lo hanno ancora capito ci conviene chiudere baracca e burattini e dichiarare fallimento. Che non è il fallimento economico, ma quello sociale, educativo e formativo. Il che è molto, ma molto peggio. Non esiste nessuna scuola senza legge, così come non esiste nessuna legge senza scuola. Abbiamo di tutto: siti web, didattica on line, cooperative learning, aule LIM, laboratori, siamo su YouTube, su Facebook, su Instagram, la scuola è tremendamente social, Dio mio, ma se non si capisce l’essenziale tutto questo Ambaradàn non serve a nulla. Nulla.