Una malattia cellulare

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Se la fatidica domanda “Professo’, posso andà’ al bar?” è uno stillicidio continuo, l’uso del cellulare in classe è un vero e proprio percussionismo scrotale che trova sollievo temporaneo solo al suono del finis, per poi riproporsi paro paro il giorno appresso, con tutto il suo spietato spappolamento di gònadi.

Lo sanno tutti, tutti, alunni e docenti, che l’uso del telefono è proibito, sia che si segua la lezione sia che si sia in servizio. E infatti tutti lo usano. Tutti, indistintamente.

L’alunno Somarelli, al suono della campanella, deve per forza raggiungere il suo spacciatore di fiducia perché, dice, la Corte Costituzionale ha bocciato il referendum sulla libera coltivazione della cannabis a uso personale e qualcosa deve pur fare anche lui. Infatti vende le sue piantine della varietà “sativa” via Wallapop per vedere se ci recupera qualche soldino, almeno per la canna della domenica.

La Bravetti stamattina è entrata in classe sditeggiando perché il fidanzo le ha mandato il bacino del buongiorno e lei deve per forza rispondere, se no quello si insospettisce, perché, magari, la sua druda a tempo perso studia anche e non sia mai.

Il professor Marxistis la redarguisce, come è suo dovere, e per vendicarsi dell’affronto subito la interroga seduta stante.

“Bravetti, parlami dell’approccio gramsciano alla traduzione delle favole dei fratelli Grimm!”

“Sì, professore, Antonio Gramsci lavorò alla traduzione dal tedesco delle favole dei Grimm durante la vile detenzione fascista. L’opera, portata avanti ai tempi delle ‘Lettera dal carcere’, aveva carattere didattico e l’intellettuale comunista la redasse per l’educazione dei propri figli. Ma tanto, professo’, che gliele dico affà’ queste cose? Tanto poi in pagella mi mette quattro!”

Ragionamento chiaro, lineare e ineccepibile. E poi cosa vuole il Marxistis, che ogni giorno si presenta col suo cellulare Made in URSS alla fine degli anni ’80, grosso come una valigia di cartone da emigrante, con il manuale di istruzioni in cirillico, la cornetta stile ufficio della Stasi, che ci si siede anche sopra e quando lo chiamano risponde sempre “Tranquillo, mi trovi sempre SUL cellulare”?

Il professor Exlege, invece, ha assoldato l’intero organico dei Berliner Philarmoniker per l’esecuzione della sua suoneria di default, l’incommensurabile Cavalcata delle Valchirie di Wagner. Dicono che per l’interpretazione si sia scomodato perfino il maestro Von Karajan in persona, tornato con regolare permesso speciale dall’oltretomba.

L’alunno Corbelli, invece, è tutto contento perché gli hanno comprato l’iPhone nuovo, quello da 900 euro.

“Ma scusa, Cobelli”, faccio io, “i tuoi genitori ti comprano un telefono che costa due terzi di uno stipendio medio di un operaio?”

“Nòne!! Ma mica me lo hanno comprato i miei genitori, professo’, me lo ha comprato mia nonna. Le ho detto che mi serviva per studià’ e quella ci ha creduto. Io le voglio tanto, ma tanto bene, anche perché la domenica mi fa sempre le lasagne alla Simmenthal che mi piacciono tanto. Le ha mai assaggiate, professò’? Fanno paura, fanno!”

Lazzarone d’un Corbelli!!

La Figoni, invece, lei il cellulare lo cambia una volta ogni quattro mesi, perché dice che se no le si graffia lo schermo e questo è contrario al suo innegabile senso estetico. Se lo può permettere. Siccome ha dieci in informatica, è diventata una esperta in materia di deep web e si è messa a vendere i suoi filmini hard ai vecchiacci bavosi e ai malviventi che popolano quelle lande virtuali disgraziate. Si fa pagare in bitcoin su un conto cifrato alle Bahamas, gira tutto su una banca svizzera dove non le chiedono niente, e quando le pare va a trascorrere un week-end a Losanna con quell’energumeno con cui sta. Vogliono affittare un appartamentino (chiaramente in nero), piccolo ma bastevole, per il loro nido d’amore e andare a vivere insieme.

Il professor Crucefixis, preoccupato, gli si è avvicinato una volta e col suo solito fare fintamente compassionevole le ha mormorato:

“Figliuola, non devi fare vile mercimonio del tuo corpo, il denaro è lo strumento del diavolo…”

“Mi piace il diavolo, è uno dei miei migliori clienti! Paga anche bene e soprattutto non fa mai domande” lo gela repente la Figoni, attaccando sotto il banco la gomma da masticare che stava ruminando ininterrottamente da tre giorni.

E il Crucefixis piglia, intasca e porta a casa. Cioè in parrocchia. Tanto lui i film porno li compra legalmente su Amazon.

In sala docenti, la discussione culturale giornaliera tra il Berlusconis e la De Estremitatis si fa accesa e coinvolgente: è meglio usare WhatsApp, Telegram o Messenger?

La Acidophili non ha questo problema, perché lei usa Viber. “Cosa volete, colleghi, quando si ha un cognome come il mio i debiti si pagano!” E abbassa la testina irsuta che aveva tirato fuori in modalità cobra reale.

Certo si è che la questione resta irrisolta. La De Estremitatis ha bisogno di una chat sicura e impenetrabile per non farsi beccare dal marito mentre riceve i messaggi dei suoi misteriosi spasimanti, perché se il puzzone la sgama mentre è in linea anziché a cucinargli quella mezza chilata di spezzatino di castrato, va a finire che la rifà nuova dalle bastonate.

Ma mentre la discussione comincia a farsi accesa, un telefono lasciato incustodito sul tavolone in truciolato ricoperto di finta formica comincia a squillare come un ossesso a tutto volume.

“Ih, che scostumati! Di una scostumatezza incredibile, proprio. Che mi devo pure sentire gli affari degli altri, io? C’ manchess’!!” sentenzia ad alta voce la De Ginocchinibus.

“Dov’è…? Ma dove cazzarola l’ho cacciato??…Ah, eccolo, finalmente… Prondoooooo??? No, se ti ho detto che non mi sendo non mi sendo! E come faccio a sendirti se non mi sendo?? Oddio me’, ma guarda che nemmeno cogli scolari mi sendo… e che cosa vuoi, sarà un probblema di connessio’, ma tu che ci hai, il Vodafòno o Uind? Ma che ciazzecca l’Iliade, mo’, io insegno matematica… ah, Iliad, so’ capit’… ‘mbè, allora è per quello che non mi sendo!”

All’Università è stata discussa una tesi di laurea in Scienze della Comunicazione sul tema “Il surrealismo nell’opera letteraria della De Sindacatiis e il flusso di coscienza come modalità narratologica”.

L’unica inflessibile coi cellulari usati in classe è e rimane la De Poppibus. Gli allievi la temono moltissimo, ma ogni tanto ne pizzica qualcuno in fondo all’aula che sacramenta: “Nooooooo!!! Sono morto!!”

Allora, fumando dalle orecchie, la pettofornita si fa consegnare l’apparecchio dal malcapitato beccato a farsi un giro di giochino elettronico di soppiatto, glielo sequestra, verga una nota disciplinare lunga tre chilometri in sessione PL (Pubblico Ludibrio) e porta il tutto in presidenza, dopo aver convocato i genitori. I quali arrivano regolarmente con bastoni e spade per manargli di brutto, ma siccome lei porta pure coppe e denari, come diceva Troisi, gli rende pan per focaccia a tutti e il vile inimico si ritira stile disfatta di Barletta.

Il nostro bidello Antenore deve invece sentirsi col suo collega Agesilao, che presta servizio nell’avverso Liceo Polivalente “Archimede Pitagorico” per compilare la schedina settimanale, che questa settimana se il Cittadella vince in trasferta a Pisa si beccano un mucchio di soldi e lui paga i debiti al bar. Così suona la campanella due minuti prima e io vo’ grato a quel nobiluomo per la salvazione del personale scolastico.

Solo che quando mi avvio verso la meta dell’agognata uscita, la veggente ufficiale del nostro istituto, la buona bidella Cassandra, mi blocca al centralino e mi fa:

“Professò’, c’è un genitore al telefono… brutto segno! Secondo me ti hanno fatto una fattura, ti devo togliere il malocchio… passa domani che con cinquanta euro risolviamo tutto! Che faccio, te lo passo direttamente sul cellulare??”

E io che penso solo a morire, meschino, tra le braccia di mia madre.

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