Una gita al Santuario di San Gabriele dell’Addolorata

Che uno poi sente la radio che dice “Vento forte tra Assergi e Colledara San Gabriele (generalmente è Marina Flaivani dell’ACI che lo annuncia a “Onda Verde”), io ci passo abbastanza spesso e vi assicuro che non è che ci sia poi tutto questo macello, oddio, proprio a ridosso del traforo del Gran Sasso non è che ci sia un gran che da star bene, perché d’inverno la neve fiocca lenta lenta lenta e quando piove altro che tamerici salmastre ed arse e favole belle che l’anima schiude, però non è nemmeno gran che, su…

Che vicino all’uscita di Colledara-Isola del Gran Sasso c’è il Santuario dedicato a San Gabriele dell’Addolorata, Patrono d’Abruzzo, miga bàe!

Che dice la mi’ moglie dài che si va a fa’ una girata, cosa si sta sempre qui in casa ad ammuffire, ma sì, in fondo anche per uno scettico come me magari è un bel posto. C’ero già stato anni e anni fa, ma conservavo della visita di allora un ricordo tenue e vago (sto scrivendo come il Manzoni, ma ve ne rendete conto?), di quelli che paion più esser sottesi alla memoria per obbligo che per giusta rimembranza (già che sono in stile manzoniano almeno finisco il periodo).

E allora dài  che si va, piove, come di prammatica, da le nuvole sparse, o Ermione, ma che ci si sta a formalizzare per du’ goccioline d’acqua…

Giunti al Santuario, la prima cosa che si vede è che la Chiesa che sorse sul luogo in cui fu sepolto il Santo (che, per la verità, si chiamava Francesco Possenti, figliòlo di Sante e della su’ mamma) che non sarà un gran che, capirete, Franceschino passò a miglior vita nel 1862, non è proprio un romanico puro, ma ognuno fa quello che può, è occultata alla vista dei più. E’ coperta, su un enorme piazzale, dal nuovo Santuario sorto so un tubo io quando, una costruzione postmoderna piena di panche, vetrate, mosaici che non ci si capisce una sega, amboni post-moderni, suorine infreddolite con il golfino di lana, e un giovinotto che accompagna le funzioni liturgiche alla chitarra e canta (però, sembra essere bravino, almeno ha tecnica e impostazione). Il terremoto ha fatto danni alla chiesa antica e ha lasciato intatto il casermone di cemento armato. Come dire che agli zoppi calci negli stinchi (ma tanto chi se ne frega, la vecchia chiesa nemmeno si vedeva…)

Il culto principale è quello del corpo del Santo. Che è stato trasportato dopo una traslazione intermedia nella cripta del rifugio antiatomico di cui sopra, e che mostra il sarcofago con la figura del Santo che però è la solita e sempiterna statua di cera con dentro le ossa, illuminata da faretti giorno e notte, una sorta di effetto-teatro.

Trovo orrendo che si continuino a venerare queste cose. Voglio dire, che ci si ostini a ossequiare un mucchietto d’ossa dentro una coreografia faraonica, esponendo il tutto alla morbosità dei fedeli (che vogliono vedere “il morto”, poi, magari pregano anche il Santo) e io che mi chiedevo che senso avesse tutto questo, poi ho visto il bidone per le offerte e ho cominciato a capire.

I frati passionisti, dell’ordine di San Gabriele, hanno il saio completamente nero e sono inquietanti da vedere.

Uno si fa anche degli scrupoli. Per esempio “Non si può giudicare (ah no?? E perché??) bisogna conoscere la biografia del Nostro per poter capire il perché e il percome, il busillis e il conquibus, e allora sì, Wikipedia ci aiuta. Clìcchete, clìcchete, ecco che salta fuori una voce apposita (cos’è il progresso, eh? Vedete cosa vuol dire la conoscenza condivisa??) che dice, tra l’altro, a proposito di San Gabriele dell’Addolorata:

“Egli conduceva una vita normale per un ragazzo della sua età e della sua epoca.”
“Come un normale ragazzo della sua età Francesco attirava l’attenzione delle ragazze di Spoleto”

Ma va’? Davvero?? In nemmeno due righe si ripeta la parola “normale” come se fosse un dato essenziale sapere he da giovane il sor Possenti aveva una notevole capacità di attrarre le ragazze della sue età. E che viveva “normalmente”, appunto.

Ecco dov’è il Kern, il nòcciolo: è la normalità che viene assunta allo stato di santità. Non c’è altro, nulla di diverso. Un ragazzo “normale” che muore giovanissimo. Anche dopo aver letto Manzoni e Tommaseo ed essersi dato alla bella vita.

Tra bancarelle piene di ricordini, souvenirs, palle di cristallo con la neve da agitare, penne con il gruppo dei pellegrini che fa su e giù (una volta le facevano con la gondoletta di Venezia), bambole, chitarrine finte, pistole giocattolo (si sa, non devono mai mancare in un luogo di devozione), la visita si conclude con gelato diaccio marmato.

Al ritorno, per l’umidità, comincerà a venirmi il torcicollo. Siano rese le grazie a San Gabriele!

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