Tutta la città ha parlato dei vaccini

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Oggi ho ascoltato, come faccio quasi ogni giorno, quando ne ho la possibilità, “Tutta la Città ne parla” su Rai RadioTre. La trasmissione, che partiva dalla telefonata di una ascoltatrice di “Prima pagina” che rivendicava il suo diritto a rifiutare il vaccino pur operando come medico, non mi è piaciuta.

Il linguaggio degli ospiti non mi è piaciuto, e, pur essendo stato citato in una parte del mio intervento sul forum di Facebook dedicato alla trasmissione, ritengo che la bilancia dell’informazione, questa volta, penda nettamente, e tanto per cambiare, dalla parte di chi preferisce adeguarsi alle direttive e alle disposizioni degli organi sanitari e di Stato, rispetto a chi esprime un proprio dubbio, un proprio pensiero critico, una propria posizione controcorrente, che dovrebbe essere il “sale” della democrazia, se non parte della sua stessa costituzione.

Non mi è piaciuta Daniela Minerva, giornalista scientifica, responsabile della piattaforma Salute di Repubblica e La Stampa. Non mi è piaciuta quando ha parlato di legittima “sospensione dal servizio” per i sanitari che dovessero rifiutare di vaccinarsi, perché la sospensione dal servizio è un atto grave ed estremo, che non può essere posto in essere senza prima aver adeguatamente vagliato l’ipotesi di un demansionamento, che, va detto (perché la trasmissione è stata molto nebulosa a tal proposito) non può essere accompagnato da una riduzione di stipendio. Ripeto, la sospensione è l’extrema ratio, l’ultima spiaggia. C’è, tra le altre cose, l’aspettativa senza corresponsione stipendiale, che dà però il diritto alla conservazione del posto di lavoro. Insomma, ci sono vari paracadute. Questo per dovere di chiarezza.
Ha poi parlato di un dovere a “riconoscere l’autorità scientica”. Ora noi vogliamo e dobbiamo riconoscere l’autorità e l’autorevolezza dell’EMA, dell’AIFA e di quant’altro. Ma, proprio per questo e in virtù di questo, ci farebbe piacere venire rispettati per primi, là dove si stabiliscono regole contraddittorie per un tipo di vaccino somministrato prima ad una fascia di età, poi allargata, poi ritirato dalla somministrazione, poi reimmesso, con bugiardini che cambiano ad ogni pie’ sospinto, mentre la sperimentazione va avanti, che registrano un numero sempre più elevato di effetti collaterali, anche di grave entità, un vaccino che cambia nome, adatto ora alle fasce più deboli, ora agli anziani, ora alla popolazione più giovane, sospeso in Germania, riammesso in Italia, buono un po’ per tutte le stagioni, e che ha anche il vantaggio di costare poco.
Facendo un quanto meno discutibile parallelismo con la libertà di stampa, la Minerva conclude che chi non crede nei valori scientifici e in ciò che ci indicano le autorità, se fa parte del Sistema Sanitario Nazionale, forse potrebbe “andare a fare un altro mestiere”.
E’ seguita una dissertazione sociologica sul bisogno della gente di avere certezze da parte della medicina, di cui, in Italia, rispetto ai Paesi anglosassoni, si avrebbe una concezione addirittura “magica”. Verrebbe timidamente da osservare che i tempi dello sciamanesimo, nel 2021, sono finiti. E che è legittimo e perfino giusto che la gente chieda alla medicina delle risposte e che queste risposte siano efficaci. In primo luogo viene il “non nuocere”, il resto si vedrà. Nessun medico è il mago Silvan che fa apparire il coniglio dal cilindro, ma nessun paziente è un credulone, che si beve qualsiasi cosa gli venga imposta come verità rivelata, solo perché pretende che la medicina affronti i suoi problemi. Il rapporto medico-paziente non può e non deve essere unidirezionale, ma deve essere basato su criteri di reciproca collaborazione e interazione. Così come non ci può essere, da parte del paziente, la pretesa che una pillola gli faccia scomparire tutti i mali di cui soffre, così non può esserci da parte di nessuno la presunzione di dire “Tu fai quello che ti dico io, la medicina funziona e devi startene anche zitto”. Ogni paziente ha una storia a sé, e le soluzioni non possono e non devono essere uguali per tutti. Questo vale, soprattutto, nei confronti dei vaccini.
Prosegue Daniela Minerva asserendo che “la medicina non è nemmeno una scienza”. Ah, no? E che cos’è, di grazia? Ce lo spiega lei, è una “tecnè”, nel senso primo formulato da Ippocrate. Ora, sempre sommessamente, vorrei far notare che anche qui dai tempi di Ippocrate ne sono stati fatti di passi in avanti, e che se la medicina non è una scienza (opinione rispettabile, ma del tutto personale e criticabile) non potremmo nemmeno considerare come scientifiche le affermazioni dell’AIFA, di EMA o del Ministero della Salute. Certo, il concetto di “tecnè” era valido quando la medicina era ancora “in nuce”, ma adesso, vivaddio, di competenze e di conoscenze ce ne sono a vagonate, e da Ippocrate in poi sono trascorsi alcuni millenni, gli stessi che oggi ci permettono di sperimentare dei vaccini in tempi estremamente rapidi.
La Minerva ha concluso i suoi interventi chiarendo che il privato cittadino (NON il dipendente del SSN) ha tutto il diritto di scegliere di non vaccinarsi (meno male!) ammesso che sia disposto ad accollarsi tre macigni che sono il rischio di ammalarsi, quello di gravare sull’azienda ospedaliera nazionale, e, dulcis in fundo “condannando a morte” (sic!) altre persone. Ora io non credo che la rinuncia a un vaccino, come lo è stata la mia, condanni a morte nessuno. Una scelta fatta su di sé, sul proprio corpo, sul proprio stato di salute, non ha nessun tipo di causa-effetto sulla morte di qualcuno. Anzi, se io rinuncio alla mia dose di vaccino, quella dose andrà sicuramente a chi più di me ne ha bisogno e meglio di me può tollerarlo. Io rischio di ammalarmi di Covid, sì, rischio di andare in ospedale, certo, dove i medici probabilmente saranno impegnati a curare pazienti che hanno effettivamente bisogno (come se un paziente covid fosse un paziente di serie B), ma no, non condanno “a morte nessuno”. E chiude dicendo che se la gente ha consapevolezza dei “macigni” suddetti e decide di non vaccinarsi “affar loro”.

E questo linguaggio forte si ritrova anche nell’intervento dello psichiatra Vittorio Lingiardi, che usa parole come “credenze”, “paure”, “perplessità”, “teorie dietrologiche” quando non addirittura “complottiste” e, venenum in cauda, “oscurantismi”.

Tutto questo avveniva mentre le autorità sanitarie USA sospendevano la somministrazione del vaccino Johnson & Johnsohn perché sul territorio statunitense si sono verificati SOLO 6 casi di trombosi a seguito temporale della somministrazione.

Ripeto, la mia esperienza è stata citata, ma io avevo scritto un’altra cosa, cioè questo:

“Personalmente, all’età di 20 anni, ho avuto una reazione avversa importante (inizio di shock anafilattico) alla somministrazione di un vaccino. Dopo essermi opportunamente documentato (sui siti dell’EMA, dell’AIFA e del Ministero della Salute, non sui forum dei no-vax o degli epidemiologi) ho deciso di non sottopormi alla somministrazione di AstraZeneca, anche con il conforto del parere dei miei medici. Ritengo la mia scelta legittima e insindacabile. Svolgo una professione che mi porta a contatto col pubblico. Lo spettro della “sospensione dal servizio” è uno spauracchio: esistono altre soluzioni intermedie, come il demansionamento. Non ci sono dubbi che sia necessario riconoscere le autorità sanitarie. Ma, proprio per questo, non mi fido di chi mi dice che Astrazeneca è sicuro, alla luce della sua evoluzione e della sua storia, che sono sotto gli occhi di tutti. Se io non penso alla MIA salute, chi ci pensa?”

Ecco comunque una sintesi degli interventi che ho citato, così, ascoltandoli potrete farvi la vostra brava opinione. Ma non è stata una bella esperienza, no davvero. La radio, ogni tanto, sa far male.

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